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Cerveteri etrusca, porta d’Oriente

Posted by Simona Maggiorelli su giugno 3, 2014

Gli sposi etruschi

Gli sposi etruschi

Alla scoperta dell’antica Caere, la Cerveteri etrusca che, per un lunghissimo periodo, prima di essere assorbita dall’impero romano nel I secolo a.C., svolse un ruolo centrale nel Mare nostrum, anche come ponte culturale fra Oriente e Occidente. La mostra Gli Etruschi e il Mediterraneo (aperta fino al 20 luglio) nelle sale del Palazzo delle Esposizioni a Roma offre una straordinaria occasione per vedere riuniti reperti scavati nella cittadina laziale e conservati al British Museum, al Louvre e in altri importanti musei europei.

Proprio grazie alla collaborazione con il Louvre è tornata in Italia la celebre coppia di sposi etruschi che, adagiata su un letto alla greca, lascia intuire l’opulenza della vita aristocratica a Cerveteri, scandita da feste e libagioni, in case affrescate e piene di raffinati oggetti. Vasi istoriati, crateri, maschere policrome, oreficeria e stoffe preziose che poi accompagnavano l’élite etrusca anche nella tomba. Come racconta la filologica ricostruzione in 3D della tomba principesca Regolini Galassi realizzata dal Cnr che incontriamo alla fine del percorso espositivo. Ma il volto allungato e gli occhi a mandorla dei due sposi, la muscolatura atletica e l’armonia della posa ci dicono anche del fascino che la scultura greca più antica esercitò su quella etrusca. Cerveteri, in particolare, fu la città dove l’influenza ellenistica si fece sentire maggiormente.

Continui traffici con Atene e altre città Stato facevano arrivare nelle residenze della nobiltà etrusca raffinato vasellame in terracotta, ceramiche, vetri e ambre. E forse furono proprio esuli arrivati dalla Grecia ad avviare la produzione locale di vasi a figure nere, che raggiunse una straordinaria qualità artistica, come si può vedere dagli esemplari ora esposti a Roma. Merito di questa spettacolare rassegna curata da Francoise Gaultier e Laurent Haumesser del Louvre (in collaborazione con l’Istituto studi del Mediterraneo antico del Cnr e con la Soprintendenza per i beni archeologici dell’Etruria Meridionale) è anche quello di aver ricostruito l’evoluzione del tessuto urbano, fin dall’VIII secolo a.C., raccontando la necropoli, il territorio cittadino e gli avamposti sul mare, come Pyrgi (Santa Severa), dove sorgeva uno dei più importanti luoghi di culto del Mediterraneo. In posizione sopraelevata, era un punto di riferimento per tutti i naviganti che sapevano di poter trovare una zona franca di scambi nel santuario. Le scritte in fenicio e in etrusco incise su tre tavolette in foglia d’oro (trovate nel 1964 ) hanno permesso agli studiosi di ricostruire che a Pyrgi, dove sacerdotesse praticavano la prostituzione sacra, convivevano culti cartaginesi ed etruschi. Il rapporto fra i due popoli era diventato particolarmente stretto quando, insieme nel Mare Sardo, avevano affrontato l’assalto dei Corsi.

Prova di questa vicinanza politica ma anche culturale è anche il fatto che la dea fenicia Astarte altro non era che la dea Uni degli Etruschi, (rappresentata qui da una antefissa del VI secolo a.C. che la mostra fra cavalli alati). L’influenza dell’iconografia orientale appare fortissima anche nella sezione che presenta frammenti di pittura policroma parietale. I profili e gli occhi bistrati delle donne, in particolare, evocano quasi figure minoiche. ( simona Maggiorelli)

dal settimanale Left

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Il segno vivo di Leonardo

Posted by Simona Maggiorelli su agosto 29, 2013

Leonardo, tronco d'uomo di profilo

Leonardo, tronco d’uomo di profilo

Fra i maggiori studiosi di Leonardo da Vinci, l’inglese Martin Kemp qualche anno fa scriveva: «Girare per la Gran Bretagna, dalla Cornovaglia a Edimburgo, esaminando i disegni, usando lenti d’ingrandimento, orientando la luce è meglio d’una medicina. Ogni disegno comunica immancabilmente un brivido che nemmeno la miglior riproduzione in facsimile può riprodurre. Le tracce lasciate dalla mano di Leonardo muovendo la matita, il gresso, la punta di metallo o il pennello sulla superficie della carta sono l’espressione del suo tocco vivo».

«Un tocco – sottolineava Kemp nel libro Leonardo, nella mente del genio (Einaudi) – che dà a tutto ciò che egli ha disegnato un senso profondo di vitalità, esterna e interiore».

E al segno vico e vibrante di Leonardo, alla sua capacità di dare con pochi tratti essenziali espressività ai volti e movimento alla rappresentazione è dedicata la mostra Leonardo Da Vinci. L’Uomo universale che si  è aperta il 29 agosto ( fino al primo dicembre, catalogo Giunti editore) alle Gallerie dell’Accademia a Venezia. Una mostra, attesissima, perché la curatrice Annalisa Perissa è riuscita a radunare più di una cinquantina di fogli autografi, grazie a importanti prestiti del Louvre, del British Museum, degli Uffizi e di altre istituzioni museali internazionali.

Ma molto interesse c’è anche per le venticinque opere grafiche conservate proprio nel Gabinetto dei disegni diretto da Perissa e rarissimamente esposti in pubblico, perché per la loro fragilità, necessitano di essere conservati in caveau climatizzati e al buio.

Leonardo tre figure femminili danzanti

Leonardo tre figure femminili danzanti

Fra questi ci sono le splendide figure femminili dette Le danzatrici, studi di botanica (preludio alla grande varietà di piante raffigurate , per esempio, ne La Vergine delle rocce) e poi fogli in cui l’arte incontra la scienza come il celebre Uomo vitruviano che in mostra figura accanto a studi sulle proporzioni del corpo umano provenienti dalle collezioni reali di Windsor e dalla Biblioteca Reale di Torino.

E ancora straordinarie, per urgenza comunicativa e capacità di rappresentare il turbine emotivo dello scontro, sono i dieci disegni preparatori della Battaglia di Anghiari che Leonardo dipinse nel salone dei Cinquecento di Firenze e andata perduto.

Immaginifico, visionario, in questi disegni esposti a Venezia Leonardo mostra la sua vena imprevedibile, la fantasia, la capacità di inventare immagini del tutto nuove. Ma oltre alla “maraviglia” questa mostra veneziana offre la possibilità di comprendere più da vicino “la mente di Leonardo”, potendo osservare  da vicino il suo modo di usare il disegno come strumento di indagine conoscitiva e il suo fare ricerca procedendo in ambiti differenti, in contemporanea, secondo il principio dell’unità nella varietà.
Un disegno per Leonardo doveva essere  sia  funzionale che bello. Doveva svolgere una funzione di rappresentazione quanto di indagine. Una duplicità di aspetti che  Leonardo teneva in gran conto anche  quando si occupava di studi di sul corpo umano come si può evincere dai disegni di anatomia presenti in questa esposizione; studi in cui la forma conta tanto quanto la sua funzione. Non a caso il  genio del Rinascimento  aveva eletto a  sua guida l’esperienza rifiutando dogmi religiosi e superstizion.i (Simona  Maggiorelli)

dal settimanale left Avvenimenti

 

 

 
Corriere 29.8.13
Leonardo da Vinci
Mosso da «paura e desiderio»
Nella caverna delle leggi fisiche. Per creare le sue macchine
di Giulio Giorello

