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La lunga marcia di Hong Kong

Posted by Simona Maggiorelli su dicembre 31, 2014

hong-kong-democracy-protestsMentre si annuncia un’invasione di poliziotti per una festa di fine anno nelle strade di Hong Kong, il passaggio al nuovo anno diventa l’occasione per fare un bilancio sulla lotta di Occupy Hk per libere elezioni.

«Nessun governo può sopprimere questa richiesta di democrazia per sempre. Una volta che il processo è attivato diventa inarrestabile». Lo scrittore Chan Ho Kei racconta a Left la “sua” rivoluzione degli ombrelli
di Simona Maggiorelli
Chiedono elezioni libere, suffragio universale, libertà e diritti. Ma anche la possibilità di studiare in scuole e università di qualità. E lo fanno con gli strumenti e il linguaggio della non violenza e con azioni di disobbedienza civile. Sono i giovani e giovanissimi di Occupy Central che, insieme a cittadini di tutte le età hanno occupato il cuore della metropoli asiatica, dando vita a una rivolta pacifica e oceanica. I media l’hanno subito battezzata Umbrella revolution, per via del fiorire in strada di ombrelli colorati usati per riparasi dai gas urticanti e presto ricoperti di scritte ironiche, poetiche, virali per diffondere i contenuti della protesta. «Che ha già raggiunto risultati importanti». In primis nella mentalità degli abitanti dell’ex colonia britannica, secondo lo scrittore Chan Ho Kei, che ha esordito nel 2008 con il noir Duplice delitto a Hong Kong, pubblicato nel 2012 in Italia da Metropoli d’Asia.

B3gSl4OCYAEYIpe«Ciò che è cambiato è l’atteggiamento delle persone che ora desiderano sempre più ardentemente la democrazia», dice lo scrittore. «Prima la gente di Hong Kong era piuttosto passiva. Solo gruppi ristretti si battevano con forza per i propri diritti. Alcuni invocavano l’intervento della Gran Bretagna contro la Cina, perché fosse rispettato l’accordo “Un Paese due sistemi”». Con la nascita del movimento molta gente ha smesso di cercare un aiuto angloamericano. «Si è capito finalmente che sta a noi farci sentire, anche se il governo di Leung Chun-ying, controllato da Pechino, fa orecchie da mercante. Si è compreso che la responsabilità è nostra e tocca a noi agire». Questa idea, sottolinea Chan Ho Kei, «è particolarmente popolare tra gli adolescenti. Tra quindici o vent’anni saranno loro a guidare il Paese, cambiandone il volto». Oggi però la strada da fare è ancora tanta per conquistare maggiore libertà e diritti democratici. «Perché – avverte lo scrittore – la Umbrella generation non deve vedersela solo con il governo di Pechino che ordina gli sgomberi alla polizia di Hong Kong», ma anche con le lobby locali, con chi ha interessi economici «e per difenderli è disposto ad accettare qualsiasi ordine da parte dell’autorità, anche i più oppressivi. Questo non fa che aumentare lo scontro e le divisioni. Anche all’interno delle famiglie e tra amici. E certo non aiuta il movimento». Ora, dopo 17 giorni di occupazione pacifica, la polizia ha sgomberato con la forza tutta la zona del Mong Kok, caricando i manifestanti inermi

foto di Marco Perduca

foto di Marco Perduca

Una escalation di violenza che fa temere un intervento da parte della Cina per sedare, una volta per tutte, la rivoluzione degli ombrelli?

Sì, a mio avviso, Pechino potrebbe ordinarlo e, temo, lo farà. Io non parlerei però di “rivoluzione”: il movimento non mira a cambiare il sistema politico, né a rovesciare le autorità. Per la Cina, in fondo, si tratta di mettere a tacere un movimento isolato, in una singola città. E con il muro di censura che hanno alzato è quasi impossibile che il tam tam della rivolta contagi 1,3 miliardi di persone. Nonostante feroci disuguaglianze economiche, oggi in Cina non ci sono carestie o disastri che possano innescare la miccia.

Il governo di Pechino dunque continuerà a reprimere Hong Kong. Non con le armi, ma con l’intimidazione, la corruzione e la propaganda. Ma tutti sappiamo che nessun governo può sopprimere questa richiesta di democrazia per sempre. Sul lungo periodo, non solo a Hong Kong, ma anche in Cina ci saranno libertà e democrazia. Come dicevo all’inizio, la mentalità della gente è cambiata e non si potrà più tornare indietro. Una volta che il processo di cambiamento si è attivato diventa inarrestabile. Non so quanti anni ci vorranno, forse 20, forse 50, forse 100.

Che cosa significa per lei questo movimento?

Sono felice di vedere i miei concittadini lottare per i diritti civili e impegnarsi per un bene più grande. È bello scoprire che la gente di Hong Kong è tosta, ma anche attenta e ragionevole. Se vai nelle zone della città dove è più viva la protesta vedi scene surreali: la gente per strada con le scritte e i cartelli e i negozi di lusso regolarmente aperti poco più in là. Non è mai stato gettato un sasso. Nessuna vetrina rotta. Per uno scrittore è un’esperienza straordinaria essere testimone di tutto questo. È una grande fonte di ispirazione. Ma al tempo stesso sono preso dagli eventi, travolto dall’emozione. Gli scrittori amano lavorare in luoghi tranquilli e lasciarsi andare al flusso di parole. È davvero difficile farlo ora.

BzwKnxZCMAAq5USOltre a poster di Marley, frasi di Lennon e Martin Luther King per strada si vedono piccole “biblioteche” improvvisate. Che cosa leggono i ragazzi di Occupy central, quali sono i riferimenti culturali dei manifestanti?

1984 di George Orwell è un libro che viene spesso citato dai manifestanti. E ricorre spesso la frase tratta da La fattoria degli animali: «Tutti gli animali sono uguali, ma alcuni animali sono più uguali degli altri». Viene usata ironicamente contro la Risoluzione che prevede elezioni libere nel 2017 ma potendo scegliere solo fra tre candidati pre-selezionati da un comitato pro Pechino.

Nel suo libro, pubblicato in Italia da Metropoli d’Asia, racconta Hong Kong come una città misteriosa, impenetrabile. è solo un espediente narrativo o corrisponde alla sua visione della città?

Trattandosi di un noir ovviamente faceva gioco. Ma è vero anche che Hong Kong è una città molto complicata. Con molte luci ma anche tante ombre. Abbiamo un sacco di problemi che riguardano la politica, la scuola, il lavoro. Ciò che più mi preoccupa è il venir meno del principio di uguaglianza. Anni fa se lavoravi duramente potevi guadagnare abbastanza da sostenere una famiglia. Se ti impegnavi nello studio potevi avere un lavoro e un futuro migliore. Ora non è più così. Emergono nuove povertà. Raccontando il lato oscuro di Hong Kong in qualche modo ho voluto alludere a tutto questo. Ma nel libro racconto anche aspetti positivi della città attraverso alcuni personaggi, come, ad esempio, lo psichiatra o l’allenatore di Kung Fu. Figure che in qualche modo rappresentano il carattere aperto, premuroso e attento degli abitanti. Se proseguiamo con questo spirito – e l’Umbrella movement lo dimostra – Hong Kong sarà sempre una città magnifica.

In the mood for love ,Wong Kar Wai

In the mood for love ,Wong Kar Wai

Il cinema di Hong Kong ha una tradizione molto forte. Un regista come Wong Kar-Wai ne è in qualche modo l’ambasciatore in Occidente. Si direbbe che abbia avuto un’influenza sul suo modo di scrivere molto cinematografico.

Da bambino guardavo molti film noir e polizieschi. John Woo e Johnnie To sono molto popolari da queste parti. Sono stato influenzato dal loro stile di narrazione e ho cercato di immettere questa “abilità visiva” nel mio romanzo. Wong Kar-Wai è un grande regista. Mi diverto a mostrare la scala mobile di Hong Kong Express ai miei amici stranieri! Una battuta per dire che i suoi film sono molto europei . Ma mette qualcosa di Hong Kong ed elementi cinesi in film d’autore, di stampo occidentale. Tuttavia c’è più creatività, bellezza e poesia nei suoi lavori che in tanti film locali.

Dopo trenta anni di follie finanziarie, a un occhio esterno, Hong Kong oggi sembra più reale, più umana, ricca di cultura e arte. Ma è davvero così?

In realtà è un paradosso. Sembra più ricca di cultura e di arte oggi, ma ne è più povera. Sì, ora Hong Kong ha più musei, recupera il patrimonio storico, ma la gente avverte la repressione culturale che viene dalla Cina continentale. Inoltre qui il costo delle abitazioni è schizzato alle stelle e le persone non hanno tanti soldi da spendere per l’arte, la cultura, l’istruzione di qualità. Rispetto a 10 o 20 anni fa i giovani osano meno nell’inseguire i propri sogni. Fare l’artista è considerato una follia, calcolando i redditi bassi e gli affitti esosi. Aprire uno studio è diventato quasi impossibile. Anche se le star degli anni 90 brillano ancora.

Uno dei leader della rivolta studentesca ha detto: «Occupy Hong Kong assomiglia al comunismo. Ma non a quello cinese». Che ne pensa?

Beh, penso che assomigli più al socialismo, che al comunismo. E poi, francamente, possiamo chiamare comunismo il sistema socio-economico cinese? Non vorrei suonasse sarcastico, ma ciò che caratterizza la Cina oggi sono il capitalismo, lo sfruttamento e privilegi di classe. Nel comunismo, se non sbaglio, non ce ne dovrebbe esser traccia.

Dal settimanale Left

 

A conversation with Chan Ho Kei about the future of Umbrella movement in Hong Kong by Simona Maggiorelli

Chan Ho Kei

Chan Ho Kei

What has changed in Hong Kong after this great popular uprising?

