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Cerveteri etrusca, porta d’Oriente

Posted by Simona Maggiorelli su giugno 3, 2014

Gli sposi etruschi

Gli sposi etruschi

Alla scoperta dell’antica Caere, la Cerveteri etrusca che, per un lunghissimo periodo, prima di essere assorbita dall’impero romano nel I secolo a.C., svolse un ruolo centrale nel Mare nostrum, anche come ponte culturale fra Oriente e Occidente. La mostra Gli Etruschi e il Mediterraneo (aperta fino al 20 luglio) nelle sale del Palazzo delle Esposizioni a Roma offre una straordinaria occasione per vedere riuniti reperti scavati nella cittadina laziale e conservati al British Museum, al Louvre e in altri importanti musei europei.

Proprio grazie alla collaborazione con il Louvre è tornata in Italia la celebre coppia di sposi etruschi che, adagiata su un letto alla greca, lascia intuire l’opulenza della vita aristocratica a Cerveteri, scandita da feste e libagioni, in case affrescate e piene di raffinati oggetti. Vasi istoriati, crateri, maschere policrome, oreficeria e stoffe preziose che poi accompagnavano l’élite etrusca anche nella tomba. Come racconta la filologica ricostruzione in 3D della tomba principesca Regolini Galassi realizzata dal Cnr che incontriamo alla fine del percorso espositivo. Ma il volto allungato e gli occhi a mandorla dei due sposi, la muscolatura atletica e l’armonia della posa ci dicono anche del fascino che la scultura greca più antica esercitò su quella etrusca. Cerveteri, in particolare, fu la città dove l’influenza ellenistica si fece sentire maggiormente.

Continui traffici con Atene e altre città Stato facevano arrivare nelle residenze della nobiltà etrusca raffinato vasellame in terracotta, ceramiche, vetri e ambre. E forse furono proprio esuli arrivati dalla Grecia ad avviare la produzione locale di vasi a figure nere, che raggiunse una straordinaria qualità artistica, come si può vedere dagli esemplari ora esposti a Roma. Merito di questa spettacolare rassegna curata da Francoise Gaultier e Laurent Haumesser del Louvre (in collaborazione con l’Istituto studi del Mediterraneo antico del Cnr e con la Soprintendenza per i beni archeologici dell’Etruria Meridionale) è anche quello di aver ricostruito l’evoluzione del tessuto urbano, fin dall’VIII secolo a.C., raccontando la necropoli, il territorio cittadino e gli avamposti sul mare, come Pyrgi (Santa Severa), dove sorgeva uno dei più importanti luoghi di culto del Mediterraneo. In posizione sopraelevata, era un punto di riferimento per tutti i naviganti che sapevano di poter trovare una zona franca di scambi nel santuario. Le scritte in fenicio e in etrusco incise su tre tavolette in foglia d’oro (trovate nel 1964 ) hanno permesso agli studiosi di ricostruire che a Pyrgi, dove sacerdotesse praticavano la prostituzione sacra, convivevano culti cartaginesi ed etruschi. Il rapporto fra i due popoli era diventato particolarmente stretto quando, insieme nel Mare Sardo, avevano affrontato l’assalto dei Corsi.

Prova di questa vicinanza politica ma anche culturale è anche il fatto che la dea fenicia Astarte altro non era che la dea Uni degli Etruschi, (rappresentata qui da una antefissa del VI secolo a.C. che la mostra fra cavalli alati). L’influenza dell’iconografia orientale appare fortissima anche nella sezione che presenta frammenti di pittura policroma parietale. I profili e gli occhi bistrati delle donne, in particolare, evocano quasi figure minoiche. ( simona Maggiorelli)

dal settimanale Left

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La nuova Roma del terzo millennio

Posted by Simona Maggiorelli su dicembre 16, 2012

Palazzetto bianco di Massimo Fagioli

Palazzetto bianco di M. Fagioli e P.Rossi

Trentadue progetti di architettura regalano un nuovo volto alle aree più critiche della Capitale. Firmati da archistar e da personalità di grande talento. Propongono un nuovo modo di costruire all’insegna della bellezza e della sostenibilità. Un libro edito da Hoepli li racconta

di Simona Maggiorelli

In una città come Roma dove cementificazione e speculazione, specie nelle periferie urbane, continuano a divorare suolo, segnali di una diversa e più sostenibile idea dell’abitare cominciano a farsi notare. Come staminali che curano le zone più abbandonate e a se stesse, riqualificandole. Il volume Roma III millennio (Hoepli, foto di Rosario Patti) ne raccoglie alcuni magistrali esempi, capaci di mettere insieme funzionalità e bellezza, rispetto dell’ambiente e dimensione umana dell’abitare. Fra i nomi dei progettisti figurano archistar come Santiago Calatrava e Zaha Hadid, ma anche lo psichiatra e artista Massimo Fagioli e poi  architetti, forse meno noti al grande pubblico ma che, con i loro progetti, stanno contribuendo concretamente a liberare Roma da cemento inutile e bruttezza.