Ansioso di contemplare «varie e strane forme fatte dalla artifiziosa natura», come racconta lui stesso in un appunto del Codice Arundel (British Museum, Londra), Leonardo si addentra «in una gran caverna», provando insieme «paura e desiderio»: il timore è prodotto dalla «minacciosa e scura spelonca» ma è vinto dalla curiosità di «vedere se là dentro fusse alcuna miracolosa cosa». Tali «miracoli» non nascono per prodigi sovrannaturali ma in base a leggi fisiche di cui la mente umana, quando è accorta e sottile, sperimenta gli effetti e talora ne escogita l’imitazione nei congegni meccanici. L’intreccio di paura e desiderio intesse così tutto il cammino dell’ «artista» tra osservazione del mondo e invenzione di macchinari. Come Leonardo ebbe a scrivere altrove: «non vedi tu questi diversi animali e così alberi, erbe, fiori, varietà di siti montuosi e piani, fonti e fiumi», che ci vengono offerti dalla natura, ai cui «artifizi» l’attività degli esseri umani aggiunge «città, edifizi pubblici e privati, strumenti opportuni all’uso, vari abiti e ornamenti»? A Ludovico il Moro, signore di Milano, aveva offerto i suoi servigi con queste parole: «occorrendo di bisogno farò bombarde, mortari e passavolanti di bellissime e utili forme», insomma «varie e infinite cose da offendere e difendere». L’arte dell’uomo è quindi capace di distruzione ma anche di costruzione.Leonardo ha ben meritato il titolo — come ha dimostrato nei suoi studi Carlo Pedretti — di «eccellente architetto» per l’audacia dei suoi progetti, in particolare nella Milano del Duomo e dei Navigli. Affascinato dalle forme naturali, tanto in piccolo quanto nel grande universo, insisteva sulle somiglianze tra le strutture architettoniche e quelle presenti in natura, in particolare nella stessa anatomia umana.Quest’ultimo aspetto è ben documentato nella mostra dedicata allo «uomo universale» alle veneziane Gallerie dell’Accademia. Leonardo lavora al suo Uomo Vitruviano, e qui dà campo libero alla sua magnifica ossessione per le proporzioni numeriche. Scrive infatti che Vitruvio aveva riconosciuto «che le misure dell’omo sono distribuite dalla natura», in modo che siano soddisfatti precisi rapporti matematici. «Tanto apre l’omo ne’ le braccia, quanto è la sua altezza», annota Leonardo. E poi procede nei particolari: «la parte sedente, cioè dal sedere al di sopra del capo, fia tanto più che mezzo l’omo quanto è la grossezza e lunghezza dei testiculi».Sa bene che la mente ha bisogno dell’occhio e della mano. Il primo è «la finestra dell’anima», la seconda è l’esecutrice che traduce nello schizzo sulla carta ciò che la mente ha scorto da quella finestra. A un mondo di forme corrisponde così il lavoro sulle figure. «Se tu poeta o matematico non avessi coll’occhio viste le cose, male le potresti riferire con le scritture» ammonisce nel Codice Atlantico.
Per Leonardo «chi sprezza (cioè disprezza) la pittura non ama la filosofia della natura», e corre il rischio di allontanarsi dalla vera devozione della mente: «poni scritto il nome di Dio in un loco e ponvi la sua figura a riscontro: vederai quale fia più riverita»! Le tradizioni religiose dell’Occidente hanno spesso coltivato la tentazione dell’iconoclastia, vedendo nel trionfo dell’immagine il tradimento della parola se non addirittura il peccato dell’idolatria; Leonardo «omo senza lettere» la pensava diversamente: senza troppo invischiarsi in discussioni teologiche riteneva che una «furiosa battaglia» o l’aspetto di una bella donna potessero terrorizzare o intimorire a distanza solo grazie alla rappresentazione pittorica, poiché il pennello prevaleva sulla penna. Così, i disegni sono veri e propri strumenti per pensare e risolvere problemi concreti, ed è sotto questo profilo che il pittore è davvero «un nipote di Dio» che è padre della natura.Il commento scritto è importante ma è solo un aiuto per l’immagine. Del resto, aggiungeva polemicamente Leonardo, che il nome di qualsiasi cosa cambia con le lingue e le culture mentre la forma permane fino a che questa «non è mutata dalla morte». E se occhio e mano cooperano a fissare la dinamica incessante delle forme non riescono comunque ad aver vittoria definitiva sul mutamento. Il tempo rimane il «veloce predatore delle create cose» e nessuna bellezza è eterna. Il timore non è mai cancellato dal talento, e l’artista umano non è Dio. Egli «disputa e gareggia con la natura» ma può anche perdere la partita. L’unica vera soddisfazione è che valeva la pena comunque di impegnarsi nella gara.

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Miracolo a Firenze

Posted by Simona Maggiorelli su Mag 25, 2013

 

Donatello, Madonna dei Pazzi, 1420-30

Donatello, Madonna dei Pazzi, 1420-30

Firenze e il Rinascimento. Un binomio da cartolina, un luogo comune dell’industria del turismo difficile da rianimare. E la mente corre alla figura di David riprodotta su borse e magliette, ai modellini della cupola del Brunelleschi che fanno da ferma carte. Dei pericoli che corre l’arte nell’era della riproducibilità tecnica, del resto, ci aveva già avvertiti Walter Benjamin nel secolo scorso, quando lo sfruttamento dell’arte ridotta a brand era ancora di là da venire. Anche per questo l’operazione compiuta da Beatrice Paolozzi Strozzi, direttore del Museo del Bargello e da Marc Bormand, conservateur en chef del dipartimento di scultura del Louvre ci appare decisamente fuori dell’ordinario.

Concepire a Firenze, nell’anno domini 2013, una mostra dal titolo La primavera del Rinascimento era impresa da far tremare le vene e i polsi. Ma il puntuale lavoro scientifico che c’è dietro questa esposizione ha fatto la differenza. E il risultato è davvero sorprendente. Non solo dal punto dal punto di vista della quantità delle centoquaranta opere che questa mostra squaderna in un percorso di dieci sale (tematiche) di Palazzo Strozzi. Non solo per il meticoloso lavoro di ricontestualizzazione storica di capolavori di Donatello, di Ghiberti, di Brunelleschi, di Masaccio, di Paolo Uccello e di altri artisti coevi fuori da ogni astratta mitizzazione del Rinascimento fiorentino. Ma proprio per l’impatto emotivo che questa rassegna riesce ad avere sullo spettatore. Senza aver bisogno di ricorrere ad alcuna spettacolarizzazione. Solo grazie alla compattezza e alla coerenza della proposta creativa. “Solo” per la forza espressiva, l’eleganza di forme e la particolare capacità che queste opere hanno di trasmettere i valori di una civiltà rinascimentale fiorentina che – almeno nell’arte – si voleva laica, umanista, fieramente repubblicana.

Così mettendo per un attimo fra parantesi la vexata quaestio del Rinascimento e dei molti Rinascimenti, su cui si sono variamente confrontati Wölfflin,Warburg e Panosfky la rassegna La primavera del Rinascimento, la scultura e le arti a Firenze 1400-1460 ( catalogo Mandragora aperta fino al 18 agosto . Poi dal Louvre dal 24 settembre al 6 gennaio 2014) invita il visitatore a compiere un viaggio a ritroso nel tempo facendo rivivere davanti ai suoi occhi, simultaneamente, con sapiente regia, la ricchezza di forme e di contenuti della stagione artistica che nella prima metà del Quattrocento ebbe Firenze come principale epicentro.

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Donatello, David

Una stagione contrassegnata dal primato della scultura, di grande forza inventiva, e che seppe dare vita a un nuovo lessico nell’arte. Grazie al quale gli artisti rinascimentali, anche quando si trattava di declinare temi religiosi, riuscivano a far risaltare soprattutto la bellezza dell’umano. Come ci ricorda a Firenze la raffinatissima Madonna dei Pazzi. Donatello qui  riesce a portare in primo piano la dinamica degli affetti fra madre e bambino, anche grazie a una sua innovativa visione prospettica dello stiacciato che sorprendentemente gli regala profondità. Oppure basta osservare la fluidità del panneggio del suo San Giorgio, che fa emergere la concretezza della fisicità dell’uomo più che l’idea astratta del santo. Ma se si parla di Rinascimento fiorentino non si può tacere dalla geniale progettazione della cupola di Santa Maria Novella da parte del Brunelleschi. Un’opera visionaria che all’architetto fiorentino che era uscito sconfitto dalla storica competizione con il Giberti per la realizzazione delle formelle della porta nuova del Battistero, costò anni di lavoro e giudizi sprezzanti da parte dei concittadini che lo credevano pazzo per quel suo ostinato voler mettere in discussione le norme e le convenzioni in uso fino a quel momento nella progettazione di coperture a cupola. Il risultato, – come riportano le cronache -, lasciò i fiorentini a bocca aperta quando, tirate giù le paratie del cantiere, d’un tratto comparve all’orizzonte il cupolone rosso del Duomo ritmato da listoni bianchi. Una macchina delle meraviglie richiamata in questa mostra da un modellino in legno, dacché basta allontanarsi pochi metri da Palazzo Strozzi per vederla comparire dal vero, ancora oggi, con la forza di un’epifania.