I think what changed most is the attitude of Hong Kong people who craves democracy. Before this movement, Hong Kong people were quite passive. Only a certain groups of people, including politicians, would use aggressive way to fight for their own right. We can even heard voices in Hong Kong asking the British government to stand against China as they have an agreement in fulfilling the “One Country Two Systems”, which means the British SHOULD support the Hong Kong citizens. But after the Umbrella movement started, a lot of people changed and talk less about  asking the British or the US to help. Now we understand it is our responsibility to voice out, even the government won’t listen. This idea is especially popular among the teenagers. I think when they grow up and become the major group of the society in the next 15 to 20 years, it will cause major impact to Hong Kong.
However, there are also bad changes in the society. The disunity of Hong Kong people became more severe. Just like any part in the world, there are always people who have vested interest, being conservative, or willing to comply any unreasonable order from the authority. This causes confrontations in Hong Kong people, or even within families and between friends, which is no good for the situation.
dupliceDo you think China could still suppress the demand for freedom and democracy coming from the Umbrella revolution?
Yes, in my opinion, China can, and China will. First of all, I don’t think it’s a “revolution”, as the movement doesn’t aim in changing the political system nor overthrowing the authorities. To China it’s just a single movement occurring in a single city. Because of the Great Fire Wall of Mainland China, all the news are blocked and censored, the movement is almost impossible to spread within the 1.3 billion population. Also although there is a great economic inequality in China, now China doesn’t have any major famine nor disaster that triggers people to revolt. However, there is always one single news that the China leaders don’t want the Chinese know – the government would be willing to step back when confronting its people. In order to maintain authoritativeness, China government won’t compromise. China will continue to suppress. Not armed suppression, but using intimidation, bribe, and propaganda to stir up the society, sabotaging these demands.
But we all know that no government can suppress this demand forever. In the long run, I think not just Hong Kong, but also China would have real freedom and democracy. Just like what I said in the previous question, Hong Kong people’s attitude changed in this movement and there is no way back. Once these changes happened in China, it will be unstoppable. Of course, I don’t know how many years it needs. Maybe 20 years, maybe 50 years, maybe 100 years.
BzLNcSwCYAAZOaPWhat does the Umbrella revolution mean for you as a citizen? And as a writer?
As a citizen, I’m glad to see my fellow citizens stand up for their own right and willing to sacrifice for greater good. It’s also great to know that Hong Kong people are reasonable, considerate and tough. If you have been to the protest area, you can feel the surreality – while people are protesting, the luxury stores just one block away are still open. No stones throwing nor glass breaking at all.
It’s great for a writer to witness these events. Being in one of these events would bring me a lot of inspirations. But it’s also quite disturbing. Your emotion would be strongly affected by the news and the situation. Writers love to work in quiet places and let the words flow. It’s really hard to do it now.
 I have seen pictures of small “libraries” down the street. Which are the books oh Occupy Hong Kong? In other words, what are the cultural references of the protesters?
Yes, I know that there are libraries on the street, but I didn’t take a look. Sorry that I can’t provide you details. Talking about the cultural references, one book has been frequently mentioned in this movement. George Orwell’s 1984. Orwell’s Animal Farm is also mentioned. That famous quote “All animals are equal, but some animals are more equal than others.” is sometimes used to mock the format of 2017 Chief Executive election which the government stated. (HK people can vote, but can only choose from the three candidates pre-selected by a pro-Beijing committee. People mock that those members of the committee are “more equal” than us)
 <> on June 1, 2014 in Hong Kong, Hong Kong.In your book published by Metropoli d’Asia you mostly tell about the dark side of Hong Kong, why?
Well, it would be pretty weird if I used a bright and cheerful tone to tell a crime story about homicide, right? 🙂
Ok, just kidding. Hong Kong is a very complicated city. It has the dark side, but also some bright sides. We have a lot of problems, from politics to educations, from labors to poverty. What most bother me is that equality is fading within Hong Kong. In the old days, if you worked hard you could earn enough to support your family. You studied hard then you could get a better job and had a bright future. But now this is not always true. More cases of cycle of poverty emerges. I think, exposing the “darkness” and making the readers reviewing their daily lives, their stance, their perspective should be one of the many purposes of writing a crime story.
By the way, in my book there were actually some bright sides. They were shown in the characters. Like the psychiatrist and the Kung Fu class tutor, they are considerate, friendly, and just like a common Hong Kong people. As long as we stick to this Hong Kong spirit, just as the spirit we show in the umbrella movement, Hong Kong would still be a great city.
Pro-democracy protestor's umbrella, Hong KongDid Hong Kong movies have an influence on you ? In Europe, Hong Kong’s style is best known thanks to Wong Kar Wai. What do you think of him as a filmaker ?
Yes, of course. Crime movie (police movie) is one of the most famous genres of Hong Kong film, I have been watching these films since I was a child. Movies directed by John Woo and Johnnie To were globally acclaimed. I think I have been influenced by their story telling style and tried to put these “visual skill” in novel.
Wong Kar Wai is great. I didn’t watch every movie he made, but I do enjoy those I watched. I always take my foreign friends to the escalator in Central and tell them where the scene was took in Chungking Express (retitled as “Hong Kong Express” in Italy). It’s pretty interesting that I think Wong Kar Wai’s films are more like European films than Hong Kong ones. It’s like a European director who knows Hong Kong very well, putting Hong Kong and Chinese elements in a Western artistic film. His films might not be as fast-paced as other Hong Kong films, but always show creativity, beauty and poetry better than a lot of local movies.
umbrella-revolution-explainer-01After thirty years of financial follies, Hon Kong today looks more real , more human, rich of cultur and, art (thanks to the new museum). It ‘s so or is it just the superficial image of a journalist like me who has had the pleasure of spending a vacation in Hk?
Very interesting, I think Hong Kong looks richer in culture and art these days, while actually poorer then before. Yes, now Hong Kong got more museums, and people valued cultural icons such as old building related to local history more. But these issues were raised because the local people feeling cultural suppression from Mainland China. It is easy for the people in China to think it’s a rebellious act that Hong Kong tries to preserving the unique semi-British semi-Chinese culture. When the suppression force became greater, the reaction of Hong Kong citizens is also greater.
apre.jpgOn the other hand, the skyrocketed price of housing caused a major damage to art and cultural development. Compare to 10 or 20 years before, now the youngsters don’t dare to pursue their dreams. It’s irrational to be an artist, considering the low income and the high rent you have to pay each month. It’s almost impossible to set up a studio. It’s pretty obvious that the most famous TV and movie stars of HK nowadays are still from 90s.
At last: one of the leaders of the student revolt has said Occupy Hong Kong resembles communism. But certainly not to the Chinese one. What do you think?
Well, I think it’s more like socialism rather than communism. And, frankly, do you think that the socioeconomic system China adopting nowadays can still be called as “communism”? I don’t want to sound sarcastic, but China is full of capitalists, exploitations and over-powered social classes, which should be absence in communism.

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Le meraviglie dell’Indo. Le donne libere del Ladakh

Posted by Simona Maggiorelli su dicembre 27, 2014

india_bikaner_woman_full_sizeSulle sue rive sono fiorite culture millenarie. Convivevano pacificamente prima della colonizzazione inglese e della partizione politica e religiosa fra India e Pakistan. Lo racconta in un libro Alice Albinia, vincitrice del premio Hemingway 2014

di Simona Maggiorelli

Dalle pitture rupestri di Burzahom risalenti al neolitico alle meraviglie dell’antica città di Mohenjo-daro, sorta 4.500 anni fa, fino alle feroci contraddizioni dell’India e del Pakistan di oggi, Paese in cui l’indipendenza del 1947 appare ormai lontana, sepolta da «leggi razziali, violenza etnica e vaneggiamenti settari dei mullah», come osserva Alice Albinia. La giovane scrittrice e reporter inglese ha compiuto un viaggio di oltre 3mila km lungo il fiume Indo, risalendo le correnti della Storia per raccontare lo straordinario mosaico di culture che, nei millenni, si è sviluppato sulle sue sponde, prima che il più rigido induismo delle caste in India e il monoteismo islamico in Pakistan (dove è religione di Stato) si sostituissero alle sincretistiche e pacifiche mescolanze indo-musulmane e buddiste preesistenti.

Gli imperi dell'Indo

Gli imperi dell’Indo

Arteria vitale di civiltà e di scambi per lunghi secoli, l’Indo fu regimato dalla canalizzazione inglese che diventò strumento di potere e di controllo nelle mani dei colonizzatori occidentali. «Il governo britannico si basava sull’antico “dividi et impera”», dice Alice Albinia. «Quando gli inglesi se ne andarono, gli abitanti di queste regioni, che erano stati messi gli uni contro gli altri, cominciarono a combattersi per la supremazia. Ecco quale fu l’elemento detonatore della violenza in questa area che non era mai stata dilaniata da lotte così feroci, nemmeno all’epoca della conquista di Alessandro il Macedone, né tanto meno sotto i grandi re dell’India come il musulmano Akbar».

Alice Albinia ha raccontato tutto questo in un libro insolito e affascinante, Imperi dell’Indo (Adelphi), con cui ha vinto il premio Hemingway, che le è stato consegnato il 28 giugno 2014 a Lignano Sabbiadoro. Più che un reportage è «un’opera-mondo» di quasi cinquecento pagine, che fonde storia, politica, arte, archeologia, antropologia e molto altro, al ritmo di una narrazione avvincente.

Dalla sua la scrittrice inglese ha la capacità di “sparire” fra la gente per trovare la persona giusta e ascoltare la sua storia. Risvegliando il ricordo del grande reporter polacco Ryszard Kapuściński. Come l’autore di Sha in Sha, Albinia (che è nata a Londra nel 1976) è poliglotta, prepara i suoi reportage con lunghe ricerche, li nutre di molte letture, andando a vivere direttamente nei territori che intende raccontare.

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Ladakhi-women

Ma lei si schermisce, non commenta il nostro paragone, volendo essere solo se stessa. Anche se poi ammette di avere una particolare passione per i libri di un originale outsider della letteratura come lo scrittore-viaggiatore (nella memoria) W.G. Sebald. Di ritorno a Londra dagli Stati Uniti, nei giorni scorsi, Alice ci ha detto di essere già al lavoro su un nuovo reportage « ma questa volta da zone molto più vicine a casa». In effetti Gli Imperi dell’Indo, uscito in inglese nel 2008, è stato un’impresa piuttosto impegnativa anche dal punto di vista fisico, fra avventurosi passaggi in terre Pashtun nascosta sotto un burqa e momenti di vero e proprio scoraggiamento « di fronte alle tormente di neve e al ghiaccio che in Tibet – ricorda la scrittrice – ci impedivano di procedere, ma anche di tornare indietro».

Sul versante opposto dal punto di vista climatico, ma non meno forte sul piano emotivo, è stato  l’inizio del suo viaggio in una torrida Karachi dove Albinia ha raccontato la vita degli intoccabili della casta banghi, che ancora puliscono le fogne della città senza che la modernità abbia modificato in nulla il loro status di paria. Insieme a loro, sono state le donne a pagare il prezzo più alto della partizione fra India e Pakistan, che separò in modo astratto e arbitrario territori dove culture differenti, per secoli, avevano tranquillamente convissuto. Una divisione fatta senza tener conto delle fisionomie sociali che si erano sviluppate in armonia con le aree disegnate dall’Indo.

