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Archive for febbraio 2014

Sangue, religione e soldi. La logica bestiale delle mafie.

Posted by Simona Maggiorelli su febbraio 24, 2014

Claudia Cardinale, la ragazza con la valigia

Claudia Cardinale, la ragazza con la valigia

Intervista al prefetto #FrancoMusolino, autore del noir Operazione acqua di felce. Una storia d’amore e di forte denuncia  dell ‘ndrangheta. Scritta immaginando il punto di vista di una donna

di Simona Maggiorelli

Calabria alla fine degli anni Sessanta, A Villalba sull’Aspromonte, il figlio di un noto capo ‘ndranghetista viene ucciso. Il corpo viene ritrovato tra le felci in una radura, colpito alle spalle. E questo delitto che da subito si intuisce non essere stato compiuto dal clan rivale. Da qui prende le mosse il noir Operazione acqua di felce (Metamorfosi) di Franco Musolino, prefetto di Napoli, dopo aver diretto le prefetture di Crotone, Cosenza, Reggio Calabria e Genova. E l’uscita del suo romanzo diventa anche l’occasione per approfondire i temi brucianti che lo innervano.

In Operazione acqua di felce una donna spara, a freddo, uccide. Lo fa per la mancanza di rispetto subita. In una Italia in cui il delitto d’onore è sempre stato un delitto maschile. Un voluto ribaltamento?

Il delitto d’onore, o meglio “l’omicidio e la lesione personale a causa d’onore”, è stato certamente “pensato” al maschile; così come erano pensate al maschile anche altre norme: l’adulterio, previsto solo se commesso dalla moglie, e il concubinato, concepito possibile solo da parte del marito. Queste norme, vigenti all’epoca in cui si svolgono i fatti narrati, assoggettavano alla medesima conseguenza anche il “compagno o la compagna” del coniuge traditore (il correo dell’adultera / la concubina) o la persona che fosse in una “illegittima relazione con la moglie, figlia o sorella”. Era però, questa, una previsione secondaria e ben testimonia la disparità fra uomo e donna nella valutazione ordinamentale, e sociale. Proprio in quegli anni, però, il cinema cominciava già a mettere in discussione il ruolo sottomesso del genere femminile, anche con pellicole di tutto rispetto, come La ragazza con valigia (1961) e La ragazza con la pistola (1968) . Certo, non voglio dire che la protagonista abbia visto il film (oltretutto, a Villalba naturalmente non c’era il cinema), ma certe tensioni erano ormai evidenti già in quegli anni.

Il suo romanzo tratteggia in modo assai efficace una tendenza della società civile ad accettare come normale la violenza, la sopraffazione e la giustizia fai da te della ‘ndrangheta. Quanto c’è di finzione, quanto di realtà?

Non dimentichiamo che dai fatti narrati è trascorso più di mezzo secolo. Un approfondimento su quello che all’epoca poteva essere il comune sentire nei confronti della ‘ndrangheta ci porterebbe assai lontano. In sintesi possiamo dire che sì, in quegli anni era abbastanza “normale” convivere con le regole della criminalità organizzata, specie in piccoli paesi lontani dalle città. Perciò, pur essendo tutti frutti di fantasia, i fatti narrati sono verosimili e certamente si sarebbero potuti verificare davvero.

Racconta anche di una malavita organizzata in clan patriarcali, conservatori, religiosi, con propri codici interni. Tanto da far pensare che la storia si svolga in una società ancestrale che non ha conosciuto nessuna evoluzione, né alcuna crisi. Quale tipo di ideologia ha permesso a questo codice criminale di sopravvivere, di perpetuarsi e di infiltrarsi anche in alcune aree del nord?

Cinquant’anni fa, come dicevo, il contesto era quello, anche se occorre rimarcare che il concetto di religione cui si rifacevano i componenti dell’onorata società era del tutto improprio e radicalmente falsato dal loro agire. Crisi? Nessuna crisi, se non quella dei valori tradizionali che, via via, sono stati modificati. Evoluzione? È sotto gli occhi di tutti coloro che vogliano davvero usarli per osservare! Veda, in questi decenni si sono commessi alcuni errori formidabili, che hanno consentito alla ‘ndrangheta di collocarsi al vertice delle organizzazioni mafiose nazionali ed internazionali.

Per esempio?

Il primo, fondamentale, è stato ritenere che le mafie in generale riguardassero solo il meridione d’Italia e che fossero dei fenomeni gravi, sì, ma in definitiva legati ad aspetti quasi folcloristici di una parte arretrata del Paese dove accadeva ciò che accadeva per un malinteso senso dell’onore più che peraltro; il secondo, di sottovalutare drammaticamente la ‘ndrangheta a motivo della sua capacità di mimetizzarsi, di lavorare sotto traccia, di scivolare come acqua quieta tra i ciottoli, senza minarne la stabilità. Non è un caso che sino ad una decina di anni addietro -vado a memoria- essa non era neppure indicata nominativamente nel corpo delle leggi antimafia, dove veniva ricompresa nei termini di “altri fenomeni similari”.

