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Il cuore nero di Freud

Posted by Simona Maggiorelli su maggio 15, 2012

In fuga per Londra, il padre della psicoanalisi evitò di portare con sé le sorelle. Che morirono in un lager. Lo ricostruisce in un libro lo scrittore macedone Goce Smilevski

di Simona Maggiorelli

Le sorelle di Freud

le sorelle di Freud

«Non c’è bisogno che tu ti preoccupi. le ambizioni di Hitler sono irrealizzabili» dice Sigmund Freud alla sorella Adolfine, nel romanzo La sorella di Freud (Guanda) di Goce Smilevski. Intanto, con l’aiuto di Mussolini, lui sta per fuggire a Londra. Quel fratello che da bambina le diceva «Non piangere» standole così vicino eppure essendo così lontano, cancellerà ogni sua possibilità di salvarsi dal lager dove morirà insieme alle sorelle Marie, Rosa e Pauline. Da questo episodio censurato dalle biografie freudiane è partito il giovane scrittore macedone (che ha studiato all’università di Praga e e di Budapest) per anni di ricerche. I risultati sono distillati in questo appassionato romanzo dedicato alla memoria cancellata di Adolfine. Un libro da cui emerge un’immagine di Freud, fin da giovanissimo «affascinato dallo spirito tedesco» e che «come Mosè voleva essere un profeta» e «condurre il genere umano alla liberazione dagli oscuri abissi dell’inconscio».

Il 13 maggio Smilevski ha presentato al Salone del libro di Torino per presentare La sorella di Freud.  In attesa dell’uscita del  suo caustico  Conversation with Spinoza, non ancora pubblicato in italiano gli abbiamo rivolto qualche domanda su come è nato questo suo romanzo che scava a fondo nella vita e nel pensiero del padre della psicoanalisi.

la fuga di Freud

la fuga di Freud

Come ha scoperto la tragica storia delle sorelle di Freud e perché ha deciso di dedicare loro un romanzo?

L’idea di scrivere questo libro mi è venuta quando ho scoperto che due fatti strettamente connessi della vita di Freud sono sempre stati trattati separatamente dai suoi biografi. Il primo è che lui poté stilare una lista di persone autorizzate a lasciare Vienna occupata dai nazisti. Il secondo fatto è che le quattro sorelle di Freud sono morte in un lager. Nessun biografo ha mai fatto il nesso. Nessuno ha scritto: sono morte perché lui non ha messo i loro nomi su quella lista. Hanno sempre ricordato che, prima di scappare a Londra, Freud lasciò loro dei soldi ( poi confiscati dai nazisti). Guardandosi dal sollevare domande sul perché non le portò con sé. Come invece fece, per esempio, con il suo medico personale e quello di famiglia, con i domestici, con la cognata e persino con il cane Jo Fi.

Perché i biografi di Freud hanno taciuto secondo lei?

Penso che la ragione fosse una: temevano di rovinare una certa immagine di Freud che avrebbe dovuto far presa su di noi.

Nel libro lei ci mostra Freud intento alla «pulizia rituale dei suoi oggetti antichi come ogni venerdì», mentre le richieste di aiuto di Adolfine cadono nel vuoto. Un padre della psicoanalisi così “freddo” e che si appoggiava al nazifascismo poteva curare la malattia mentale?

Non sono affatto certo che lui fosse in grado di curare i suoi pazienti. Basta leggere il caso di Dora, solo per citarne uno. Freud aveva intuito che l’inconscio fosse il terreno di ricerca, ma non seppe sviluppare e mettere in pratica quest’idea.

In linea con la Bibbia. Freud ha scritto che l’inconscio è originariamente malvagio, perverso. Diceva che l’Es è inconoscibile. Ma pretendeva di aver scoperto l’inconscio. Una feroce contraddizione?

Freud stesso era contraddittorio, non solo nei suoi scritti, ma anche come persona. Lui che andava a cercare i ricordi d’infanzia, per esempio, non provò mai a comprendere ed elaborare il rapporto con la propria madre. Parlava del complesso di Edipo, ma non ha mai spiegato come funzionava nel suo caso. Impose l’analisi nel training psicoanalitico ma lui è l’unico che non vi si è mai sottoposto. Fece solo quella che chiamò autoanalisi. Il risultato fu L’interpretazione dei sogni. Lì menziona sua madre un paio di volte. E in quel quel libro teorizzava il complesso di Edipo. Così mi è venuta la curiosità di studiare i documenti per cercare qualche dettaglio in più del suo rapporto con la madre e con le sorelle, che poi ho messo nel romanzo.

La moderna psichiatria, ma anche Il libro nero della psicoanalisi e i lavori di Masson hanno denunciato la “truffa sul lettino”. Ma in Paesi come la Francia Freud è ancora una specie di santo intoccabile. Perché?

Posso solo dire che per me Freud è stato un gran misogino sostenendo che l’identità delle donne si baserebbe sull’invidia del pene. Poi cercò di giustificarsi dicendo che le donne erano per lui un continente oscuro e sconosciuto. Ma mi colpisce anche il fatto che avesse sentimenti negativi così forti verso gli psicotici. Il continuo intreccio e scambio che c’è fra la sua opera e la sua vita fa riflettere. Inoltre se si leggono i suoi libri e le sue lettere con attenzione si vede quanto lui avesse paura del suo inconscio.

Nel romanzo, però, lei ha scelto di mettere al centro Adolfine, una donna.

La letteratura può gettare un po’ di luce sulla vita delle persone dimenticate. Isaiah Berlin notava che la storiografia si occupa di conquistatori, i governanti, di uomini di potere, ma si scorda delle persone “ordinarie” che, non di rado, danno molto di più allo sviluppo della storia umana. Freud divenne una di quelle persone che contano per gli storiografi quando era ancora nel pieno della vita. Conquistò (o almeno provò a farlo) l’inconscio umano. Con la sua solita megalomania diceva che aveva scoperto la terza ferita dell’umanità. Copernico aveva scoperto che la terra non è il centro dell’universo, Darwin che non siamo nati da dio ma veniamo dalle “scimmie”, e lui diceva di aver scoperto che noi siamo servi del nostro inconscio. Nel mio piccolo ho deciso di non mettere al centro del mio romanzo questa “importante” figura di Freud, facendone piuttosto un personaggio sullo sfondo. Come accennavo a me interessa questa idea che la nostra identità profonda di esseri umani è quella irrazionale e non quella cosciente. Così ho preferito come protagonista una donna, che ha vissuto nell’ombra. Che cosa sappiamo di lei? Che rimase nubile (era una sciagura per una donna dellOttocento). Che accudì i genitori fino alla loro morte. E che fu disprezzata da sua madre.Cos’altro? Alcune foto, qualche lettera a suo fratello e alcune lettere di Freud alla futura moglie Martha in cui dice di amare Adolfine più delle altre sorelle, perché lei è la più sensibile. E alcune righe del libro di Martin Freud su sua zia che ci lasciano l’impressione che la famiglia Freud non la considerasse molto. Questo è tutto. Per me è diventata un simbolo. E ho voluto darle voce.

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Baby Blues, ma è davvero depressione?

Posted by Simona Maggiorelli su luglio 8, 2010

Al S. Camillo di Roma una donna è stata sottoposta a un test per valutare se era a rischio di depressione post partum. In base a un progetto Rebecca che fa discutere

Si parla di depressione post partum, ma in molti casi si tratta piuttosto di psicosi puerperale, per cui la madre può arrivare  all’infanticidio.  Da una ricerca Eures 2009 sugli omicidi volontari risulta che a Italia siregistra  media di 25 infanticidi l’anno, negli ultimi dieci anni e nei primi mesi di vita, per mano delle loro madri. Trecento, poi, sono i neonati abbandonati, anche in condizioni di rischio. Ai padri si riserva, si fa per dire, l’omicidio delle mogli e dei figli più grandi.

La famiglia italiana, da tempo lancia segnali di crisi e una malattia come la depressione, a vari livelli di gravità, riguarda secondo recenti studi il 13,5 per cento della popolazione, mentre  cosiddetta depressione post partum sarebbe in aumento. E crisi gravi non riguardano solo le donn La rivista The Lancet, per esempio, già nel 2005 segnalava che un padre su diei accusa problemi psicologici alla nascita di un figlio.
A Roma lo scorso giugno il problema è stato al centro di un convegno a cui ha partecipato anche il ministro della Salute, Ferruccio Fazio.  Nei mesi scorsi, va ricordato, il presidente della Sigo ( la Società italiana di ginecologia e di ostetricia) con il suo presidente Giorgio Vittori ha sposato il progetto Rebecca ideato Antonio Picano, psichiatra, presidente di Strade Onlus, proponendo al ministro della Salute Tso extraospedaliero per le donne affette da depressione post partum e potenzialmente a rischio di infanticidio. Il progetto che fa e ha fatto discutere.