Françoise Bliek, Paola Del Gallo e Pietro De Simoni, autori di Roma III millenno hanno selezionato ben 32 esempi pienamente riusciti.Fra i quali anche un progetto firmato dallo Studio ABDR nella zona Ostiense di Roma ed esempio felice di recupero e innovazione.

«Visti i gravi problemi dell’area – racconta Paola Del Gallo – l’amministrazione capitolina nel 2004 ha bandito un concorso internazionale per la redazione di un masterplan che, partendo dalla progettazione dello spazio pubblico, innalzasse la qualità architettonica e urbana del quartiere, senza modificarne il carattere residenziale. Dopo lo sgombero e la demolizione di due palazzoni pericolanti si è costituito un Consorzio di circa 105 proprietari – sottolinea Del Gallo – che corrispondono ad altrettanti appartamenti, coordinato dall’amministrazione comunale. Poi è stato bandito un appalto concorso per la progettazione e la realizzazione del progetto».

Così è nato un vero e proprio progetto pilota che riqualifica la semi periferia senza divorare altro suolo. «Si tratta del primo esempio in Italia nel quale si demoliscono e si ricostruiscono degli edifici a carattere abitativo di proprietà di molte famiglie», conferma l’architetto Paola Del Gallo.

MAxxi, Zaha Hadid

MAxxi, Zaha Hadid

«Le nuove costruzioni, di qualità, eccedono del trenta per cento la volumetria originaria; all’interno sono stati creati nuovi appartamenti, negozi, un centro sportivo comunale con piscina, parcheggi e questo aumento è servito in parte a finanziare l’operazione. Sono state costruite nuove abitazioni in zona semicentrale senza consumare altro terreno agricolo. Sfido chiunque – aggiunge Del Gallo – a rendersi conto che le nuove costruzioni di via Giustiniano Imperatore sono state aumentate in volumetria del trenta per cento. Questo dimostra che si tratta di “buona” architettura. In questo Paese quando si parla di urbanistica, si parla quasi sempre di quantità e non di qualità». Anche per questo lo troviamo inserito nella importante raccolta di progetti raccontata da Roma III millennio. Le storie positive contenute nel libro sono molte e variegate, si va dal nuovo Macro di Odile Decq al MAXXI di Zaha Hadid,  dall’Auditorium di Renzo Piano all’atelier e forum del Palaexpo di Daniele Durante e Adele Savino.

«C’è poi per esempio – racconta l’autrice – la Grande Galleria Ponte sospesa sui binari della stazione Tiburtina a cavallo tra i due quartieri del Nomentano e di Pietralata, ora collegati dall’edificio della nuova stazione: un progetto che sta innescando numerosi progetti di recupero nel quadrante Est della città. E poi c’è il rettorato con la facoltà di Giurisprudenza di Roma Tre, uno dei primi interventi a portare grandi processi di trasformazione del quartiere Ostiense.

Terrazza del Palaepo di Roma

Terrazza del Palaepo di Roma

Nato come Polo industriale di Roma Capitale negli anni Venti è diventato un centro per attività legate alla cultura e un vivace quartiere universitario. Per edificare l’Auditorium gli architetti del Comune di Roma hanno scelto un “non luogo”, di cui Roma è piena, situato attorno a degli svincoli stradali. Nessuno avrebbe pensato che in quello spazio si sarebbe potuta costruire la città della musica più grande d’Europa. La sua realizzazione sta portando grossi cambiamenti nella zona e credo che senza l’Auditorium non ci sarebbe stato né il MAXXI né il Ponte della Musica».

Dall’insieme di questi progetti possiamo anche trarre una riflessione su quella che auspicabilmente dovrebbe essere l’architettura del futuro ? «A Roma, come in tutta l’Italia, si è costruito molto, troppo, ma, il più delle volte, non si è fatta “vera” architettura» denuncia Del Gallo. «L’architettura ha bisogno di una classe politica che ami l’arte, che nei suoi programmi prediliga la riqualificazione e la trasformazione della città. Il libro dimostra che questo di può fare, i bravi architetti ci sono, l’architettura potrebbe fare molto per la società in quanto possiede gli strumenti primari per proporre e realizzare un modo diverso di vivere insieme»

(dal settimanle left-avvenimenti  8 dicembre 2012)

 

Corriere della Sera, 13 dicembre 2012:

