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L’Ars vivendi di Michelangelo Pistoletto

Posted by Simona Maggiorelli su Mag 16, 2013

Pistoletto, Venere degli stracci, Louvre 2013

Pistoletto, Venere degli stracci, Louvre 2013

Una mostra la Louvre e una autobiografia in forma di dialogo appena uscita. Il maestro dell’Arte Povera si racconta . E al Salone del libro di Torino il 20 maggio dialoga con Elkann a proposito di creatività.

di Simona Maggiorelli

I suoi quadri specchianti in mezzo ai capolavori dei maestri del Rinascimento italiano. Gli Oggetti in meno disseminati per le sale del Louvre, mente la Venere degli stracci e del “riciclo” fa bella mostra di sé a pochi metri dalla Nike di Samotracia. Fino al prossimo primo settembre il blasonato museo parigino celebra il maestro dell’Arte Povera in un percorso espositivo in cui la storia dell’arte dialoga con la ricerca del secondo Novecento. Classe 1933, Leone d’oro alla carriera nella Biennale di Venezia nel 2003 Michelangelo Pistoletto è forse l’artista italiano oggi più noto e celebrato all’estero. Intanto, a Biella lui continua ogni giorno a lavorare alla sua Cittadellarte, fucina internazionale di giovani talenti che arrivano da ogni parte del mondo. E a dialogare con chi lo va a trovare. Con quella calda disponibilità che da sempre lo contraddistingue.

«Il Louvre mi ha offerto una opportunità straordinaria – racconta -. Mettere in dialogo il nostro tempo con il passato per poi proiettarci verso il futuro è lo scopo di questa mostra. E il fatto che io avessi già realizzato opere con elementi che vengono dalla storia antica, permetteva di fare questo passo. La Venere degli stracci, addirittura, è tratta da una Venere che si trova proprio nel grande museo parigino. Certo gli stracci non c’erano nel Louvre, ce li ho portati io – scherza Pistoletto -. Rappresentano una fine corsa, un consumismo consumato, la fine di una storia. Mentre la Venere simboleggia l’eterna rinascita. Anche il corpo femminile rappresenta la rinascita continua. In questa mostra c’è il rapporto fra qualcosa che non cambia mai e qualcosa che muta sempre».

Un tema analogo si riscontra nei quadri specchianti, che legano visibile e invisibile, aprono lo spazio dell’arte a quello dello spettatore, ma soprattutto inglobano, si lasciano attraversare, dallo scorrere del tempo…

Nei quadri specchianti l’immagine specchiata è fissa, rappresenta un momento che poi non cambia più e si trova a convivere con il cambiamento continuo delle immagini riflesse nello sfondo specchiante. Si ritrova qui il rapporto fra qualcosa che cambia continuamente e qualcosa che non cambia mai. I tempi che cambiano e la memoria che rimane.

Sono passati dieci anni da quando fu abbattuta la statua di Saddam Hussein in Iraq: simbolo del potere dittatoriale ma anche di una monumentalità retorica non più praticabile. Tutto il suo lavoro, al contrario, ha sempre cercato di liberare la scultura dalla granitica immobilità, attraverso un dinamismo delle forme. È così?

La mia ricerca ha sempre teso a cercare una dimensione anti monumentale. Quanto alla statua di Saddam, pensi che dieci anni prima del suo abbattimento avevo realizzato un’opera in cui compariva la figura di una persona rappresentata a testa in giù, come se fosse caduta. Anche nel momento della caduta c’è una forza di ricreazione. Questa per me è la cosa importante. Anche nel momento in cui la corsa volge al termine c’è poi sempre una possibilità di ripartire.

Ripartire qui e ora. Il suo fare arte è sempre stato profondamente laico, privo di una prospettiva escatologica. Perché allora negli ultimi anni ha sviluppato un progetto che si chiama Terzo paradiso?

La seconda metà della mostra parigina è occupata dalla dimensione prospettica che consiste proprio ne il Terzo paradiso. La creatività per me oggi deve essere portata dall’artista oltre la barriera della speculazione economica del prodotto artistico. Deve diventare anche elemento attivo, funzionale, nella società. Ho voluto portare l’arte, la creatività nella vita sociale. Nel XX secolo abbiamo assistito a un fenomeno straordinario: autonomia e libertà hanno avuto un grande sviluppo. Si è arrivati ad una libertà totale, per cui l’artista può fare tutto quel che gli pare. Ma non può più essere libertà fine a se stessa. Perché la libertà fine a se stessa finisce per annullare la propria consistenza. Ci vuole un elemento di responsabilità che le faccia da contrappeso. Oggi bisogna comporre i due elementi: la libertà e la responsabilità. Che non è solo un fatto personale dell’artista, ma ha a che fare con la condivisione, con la capacità di intesa. Ora è il momento di portare alla gente ciò che l’arte ha conquistato, ovvero libertà e responsabilità, ma non come qualcosa imposto dall’esterno. Si tratta di offrire a tutti la possibilità diventare un po’ più liberi e un po’ più democratici. Questa è la nuova idea di un’arte democratica.

Nel libro intervista La voce di Pistoletto (Bompiani) che presenterà al Salone del libro di Torino, lei parla di arte democratica. E sottolinea la necessità di distinguere fra pensare e credere. Che cosa significa per lei?

Credere significa sposare un punto di vista definito, pre disposto. Significa affidarsi a qualcosa che pretende di essere il motore dell’esistenza senza averne alcuna prova. Così si finisce nella credenza religiosa. Pensare invece ha a che fare con il mio desiderio di sapere. Con una esigenza di rifiutare quello che viene imposto in modo senso dogmatico. Pensare significa mettersi in rapporto con quell’idea di libertà e responsabilità di cui parlavamo prima, significa aprirsi alle domande. Oggi viviamo situazioni nuove, facciamo delle scoperte. E abbiamo la capacità di verifica che viene dalla scienza. Da dove nascono le cose? Per rispondere bisogna pensare in modo libero. Una risposta mistica a una domanda scientifica non funzionerà mai.

Nel progetto i Temp(l)i cambiano lei se la prendeva in modo giocoso con ogni forma di monoteismo.

Di monoteismo, ma anche di politeismo che significa avere tanti dei. In un mio nuovo testo parlo piuttosto di omniteismo e democrazia Con la parola omniteismo intendo dire che siamo tutti coinvolti nell’attività di domanda e risposta. E solo su questa terra. Il Terzo paradiso è qui.

L’arte arriva allo spettatore anche sul piano dell’emozione. È una forma di pensiero potente anche perché non è solo razionale?

Personalmente ho sperimentato emozioni fortissime quando sono arrivato a scoperte che riguardano il rapporto fra statico e dinamico; che riguardano la fenomenologia del quadro specchiante: che dà risposte razionali, ma appaga da un punto di vista emotivo. Il quadro specchiante raccoglie una carica emotiva molto grande. Si può pensare veramente oggi a una vera fusione fra emozione e ragione.

 da left avvenimenti 11-17 maggio 2013

Recensione della mostra di pittura alla Galleria Continua di San Gimignano, 2015

Pistoletto, per Galleria Continua

Pistoletto, per Galleria Continua

Pistoletto sulle orme di Piero della Francesca

Non solo Expo. Per il quale Michelangelo Pistoletto ha realizzato una gigantesca mela, ricostruita nella sua integrità, per simboleggiare un nuovo, auspicato, equilibrio fra tecnologia e natura, (detto, con ironia, Terzo Paradiso). Il maestro dell’Arte Povera e promotore di un’ idea di scultura pubblica accessibile, capace di dialogare con il contesto e di invitare la gente a pensare, è anche – da sempre – pittore. Di autoritratti prima di tutto. Fin dagli anni Cinquanta. Dapprima concentrandosi solo sul volto senza riprodurre la propria esatta fisionomia e poi dipingendo figure intere, a dimensione naturale, con cui cercava di rappresentare ciò che è universale negli esseri umani. Una interessante serie di quadri di quel periodo è ora radunata nella mostra Michelangelo Pistoletto, prima dello specchio, realizzata da Galleria Continua a San Gimignano (Si) e aperta fino al 5 settembre . In un antico palazzo nella storica piazza della Cisterna (con affacci mozzafiato sul borgo medievale e sulla campagna senese) risplendono ritratti, quasi astratti, su fondo argento oppure oro, evocando la tradizione delle icone bizantine. Sono tele di differenti dimensioni e intensità che l’artista realizzò tra il 1956 e il ‘58.