All’interno delle sale, invece, ecco le due famigerate formelle della contesa del 1401, quella raffinata del vincitore Ghiberti, ancora all’ insegna del gotico internazionale e quella più inquieta e mossa dello sconfitto Brunelleschi che, come accennavamo, si sarebbe preso una sonora rivincita nel corso del tempo. Ma ecco soprattutto i capolavori di Donatello, dal prezioso David adolescente, nudo ma adorno di capello e stivali, la figura ha un’elegante torsione che comunica coraggio e spavalderia, nel gesto di affrontare  senza paura il gigante Golia. E la statua diventerà l’emblema della lotta fra la piccola e coraggiosa Firenze e la tirannica signoria di Milano. (Simona Maggiorelli)

 Dal settimanale left-avvenimenti

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L’Ars vivendi di Michelangelo Pistoletto

Posted by Simona Maggiorelli su Mag 16, 2013

Pistoletto, Venere degli stracci, Louvre 2013

Pistoletto, Venere degli stracci, Louvre 2013

Una mostra la Louvre e una autobiografia in forma di dialogo appena uscita. Il maestro dell’Arte Povera si racconta . E al Salone del libro di Torino il 20 maggio dialoga con Elkann a proposito di creatività.

di Simona Maggiorelli

I suoi quadri specchianti in mezzo ai capolavori dei maestri del Rinascimento italiano. Gli Oggetti in meno disseminati per le sale del Louvre, mente la Venere degli stracci e del “riciclo” fa bella mostra di sé a pochi metri dalla Nike di Samotracia. Fino al prossimo primo settembre il blasonato museo parigino celebra il maestro dell’Arte Povera in un percorso espositivo in cui la storia dell’arte dialoga con la ricerca del secondo Novecento. Classe 1933, Leone d’oro alla carriera nella Biennale di Venezia nel 2003 Michelangelo Pistoletto è forse l’artista italiano oggi più noto e celebrato all’estero. Intanto, a Biella lui continua ogni giorno a lavorare alla sua Cittadellarte, fucina internazionale di giovani talenti che arrivano da ogni parte del mondo. E a dialogare con chi lo va a trovare. Con quella calda disponibilità che da sempre lo contraddistingue.

«Il Louvre mi ha offerto una opportunità straordinaria – racconta -. Mettere in dialogo il nostro tempo con il passato per poi proiettarci verso il futuro è lo scopo di questa mostra. E il fatto che io avessi già realizzato opere con elementi che vengono dalla storia antica, permetteva di fare questo passo. La Venere degli stracci, addirittura, è tratta da una Venere che si trova proprio nel grande museo parigino. Certo gli stracci non c’erano nel Louvre, ce li ho portati io – scherza Pistoletto -. Rappresentano una fine corsa, un consumismo consumato, la fine di una storia. Mentre la Venere simboleggia l’eterna rinascita. Anche il corpo femminile rappresenta la rinascita continua. In questa mostra c’è il rapporto fra qualcosa che non cambia mai e qualcosa che muta sempre».

Un tema analogo si riscontra nei quadri specchianti, che legano visibile e invisibile, aprono lo spazio dell’arte a quello dello spettatore, ma soprattutto inglobano, si lasciano attraversare, dallo scorrere del tempo…

Nei quadri specchianti l’immagine specchiata è fissa, rappresenta un momento che poi non cambia più e si trova a convivere con il cambiamento continuo delle immagini riflesse nello sfondo specchiante. Si ritrova qui il rapporto fra qualcosa che cambia continuamente e qualcosa che non cambia mai. I tempi che cambiano e la memoria che rimane.

Sono passati dieci anni da quando fu abbattuta la statua di Saddam Hussein in Iraq: simbolo del potere dittatoriale ma anche di una monumentalità retorica non più praticabile. Tutto il suo lavoro, al contrario, ha sempre cercato di liberare la scultura dalla granitica immobilità, attraverso un dinamismo delle forme. È così?

La mia ricerca ha sempre teso a cercare una dimensione anti monumentale. Quanto alla statua di Saddam, pensi che dieci anni prima del suo abbattimento avevo realizzato un’opera in cui compariva la figura di una persona rappresentata a testa in giù, come se fosse caduta. Anche nel momento della caduta c’è una forza di ricreazione. Questa per me è la cosa importante. Anche nel momento in cui la corsa volge al termine c’è poi sempre una possibilità di ripartire.

Ripartire qui e ora. Il suo fare arte è sempre stato profondamente laico, privo di una prospettiva escatologica. Perché allora negli ultimi anni ha sviluppato un progetto che si chiama Terzo paradiso?

La seconda metà della mostra parigina è occupata dalla dimensione prospettica che consiste proprio ne il Terzo paradiso. La creatività per me oggi deve essere portata dall’artista oltre la barriera della speculazione economica del prodotto artistico. Deve diventare anche elemento attivo, funzionale, nella società. Ho voluto portare l’arte, la creatività nella vita sociale. Nel XX secolo abbiamo assistito a un fenomeno straordinario: autonomia e libertà hanno avuto un grande sviluppo. Si è arrivati ad una libertà totale, per cui l’artista può fare tutto quel che gli pare. Ma non può più essere libertà fine a se stessa. Perché la libertà fine a se stessa finisce per annullare la propria consistenza. Ci vuole un elemento di responsabilità che le faccia da contrappeso. Oggi bisogna comporre i due elementi: la libertà e la responsabilità. Che non è solo un fatto personale dell’artista, ma ha a che fare con la condivisione, con la capacità di intesa. Ora è il momento di portare alla gente ciò che l’arte ha conquistato, ovvero libertà e responsabilità, ma non come qualcosa imposto dall’esterno. Si tratta di offrire a tutti la possibilità diventare un po’ più liberi e un po’ più democratici. Questa è la nuova idea di un’arte democratica.

Nel libro intervista La voce di Pistoletto (Bompiani) che presenterà al Salone del libro di Torino, lei parla di arte democratica. E sottolinea la necessità di distinguere fra pensare e credere. Che cosa significa per lei?

Credere significa sposare un punto di vista definito, pre disposto. Significa affidarsi a qualcosa che pretende di essere il motore dell’esistenza senza averne alcuna prova. Così si finisce nella credenza religiosa. Pensare invece ha a che fare con il mio desiderio di sapere. Con una esigenza di rifiutare quello che viene imposto in modo senso dogmatico. Pensare significa mettersi in rapporto con quell’idea di libertà e responsabilità di cui parlavamo prima, significa aprirsi alle domande. Oggi viviamo situazioni nuove, facciamo delle scoperte. E abbiamo la capacità di verifica che viene dalla scienza. Da dove nascono le cose? Per rispondere bisogna pensare in modo libero. Una risposta mistica a una domanda scientifica non funzionerà mai.

Nel progetto i Temp(l)i cambiano lei se la prendeva in modo giocoso con ogni forma di monoteismo.

Di monoteismo, ma anche di politeismo che significa avere tanti dei. In un mio nuovo testo parlo piuttosto di omniteismo e democrazia Con la parola omniteismo intendo dire che siamo tutti coinvolti nell’attività di domanda e risposta. E solo su questa terra. Il Terzo paradiso è qui.

L’arte arriva allo spettatore anche sul piano dell’emozione. È una forma di pensiero potente anche perché non è solo razionale?

Personalmente ho sperimentato emozioni fortissime quando sono arrivato a scoperte che riguardano il rapporto fra statico e dinamico; che riguardano la fenomenologia del quadro specchiante: che dà risposte razionali, ma appaga da un punto di vista emotivo. Il quadro specchiante raccoglie una carica emotiva molto grande. Si può pensare veramente oggi a una vera fusione fra emozione e ragione.

 da left avvenimenti 11-17 maggio 2013

Recensione della mostra di pittura alla Galleria Continua di San Gimignano, 2015

Pistoletto, per Galleria Continua

Pistoletto, per Galleria Continua

Pistoletto sulle orme di Piero della Francesca

Non solo Expo. Per il quale Michelangelo Pistoletto ha realizzato una gigantesca mela, ricostruita nella sua integrità, per simboleggiare un nuovo, auspicato, equilibrio fra tecnologia e natura, (detto, con ironia, Terzo Paradiso). Il maestro dell’Arte Povera e promotore di un’ idea di scultura pubblica accessibile, capace di dialogare con il contesto e di invitare la gente a pensare, è anche – da sempre – pittore. Di autoritratti prima di tutto. Fin dagli anni Cinquanta. Dapprima concentrandosi solo sul volto senza riprodurre la propria esatta fisionomia e poi dipingendo figure intere, a dimensione naturale, con cui cercava di rappresentare ciò che è universale negli esseri umani. Una interessante serie di quadri di quel periodo è ora radunata nella mostra Michelangelo Pistoletto, prima dello specchio, realizzata da Galleria Continua a San Gimignano (Si) e aperta fino al 5 settembre . In un antico palazzo nella storica piazza della Cisterna (con affacci mozzafiato sul borgo medievale e sulla campagna senese) risplendono ritratti, quasi astratti, su fondo argento oppure oro, evocando la tradizione delle icone bizantine. Sono tele di differenti dimensioni e intensità che l’artista realizzò tra il 1956 e il ‘58.