Architetture del terzo millennio

CoverDai meno celebrati le maggiori novità Il Palazzetto Bianco (Fagioli e Rossi), le palazzine di Cordeschi a Tor Bella Monaca, le sistemazioni di Cupelloni all’ex Mattatoio testimoniano una ricerca di pari dignità rispetto alle grandi opere

di Giuseppe Pullara

Come per ogni cosa, anche per la forma urbana della Roma d’oggi si possono avere due opposte visioni: c’è chi rileva nei nuovi quartieri solo sfracelli, degrado, se va bene un’edilizia incolore. Altri invece preferiscono prendere in considerazione i rari segni offerti dall’arte del costruire e sostengono che la città si sta trasformando positivamente. È in fondo la metafora del bicchiere: mezzo vuoto o mezzo pieno? Con uno spirito che ricorda certi entusiasmi di cent’anni fa (Excelsior!) un libro appena uscito presenta una sfolgorante Roma del Terzo Millennio e indica in 32 nuove architetture la testimonianza di una città che sembra pronta a «magnifiche sorti e progressive». Molti progetti, ancorché realizzati dal Duemila ad oggi, sono stati ideati diversi anni prima e appartengono solo formalmente al nostro XXI secolo. C’è l’Auditorium di Renzo Piano, il rinnovato Expo’ di via Nazionale (Abdr), l’Hotel Radisson (King-Roselli) presso Termini, il Maxxi di Zaha Hadid, il Macro di Odile Decq, naturalmente l’Ara Pacis di Meier. Basterebbe questo inizio di sicuro effetto per avere l’idea di una città in pieno fervore metamorfico.Ma c’è dell’altro. Il gigantesco Centro Congressi Italia (Fuksas) all’Eur, un’opera diventata famosa, per uno strano corto circuito mediatico, ben prima di essere realizzata. Perfino un recente intervento sul colle più nobile di Roma, il Campidoglio: l’allargamento (Carlo Aymonino) nello spazio del Giardino romano del primo museo comunale. E il rifacimento (Stefanori) della Centrale Montemartini all’Ostiense. Nello stesso quartiere viene segnalato il rettorato e giurisprudenza (Passeri e Pasquali) di Roma Tre mentre, non lontano, è esaltato un noto esempio di demolizione/ricostruzione: l’edificio (Abdr) di via Giustiniano Imperatore, un palazzo spaccatosi per smottamento e rifatto.Si tratta finora di una lista di opere ben conosciute e ampiamente commentate nell’editoria di settore. Se si aggiungono altre architetture già entrate nella consapevolezza dei romani come la nuova Biblioteca Hertziana (J.N.Baldeweg), la nuova sistemazione dei Mercati di Traiano con annesso museo (Studio Nemesi e aa.vv.), la stazione Tiburtina (Abdr) per la Tav e quel che resta della Città dello Sport di Calatrava, una magnifica volta in acciaio che lancia un urlo di disperazione per l’abbandono in cui giace, si arriva ad una ventina di importanti architetture, compresa la sede del comune di Fiumicino, un’interessante opera di Alessandro Anselmi piuttosto negletta dai suoi gestori.Ma il libro (Blick, Del Gallo, Simoni – Roma III Millennio, Ed. Hoepli) non finisce qui. Per fortuna. Perché finora non se ne capirebbe la necessità essendo Maxxi, Auditorium, Ara Pacis e via dicendo conosciutissimi per il loro uso e per una ampia presenza in decine di testi e migliaia di articoli. Il pregio dell’iniziativa editoriale sta nel trovare uno spazio ancorché minoritario alle architetture nuove ma pressoché sconosciute (diciamo meno conosciute al grande pubblico, vista la suscettibilità degli architetti), che finalmente saltano all’attenzione.

Cominciando con il Palazzetto Bianco (Fagioli e Rossi), un’opera elegante quanto sorprendente, le palazzine di Cordeschi a Tor Bella Monaca, le sistemazioni di Cupelloni di spazi degradati all’ex Mattatoio (Altra Economia, Macro Future, Belle Arti), piazza Nicola Cavalieri (Fagioli) al Portuense, il Centro culturale Elsa Morante (Cupelloni): interventi minori se non altro per budget ma che testimoniano tentativi di ricerca architettonica di pari dignità rispetto alle grandi opere.Nell’indice compaiono altri esempi del genere, dall’asilo nido La Giustiniana (De Vita) alla scuola media (Comes, Del Gallo) di Aranova e alla biblioteca comunale Sandro Onofri (D’Amato), dal nuovo mercato di Ponte Milvio (Daffinà) al Campus X (Tamino), che vorrebbe trasformare Tor Vergata in uno scenario bostoniano. Accanto a qualche altro edificio, vengono segnalati due ponti: quello – inutile – della Musica (Buro Happold) al Flaminio e l’enfatico attraversamento delle rotaie all’Ostiense (Solidur srl e Del Tosto). Al di là delle valutazioni di merito, sia sulle opere «minori» sia sulla loro selezione – ogni elenco include ed esclude sempre qualcosa di troppo – c’è da augurarsi che la Hoepli la prossima volta si lanci con più coraggio nel mondo dell’architettura, capovolgendo le proporzioni tra i soliti noti e gli altri. Meno «usato sicuro» e più nuovi modelli: e forse per questo ne potrebbe scaturire un best-seller.
(13 dicembre 2012) – Corriere della Sera