In una, in particolare, si intravede la sagoma di un pittore che lavora su una tela stesa a terra. Un quadro che rivela l’attenzione dell’allora giovanissimo Pistoletto verso l’Action painting americana: nella Torino anni Cinquanta era una novità assoluta. Più che il risultato finale, ovvero quel groviglio di linee che divenne il segno inconfondibile di Pollock, era il gesto artistico del dripping ad affascinare Pistoletto; protagonista di un’avanguardia capace di esprimersi in forme essenziali, eleganti, quasi classiche.

In questa teoria di dipinti appesi a pareti su cui appaiono lacerti di affresco si coglie nettamente l’importanza della lezione arcaicizzante di Piero della Francesca. E in particolare la seduzione di un quadro misterioso e in certo modo eterodosso come la Flagellazione (1455-1460) che Pistoletto diciottenne aveva visto in Palazzo Ducale ad Urbino durante un viaggio con il padre. Ma questi quadri esposti a San Gimignano, fatti di immagini e luce, di paesaggi astratti ed evocativi – per ammissione del loro stesso autore – rimandano anche al cinema di Michelangelo Antonioni, a sua volta grande amante della pittura umanista e insieme primitiva di Piero. Proprio in questo gioco di influenze, rimandi, ricreazioni nacquero poi i celebri quadri specchianti di Pistoletto e questa mostra curata da Galleria Continua ci permette di comprenderne meglio la genesi. ( dal settimanale Left)

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Creatività cercasi

Posted by Simona Maggiorelli su Mag 13, 2013

Maurizio Cattelan, installazione al MoMa

Maurizio Cattelan, installazione al MoMa

Il Salone del libro che prende il via il 16 maggio ha un interessante filo rosso: il tema della creatività. E chiama artisti,  critici, filosofi e scienziati a parlare di immaginazione e fantasia. Al Lingotto fino al 20 maggio. Cercando di capire dove va la ricerca internazionale dopo la fine della stagione delle artistar. Mentre è  già cominciato il count down per la Biennale di Venezia che si aprirà il primo giugno

di Simona Maggiorelli

L’ artista è l’essere umano«più libero che esista, perché può compiere un miracolo, può creare l’opera più bella partendo dal nulla. Solo l’idea conta davvero», dice Marina Abramovic sul nuovo numero della rivista Lettera Internazionale. In un’intervista rilasciata a Gioia Costa in cui l’artista rievoca il lungo itinerario che l’ha portata dalle provocazioni “patologiche” della Body Art a una Performing Art che mescola vari linguaggi, dalla videoarte al teatro, per comunicare più profondamente con le persone. «La leggenda è finita, i templi sono diventati musei e l’artista oggi ha il compito fondamentale di comunicare con la propria intuizione. Oggi la vera scommessa è riuscire a cambiare la consapevolezza delle persone. Facendo della creatività un motore di cambiamento delle persone e del mondo», dice l’artista di Belgrado. Con accenti utopistici non troppo lontani da quelli dell’ultimo Michelangelo Pistoletto.

Non a caso parliamo di due artisti, di generazioni differenti, ma entrambi emersi a livello internazionale negli anni Settanta. «Un periodo che fu molto stimolante per l’arte» commenta il critico Luca Beatrice, che il 19 maggio sarà al Salone del Libro per presentare il suo libro Sex (Rizzoli) che indaga la rappresentazione artistica del sesso e per parlare di creatività. Che è il filo rosso della prossima edizione della fiera dell’editoria.

A Torino, dal 16 al 20 maggio,  il tema della creatività vedrà una declinazione scientifica. In particolare, il 18 maggio, con la presentazione della nuova edizione di Bambino donna e trasformazione dell’uomo dello psichiatra Massimo Fagioli ( L’’Asino d’oro edizioni) e il 17 maggio con la lectio magistralis di Ian Tattersall, autore de Signori del Pianeta. La ricerca delle origini dell’uomo (Codice edizioni), in cui l’antropologo americano spiega come Homo Sapiens abbia prevalso grazie a una caratteristica specie specifica come la fantasia.
In un articolo intitolato Le artistar sono finite, trionfa la noia, su Il Giornale Luca Beatrice, di recente, ha scritto del tramonto degli “anni zero” dell’arte, imposti dal mercato e caratterizzati, per esempio, dall’ipervalutazione di artisti come Danien Hirst con i suoi squali in formaldeide «oggi andati incontro a un deprezzamento del 300 per cento». In giro si respira un’aria di «ritorno all’ordine», scrive Beatrice, ma la fine dell’euforia dei mercati «ci ha liberati dalla mondanità artefatta dell’ultimo Francesco Vezzoli e dall’arte dei pupazzi, dalle provocazioni gratuite, dalla cronaca elevata a storia a cui ci aveva abituati Maurizio Cattelan».

Vanessa Beecroft

Vanessa Beecroft

Nell’arte italiana oggi «c’è molto vintage – sottolinea il critico -. Non a caso alla Biennale di Venezia che aprirà il primo giugno si vedranno molte opere degli anni Settanta riportando le lancette dell’orologio su un tempo molto vitale per la nostra storia dell’arte. Senza contare che molti autori di allora sono ancora qui per raccontare quel periodo». Il lato positivo di questa «retromania è che l’arte oggi ha finito di cantare le magnifiche sorti e progressive del mercato», dice a left Luca Beatrice. Anche se nel mainstream proposto dalle gallerie e dai templi internazionali del contemporaneo, dalla Tate al MoMa, continuano a dominare artisti come Vanessa Beecroft con le sue raggelate rappresentazioni di donne, modelle, bambole meccaniche, che inneggiano a un’arte che non cerca più nemmeno lo choc del sangue e delle ferite della Body Art, ma propone l’anestesia, celebrando il vuoto. «Beecroft ben rappresenta l’era inizio anni Duemila di un tardo capitalismo ormai arrivato alla frutta» commenta il condirettore del Padiglione Italia alla Biennale d’arte del 2009. «Le sue donne nude e perfette non hanno nulla di sensuale, sono l’estrema punta di una rappresentazione del sesso ridotto a ready made».

Ma chi è l’artista oggi e come trova il suo pubblico? Se nel Quattrocento e nel Cinquecento andava a bottega giovanissimo e poi, da quel trampolino riconosciuto (specie se la bottega era quella di Raffaello o di un altro artista noto) entrava direttamente nel mondo dell’arte e delle commissioni ecclesiastiche o di corte, oggi quali sono i percorsi? «Nel Quattrocento l’arte era un mestiere. Oggi non più – risponde da New York Francesco Bonami -. Ma è anche vero che ai nostri giorni il mito del “dottore” ha reso il mestiere dell’artista una professione da residuo sociale…Almeno finché uno non diventa di successo. Non a caso c’è chi dice “mia figlia si è messa con un artistoide”. L’artista è l’artistoide oggi. E poi – approfondisce Bonami che sarà al Salone del libro di Torino il 18 maggio per presentare il suo nuovo libro Mamma voglio fare l’artista (Mondadori-Electa) -. Nel ‘400 l’arte era un fenomeno per pochi oggi è per tutti. E far contenti tutti e più difficile che far contenti pochi. Secoli fa una persona che non era un nobile vedeva al massimo un paio d’immagini sacre o artistiche nella sua vita. Oggi se ne vedono milioni. Creare un’immagine o una forma nuova che dica qualcosa di nuovo o solo qualcosa è una cosa ai nostri tempi difficilissima». Inflazione di immagini a scarso tasso creativo e, dall’altro lato, stupore, se non ostilità, verso chi si cimenta con la ricerca creativa, invece di cercare un impiego sicuro, sembrano connotare i nostri anni. «La ragione ed il calcolo sono oggi l’equivalente di denaro e successo; voler comunicare qualcosa senza altri scopi della condivisione è molto sospetto», commenta il critico fiorentino, direttore artistico della Fondazione Sandretto che è stato direttore della Biennale di Venezia nel 2003 .