Nel frattempo, il progetto Rebecca è partito. Ma dopo tre mesi è stato sospeso all’ospedale San Camillo di Roma. Il motivo, una segnalazione all’Urp e alla direzione generale della azienda sanitaria, la Asl Roma D, da cui l’ideatore del progetto, Antonio Picano, dipende.
Una donnaha sollevato il caso. Ricoverata per un aborto spontaneo, aveva ricevuto e risposto al questionario del progetto Rebecca. Il giorno dopo, secondo la testimonianza raccolta dalla giornalista MonicaSoldano, in fila per le dimissioni, era stata avvicinata dal dottor Picano. Invitata a un colloquio in ambulatorio, era uscita con la ricetta degli antidepressivi. Le modalità non l’hanno convinta, tanto da mettere nero su bianco. Il direttore generale, Giuseppina Gabriele, dopo aver accertato i fatti, ha sospeso il progetto. Le motivazioni: l’assenza di un’autorizzazione sia della direzione della Asl, che della direzione del San Camillo; inoltre, il progetto Rebecca si sarebbe dovuto limitare a somministrare il questionario alle neomamme, in via preventiva e di ricerca, senza includere la prescrizione di farmaci.

Su questo tema, che fu oggetto nel 2005 di un controverso documento del Comitato nazionale di Bioetica, c’è ancora molto da studiare e discutere. Per capire di più Left-avvenimenti ha intervistato la psichiatra Annelore Homberg, docente dell’Università Chieti-Pescara

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Serve vera prevenzione

Posted by Simona Maggiorelli su luglio 8, 2010

Depressione post partum. Occorre più informazione. E possibilità di colloqui con terapeuti in strutture non ideologizzate. Il parere della  psichiatra Annelore Homberg

Dopo recenti fatti di cronaca, il presidente della Sigo Giorgio Vittori propone, con lo psichiatra cattolico Antonio Picano, un Tso per le donne a rischio di depressione post partum. Dott.sa Homberg, da psichiatra, cosa ne pensa?
In psichiatria non esiste un Tso perché la persona “potrebbe” ammalarsi. Si può essere ricoverati contro la propria volontà solo quando si sta già molto male. Lo psichiatra deve valutare la situazione psichica e se è compromessa, allora, secondo i termini di legge, può e deve proporre il Tso. Poi la persona dev’essere ricoverata in un Spdc. Non vedo la necessità di un’altra forma di Tso; certo, vedo la necessità che le strutture per il Tso siano civilissime e che garantiscano l’assenza di stress ambientale per la donna incinta. Il problema da affrontare è poi il post ricovero: che la donna venga seguita bene, ma questo non c’entra  col Tso extraospedaliero.
E il Tso dopo il parto?
Se una donna è depressa-suicida o se delira floridamente mi sembra più intelligente allontanarla da casa e dal bambino (aiutando i familiari a occuparsene) finché non sta meglio. Un bebé con una madre fuori di sé non si diverte certo e anche la madre si riempie di sensi di colpa. Più in generale, su questo progetto mi sorgono alcune domande. Se si vuole raggiungere il numero più alto di donne incinte, non sarebbe più sensato rivolgersi in primis ai ginecologi e ai consultori, e fare finalmente una corretta informazione in tv? Questo rivolgersi alle «donne in gravidanza ricoverate» siamo certi che poi non vada a ricadere sulle donne che chiedono di abortire, affliggendole con diagnosi di depressione e magari anche di altro? Sarò diffidente ma non riesco proprio a fidarmi di nulla che abbia l’appoggio del sottosegretario alla Salute Eugenia Roccella.
La donna di Passo Corese  che ha gettato la figlia dalla finestra era in terapia farmacologica. Quel giorno avrebbe dovuto recarsi a un controllo. Si è parlato di depressione. C’era di più?
Non conosco direttamente la signora ma le modalità – uccisione del bambino in modo cosiddetto incongruo e il fatto che la donna, se ho ben capito, dopo non ha tentato di togliersi la vita – in effetti fanno pensare ad altre diagnosi, di tipo delirante o prettamente schizofrenico.
Imporre test alle donne in gravidanza serve? In termini scientifici e di rapporto con le potenziali pazienti non è quanto meno improduttivo?
Non può e non deve esserci mai un obbligo a fare dei test, anche se larvato. Non esiste che un medico rincorra i pazienti perché non hanno compilato i test! Diventa un controllo assurdo. Se si vuol fare prevenzione – sempre sperando che il questionario sia valido e non una trappola – non sarebbe più pulito dare alle donne e ai familiari il questionario e i mezzi per valutare le risposte in luoghi appropriati? Poi potranno decidere se contattare chi può dar loro una mano, ovvero una struttura pubblica o comunque non ideologizzata. A parte il fatto che i questionari non contengono nulla che non potrebbe venire fuori da un colloquio (anche se ammetto che per la ricerca sono utili), vorrei ricordare che un questionario in gravidanza è una cosa e la reazione della donna e del padre quando nasce un bambino è un’altra. Tutto questo parlare di campanelli d’allarme ed elementi prognostici già durante la gravidanza ha i suoi motivi ma non deve distogliere l’attenzione dal fatto che a provocare le eventuali reazioni psichiche non è la gravidanza quanto la nascita di un nuovo essere umano. Con la situazione nuova e complessa che i neogenitori si trovano ad affrontare. A quel momento deve andare tutta la nostra attenzione. E se un intervento psichiatrico viene richiesto o è necessario, non sono certo i farmaci a risolvere ma la capacità dei terapeuti di comprendere e curare nel rapporto. Infine, una cosa banale ma importante. Se si vuole fare una prevenzione seria, non dimentichiamo il presupposto di tutto: una corretta e ampia informazione sugli anticoncezionali e la difesa della legge 194. Non si può cercare di imporre gravidanze non volute e, insieme, spacciarsi per amici che lottano contro la depressione delle donne.

da left-Avvenimenti, 9 luglio 2010

DOCUMENTI

ROMA, 20 gen 2006 – Uno scambio di battute dai toni particolarmente accesi ha animato oggi la conferenza stampa del Comitato Nazionale di Bioetica (CNB). Nodo del confronto-scontro che ha visto protagonisti il presidente del CNB, Francesco D’Agostino, e il ginecologo bolognese Carlo Flamigni, il documento, diffuso nei giorni scorsi dal CNB dal titolo ‘Aiuto alle donne in gravidanza e depressione post-partum’. Flamigni lamenta la decisione di trattare nel documento non solo la depressione post-partum ma anche la questione relativa ai consultori, una scelta di cui, precisa, ”non sono stato mai informato prima dell’inizio delle riunioni plenarie”.”Molta gente mi vorrebbe bruciare vivo – ha detto Flamigni, che denuncia una scarsissima considerazione delle opinioni della minoranza da parte del CNB, relegate a postille nei documenti approvati. ”Non scrivero’ piu’ postille – ha aggiunto Flamigni – perche’ sono solo un modo per cancellare le posizioni di minoranza”. D’Agostino ribatte: ”la discussione su questo tema va avanti dal 2002, ci sono state 15 sedute di gruppo a partire da quella data, Flamigni e’ sempre stato tenuto aggiornato sull’ordine del giorno. Trovo che un’ora e mezza di discussione,oggi, su questo problema sia veramente esagerata. Cosa dovremo fare in alternativa alle postille? Forse registrare solo i voti contrari?”. Non si fa attendere la replica di Flamigni: ”c’e’ una scelta peggiore – sbotta – quella del rogo per le minoranze”. ”Nessuno ha ipotizzato il rogo”, risponde D’Agostino. ”Non ad alta voce”, ribatte Flamigni. Non e’ la prima volta che le spaccature nel CNB vedono protagonisti i due membri, ma questa volta la polemica acquista toni piu’ accesi del solito, non a caso attorno al tema della 194. ”Non voglio arrivare a dire che la depressione post-partum sia diventato un pretesto per esprimersi sui consultori, gettando ombre sulla classe medica – dice Flamigni – ma di fatto e’ diventato un documento di critica da cui emerge anche una considerazione del mondo femminile come superficiale, disattento, amorale, che ha bisogno di essere preso per mano, portato a salvamento: un atteggiamento paternalistico, ma anche un ‘revival’ di antichi contrasti tra abortisti e ‘nascisti’. Ma i risultati parlano chiaro: gli aborti con la 194 sono diminuiti”. Inaccettabile, per Flamigni, ”che la prevenzione diventi un modo per fare avere bambini alle donne gravide che possono essere convinte a non abortire”, conclude il ginecologo che sottolinea infine come ”proprio questo tipo di intervento puo’ essere una grande origine di depressione post-partum”.

(ANSA).