 

Presentazione del libro marzo 2014, IBS

Buongiorno a tutti, siamo qui oggi a presentare il libro Roma III Millennio degli architetti Francoise Bliek, Paola Del Gallo e Pietro De Simoni, edito da Hoepli, arricchito da un’ introduzione dell’urbanista Vittorio Caporioni. Un libro che ha un lavoro di anni alle spalle e che raccoglie 32 progetti sceltissimi firmati da architetti di fama internazionale come Zaha Hadid, Santiago Calatrava, Odile Decq. Come Meier, Fuksas, Piano Ma anche firmati da geniali outsider dell’architettura come lo psichiatra Massimo Fagioli e da una serie di architetti, forse meno noti al grande pubblico, ma di talento. Parliamo qui di progetti che hanno stili, estetiche e modi di realizzazione differenti ma che, nel loro insieme, proiettano Roma verso un futuro di capitale della cultura e dell’arte , rilanciando quell’immagine di città cosmopolita che aveva nell’antichità ma che oggi sembra essersi molto appannata.

In altre parole questo è un libro che ci presenta un’immagine reale e insieme ideale di Roma, fotografata al suo meglio dall’architetto Rosario Patti. Invitandoci a pensare come potrebbe essere davvero la Capitale se continuasse a rinnovarsi sulla strada aperta dai progetti raccontati qui. E che lanciano una sfida creativa alla realtà esistente. Rifiutando il degrado, l’incuria, l’informe questi progetti contribuiscono a reinventare spazi che hanno perso la propria identità. Regalano nuova vita ad edifici antichi, rispettandone intimamente la storia. Una grande qualità architettonica è il filo rosso che accomuna le opere documentate da questo volume realizzato a più mani, che seduce come un libro d’arte per il modo in cui sono composti testi e immagini, offrendosi a vari livelli di lettura: ad un tempo rivolgendosi al pubblico di non specialisti con l’appeal di immagini che parlano un linguaggio universale,e agli studiosi di architettura con apparati, schede, e contributi scientifici .

L’accento di Roma III Millennio batte dunque sulla qualità architettonica, che non è ascrivibile al superfluo, ma che ha invece a che fare con la qualità della vita. Come nota nel libro Istanbul il premio Nobel Orhan Pamuk che prima di diventare scrittore ha fatto studi di architettura, “Ogni città lascia una traccia nell’animo, nel carattere e negli umori delle persone che la abitano”.

I paesaggi, il modo in cui sono stati modificati dall’uomo, la forma dei quartieri, il modo di abitare, contribuiscono a creare l’atmosfera che si percepisce a pelle quando si arriva in una città o in un paese.

Ed è una sensazione di spaesamento e di malessere quella che si respira non solo nella periferia, ma anche in molti quartieri romani, considerati residenziali, costruiti in modo meccanicamente seriale da palazzinari di alto bordo o meno. Quartieri poveri come Spinaceto o pretenzioso. fittizi come il Torrino offrono un paesaggio desolante da post metropoli senza identità, senza disegno urbano, in cui i cittadini sono al più city users mentre il consumo di suolo cresce di giorno in giorno. I dati Istat dicono che nell’ultimo decennio il consumo di suolo a Roma è aumentato del 7 per cento ( a Venezia è il 10), Ma questo non è destino immodificabile. Come dimostrano esempi come il centro Elsa Morante al Laurentino 38 o la riqualificazione della Stazione Tiburtina presentati in questo libro e più ancora il progetto di Giustiniano Imperatore: positiva trasformazione di un’edilizia speculativa anni Cinquanta. Dalla demolizione di 105 abitazioni è nato qui un elegante complesso abitativo, di alta qualità architettonica e senza consumare altro suolo. Ma su questi aspetti ci sono qui architetti ben più titolati di me a parlare. Per quanto mi riguarda, occupandomi di arte, mi piacerebbe accennare brevemente alla qualità artistica e alla sensibile attenzione verso la millenaria storia dell’arte italiana che si evince da alcuni di questi progetti. Penso per esempio alla Biblioteca Hertziana. Durante gli scavi sono stati scoperti resti del giardino della Villa di Lucullo che si componeva- si legge in questo libro- di terrazzamenti a esedre che scendevano sulle pendici del Pincio. E si scopre che il progetto della biblioteca si richiama straordinariamente a quei terrazzamenti nel disegno delle balconate delle sale di lettura. Come se l’architetto Juan Navarro Baldeweg che firma il progetto si fosse inconsapevolmente richiamato a quel sostrato ricco di storia quando disegnava. Si parla dunque di una progettazione basata sulla restituzione di valore, sull’ascolto, sul rispetto, sulla memoria. Ma a colpire profondamente chi si occupa d’arte è anche l’uso della luce orchestrato dall’architetto Baldeweg trasformando il cortile interno in un pozzo di luce su cui si affacciano sette livelli di balconate. Il richiamo all’arte contemporanea….