La logica del clan funzionava e funziona ancora da collante?

La ‘ndrangheta ha certamente nel vincolo di consanguineità dei suoi adepti uno dei principali punti di forza, verosimilmente il più importante, ma credo che analogo livello di responsabilità nello sviluppo (più che nella sopravvivenza) di questo codice criminale vada ascritta proprio a questa sottovalutazione, e all’idea che vi possa quasi essere una ragione genetica alla base della ‘ndrangheta. Altro collante, insieme con la consanguineità dei suoi membri, era certo anche un malinteso senso dell’onore, oggi decisamente rimpiazzato dalla ricerca del profitto ogni costo, inseguito da tempo anche lontano dal meridione d’Italia, sin oltre i confini nazionali. Lo provano risultanze giudiziarie chiare. Eppure molti ancora, specie nelle aree settentrionali del Paese, continuano a guardare alla ‘ndrangheta come a qualcosa che non interessa direttamente, quasi che un’infezione al piede -se proprio solo al piede volessimo ritenerla limitata- possa lasciare indifferente il resto del corpo.

La modalità del noir negli ultimi anni è stata scelta da giornalisti per veicolare contenuti di inchiesta, un genere di giornalismo, purtroppo, in estinzione sui media. Oltre all’esigenza espressiva quale è stata la motivazione profonda che l’ha portata a scrivere a questo romanzo?

Quando ho cominciato a scrivere non avevo altro fine che fissare una storia con l’inchiostro. Se vogliamo ricercare una motivazione più profonda, potremmo forse indirizzarci verso l’ammirazione nei confronti dell’universo femminile, che, in positivo ed in negativo, ritengo generalmente più “colorato” del maschile, e nel quale si sviluppano sensibilità, intelligenze e passioni normalmente nell’uomo più appannate. A ben guardare -ma è una riflessione che faccio solo ora- l’unico protagonista maschile del romanzo è circondato da più personaggi femminili che non sono solo comparse.

Sono tanti anche i magistrati che si sono scoperti letterati (fra questi anche autori popolari come De Cataldo a Carofiglio) un caso? Vi si può leggere in filigrana una ricerca di un modo, più emotivamente coinvolgente, per comunicare con la società civile, con i cittadini?

Credo che chiunque scriva lo faccia per comunicare qualcosa e, certamente, si può comunicare solo ciò che ci appartiene. Non ho il piacere di conoscere gli scrittori che cita, ed ai quali non mi sento di accostarmi. Credo, però, che chi esercita responsabilità istituzionali, o le abbia a lungo esercitate, anche nello scrivere inconsapevolmente continui a dar voce alla passione civile che l’ha spinto verso quel tipo di impegno professionale. Certamente il contrasto alle mafie, e con esse anche alla ‘ndrangheta, non è lavoro che si possa dare in appalto solo a magistratura e forze di polizia. Occorre una forte impegno comune, di istituzioni e cittadini insieme: di tutti e di ciascuno.

da Globalist-Babylonpost

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Sotto la pelle delle immagini. Il nuovo cinema #documentario

Posted by Simona Maggiorelli su febbraio 20, 2014

dal film di Alina Marazzi

dal film di Alina Marazzi

Non solo Sacro Gra. I documentari stanno diventando sempre più creativi. Lo storico del cinema Marco Bertozzi tratteggia il nuovo panorama

«Negli ultimi dieci anni il cinema documentario ha compiuto una svolta. E non è più percepito come un prodotto cinematografico polveroso e ideologico, ma come un’opera artistica che esprime un punto di vista originale sul mondo», dice Marco Bertozzi, filmaker, storico del cinema e autore della Storia del documentario in Italia edita da Marsilio. Un cambiamento dovuto al lavoro di ricerca di nuovi registi ma anche al tam tam dei festival e di iniziative dal basso. «A far cambiare idea sul documentario hanno contribuito storiche rassegne come il Festival dei Popoli di Firenze ma anche, più di recente, lo spazio sempre più ampio che i festival internazionali del cinema di Torino, Roma e Venezia dedicano a questo genere». E per quanto qualcuno si sia scandalizzato per il Leone d’oro a Sacro Gra, perlopiù «il pubblico si rende conto che i documentari nascono da laboratori espressivi che riflettono sul realismo, sulla ammissibilità di certi realismi, sul confine fra riflessioni etiche ed estetiche».