In una, in particolare, si intravede la sagoma di un pittore che lavora su una tela stesa a terra. Un quadro che rivela l’attenzione dell’allora giovanissimo Pistoletto verso l’Action painting americana: nella Torino anni Cinquanta era una novità assoluta. Più che il risultato finale, ovvero quel groviglio di linee che divenne il segno inconfondibile di Pollock, era il gesto artistico del dripping ad affascinare Pistoletto; protagonista di un’avanguardia capace di esprimersi in forme essenziali, eleganti, quasi classiche.

In questa teoria di dipinti appesi a pareti su cui appaiono lacerti di affresco si coglie nettamente l’importanza della lezione arcaicizzante di Piero della Francesca. E in particolare la seduzione di un quadro misterioso e in certo modo eterodosso come la Flagellazione (1455-1460) che Pistoletto diciottenne aveva visto in Palazzo Ducale ad Urbino durante un viaggio con il padre. Ma questi quadri esposti a San Gimignano, fatti di immagini e luce, di paesaggi astratti ed evocativi – per ammissione del loro stesso autore – rimandano anche al cinema di Michelangelo Antonioni, a sua volta grande amante della pittura umanista e insieme primitiva di Piero. Proprio in questo gioco di influenze, rimandi, ricreazioni nacquero poi i celebri quadri specchianti di Pistoletto e questa mostra curata da Galleria Continua ci permette di comprenderne meglio la genesi. ( dal settimanale Left)

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Tiziano e la forza del colore

Posted by Simona Maggiorelli su marzo 3, 2013

Tiziano, Danae di Capodimonte

Tiziano, Danae di Capodimonte

La rivoluzione del colore. Di una pittura che – con grande scandalo di Michelangelo e di altri maestri toscoemiliani – modernamente faceva a meno del disegno, dando corpo e tridimensionalità alla rappresentazione con la forza di una tavolozza cangiante, ricca di riflessi di luce e di un tonalismo che, sulla strada aperta da Giorgione, permetteva una inedita fusione fra personaggi e paesaggio. E poi l’orgoglio di una pittura laica, espressiva, carnale ed elegante, che teneva alta la fama della Repubblica di Venezia, fieramente indipendente, nonostante i venti cupi di controriforma che, nella seconda metà del Cinquecento, la Chiesa cattolica alzava non solo nella penisola.

La pittura di Tiziano Vecellio (1490 circa – 1576) seppe farsi interprete di queste istanze in un modo straordinariamente creativo e originale, per un lungo e fertile sessantennio. Una mostra alle Scuderie del Quirinale, dal 5 marzo al 16 giugno (catalogo Silvana editoriale) offre l’occasione di ripercorrerlo attraverso una selezione di quaranta opere di questo forte protagonista della pittura del XVI secolo.

A conclusione di un ciclo di mostre sulla pittura veneta e scandito da capitoli monografici dedicati a Antonello da Messina (che dal 1474 fu in Laguna), a Giovanni Bellini, a Lorenzo Lotto e a Tintoretto, il curatore Giovanni C.F. Villa in dieci sale è riuscito a costruire un percorso dedicato a Tiziano che evoca due storiche retrospettive, quella del 1935 e quella del 1990 in Palazzo Ducale a Venezia. E anche se questa mostra a Roma – ovviamente – non può giovarsi degli affreschi che il pittore realizzò, per esempio, ai Frari e in altri luoghi, ha comunque il merito di esporre importanti opere conservate all’estero come L’allegoria del tempo (1550-1565) della National Gallery in cui Tiziano ricreava un tema caro a Giorgione e poi ritratti conservati a Vienna, a Budapest e a Washington e ancora capolavori come il Supplizio di Marsia (1576) proveniente dal Castello ceco di Kromeriz, opera che testimonia la capacità che Tiziano ebbe, anche nei suoi ultimi anni, di rinnovare radicalmente il proprio linguaggio espressivo.

Tiziano Supplizio di Marsia

Tiziano Supplizio di Marsia

L’episodio mitologico, mutuato da Ovidio, prende vita sulla tela con una pittura rapida e materica che mira all’essenziale. Con una fiammeggiante scelta di toni rosso-bruni Tiziano decise di rappresentare il momento più cruento della vicenda di Marsia punito da un feroce Apollo perché aveva osato sfidarlo nella musica. In un angolo di questa scena dalle tonalità arse e profonde, dipinta in modo impressionistico e drammatico con pennellate spezzate, quasi sommarie, spunta anche un singolare autoritratto di Tiziano, come una sorta di scettico Nicodemo dallo sguardo smagato e pensieroso. Un cammeo e insieme una eretica e coraggiosa sfida da parte di un artista che per tutta la vita aveva rappresentato per immagini gli ideali repubblicani, sempre guardandosi dal diventare pittore di corte, nonostante la vicinanza con letterati come Bembo e l’Aretino, nonostante le profferte papali e gli inviti a trasferirsi a Roma (cosa che Tiziano rifiutò sempre), nonostante l’attenzione di committenti come l’imperatore Carlo V e Filippo II di Spagna.

Uno spirito di indipendenza di cui raccontano le pagine dei cronisti del suo tempo (Giorgio Vasari in primis), ma che si può leggere in filigrana anche nella sua eccezionale produzione ritrattistica. Fu proprio quel suo spiccato senso di estraneità, quel suo essere e sentirsi “altro” rispetto ai potenti della sua epoca a dare originalità al suo sguardo e a consentirgli quella sua speciale e penetrante capacità di cogliere gli aspetti psicologici dei soggetti rappresentati.

Per rendersene conto, visitando la mostra alle Scuderie del Quirinale, basta osservare l’arcigno papa Paolo III che Tiziano dipinse nel 1543, oppure l’espressione di tronfia stolidità che caratterizza il ritratto di Carlo V proveniente dal Prado di Madrid.

Tiziano, Ritratto di Ranuccio Farnese

Tiziano, Ritratto di Ranuccio Farnese

E ancora, sul versante opposto, basta  prestare attenzione  allo sguardo timido, sensibile e quasi impaurito del giovane Ranuccio Farnese, in palese contrasto con la posa e l’abito inamidato in cui lo costringe il suo rango sociale.

Ma grande immediatezza e forza comunicativa hanno anche i tanti ritratti di personaggi liberi e anonimi che Tiziano dipinse in momenti di vita quotidiana come l’elegante Uomo con guanto del Louvre o il pianista de Il concerto. Una libertà espressiva che si fa sensuale carnalità in ritratti femminili come Flora o come la Danae di Capodimonte, in cui Tiziano si divertiva a ritrarre giovani e misteriose  bellezze del suo tempo.

Un omaggio al fascino muliebre era la cifra viva e vibrante dei suoi ritratti femminili ma anche di opere di soggetto sacro, come la sensuale Maddalena penitente di Pitti, un’opera al limite dell’eterodossia.

Ma Tiziano, amico e sodale di umanisti, seppe evitare pericolose condanne da parte della Chiesa, invocando raffinate letture neoplatoniche del Cristianesimo, come nel celebre Amor sacro e amore profano (1515) della Galleria Borghese in cui, come ricostruì Erwin Panofsky (Studi di iconologia, Einaudi), operava un sapiente rovesciamento: rappresentando l’amore profano come una giovane donna sontuosamente vestita e l’amor sacro come una giovane nuda: come nuda, secondo la dottrina, è la verità dell’anima davanti a dio.

( Simona Maggiorelli)

dal settimanale left

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In Viaggio con Matisse

Posted by Simona Maggiorelli su agosto 25, 2012

di Simona Maggiorelli

Matisse,La Falesia d’Aval e il cottage di Etretat,1920

Negli ultimi anni si è molto discusso se abbia senso l’attuale corsa alla costruzione di grandi musei, visivamente anche spettacolari come quelli creati da archistar com Frank Ghery, ma che finiscono per essere delle scatole intercambiabili, contenitori di un grande numero di pitture e sculture decontestualizzati dal territorio in cui sono inseriti e dalla storia delle opere stesse.

È stato l’ex direttore del Museo Picasso di Parigi, Jean Clair ad aprire la querelle con un duro J’accuse contro il Louvre intenzionato a prestare parte della propria collezione al nascente museo di Abu Dhabi. Poi a quel suo acuminato pamphlet (edito in Italia da Skira) hanno fatto eco studiosi come Salvatore Settis stigmatizzando la diffusione di un modello americano che concepisce i musei come “cattedrali nel deserto”; un tipo di organizzazione espositiva che, se può avere una sua ragione Oltreoceano dove la storia dell’arte non ha una tradizione millenaria, poco senso ha da noi dove la tutela ha radici antiche. Ma soprattutto l’Italia (come ricorda anche Philippe Daverio nel suo nuovo L’arte di guardare l’arte  appena uscito per Giunti)  si caratterizza per un “museo diffuso” sul territorio, con palazzi storici, chiese, castelli che sono tutto il contrario di contenitori anonimi. Proprio per questo, con l’idea di valorizzare alcuni edifici di pregio, in un ideale Grand Tour  – in questo caso di opere, non di artisti -, il Ministero per i Beni culturali ha organizzato in collaborazione con la Fondazione Bemberg di Tolosa la mostra Viaggio in Italia: un trittico di esposizioni che lungo la costa adriatica, fa tappa nel Castello di Miramare a Trieste, nella Rocca di Gradara e nel Castello Normanno-Svevo di Bari, facendone teatri di capolavori di Lucas Cranach, di maestri fiamminghi, ma anche di pittori delle avanguardie storiche come Matisse.