Ma , permettetemi, prima di passare la parola vorrei fare un accenno anche alla fontana scultura di Massimo Fagioli che spicca in piazza Rolli, una piazza di per sé anonima e circondata da grigi palazzi, fra i quali appare aduggiato qualche villino liberty. La redazione di left è proprio lì vicino e ogni giorno posso vedere come quell’elegante segno che Fagioli ha tracciato in quella piazza la ricrei interamente, obbligando i passanti ad alzare lo sguardo verso quella fonte di luce rappresentata dalle quattro coppe di vetro. Noto come la guardano incuriositi e affascinati i turisti che vanno e vengono dai bed and breakfast della zona , come vi giocano attorno i bambini del quartiere, ma anche come la fontana , come una sorta di scultura collettiva, svetta indisturbata fra le fitte bancarelle della domenica. La base della scultura è sottilissima, occupa il minimo di spazio, quasi che l’autore nel concepirla si fosse inconsciamente rapportato anche con questa settimanale invasione pacifica della piazza. Ritrovo qui ricreato in modo nuovo quel rapporto della scultura con lo spazio sociale, inteso come spazio delle relazioni umane, che è tipico della migliore arte italiana, che proprio per la specificità della nostra storia , è da sempre site specific, realizzata ad hoc per quel luogo e non per un altro. Ma se il David di Michelangelo in piazza della Signoria a Firenze definisce ed esalta il proprio significato di simbolo laico e repubblicano, la fontana di Massimo Fagioli in piazza Rolli lungi dall’essere solo un elemento decorativo, non entra in simbiosi con il contesto potenziandolo, ma entra in rapporto vivo e dialettico con la zona in cui sorge. In questo quartiere sciatto e senza qualità l’alta curva della fontana e il movimento della sua linea immettono una dimensione immaginativa, di fantasia, capace di ridisegnare l’intorno. Ingaggiando una vitale dialettica con il degrado suggerisce la possibilità di trasformazione dell’esistente e evoca una ricerca sulla realtà psichica.

Giorgio Muratore la interpreta come un omaggio alla lupa capitolina e la definisce una delle opere moderne contemporanee forse più significative fatte a Roma negli ultimi decenni”.

l’architetto Daniele Durante, docente dell’Università La Sapienza, ma anche autore insieme ad Adele Savino del progetto dell’atelier e del forum del Palazzo delle Esposizioni

progetti come il Macro di via Reggio Emilia nell’ex birreria Peroni, un raro esempio di archeologia industriale a Roma, che l’architetto francese Odile Deq ha trasformato in un opera che rilegge la tradizione musicale punk e new wave in un ritmato gioco di rossi e neri, con al centro un fiammeggiante anfiteatro per conferenze immaginato come il cuore pulsante e vitale dell’attività del Macro.

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Pollock e l’America ribelle

Posted by Simona Maggiorelli su febbraio 3, 2012

Negli anni Quaranta l’arte americana conobbe un rinnovamento totale con la nuova stagione dell’astrattismo avviata dalla Scuola di New York. Rohtko e Gottlieb furono protagonisti di quella svolta. Insieme a un più  solitario Jackson Pollock. Dal  7 febbraio una mostra al Palazzo delle Esposizioni di Roma ripercorre quella avventura con la mostra Il Guggenheim. L’avanguardia americana 1945-1980. Con uno speciale focus dedicato all’iniziatore dell’action painting, nel centenario della nascita

di Simona Maggiorelli

Pollock green silver

L’immaginifica spirale progettata dall’architetto Frank Lloyd Wright è stata per più di mezzo secolo l’epicentro dell’arte. E da questo tempio del modernismo nel cuore di Manhattan proviene gran parte del corpus di opere esposte al Palazzo delle Esposizioni di Roma dal 7 febbraio nella mostra Il Guggenheim. L’avanguardia americana 1945-1980 (fino al 6 maggio, catalogo Skira). Mentre un’altra significativa selezione di opere viene dai musei Guggenheim di Venezia e di Vercelli, già teatri negli anni scorsi di importanti retrospettive sulla collezione costruita con spirito illuminato dagli industriali Guggenheim.