Intanto però il mercato internazionale dell’arte e le vetrine delle Biennali europee e americane pullulano di opere all’insegna di un violento iperaelismo tardo pop o, più spesso, di opere iperconcettuali, freddamente astratte, autoreferenziali. Tanto che il filosofo Maurizio Ferraris ha scritto: «La morte dell’arte profetizzata da Hegel due secoli fa si è realizzata alla perfezione. Solo che non riguarda tutta l’arte ma solo l’arte visiva che si autocomprende come grande arte concettuale, o post concettuale. Mentre altre arti stanno benissimo e ne nascono di nuove», riprendendo i fili di un suo vecchio libro, La fidanzata automatica (Bompiani). «Credo che l’arte contemporanea abbia concluso un ciclo» commenta Bonami. E promette: «Racconterò questo nel prossimo libro Dall’Orinale all’Orale dove si parte da Duchamp e si arriva a Tino Seghal quello che usa le persone che raccontano qualcosa. L’arte deve raccontare qualcosa di altro che se stessa e quindi si riparte da capo».

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Hegel

Hegel

Quella della morte dell’arte è una tesi che oramai vanta un bel tratto di storia- ricorda Tiziana Andina, docente d  Filosofia teoretica all’Università di Torino, autrice per l’editore Carocci, di Filosofia contemporanea,  ma anche di Filosofie dell’arte. Da Hegel a Danto. «Per primo l’ha formulata appunto Hegel. Riteneva che l’arte fosse destinata a risolversi nella filosofia, cioè in pura concettualità. Ma francamente non credo che questo avverrà mai. Penso che la previsione di Hegel non solo non si sia realizzata, ma che sia sbagliata sotto il profilo teorico. Filosofia e arte sono essenzialmente diverse, l’una non potrà mai risolversi nell’altra». Che cosa è accaduto allora? «E’ successo che la “storia dell’arte”, ovvero la narrazione elaborata nei secoli dagli esperti per leggere le opere, sembra non funzionare più – spiega Andina -. Non è più efficace per interpretare il lavoro degli artisti, frammentato in miriadi di sperimentalismi». Quando alla pratica artistica contemporanea «non credo che l’arte sia morta – dice la filosofa – e nemmeno che se la passi male. Penso piuttosto che tutta l’arte abbia molto sperimentato  propri linguaggi. Questo può apparire stucchevole o incomprensibile alla più parte delle persone, che preferiscono opere immediatamente figurative e arricchite di una connotazione emozionale». Nietzsche, però, sosteneva che le opere possono incidere sulle nostre vite in misura maggiore di quanto non riesca a fare un ragionamento ben formulato, cosa ne pensa? «Spesso l’arte ha la capacità di incidere profondamente sulle emozioni. La ragione dell’ “invidia” dei filosofi nei confronti degli artisti (pensiamo a quanto Platone maltratti gli artisti nella Repubblica ) ha probabilmente radici proprio in questa idea. Possiamo leggere dettagliate analisi filosofiche che riguardano questioni morali, ma leggere dei pensieri e delle emozioni di Raskol’nikov, in Delitto e castigo, quando prepara l’omicidio della vecchia usuraia, e poi dei suoi tormenti dopo che l’ha uccisa, ci porta a una comprensione “emozionale” di molte cose: che cosa vuole dire uccidere, che cosa significa essere esseri umani, che cos’è la compassione. Tutto questo ha una importanza grandissima per le nostre vite».

dal settimanale left, numero 18 in edicola fino al 17 maggio 2013

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La rivolta spagnola

Posted by Simona Maggiorelli su Mag 8, 2012

Una nuova generazione di scrittori spagnoli scava nelle questioni più scottanti del presente, dalla crisi del Psoe ala precariato, all’invadenza della religione. “Tutti i monoteismi sono per definizione intolleranti”, dice Ricardo Menendez Salmon

di Simona Maggiorelli

Un serial killer, lucidissimo e freddo, è al centro del nuovo romanzo Derrumbe  (Marcos y Marcos) che lo scrittore Ricardo Menéndez Salmón presenterà il 13 maggio al Salone del libro. Nel folgorante L’offesa che nel 2008 ha rivelato lo scrittore e filosofo spagnolo al pubblico italiano il protagonista è invece un sarto, il solerte Kurt Crüwell, che, arruolato da Hitler si getta nella guerra con slancio. Fino a perdere ogni sentire. E «una gelida mattina Kurt non vede più in faccia l’orrore»: La perdita delle emozioni come perdita di ciò che è più umano è un tema che percorre carsicamente molta parte dell’opera di Salmón. Insieme al tornare a interrogarsi sull’orrore nazista e su come sia potuto accadere.
«Il nazismo è stato una tragedia troppo grande e complessa perché io possa diagnosticarne le cause» dice Salmon. «Gli artisti che l’hanno patito in prima persona come Primo Levi hanno detto che, in realtà, non si riesce a raccontare lo sterminio. Le categorie razionali e la lingua stessa non riescono a dire un tale abisso. Personalmente quello che più mi spaventa del nazismo è la sua ideologia e quel suo ridurre il soggetto ad oggetto, l’essere umano a cosa. I nazisti uccidevano uomini, donne o bambini, come fossero figure, pupazzi, bambole».
Ne Il correttore (2009) lei ripercorre e indaga il pensiero delirante alla base dell’attentato di matrice islamica del 2004 a Madrid. Cosa c’è dietro stragi di questo genere?
Le religioni monoteiste sono, per definizione, intolleranti. Alla base c’è una contraddizione paradossale. Il termine “tolleranza religiosa”, pronunciata da un ebreo, da un cristiano o un musulmano, in pratica è un ossimoro. Nelle differenti Chiese c’è chi cerca di camminare sul filo della dialettica non cadendo nel fondamentalismo. Ma in effetti il discorso degli integralisti religiosi è più coerente con la loro fede. I fondamentalisti islamici che hanno fatto esplodere i treni a Madrid hanno rivendicato un attentato contro gli infedeli; Breivik è un razzista, fondamentalista cristiano che pretendeva di salvare l’Europa dall’invasione islamica. L’essenza ultima della religione si rivela qui come la pazzia di anteporre un’irrazionalità malata all’ intelligenza.
Sempre ne Il correttore lei mette insieme la cronaca dell’attentato dell’11 marzo del 2004 e il vissuto del protagonista, Vladimir, che sta correggendo le bozze de I demoni di Dostoevskij quando l’orrore irrompe dalla tv. Il romanzo permette di andare più in profondità nella lettura dei fatti?
La mia intenzione era mostrare che chi maneggia i discorsi, detiene un potere, ha la possibilità di rimodellare la realtà. E ha a portata di mano l’opportunità di proporre una realtà diversa, o addirittura falsa con effetti sul futuro. Detto questo, mi rendo conto che la letteratura in generale e il romanzo in particolare, hanno un potere enorme. Partendo da un artificio, da una convenzione, da una bugia (la finzione), può far in modo che i fatti raccontino la loro verità.
In quale direzione guarda oggi la nuova letteratura spagnola?
Gli scrittori spagnoli hanno ripensato in profondità la guerra civile e i decenni del dopoguerra, e si deve ancora fare molto. Ma capisco che le giovani generazioni, quelle degli scrittori nati negli anni 70 o 80, stiano cominciando a trovare questi temi un po’ stanchi. Per troppo tempo, l’equazione Spagna=Guerra civile ha condannato la nostra letteratura ad essere una sorta di riserva culturale del dramma che ha avuto inizio nel 1936. Mi pare comprensibile che gli scrittori comincino a guardare anche altrove. Oggi ci sono questioni scottanti sul tavolo dello scrittore, dal fallimento del welfare ai diritti dei lavoratori, sotto il ricatto del precariato e di nuove forme di sfruttamento
La protesta degli indignados ha dato una scossa, perché la sinistra non ha saputo dare una risposta politica?
In piazza c’era gente dai 20 ai 60 anni: lavoratori, universitari, esponenti della classe media, persone provenienti da ambienti culturali molto diversi. Non è stato un movimento apolitico ma apartitico. Questo in parte spiega perché la sinistra non ha preso i voti di questo vasto malcontento. A parte Izquierda Unida, la cosiddetta sinistra in Spagna è un blocco monolitico (il Psoe) più vicino a un liberalismo moderato che a un socialismo vero. L’ottimismo rampante è stato il motore della democrazia sociale spagnola per anni. E ora la sinistra “ufficiale” ha pagato il prezzo del disincanto e dei suoi errori. Il loro esercizio di ipocrisia è stata davvero notevole.