L’imposizione di quei nuovi confini scatenò faide e spedizioni di pulizia etnica intorno al 1946. «D’un tratto vicini e parenti di diversa fede e lingua diventavano nemici e molte donne furono violentate, sfregate, uccise», ricostruisce la reporter. E il pensiero corre all’India di oggi di cui si legge sui giornali, alle tante storie di ragazzine stuprate da branchi criminali di maschi nelle campagne. Un fenomeno che ha radici culturali profonde, che affondano nel basso status che ancora oggi viene riconosciuto alle donne», commenta Alice Albinia, che prima di intraprendere questo suo viaggio lungo l’Indo ha vissuto per alcuni anni a Delhi. Eppure nella millenaria storia del continente indiano non è sempre stato così. Almeno, non ovunque. Come si apprende da un capitolo del libro dedicato alle donne del Ladakh nell’estremo nord dell’ India, al confine con il Tibet, dove per secoli ha prevalso la poliandria in modo che un figlio potesse contare sull’aiuto, anche materiale, di più padri, mentre alla madre spettava un ruolo centrale nella famiglia anche riguardo all’eredità. Alice sceglie un’espediente narrativo affascinante per raccontare questa sua nuova tappa nelle terre dell’Indo, partendo da alcune pitture rupestri risalenti al neolitico e incise sui menhir che svettano in semicerchio a Burzahom, dove sono state oggetto di studio fin dagli anni Trenta. In alcune scene compaiono, insieme agli uomini, anche delle donne a caccia di cervi con ampi archi. La libertà di cui godevano le donne in questa parte del mondo scatenò le reazioni di condanna tanto di missionari gesuiti quanto di viaggiatori occidentali e cinesi che, scrive Alice Albinia, nelle loro memorie e dispacci stigmatizzavano la poliandria come pratica contro natura. «Quella cultura è sempre stata guardata con grande sospetto dagli stranieri ma – sottolinea la scrittrice – oggi il Ladakh si distingue nettamente da tutti i territori circostanti per il rispetto sociale di cui godono le donne, eredità anche della tanto vituperata poliandria».

Il vuoto lasciato dai Buddha di Bamyan

Il vuoto lasciato dai Buddha di Bamyan

Raccontare un pezzo di storia attraverso l’arte – antiche miniature persiane e dell’epoca di re Akbar per esempio- ma anche attraverso reperti archeologici è uno degli elementi di grande forza di questo libro. Che in un capitolo dedicato ai Buddha sulla via della seta riannoda i fili della storia dal III secolo a.C. al VIII secolo d.C., raccontando come il re Ashoka fece del buddismo uno strumento di pace per il governo della regione, riattivandone il processo di diffusione dopo duecento anni di declino. Ricostruendo la storia del buddismo lungo la via della seta (dove i monasteri, nei punti più impervi del percorso, funzionavano anche da locande per le cosmopolite carovane di viaggiatori e mercanti), Alice Albinia approfondisce anche alcuni aspetti della complessa questione che va sotto il nome di iconocalastia. Che riguardò anche il buddismo alle sue origini, prima che questo tipo di pratica diventasse la «religione delle immagini» (così la chiamavano i Cinesi). I giganteschi Buddha del Bamiyan, distretto buddista dell’Afghanistan, ne erano una monumentale testimonianza. Lo sono stati per secoli prima che nel 2001 i talebani sunniti li facessero saltare. «Non tanto come attacco diretto ai buddisti, quanto per colpire gli sciiti», dice Alice Albinia. Alcuni di loro, infatti, furono costretti dai talebani a piazzare l’esplosivo perché- spiega la reporter – «nel Bamiyan, dopo la penetrazione dell’Islam nella regione, i Buddha monumentali vennero assorbiti dal folklore religioso sciita». Oltre alla “lettura” delle immagini artistiche, nella sua ricca narrazione l’autrice di Imperi dell’Indo ricorre anche a quella di poemi antichi per raccontare in profondità un territorio e la cultura che lo abita. È questo il caso della poesia sufi e della regione del Sindh punteggiata di templi. Anche in questo caso Albinia diserta il già noto. «Sono sempre stata affascinata dagli aspetti eterodossi del sufismo», confessa. «In questa valle dell’Indo invita a ribellarsi alle rigide norme sociali. Nei templi sufi le donne si lanciano in danze forsennate per cercare di elaborare le frustrazioni e l’oppressione della vita domestica. Ma va detto anche che questa ritualità è solo uno sfogo e nulla poi cambia realmente nella loro quotidianità».

dal settimanale Left

A conversation with Alice Albinia by Simona Maggiorelli  giugno 2014

Alice Albinia

Alice Albinia

Along the Indus River, there has been an extraordinary flowering of different cultures in centuries . Often mixing each other. Is this one of the reasons why you decided to write about this part of the world?

Yes the river flows through a region rich in intermingling cultures and interesting overlapping histories which it has helped to create. But also I had the idea to write the book while living in India, a country recently divided from the river valley which was once the motherland of its culture. So there were many enticing histories and stories to explore.

 Syncretistic religions and cultures “brought” long periods of peace. On the other side, wich are the roots of the violence that accompanied the partition? Is monotheism a violent matrix?

British rule in India was based on the old imperial form of divide and rule and when they removed themselves the people they had divided fought to rule over the land they were leaving. That is one reason for the violence.

A very big question: what are the cultural causes of the rapes and murders of young girls in India today?

The low status of women is mostly to blame.

Which impression did you get from the cave paintings of Ladakh? In that area women practiced polyandry and were respected in society. What remains of that culture?

Yes that culture was seen as backward and suspect by outsiders. But actually the valley of Ladakh stands alone, socially in the region, and that is partly to do with the historical legacy of polyandry.

Archeological discoveries and art often drive your storytelling. Which artistic treasure were most touching and exiting for you along the way?

It was absolutely thrilling to be taken to see the rock carving of the archers in northern Pakistan. The ancient art work on a rock had survived all this time; and the stone circles, also in northern Pakistan. I only hope that they last for another thousand years or two.

Our reportage is  very fascinating. You seem to have no masters. At last did you get any ispiration from authors like Sebald or from a journalist like Kapuscinski?

I love reading Sebald but mostly I got inspiration from the people I worked with and read while working in India and Pakistan.

Your book the takes strengh from art but also from poetry. What did you like most of the Sufi culture? And what about women who met in sufi temples? With their hysterical dances did they try to come across of their interior wounds? ( They made me remember those women dancing taranta in Italian south that were studied by Ernesto De Martino…).

I liked the unorthodox nature of Sufism. It allows a complete rebellion from the dictated norms of society, in the Indus valley at least. Yes, the women in those Sufi tombs were dancing away many frustrations and oppressions.

Have you ever been afraid and wanted to leave the trip? What convinced you to get back on your path?

I was afraid on the mountainside in Tibet, of the rain and the snow. But there was no way back.

My next reportage is something closer to home.

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Come l’educato Sar diventò il feroce Pol Pot

Posted by Simona Maggiorelli su dicembre 25, 2014

Angkor-Wat-in-Siem-Reap

Angkor-Wat-in-Siem-Reap

Nella Cambogia anni Cinquanta, in fermento per le prime libere elezioni. Nel romanzo Canto della tempesta che verrà lo scrittore Peter Fröberg Idling racconta la giovinezza del futuro dittatore e quel suo “strano”, inquietante, sorriso

di Simona Maggiorelli

Chi era veramente Pol Pot, prima di diventare il dittatore khmer che si rese responsabile di uno dei più terribili genocidi del Novecento? Lo scrittore svedese Peter Fröberg Idling, che ha vissuto e lavorato in Cambogia e in Sud-est asiatico come cooperante, ha continuato a chiederselo per anni. Colpito da quello strano sorriso che affiorava sul volto di Saloth Sar (1925-1998) in foto d’epoca che lo ritraggono elegante studente a Parigi nei primi anni Sessanta e poi modesto e schivo insegnante in Cambogia mentre, segretamente, si dedicava a una organizzazione clandestina d’ispirazione comunista.

Apsaras in Angkor  Wat

Apsaras in Angkor Wat

Chi avrebbe mai detto, dalle tante testimonianze che Idling ha letto e raccolto direttamente, che quello schivo ragazzo sarebbe diventato il capo di quel regime che, tra il 1975 e il 1979, torturò e uccise due milioni di persone? Rendendosi colpevole di un massacro così sistematico e agghiacciante da lasciare ancora larga parte della popolazione cambogiana stordita, vittima di una abissale amnesia. Con questi pensieri e interrogativi che gli ronzavano in testa, una decina di anni fa Idling ha scritto un importante libro-inchiesta, Il sorriso di Pol Pot, basato su lunghe e minuziose ricerche. Ed è stato proprio durante quelle indagini sul campo che lo scrittore e giornalista svedese si è imbattuto in una sfuggente figura di donna, che negli anni Cinquanta fu miss Cambogia e, fin dai 18 anni, fidanzata del futuro Pol Pot.

Intorno alla seducente Somaly ha costruito il suo nuovo libro, Canto della tempesta che verrà, edito in Italia da Iperborea, come il precedente volume. Pur avendo alle spalle un grosso lavoro di documentazione, questa volta si tratta di un romanzo. Anche perché, dopo essere riuscito a scoprire che la ragazza, di estrazione aristocratica, lasciò Sar d’improvviso («spezzandogli il cuore») per scappare in Inghilterra con il suo amico (l’ambizioso Sary), Idling ammette di aver perso ogni traccia di lei. «Ho saputo di Somaly da un testimone speciale, il filosofo e linguista khmer Keng Vannsak, ma ho incontrato molte difficoltà nelle verifiche, i riscontri erano confusi e quando lui è morto nel 2008 ho smesso di cercare, pur continuando a tenere viva l’attenzione».
Fin dal poetico incipit di Canto della tempesta che verrà, tuttavia, si ha la sensazione che la scelta non sia stata casuale. Poiché il ricorso alla narrativa ha permesso allo scrittore di andare molto più in profondità, nello scavo psicologico dei personaggi e della storia.