Alberi di Michelangelo Frammartino

Alberi di Michelangelo Frammartino

Ma resta tuttavia un vistoso paradosso: benché molti autori italiani ricevano riconoscimenti anche all’estero, riuscire a trovare dei finanziamenti per questo tipo di cinema è difficile. Ed è quasi impossibile farne di che vivere. «La straordinaria fioritura artistica del cinema documentario è un vero miracolo all’italiana», commenta il docente dell’università Iuav di Venezia. «Si inserisce nella tradizione della bottega medievale e rinascimentale. Con la maestria di alcuni e con mezzi artigianali si riesce ancora a creare un’opera d’arte. Ma se da un lato c’è la cura, l’attenzione e la forte esigenza espressiva dei filmakers, dall’altro c’è la ristrettezza delle nostre realtà produttive». Nonostante le difficoltà materiali, però, la nuova produzione si distingue per un uso originale, imprevisto e talora perfino spiazzante del genere documentario, come Bertozzi ricostruisce nel suo recente saggio Recycled cinema (Marsilio).

«Oggi non c’è più solo un uso “informativo” del documentario», spiega Bertozzi. «In passato prevaleva la dimensione storico letteraria del cinema a base di documentario d’archivio. Al commento scritto di un esperto venivano associate immagini storiche che confermavano il suo discorso. Oggi invece si parla di “metraggio ritrovato” per dire di un lavoro che indaga l’ambiguità delle immagini, che cerca di svelare i processi di mistificazione che esse subiscono: pensiamo per esempio alla tragica importanza del cinema documentario nei regimi dittatoriali. Si lavora sempre più sulla polisemia delle immagini per dar loro nuova vita in termini mass-mediali, espressivi, artistici, politici». Un esempio di riciclo riuscito? «Quello compiuto da Alina Marazzi nel raccontare la storia di un ramo della sua famiglia, gli Hoepli. La regista usa le immagini felici di famiglia per raccontare invece il dramma del suicidio di sua madre in Un’ora sola ti vorrei (2002). Ma – aggiunge il professore – potremmo parlare anche di altri usi più plastici e scultorei di vecchi metraggi. Alcuni registi graffiano le immagini, le ri-musicano, altri sottraggono l’emulsione e la ricompongono. Eccezionale in questo senso è il lavoro di Yervant Gianikian e Angela Ricci Lucchi, che con la loro camera analitica rifotografano fotogramma per fotogramma spezzoni ritrovati di documentari sui reduci della prima guerra mondiale. Ingrandiscono, ricolorano, rallentano i fotogrammi per offrire ciò che quelle immagini in un primo momento sembravano celare. Questo procedimento indica anche un orizzonte di ecologia del visivo: in un momento come questo in cui ogni secondo vengono prodotte migliaia di immagini, riaprire i preziosi archivi del nostro Novecento per fare dei film assolutamente contemporanei è una bella sfida all’inflazione delle immagini, ma anche al mito dell’alta definizione e del tempo reale: Il Recycled cinema ci porta in un tempo meno reale, ma più riflettuto. è un cinema con qualche bolla, qualche rigatura, non tutto è liscio come nell’alta definizione ma sono immagini che in noi evocano memorie profonde». Potremmo dire che il cinema documentario si sta avvicinando alla videoarte? «In un certo senso sì, Cresce la dimensione artistica anche nelle opere di denuncia sociale e politica. E in questo settore ci allontaniamo dalla produzione tv molto gridata, che spettacolarizza perfino le tragedie. La maggiore auto consapevolezza del cinema documentario lo rende più etico e politico, ma anche artistico».

E se un tempo il documentario era un genere a parte ora registi di talento come, per esempio, Michelangelo Frammartino o come Daniele Vicari passano di continuo da un genere all’altro. «Per la generazione di registi come Antonioni, Maselli e Zurlini che erano cresciuti nel neorealismo il documentario era la palestra formativa per poi passare al “vero cinema”. Di solito realizzavano 8-10 documentari dalla durata di dieci minuti. Era il sistema produttivo che imponeva quella durata rigida perché i documentari venivano proiettati prima dei lungometraggi narrativi. Oggi fortunatamente questa divisione non c’è più e si assiste a continui scambi e passaggi. Sono convinto davvero- conclude Bertozzi – che il documentario ci possa offrire delle possibilità che il cinema narrativo del Novecento non ci ha dato, perché si proponeva come una sorta di romanzo ottocentesco tradotto in pellicola. Il documentario oggi non è semplice rappresentazione referenziale del mondo ma è come se ci portasse in una dimensione inconscia, verso una realtà più profonda. Non ha più quel narrante autoritario (più che autorevole) che descriveva il mondo come fosse fatto di assolute certezze. Oggi perfino la voce narrante è sempre più di scavo, di ricerca».