20-GEN-06 17:42

ABORTO: SCONTRO FLAMIGNI-D’AGOSTINO (CNB) SU DOCUMENTO

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Riaprono le stanze di Tobino a Maggiano

Posted by Simona Maggiorelli su maggio 10, 2010

Mario Monicelli e Silvia  Ballestra inaugurano l’ex manicomio restaurato. E nel centenario dello scrittore escono inediti e studi
di Simona Maggiorelli

Mario Tobino

«La mia vita è qui, nel manicomio di Lucca. Qui si snodano i miei sentimenti. Qui sincero mi manifesto. Qui vedo albe, tramonti e il tempo scorre nella mia attenzione. Dentro una stanza del manicomio studio gli uomini e li amo… Qui, fino a questo momento sono ritornato…», annotava Mario Tobino ne Le libere donne di Magliano (Vallecchi, 1953). Venerdì 11 giugno, in una giornata di studi a Maggiano, a cui partecipano il regista Mario Monicelli e gli scrittori Ballestra e Maggiani, riapriranno proprio quelle “sue stanze” nell’ex manicomio dove visse per quarant’ anni.

Ma in questo 2010 in cui si festeggia il centenario della sua nascita si segnalano anche iniziative editoriali che aiutano a rileggere nella giusta luce il suo lavoro di medico e di letterato. A cominciare dalla presentazione, il 10 giugno al Vieusseux di Firenze, del volume Mario Tobino bibliografia testuale e critica (1910-1991) che raccoglie tutti i suoi scritti giornalistici per arrivare poi al recupero dei diari e alla pubblicazione di alcuni inediti in un’edizione allargata del Meridiano Mondadori. Ma presto lavoreranno a pieno ritmo anche il museo e il centro studi tobiniani.

«Un ampio progetto, insomma, per riportare l’attenzione su un autore che sfugge alle classificazioni, alle scuole e che, per esempio, con Il clandestino ci ha dato uno dei libri più intensi sulla Resistenza» dice Andrea Tagliasacchi della Fondazione Tobino. Ma sarà interessante anche ripercorrere il suo ruolo di testimone attento e critico di ciò che accadeva nei manicomi in Italia. «Sul piano scientifico, va detto, il suo contributo come psichiatra è stato praticamente nullo» avverte lo psichiatra e psicoterapeuta Andrea Piazzi, che con altri colleghi sta lavorando a una nuova storia della psichiatria, di cui alcuni contenuti sono già stati pubblicati sulla rivista scientifica Il sogno della farfalla. «Ma – aggiunge – Tobino è stato il rappresentante di una psichiatria ospedaliera che cercava di umanizzare il manicomio, senza cadere nei “sociologismi dei basagliani”, come li chiamava lui, e anti istituzionali. E ne ha pagato duramente le conseguenze: lo hanno attaccato in modo scandaloso».

Tobino criticò la cosiddetta legge Basaglia? «L’accusava di aver provocato dimissioni indiscriminate causando circa duemila morti fra i pazienti che erano stati fatti uscire senza le dovute attenzioni – ricostruisce Piazzi -. Il suo ruolo di scrittore fu importante nel testimoniare cosa accadde dopo il varo della 180. Ma già negli anni Cinquanta e Sessanta – aggiunge lo psichiatra – erano stati i suoi libri a denunciare ciò che succedeva negli ospedali psichiatrici. Tobino era fra quelli che volevano un cambiamento ma non una chiusura degli ospedali, perché tanti pazienti non avrebbero potuto avere una vita normale». Così come era contrario a una somministrazione di psicofarmaci in assenza di una “psicoterapia”. «Scrisse che la novità degli psicofarmaci non aveva portato i risultati sperati ma – ribadisce Piazzi – sul piano strettamente scientifico non apportò contributi significativi, limitandosi a gestire l’esistente. Certo, Tobino era stato partigiano, era un libertario, non aveva un atteggiamento sadico verso i pazienti, da “custodialista” e basta. Aveva interesse per loro. I reparti allora non erano però organizzati in base a diagnosi mediche ma sul comportamento dei pazienti (agitati, più calmi ecc). Da questo punto di vista, Tobino non cambiò niente. Anche perché lui preferiva leggere Dante…». Resta che, a differenza di Basaglia, non arrivò a dire che la malattia mentale non esiste. Anzi – conclude Piazzi – criticò aspramente il movimento antistituzionale che credeva che al malato bastasse uscire dal manicomio per tornare sano. In conclusione, credo che oggi sarebbe utile una lettura di Tobino libera da quell’acredine che i basagliani gli rivolsero contro. Per averne una visione più vera. Un pensiero stupido, comune, di esaltazione acritica di Basaglia, di fatto, ha oscurato il personaggio Tobino».

da left-avvenimenti del 4 giugno 2010

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Lo psichiatra bifronte

Posted by Simona Maggiorelli su febbraio 14, 2010

Abdicando alla sua formazione medica, Basaglia si fece “pensatore”. In un cortocircuito da Sartre a Heidegger

di Simona Maggiorelli

Franco Basaglia

Il direttore della clinica universitaria di Padova lo accusava di fare della filosofia. Invece di dedicarsi alla psichiatria, come suo dovere. Lo ricorda anche la fiction C’era una volta la città dei matti. E forse non è solo un aneddoto marginale. Di fatto per Franco Basaglia la filosofia non fu solo una passione passeggera ma un interesse che diventò addirittura preponderante rispetto alla sua formazione di medico. Negli anni giovanili e poi dalla metà degli anni Cinquanta a interessare l’autore de L’istituzione negata furono soprattutto la fenomenologia e l’esistenzialismo. In particolare quello di Sartre con cui strinse un sodalizio documentato negli Scritti (Einaudi). Dall’autore de L’essere e il nulla Basaglia mutuò un’idea di libertà come valore assoluto, incurante del fatto che liberare i matti dall’istituzione manicomiale non significava di per sé liberarli dalla malattia e dal dolore psichico. Questi elementi di fondo della prassi basagliana, come è noto, maturarono anche in rapporto con Foucault che nel 1961 pubblicò la sua Storia della follia.

In sintonia con la critica antistituzionale del pensatore francese (che non era medico) Basaglia attaccava il paradigma medico in quanto «paradigma di potere» e rifiutava «le etichette» di sanità e patologia «perché rinserrano vincoli e divieti di potere». D’accordo con la rivolta antiscientifica di Foucault e poi del ’68, riteneva che la diagnosi fosse uno stigma e non uno strumento medico e dinamico per individuare la cura. «Per questo ce l’aveva con chiunque facesse un discorso nosografico» ricordava Pier Aldo Rovatti nel 2008 in occasione di un convegno sui rapporti di Basaglia con la filosofia del Novecento. Sartre, Merleau Ponty, Husserl, ma anche Goffman per la critica sociologica all’istituzione psichiatrica contenuta in Asylum, e poi curiosamente Jaspers che parla di delirio come fatto di natura e della sua assoluta incomprensibilità.

Ma più ampiamente Heidegger a cui Basaglia era arrivato attraverso la lettura Binswanger. I riferimenti dello psichiatra veneziano erano piuttosto eterocliti, quando non apertamente contraddittori. Emblematico appare in questo senso Ansia e malafede (1964) in cui Basaglia parla della crisi della psichiatria e della sua «incapacità di affrontare l’enigma che sta alla sua base: la soggettività umana». «Per questo – scriveva – psicologia e psichiatria vanno alla ricerca del loro significato nella filosofia, la sola in grado di far comprendere alla radice l’uomo, il problema del senso e del non senso della sua esistenza, il suo modo di costruire il suo Dasein, la sua possibilità di essere autentico o meno, di scegliere o meno». Basaglia sposa qui e altrove il pericoloso gergo dell’autenticità di marca heideggeriana e nazista. E con il filosofo che accettò il rettorato offertogli da Hitler nel ’33 pronunciando un funesto discorso, Basaglia discetta di «condizione umana originaria di inautenticità e di angoscia». Per lui la psicosi sarebbe «un Dasein mancato» e la nevrosi il risultato di una «non scelta». Abdicando alla sua formazione psichiatrica, la malattia mentale diventa per lui una condizione esistenziale di tutti. Alla clinica e alla ricerca dell’eziopatogenesi della malattia mentale Basaglia ha sostituito l’idea cristiana e immutabile di peccato. Sordo alle riflessioni di alcuni psichiatri di ispirazione fenomenologica sui pericoli insiti nel trasporre tout court concetti filosofici in psichiatria, Basaglia ribadisce ancora una volta che psicologia e psichiatria «ritrovano il loro senso nella filosofia». «L’impiego di queste discipline per lui – scrivono Mario Colucci e Pierangelo Di Vittorio in Franco Basaglia (Bruno Mondadori) – non può essere ristretto alla definizione di una diagnosi e di una terapia, ma deve consentire un’analisi delle problematiche esistenziali dell’uomo». Con tutta evidenza non gli interessa un discorso di cura della pazzia. Basaglia «cerca un metodo filosofico per prendere posizione politica, non solo per un’indagine sull’uomo. Cerca una filosofia di supporto alla sua azione di rovesciamento pratico del manicomio».