Angor Wat

Angor Wat

Il risultato è un affascinante affresco della Cambogia all’indomani della liberazione dal dominio francese, quando il Paese si preparava alle prime libere elezioni del 1955, mentre gli oppositori del principe Sihanouk (fra i quali lo stesso Sar) cominciavano a metterne in discussione il potere. La scrittura giornalistica, certamente, non avrebbe permesso all’autore di esplorare al contempo tutti questi differenti piani, anche se lui un po’ minimizza. «Il genere per me non è importante. Ogni volta cerco solo il modo migliore per scrivere la storia che vorrei raccontare. In questo caso volevo che il lettore potesse immergersi nelle atmosfere di una Phnom Penh anni Cinquanta, quando non era ancora tutto già determinato. Volevo ricreare la quotidianità di quelle settimane in cui furono prese delle decisioni che avrebbero avuto enormi conseguenze. Come scrittore questa è stata la mia sfida». In quello scenario, di una città in fibrillazione, incontriamo Sar, persona “piacevole”, affabile. Nulla lascia trasparire quella fredda schizoidia che l’avrebbe portato a sterminare migliaia e migliaia di persone in nome di una astratta costruzione dell’uomo nuovo. «L’idea che mi sono fatto – commenta Idling – è che Pol Pot sia stato, per così dire, l’uomo sbagliato nel posto sbagliato e nell’epoca sbagliata. Penso che in quella determinata situazione, una granitica ideologia lo abbia spinto a prendere decisioni via via sempre più estreme, perdendo ogni rapporto con la realtà umana. Fino al punto di arrivare a pensare che, per ottenere certi traguardi di cambiamento sociale, fosse necessario sacrificare delle persone in carne e ossa». Armati da un simile determinismo «i Khmer rossi, come altri regimi comunisti, si sono spinti molto oltre nella violazione dei diritti umani», sottolinea con forza lo scrittore svedese. «La loro totale incapacità nel gestire la nuova situazione del Paese, insieme a una folle escalation di paranoia e brutalità, li fece arrivare fino al genocidio», racconta Idling.

Iperborea

Iperborea

Il sorriso seduttivo di Sar in questo modo si tramutò nella maschera agghiacciante di Pol Pot? «Per tutta la vita lo hanno sempre descritto come un uomo “piacevole”, ma dopo gli anni Sessanta la sua personalità fu sempre più alterata e distorta, anche se appariva lucido, freddamente razionale nel prendere le decisioni». Anche le più terribili.
Eppure quando da giovane viveva in Francia, Sar sembrava avere molte passioni. Era affascinato dalla rivoluzione francese, frequentava intellettuali e filosofi (fra i quali Jean-Paul Sartre) ma anche e soprattutto giovani esuli provenienti dalle colonie francesi, che studiavano a Parigi e intanto lavoravano per l’indipendenza del loro Paese d’origine. «Sar era un nazionalista convinto ed era attratto dall’idea di una Cambogia indipendente», precisa Peter Fröberg Idling. «E la via più diretta per ottenerla era quella indicata da un’ideologia allora alla moda: la lotta armata. Nei primi anni Sessanta quei gruppi avevano pochi seguaci e assomigliavano piuttosto a una setta. Con alcune analogie con la tedesca Raf. Comunque Sar non fu mai un ideologo – nota lo scrittore – le sue conoscenze teoriche non erano molto avanzate. Per lui il nazionalismo fu sempre più importante del comunismo».

Ma al di là della vicenda personale di Pol Pot,resta un quesito irrisolto: che cosa determinò il precipitare degli eventi in Cambogia? Perché il Paese che si era ribellato ai colonizzatori finì nel terrore? «A mio avviso fu anche il risultato di una serie di fattori diversi – risponde Idling -. A cominciare dalla guerra fredda. Le grandi potenze usarono la Cambogia come una scacchiera. La guerra degli Stati Uniti in Vietnam ebbe un forte impatto sulla società cambogiana. L’esercito statunitense cominciò a bombardarla. Il governo cambogiano ebbe delle precise responsabilità in tutto questo e indirettamente spinse le posizioni dei Khmer a radicalizzarsi. Detto questo, io non credo, però, che la rivoluzione armata sia la soluzione, a meno che tu non sia disponibile a sacrificare un sacco di gente. Su questo Svetlana Alexieviech ha scritto pagine definitive, che invito a leggere».

dal settimanale Left

A conversation with  Peter Fröberg Idling, by Simona Maggiorelli (21 ottobre 2014)

 

Peter F. Idling

Peter F. Idling

After a powerful book like Pol Pot’s smilehow did you come to the decision to change literary genre and write a novel, going back to 1955, when Pol Pot was still an unknown man?

I don not pay much attention to genres. I merely try to find the best way to tell the story I want to tell. In this case I wanted the reader to enter into a world and a time when nothing yet had been decided. I wanted the reader not only to experience the atmosphere of Phnom Penh in the 50’s, I also wanted the reader to feel the ordinariness of these weeks and petty decisions that would have extraordinary consequences. Lastly, as a writer, I always have to challenge myself, I cannot do the same thing twice.
How can happen that a kind teacher, a man of culture, apparently democratic, become a dictator responsible for Cambodia’s 1975-79 genocide, in which as many as two million people died?
I think he was the wrong person at the wrong place at the wrong time. I think both his dictatorship and the genocide were the results of the circumstances. He tried to do what he thought was best for himself, his party and finally the nation, but every radical decision brought him further and further away from what we consider humane and reasonable. In order to obtain certain goals, you sometimes have to sacrifice people. If we take a trivial example, the Italian society accepts that almost 4000 people are killed in the traffic every year because these peoples lives are considered less important than to have a functioning traffic system in the country. The Khmer Rouge, and other Communists regimes, kept pushing that line of acceptance, being prepared to sacrifice more and more people in order to reform society. This – in combination with an extreme incompetence when it came to managing the country, escalating paranoia and built-in brutality – made the Khmer Rouge such a disaster. I think Pol Pot in many ways remained a likable man through his whole life, that is how he is described by people who met him, but I think he from the 60’s and onward became more and more distorted by the power he obtained, by the inhumane decisions he felt he was forced to make.

Generally in schizophrenics ( even if they seem calm, diligent and serious scholars) there is something strange or bizarre in their way of expressing themselves or move that, to a trained eye, sounds as an alarm bell. Nothing in Sar hinted a sick mind?

As I said in the previous answer, I don’t think Sar was insane. I think he, through ideology, the repression from the Cambodian police, the American bombings and the civil war, gradually entered a mind frame that we today perceive as lunatic. But entering this way of understanding the world step by step, it probably all seemed reasonable and in that context he took what he perceived as reasonable decisions. But to us, with hindsight, these decisions seem insane.

In the novel you suggest that the loss of Somaly, (who had been his fiancé from the age of 18) marked a caesura in his life. Did your research in Cambodia confirm your intuition? Which was the role of the magnetic Somaly?

I got the story about this illusive Somaly from Keng Vannsak (http://www.rfa.org/english/news/politics/cambodia_polpot-20060507.html). The story turned out to be very hard to research – Keng Vannsak passed away, some of the names and the order of events etc were confused. I spent a lot of time trying to find out what happened, but in the end it was not important for the novel. But I still keep an eye open.

Speaking of the Parisian formation of Pol Pot, which influence has had on him Sartre’s marxism ? How Sar became then a crystallised communist?

Sar was not a very political person when he arrived in Paris. There he kept to his compatriots, who happened to be influenced by the other young men from the French colonies who studied there and were struggling for independence. Being a nationalist, Sar was attracted by the idea of independence for Cambodia. And the best way to obtain this, was through the ideology à la mode – armed communism. In the first half of the 1960’s, the Khmer Rouge, which at the time had very few followers, turned into something rather sect-like. One could compare them with the RAF in West Germany. Sar was never a very profound ideologist, his theoretical knowledge does not seem to have been very advanced, and he also dropped communism in the 80’s when the Khmer Rouge was transformed into a nationalistic guerrilla fighting against the Vietnames occupation. Nationalism was always more important than communism.

The historical period in which the novel is set was a period of great and positive turmoil in Cambodia. How could it happen that the struggle for freedom and independence ended in the Khmer dictatorship? How was it possible that a dream of a New Humanity produced a chilling genocide?

It was the result of converging factors. Most importantly, I would say, was the Cold War, where the great powers were using Cambodia as a chess pawn. The American war in Vietnam also had a great impact on the Cambodian society, especially when the US started to bomb Cambodia. But it was of course also the responsibility of the Cambodian politicians and the radicalization of the Khmer Rouge. I do not think armed revolution ever is a good idea, unless you are ready to sacrifice a lot of people. I advice everyone who feel attracted by armed revolution to read Svetlana Alexieviech’s books.

In your previous book, The smile of Pol Pot you tell of a shipment of leading European intellectuals who during a trip to Cambodia (escorted by the Khmer) did not perceive the tragedy that was taking place. Was it for dishonesty? Why did they close their eyes?

There blindness can be explained by several reasons. Being invited by a revolutionary icon like Pol Pot was of course very flattering – three of the four were young, rather inexperienced and had never been to Cambodia before. They also had a different mind frame than we have today – for example they had accepted the idea of forcing the wealthy to surrender their wealth in order to reach a society without economic inequality. Furthermore, they did not trust the Western media and thus relied more on Cambodian and Chinese sources of information. They were confronted by a society recently destroyed by war, which of course explained some deficiencies. But perhaps most important, the Khmer Rouge cadre in the provinces could not show the real state of affairs to their own leaders (as they then would have been accused of sabotage and been executed) and were thus in a bizarre way rather experienced in staging this kind of visits. The Swedish delegations had some doubts, which they expressed in their reports after the trip, but the overall pattern was, according to them, positive. They did of course not see any terror, not even armed cadre.

 

 

 

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Andar per mostre. La bella avventura di Azimut/h

Posted by Simona Maggiorelli su dicembre 24, 2014

Lucio Fontana Io (non) sono un santo

Lucio Fontana Io (non) sono un santo

E’ stata uno degli avamposti della ricerca internazionale e un fenomeno quasi del tutto inconsueto in Italia. Soprattutto per il modo alto in cui riusciva a far incontrare sperimentazione artistica, letteraria e scientifica. Stiamo parlando della rivista Azimut/h fondata insieme all’omonima galleria nel 1959 da Enrico Castellani e Piero Manzoni a Milano. Da due talenti fra loro diversissimi e che, anche per questo, riuscivano a coprire così ad ampio spettro ambiti d’avanguardia disparati.
Riservato e dedito a una ricerca sull’arte astratta rigorosissima il primo, Enrico Castellani, quanto il secondo, Piero Manzoni, era estroverso, capace di inventarsi performance e trovate che avevano l’aria della burla, mentre mandavano a gambe all’aria antichi luoghi comuni sull’arte e l’ispirazione. Basta pensare alla sua celeberrima Merda d’artista che rendeva d’un tratto ridicola ogni posa dannunziana o pretesa aura sacra dell’opera d’arte. Forse anche per questo insolito mix di caratteri e poetiche l’esperienza di Azimut/h ebbe vita breve, dal settembre del 1959 al luglio del 1960. Ma tanto bastò per entrare direttamente nella storia dell’arte del Novecento.