Ma veniamo alle singole esposizioni aperte fino al 30 ottobre. Nel Castello a picco sul mare triestino la mostra “Sì dolce è il tormento: l’amore in tre capolavori” propone un affascinante assolo di Lucas Cranach il Vecchio (1472-1553), “rivale” di Dürer e amico di Lutero, nonché autore di nudi femminili misteriosi e sensuali come in Venere e Cupido, qui insieme al caustico Il vecchio innamorato e alla scena mitologica Diana e le ninfe sorprese da Atteone.

Signac, Alberi in fiore, fine del XIX secolo

La Rocca di Gradara, intanto, ospita una piccola summa di arte dalle Fiandre. Con la Madonna in tessuti arabesque di Van der Weyden che influenzò la pittura italiana nel secondoQuattrocento. La lezione leonardesca, invece, si nota nello sfumato di Isenbrandt, rappresentato nelle Marche da una Madonna col bambino della prima metà del Cinquecento. E ancora, la penetrazione psicologica del ritratto fiammingo è raccontata da una tela di Benson, maestro di Bruges, mentre il realismo nordico e grottesco dalla corrosiva Scena di locanda di Pieter Brueghel. Infine ecco anche il San Girolamo di Patinir, innovatore delle vedute paesaggistiche, tra descrizione naturalistica e visionarietà.

Il Castello di Bari, invece, si apre all’avanguardia maturata tra Ottocento  e primo Novecento, con il pointilliste Signac e il suo Alberi in fiore, un olio in cui la ricerca scientifica sul contrasto simultaneo del colore diventa il fulcro di un’arte a dire il vero assai razionale. E se Pierre Bonnard già cercava di prendere le distanze dall’impressionismo con il suo onirico scorcio parigino Il ponte dei Santi Padri, fu Matisse a fare un vero salto di qualità verso una pittura che cercava l’essenziale e la sintesi di una forma latente e più profonda dietro la percezione oggettiva.

da left Avvenimenti

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Dipingere i moti dell’animo

Posted by Simona Maggiorelli su novembre 20, 2011

Nuove scoperte emerse dal restauro de La Vergini delle Rocce e una grande mostra alla National Gallery di Londra riaprono gli studi sul genio del Rinascimento sottolineando l’originalità della sua pittura incentrata sulla rappresentazione della dinamica degli affetti  e sulla realtà interiore dei personaggi ritratti. Intanto due esposizioni a  Roma e a Torino invitano ad approfondire la conoscenza dei suoi disegni in un confronto diretto con Michelangelo.

di Simona Maggiorelli

Leonardo, La dama con ermellino

«E’ la mostra che avrei voluto per Milano, che avevo in mente per l’Expo 2015» confessa Pietro Marani, fra i massimi studiosi di Leonardo, commentando la grande mostra londinese  dedicata a Leonardo aperta dallo scorso 9 novembre al 5 febbraio 2012 alla National Gallery, (e che già registra un pieno di visitatori da ogni parte del mondo).

Di fatto si tratta della prima importante rassegna sugli anni milanesi Leonardo, dagli anni 80 agli anni 90 del Quattrocento, quelli più prolifici, trascorsi a servizio di Ludovico il Moro, quando il genio del Rinascimento fiorentino, tenendo a debita distanza le pressioni di signori e di committenti ecclesiastici, affrescò il suo Cenacolo in Santa Maria delle Grazie. Quello straordinario teatro delle passioni di cui Marani anni fa ha guidato il restauro riportandone alla luce un impensato impianto coloristico.

«La mostra londinese è una bella occasione di confronto internazionale fra gli studiosi» prosegue l’ex soprintendente milanese che a Leonardo, dopo tanti lavori scientifici, ha dedicato il romanzo breve Le calze rosa di Salaì (Skira), Oltremanica si può vedere il risultato del restauro della Vergine delle Rocce del 1480-90, di cui i curatori rivendicano la completa autografia leonardesca (fin qui si pensava un’opera frutto di collaborazione) ma si può vedere anche il da poco ritrovato Salvator Mundi, «una tela – racconta Marani – che ho avuto modo di vedere anni fa a Londra quando riemerse dal mercato americano e in pessime condizioni. Dopo una lunga ripulitura, ora si presenta come una pittura di grande qualità tanto che – dice lo storico dell’arte – potrebbe davvero essere di mano di Leonardo, come è stato annunciato in occasione del lancio di questa esposizione».

La mostra di Londra, dunque,  riapre la discussione sull’attribuzione della tela di proprietà del gallerista newyorchese Robert Simon, anche se ci vorrà tempo e molto studio per risolvere definitivamente la controversia. Comunque sia, con o senza i colpi di scena annunciati dalla cronaca, la mostra Leonardo da Vinci painter at the Court of Milan si segnala già come straordinaria per la serie di ritratti che è riuscita ad avere in prestitoe ad esporre  riuniti. A cominciare dalla Dama con Ermellino- Cecilia Gallerani (1488-1490), proveniente dal Museo Czartoryski di Cracovia e dalla Belle Ferronière (1490-1495) che viene dal Louvre, quadri con cui Leonardo supera la rigida tradizione rinascimentale di ritratti ufficiali di profilo regalandoci l’emozione di presenze femminili vive e misteriose e di giochi di sguardi con il pubblico che, nel caso di Cecilia Gallerani, arrivano ad alludere anche alla presenza fuori campo dello stesso Ludovico il Moro.

Leonardo, Cartone di Sant'Anna

E se in capolavori come questi Leonardo riesce quasi a farci percepire il movimento della mente e il flusso dei pensieri del soggetto ritratto, nel celebre cartone di Sant’Anna conservato a Londra (e di cui gli studiosi del British Museum ora propongono una retrodatazione alla fine del Quattrocento) Leonardo crea una intimo intreccio di rapporti emotivi fra i personaggi.

E’ uno degli esempi più raffinati e intriganti di quella dinamica degli affetti che Leonardo – inarrivabile in questo fra i pittori del Rinascimento – seppe rappresentare. Non emulato né da Michelangelo, che era interessato ad altro tipo di rappresentazione, più  fisica, epica e religiosa, né dal più giovane Raffaello che, per quanto  dovesse molto a Leonardo riguardo al disegno a matita nera,  era assai più attento al consenso della committenza ecclesiastica che aveva fatto di lui “il divin pittore”.

« Quanto a Michelangelo – approfondisce Marani – con la torsione delle forme, era interessato a rappresentare le idee innate che Dio aveva posto nella mente dell’uomo. Leonardo invece tendeva a rappresentare un ideale di bellezza che veniva concretamente dalla natura». Con questa idea Marani, nei mesi scorsi si è fatto mentore  di una piccola, ma interessantissima mostra in Casa Bonarroti a Firenze in cui erano a confronto disegni di Leonardo e Michelangelo. Con il titolo La scuola del mondo, in collaborazione con Pina Ragionieri,  Marani  aveva realizzato nella casa di Michelangelo un percorso espositivo ( catalogo Silvana editoriale)  che metteva al centro il confronto fra  i disegni realizzati da Leonardo per la Battaglia di Anghiari in Palazzo Vecchio, (l’affresco che fu murato da Vasari dopo il ritorno dei Medici al potere e mai più ritrovato) e i disegni di Michelangelo per l’affresco mai dipinto della Battaglia di Cascina. In versione ampliata e arricchita da disegni provenienti dall’Ambrosiana di Milano la mostra fiorentina (che ha chiuso i battenti l’agosto scorso) ora è ospitata fino al febbraio 2012 dai Musei  Capitolini di Roma.

Lungo il percorso ricreato ad hoc si può leggere in parallelo l’evoluzione personale di ciascuno dei due artisti. In particolare qui Marani mette a valore  la sua ipotesi sui motivi che portarono Leonardo ad abbandonare il tradizionale disegno fiorentino a punta di argento per passare a quello a matita, nera o rossa. «Fu l’esigenza di ritrarre i moti mentali a rivelargli l’insufficienza dei media tradizionali», spiega Marani.