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Diieci anni di legge 40. La rivolta dei cittadini contro lo Stato etico

Posted by Simona Maggiorelli su febbraio 18, 2014

paradiso-legge40Antiscientifica e discriminatoria, la Legge 40 sulla fecondazione assistita è andata a processo 28 volte. I cittadini la contestano ricorrendo ai tribunali. Ma la politica è sorda

di Simona Maggiorelli

In dieci anni è finita alla sbarra ben 28 volte. Grazie al coraggio di cittadini che hanno deciso di ricorrere ai tribunali per far valere il proprio diritto di accesso a tecniche mediche e per difendere la propria libertà di scelta riguardo alla propria vita sessuale e affettiva. Il testo della legge italiana sulla fecondazione medicalmente assistita (Pma), così come fu firmato il 19 febbraio del 2004, contiene una serie di divieti discriminatori e si basa su assunti antiscientifici come l’equivalenza fra embrione, feto e bambino, ricorrendo a termini vaghi come «concepito». Da allora il lavoro instancabile di associazioni che riuniscono coppie infertili o portatrici di malattie genetiche, con l’aiuto di avvocati come Filomena Gallo, ha prodotto importanti risultati, riuscendo a far cancellare intere parti della norma come la crudele imposizione di trasferimento in utero di tutti e tre gli embrioni (anche se malati) prodotti con la Pma. Anno dopo anno, una lunga serie di sentenze e di pronunciamenti della Corte Costituzionale e uno in particolare della Corte europea di Strasburgo hanno definito la Legge 40 lesiva dei diritti delle donne, pericolosa per la loro salute e in contrasto con la Carta europea dei diritti dell’uomo. L’8 aprile prossimo, come è noto, la Consulta dovrà pronunciarsi di nuovo sulla norma, dopo che il tribunale di Roma ha sollevato un dubbio di legittimità costituzionale riguardo al divieto di accesso alla Pma per le coppie fertili portatrici di malattie genetiche. «Non si può prevedere come risponderà la Corte. Ma penso che ci siano buone possibilità che consideri discriminatorio il divieto di accesso alle tecniche da parte di coppie fertili che non riescono a portare a termine una gravidanza o sarebbero costrette a veder morire il proprio figlio nell’arco di pochi anni per malattie ad oggi incurabili», dice Filomena Gallo che, in qualità di segretario dell’Associazione Luca Coscioni per la libertà di ricerca, con il tesoriere Marco Cappato, ha scritto una lettera aperta ai giornali per avviare un pubblico dibattito su questo grande tema della Legge 40. Che, dopo la campagna di disinformazione pilotata dalla Conferenza episcopale italiana all’epoca del referendum del 2005, per lo più è caduto nel silenzio. «Si potrebbe così compensare quanto accaduto in questi anni in termini di conoscenza» scrivono Gallo e Cappato, riportando i dati del Centro di ascolto di informazione radio-televisiva. Da cui risulta, per esempio, che nel 2012 le trasmissioni tv che hanno toccato il tema della Pma sono state pari allo 0,001% del totale. Mentre nei Tg di due anni fa troviamo il tema, in media, una volta ogni 184 edizioni, per un totale di 1 ora e 25 minuti, pari allo 0,02% del totale delle notizie. E questo nonostante si tratti di una legge che ha importanti ripercussioni sulla scienza, dal momento che vieta di produrre embrioni per la ricerca, ma anche di usare a questo scopo quelli abbandonati. Ipocritamente permettendo ai ricercatori solo di lavorare su linee cellulari acquistate all’estero. Ma soprattutto parliamo di una legge antiscientifica che, come ha scritto la Corte di Strasburgo, confonde feto e bambino. Nonché basata su un pregiudizio razzista, dato che vieta l’eterologa come se la paternità o la maternità fossero solo un fatto biologico e genetico. E ancora: parliamo di una norma – non ci stancheremo mai di ripeterlo – che dà allo Stato la possibilità di intromettersi pesantemente nella vita privata delle persone, negando il loro pieno diritto di decidere se e quando avere figli. Di una norma che attacca l’identità femminile e il rapporto fra uomo e donna. E che mette a rischio la salute delle donne, vietando la diagnosi genetica preimpianto e costringendole poi a ricorrere all’aborto terapeutico se il feto è malato. «Non ci dobbiamo dimenticare in quale contesto politico fu varata la 40 del 2004 e come la difesero esponenti cattolici come Francesco Rutelli e Dorina Bianchi» commenta Filomena Gallo. E aggiunge: «Se si emanano divieti di quella portata significa che c’è un bene da tutelare. Ma nella norma non è identificato. Perché non viene chiarito cosa è il “concepito” e cosa è l’embrione. Con la Legge 40 hanno voluto introdurre dei reati che, a veder bene, corrispondono a precetti religiosi cattolici. E questo – sottolinea l’avvocato Gallo – è inammissibile in una democrazia». In Parlamento, va ricordato, il varo della Legge 40 fu possibile grazie a un accordo trasversale fra cattolici che sedevano nei banchi della destra come della sinistra. «Quando i Radicali nel 2005 proposero il quesito unico di abrogazione della norma per intero, riuscirono a coinvolgere anche la sinistra – dice il segretario dell’Associazione Coscioni -. L’allora segretario del Pd Fassino, in un primo momento, dichiarò che si poteva rivedere la Legge 40. E, dopo il disegno di legge firmato Amato, molti altri sono stati i Ddl per modificare la norma depositati in Parlamento, ma non sono mai stati calendarizzati per la discussione». Nonostante analisi puntuali come l’annuale Rapporto sulla secolarizzazione della società italiana stilato da Critica liberale con Cgil nuovi diritti documentino la costante crescita dello iato fra i comportamenti imposti dai dogmi cattolici e la vita reale degli italiani. La nuova edizione della ricerca, presentata nei giorni scorsi da Enzo Marzo, mostra chiaramente come sia cambiato anche il modo di vivere la genitorialità, affrontata come «una scelta sempre più consapevole», con un crescente ricorso alle misure anticoncezionali. La percentuale delle donne che prendono la pillola, per esempio, è passata dal 10,3% nel 1992 al 18,9% nel 2004. Attraverso centri per la difesa della vita e con attivisti nei consultori, la Chiesa «tenta di porre un freno a tutti questi cambiamenti, soprattutto riguardo alle scelte in materia di procreazione», si legge nel Rapporto. Interessanti sono anche i dati che riguardano l’aborto. E le differenze che emergono fra nord a sud. Se per esempio il tasso di abortività è del 9,5 % in Piemonte e del 9,1 in Toscana è solo il 6,5 in Sicilia. Questo perché in Sicilia il tasso di medici obiettori è dell’81 % contro il 66 % di Piemonte e Toscana. Altrettanto grandi sono le differenze nell’uso delle pillola Ru 486 per indurre l’aborto, usata nel 13 per cento degli aborti in Piemonte, nel 9 % in Toscana e solo pari al 6,5 % in Sicilia, come rileva Silvia Sansonetti ricercatrice della Fondazione Giacomo Brodolini. Per quanto riguarda le scelte etiche, infine, i matrimoni civili sono stati il 56 per cento nel 2011 in Toscana il 48,9 in Piemonte e solo il 24 % in Sicilia. Ma se la società italiana è sempre più secolarizzata e gli stessi cattolici (come risulta da una recente ricerca Univision), si dicono, per esempio, a favore della fecondazione assistita, la classe politica italiana resta perlopiù sorda.«Destra e sinistra hanno pari responsabilità nel voler mantenere questa legge – ribadisce Filomena Gallo -. Ma i cittadini , ricorrendo ai tribunali, hanno dimostrato che esistono norme che, insieme alla Costituzione, tutelano i diritti. E singoli cittadini hanno cercato di affermarli in ogni sede. Ciò che appare evidente ora – conclude Gallo – è il distacco della società civile dalla politica legata alle convenienze di potere»