FRANCO BASAGLIA: “Una cosa è considerare il problema una crisi, e una cosa è considerarlo una diagnosi, perché la diagnosi è un oggetto, la crisi è una soggettività’.” ed ancora: “La follia è una condizione umana. In noi la follia esiste ed è presente come lo è la ragione. Il problema è che la società, per dirsi civile, dovrebbe accettare tanto la ragione quanto la follia, invece incarica una scienza, la psichiatria, di tradurre la follia in malattia allo scopo di eliminarla. Il manicomio ha qui la sua ragion d’ essere”

da left-avvenimenti del 12 febbraio 2010

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Dagli scienziati, una lezione ai politici

Posted by Simona Maggiorelli su settembre 16, 2009

Scienziati , medici e psichiatri il 19 settembre all’Università Roma Tre presentano in un confronto pubblico le nuove acquisizioni
e scoperte. Utili a chi voglia fare buone leggi

di Simona Maggiorelli

il sogno della farfalla

il sogno della farfalla

Esistenza puramente biologica, vita delle piante e degli animali, vita umana. Realtà completamente diverse dal punto di vista scientifico. Ma in politica, sui media, perfino nei dibattiti culturali, la confusione è somma, a tutto vantaggio dei soliti cattolicissimi crociati per la vita. «Da ricercatori ci siamo accorti che anche fra le discipline che si occupano di questi ambiti c’è poca chiarezza e la ritroviamo poi nelle applicazioni – racconta la biologa Giulia Carpinelli che insieme al biologo Fabio Virgili e all’associazione Amore e psiche ha organizzato il convegno Dall’esistenza alla vita che si svolge il 19 settembre nell’aula magna di Lettere dell’università Roma Tre.

Fuori dai laboratori, invece, ciò che appare più evidente è la grande disinformazione che impera nei media italiani, per cui capita di leggere, su testate come Repubblica o Il Corriere articoli improbabili che discettano sull’attività onirica dei feti di pecora oppure di topi resi schizofrenici per sperimentare psicofarmaci. «La cosa che più colpisce – commenta Carpinelli – è che su questi argomenti ci possa metter bocca il profano e non lo scienziato. Nessuno oserebbe intromettersi in questioni di fisica. Invece su alcuni aspetti di biologia o medicina tutti sono pronti a dire la propria. Poi quando si parla di uomo diventa tutto ancora più complicato». Da dove origina questa situazione? «La scienza è sempre più frammentata – spiega la biologa – perché più specializzata, mancano collegamenti interdisciplinari. E capita che si parli molto dell’ultimo progetto annunciato come di grande importanza per l’uomo, anche se siamo ancora lontani dalla sua realizzazione. Mentre informazioni che possono dare un buon contributo alla comprensione di processi fisiologici e di patologie invece non ricevono adeguata attenzione». Così anche per cominciare a invertire questo processo scienziati e ricercatori di diverse discipline hanno deciso di uscire dai propri laboratori e si sono dati appuntamento all’università Roma Tre, il 19 settembre per un incontro pubblico in cui cominciare a riallacciare i fili di un dialogo interdisciplinare su ciò che caratterizza l’umano e rende la nostra specie assolutamente diversa dalle altre.

Un discorso di chiarezza scientifica che diventa quanto mai urgente in una temperie politico culturale come quella di oggi, intossicata dalle sempre più violente esternazioni del papa che lancia anatemi contro i farmacisti che vendono anticoncezionali pretendendo che il Parlamento italiano faccia leggi contro l’aborto, in difesa dell’embrione e via di questo passo. Anche per questo il convegno di Roma Tre, con il biofisico Pier Luigi Luisi ripercorrerà l’origine della vita sulla terra, a partire dalla materia inanimata (e non per creazione divina) e poi con l’antropologo molecolare Gianfranco Biondi, l’evoluzione dell’homo sapiens dagli ominidi. La neonatologa Gatti, il bioeticista Mori e lo psichiatra Masini, invece, affronteranno in termini specifici le caratteristiche che fanno l’unicità della specie umana. La novità del discorso proposto fa leva in particolare sulle nuove acquisizioni scientifiche riguardo alla trasformazione radicale che avviene alla nascita, quando – come scrive Maurizio Mori nel libro Il caso Eluana Englaro (Pendragon) «per ognuno di noi comincia il tempo biografico».

«I dati neurobiologici oggi ci permettono di distinguere nettamente lo stato fetale dallo stato neonatale e di chiarire i vari passaggi del cambiamento che scandisce la transizione dall’uno all’altro. La distinzione fra i due stati – spiega la neonatologa Maria Gabriella Gatti – non è mai stata storicamente delineata. Anzi tutt’oggi si cerca di annullarne il significato fondamentale per comprendere l’ontogenesi della vita umana». Sulle pagine di left-Avvenimenti  la neonatologa dell’università di Siena aveva spiegato in altre occasioni che riguardo allo stato fetale non si può parlare di vita umana ma soltanto di esistenza biologica, «perché nell’utero il feto ha solo un accrescimento di organi e di apparati, mentre la vita umana corrisponde all’inizio della vita psichica che avviene alla nascita. Detto in altre parole – aggiunge oggi la professoressa – il cambiamento biologico del feto sottostà alla trasformazione che avviene alla nascita che è legata alla comparsa della vita psichica». Allora ci aveva spiegato anche che il feto non può, per esempio, percepire della musica perché ha una struttura cerebrale immatura e fino alla nascita il suo sistema neurologico risulta deconnesso. Approfondendo quel discorso oggi aggiunge: «è deconnesso dal punto di vista dei neurotrasmettitori ma anche perché ci sono delle sostanze, dei neuromodulatori, che deprimono l’attività cerebrale. In estrema sintesi- conclude la Gatti – le ricerche mediche più nuove, specie quelle sullo sviluppo dei sistemi neurotrasmettitoriali, confermano che l’inizio dell’attività psichica è alla nascita e avvalorano l’idea che la stimolazione luminosa sia il fattore  importante nel modificare le proprietà funzionali, locali e sistemiche della realtà biologica del neonato. Ricerca neurobiologica e ricerca psichiatrica trovano qui un punto di convergenza».

E arriviamo così al nocciolo del discorso sull’umano che è specificamente psichiatrico. Il direttore della rivista di psicoterapia e psichiatria Il sogno della farfalla Andrea Masini nel convegno esplorerà con un metodo di indagine nuovo, il pensiero come caratteristica e funzione esclusivamente umana. «Il punto da cui sono partito è che il pensiero non cosciente è ciò che distingue la specie umana da quella animale, che non ce l’ha. Nella mia relazione cercherò di dire che cosa è il pensiero non cosciente e da che cosa possiamo dedurlo». In parole povere? «Fondamentalmente possiamo dedurlo dal bambino e dagli artisti – spiega lo psichiatra – Anche se ovviamente parliamo di due realtà diverse». Nella storia, anche quella più recente, la fantasia del bambino e la creatività dell’artista stentano a essere pienamente riconosciute. Illuministi e razionalisti vecchi e nuovi faticano a riconoscere la potenza del linguaggio non cosciente delle immagini. «Questo mi verrebbe da dire – commenta Masini – per colpa dei filosofi. Ma ancor più per colpa del pensiero religioso. C’è una antitesi inconciliabile fra questa realtà inconscia delle immagini di cui parliamo e il pensiero religioso. Perché la religione non può accettare che il pensiero abbia un’origine biologica e non abbia nulla di trascendente, di sovrannaturale. è stata la religione a negare la realtà di fantasia di immagini del bambino, dell’uomo, della donna e dell’artista». E questo si è tradotto in un deficit della cultura dominante. «Assolutamente sì, bisogna confrontarsi con il pensiero religioso, forti delle conoscenze scientifiche acquisite che ci dicono che la mente umana in nessun modo può essere materia di pertinenza religiosa. è realtà umana. E come tale va studiata, va capita». Farpassare questo messaggio nel dibattito pubblico implica che chi fa ricerca debba assumersi il compito anche di fare divulgazione, di parlare ai non addetti ai lavori, alla politica, come impegno civile. «Penso sia fondamentale in questo momento – sottolinea Masini -. Sia perché in politica ci sono in ballo questioni grosse che possono cambiare la vita delle persone, come la legge sul testamento biologico. Ma più in generale anche per un discorso culturale. L’incontro del 19 settembre è nato anche per incontrare  i politici. La mia speranza è che vengano e che siano disposti a dialogare perché credo che la scienza, in particolare questa ricerca scientifica, possa aggiungere qualcosa di molto nuovo al dibattito politico, dargli delle chiavi di lettura della realtà umana e per le decisioni che ne possono conseguire». Allora perché secondo lei la politica di sinistra, per definizione quella più progressista, si è dimostrata fin qui timorosa, esitante, nel far proprie le scoperte e le acquisizioni della ricerca scientifica? «Perché è tutta concentrata nell’andar d’accordo con il pensiero cattolico, che è sempre più feroce nelle sue espressioni», risponde Masini. La speranza è che prima o poi i politici di sinistra si sveglino rivendicando maggiore laicità delle istituzioni? «Questo è il grande scontro. La nostra ricerca può dare argomenti, sostenere culturalmente e scientificamente questa esigenza di laicità».