Piero Manzoni, merda d'artista

Piero Manzoni, merda d’artista

In quegli anni Milano era in pieno fermento, le gallerie erano attivissime, anche sul fronte della sperimentazione più avanzata, che guardava all’astrattismo, di livello internazionale. Tanto che nella galassia di Azimut/h, troviamo nomi di primo piano come Lucio Fontana e poi Alberto Burri e artisti americani già noti allora come Jasper Johns, Robert Rauschenberg e il francese Yves Klein, sodale di Piero Manzoni sul versante della performance dal vivo e della provocazione. Ma non solo. Intorno a Azimut/h gravitavano nomi interessanti, anche se meno noti al grande pubblico, come Jean Tinguely, Heinz Mack, Otto Piene e Günther Uecker. Una importante mostra al Guggenheim di Venezia, fino al 19 gennaio 2015, permette di conoscerli più da vicino, insieme agli altri protagonisti della folgorante stagione di Azimut/h.

Curato da Luca Massimo Barbero il percorso espositivo si sviluppa in sei sale. La prima presenta lavori di Rauschenberg, Johns, Tinguely, un monocromo blu di Klein e opere di Burri. Mentre nella seconda parte figurano lavori di Manzoni che raccontano il suo poliedrico talento, capace di spaziare da raffinati Achrome a provocatorie sculture viventi. Di Enrico Castellani sono esposte le superfici a sviluppo architettonico e alcune superfici nere che catturano la luce e sembrano rilanciarla in modo ritmico grazie a un gioco di estroflessioni e introflessioni della tela.
Ma di grande valore è anche il catalogo edito da Marsilio che accompagna la mostra Azimut/h continuità e nuovo: un volume di oltre seicento pagine che raccoglie contributi critici di Luca Massimo Barbero, Francesca Pola, Flaminio Gualdoni, Federico Sardella e di Antoon Melissen. E non solo. In questa ponderosa pubblicazione sono riprodotte tavole, contenuti di riviste e pagine della mitica rivista del gruppo dove furono pubblicati articoli di critici e artisti come Gillo Dorfles, Guido Ballo, Vincenzo Agnetti e Bruno Alfieri e ancora poesie di Edoardo Sanguineti, Nanni Balestrini, Elio Pagliarani, Leo Paolazzi ed altri protagonisti degli anni Cinquanta e Sessanta. A colpire lo spettatore oggi è proprio quella avanzatissima commistione di cultura e scienza, rarissima in un’Italia in cui ha sempre pesato l’impostazione crociana e gentiliana, idealistica e, in larga parte, nemica della cultura scientifica.
(Simona Maggiorelli, settimanale Left,  dicembre 2014)

I nuovissimi con Piero Manzoni

di Andrea Cortellessa ( da Alfabeta 2)

Piero Manzoni eNanni Balestrini divennero amici  a Brera, al bar Jamaica. Al tramite di Balestrini, con ogni probabilità, si deve comunque se il primo scritto critico che si registri su Manzoni sia in assoluto quello firmato da Luciano Anceschi: che di Balestrini era stato docente di filosofia al Liceo scientifico Vittorio Veneto e che due anni prima aveva fondato la nuova rivista il verri (alla cui redazione aveva chiamato come factotum, appunto, il ventunenne Nanni). Nel gennaio del ’58, alla Galleria Bergamo, Manzoni espone assieme a Fontana e Baj: una mostra che viene subito ripresa a Bologna e il cui testo introduttivo è scritto appunto da Anceschi (il quale nota la svolta dalle «superfici caotiche» degli esordi informali alle «allibite superfici di bianco assoluto, affidate alla sensibilità nel trattare la materia e rotte da rilievi plastici e dalle loro ombre»).

È intanto interessante che sino al ’60 di Manzoni abbiano scritto solo letterati: dopo Anceschi è la volta di Vincenzo Agnetti, Emilio Villa e Cesare Vivaldi. Ma ancora più significativo è che gli unici altri poeti che guarderanno con violenta fiducia a questo estremo matto dell’avanguardia (per usare le parole di Pagliarani) saranno proprio tre dei cinque che nel ’61 metteranno a rumore l’ambiente letterario italiano con l’antologia I Novissimi. Poesie per gli anni ’60: Leo Paolazzi, che di lì a poco prenderà il nome di Antonio Porta, appunto Balestrini ed Elio Pagliarani (che degli altri ha qualche anno in più, fa il giornalista alla redazione milanese dell’Avanti!, e già da un pezzo frequenta il giro degli artisti). Al giovanissimo Paolazzi nel ’59 viene affidato l’incarico di presentare il catalogo della mostra che Bonalumi Castellani e appunto Manzoni tengono a Roma, alla Galleria Appia Antica di Emilio Villa; mentre lo stesso anno, sul primo numero di Azimuth, vengono ospitati inserti in versi da Narcissus Pseudonarcissus di Pagliarani (componimento prelevato dalla sua prima raccolta, Cronache e altri versi, pubblicata da Schwarz nel ’54, e che figurerà poi per intero appunto sui Novissimi), il frammento Innumerevoli ma limitate di Balestrini (che nel ’63 confluirà nella sua raccolta Come si agisce) e tre strofe del poemetto Europa cavalca un toro nero di Paolazzi (che nel ’60 uscirà per intero nella plaquette, ormai a nome Porta, che s’intitola La palpebra rovesciata ed esce come primo e forse unico numero di una collana, stampata a Brescia, di «Quaderni di Azimuth»).

Dopo la traumatica scomparsa dell’artista, Pagliarani e Balestrini torneranno a scrivere di Manzoni quando nel ’67 Vanni Scheiwiller realizzerà la monografia commemorativa Piero Manzoni: il primo con la testimonianza intitolata Fino all’utopia (della quale siamo in grado di riprodurre anche il dattiloscritto originale, appartenente a una collezione privata, grazie alla cortesia di Lia Pagliarani; per tutte le altre riproduzioni si ringrazia la Fondazione Piero Manzoni), il secondo col lungo componimento dedicato «a Piero Manzoni» e intitolato La gioia di vivere (la cui vicenda editoriale a seguire, però – a partire da Ma noi facciamone un’altra, la raccolta del ’68 –, vedrà cadere la dedica all’artista). Pagliarani – come ricorda Dario Biagi – sarà poi fra coloro che testimonieranno a favore del vecchio amico quando nel ’71, in occasione della sua personale curata da Germano Celant alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna, nei suoi confronti scoppieranno rumorosissime polemiche (assieme a lui interverranno, fra gli altri, Argan, Brandi, Calvesi, Agnetti e Capogrossi). Mentre Porta scriverà un componimento a posteriori, dedicato «a Piero e ai Manzoni», quando Maurizio Calvesi chiamerà un certo numero di poeti a confrontarsi con l’opera di uno degli artisti esposti alla Biennale del 1984 (nella sezione Poesia per Arte allo Specchio, alla lettura poetica conclusiva intervennero – oltre a Porta – Andrea Zanzotto, Giovanni Giudici, Edoardo Sanguineti, Giovanni Raboni, Maurizio Cucchi, Maurizio Brusa, Valerio Magrelli e Gian Ruggero Manzoni).

Per Porta, il rapporto con Manzoni deve aver contato anche più che per gli altri Novissimi. All’indomani della scomparsa dell’artista compone un poemetto visivo dal titolo – allusivo al punto da non ammettere ulteriori spiegazioni – Zero, che viene esposto alla Galleria Blu di Milano nell’ottobre del ’63 e viene pubblicato il mese seguente, in forma lineare, sul primo numero di «Marcatré». Un testo che così si conclude: «senza concezione, senza misura, senza forma | senza metro, senza progetto, senza costruzio | ne, senza matrice, senza materia, senza mat | eriale, senza spazio, senza vuoto» ecc. Invitato da Edoardo Sanguineti a spiegarne la genesi, sul numero successivo della medesima rivista Porta pubblica un testo in verità reticente, Il grado zero della poesia, che però è improntato a quel medesimo «senso del tragico» che Pagliarani, per parte sua, non esiterà ad associare alla vicenda di Manzoni nella propria testimonianza Fino all’utopia.

Proprio Sanguineti rappresenta l’anello mancante di questa storia (nonché quello che, allo stato attuale della mia ricerca, resta un piccolo mistero). Alla fine del ’58 Manzoni scrive all’amico Rinaldo Rossello – che fa da intermediario con un collezionista – di essere al lavoro su una pubblicazione in cui riproduzioni di sue opere verranno accompagnate da «un testo di Edoardo Sanguineti». Ma la pubblicazione non uscirà, e di questo testo non è stata finora trovata traccia (la notizia è contenuta nella monografia di Francesca Pola). Il che tanto più sorprende, perché il geniale paradigma antimetaforico del «Questo è questo» (da Sanguineti elaborato nel ’62 a proposito di Burri, poi applicato ad Antonio Bueno) calza a pennello – è il caso di dire – all’opera di Manzoni, piuttosto: il caposaldo della cui poetica, enunciato nel ’57 e a più riprese ribadito nei testi successivi (raccolti ora da Gaspare Luigi Marcone negli Scritti sull’arte), recita senza equivoci quanto segue: «l’immagine prende forma nella sua funzione vitale: essa non potrà valere per ciò che ricorda, spiega o esprime […] né voler essere o poter essere spiegata come allegoria di un processo fisico: essa vale solo in quanto è: essere».

Si arriva così al presente: Nanni Balestrini è fra i testimoni intervistati nel documentario Piero Manzoni artista, diretto da Andrea Bettinetti e prodotto da Sky Arte. A differenza di tanti altri artisti della sua generazione, nella cui bibliografia critica i nomi di poeti e letterati in genere abbondano, in quella di Piero Manzoni sono quelli qui citati gli unici scrittori ad essere presenti – ripresentandosi con costanza anno dopo anno e decennio dopo decennio. Che dire? Ognuno riconosce i suoi.