 dal settimanale Left-avvenimenti

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Giacometti versus Bernini

Posted by Simona Maggiorelli su febbraio 15, 2014

Giacometti, homme-qui-chavire

Giacometti, homme-qui-chavire

Nelle sale della Galleria Borghese a Roma  va in scena un inedito confronto fra l’opera dello scultore svizzero Alberto Giacometti e la statuaria classica e barocca

di Simona Maggiorelli

Come accadde qualche anno fa con la mostra Caravaggio e Bacon alla Galleria Borghese, il confronto fra autori appartenenti ad epoche e culture diverse e lontanissime fra loro suscita sempre il sospetto di una ricerca di sensazionalismo, che si rivela poi senza sostanza e costrutto.

E un certo stridore, a tutta prima, si leva anche dall’ardito accostamento fra uno scultore esistenzialista come Alberto Giacometti (1901-1966), esponente di punta del surrealismo tra il 1926 e il 1935, e un campione dell’arte barocca come Gian Lorenzo Bernini (1598-1680), maestro di un realismo immaginifico e levigato alla corte romana del cardinal Scipione Borghese con capolavori come il gruppo Apollo e Dafne.

Possono due autori essere più distanti fra loro, non solo per contesti storici e culturali ma anche per poetica? Domanda pleonastica. Ma che con nostra sorpresa, ci appare già pallida e sfuocata, attraversando le prime sale della mostra Giacometti, la scultura ( aperta fino al 25 maggio 2014, catalogo Skira). In primis per l’elegante selezione di una quarantina di bronzi, marmi, gessi e disegni dello scultore svizzero operata dal curatore Christian Klemm, insieme alla direttrice della Galleria Borghese, Anna Coliva.