«Da parte degli studiosi e dei ricercatori oggi c’è bisogno di dare un’indicazione pubblica – aggiunge il presidente della Consulta di bioetica Maurizio Mori -. Le idee qualche volta hanno bisogno di legittimazione pubblica perché altrimenti non si radicano. Il nostro problema è assumere una dimensione pubblica. Oggi l’università è declinata come istituzione, la tv e la stampa fanno fatica, dovrebbero esserci dei partiti politici con questa funzione ma la situazione dei partiti di sinistra è ancora complicata. Nella società civile – conclude il bioeticista dell’università di Torino – c’è stata un’espansione delle esigenze di laicità su tutta una serie di tematiche. Non così dal punto di vista dei politici chiamati a fare le leggi. E questa è la condanna italiota».

da left-avvenimenti 18 settembre 2009

COSA CI RENDE ESSERI UMANI

Al Festival di Genova, neuroscienziati a confronto sulla domanda delle domande. In Italia,  psichiatria e neonatologia , su questo tema danno un contributo d’avanguardia di Federico Tulli

Guardando all’essere umano, alla sua nascita, al suo sviluppo e alla sua morte, è in pieno sviluppo un dibattito che affonda le sue radici nella filosofia greca e che oggi coinvolgendo le più disparate branche – alcune delle quali legate a filo doppio con la teoria evoluzionistica di Darwin – si sta facendo sempre più profondo e affascinante. Il confronto, s tutto raggio senza confini geografici, coinvolge neuroscienziati, antropologi, psichiatri, filosofi e storici della scienza e della medicina, e si pone l’obiettivo di dare una risposta coerente a quale sia lo specifico dell’uomo, vale a dire ciò che lo differenzia dalle altre specie.

Al centro dell’attenzione di tutti c’è il funzionamento del nostro cervello e, con esso, la nascita, lo sviluppo e la “morte” del pensiero, con la morte biologica dell’individuo. A questi temi, l’organizzatore di Genova Scienza, Vittorio Bo, ha deciso di dedicare tre importanti lectio magistralis tenute da alcuni tra i più noti neuroscienziati al mondo, Sebastian Seung, Stanislas Dehaene e Michael Gazzaniga. I loro interventi toccano temi affrontati da una ricerca molto vivace nel nostro Paese, che il settimanale left segue da sempre con attenzione.

Al fstival di Genova sabato 24 ottobre2009, nell’incontro dal titolo “La foresta del cervello: addomesticare la giungla della mente”, Seung, che è docente di Neuroscienza computazionale al Mit di Boston, racconta le ultime ricerche sulla natura “informatica” del cervello umano, che «come un computer – secondo Seung- appare in grado di variare automaticamente la propria configurazione durante lo sviluppo». Per osservare questa modificazione si ispira al principio secondo cui per capire il funzionamento di una macchina occorre farla a pezzi. Il cervello, però, ovviamente non può essere disassemblato. I neuroni si estendono in rami, avviluppati l’uno all’altro. Dividerli significherebbe distruggerli, così “curiosamente” i neuroscienziati si affannano a fare il cervello in “fettine” sottilissime, le fotografano e analizzano questi scatti  con software ricercati. Il risultato finale? Una mappa a tre dimensioni dei neuroni e delle sinapsi, così elaborata che in passato è stato possibile effettuarla soltanto per i cervelli dei più minuscoli invertebrati. Secondo l’esperto del Mit, ci staremmo comunque affacciando a un’epoca la cui rivoluzione tecnologica sarà tale da farci produrre mappe per cervelli sempre più grandi e, chissà, forse un giorno anche del nostro.

Sabato 31 ottobre, nella conferenza dal titolo “I neuroni della lettura”, il docente di Psicologia cognitiva sperimentale al Collège de France, Stanislas Dehaene, si occuperà del «funzionamento del nostro cervello nell’elaborazione concettuale ed emotiva attraverso la lettura».  Come fa un cervello da primate come il nostro a imparare a leggere? Che cos’è la dislessia? Ci sono metodi di insegnamento della lettura migliori di altri? Dehaene risponderà a queste domande nella lectio che prende il titolo dal suo ultimo libro in uscita per Raffaello Cortina Editore, mostrando come nel corso dell’evoluzione l’acquisizione della capacità di leggere sia stata lenta, parziale e non priva di difficoltà «come indicano i ripetuti scacchi cui vanno incontro i bambini». Anche  la lectio magistralisdi Gazzaniga del 25 ottobre prende il titolo dalla sua ultima fatica. Il neuroscienziato, tra i primi a teorizzare la separazione degli emisferi cerebrali, svilupperà i temi affrontati in Human. Quel che ci rende unici (Raffaello Cortina Editore). Con particolare attenzione alle dinamiche mentali umane, il direttore del Sage center for the study of the mind alla university of California, analizza ciò che rende unico il nostro cervello e lo differenzia da quello degli altri animali, quale importanza hanno nel definire la condizione umana il linguaggio e l’arte e quale sia la natura della coscienza umana.
Un punto che merita discutere è la tesi di Gazzaniga sull’abilità a imitare che sarebbe  propria dei neonati umani. Abilità che, secondo lo studioso, sarebbe «innata». Molti studi, spiega nel suo libro il direttore del Sage, hanno mostrato che i neonati da 42 a 72 minuti dopo la nascita sono in grado di imitare accuratamente le espressioni facciali. «Pensateci bene – sottolinea Gazzaniga -. Si può solo restare meravigliati di fronte a ciò che il cervello è in grado di fare a poco più di un’ora dalla nascita. Vede che c’è un volto con una lingua che fuoriesce, in qualche modo sa anche lui di avere un volto con una lingua sotto il suo controllo, decide che imiterà l’azione, trova la lingua nella lunga lista di parti del suo corpo a sua disposizione, fa una piccola prova, gli ordina di uscire fuori – ed ecco che esce fuori la lingua. Come fa a sapere che una lingua è una lingua e come fa a sapere come muoverla? Perché si preoccupa di fare una cosa del genere? Ovviamente non lo ha imparato a fare guardandosi allo specchio, né qualcuno glielo ha insegnato. L’abilità di imitare – ne deriva lo scienziato – dev’essere innata. L’imitazione è l’inizio dell’interazione sociale del neonato. I neonati imiteranno le azioni umane ma non quelle degli oggetti inanimati; capiscono che sono come le altre persone. Imitare gli altri è un potente meccanismo nell’apprendimento e nell’acquisizione della cultura. Di contro, l’imitazione “volontaria” del comportamento sembra rara nel regno animale».
Altro punto nodale della teoria di Gazzaniga è che questa imitazione è legata alla percezione visiva dell’“oggetto” e può anche non essere cosciente, nel senso che può avvenire in maniera inconsapevole. Inoltre, il cognitivista ricorda che all’università di Amsterdam sono stati condotti esperimenti che «hanno dimostrato che gli individui che sono stati mimati sono più pronti ad aiutare e più generosi, non solo verso coloro che li hanno mimati ma anche verso le altre persone presenti che non sono state mimate». Questa dinamica, scrive ancora Gazzaniga, «attraverso un rafforzamento del comportamento diretto al sociale, potrebbe avere un valore per l’adattamento, agendo come collante sociale che tiene insieme il gruppo e rafforza la sicurezza del numero. Tali conseguenze comportamentali offrono un suggestivo sostegno a una spiegazione evoluzionista della mimica».
Profondamente divergente da quella di Gazzaniga, in relazione alla capacità di rapporto interumano del neonato – e quindi a ciò che è specifico della nostra specie – è la teoria della nascita elaborata nel 1970 dallo psichiatra Massimo Fagioli con la pubblicazione di Istinto di morte e conoscenza.

Nel riferirsi alle ultime scoperte in campo neurobiologico, la neonatologa dell’università di Siena Maria Gabriella Gatti ha mostrato in diverse occasioni le evidenze che distinguono il feto dal neonato sottolineando l’importanza della trasformazione che avviene alla nascita dell’essere umano, confermando così la teoria di Fagioli. «Gli studi sullo sviluppo dei sistemi neurotrasmettitoriali – racconta a left la scienziata – confermano che nel feto tali sistemi sono finalizzati al trofismo e all’accrescimento del cervello mentre la connessione e l’attivazione delle varie aree cerebrali e quindi l’emergenza del pensiero avvengono con la nascita. Premesso ciò – prosegue la Gatti – quella del neonato non è mai imitazione ma è una ricreazione con fantasia del rapporto vissuto ed è legata alla sua realtà interna». Questa capacità di rielaborare non è razionale e cosciente come quella della specie animale. Che invece fa un apprendimento finalizzato alla sopravvivenza e alla prosecuzione della specie. «A partire dalla nascita e nel primo anno di vita – aggiunge la neonatologa – il neonato ha, sì, un rapporto con la madre legato alla sopravvivenza perché prole inerme, però questo rapporto non è cosciente ma inconscio, cioè fatto, soprattutto, di immagini e affetti».
Il bambino  non è una tavoletta di cera che si modella alla madre. «Quando il bambino si mette seduto non è perché vede gli altri sedersi. È vero, quel movimento del corpo fa parte di un timing di sviluppo innato, però tutto ciò che è “apprendimento”, tutto quello che è “cognitivo” è rielaborazione interna di un rapporto». E questo vale sia nel comportamento che nel linguaggio.
«Chiaramente – continua la dottoressa – parole come “pane” o “acqua” vengono appresi da un’altra persona, però l’uso che il bimbo ne fa ha un proprio connotato interno, una sua individualità. Può ripetere il suono ma non ripete il contenuto del suono». Questa impostazione teorica è fondamentale anche per comprendere come l’uomo può diventare artista e creativo. «Possiamo dire che l’artista è colui che riesce a rappresentare un’immagine che è inconscia, e quindi a ricreare la fantasia che si realizza alla nascita e si sviluppa nel primo anno di vita», conclude la neonatologa.