La più nota fu Peggy che, dopo aver sposato il pittore Max Ernst, si fece mentore del surrealismo negli Stati Uniti e poi della nuova arte astratta americana, sostenendo, anche economicamente, un ancora sconosciuto Jackson Pollock (che le era stato segnalato da Piet Mondrian). E poi, dal 1942, organizzando personali dell’iniziatore dell’action painting, ma anche di Mark Rohtko e di Robert Motherwell nella galleria Art of this century sulla 57th strada di New York.

Nella cupa congiuntura della crisi economica degli anni Trenta e Quaranta, e poi in tempo di guerra, fiorì del tutto inaspettata una nuova pittura, forte, matura, dal segno – per la prima volta nella storia americana – decisamente originale. Grazie al contributo di artisti immigrati e cosmopoliti come l’ebreo Rothko e l’armeno Gorky che, nell’ambito della pittura astratta, avendo rifiutato le fredde geometrie del costruttivismo, seppero rileggere in chiave lirica e profonda le novità dell’espressionismo orfico di Kandinsky. Ma fondamentale fu anche la ricerca di artisti “autoctoni” come Barnett Newman, come Adolph Gottlieb e come Jackson Pollock che, affascinati da Picasso e dalla sua ricerca sull’arte primitiva e preistorica, ingaggiarono a loro volta ricerche personali. Newman, in particolare, dedicandosi a studi sulle origini dirompenti della creatività umana nel paleolitico, Gottlieb aprendosi all’arte orientale e ma anche facendo viaggi nei deserti dell’Arizona andando in cerca di scritture rupestri e Pollock- come abbiamo già raccontato in altre occasioni – riscoprendo i miti, le sculture di sabbia e le danze rituali degli indiani Navajo.

Mark Rohtko,Da questo incontro di differenti personalità e percorsi prese vita in America, un’arte “non oggettiva” , nata da un netto rifiuto dell’accademismo della pittura figurativa e da cavalletto. Parliamo di una pittura fortemente segnica e gestuale, che pur approdando a stili differenti – quanto possono esserlo gli inestricabili grovigli di linee di Pollock e le vibranti epifanie di colore di Rothko – si faceva inquieta sperimentazione, ricerca sull’ignoto, ma anche tormentata arena di conflitti interiori. Legati da questo comun denominatore (anche se forse mai del tutto esplicitato) Rothko e Gottlieb lanciarono il celebre manifesto della scuola di New York, i muralisti come Diego Rivera e David A.Siqueiros cominciarono a discutere di una nuova pittura sociale, che rompeva la prospettiva spaziale dell’affresco. Mentre de Kooning sviluppò uno stile personale nell’alveo già consolidato dell’espressionismo astratto di marca europea. Parallelamente, un artista anarchico e sempre di spigolo con la vita come Jackson Pollock avviò una ricerca solitaria, ma non meno dirompente. Abbandonate presto le «serate automatiche» in cui con altri artisti sperimentava le tecniche di scrittura automatica surrealista, Pollock prese a isolarsi, evitando il lavoro di gruppo e i rapporti non facili con i colleghi, per cercare, fuori dai ritmi metropolitani, un rapporto più diretto con la natura, con le vaste praterie della sua terra o con l’oceano.

Intanto, Pollock cominciava a preferire materiali grezzi o inusuali con cui ingaggiare un corpo a corpo per la realizzazione di opere da segno imprevisto e nuovo. Un corpo a corpo che, quando prese a stendere quadri di grandi dimensioni per terra, divenne una danza, intorno e all’interno dello spazio pittorico, lasciando alla fluidità del gesto, irriflesso e inconsapevole, il compito di tracciare linee curve, ingarbugliate, fluttuanti. Mentre il colore colato direttamente sulla tela, senza la mediazione del pennello, si addensava in grumi e concrezioni stratificate senza disperdersi in rivoli come avrebbe fatto se la tela fosse fissata al muro. Quasi a voler fermare il tempo nell’istante magico della creazione dell’opera. In un intreccio ritmico di linee e colori. Che in opere come Green Silver del 1949, ora a Roma, si ha la sensazione possa proseguire all’infinito, al di là dei limiti fisici del quadro, evocando spazi infiniti, e un orizzonte atemporale.

Pollock, Number 18

E’ un tentativo di immedesimazione totale dell’artista con la sua opera quella che ci propongono potenti esempi di dripping come Number 18 del 1950 e come il più inquietante Ocean Greyness (grigiore dell’oceano), uno degli ultimi quadri di Pollock datato 1953. Nel centenario della nascita del pittore nato a Cody, 28 gennaio 1912 (e morto in un incidente stradale a Long Island nell’agosto del 1956) questo nucleo di sei opere di Pollock si legge quasi come una mostra nella mostra.