da left avvenimenti

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Riscossa romena al Salone del libro

Posted by Simona Maggiorelli su Mag 5, 2012

In barba alla crisi economica, a Bucarest e in altre regioni del Paese, fiorisce una nuova stagione letteraria. Decine di scrittori uniscono la fantasia alla riflessione politica. In una lingua che- dice Norman Manea – ha saputo resistere agli sfregi fascisti e alla vuota reorica dell’apparato comunista

di Simona Maggiorelli

 

Liliana Lazar

Liliana Lazar

La Romania, insieme alla Spagna, è il paese ospite del Salone del libro 2012, dal 9 al14 maggio. E chissà se i media italiani finalmente coglieranno questa buona occasione per abbandonare l’atteggiamento di razzismo strisciante, restituendoci l’immagine di una delle nazioni letterariamente più fertili d’Europa, quale è la Romania oggi. Con una nuova generazione di scrittori trenta e quarantenni che sa unire la tradizione letteraria alta di Cioran, Celan e Ionesco con l’ innovazione, che sa mettere insieme la fantasia di narrazioni epiche e visionarie con l’urgenza politica di riflettere sulle ferite lasciate dal regime di Ceausescu. Come testimoniano gli stessi romanzi del premio Nobel Herta Müller, di cui Feltrinelli sta meritoriamente pubblicando l’intera opera. Le piccole e medie case editrici italiane, più agili e creative – va detto – se ne erano accorte già da tempo. Quando in Italia la Müller era ancora sconosciuta, il suo Una mosca attraversa un bosco dimezzato fu pubblicato da Fuoricampo e una sua novella da Avigliano. Ma soprattutto, da una manciata di anni, nelle librerie italiane si segnalano alcune delle migliori opere della cosiddetta nuova onda romena, dall’immaginifica Crociata dei bambini (Isbn) di Florina Ilis, al caustico e surreale Dita mignole (Fazi)  di Filip Florian  fino al grottesco Il paradiso delle galline (Manni)  di Dan Lungu.

E sarà proprio il quarantatrenne Lungu, docente universitario e autore di sferzanti tragicommedie sulla dittatura, ad aprire la serie di incontri torinesi sulla Romania, insieme a Doina Rusti – che con il suo Zogru o 500 anni di solitudine (Bonanno) ha sfidato Gabriel Garcia Marquez , e a Liliana Lazar , autrice del fiabesco Terra di uomini liberi (Marco Tropea) in cui la giovane scrittrice che vive in Francia traccia un potente ritratto della Romania, terra dalla bellezza incantata e selvaggia e insieme labirinto di orrori di regime.

Mircea Cartarescu

Mircea Cartarescu

Ricordando che i poeti sono stati «i polmoni con cui ha respirato il popolo romeno mentre l’aria della libertà si faceva sempre più rarefatta», come dice lo studioso Corrado Bologna, ampio spazio al Lingotto sarà dato anche alla poesia, con Ana Blandiana e un esponente della nouvelle vague romena come Mircea Cărtărescu, di cui Voland ha appena pubblicato  i racconti nel volume Nostalgia.

Fiero oppositore di Ceausescu, un grande intellettuale laico e umanista come Norman Manea (nato nel 1936 nel Nord della Romania) aveva cominciato a riflettere sulla necessità dell’esilio e sul fallimento degli intellettuali nella dittatura già negli anni Sessanta e in libri che sono ormai dei classici come Clown. Il dittatore e l’artista (Feltrinelli, 1994). Dal 1986 Manea vive a New York e insegna European Culture al Bard College, ma ancora oggi sentendosi un alieno, un outsider, nella società americana. Lo racconta nel libro intervista Conversazioni in esilio che esce il 10 maggio in Italia per Il Saggiatore e che l0 l’autore presenterà a Torino l’11 e il 12 maggio insieme al saggio Al di là della montagna, dedicato al poeta ebreo di origine romena Paul Celan e a Benjamin Fondane, scrittore e pensatore tedesco, deportato e ucciso ad Auschwitz.

«Tutto negli Stati Uniti mi ha sempre fatto sentire estraneo», racconta Manea a Hannes Stein, che lo ha incontrato a New York nel 2010 raccogliendo tre giorni di conversazioni. «L’America è proprio come un’isola: è a tutti gli effetti isolata» continua lo lo scrittore, «è provinciale e al tempo stesso può credere di essere una superpotenza!». Ma bersaglio del grande umanista è anche il linguaggio americano «stupido e tronfio che si esprime per categorie sportive e militari». Lui, in esilio, diversamente da Cioran e Ionesco, ha sempre continuato a scrivere in romeno come “lingua interiore” dell’infanzia, per quanto passata nei lager della Trasnistria dove fu internato dal governo filofascista romeno. Ma anche perché, dice Manea, la lingua romena ha saputo resistere agli sfregi fascisti e alla vuota retorica dell’apparato comunista. E quando l’intervistatore gli chiede: qual è la frase americana che le incute più timore? «“Nulla di personale”», risponde a bruciapelo Manea. «È uno slogan che qui si sente spesso. “Lei è licenziato. Nulla di personale”. Ma come potrei non considerarlo come qualcosa di personale?». Così l’ex ragazzino sopravvissuto al lager e che al liceo fu affascinato dall’utopia comunista e dal sogno dell’uomo novo, per poi, subito, dissociarsi dal regime romeno-stalinista, oggi non risparmia critiche al capitalismo selvaggio americano e alla sua perdita di umanità, raccontando senza accenti moralistici come «eros e malattia giocano a nascondino nei campus puritani» in cui vige ancora il mito di una America paese della libertà sfrenata, mutuato dal ‘68 e declinato alla maniera di Reagan. Ancora una volta andando controcorrente, a costo di attirarsi gli strali della stampa ufficiale. In America come in Romania, dove una certa intellighenzia diventata nazionalista dopo la fine di Ceausescu ancora non gli perdona di aver smascherato una gloria nazionale come Mircea Eliade, ricostruendone la diretta militanza nel gruppo fascista della Guardia di ferro.

da left-avvenimenti

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Antifascismo per natura

Posted by Simona Maggiorelli su Mag 3, 2012

Al Salone del libro di Torino Paola Soriga presenta il suo romanzo d’esordio che riaccende la memoria della lotta partigiana

di Simona Maggiorelli

Avrei voluto scrivere un romanzo forte e contundente su i nostri giorni. Ma ho capito che per raccontarli dovevo prendere una diversa strada». Così si racconta Paola Soriga, autrice di Dove finisce Roma (Einaudi), romanzo che riaccende la memoria della lotta partigiana. Toccando indirettamente punti nevralgici del presente. A cominciare dal razzismo verso i migranti.

 Dove finisce Roma, va detto subito, è un libro colto, nutrito di appassionate letture di Morante, di Calvino, e soprattutto di Fenoglio. Ma si direbbe scritto tutto d’un fiato, come un torrente fresco di scrittura che d’un tratto sgorghi da un’esigenza profonda. Anche se la giovane scrittrice ci racconta che ha avuto una lunga gestazione, a noi continua a suonare come se fosse stato scritto senza staccare mai la penna. In una prosa viva e vitale che scorre via senza argini di punteggiatura, con passaggi rapidi da un punto di vista all’altro, in una polifonia di voci su cui leva, schietta, quella di Ida: la protagonista dodicenne del romanzo, arrivata a Roma via mare da una Sardegna che sembra lontana di secoli. Come tanti emigranti, Ida approda nella capitale per stare vicina alla sorella, sposata di fresco, sperando di trovare un lavoro «in una casa perbene». Ma Paola Soriga non rivela subito questi particolari della storia che si dipanerà come un romanzo di formazione al femminile. L’autrice ci fa incontrare la sua forte e dolce Ida in medias res, con un incipit che ci fa capire il perché degli esergo “rubati” a due poetesse come Wislawa Szymborska e a Antonella Anedda:

«Da due giorni non arrivava nessuno. Da due giorni soltanto il rumore dei topi e il suo fiato, che a volte si fa forte di paura e denti stretti e attenti, e acqua che gocciola, da qualche parte».