GenovaScienza, cinque strade verso il Futuro

Quali effetti eserciteranno le ultime scoperte e teorie scientifiche sulla nostra vita quotidiana? Riusciremo a riprendere contatto con un futuro che è sfida, sogno, libertà, fantasia e possibilità per il domani? Un futuro dove scienza, arte, letteratura e filosofia si lascino andare a contaminazioni che solo la collaborazione e l’impegno collettivo possono realizzare? A questi e molti altri interrogativi il gotha della ricerca internazionale è chiamato a rispondere nel corso della settima edizione del festival della Scienza, in programma da oggi al primo novembre prossimo a Genova. Con un programma di grande spessore culturale e scientifico allestito dal direttore della manifestazione Vittorio Bo, che ruota intorno al tema del “Futuro” e nel quale si intrecciano una lunga serie di eventi studiati per stimolare l’interesse del pubblico di qualsiasi età, livello di conoscenza, matrice sociale. Mostre, laboratori, exhibit fotografici, conferenze, tavole rotonde, workshop, spettacoli teatrali, performance musicali e proiezioni cinematografiche – suddivisi in cinque percorsi tematici: il Futuro della tecnologia; il Futuro della vita; il Futuro dell’universo; il Futuro della natura; il Futuro delle idee – costituiscono un corpus capace di superare la tradizionale contrapposizione tra cultura scientifica e umanistica, interpretando e raccontando la scienza con un approccio contemporaneo, grazie alla sperimentazione di format e linguaggi inediti (Info: http://www.festivalscienza.it). Grandi protagonisti sono senza dubbio Galileo e Darwin. Il primo “celebrato” sia dal nuovo libro di Enrico Bellone, Galilei e l’abisso (Codice edizioni), sia dal matematico Piergiorgio Odifreddi che commenterà Dialogo de Cecco di Ronchitti da Bruzene, attribuito al genio pisano, e letto per l’occasione dal premio Nobel Dario Fo. Il secondo, dal paleontologo Niles Eldredge nella sua lectio magistralis e in due conferenze spettacolo che vedranno protagonisti Elio di Elio e le Storie tese a fianco dello storico della scienza Emanuele Coco in un incontro dal titolo “Il Teatro dell’evoluzione”, e Luca Bizzarri e Patrizio Roversi che portano in scena “Darwin e Fitzroy, viaggiatori per caso”, testo ispirato al libro Questa creatura delle tenebre (Nutrimenti Editore) di H. Thompson per una lezione insolitamente divertente tra scienza e storia. Da segnalare poi Historie d’H, un’anticipazione del nuovo documentario sull’Hiv presentato in anteprima mondiale a Genova e accompagnato da una conferenza a cui partecipa il più importante studioso del virus, il premio Nobel 2008 per la Medicina Luc Montagnier, fortemente critico nei confronti delle ultime scoperte in questo campo. Nell’anno internazionale dell’Astronomia YA2009 non può infine mancare il contributo di National geographic channel a questo evento. Con un’anteprima del documentario in alta definizione “Mondi alieni”, uno straordinario viaggio nello spazio più profondo alla scoperta dei pianeti che si trovano fuori dal nostro sistema solare, e una rassegna di documentari su scienza e tecnologia. Un modo originale per capire i diversi aspetti della realtà in cui viviamo, i cambiamenti in atto e il futuro che si prospetta all’umanità. left 42/2009

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La lucida follia degli aguzzini

Posted by Simona Maggiorelli su maggio 21, 2004

da AVVENIMENTI 21.5.04

di Annelore Homberg*

Le immagini delle torture in Iraq costringono a prendere atto, per l’ennesima volta, di quello che l’essere umano può infliggere a un altro essere umano. Siamo costretti, almeno per un po’, a vedere ciò che sapevamo già. Vi è una ferocia lucidamente organizzata che viene attuata non solo da dittature del terzo mondo ma anche da paesi evoluti e industrializzati. Se è cosi, come abbiamo sentito nel dibattito di questi giorni, se queste atrocità non spariscono nemmeno nelle condizioni evolute delle democrazie parlamentari, allora il vero problema è la natura umana. Nell’uomo ci sarebbe una dimensione barbara e bestiale e questo nucleo non sarebbe eliminabile. Altri, più sofisticati, dicono che le persone non hanno un’identità propria, hanno un’identità solo se vengono riconosciute dal loro gruppo, quindi fanno di tutto, anche delle atrocità, pur di rimanere nel gruppo di appartenenza. Altri ancora hanno tirato fuori la vecchia storia del gruppo che toglie le inibizioni, così nella massa l’individuo si troverebbe a fare cose che da solo non farebbe mai. Come psichiatri riteniamo che nessuno si dovrebbe accontentare delle affermazioni che ho appena citato. Prima di tutto, non è affatto necessario ritenere che le atrocità commesse esprimano il male nascosto nell’essere umano o che siano la prova di avvenuta regressione all’animalità. Gli animali non torturano; è specifico dell’uomo che può diventare disumano. Va fatta una lunga ricerca sulle realtà interne che sostengono tale disumanità e troveremmo, con sopresa, che il motivo ultimo non è né l’odio né il sadismo né la paura dei superiori. Troveremmo una strana storia di persone lucide. L’uomo può arrivare a una realtà psichica alterata a tal punto che non riconosce più, interiormente, l’altro essere umano come tale. Per questo annullamento dell’altro come essere umano lo può poi trattare, razionalmente, come un oggetto, come mero mezzo per raggiungere altri obiettivi, come verme da schiacciare, come insetto da eliminare. *Psichiatra e psicoterapeuta

Cartoline da Bagdad

Come souvenir, le sevizie di guerra dei soldati «pacificatori»

di Simona Maggiorelli

Arrestati di notte e portati via così come si trovavano. Spesso, presi ancora nel sonno dai soldati della coalizione che usavano fare rastrellamenti nelle case private di Bagdad e nei villaggi per scovare nemici. I settemila stipati nel carcere di Abu Ghraib sarebbero tutti terroristi sospetti secondo le forze militari angloamericane. Da rinchiudere, torturare, ridurre in condizioni umilianti, sottoporre a sevizie. Qualche volta fino alla morte, come è accaduto al ventottenne Baha Mousa, ucciso di botte. Più spesso fiaccati da elettrodi a mani, piedi e genitali; spezzati dallo stillicidio di umiliazioni come l’essere incappucciati e ammassati, nudi, l’uno sull’altro, ridotti a masturbarsi con in testa mutande femminili, costretti a mimare scene di sesso orale fra uomini, sotto la luce dei flash e dei sorrisi fatui di soldatesse e soldati, certi dell’impunità.

Dal 70 al 90 per cento dei casi, si legge nel dossier della Croce Rossa internazionale, i prigionieri di Abu Ghraib e di altri carceri da campo sono persone arrestate per errore. Intanto le sevizie gratuite documentate da centinaia di foto e di cd rom, modello souvenir da riportare a casa insieme ai ritratti sotto la palma o con il cammello, cominciano a circolare, a far conoscere al mondo questa orrenda galleria degli orrori firmata dai «pacificatori», per usare l’espressione d iGianfranco Fini di Alleanza Nazionale. Una brutta faccenda che si fatica a comprendere, dal momento che si è dimostrata così diffusa, sistematica, comprovata, al di là della manciata di foto false che sono costate la poltrona al direttore della testata inglese The Mirror.

Un fenomeno che fa tornare alla mente tristi episodi di storia fascista. Le foto d’epoca in Eritrea, con i militari italiani che ostentavano come trofeo il cadavere evirato di un uomo o si facevano ritrarre accanto a donne con il seno scoperto. Ma dal cassetto delle cose più brutte della nostra memoria escono anche le “foto ricordo” delle sevizie compiute dagli italiani in Somalia e arrivando a l’altro ieri, la violenza sessuale usata come arma, in Kosovo, nel Congo, in Rwanda. E in tante altre guerre “dimenticate”.