Il tratto d’inchiostro nitido e quasi inciso non gli permetteva di andare in profondità come avrebbe desiderato nel rappresentare gli umori, le passioni, gli affetti che rendono espressivo il volto e la “corrente emotiva” che si crea nei rapporti umani. «La matita – aggiunge lo studioso – gli regala una nuova dolcezza nello sfumato e nel chiaroscuro, un segno morbido manipolabile anche direttamente con i polpastrelli che gli permetteva di rappresentare anche le più sottili vibrazioni luministiche ed emotive». Ne sono prova le straordinarie teste di combattenti disegnate per la Battaglia di Anghiari e che, insieme al ritratto di Isabella d’Este proveniente dal Louvre e ad alcuni profili di “vecchi e di giovani affrontati”, a teste ideali e schizzi di volti grotteschi rappresentano il corpus centrale di questa preziosa mostra transitata da Firenze a Roma

Leonardo la vergine delle rocce

Leonardo La Vergine-delle-rocce-Londra

LE NUOVE SCOPERTE EMERSE DAL  RESTAURO DELLA VERGINE DELLE ROCCE

Liberata dalla vernice giallastra che la ricopriva fin da una ripulitura degli anni Quaranta del Novecento, l’opera è stata riportata a un aspetto, il più vicino possibile a com’era in origine». Così Lerry Keith, direttore dei restauri della versione della Vergine delle rocce conservata al British Museum racconta i lavori appena ultimati. «In questo modo- aggiunge – è emerso lo straordinario uso del contrasto luce ombra con cui Leonardo dava tridimensionalità ed evidenza scultorea alle figure». Ma non solo. «L’esame tecnico riflettologico – prosegue Keith – ci ha permesso di vedere meglio come lavorava: facendo continui aggiustamenti, modificazioni e ritocchi come se fosse riluttante a fissare sulla tela un’immagine fissa e definitiva, una volta per tutte». Discorso affascinante che ci riporta agli studi di Leonid Batkin ( Leonardo da Vinci, Laterza) quando ipotizzava un programmatico “non finito” leonardesco, frutto di un processo creativo in cui l’ideazione era assai più importante della realizzazione dell’opera in una forma definita e ipostatizzata. Con lui un altro noto studioso, Martin Kemp (La  mente di Leonardo, Einaudi) ha messo in evidenza come, specie negli anni più maturi, Leonardo tratteggiasse l’essenziale, «il resto rimane sempre non finito e lasciato all’immaginazione». Ma c’è ancora un’altra scoperta che il restauratore ci invita a considerare: «Con tecniche avanzate – dice – siamo stati in grado di scoprire qualcosa di più sui pigmenti usati da Leonardo. Per esempio abbiamo individuato un pigmento rosso di lago; è descritto nelle fonti dell’epoca ma non siamo riusciti a trovare nulla di simile della National Gallery».

Qui torna in primo piano Leonardo sperimentatore di tecniche nuove, che per lui non erano solo ricerca di maggiore efficacia pittorica ma parte di una ricerca continua sugli strumenti messi a disposizione dalla natura, per chi la sa comprendere, fuori dal dogmatismo religioso. Con i «trombetti e i dommatici», si sa, Leonardo non andava molto d’accordo.

Leonardo, autoritratto

Per lui non c’era nulla nella sapienza libresca che potesse farlo rinunciare alla “sperienza” diretta. Sperimentazione diretta, studio della natura, ma come si evince anche dalla Vergine delle rocce, quando poi si trattava di dipingere un tratto di paesaggio non si trattava di farne una copia dal vero, ma di ricrearla con fantasia, secondo un’immagine di bellezza, tutta interiore.

INTANTO ALLA REGGIA DI VENARIA la mostra Leonardo, il genio, il mito

La Scuderia Grande della Reggia di Venaria ospita dallo scorso  17 novembre  al 29 gennaio 2012 la mostra Leonardo. Il genio, il mito, ponendo al centro del percorso il celebre Autoritratto di Leonardo, conservato nel caveau della Biblioteca Reale di Torino. Intorno all’opera,in cui Leonardo rappresenta se stesso come un elegante vecchio saggio  sono esposti il Codice sul volo degli uccelli ed una trentina di importanti disegni di Leonardo, provenienti da collezioni italiane ed europee, sul tema dell’anatomia umana e del volto, delle macchine, della natura nonché altri interessanti ritratti riferibili ad allievi per un confronto diretto ed inedito con lo stesso Autoritratto. La mostra è arricchita  da una curiosa e variegata selezione di opere di artisti  -da  Vasari e Sodoma a Duchamp, Warhol, Spoerri, Nitsch e tanti altr -i che raccontano come nei secoli si sia articolato il mito di Leonardo.

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Il mondo dell’arte nel 2010: ritorno alla ricerca

Posted by Simona Maggiorelli su luglio 15, 2010

Mentre Parigi e Londra puntano sulla cultura per battere la crisi, il Belpaese resta al palo. Nonostante l’apertura del MaXXI e alcune mostre di pregio. Ecco lo scenario che si prospetta per il nuovo anno

di Simona Maggiorelli

Kandinsky

Lasciati alle spalle gli anni zero dell’euforia dei mercati internazionali dell’arte e, specie per quanto riguarda l’Italia, gli anni di “mostrite” acuta (che nell’ultimo decennio ha prodotto una ridda di mostre già finite nel dimenticatoio) l’anno nuovo si apre all’insegna di esposizioni che tornano ad esplorare le avanguardie storiche e l’opera dei maestri che hanno segnato importanti svolte nei due secoli passati: da Goya a Van Gogh, da Gauguin a Kandinsky a Picasso. Ma il 2010 dell’arte, in molta parte d’Europa, si annuncia anche all’insegna di un concetto chiave come la valorizzazione dei beni culturali. Solo per fare un esempio basta dire che il presidente francese Sarkozy, anche per reagire alla crisi economica, nell’anno che si è appena aperto ha in programma di realizzare un grosso processo di riforma e di rilancio del Grand Palais e della Rmn (Réunion des musée nationaux) con l’obiettivo di “fare di Parigi una delle prime sedi di mostre a livello internazionale”. E mentre Londra, con un forte rilancio delle due sedi della Tate e con il ricco programma di esposizioni dedicate alle civiltà antiche della National gallery e del British punta a scippare a Berlino il primato di capitale dell’arte contemporanea e dell’archeologia, Barcellona e Amsterdam, investono su mostre scientifiche di studio e di approfondimento dell’opera di Picasso e Van Gogh.

E nel Belpaese?

Quanto a valorizzazione del patrimonio tutto procede, purtroppo, in ben altra direzione. Dopo un anno di fortissimi tagli al Fus alla tutela e alle soprintentendenze il responsabile della neonata direzione generale della valorizzazione dei beni culturali, il super manager ex Mc Donald’s Mario Resca ha appena varato una campagna pubblicitaria in cui il Colosseo appare smontato pezzo dopo pezzo mentre il David di Michelangelo, imbracato, si invola in cielo. Sotto scorre una minacciosa scritta: “se non lo visitate lo portiamo via”. Chi ha avuto modo di viaggiare durante queste festività ha visto senz’altro modo di notare questa geniale sortita del nostro ministero dei Beni culturali che circola on line nel circuito tv dei più importanti aeroporti nostrani. Ma tant’è. Continuando a sperare che gli italiani prima o poi si decidano a dare il ben servito a questa classe politica di centrodestra che, fra le altre pensate, ha concepito anche una Spa per la cartolarizzazione e la vendita di importanti pezzi del patrimonio nazionale, nell’anno che si apre gli amanti dell’arte antica e contemporanea avranno alcuni appuntamenti per rinfrancarsi, almeno un po’. Appuntamenti dovuti- è quasi pleonastico dirlo- alla tenacia di singoli studiosi non certo alle “ politiche” di questo governo.

Man Ray nudo di Meter Hoppenheim

Fra i vari eventi pensiamo in modo particolare dalla mostra ideata da Claudio Strinati per i quattrocento anni dalla morte di Caravaggio alle Scuderie del Quirinale a Roma, ma anche della duplice rassegna dedicata a Giotto e Assisi (marzo-settembre 2010) e al cantiere della Basilica e all’arte umbra tra il Duecento e il Trecento. Ma parliamo anche e soprattutto, della definitiva apertura del MaXXI, il museo del XXI secolo disegnato da Zaha Hadid, che dopo 11 anni di gestazione e 6 di costruzione aprirà a maggio con cinque mostre: da Spazio! dedicata alle collezioni permanenti di arte e architettura alla antologica dedicata a Gino De Dominicis curata da Bonito Oliva. Per il resto in Italia si produce poco e si importa molto. Seppur non di rado con profitto, come nel caso della grande mostra dedicata ai maestri dell’arte astratta che approderà al Guggenheim di Vercelli dal 20 febbraio sotto l’egida del curatore (nonché direttore del Macro di Roma) Luca Massimo Barbero. O anche come nel caso della mostra Utopia matters, che dal primo maggio, a cura di Vivien Greene, inaugura la nuova ala museale del museo Peggy Guggenheim di Venezia.Ma pensiamo anche alla mostra Goya e al mondo moderno che si aprirà il 5 marzo al palazzo Reale di Milano con la collaborazione di Skira. In questo quadro di collaborazione fra l’editore di origini svizzere e Palazzo Reale preceduta dalla rassegna Schiele e il suo tempo che si aprirà il 25 febbraio.