Nella grotta dove si è rifugiata, scappando dai fascisti, Ida canta a voce bassa per vincere la paura. Canta e le sembra di sentire l’odore del mare sulla pelle. Canta e, nel buio si accendono memorie di quando era al Paese, e tra lei e sua madre c’era un «silenzio della stessa condensa del sugo». «Non si dovrebbe mai partire con il cuore litigato» dice Ida tra sé. Ma poi la mente della giovanissima staffetta partigiana corre a quella volta che «dall’angolo opposto di via del Plebiscito le era venuto incontro un ragazzino che senza fermarsi le aveva detto ce stanno li fascisti scappa e lei l’aveva guardato un momento, quel momento sospeso dell’imprevisto in cui si deve agire in fretta e ragionare poco».

E’ una lingua viva e icastica, quella di Paola Soriga. Una lingua letteraria vivificata dal romanesco e da accenti sardi. Che zampilla fra anacoluti come fossero sassi che, invece di bloccarla, le danno la spinta. Una lingua fortemente poetica. E non poteva essere altrimenti dacché Paola prima di cimentarsi con la prosa ha sempre scritto versi, «quasi di nascosto». Questo stesso romanzo d’esordio, che è già un caso letterario, «è nato da un verso che poi si è fatto racconto», ammette. Una lingua prismatica, parole dense di senso, le erano necessarie per dire che «l’antifascismo è per natura», ma anche per raccontare quel tumulto di emozioni che accompagnano il farsi donna della ragazzina Ida che intanto ha incontrato Antonio. Per dire «quelle emozioni mai sentite dentro l’inguine e nel cuore… il distacco dalla famiglia, dalle sorelle, da Dio».

L’appuntamento:

Paola Soriga presenta Dove finisce Roma con la partigiana Marisa Ombra, che per Einaudi ha appena pubblicato il libro Libere sempre il 4 maggio a Roma, in un incontro Semplicemente libere. Confronto fra generazioni dalla Resistenza (in Palazzo Valentini, dalle 17.30) e poi al Salone del libro di Torino l’11 maggio.

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Leggere, oltre la crisi

Posted by Simona Maggiorelli su Mag 3, 2012

 La cultura, la scienza , il sapere sono motori di sviluppo, essenziali per la ripresa. La XXV edizione del Salone del libro dal 9 al 14 maggio invita a fare il pieno di buone idee

di Simona Maggiorelli

Questo non sarà il Salone del pianto, lo specchio di una crisi. Ma sarà il Salone dell’ottimismo gramsciano: un’iniezione di coraggio, di fiducia, di propositività» assicura Ernesto Ferrero, il direttore della più importante fiera italiana dell’editoria, il Salone del libro di Torino che quest’anno si svolgerà al Lingotto dal 10 al  14 maggio. «Del resto gli editori italiani sono sempre stati abituati alle difficoltà e non hanno mai attraversato periodi magici. Sono abituati da sempre, geneticamente, a scommettere sul futuro altrimenti non farebbero questo mestiere», dice Ferrero accalorato dalla lettura dei titoli dei giornali usciti all’indomani della presentazione dell’edizione 2012 della fiera. Che evocano immagini di gelo e di resistenza in trincea. «Lo scenario non è affatto invernale. E non parlo solo della quantità degli appuntamenti ma anche della qualità delle proposte, che vengono dall’Italia e dai due Paesi ospiti, la Spagna e la Romania».

Due nazioni che, per motivi diversi, hanno a che fare con una dura crisi economica. Ma che altrettanto sorprendentemente stanno vivendo un momento di importante fioritura letteraria, con una nuova generazione di scrittori capaci di scavare nelle contraddizioni aperte di un Paese che, nel giro di pochi anni, è precipitato dall’euforia economica a una crisi senza precedenti, registrando anche un duro arresto dei processi di integrazione sociale e di secolarizzazione. E se giovani autori vicini alla rivolta degli Indignados come Ricardo Menéndez Salmón affrescano indirettamente il presente nei loro romanzi, scrittrici come Javier Cercas, Almudena Grandes, Javier Marías e altri tornano a interrogare la storia e in alcuni casi il passato regime franchista. Vivacissimo è anche il panorama di proposte che presenterà la Romania «Un Paese che da sempre dialoga con l’Occidente, basta pensare ad autori come Cioran e Ionesco, ma che noi, purtroppo, ancora non conosciamo abbastanza, nonostante in Italia viva una forte comunità romena» dice Ferrero. Già presente in fiera dal 2009 con un proprio padiglione «la Romania sta conoscendo uno straordinario successo di traduzioni in Italia. Segno che queste partecipazioni nazionali funzionano molto bene avendo una grossa ricaduta mediatica».

Ernesto Ferrero

Ma non solo. Ad incuriosire sono anche le finestre che il Salone aprirà sulle nuove frontiere del libro digitale «una rivoluzione pari a quella dell’invenzione di Gutenberg» commenta il direttore. «Ma che potrebbe essere usata al ribasso per letture che diventano zapping senza approfondimento». Le simpatie di Ernesto Ferrero, come è noto, vanno a un’idea alta di letteratura e di lavoro culturale, di stampo modernista e novecentesco e dunque fra le sue raccomandazioni c’è quella di non perdere la lectio magistralis di Claudio Magris, le cui opere sono state appena raccolte nei Meridiani Mondadori,. E poi l’incontro con Raffaele La Capria, con Erri De Luca e con Hans Magnus Enzerberger che a Torino presenterà l’ironico I miei flop preferiti (Einaudi). Centrale al Lingotto sarà anche il tema della formazione. «Nello scenario della competizione globale il valore su cui investire è quello della conoscenza, del sapere, dell’innovazione», sottolinea Ferrero. Ma mentre Paesi come la Francia e la Germania, in tempo di crisi, non tagliano la cultura, pensando alla crescita anche culturale delle nuove generazioni, non accade così in Italia. «Problema annoso», chiosa Ferrero che «purtroppo ha riguardato trasversalmente tutti i governi in Italia. La nostra classe dirigente pensa che la cultura sia un optional, un fatto marginale, a cui regalare le briciole del bilancio. Sarebbe tempo di cambiare sensibilità e testa».

da left-avvenimenti

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Un crociera di carta, tra Nilo, faraoni e piramidi

Posted by Simona Maggiorelli su settembre 28, 2011

Dal 14 al 18 maggio va in scena a Torino la XXII edizione della Fiera internazionale del libro. L’Egitto Paese ospite al Lingotto, in ricordo di un maestro come il Nobel Mahfuz. Sono tantissimi anche gli appuntamenti per l’editoria di casa nostra. Dopo il successo di Palazzo Yocoubian e Chicago, ‘Ala al-Aswani si riconferma voce coraggiosa e anti regime con un nuovo romanzo: Se non fossi egiziano. Mentre nuovi giovani talenti crescono