In mezzo alle sciabolate nere di Franz Kline, fra i cifrari orientaleggianti di Gottlieb e la grazia fragile dei wrintings di Tobey, appaiono magnetiche le estemporanee e tese composizioni di Pollock, A cui idealmente si aggiunge la foresta di liane dell’olio Number 9, dipinta da Pollock nel ‘49 e in mostra fino al 3 giugno a San Marino, nell’ambito di una rassegna quasi gemella a questa di Roma e intitolata Da Hopper a Warhol. Pittura americana del XX secolo. Ma lo sguardo corre anche a quella primitiva fantasmagoria di donna che campeggia al Palaexpo con La donna luna, (1942) tentativo dichiarato di ricreare un’opera di Picasso e che ancora risente pesantemente dell’estetica surrealista. Ma nella quale è già leggibile una pittura aggressiva, densa, dai forti contorni neri. Segni neri che in questa prima fase, secondo Francesco Tedeschi «servono a Pollock per segnare le figure in uno spazio che risolve le tensioni cubiste e picassiane in un approfondimento dell’interiorità».

Quello che a noi appare evidente guardando al percorso dell’artista americano nel suo insieme è che solo quando in lui scattò il rifiuto di Picasso, e smise di emularlo, riuscì ad essere davvero originale. Lasciandosi andare al ritmo interno ininterrotto di linee e colori, che non formano figure, ma – quando l’opera riesce – rivelano una speciale armonia latente. «Quando sono nel quadro non sono cosciente di ciò che faccio» diceva Pollock. Parole in cui leggiamo un suo coraggioso e affascinante andare a fondo.

Pollock, Grigiore dell'oceano

Al contempo, almeno per chi scrive, resta il mistero del talento di questo straordinario innovatore non solo di tecniche, schiacciato si direbbe da una lotta titanica contro un’inerzia mortale che lo bloccava davanti alla tela bianca e che talora si tramutava in cieca distruttività. E che andò aumentando negli anni forse anche a causa di lunghi anni di analisi junghiana a cui succedettero ricoveri. E allora non furono solo distruzioni di sculture di colleghi passandoci sopra con l’auto, ma anche tentativi di assassinio, come quella volta che giovani artisti e amici dovettero intervenire per impedirgli di strangolare Siqueiros o come quando, in un tragico finale di partita, ubriaco si mise al volante , suicidandosi e uccidendo una giovane amica. Dopo la sua morte Robert Motherwell ricordava che Pollock non era stato un uomo d’azione come farebbe pensare l’espressione action painting, «ma un uomo passivo che a volte, pagando un prezzo altissimo, si faceva artista capace di un’attività creativa convulsa». «Il prezzo umano del suo conflitto interiore era troppo pesante probabilmente – diceva Motherwell -. E Pollock ha voluto distruggere se stesso». Non credendo nell’usurato binomio di genio e pazzia, noi siamo ancora alla ricerca di una risposta più profonda.

da left-avvenimenti 3 febbraio 2012

Questo articolo è stato segnalato il 3 febbraio da Vittorio Giacopini nella rassegna delle pagine culturali Pagina 3 di Radiotre

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Il respiro del colore

Posted by Simona Maggiorelli su novembre 1, 2010

Rappresentare l’invisibile, era l’obiettivo di Mark Rohtko. Cercava una pittura fatta di solo colore. Un’intuizione geniale che, però, si scontrava con la sua “fede” nel Surrealismo e il contro il credo razionale della psiconalisi.

 

rothko

 

di Simona Maggiorelli

 

«Quando attorno al 1950 mi trovai per la prima volta dinanzi alle immense tele-pareti di Rothko che l’artista, nello stanzone che gli serviva allora da studio, mi faceva passare davanti agli occhi servendosi di un gioco di carrucole rimasi molto più scosso da queste vaste e amorfe superfici di colore che dalle arruffate matasse di Pollock».

 

Così raccontava Gillo Dorfles in un suo noto saggio degli anni Settanta e ora rielaborato per la grande retrospettiva di Mark Rothko che si apre il 6 ottobre 2007 al Palaexpo di Roma. A colpire il critico Dorfles fu «la folgorazione dei colori che coprivano la vasta superficie con dei bagliori luminescenti che sfumavano dal giallo all’arancione al rosso e dove la stesura delle tinte all’olio creava una continuità senza confini». La scommessa di Rothko era grande: tentare di rappresentare l’invisibile, scegliendo il colore e la grande dimensione delle tele per l’ impatto emotivo inequivocabile, optando per forme piatte «perché distruggono l’illusione e rivelano la verità».