Su e giù per lo stivale

Mentre a Villa Manin a Passariano di Codroipo (Udine) prosegue con successo di pubblico fino al 7 marzo la mostra L’età di Courbet e Monet. La diffusione del realismo e dell’impressionismo nell’Europa centrale e orientale il prolifico e, comunque sia, bravissimo Marco Goldin con Linea d’ombra annuncia già la mostra Munch e lo spirito del Nord, in programma sempre a Villa Manin: 40 dipinti del pittore norvegese intercalati ad altri 80 dipinti che raccontano della pittura in Norvegia, Svezia, Finlandia e Danimarca nel secondo Ottocento.

dalla mostra aristocratic

E ancora a Parma, dal 16 gennaio Novecento arte fotografia moda design, una grande mostra che indaga il secolo passato inseguendone tutti i rivoli, grazie alle molte donazioni che gli artisti stessi hanno fatto al centro di documentazione creato da Arturo Carlo Quintavalle e Gloria Bianchino. In mostra opere di Schifano, Burri, Boetti, Fabro, Ceroli, Guttuso, Fontana, Sironi e molti altri.

Hong Kong tradional trandy

E ancora celebrando il Novecento, a Venaria reale e al museo del cinema di Torino la mostra 400 anni di Cinema: dal film paint alle lanterne magiche, in co-produzione con la Cinémathèque frainçaise di Parigi. Per quanto riguarda la fotografia, dal 29 gennaio al 5 febbraio 2010, in veste di evento off di ArteFiera 2010 di Bologna segnaliamo la proposta della rassegna Aristocratic The new experience. Una mostra che racconta un’esperienza caratterizzata da un forte desiderio di interagire con la realtà e che tuttavia porta a una trasformazione delle immagini in chiave assolutamente personale, anche attraverso la sperimentazione di nuove tecniche, strumenti e materiali.

Spagna. Dal genio di Picasso in poi

Al museo Picasso di Barcellona si indaga l’influenza cruciale che l’artista catalano Santiago Rusiñol esercitò sul giovane Picasso comparando l’opera dei due artisti dal punto di vista biografico e iconografico. Dal 15 ottobre al 16 gennaio 2011 poi il museo Picasso di Barcellona organizzerà una mostra che esplora i rapporti fra Picasso e Degas affidandola alla cura di una delle maggiori studiose dell’artista spagnolo Elizabeth Cowling dell’ University of Edinburgh. Un confronto basato sul fascino che Degas esercitò su Picasso e sul diverso uso che i due artisti fecero di pastelli pittura, scultura stampe e fotografia. Una mostra che punta a esplorare le risposte esplicite di Picasso a Degas ma anche i nessi concettuali più nascosti fra i due artisti. Al Prado,invece, nel 2010 approderà la mostra dedicata all’esplorazione della luce del romantico Turner,già passata per il Grand Palais e che mette a confronto i suggestivi paesaggi del pittore inglese con opere del XVI e XVII firmate da Brill, Carracci, Lorraine e Poussin. Intanto si lavora già a una importante mostra dedicata all’ultimo Raffaello e che sarà esposta al Prado e al Louvre nel 2012. Nell’anno che si apre ricchissimo è anche il programma del museo Guggenheim di Bilbao dove per dicembre è attesa una retrospettiva del pittore americano Robert Rauschenberg scomparso nel 2008.Ma anche e soprattutto una importante antologica dell’artista indiano Anish Kapoor,una delle personalità più sensibili e interessanti della scultura contemporanea. La mostra ricalca in parte quella organizzata dalla Royal Academy of Arts di Londra lo scorso anno e che ha avuto un notevolissimo successo di pubblico e di critica.

La grande Francia

L’anno francese si apre all’insegna di una grande rassegna dedicata alle icone sacre dei territori della Russia cristiana (dal 3 maggio al Louvre) con una mostra che scandaglia la tradizione che va dal IX al XVIII secolo.Al Centre Pompidou, da aprile a luglio Attraversando nazioni e generazioni Crossing nations and generations, Promises from the past con cinquanta artisti dall’Europa centrale e dell’Est , a più di vent’anni dalla caduta del Muro di Berlino cercando di individuare continuità e punti di rottura nel lavoro delle generazioni di artisti più giovani.

E ancora, per quanto riguarda l’archeologia, in primavera al Louvre, Meroë, impero sul Nilo. Di fatto si tratta della prima mostra dedicata esclusivamente alla capitale egizia, con più di duecento reperti che raccontano dell’influenza africana egizia e greco romana che si intrecciò in questa area di 200 chilomentri a nord dell’attuale Khartoum. La capitale reale Meroë è diventata famosa nei secoli per le piramidi dei re e delel regine che dominarono la regione tra il 270 a.C e 350 d.C. Un tema quello dell’esplorazione delle civiltà antiche che ritroviamo al centro anche della mostra Strade verso l’Arabia. Tesori archeologi dall’Arabia saudita. Una mostra che permette di conoscere più da vicino la storia artistica di questo paese che a causa del regime fondamentalista che lo governa rende difficile l’accesso agli occidentali.

Sua maestà la ricerca scientifica

Senza perdere troppo tempo con gli eventi da cassetta la National Gallery punta sulla ricerca scientifica ed il restauro. Così tra le mostre più interessanti proposte dai musei inglesi per il 2010 c’è a partire da fine giugno la rassegna dedicata alle recenti scoperte riguardo ad attribuzioni e nuovi studi su opere di grandi maestri conservate alla National Gallery. Un esempio abbastanza emblematico: nel 1845, il quadro dal titolo Uomo con teschio fu attribuito a Hans Holbein. Una recente analisi dell’opera con mezzi aggiornati e scientifici ha dimostrato che l’opera risale e a un periodo successivo alla morte dell’artista.

Esplorando un altro ambito poco sotto i riflettori come quello del disegnoo antico, dal 22 aprile, sempre alla National Gallery si apre una grande mostra dedicata al disegno rinascimentale italiano, da Verrocchio a Leonardo a Michelangelo e Raffaello. Per quanto riguarda le civiltà antiche e l’arte di altri continenti, dal 4 marzo, la National ospita una grande retrospettiva dedicata alla scultura africana nigeriana che conobbe una particolare fioritura tra il XII e il XV secolo. E poi con un salto di molti secoli ancora dando uno sguardo alla fitta programmazione della Tate si segnalano nel 2010 la mostra dedicata all’avanguardia europea di Theo van Doesburg (1883-1931) protagonista del movimento olandese di artisti, architetti e designers De Stijl. Ma anche e soprattutto la retrospettiva di Arshile Gorky (1904-1948) dal 10 febbraio, in un confronto serrato con la diversa ricerca di Rothko, Pollock e de Kooning. E ancora dal 30 settembre l’antologica dedicata a Gauguin con un centinaio di opere da collezioni pubbliche e private del mondo per uno sguardo nuovo su questo maestro della modernità.

dal quotidiano Terra del 2 gennaio 2010

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Un enigmatico Leonardo

Posted by Simona Maggiorelli su novembre 26, 2009

A Milano è in mostra il San Giovanni del Louvre. Con nuove ipotesi sulla sua genesi e storia

di Simona Maggiorelli

Leonardo, San Giovanni Battista Louvre

Lo sguardo magnetico che richiama quello della Sant’Anna nel celebre cartone di Londra. E il sorriso enigmatico che contrasta visibilmente con il gesto della mano, tradizionalmente utilizzato nella pittura sacra per indicare l’Altissimo. Ma che nella concezione umanistica di Leonardo potrebbe anche alludere a una nuova umanità futura.

Gli studiosi per secoli si sono rotti la testa per interpretare questa criptica rappresentazione che Leonardo fece del Battista. E lungamente incerta è rimasta anche la genesi di questa opera conservata al Louvre insieme alla Gioconda, alla Belle ferronnière e a una delle due versioni della Madonna delle rocce, dove un San Giovanni ancora bambino richiama il gesto di questo San Giovanni Battista che, invece, ha l’aria di un giovane Ganimede o di un Bacco pagano (per la pelle di pantera che ha addosso).