di Simona Maggiorelli

00155Scontro di civiltà fra Occidente e Oriente? Se ne è fatto un gran parlare negli ultimi anni. A mio avviso, senza senso». Parola di ‘Ala al-Aswani, l’autore di Palazzo Yocoubian e di Chicago (entrambi editi da Feltrinelli), lo scrittore egiziano più letto in Medio Oriente, ma anche il più tradotto in Occidente.
«Ho sempre pensato che la civiltà sia uno dei risultati più alti della creatività umana» accenna lo scrittore al telefono, poco prima della sua partenza per Torino. «Lo scontro, quando avviene – precisa al-Aswani – semmai è causato dal fondamentalismo religioso. Nella storia le religioni sono sempre state usate per sostenere guerre e per uccidere. E in questo le confessioni religiose sono tutte uguali, a qualsiasi libro sacro appartengano. Io sono musulmano perché sono nato in un Paese che professa questa fede, ma se fossi nato in un Paese cattolico, probabilmente sarei stato cattolico…». Sottile e tenace critico della situazione sociale e politico dell’Egitto di oggi, coraggioso nella sfida ai maggiori tabù della tradizione, ‘Ala al-Aswani è uno degli ospiti più attesi della Fiera del libro 2009, in programma al Lingotto dal 14 al 18 maggio. al-Aswani incontrerà il pubblico il 16, in occasione dell’uscita del suo nuovo libro Se non fossi egiziano (Feltrinelli, in libreria dall’9 maggio), in cui lo scrittore egiziano, sullo sfondo delle vie del Cairo, tratteggia una galleria di personaggi di oggi mandando in frantumi ogni oleografia. Così, fra un ricercatore in medicina che non trova come finanziare i suoi progetti, le meschinità di un bottegaio e il moralismo di una studentessa osservante quanto ipocrita, s’incontrano personaggi che nulla hanno di prevedibile e scontato. E proprio questa schiettezza, la sottile ironia, ma anche la calda umanità che “trasuda” dalla scrittura di al-Aswani, ne fanno una voce originalissima nel panorama della letteratura egiziana. Ma anche una delle più criticate dalla fronda più moralistica e religiosa dei lettori. E delle più bersagliate dalla censura.

Realtà e immaginazione
Se non fossi egiziano_643371262«Al Cairo – racconta al-Aswani – il primo ad aprire un cinema fu un italiano. Si chiamava Delio Astrologo. Trovandosi sempre di fronte un pubblico che si spaventava a morte quando sullo schermo appariva un treno che sembrava correre verso di lui, adottò questa tecnica: ogni sera, accompagnati gli spettatori in sala, prima che si sedessero, spiegava loro, con tanto di prove a misura di polpastrelli, che quello che avevano davanti non era che un pezzo di stoffa».
Un secolo dopo lo scrittore egiziano confessa di trovarsi in una situazione curiosamente simile. «Tra i lettori di narrativa – chiosa al-Aswani – purtroppo, c’è ancora chi fa la stessa identica confusione tra realtà e immaginazione. Dopo l’uscita del romanzo Chicago ho ricevuto dosi settimanali di insulti da lettori fanatici secondo i quali, rappresentando un personaggio di una ragazza velata che rinuncia ai suoi principi, offendevo tutte le musulmane velate e dunque l’islam stesso». Ma questo, certamente, non è bastato a fermare la fantasia dello scrittore e il gusto di uno scrivere senza censure.
«Terminati gli studi di medicina negli Stati Uniti, alla fine degli anni Ottanta sono tornato a vivere in Egitto – scrive ‘Ala Al -Aswani nel libro – e avrei voluto dedicarmi solo alla scrittura. Ma dovevo fare il dentista per guadagnarmi da vivere. Così ho scisso la mia vita in due: una vita regolare, seria, da persona rispettabile, come medico, e un’altra da scrittore, libera, esente da ogni restrizione sociale e pregiudizio. Tutti i giorni, dopo il lavoro, mi precipitavo alla scoperta della vita nelle sue forme più originali ed eccitanti. Andavo a zonzo nei luoghi più bizzarri, incontravo persone poco convenzionali, spinto da una curiosità impellente e una reale necessità di comprendere la gente e di imparare quel che aveva da insegnarmi».
Una passione per l’umano, in tutti i suoi aspetti, che rende viva e irresistibile la prosa di questo scrittore che qualche critico definisce “il Nagib Mahfuz contemporaneo”. Di fatto il Nobel scomparso nel 2006 è “il nume tutelare” e la personalità forte che aleggia su tutti gli appuntamenti di questa Fiera del libro 2009, che ha scelto l’Egitto come Paese ospite. Ma il 16 maggio la casa editrice Newton Compton gli dedicherà un appuntamento speciale, un reading di pagine scelte dai suoi capolavori, da Rhadopis a Il romanzo dell’Antico Egitto, da La cortigiana del faraone a Il giorno in cui fu ucciso il leader, fino a Karnak cafè. Con una sorpresa per il pubblico italiano: l’uscita, sempre per i tipi di Newton Compton, di Autunno egiziano, un affascinante racconto-affresco del Cairo, a oggi ancora inedito in Italia.

Zigzagando tra gli appuntamenti
Ma zigzagando fra i moltissimi appuntamenti della sezione dedicata all’Egitto – fra i quali segnaliamo in particolare “L’Egitto al femminile” con Radwa Ashur, Salwa Bakr, Ahdaf Soueif e Mira Al Tahawi e la lectio magistralis dell’archeologo Zahi Hawass, autore dell’affascinate Le montagne dei faraoni (Einaudi) – da non perdere di vista, l’incontro con lo scrittore emergente Ahmad al-Aidy, caso letterario in Egitto e in Inghilterra del 2008 proprio per la penetrazione psicologica con cui questo giovane autore egiziano (classe 1974) racconta una generazione «che non ha nulla da perdere». Linguaggio ironico, scheggiato, scrittura sincopata che procede per flash, diversamente dalla prosa più distesa e classica di al-Aswani, quella di al-Aidy nel romanzo Essere Abbas al-Abd (il Saggiatore, dal 7 maggio in libreria) procede per improvvisi scatti, impreviste accelerazioni nel raccontare una porzione di gioventù intrappolata in un mondo di rapporti malati, senza un filo e al tempo stesso scapicollati fra sms, mondi virtuali e McDonald’s. Con un registro completamente diverso, anche qui troviamo il coraggio di uno sguardo “crudele” che va fino in fondo. La voglia di guardare in faccia la realtà senza infingimenti. Con un linguaggio letterario nuovo, creativo, che non si ferma alla cronaca.
«Il successo internazionale di uno scrittore artisticamente maturo come al-Aswani, ma anche l’emergere di voci dichiaratamente controcorrente come al-Aidy sono la riprova di quanto la scena culturale sia cambiata in Egitto, di quanto sia diventata finalmente più libera» commenta Fabio El Ariny, lo scrittore italo egiziano che ha fatto molto parlare di sé con il romanzo d’esordio, Il legame (Besa) nel quale si immagina un nesso fra l’incidente aereo che accadde a Malpensa e l’attentato alle Torri gemelle. Al centro del racconto c’è un giovane immigrato ingiustamente accusato di terrorismo. El Ariny, che come al-Aswani ha una “doppia vita” fra lavoro e scrittura, sarà a Torino il 15 maggio per parlare di letteratura egiziana. In queste settimane è anche al lavoro su un nuovo romanzo «che – ci anticipa – sarà completamente diverso dal precedente, che era stato definito un thriller».

Un Paese democratico?
Nato in Italia, El Ariny è cresciuto e ha studiato in Egitto. «Là vivono i miei genitori e da quando nel 1992 mi sono trasferito in Italia ho continuato a frequentare molto il Paese – racconta – così ho potuto vedere passo dopo passo il cambiamento che l’Egitto ha fatto dalla fine degli anni Ottanta. Allora era impossibile criticare il governo. Non c’erano giornali, se non quelli di regime e in pubblico bisognava stare molto attenti a quel che uno diceva. Oggi, giustamente, c’è chi dice che l’Egitto non sia un Paese democratico ma bisogna ammettere anche che la censura si è un po’ allentata: quando ero piccolo, per esempio, certi libri di Mahfuz si potevano acquistare solo in Libano, che sotto questo riguardo è sempre stato un Paese più libero dell’Egitto. Negli ultimi anni sono nati giornali di opposizione, possono emergere voci libere di scrittori, anche apertamente critiche. Molti di loro saranno ospiti a Torino. E proprio per questo sarebbe assurdo boicottare la Fiera».
«La scena editoriale egiziana è molto cresciuta e si è molto movimentata negli ultimi anni. Accanto alle case editrici più grandi e ufficiali sono nate imprese più piccole e indipendenti, che qualche anno fa sarebbero state impensabili» conferma Barbara Ferri, che per le Edizioni e/o segue il progetto Sharq/Gharb: una costola della casa editrice romana che traduce e pubblica in arabo letteratura italiana contemporanea ma al contempo promuove coedizioni arabe di opere di autori mediorientali. «La Fiera del libro del Cairo è un buon termometro della situazione. E l’ultima edizione è stata quanto mai frequentata e ricca di proposte. Anche dal punto di vista dell’editoria – sottolinea Ferri -. Ovviamente non si può parlare dei Paesi arabi in generale, perché ciascuno ha la sua storia. Ma se, per esempio, in Siria non siamo ancora riusciti a creare rapporti di collaborazione con l’editoria locale, a causa di una forte presenza della censura, in Libano non abbiamo mai avuto problemi. La novità ora riguarda proprio l’Egitto dove per la prima volta sta nascendo un’attenzione viva anche per quel si pubblica nei Paesi che si affacciano sul Mediterraneo».