Nella terza puntata della sua importnate inchiesta sul New Yorker, Seymour Hersh documenta come le sevizie, fin dal febbraio 2003, non fossero affatto il risultato della mente perversa di alcune cosiddette «mele marce», come la soldatessa Lynndie, pollice alzato e sorriso compiaciuto davanti alle sue malcapitate vittime accatastate in rappresentazioni fetish, costrette a strisciare, trascinate per ore con una cinghia al collo. Hersh ricostruisce che si trattava della messa in pratica di un preciso cliché (lo stesso generale americano Antonio Taguba, del resto, nel suo dossier parlava già delle sevizie come «systemic problems») secondo il protocollo «verde rame», di cui la prima regola era «prendi chi ti pare e fai quel che ti pare», in ottemperanza alla dottrina «della guerra senza limiti», varata dal ministro della Difesa americano Rumsfeld. «La stessa – scrive ancora Hersh – che è stata messa a punto e sperimentata in Afghanistan e a Guantanamo». Strumento principe: sevizie, stupri veri o mimati, abusi sessuali di ogni tipo, per calpestare la sfera più intima dell’altro, per entrare subito, con prepotenza, nella sua sfera più intima, nel suo mondo psichico, nella sua mentalità, nel suo modo di sentire.

«Per un arabo e un iracheno in particolare – commenta lo scrittore Youvnis Tawfik, dissidente del regime di Saddam e fondatore del centro di cultura araba di Torino – l’essere sottoposto a situazioni come quelle che abbiamo visto, denudato e oltraggiato, è un dramma. Peggio che essere fisicamente torturati. Peggio che rischiare di morire. Nella cultura islamica – spiega Tawfik -il corpo è specchio dell’anima, fa parte della propria intimità. Anche quando un uomo lavora può mostrare al massimo le braccia nude o il torace, non di più». Una cultura e una concezione del corpo, per certi versi chiusa e conservatrice, ammette lo scrittore iracheno, ma che, «diversamente che in Occidente sottintende un’integrità di corpo e mente», per cui « il nudo non è un fatto solo fisico». Aspetti che i soldati torturatori hanno sfruttato lucidamente. «Lo scopo delle sevizie – denuncia Tawfik – non era estorcere informazioni, ma rompere, calpestare la dignità degli iracheni. Spezzare l’orgoglio e la volontà del popolo iracheno». E aggiunge: «Anche per un laico come me che vivo all’estero, che sono entrato in contatto con tante culture diverse, è stato un dolore vivo vedere quelle immagini. In questo voler sbeffeggiare la virilità degli uomini iracheni, vi ho visto una rivalsa degli americani sulle proprie frustrazioni sessuali, utilizzate per affermare con violenza la propria superiorità.

Un messaggio chiaro diretto non solo agli iracheni, ma a tutti gli arabi». Che le sevizie siano un fatto lucido e studiato a tavolino lo sostiene anche Anteo Di Napoli di Medici contro le torture, un’associazione di internisti, ginecologi, psichiatri, nata in Italia come costola di Amnesty International (perché Amnesty per mandato non può fare attività clinica) e che si occupa del recupero delle vittime delle torture. «Per esperienza diretta – dice Di Napoli – posso dire che qualche forma di abuso sessuale viene sempre esercitata durante le torture, l’essere denudati abbassa immediatamente le difese, mette in una posizione più fragile, dà accesso all’intimo. E le torture sessuali, spesso, sono quelle che lasciano i segni psichici più forti, più difficili da scoprire». Medici contro le torture ha base a Roma e a fare ricorso alle loro cure sono soprattutto persone che vengono dalle regioni africane dei Grandi laghi e dall’Est. «Spesso si rivolgono a noi come medici di base, perché hanno dolori all’addome, mal di testa perenne perché non riescono a dormire. Denunciano sempre qualche sintomo fisico le donne, ma soprattutto gli uomini abusati non rivelano mai di aver subito torture violenze sessuali, lo scopri poi, se riesci ad agganciarli in un rapporto, rispondendo a queste loro prime richieste, perché la violenza sessuale viene spesso perpetrata in modo da distruggere interiormente l’altro, da procurargli un trauma perenne». Il quadro della diffusione di questo tipo di violenze è ancora oggi più che drammatico.

Basta leggere i recenti dossier fatti dalle organizzazioni non governative e da associazioni per i diritti umani. In Congo, racconta una ricerca sul campo di Medici senza frontiere pubblicata due mesi fa, «la violenza sessuale è un deliberato strumento di guerra, usato per destabilizzare e minacciare una parte della popolazione civile». Gli abusi e le violenze riguardano soprattutto le donne e, in particolare, le adolescenti. «Vengono scelte, dicono i medici dell’associazione – perché il danno e le umiliazioni subiti feriscono profondamente non solo loro, ma anche le loro famiglie e spesso l’intera comunità». E la pratica dello stupro spesso continua anche quando la guerra è finita. In Rwanda dalle 300mila alle 500mila donne sopravvissute al genocidio sono state stuprate. E la violenza carnale è diventa arma letale con la diffusione del contagio da Hiv, senza adeguate cure. In paesi come la Cecenia, il Pakistan e l’Afghanistan, dove lo stigma sociale dell’essere state stuprate è particolarmente pesante, le donne spesso vengono ripudiate e uccise. In Sudan, in Burundi e in Rwanda, riporta un dossier di Amnesty International diffuso lo scorso febbraio, le situazioni di violenza non conoscono tregua. In Rwanda, in particolare, dove il 60 per cento della popolazione vive sotto la soglia della povertà, anche la violenza domestica, non solo quella perpetrata dall’esercito, è andata aumentando. E l’essere violentate comporta per le donne la perdita di diritti civili e politici. «Spesso – raccontano i medici di Amnesty – sviluppano conflitti interiori al punto da avere sensi di colpa per essere sopravvissute allo stupro». Costrette ad aborti e a matrimoni forzati, molte volte sono spinte anche all’infanticidio. I fatti più drammatici riguardano la catena delle violenze che si riverbera poi sui figli, detti «enfants mauvais souvenir», oltraggiati in ogni modo. Il punto – ribadisce il dottor Anteo Di Napoli- è proprio questo. L’obiettivo del torturatore è distruggere la persona, in quanto persona e in quanto parte di un gruppo». E aggiunge: «Nella maggior parte dei casi, ci troviamo davanti a violenze praticate a freddo, in maniera lucida. Abbiamo assistito a casi di torturatori che ogni giorno alla stessa ora andavano a torturare una persona e poi magari tornavano a casa, a cena con i propri figli». Episodi sui quali, purtroppo, il nazismo ci ha lasciato ampia documentazione. Si può pensare che tutti i militari delle SS fossero pazzi o che lo siano tutti i giovani soldati anglo americani sul fronte? «Non ho elementi per dirlo – conclude Di Napoli – ma in nove anni di lavoro contro le torture, e leggendo la vasta letteratura sull’argomento, mi sono fatto l’idea che non si diventa facilmente torturatori. Una cosa è la situazione di guerra con tutti i suoi orrori, un’altra è la tortura che devi compiere sull’altro con cui hai un rapporto, che conosci, che dipende totalmente da te ed è inerme. Lì c’è un salto enorme».

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Alta tensione

Posted by Simona Maggiorelli su novembre 1, 2002

L’elettroschok Rosy Bindi nel 1997 lo aveva sdoganato. E c’é ancora chi lo pratica

“Avevo cominciato ad avere fobie e deliri dopo la morte di mio padre, quando avevo 13 anni”, racconta Michele, un trentenne ricercatore universitario che con generosità ci racconta la sua storia chiedendoci in cambio di mantenere un suo giusto anonimato. “Episodi in cui la malattia mi si presentava con violenza, ossessioni che non mi lasciavano vivere, intervallate da momenti in cui riuscivo comunque a studiare a tenere dei rapporti sociali. Dopo la scomparsa di mio padre ho sempre convissuto con mia madre in rapporto stretto, certo non sano, simbiotico, lei viveva per me, impedendomi qualunque separazione. Comunque riconosco, è stata lei a portarmi, già agli inizi della malattia, da medici e psichiatri, accorgendosi che qualche cosa non andava. Prima un medico di base, poi uno psicanalista freudiano che sbadigliava,perennemente assente. Tentativi di cura che non producevano risultati.