Ridotta a un paio di pezzi, fra i quali Femme égorgée (una mostruosa e “raffinata” figura di donna insetto-mutilata, che ricorda una mantide religiosa) l’esemplificazione di quella cifra di bizzarria capziosa e inquietante che Giacometti sviluppò nel periodo di stretto sodalizio con André Breton, Michel Leiris e altri surrealisti, sono state privilegiate qui alcune delle sue più vibranti figure filiformi, esili e beckettiane, che caratterizzano la fase più matura dell’indagine giacomettiana sulla condizione umana, che per lui aveva sempre un fondo tragico. E accanto a possenti sculture della statuaria antica appartenenti alla collezione della Galleria Borghese s’insinuano frammenti di sculture, braccia e mani, che per metonimia evocano una tormentata e inquieta dimensione esistenziale, lontana anni luce dall’ideale di un’aurea e pacificata classicità. Più in là l’equilibrio instabile de L’homme qui chavire (1950) fa da controcanto alla torsione eroica del David che Bernini, diversamente da Michelangelo e da Donatello rappresenta in azione, all’acme della lotta. Ma ecco anche l’Homme qui marche (1960), con la sua falcata leggera e che idealmente ricrea l’omonima scultura di Rodin, criticandone il trionfante e muscolare vitalismo.

E passando dalla sinteticità dinamica della Femme couchée qui rêve (1929) alle suggestioni dell’arte cicladica evocate da sculture quasi piatte, a visione frontale in marmo bianco come Tête qui regarde (1929) con buchi e impronte ovali che animano leggermente la superficie, è come se Alberto Giacometti ci invitasse in queste sale ricche di testimonianze del passato, a passare in rassegna e a rivedere secoli e secoli di scultura. Risvegliando la nostra curiosità per la statuaria egizia e africana con la sua selva di statue essenziali e arcaizzanti. E poi facendoci vedere come l’agonismo muscolare e l’eroismo celebrativo dei monumenti ottocenteschi suoni ormai retorico e tronfio. Varcata la soglia del Novecento è come se quella lunga e robusta tradizione fosse diventata impraticabile. I dinoccolati viandanti di Giacometti, corrose ombre della sera che si stagliano contro le sontuose pareti della Galleria Borghese, ce lo rendono, se possibile, ancor più evidente.

dal settimanale left-Avvenimenti

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Siviero lo 007 dell’arte che recuperò le opere trafugate dai nazisti

Posted by Simona Maggiorelli su febbraio 9, 2014

Mostra di arte degenerata sotto il nazismo

Mostra di arte degenerata sotto il nazismo

Guerra e dittature da sempre, sono nemiche giurate dell’arte e dell’immaginazione. Anche se eroicamente pittori, scultori e scrittori, hanno sempre cercato di opporsi alla barbarie e al disumano. Ogni regime improntato alle armi e alla violenza, nei secoli, ha sempre cercato di controllare l’irrazionale, stigmatizzandolo come pericoloso e demonizzandolo.

Per Hitler, artista fallito che da giovane aveva tentato la strada della pittura, l’arte d’avanguardia era «degenerata» e per questo doveva essere messa al bando. Così nel suo delirante tentativo di affermare la superiorità dello spirito ariano e dei suoi simboli, la pittura espressionista, ma anche il jazz e altre forme espressive innovative che erano emerse negli anni Dieci e Venti in Francia e in Germania dovevano essere censurate e cancellate dalla storia.

Nel suo limpido ed essenziale saggio L’arte in guerra appena uscito nella collana sms di Skira, Sergio Romano ricostruisce la strategia nazista, volta ad annientare la fantasia di artisti non allineati e definiti “parassiti”, ma anche (con l’aiuto di Goebbels) a razziare opere «di interesse germanico», da «rimpatriare». Un piano che Hitler non mancò di attuare anche in Italia. Mentre le SS sterminavano, depredavano e distruggevano opere di valore inestimabile come, ad esempio, gli affreschi di Andrea Mantegna nella cappella Ovetari a Padova di cui restano solo pochi lacerti insieme ad alcune foto in bianco e nero scattate prima di quel tragico11 marzo 1944.

Sergio Romano

Sergio Romano

In questo triste scenario spiccano alcune figure straordinarie di storici dell’arte e partigiani come Giulio Carlo Argan, che insieme a Palma Bucarelli a Roma, riuscì a mettere in salvo un nucleo importante di opere antiche portandole, a rischio della propria vita, in angoli nascosti di Castel Sant’Angelo. Durante e dopo la guerra – ricostruisce Romano – lavorò intensamente al recupero di capolavori italiani anche un’insolita figura di agente segreto come Rodolfo Siviero, una sorta di colto 007 dell’arte al quale – val la pena di ricordare qui – Francesca Bottari ha dedicato una bella monografia pubblicata nel 2013 da Castelvecchi a cui si aggiunge ora una monografia Skira firmata da Luca Scarlini.