IL PUNTO Quelle star del boicotaggio
di Tahar Lamri
*

Il direttore della Fiera del libro di Torino, Ernesto Ferrero, ha dichiarato a Libero: «Ci saranno tante star e ne siamo contenti, perché servono a creare movimento e ottengono spazio sui mezzi di informazione». L’evocazione di queste parole (star, movimento e ottenere spazio), in ambito letterario, è già di per sé motivo sufficiente per boicottare una manifestazione. Non per motivi ideologici, ma perché, in un mondo letterario perfetto, il libro è invito alla lentezza e a combattere le forme dello star system e dello sgomitare per avere un posto sui media.
L’appello a boicottare la Fiera, sottoscritto anche da Gianni Vattimo, crea proprio quel movimento che assicura spazio sui mezzi di informazione e fa di Vattimo una star e siccome questo movimento tende a fagocitare il suo nucleo, cioè in questo caso la difesa dei diritti umani, e focalizzare tutta l’attenzione sulla periferia, cioè la polemica-spazzatura che si nutre di vecchie e nuove polemiche, alcuni giornalisti fanno i conti con chi davvero difende i diritti umani e spostano l’asse della discussione su tutto ciò che è marginale: Israele è più democratico dell’Egitto, Tariq Ramadan non dovrebbe essere invitato perché l’anno scorso… ecc.
Sheherazade ci insegna che la letteratura salva la vita, ma è da molto tempo che la letteratura si è dimessa da questa funzione. Dai tempi di Camus, Franz Fanon, Aimée Cesaire, molti scrittori sudamericani torturati, segregati, confinati, proprio per difendere i diritti umani e il diritto alla parola. Poeti Cheyenne che vivono a stenti nelle democrazie consolidate. Boicottare o non boicottare una Fiera del libro è soltanto un esercizio ozioso per creare, appunto, star, movimento e ottenere spazio.

*Scrittore e studioso di intercul  10 maggio 2009

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Vivere oggi a Gaza

Posted by Simona Maggiorelli su agosto 15, 2011

 

 

banskypalloncininw5Dopo un’edizione 2008 dedicata a Israele e che suscitò non poche polemiche, la Fiera del libro, fino al 18 maggio, apre una finestra sulla Palestina. A Torino, il libro denuncia di Makdisi e gli Arabi danzanti di Kashua. Ma anche una voce scomoda per Israele come l’ebreo Pappe

di Simona Maggiorelli

Tra il Duemila e il 2007, 854 i bambini palestinesi sono stati uccisi dall’esercito israeliano. Questi i casi accertati, quelli effettivi potrebbero, purtroppo, essere molti di più. Secondo l’Agenzia americana per lo sviluppo internazionale oltre il 90 per cento dei bambini palestinesi vivono nella paura. Il 48 per cento di questi ragazzini hanno sperimentato direttamente la violenza dell’esercito d’Israele. Il 21 per cento dei più piccoli sono sfollati a causa della politica israeliana. Il 52 per cento dei minori palestinesi sentono che i propri genitori non possono proteggerli. A fronte di tutto questo, il 96 per cento dei ragazzi palestinesi considerano l’istruzione necessaria per la propria crescita personale, ma le aule palestinesi chiuse durante i coprifuoco toccano la quasi totalità, mentre il numero degli attacchi israeliani alle scuole palestinesi, fra il 2003 e 2005, è pari a 180. E ancora, dando uno sguardo alle cifre che riguardano i ragazzi più grandi, si scopre che il 75 per cento dei ventenni di Gaza si vede negato il diritto all’istruzione universitaria. Queste cifre anonime dietro le quali ci sono persone, storie, troppo spesso tragedie, sono di fatto solo una piccola parte di quelle squadernate nella serrata indagine che lo scrittore libanese Saree Makdisi presenta in Palestina borderline, storie da un’occupazione quotidiana, appena uscito in Italia per i tipi della casa editrice milanese Isbn: a nostro avviso, uno dei titoli politicamente più importanti fra la miriade di nuove proposte che la Fiera propone dal 14 al 18 maggio. Un libro che non si limita a una disamina scientifica della realtà, che potrebbe anche risultare fredda, ma presenta storie, racconti, spaccati di vita quotidiana, vicende che talvolta “ potrebbero anche sembrare normali – come scrive Makdisi, se non dovessero fare i conti con check point, guardie armate, perquisizioni indiscriminate”.

L’anno scorso il Paese ospite scelto dalla Fiera del libro di Torino , come è noto, fu Israele . E molte autorevoli voci del panorama letterario internazionale declinarono l’invito. Fra questi il poeta siriano Adonis che, su invito del Pen e di Donzelli quest’anno invece terrà una lectio magistralis. Ma a Torino ci sarà anche il giovane scrittore palestinese Seyed Kashua, autore de Gli arabi danzanti (Guanda), un romanzo autobiografico ambientato all”epoca della strage di Sabra e Shatlila, il compo profughi che fu devastato dai carri armati israeliani. Kashua è riconosciuto oggi come uno degli scrittori più promettenti dell’area del Medio Oriente. Nel frattempo la casa editrice Epoché presenta a Torino  il libro del poeta palesinese Mahmud Darwish, Il letto della straniera, ricordando una delle voci più intense di quella terra, prematuramente scomparsa l’estate scorsa. Ma da non perdere di vista è anche l’appuntamento in Fiera con un israeliano che si è battuto contro l’occupazione della striscia di Gaza come lo storico Ilan Pappe. Domenica 17 maggio, l’autore de La pulizia etnica della Palestina discute della situazione palestinese con la studiosa Paola Caridi e Khaled Fouad Allam. Nel libro lo storico israelianoPappe ricostruisce le vicende che nel 1948 portarono alla nascita dello Stato di Israele. In quell’anno ebbe luogo anche la Nakba (la catastrofe), ovvero la cacciata di circa 250.000 palestinesi dalla loro terra.

dal quotidiano Terra

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In ricordo di Saramago, Nobel ribelle

Posted by Simona Maggiorelli su Mag 22, 2011

 In un intenso libro intervista edito da L’Asino d’oro edizioni un ritratto dello scrittore Josè Saramago visto da vicino. E’ firmato dal giornalista e scrittore Baptista-Bastos, che con il Nobel portoghese ha condiviso la battaglia contro il fascismo di Salazar ma anche passioni letterarie e di vita.

di Simona Maggiorelli

Il Nobel Saramago

«Oltre ad essere un saggio, un erudito che manifestava una solidarietà assoluta nei confronti degli altri, José Saramago è stato uno degli uomini più liberi che ho conosciuto». Con queste parole cariche di emozione e di affetto il giornalista e scrittore portoghese Baptista-Bastos ricorda l’amico di sempre, José Saramago, al quale è stato legato anche da una comune e forte militanza politica. «Ci siamo avvicinati nel corso della lotta contro il fascismo portoghese» ricorda Baptista Bastos che al premio Nobel scomparso l’anno scorso ha appena dedicato il libro José Saramago, un ritratto appassionato ( L’Asino d’oro edizioni). «E in modo del tutto naturale – aggiunge – perché eravamo mossi da una grande complicità politica ma anche da un forte imperativo morale. I tempi, le problematiche, un’enorme affinità culturale ed etica hanno cimentato un’amicizia e un rispetto reciproco, mai sopiti».