Forme piatte che però, come accade per le opere più interessanti di Rothko, quelle della fine degli anni Quaranta e che formano il nucleo centrale e forte della mostra romana, riescono ad avere una straordinaria profondità, sembrando come percorse da un movimento interno. Assimilata la ricerca del cubismo ma, soprattutto, colpito dal genio rivoluzionario di Picasso e di Matisse, Rothko esprimeva un rifiuto netto della mimesis. «l’artista moderno – scriveva – si è in varia misura distaccato dalle apparenze del mondo naturale… le nature morte di Braque stanno alla tradizione della natura morta e del paesaggio quanto le doppie immagini di Picasso stanno a quelle del ritratto. Nuovi tempi! Nuove idee! Nuovi metodi!». E lungo questa strada l’americano di origini russe Mark Rothko (il vero nome era Marcus Rothkowitz) si ribella alla tradizione accademica quanto alla freddezza geometrica dell’arte astratta. Artista ribelle, anticonformista, ma anche artista intellettuale che costruisce le sue opere con gesto pittorico meditato, attento, Rothko torna a mettere al centro dell’arte la dimensione umana – racconta Oliver Wick, curatore della antologica  Mark Rothko (al Palazzo delle Esposizion di Roma fino al 6 gennaio 2008, catalogo Skira) proponendo una nuova immagine dell’uomo del Rinascimento «inteso come totalità».


Ma Rothko, che sostituisce la nozione di spazio pittorico con quella di “Breathingness” (respirabilità) propone anche un nuovo rapporto con lo spettatore, improntato all’“emozione”, all’“intimità”, a una “visione dinamica”, sottolinea Wick. E quando qualcuno gli parlava della calma armonia che avrebbero emanato le sue grandi opere colorate, rimaneva stupito, perché spiega Wick, lui cercava «il potenziale cinetico», cercava di portare allo zenit la forza racchiusa nel quadro, di rendere l’equilibrio precario che c’è nell’imminenza di un cambiamento dirompente.


8363-lot-33-rothko-untitled-black2«È la violenza l’humus dei miei quadri», rivendicava Rothko. La violenza «che precede il dramma». E il magico e potente equilibrio in divenire che si realizza in quella rapida serie di opere tra la fine degli anni Quaranta e l’inizio degli anni Cinquanta presto si spezza. Lo dicono opere comeNero su marrone e le altre otto tele di grandi dimensioni e molto simili fra loro che compongono il ciclo Quattro stagioni, concepite per un ristorante di New York e poi donate alla Tate Gallery di Londra. Hanno bande verticali, come finestre cieche, violacee e scure. La tonalità luminosa sul fondo di colore uniforme comunica il senso di una visione evanescente che si va sfaldando. Le tele circondano da tutti e quattro i lati lo spettatore come chiudendolo in una scatola dall’aria ferma, stagnante. Qui e ancora di più nella serialità ripetitiva e cupa degli acrilici degli ultimi anni Rothko non riusciva più a realizzare quel «laboratorio di alchimista» del colore, per dirla con Butor, con cui riusciva a far comparire sulla tela “un’oasi” di luce viva. Adesso è l’elemento del tragico a prevalere e la pittura di Rothko perde di leggerezza, si fa opaca, pesantemente materica.


 

Come nel suo primo periodo surrealista, formalmente abbandonato nel’47 (ma di fatto mai del tutto superato e che la mostra al Palaexpo ha il merito di documentare) sembra emergere in Rothko un pensiero di matrice esistenzialista e l’idea (sono parole sue) di una «tragica inconciliabilità», di «una violenza di base che sta al fondo dell’esistenza umana». Un’idea di conflitto interiore, di scissione insanabile che aveva evocato già nel ’43, all’epoca di quadri e disegni che riprendevano fantasmagorie surrealiste o paesaggi mitologici «in cui uomo, uccello, bestia e albero si fondono convergendo in un’unica idea tragica». E viene da chiedersi quanto questa matrice surrealista che condiziona il rapporto con la dimensione non cosciente possa aver influito nella perdita di vitalità che segnò la ricerca artistica di Rothko negli ultimi trent’anni della sua vita. Come suggerisce anche questa ampia retrospettiva romana che raccoglie una settantina di opere, Rothko non si separò mai da quella matrice di pensiero: «Il surrealista- annotava nel ’45- ha svelato il vocabolario del mito e ha stabilito una corrispondenza tra le fantasmagorie dell’inconscio e gli oggetti della vita quotidiana. Questa corrispondenza costituisce l’esperienza euforicamente tragica da cui l’artista attinge il proprio materiale». Ma con un guizzo di intuizione aggiungeva: «Ho troppo a cuore sia l’oggetto che il sogno per vederli dissolversi nell’inconsistenza vaporosa del ricordo e dell’allucinazione». Poi, però, l’annuncio del proprio suicidio artistico:«Litigo con l’arte surrealista e astratta come si litiga con il padre e la madre: riconosco l’ineluttabilità e la funzione delle mie radici». Trenta anni dopo si uccise davvero. 

 

Da left-Avvenimenti novembre 2007

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