 

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Scalfari, il super dilettante

Posted by Simona Maggiorelli su dicembre 21, 2014

BucciCon modestia e sprezzatura si autodefinisce un «lettore forte» Francesco Bucci, autore del ficcante Umberto Galimberti e la mistificazione culturale, che nel 2011 mise con le spalle al muro il noto opinionista delle pagine di Repubblica, dimostrando – testi alla mano – che non solo copiava da se stesso, ma anche da altri.

Dopo quel libro l’università di Ca’ Foscari dove Galimberti insegna aprì un’inchiesta intimandogli di non copiare più. Con la stessa tenacia e capacità di lettura critica ora Bucci si applica a decostruire l’opera di Eugenio Scalfari,di recente pubblicata nei blasonati Meridiani Mondadori.

Al centro del libro Eugenio Scalfari, intellettuale dilettante (Società editrice Dante Alighieri) in realtà non c’è tanto il lavoro giornalistico del fondatore del quotidiano La Repubblica, quanto i saggi che a partire dagli anni Novanta Scalfari ha pubblicato piccandosi di scrivere di antropologia, di filosofia , di letteratura, di arte e persino di scienza. Senza avere i titoli accademici e «senza avere alcuna competenza».

Come è nel suo stile rigoroso, pagina dopo pagina, Bucci offre una spiegazione documentata della sua tesi, senza lasciare nulla al caso. E solo dopo una serrata indagine testuale, di fronte al continuo zigzagare dei discorso scalfariano, capace nel giro di poche pagine di «dire tutto e il contrario di tutto», Bucci arriva a stigmatizzarlo come un dilettante che tronfiamente «si atteggia a intellettuale universale».

Di fatto commettendo «errori marchiani», lasciandosi scappare «spropositi» e lanciandosi in continui «sproloqui». Dalla sua Bucci ha una solida formazione filosofica e scientifica che gli permette di cogliere non solo quando Scalfari non domina la materia di cui parla, ma anche quando involontariamente crea dei corto circuiti di senso che minano alla base ogni coerenza del discorso, finendo grottescamente per contraddire i propri presupposti. Illuminista dichiarato, Eugenio Scalfari si trova ad alimentare le ansie postmoderne di fine della storia e della modernità. Lui, che si dice progressista, si trova a sposare sotterraneamente l’idealismo e il conservatorismo di Benedetto Croce. Con effetti talvolta così assurdi da risultare grottescamente comici. Non a caso commentando il libro di Scalfari Incontro con io Cesare Garboli non esitava a definire «un libro fatto di pensieri arruffati, disordinati, venuti su da fondi dimenticati».

(Simona Maggiorelli dal settimanale left)

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Il professore ci ricasca. Galimberti e “l’arte” di non citare le fonti…

Posted by Simona Maggiorelli su dicembre 13, 2014

galimbertiRepubblica 13.12.14
Nella testa delle madri che uccidono i loro figli
di Umberto Galimberti

QUANDO una mamma uccide un figlio genera la riprovazione generale senza riserve. Se poi si ostina a negare il fatto, nonostante le prove contrarie nelle mani degli inquirenti, la riprovazione non ha più attenuanti.

QUI non vogliamo discutere se Veronica Panarello ha ucciso o meno il suo piccolo Loris, ma capire, con l’aiuto della psicoanalisi, perché fatti del genere possono accadere, e perché, una volta accaduti, ci si ostina a negarli. La psicoanalisi non è un tribunale della verità, ma può aiutarci a comprendere quello che per il senso comune e per la nostra ragione è incomprensibile. A questo proposito tre sono le considerazioni che ci possono aiutare a capire.

  1. In ciascuno di noi, ma più marcatamente nella donna in quanto depositaria della specie, ci sono due soggettività: una che dice “Io” con i suoi progetti, i suoi ideali, i suoi sogni, le sue aspirazioni, l’altra che ci prevede come semplici “funzionari della specie”. Le due soggettività sono in conflitto, in quanto le esigenze della specie non coincidono con quelle dell’Io. Per questo l’amore materno non è mai disgiunto dall’odio materno, dal momento che il figlio vive e si nutre del sacrificio della madre che, dal concepimento in poi, deve assistere alla trasformazione del suo corpo, al trauma della nascita e, successivamente, al sacrificio del suo tempo, del suo spazio, del suo sonno, del suo lavoro, della sua carriera, delle sue relazioni, dei suoi affetti e talvolta anche dei suoi amori, per la totale dedizione al figlio. Questa ambivalenza di amore e odio, che il mito dell’amore materno stenta a riconoscere, chiede una soluzione che, in particolari condizioni psichiche, può generare il più terribile degli eventi. Anche il linguaggio ne è testimone. Quante volte abbiamo sentito dire dalle madri al proprio bambino “ti ammazzerei”.
  2. Tra le sofferenze psichiche più diffuse, Freud annovera il senso di colpa che, nel nostro caso, Veronica può avere inconsciamente interiorizzato in ambito familiare per i difficili rapporti, per non dire ostilità, con la madre e con la sorella. A questo proposito Freud scrive in un saggio del 1922 che ha per titolo L’Io e l’Es: “È stata per noi una sorpresa lo scoprire che un’accentuazione di questo senso di colpa inconscio può trasformare gli uomini in delinquenti. Eppure è senza dubbio così. Si può individuare in molti delinquenti, specialmente quando si tratta di giovani, un potente senso di colpa che preesisteva all’atto criminoso, e che quindi di questo atto non è l’effetto bensì la causa: come se il poter collegare il senso di colpa inconscio a qualche cosa di reale e attuale fosse avvertito da costoro come un sollievo”. Non so se questo è il caso di Veronica Panarello, anche se l’aver cercato nella sua adolescenza di punirsi con un tentato suicidio per liberarsi del suo senso di colpa può essere una traccia che ci aiuta a comprendere.
    3. Il fatto poi che Veronica neghi quelle che per gli inquirenti sono evidenze non ci consente di considerarla, senza riserve, una bugiarda, perché chi mente sa di mentire, ma può accadere anche che, non avendo la forza di guardare in faccia l’atrocità che si è commosso, si neghi, prima a se stessi che agli altri, di essere responsabili dell’accaduto. Non si tratta di rimozione ( Verdrängung) che Freud descrive come un meccanismo di difesa inconscio con cui allontaniamo da noi immagini o fatti che sentiamo inaccettabili, ma di nagazione ( Verneinung ) per cui il soggetto nega l’esistenza di ciò che esiste e conosce. Nella negazione Freud vede l’origine della scissione dell’Io che è l’anticamera della follia, in cui il soggetto nega, sinceramente a se stesso prima che agli altri, che sia accaduto un fatto che è accaduto. Stanley Cohen, professore di sociologia alla London School of Economics and Political Science, ha scritto un bellissimo libro: Stati di negazione. La rimozione del dolore nella società contemporanea ( Ed. Carocci) in cui mostra quanto diffuse siano le forme di negazione e quanto devastanti siano gli effetti, nel mondo privato e in quello pubblico, di questo atteggiamento che nega ciò che esiste e si conosce. Con queste considerazioni non vogliamo esprimere alcun giudizio sui terribili fatti di Santa Croce Camerina, e neppure giustificarli, ma semplicemente cercare di comprendere quello che in apparenza appare incomprensibile, ricordando a tutti noi quel che Freud non cessa di ribadire, ossia che “l’Io non è padrone in casa propria”.

 

 

UNA LETTERA DI DUE PSICHIATRI PSICOTERAPEUTI
INVIATA A “REPUBBLICA”

A COMMENTO DELL’ARTICOLO DI GALIMBERTI

 

Siamo due psichiatri e scriviamo a proposito dell’articolo di Umberto Galimberti che commenta oggi su La Repubblica, a partire dalla prima pagina, il noto e orrendo delitto di Santa Croce Camerina.
In base alla nostra lunga esperienza in tema di malattie mentali ci permettiamo di fare alcune osservazioni e precisazioni.
Galimberti afferma che in tutti noi “ma più marcatamente nella donna” esistono due soggettività in conflitto tra di loro, una legata alle prorie aspirazioni e ideali, l’altra “che ci prevede come semplici funzionari della specie”; in altre parole le esigenze della donna contrastano drammaticamente con il dovere di fare figli per salvaguardare la continuità della specie. Un tale conflitto può portare a una soluzione estrema, il delitto. Queste affermazioni danno per scontato quello che già in altre occasioni Galimberti aveva enunciato come verità umana, ovvero che in tutti noi esiste una malvagità legata alla nostra parte animale (quella legata alla riproduzione della specie)  che se sfugge al controllo dell’Io della razionalità può portare a commettere delitti efferati. Quindi se accade che una madre uccida il prorio figlio ciò sarebbe un fatto di natura. È un pensiero aberrante sulla realtà degli esseri umani e in particolare della donna.
Ma una puntualizzazione a parte merita il terzo punto del commento di Galimberti quando nel tentare di comprendere come l’autrice del delitto si ostini a negare l’evidenza, non potendola considerare una bugiarda, arriva ad affermare che in tali circostanze si arrivi a negare, “prima a se stessi che agli altri, di essere responsabili dell’accaduto”.  E citando Freud continua “Non si tratta di rimozione (…) ma di negazione (Verneinung) per cui il soggetto nega l’esistenza di ciò che esiste e conosce”.
È palesemente una falsa attribuzione al punto da chiederci se Galimberti abbia mai letto La negazione,  scritta da Freud nel 1925, dove non solo non compare nessun riferimento alla dinamica sopra citata,  ma dove è facile osservare (sono solo cinque pagine) come non si distingua la negazione dalla rimozione (al limite la sostituirebbe) e tantomeno dalla bugia cosciente.
È invece evidente che le affermazioni di Galimberti,  sono maldestramente sottratte all’opera di Massimo Fagioli che ha teorizzato come eziopatogenesi della malattia mentale la negazione  e la pulsione di annullamento contro la realtà umana. Sono dinamiche in cui  accade che si neghi l’altro essere umano fino a rendere inesistente ciò che esiste.
Ed è proprio la scoperta di queste dinamiche che ci può suggerire la causa di un delitto così efferato: l’uccisione del figlio di appena otto anni e la “condotta cinica” tenuta nei giorni successivi sembrano corrispondere a una condizione della donna di totale perdita degli affetti e di umanità, come se non fosse accaduto nulla al suo bambino. Di conseguenza potremmo ipotizzare che la madre avesse reso inesistente  ciò che esisteva, ovvero il bambino stesso come essere umano. In questo senso negare i fatti è la conseguenza di una dinamica di annullamento-sparizione del bambino e probabilmente di quanto accaduto nelle circostanze del delitto.
Ovviamente questa non è la sede per discutere come la madre autrice del delitto sia caduta in tale condizione, ma certamente si può affermare che è un gravissimo stato di malattia che va curato e non una condizione naturale dell’essere umano.