«Tutti i miei romanzi sono politici» le dice Saramago nel libro intervista. La letteratura, per lui, era anche un esercizio di responsabilità culturali, etiche, civili?

Tutti i romanzi sono politici. Oppure riflettono malintesi politici. L’arte di Saramago rifletteva non solo le sue preoccupazioni riguardo al momento storico, ma anche l’imperativo etico ed estetico di aiutare gli altri a comprendere il mondo. Grazie a un’immaginazione potente e una creatività non comune, lui forniva gli strumenti per capire la realtà che ci circonda. Il lettore, poi, avrebbe giudicato secondo il proprio intendimento. L’arte di Saramago è un formidabile invito a una libera libertà.

Con lei Saramago torna a dirsi «comunista e scrittore». La trasformazione sociale e la sua idea di uomo nuovo, però, non erano né messianiche né meccanicistiche. Che cosa significava per lui la necessità di «rendere l’uomo più umano»?

Si diceva comunista e scrittore, non scrittore comunista. Saramago, prima di tutto, era uno scrittore; dopo veniva il resto. La preoccupazione per le strade imboccate dall’umanità gli faceva sentire l’urgenza, la necessità di affermare: «Il ventunesimo secolo sarà il secolo dell’uomo o non sarà». Apparteneva a quella immensa famiglia letteraria che, dall’antichità classica a oggi, considera preziosa l’individualità di ciascuno, senza ingabbiarla rigidamente nelle differenze.

A Torino anni fa, in un elogio di Cassandra, Saramago disse che oggi Cassandre necessarie, capaci di guardare lontano, sono gli scienziati, troppo spesso inascoltati. Ma ricordo anche che in Italia si batté al fianco di Luca Coscioni per la ricerca sulle staminali embrionali.

Ovunque si lottasse per una scienza consapevole, in ogni battaglia per il progresso della conoscenza contro ogni forma di oscurantismo (in particolare l’oscurantismo e la superstizione vaticana), lì era José Saramago. Un uomo e il suo destino, o il destino che Saramago ha voluto per se stesso, ecco la sua definizione.

Nel vostro dialogo Saramago dice che è la mente dell’uomo a creare Dio. Nel Quaderno (Bollati Boringhieri,2008) scriveva: «il pianeta sarebbe molto più pacifico se tutti fossimo atei»: Come si articolava la sua denuncia della violenza esercitata dalle religioni?

Secondo Saramago, l’uomo ha creato gli dei per superare le proprie paure. Ma l’impresa non ha prodotto che nuove paure. Saramago considerava suo compito combattere la paura, costruire forme avanzate di civiltà e solidarietà.

Tornando alla letteratura, lei rileva l’importanza che le immagini femminili hanno nella letteratura di Saramago. In che modo, a suo avviso, sono centrali?

La donna è compagna dell’uomo, non per seguirlo ma per camminare al suo fianco. E le figure femminili nell’opera dello scrittore portoghese assurgono a una dimensione potentissima, sono loro, le donne, a determinare e stimolare le grandi correnti della Storia. Tempo fa mi sono trovato a riflettere sulle somiglianze fra i personaggi femminili in Saramago e in Elio Vittorini, le «garibaldine», nel cui animo risiede tutto il coraggio del mondo.

Nei Quaderni di Lanzarote (Einaudi)-in cui lei compare fra i dedicatari- Saramago scriveva : «sono ancora uno stato di buon funzionamento, per non dire che mi sembrano del tutto intatti i doni di immaginazione e ingegno con cui sono venuto al mondo. Ora, in modo repentino ma non inaspettato, vedo aprirsi davanti a me prospettive nuove». La sua ricerca di uomo e di artista non si fermò mai?

Spesso Saramago si interrogava sull’avanzare dell’età. Lo faceva prendendo le mosse da quell’aristocrazia dello spirito molto vicina a Montaigne. L’idea di domare l’ignoto, l’oscuro, non lo abbandonava mai. Ma bisogna dire che il coraggio di Saramago era di natura morale, oltre che fisica. Credo sia stata l’unione di queste due caratteristiche a rendere lo scrittore portoghese l’uomo speciale che è stato e a permettergli di lasciarci un’opera monumentale per l’ampiezza delle sue proposte.

dal settimanale Left-Avvenimenti

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I nuovi demoni russi

Posted by Simona Maggiorelli su Mag 16, 2011

 Una interessante  panoramica degli scrittori russi della dissidenza ha sfilato al Salone del libro di Torino, che ha appena chiuso i battenti. Il comunismo sovietico non c’è più, ma i nuovi governi da Eltsin a Putin non si sono affatto dimostrati democratici. E ancora oggi in Russia si muore si osa dire il vero sulla guerra in Cecenia e sulla mancanza di informazione attendibile.

di Simona Maggiorelli

Chagall il suonatore di violino

Oggi la Russia «è un Paese che ha imparato che cos’è la libertà. E questo è impagabile. Ma c’è troppa corruzione e il profitto è diventato un dio». Parola di Sasha Sokolov che con libri-denuncia come La scuola degli sciocchi (Salani) è diventato un simbolo della nuova letteratura russa di opposizione. In sintonia con letterati affermati e maturi come Sokolov,  cercando strumenti per comprendere l’oggi, autori più giovani come Aleksandr Terechov scavano in vicende censurate  come quella di alcuni figli dell’apparato stalinista  che nel 1943 diventarono “lupacchiotti” filo nazisti. (Il ponte di pietra, Edizioni e/o) oppure più direttamente raccontano  come il vuoto lasciato dal crollo dell’ideologia sovietica sia stato riempito dalla dittatura di poteri forti addestrati dal Kgb.

Il volume  12 che hanno detto no. La battaglia per la libertà nella Russia di Putin (Edizioni e/o) curato dal giornalista Valerij Panjuskin ne è un esempio ficcante, raccogliendo dodici testimonianze di intellettuali che denunciano il feroce regime poliziesco e corrotto che attanaglia la vita quotidiana  in Russia.

Intanto non si ferma l’esplosione sanguinosa dei conflitti e l’inferno della guerra in Cecenia. Lo ha raccontato l’esule Nicolai Lilin in una serie di libri dal fondo autobiografico, usciti di recente per Einaudi e molto discussi. Ma a Torino si è fatta sentire anche la voce di Zachar Prilepin, ex membro dei corpi speciali antiterrorismo dell’ esercito russo e autore dell’incisivo e spiazzante Patologie (Voland) che ambienta la sua storia nelle strade della città di Groznyi devastate come nella seconda mondiale.  E al Lingotto c’è stata  anche la testimonianza della giornalista Yiulia Latynina che con coraggio ha raccolto il testimone di Anna  Politkovskaja assassinata mentre stava rincasando una sera di ottobre del 2006 per mettere a tacere il suo lavoro di inchiesta in Cecenia e che accusava Putin e il suo governo.

Anche per evitare problemi con l’attuale governo e con la censura diretta e indiretta, per raccontare ciò che ha visto in Cecenia, Yulia ha scelto questa volta la chiave di una narrazione fantastica nel bruciante Il richiamo dell’onore (Marco tropea editore), in cui appare “trasfigurato” ciò che la giornalista ha documentato nel Caucaso degli anni Novanti e che non ha potuto raccontare nei suoi articoli.

Realismo aspro e crudele e dall’altra parte narrazione fantastica ma non di evasione, mai del tutto avulsa dalla vita concreta. Sono questi  i due filoni di ricerca che oggi sembrano incontrare maggiore attenzione sulla scena letteraria russa.  Che qui di seguito cerchiamo di raccontare anche attraverso le parole del  regista e scrittore Pavel Sanaev. Di fatto a Torino, alla ventiquattresima edizione del Salone del libro andata in scena al Lingotto dal  12 al 16 maggio, le occasioni di approfondimento non sono davvero mancate.

Per conoscere più da vicino queste e molte altre nuove voci della letteratura russa contemporanea. Ma anche per tornare a studiare Dostoevskij, al quale è  stato dedicato un convegno  il 14 maggio con un intervento, fra gli altri, di Andrey Shishkin oppure la poesia di Osip Mandel’stam, la cui opera è stata al centro di una tavola rotonda sulla quale speriamo di poter dare presto ulteriori notizie.

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