Siviero svolse un importante  lavoro di recupero che, in maniera scientifica e sistematica, oggi è portato avanti dal Nucleo speciale dei carabinieri, impegnato in una lotta quotidiana e impari con tombaroli e mercanti senza scrupoli che continuano a fare soldi a spese del patrimonio archeologico italiano, purtroppo ancora non adeguatamente censito e non sufficientemente tutelato. Tristemente emblematica, da questo punto di vista, è stata la storia di musei di rango internazionale come l’americano Getty che per lunghi anni ha acquistato, in primis tramite un faccendiere di nome Medici, importanti pezzi trafugati in Italia e “ripuliti” dalle vendite all’asta. Una brutta storia venuta alla luce qualche anno fa e che ha coinvolto, oltre al Getty, musei come il Metropolitan di New York e il Fine arts di Boston. La vicenda è stata ricostruita nel 2006 da Cecilia Todeschini nel libro The Medici Conspiracy. Ma è stata ripercorsa poi da Fabio Isman nel libro I predatori dell’arte perduta, il saccheggio dell’archeologia in Italia, pubblicato da Skira nel 2009, un volume che ora forma un ideale dittico con il saggio dell’ex ambasciatore Sergio Romano. (Simona Maggiorelli)

dal settimanale left- avvenimenti

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#Aborto. A rischio i diritti delle donne, bersaglio dei #no-choice

Posted by Simona Maggiorelli su febbraio 1, 2014

spagna_nIl primo febbraio una grande manifestazione internazionale contro il dietro front del governo spagnolo sui diritti delle donne riguardo all’aborto. Alle 15 sit-in davanti all’Ambasciata spagnola a Roma.

E in Italia cosa sta accadendo? La riscossa dei No-choice riparte da Firenze. Confidando nel sindaco. Mentre  non si sono ancora spente le polemiche per il voto dei sei europarlamentari Pd che nel dicembre scorso hanno affossato la risoluzione Estrela che chiedeva aborto sicuro in tutti Paesi dell’Unione Europea. E il movimento religioso l’embrione è “uno di noi” raccoglie 1.700.000 firme per cancellare in Europa  la ricerca scientifica che utilizza embrioni.

di Simona Maggiorelli

«No all’aborto», «Fermiamo la soppressione legalizzata dei concepiti». Con questi slogan il 4 gennaio si sono presentati davanti all’ospedale di Careggi alcuni attivisti di gruppi cattolici, che in tutta Italia organizzano maratone di preghiera per sostenere una proposta di legge di tutela degli embrioni.

Era un numero sparuto di pro life quello che ha manifestato a Firenze per chiedere l’abrogazione della legge 194, ma non è la prima volta che nella città governata da Renzi gli anti abortisti scendono in piazza: qualche mese fa lo hanno fatto anche tentando di intralciare il lavoro dei consultori. E dopo che la giunta del sindaco ha deliberato a favore di un cimitero per i feti, è partita anche una raccolta firme per una proposta di legge che chiede «tutele per le famiglie dei bambini mai nati».

Promossa dall’associazione Pensiero Celeste e sostenuta dal Mir (Moderati in rivoluzione) e dal progetto politico Innamorati dell’Italia, a dicembre è stata presentata in Palazzo Vecchio da Walter Ferrazza (ex sottosegretario Affari regionali) e dal consigliere di Forza Italia Jacopo Cellai. Segnali che anche una città dalla tradizione di sinistra come Firenze si sta allineando alla Roma papalina, dove solo farsi prescrivere la pillola del giorno dopo è un percorso a ostacoli? Certo è che l’offensiva contro la 194 da parte degli oltranzisti cattolici trova un solido appoggio in Papa Francesco, che nei giorni scorsi è tornato a parlare dell’«orrore dei bimbi vittime dell’aborto», dopo interviste come quella apparsa su Civiltà cattolica in cui il pontefice diceva che l’aborto pesa enormemente nella vita delle donne e che per questo dovrebbero pentirsi. Per la Chiesa la donna che decide di interrompere una gravidanza è, da sempre, un’assassina. E ora dal pulpito si cerca di irretirla nelle scelte, brandendo il fantasma del senso di colpa e della «sindrome post aborto», che i fondamentalisti cristiani chiamano anche «sindrome del boia» (vedi left del 15 luglio 2013). Una “patologia” che la moderna psichiatria stigmatizza come invenzione ideologica, perché senza alcun fondamento scientifico. Mentre la neonatologia ha ampiamente dimostrato che l’aborto non è un assassinio e che il feto non ha nessuna possibilità di vita autonoma fuori dall’utero prima delle ventiquattro settimane.