Anzilotti Carlo, psichiatra psicoterapeuta
Mocci Antonia, psichiatra psicoterapeuta

I PRECEDENTI 
Wikipedia, Enciclopedia on line:
Umberto Galimberti
Accuse di violazione dei diritti d’autore

Nel luglio del 2011 Umberto Galimberti è stato ufficialmente richiamato dall’Università di Venezia, di cui è uno dei professori, a volersi attenere alle corrette regole di citazione degli scritti di altri autori; questo per aver riportato alcuni brani di altri autori senza citarli in bibliografia.Tutto ha avuto inizio quando in seguito a un articolo de il Giornale dell’aprile 2008 è emerso che il professor Galimberti avrebbe copiato “una decina di brani” dell’autrice Giulia Sissa per il suo L’ospite inquietante. Galimberti ha ammesso di aver violato il copyright riservandosi di riparare al danno. Ciò non ha comunque soddisfatto la Sissa perché «quello di Galimberti non è stato un chiedere scusa, piuttosto un cercare delle scuse, un patetico arrampicarsi sugli specchi».
Con il passare dei giorni sono emersi altri precedenti analoghi. Infatti anche per Invito al pensiero di Martin Heidegger (1986) Galimberti copiò parti significative di un libro del collega Guido Zingari. I due arrivarono a un accordo che prevedeva l’ammissione da parte di Galimberti dell’indebita appropriazione intellettuale nelle successive edizioni del libro e Zingari si impegnasse “a non tornare più sulla questione”. Oltre a Giulia Sissa e Guido Zingari sono stati copiati testi di Alida Cresti, Salvatore Natoli e Costica Bradatan, professore della Texas Tech University.Per difendersi, a Sassuolo, al Festival filosofia 2008 sulla Fantasia, Galimberti disse che “in ogni rielaborazione però, c’è uno scatto di novità”.L’inchiesta giornalistica de Il Giornale ha accusato Galimberti che due dei suoi libri, presentati al concorso per il ruolo di professore ordinario di Filosofia morale all’Università Cà Foscari di Venezia, nel 1999, fossero copiati da altri autori. La commissione giudicante composta da Carmelo Vigna, Giuseppe Poppi, Andrea Poma, Bianca Maria D’Ippolito e Francesco Botturi all’epoca non si accorse del fatto. Il rettore del’Università veneta in merito ha detto che “non ho, ora come ora, estremi per sollecitare il ministero, deve essere un professore del raggruppamento a farlo. Di mio posso dire che in ambito umanistico si producono troppi testi e che questo è uno dei fattori che causano l’impossibilità di fare controlli accurati. Nello specifico, secondo me dovrebbe essere lo stesso Galimberti, nel suo interesse, a chiedere la convocazione di un giurì o comunque a rispondere e a specificare le sue posizioni…».Nel giugno 2010 la rivista L’Indice dei libri del mese ha pubblicato nel proprio sito un lungo articolo su altri copia-incolla di Galimberti. In particolare il saggio I miti del nostro tempo è, stato indicato come costituito al 75% da un “riciclaggio” di suoi scritti precedenti, alcuni dei quali risalenti persino agli anni ottanta, per il restante 25%, una ristesura di intere frasi e paragrafi, presi da altri autori, quasi identici agli originali.Sulla questione Gianni Vattimo ha dichiarato al Corriere Della Sera: «Si scrive anche a distanza d’anni dalla lettura; la spiegazione di Galimberti è plausibile. Lui cita l’autore la prima volta; poi ci mette quelle frasi che ricorda anche senza virgolettarle» e «Il sapere umanistico è retorico. Noi si lavora su altri testi, si commenta. Platone e Aristotele sono stati saccheggiati da tutti. Nei saperi umanistici, dal diritto e alla teologia, è tutto un glossare. C’è chi copia dagli altri e chi da se stesso».Anche lo scrittore Vincenzo Altieri ha effettuato studi approfonditi e circostanziati sui plagi di Umberto Galimberti.

Francesco Bucci su Galimberti

Francesco Bucci su Galimberti

LA FILOSOFIA DEL COPIA-INCOLLA
(dal libro Francesco Bucci “Umberto Galimberti e la mistificazione intellettuale”, Coniglio Editore)
Con stringente analisi documentale, Francesco Bucci denuncia in un libro appena uscito per Coniglio Editore come Umberto Galimberti scrive i suoi saggi e i suoi articoli: riusando (senza citare) brani propri e altri. Eccone l’incipit
di Francesco Bucci

Gli scritti di Umberto Galimberti celano un segreto che questo libro svelerà. Galimberti sapeva da sempre, ne sono convinto, che ciò prima o poi sarebbe accaduto. Anzi rendendo il segreto nel corso del tempo sempre meno nascosto, lasciandolo sempre più intravedere, fornisce l’impressione di aver addirittura voluto creare le condizioni per la sua scoperta. Come se volesse liberarsene. Eppure il segreto resiste da oltre trent’anni. Indurre a ragionare sul perché di questo fatto singolare è uno degli obiettivi del libro. L’altro è far emergere le implicazioni filosofiche del suo disvelamento. Ritengo infatti che l’analisi che faremo dei testi galimbertiani possa fornire spunti di un qualche interesse per una riflessione sul linguaggio e sul significato di certa filosofia contemporanee, fatta su basi del tutto originali, perché di tipo esclusivamente documentale.

Scioglierò subito la suspense ricorrendo a una sorta di apologo. Un fedele un giorno si accorge che il parroco ripete nei suoi sermoni, ad intervalli di tempo più o meno lunghi (anche a distanza di poche settimane) gli stessi discorsi. Non già gli stessi argomenti, ma proprio le stesse frasi, magari solo in un ordine diverso. Incuriosito il fedele inizia a seguire le prediche con più attenzione, finendo così per fare sorprendenti scoperte: il parroco trae dalle stesse premesse conclusioni diverse; dice le stesse cose a proposito di cose diverse…o cose diverse a proposito della stessa cosa. Attribuisce a San Tommaso ciò che altre volte ha attribuito a Sant’Agostino e così via. Il fedele volge allora lo sguardo attorno per cogliere sul volto degli altri l’espressione dello stesso stupore che egli prova. Ma con meraviglia si rende conto che essi non solo non manifestano nessuna reazione, ma continuano ad ascoltare con interesse le parole del parroco. S’insinua quindi nella mente del fedele il dubbio che forse è lui a sbagliarsi… Ma dopo averlo ascoltato con la massima attenzione per qualche altra settimana, si convince definitivamente che sono proprio i sermoni del parroco che non vanno. Decide per tanto di andare a parlargli per chiedergli spiegazioni… entrando senza preavviso in sagrestia lo scorge intento a rovistare in una vecchia cassapanca. Avvicinandosi silenziosamente vi vede dentro centinaia di fogli e foglietti ammucchiati alla rinfusa contenenti appunti che – scritti in passato – il sacerdote usa e riusa per le sue prediche, pescandole dalla cassapanca poco prima dell’inizio della messa. Il fedele così nel trovare conferma di essere nel giusto scopre anche la causa delle strane prediche del parroco. Gli resta però da capire non tanto i motivi del comportamento di questi (che afferendo alla sfera privata non gli interessano), quanto perché le assurdità delle sue prediche non suscitino sconcerto nell’uditorio. Piano piano comincia a formulare delle ipotesi. Forse le strampalate chiacchiere del sacerdote vengono prese per dotte disquisizioni teologiche, talmente sofisticate da non consentire di coglierne un significato; forse l’oscurità viene considerata frutto di profondità e di complessità di pensiero; forse le contraddizioni vengono ritenute solo apparenti, non essendo concepibile che un uomo così colto cada in banali errori logici: ma se così fosse si dovrebbe concludere, si chiede il povero fedele in crescente difficoltà, che il discorso religioso è in sé tale da poter accogliere impunemente nel suo ambito parole vane o prive di senso? Ebbene ecco svelato il segreto: U.G. nei suoi scritti si comporta spesso non molto diversamente dal parroco del racconto. E la mia scoperta è avvenuta in modo non molto dissimile da quella del parrocchiano. Anch’io ho iniziato a percepire nei discorsi di U g quanto non andava, leggendo settimanalmente la sua rubrica di corrispondenza sul settimanale del sabato de La Repubblica. Anch’io a quel punto ho iniziato a leggere con attenzione ciò che andava scrivendo e ciò che aveva scritto in passato (articoli, libri, recensioni ecc.). Anch’io, infine, ho così scopertola cassapanca di U. G:, l’archivio storico dei suoi scritti. E’ da lì che egli ha assai spesso attinto materiali per la costruzione di scritti successivi con esisti , sul piano dei contenuti, del tutto analoghi a quelli del racconto.

Francesco Bucci

Francesco Bucci

Left 13.4.11
Francesco Bucci: ”Il successo dell’autore de La casa di psiche nasconde una totale  assenza  di pensiero”
Dietro? C’è il vuoto
di Simona Maggiorelli

Capita che un lettore appassionato di filosofia e che da anni, ogni mattina, compra il quotidiano La Repubblica, vedendosi proporre sovente elzeviri e articolesse a firma di Umberto Galimberti, sia stato preso dal ghiribizzo di provare a leggerne qualcuno. Accorgendosi, via via con crescente stupore, di trovarvi  un coacervo di contraddizioni, di brani riciclati, già pubblicati altrove e riproposti, anche a breve distanza di tempo, cambiando solo qualche parola chiave. E non solo. Di articolo in articolo il romano Francesco Bucci (dirigente della pubblica amministrazione che nel tempo libero ama leggere «soprattutto saggi») scopre che il professor G., docente universitario e facondo autore per Feltrinelli, non solo copia da sé e da altri autori, ma manipola pesantemente i testi. Clona,  decontestualizza, stravolge. Facendo lo specchio ad altri e anche a se stesso. Giocando con le parole senza più rapporto con le cose. Con un manierismo che sembra imitare Heidegger ma anche il gusto per il neologismo ossimorico, per i corto circuiti di senso alla Jacques Lacan. Alla fine, facendo precipitare quel lettore che cerchi un senso in quegli scritti in un labirinto senza via di uscita. «Galimberti è il funambolo delle parole, ne fa un uso  “ludico” finendo per svuotare di contenuti ciò che dice», commenta Bucci che abbiamo raggiunto al telefono mentre il suo Umberto Galimberti e la mistificazione intellettuale (Coniglio Editore) sta andando in stampa.