POICI FU CONSIGLIATA UNA CLINICA
Poi ci fu consigliato di consultare uno psichiatra rinomato, il professor Cassano della clinica universitaria di Pisa. Titoli e posizione facevano pensare a un luminare. Eravamo agli inizi degli anni ’90, in poco tempo fui ricoverato al Santa Chiara, mi ritrovai in un
ospedale dove le norme igieniche erano a dir poco approssimative- io che avevo continui deliri di dovermi lavare le mani, paura della sporcizia- e con gli infermieri aguzzini che minacciavano di continuo di chiudere i rubinetti perché consumavo troppo. Una camerata di letti dove ogni tanto piombava una combriccola di studenti e professori. Alzavano qualcuno dal letto, lo mostravano come una scimmia. Mi ricordo una volta, un paziente fu fatto alzare, l’incaricato cominciò a elencare davanti a una quindicina di persone: ‘sguardo spento, riflessi ritardati?’. Mi sentivo morire per quel poveraccio. A ore fisse ci buttavano fuori dalla stanza, arrivavano con certi teli da mettere sul letto del malato. Seppi poi che venivano per sedute di elettroshock, fatte direttamente in camera, senza neanche una sala apposita e attrezzata. Lo proposero anche a me, ma per fortuna, forse stavo meno male di altri, ebbi la forza di rifiutarlo. Dopo ho saputo che avevano già provato a convincere mia madre e i miei parenti mentendo, dicendo loro che non mi ero dichiarato del tutto contrario al trattamento. Ripeto, per fortuna ebbi la forza di dire no e i miei familiari comunque fecero muro intorno a me. Un giorno riuscii a tornare a casa, a uscire da quella struttura in cui ancora nel 1990 si usavano corregge per legare le mani, in cui c’era un padiglione separato da una grata di ferro, che non sono mai riuscito a vedere all’interno, ma da cui giorno e notte provenivano urla agghiaccianti. Da allora sono riuscito a ribellarmi alle undici pasticche di psicofarmaci che mi imponevano ogni giorno, le ho ridotte a due e ho cominciato una nuova ricerca, una psicoterapia di gruppo che in due anni, sto ancora lottando, mi ha ridato una speranza di vita, di rapporti veri. Ma non mi dimenticherò facilmente cosa ho visto in quel padiglione, non è facile cancellare il ricordo, mi ricordo un paziente che non facevano dormire da quindici giorni infilarsi una forchetta nel collo durante il pranzo al refettorio. Ora ho rabbia per la mia giovinezza non vissuta, per quello che mi sono lasciato prendere dalla malattia, per la passività ce ho avuto verso personaggi come il professor Cassano che, sono certo, mi ha rubato almeno dieci anni di vita” .

Un’altra storia, non facile. Anno 1998, sul quotidiano l’ Unità, dopo aver smesso di scrivere e disegnare Tiziano Scalvi, l’ideatore di
Dylan Dog scriveva: ” Dal 1990 la mia depressione ha toccato il fondo e ha cominciato a scavare. Lo psicoanalista mi ha parlato di una roba praticata da uno psichiatra famoso, vado da lui a Pisa e faccio una cura a base di litio e altre cose. Cominciano a parlarmi di elettroshock…. ‘Dottore i pensieri mi fanno troppo male me lo faccia’. Stavo in una clinica di lusso, ma il fatto è che ogni due o tre giorni insieme ad altri pazienti ci caricavano su un furgone e ci portavano in un ospedale statale laido come pochi, lì ci spalmavano le
tempie con qualcosa e prima di addormentarmi vedevo già che stavano facendo l’ elettroshock a quello nel letto accanto a me che saltava su di colpo…. Sono stato a Pisa 20 giorni, mi è costato 24 milioni. Ho fatto sette elettroshock. La mia memoria è andata e forse non tornerà più come prima. Sono sparite piccole e grandi cose….”.

ALLA RICERCA DELLO “PSICOCOCCO”
Due dure storie a confronto, una da paziente senza troppi soldi in tasca, finito all’ospedale Santa Chiara di Pisa e l’altra, parallela , più o meno nello stesso torno di tempo, di un ricco ospite di una clinica di lusso a San Rossore che poi veniva trasportato nell’ospedale pubblico per fare l’elettroshock a pagamento. Dietro queste diverse vicende uno stesso psichiatra, il professor Giovan Battista Cassano, luminare dell’ organicismo, di quella psichiatria molto diffusa soprattutto negli Stati Uniti, che sostiene l’origine organica della malattia mentale. La pazzia secondo questa scuola di pensiero che non distingue la malattia della mente dalla malattia del corpo, la cerebropatia rilevabile con strumenti come la tac da disturbi del pensiero e degli affetti, starebbe nel mal funzionamento dei neuroni e dell’organo cervello e avrebbe perlopiù cause genetiche. E questo nonostante nessuno sia mai riuscito fin qui a scoprire l’ esistenza di un qualche “ psicococco”, né tanto meno di un gene del suicidio, come quello cercato fino a qualche anno fa, con grande dispendio di mezzi, dall’ eminente professore pisano e dal suo staff medico. Resta comunque il fatto, che nonostante la discutibilità di metodi e ricerche, da vari anni ormai il professor Cassano, mercé anche abbondanti passaggi televisivi su reti private,
è stabilmente alla guida di uno dei più grossi centri in Italia di terapia elettroconvulsivante: il famigerato elettroshock, praticato massicciamente fino agli anni’60 e ’70, quando ancora la scienza psichiatrica doveva fare parecchi passi avanti. Una tecnica basata sull’impiego di scariche elettriche che determinano una sorta di effetto lobotomia sul paziente, una temporanea remissione di sintomi per stordimento.

REGIONI CONTRO
Contro l’uso dell’ elettroshock si è da poco pronunciata la Regione Toscana, prima in Italia a mettere al bando questa pratica almeno per determinate fasce di pazienti: i bambini e i ragazzi, gli anziani, le donne in gravidanza. <La nostra proposta è nata per tutelare i pazienti psichiatrici da abusi, prima di presentarla l’ abbiamo sottoposta alla comunità scientifica, al parere della commissione di
bioetica, delle associazioni di cittadini, una gran messe di psichiatri e operatori del settore- racconta Giovanni Barbagli, consigliere regionale di Rifondazione Comunista e estensore materiale della proposta di legge per la messa al bando regionale dell’elettroshock – Non è possibile accettare la pratica indiscriminata che il professor Cassano, unico in Toscana, fa ancora oggi dell’elettroshock”. Punti di forza della proposta che è stata approvataall’unanimità dal Consiglio regionale toscano il 22 ottobre scorso sono il consenso informato del paziente e l’obbligo di dare informazioni ai cittadinisugli effetti dell’elettroshock e sui possibili trattamenti alternativi. “Una Regione non può legiferare su questa materia”, obietta il professor Cassano, riprendendo un vecchio adagio ben conosciuto da chi nella Regine Marche e Piemonte aveva già tentato nei mesi scorsi di far passare una messa al bando totale dell’elettroshock. “Il nostro tentativo è stato arenato per ora dalla Corte costituzionale- spiega Marisa Suino, prima firmataria Ds della proposta
per il Piemonte, ma non ci arrendiamo, se due o più regioni italianeriusciranno a legiferare in materia, sarà difficile poterci ignorare. Da noi inPiemonte sono in pochi a praticare l’elettroshock, non c’è un personaggio potente come Cassano, ma quello che conta veramente è che non passi più un certo tipo di pensiero, che non si abdichi alla ricerca psichiatra e alla cura, con palliativi violenti e inefficaci”.

CASSANO SI DIFENDE
Interpellato proprio su questo punto, l’efficacia e gli eventuali rischi ,il professor Cassano da Barcellona ci racconta:
“Certo non si può lasciar fare l’ elettroshock di qui e di là. Deve essere fatto con anestesisti in un centro attrezzato come il nostro. Noi trattiamo centinaia di casi. Ci chiamano e vengono da ogni parte d’Italia per farlo. Sono pazienti che vengono a farlo ambulatorialmente. Sanno di essere migliorati da questo tipo di sedute”. Risultati duraturi e positivi su lungo periodo? “I pazienti, spesso poi ripartono, non è facile seguirne gli sviluppi a distanza”. Più di uno psichiatra sostiene che si tratti di una terapia solo sintomatica, se una persona ha tendenze suicide o altro, dopo il tramortimento momentaneo provocato dall’elettroshock poi torna come prima.”Sono convinto che si tratti di una terapia salvavita, fondamentale nel trattamento delle depressioni resistenti,
che non rispondono al trattamento con i farmaci. Non comporta nessun rischio,non è uno stress, non è una violenza al paziente” . Una lunga messe di studi, rintracciabile anche via internet, sostiene palesemente il contrario. Sono tantissime le fonti che parlano di guasti permanenti prodotti dalla scarica elettrica. Si parla di danni ai vasi sanguigni del cervello, di danneggiamenti irreversibili al tessuto cerebrale, di possibili emorragie rimanendo al solo piano fisico e poi di danni alla memoria, alla capacità di parlare e molto
altro ancora. <Non sappiamo come funziona l’elettroshock, sappiamo che produce certi effetti e basta”, ammette lo steso psichiatra Paolo Pancheri alla guida di una delle prime università di Roma. ” Non è un trattamento fuori norma, lo prova anche una circolare ministeriale del centrosinistra”, replica ancora Cassano, portando a testimonianza un’infelice circolare dell’allora ministro Rosy Bindi, che nel 1997 ripristinò la pratica dell’elettroshock, salvo poi fare rapido dietro font, sotto una scarica di proteste piombate da sinistra e da destra. Allora, perfino lo psichiatra e senatore di Forza Italia Meluzzi”sentenziava. <L’elettroshock è una terapia psuedo-salvifica, scorciatoia di comodo, angosciante e inutile risposta ai bisogni del malato cui si dà una
bastonata in testa per non entrare in sintonia con lui”.

da Avvenimenti, settimanale dell’Altritalia, 1 novembre 2002

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