Dal 27 novembre al 27 dicembre, eccezionalmente, l’opera sarà esposta in Palazzo Marino a Milano. Le storiche dell’arte Valeria Merlini e Daniela Storti le hanno dedicato una mostra dal titolo Leonardo a Milano.Esposizione straordinaria del San Giovanni Battista di Leonardo da Vinci, che offe l’occasione per fare il punto sugli ultimi trent’anni di studi leonardeschi.

Ne emerge che il quadro probabilmente fu iniziato a Firenze, come ha sostenuto fin dal 1977 Jean Rudel, il quale, studiando le prime radiografie del quadro, rilevava: «L’effetto generale di monocromo scuro, reso più ampio dal fondo unito, rafforza l’impressione di un avvolgimento d’ombra, ancora accresciuto dall’invecchiamento delle vernici superficiali: ciò aumenta il senso di mistero, velando alcune indiscutibili imperfezioni, rese meno percepibili, a prima vista, da una superficie spesso riflettente». Uno strato di pittura retrostante, con effetti di morbido e avvolgente chiaroscuro, contribuiva, secondo l’autrice di Leonardo. La pittura (Giunti), a rendere chiara l’autografia dell’opera. Che lungo la sua tribolata storia, fra sparizioni e riapparizioni in collezioni private, più volte era stata messa in discussione. Così, mentre avanzava fin dalla fine degli anni Settanta l’ipotesi di un’anticipazione della datazione del dipinto ai primi anni del Cinquecento – come ricostruisce Pietro Marani nel saggio pubblicato nel catalogo Skira che accompagna la mostra milanese – Rudel aveva aperto la strada al lavoro fondamentale di Martin Kemp.

In Leonardo da Vinci e mirabili operazioni della natura e dell’uomo (Phaidon e ora Mondadori) lo studioso inglese ha suggerito un’ipotesi affascinante, ovvero che il vero tema del dipinto fosse la luce. Servendosi del chiaroscuro Leonardo cercava «di inserire il rilievo nella superficie dipinta» e al tempo stesso di dare movimento alla figura, con una rotazione dai «mutamenti, potenzialmente infiniti».

Oltre a distinguere i danni reali che maldestri tentativi di restauro nei secoli hanno causato al quadro (che si era andato progressivamente scurendo), Kemp ha avuto anche il merito di fissare definitivamente la datazione del dipinto attorno al 1510, cogliendo il nesso con le ricerche sulle velature atmosferiche che Leonardo fece proprio in quegli anni.

Riguardo alle rocambolesche vicissitudini del quadro – che dopo la morte dell’artista in Francia “sparì” per tornare alla ribalta solo nel 1630 – nuovi studi ipotizzano che la tela sia rimasta sempre a Firenze. Leonardo non l’avrebbe portata con sé a Milano come si pensava. E neanche nella residenza francese Clos Lucé a Cloux nella quale visse gli ultimi due anni della sua vita.

da Left-Avvenimenti del  27 novembre 2009

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Una questione di civiltà

Posted by Simona Maggiorelli su agosto 7, 2009

Torna in libreria l’originale ricerca del filosofo francese Jean Fallot sul pensiero e sull’arte dell’antico Egitto

di Simona Maggiorelli

142774318_8bdb8800fb«Non si possono in alcun modo usare le categorie logiche della Grecia per avvicinarsi alla comprensione dell’Egitto» scriveva Jean Fallot, nel libro Il pensiero dell’Egitto Antico, che ora Bollati Boringhieri recupera nel suo catalogo, dopo che l’edizione del 1992, caldeggiata da Sebastiano Timpanaro, era da lungo tempo esaurita. E ancora rifiutando l’idea di Nietzsche che la tragedia greca fosse nata dal culto di Dioniso e dei misteri di Eleusi aggiunge: «Non comprenderemmo l’Egitto invocando o sottovalutando le idee dell’identico e dell’altro, la contrapposizione fra natura e società, animale e uomo, ragione e irrazionale, scienza e mito, tutte distinzioni che i Greci concepirono…».

Di formazione marxista, studioso di Epicuro e di Nietzsche, ma anche lettore di Heidegger, il pensiero di Fallot, per quanto fuori dall’establishment risentiva del groviglio di contraddizioni feroci della filosofia francese del Novecento. Ma all’epoca di questo suo ultimo libro cercava una svolta; una via d’uscita dal logos astratto e dall’angoscia di morte dell’ esistenzialismo. E credette di  intravederla nella cultura e nell’arte egizia, un universo non ancora adeguatamente esplorato; un modo di pensare per immagini che non può essere sbrigativamente classificato come pre-filosofico. Così, dopo anni di viaggi nelle terre dei faraoni e di studi, come in un diario intimo, si mise a scriverne con linguaggio nuovo. «L’Egitto resta legato alla sensazione. Per lui – annotava- è importante sentire, non concepire». Ma nell’arte egizia, che prima «raggiunge la pienezza sculturea» come testimonia lo scriba accovacciato del Louvre (2575-2323 a.C.) e mille anni più tardi la stilizzazione della forma nei raffinati rilievi d Abydos, Faillot vede una logica diversa da quella tragica di Sofocle che inventa l’enigma della sfinge («in Egitto non si è mai parlato di enigma della Sfinge») e al tempo stesso differente da quella di Platone che taglia le ali alle immagini e procede per concetti astratti. «La ripetizione della stessa figura o di un medesimo geroglifico – scrive Fallot – rimanda all’evocazione di un senso». In quelle figure geomerizzanti, dice , non c’è piatto realismo. E l’animismo e il «sensismo egizio» che ispirarono l’atomismo di Democrito non fu rozzo materialismo. Lettura affascinate, la sua. Anche se guardando certe pitture egizie ieratiche e seriali, a noi resta ancora una domanda: fino a che punto si può parlare di immagini e non di figure razionali?

da left-avvenimenti del 7 agosto

Alla scoperta di civiltà scomparse

Se Salgari e Jules Verne e poi poeti e scrittori come Gozzano e Possoa hanno fatto nascere in noi una struggente nostalgia per un Oriente e un Oltreoceano, che neanche loro avevano mai visto, studiosi di civiltà antiche, di archeologia e arte, dagli scaffali delle librerie invitano numerosi – in questi mesi – a seguirli in viaggi di carta alla scoperta di luoghi, epoche e culture lontane e scomparse.Così riscoprendo la tradizione degli scrittori in poltrona dalla parte del lettore, ecco più di una occasione per farsi un tuffo nel tempo. In concomitanza delle due grandi mostre dedicate all’arte egizia, (di cui una in corso fino all’8 novembre al Castello del Buoncosiglio di Trento) Allemandi pubblica il volume Egitto. I tesori sommersi che documenta il recupero di oltre 500 reperti dal fondo del mare da parte dell’archeologo Frank Goddio e del suo team di archeologi subacquei.La scoperta risale al 1992 e ha prodotto da allora una mostra itinerante fra Berlino, Parigi, Bonn, Madrid e la torinese Reggia di Venaria, ma anche una ricca messe di studi che hanno permesso di catalogare sculture, steli, gioielli e monete riportati alla luce da Goddio come databili fra il 700 a.C. e l’800 a.C. e provenienti dalle città di Thonis, Canope e Alessandria. Una civiltà quella egizia che, diversamente da quelle occidentali coeve, ebbe anche regine in posti di potere e di prestigio, come ci racconta la vicenda di Cleopatra, ma anche quella meno nota di Nefertiti. In forma di romanzo storico Michelle Moran la ricostruisce ne La regina dell’eternità. Il romanzo di Nefertiti (Newton Compton) tratteggiando la forte personalità della giovane donna «che fu data in sposa a Amenofi IV nella speranza che potesse distoglierlo dall’ossessione religosa per il dio Aton». Proseguendo il viaggio, dalle terre dell’antico Egitto a quelle dell’antico Oriente, troviamo un’altra guida illustre: quella dello storico e archeologo Mario Liverani. Festeggiato di recente con un convegno di studi in suo onore all’Università La Sapienza di Roma, il professore ha appena mandato in libreria un denso volume dal titolo Antico Oriente (Laterza) in cui ripercorre il suo trentennale studio delle culture della Mesopotamia, con straordinari focus, per esempio, sul mondo di Ebla, dei Fenici, dei Sumeri, degli Assiri. Dal Vicino Oriente alla nostra penisola, lungo la fitta rete di traffici che hanno sempre animato il Mediterraneo, Electa pubblica un lavoro multidisciplinare sugli Etruschi. «Venivano dal mare e si dicevano Tirreni. Ma i Romani che riuscirono a soggiogarli e a dissipare la loro cultura li chiamavano Etruschi », raccontano Davide Locatelli e Fulvia Rossi. Un popolo ai nostri occhi ancora misterioso che in Etruschi (Electa) i due ricercatori invitano a studiare, attraverso i siti archeologici e delle necropoli scavate nell’Italia centrale.

Dal quotidiano Terra

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