«La donna che ha deciso di abortire non uccide una vita umana come si vuol far credere – ha detto la neonatologa e psicoterapeuta Maria Gabriella Gatti -. Il feto ha una realtà puramente biologica e quindi anche sul piano etico e giuridico l’aborto non può essere equiparato a un omicidio. Il cervello del neonato – approfondisce la docente di neurologia neonatale dell’Università di Siena – è completamente diverso da quello del feto che è funzionale ai processi di accrescimento e non a una attività di pensiero che ha inizio con la nascita». Ma nonostante queste acquisizioni scientifiche compaiano anche in sentenze importanti come quella della Cedu (Corte europea dei diritti dell’uomo), che invita l’Italia a rivedere il testo della Legge 40 sulla fecondazione assistita perché confonde il feto con il bambino, la politica italiana – specie quella più ligia ai diktat vaticani – continua a non perdere occasione per attaccare il diritto di poter ricorrere all’aborto. Basta ricordare che alla fine del 2013 sei eurodeputati Pd (renziani e non) hanno affossato la risoluzione Estrela che semplicemente invitava gli Stati membri a garantire, per le donne di tutti i Paesi della Unione Europea, gli stessi diritti in tema di sessualità e salute riproduttiva e l’aborto legale e sicuro, senza i vincoli dell’obiezione di coscienza.

«Anche a causa della capillare azione dei No-choice, il testo è stato bocciato e sostituito con una proposta di esponenti del Ppe che afferma la non competenza del Parlamento europeo su queste tematiche, rimandando alle scelte dei singoli Paesi», commentano attiviste del movimento Se non ora quando. Per poi aggiungere: «L’astensione di parlamentari del Pd, che ha consentito che questo avvenisse, ci sorprende e ci preoccupa, anche perché il testo non era vincolante ed era già stato modificato al ribasso».

La bocciatura al Parlamento europeo della “risoluzione Estrela” «è l’ultimo di una lunga serie di attacchi ai diritti delle donne» ribadisce la ginecologa Anna Pompili della Laiga, tornando a denunciare l’uso strumentale dell’obiezione di coscienza, che rende praticamente impossibile effettuare aborti in molti ospedali italiani e che rischia di riaprire la piaga dell’aborto clandestino (che la 194 ha drasticamente ridotto). «Il rapporto Estrela impegnava i governi degli Stati membri, anche le cattolicissime Irlanda e Italia, a promuovere la salvaguardia della salute riproduttiva attraverso l’accesso alla informazione sessuale, alla contraccezione oltreché all’aborto sicuro – sottolinea la ginecologa -. Troppo aggressivo, secondo l’europarlamentare Pd David Sassoli, che con Silvia Costa, Patrizia Toia e gli altri del gruppo Pd a Strasburgo difende le diverse sensibilità di ciascun Paese su temi “eticamente sensibili”». Per rispondere in maniera positiva, dando voce alle donne, la Laiga rilancia una manifestazione internazionale che si svolgerà con ogni probabilità l’8 marzo e organizzata dalla rete Womenareurope. « La sinistra in Italia – dice Anna Pompili – deve ricominciare a pensare che i diritti umani (e la salute riproduttiva lo è a pieno titolo) non sono temi secondari rispetto alla drammaticità della crisi economica, temi per i tempi di “vacche grasse”, restituendo dignità a quella sua vocazione originaria da troppo tempo dimenticata. Insomma – conclude la rappresentante della Laiga – il Pd deve chiarire la sua posizione in tema di aborto, contraccezione, fecondazione assistita, laicità dello Stato. Lo deve a quelle cittadine che vedono i loro diritti calpestati in nome di un’etica superiore, e che spesso sono costrette ad una dolorosa migrazione in altri Paesi per esercitarli. Anche se la legge italiana è una delle più avanzate d’Europa».

dal settimanale left avvenimenti

La campagna l’embrione è uno di noi raggiunge 1.700.000 firme. A rischio la ricerca scientifica che utilizza embrioni

BRUXELLES 28 febbraio 2014- I venti di destra che soffiano sull’Europa dei diritti civili e delle donne in particolare trovano un’altra preoccupante conferma: nella Ue l’iniziativa religiosa l’embrione è “uno di noi” ha raccolto 1,7 mln firme tagliare i finanziamenti alle ricerche scientifiche che implicano la distruzione di embrioni . La Commissione Ue, s ilegge in un comunicato Ansa, ha reso noto che l’iniziativa ha superato la soglia minima di un milione di firme (raccolte in almeno 7 Paesi membri) necessaria per obbligare le istituzioni Ue a valutare l’opportunità di legiferare. ‘Uno di noi’ mira ”a proteggere la vita umana sin dal concepimento.Sulla base della definizione di embrione come ”l’inizio dello sviluppo dell’essere umano’. Entro i prossimi tre mesi la Ue dovrà decidere

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