Nel suo libro, con una straordinaria messe di prove documentali, fa emergere come Galimberti componga i suoi testi. Cosa si nasconde dietro un imbarazzante procedere per “copia-incolla”?

Un vuoto assoluto di pensiero. Dopo aver letto e studiato praticamente tutto di Galimberti sono giunto alla conclusione che il suo sia un pensiero parassitario che si nutre in modo paradossale di altri autori.

Nel libro lei scrive che La casa di psiche contiene testi riciclati all’80%, L’ospite inquietante quasi al 100% e nell’ultimo I miti del nostro tempo appaiono “prestiti” non dichiarati da Aime, Basaglia, Baudrillard, Brogna, Rovatti, Yunis  e molti altri.

«Che male c’è, filosofare è un po’ copiare» ha detto Gianni Vattimo. Diversamente da lui io penso che sia necessario un apporto di proprie elaborazioni. Nei libri di Galimberti, invece, si trova il nonsense, un patchwork senza costrutto. L’ospite inquietante, per esempio, è un libro privo di qualsiasi filo logico. La casa di psiche poi è davvero sorprendente: recupera e accosta opere anche di dieci anni prima e in cui si sostengono tesi completamente diverse, addirittura opposte. Quelli di Galimberti sono dei libri Frankenstein, dei mostri. E la cosa assurda è che a questi testi vengono dedicate  recensioni da illustri intellettuali e, a quanto pare, quei libri poi vengono acquistati in centinaia di copie. Altrimenti perché Feltrinelli li pubblicherebbe?

Come spiega questo successo di vendite?

La vedo legato alla forza mediatica, ai passaggi in tv di Galimberti, ma anche e soprattutto alla sua dilagante presenza su La Repubblica. Dispiace dirlo ma Eugenio Scalfari è il principale responsabile di tutto questo, avendo dato fin dal 1995 a Galimberti uno spazio enorme. Ed è durato fino a pochi mesi fa. Per anni, insomma, paginate e paginate su una delle testate italiane più importanti. Così Galimberti è diventato una sorta di guru.

L’illuminista Scalfari ha scritto encomi sperticati dei libri dell’heideggeriano Galimberti. Nel libro lei scrive anche: «A Scalfari è completamente sfuggita la “dissociazione intellettuale” manifestata da Umberto Galimberti»….

Paradosso emblematico; mi domando ancora come sia possibile. Che Scalfari abbia frainteso? Secondo me, banalmente, non ha letto i libri del Nostro. E qui il discorso si amplia all’industria culturale e a come funziona . Dall’altra parte mi è capitato di parlare con intellettuali che ammettono di aver letto qualche articolo di Galimberti ma non  i suoi libri. Perlopiù non entrano nel merito, non lo criticano, lo ignorano, non lo valutano, non leggono 600 o 700 pagine di Psiche e techne, piene di oscurità e contraddizioni,

E’ stato difficile trovare un editore per questo suo libro-denuncia?

Il libro è pronto da quasi due anni, ho bussato a molte porte.

Continuerà il lavoro di collazione dei testi galimbertiani e di affini?

Questo lavoro è stato estenuante…

Cosa si aspetta dall’uscita del libro?

Spero che ci siano reazioni molto accese, il caso merita che si apra un dibattito. Ma anche perché si toccano aspetti che riguardano il mondo accademico chiuso in un sistema di autodifesa. E per quanto riguarda la filosofia ancora segnato dal postmodernismo, dal decostruzionismo, da un certo bla bla da cui anche Galimberti ha tratto vantaggio.

Da lui ha avuto qualche risposta?

Nel 2008 ho scritto via mail al direttore di Repubblica Ezio Mauro facendogli presente, con lettere documentate, cosa andavo scoprendo sugli scritti di Galimberti. Benché non abbia avuto risposta, ho continuato a informarlo. Ad un certo punto mi arriva una mail del professor G. che recita pressapoco così: “Il direttore mi dice che lei si lamenta del fatto che io riproduca testi già editi. Quando i temi sono più o meno gli stessi è si giunti a una riformulazione completa è inutile rimettereci le mani”… Poi aggiungeva complimenti alla mia acribia di lettore concludendo con un “le prometto che non lo rifarò più”. Da rimanere basiti. Siamo al surreale…

 

l’Unità 23.4.08
Natoli: «Io e gli altri copiati da Galimberti»
di Marco Innocente Furina
qui La Stampa 25.4.08
Dietro i plagi di Galimberti
Filosofi, scrittori e altri ladri di parole
di Mario Baudino
qui Il Giornale 6.6.08
Galimberti. Vent’anni di copia e incolla

qui Corriere della Sera 9.6.08
Caro Galimberti, qual è il suo segreto?
Lei ha rischiato la reputazione impadronendosi di parole scritte da altri: perché?
di Pierluigi Battista
qui

il Riformista 17.10.10
Ecce Galimberti
La fuffa filosofica ha il suo genio
Lettori forti e autori deboli. Francesco Bucci è un impiegato pubblico, con la passione per la saggistica. Ha scoperto il metodo con cui il noto pensatore sforna saggi per l’Accademia e best-seller: trasforma le recensioni di libri altrui in capitoli di testi propri e riutilizza quasi al 100% vecchi testi con piccole variazioni. Bucci ne ha fatto un saggio che mostra come disfunziona l’industria culturale. Chi lo pubblicherà?

di Luca Mastrantonio

qui

Lettera 43 7.3.11
Plagio
Prof, ma allora è un vizio?
Galimberti copia intere frasi dal libro di un filosofo rumeno

qui
Il Giornale 8.3.11
Accuse di plagio, Galimberti verso il Guinness dei primati
di Tommy Cappellini
qui Il Giornale 12.4.11
È finita l’ora del plagio
Indagine di Ca’ Foscari sul “filosofo” Galimberti
Il rettore interviene e apre un’inchiesta interna dopo l’uscita di un saggio che elenca, per 300 pagine, gli scippi intellettuali del professore
di Matteo Sacchi
qui

 

il Riformista 12.6.11

Impostori originari o impostori inevitabili?
In principio c’è lo scarto fra ciò che dice e ciò che fa. C’è il fingere di sapere o il saccheggio delle idee altrui. Ci sono gli psicanalisti. C’è chi lo fa a fin di bene e non sa smettere
di Filippo La Porta

qui

il Fatto 14.9.11

C’è plagio e plagio. Copio ergo sum

Guida allo scrittore ingannatore

C’è chi non dichiara mai le fonti come Galimberti

di Marco Filoni

qui
il Fatto 13.12.14

si ringrazia Segnalazioni di Fulvio Iannaco, dove si possono trovare tutti i link agli articoli sopra citati

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Canto per Lampedusa. Un libro e un reading di MassimoCarlotto

Posted by Simona Maggiorelli su dicembre 6, 2014

 la via apreL’odissea dei migranti africani diventa fiaba nel nuovo libro di Massimo Carlotto, La via del pepe. Con il disegnatore Alessandro Sanna, lo scrittore costruisce un toccante racconto per immagini. Contro i luoghi comuni dei benpensanti europei.
di Simona Maggiorelli
Un ragazzo con la testa piena di sogni se ne sta seduto a prua, su una carretta piena di migranti, gestita da un mafioso libico. Ha 19 anni, si chiama Amal, «che in arabo vuol dire speranza».
«Lo avevano sistemato sulla punta proprio per il suo nome » scrive Massimo Carlotto. «E per quei cinque grani di pepe che stringeva nel pugno». Semi preziosi che gli erano stati regalati dal nonno Boubacar Dembélé, guaritore, saggio, poeta, «narratore delle storie della settima via del pepe e custode dei segreti del foggara, l’arte di scavare i pozzi nel deserto».
Amal è il protagonista del nuovo libro di Carlotto, La via del pepe ( Edizioni e/o) che racconta l’ odissea dei migranti nel Mediterraneo con linguaggio icastico e poetico. Complici le suggestive tavole dell’illustratore Alessandro Sanna.
Ricorrere alla fiaba, Carlotto, è anche un modo per restituire identità e dignità a quei migranti dall’Africa che le cronache trattano in termini di emergenza sicuritaria?
Sì, questa era la mia intenzione. Da tempo volevo scrivere su Lampedusa e su questi viaggi per mare che si trasformano in tragedia. Ma mi rendevo conto che non riuscivo a rendere la crudezza della realtà. Allora ho scelto di ricorrere ad un mondo fantastico per rendere la realtà più “ lucida”. Poi ho avuto la fortuna di incontrare un autore come Alessandro Sanna che ha fatto un lavoro straordinario, creando queste immagini pazzesche, così violente…
Immagini di grande impatto e insieme poetiche, perché le definisce violente?
Mi riferisco alla forza espressiva che hanno nel rappresentare la verità. In questo progetto il mio obiettivo era parlare degli annegati. Restituire loro una fisicità. Un po’ come avevo fatto a suo tempo con i desaparecidos dell’Argentina. Mi sono chiesto quale fosse il modo migliore per ridare una presenza a queste persone che non esistono.

Massimo Carlotto

Massimo Carlotto

La tridimensionalità che assume il racconto nel rapporto fra parola e immagine si amplifica a teatro, come si è potuto vedere con il suon reading a Bookcity.
Lo riproporrò a Roma, il 6 dicembre, nell’ambito di “Più libri più liberi”. Il teatro mi permette di stabilire con il pubblico un rapporto più diretto. A dare respiro al racconto contribuiscono le musiche originali scritte da Maurizio Camardi e Mauro Palmas, due musicisti con cui collaboro da tempo.
Il teatro, il noir, il romanzo classico, la fiaba, Carlotto sta diventando un autore sempre più poliedrico per cercare di “bucare” l’indifferenza e l’assuefazione degli italiani rispetto a tragedie come questa?
Mi chiedo quale sia la forma migliore. Essendo un autore di genere forse posso muovermi con più facilità all’interno di forme creative diverse. Ma è sempre la realtà a guidarmi. Io vivo a Padova e in queste piccole città del Nord approdano quelli che non annegano a Lampedusa. Arrivano con una fatica enorme, finiscono i soldi e diventano mendicanti. Il loro sogno è superare la frontiera. Qui, tra Verona e Padova, operano bande che li aiutano a passare dall’altra parte ma vogliono soldi. I migranti vengono continuamente derubati. Le donne scompaiono. Non se ne vedono in città. E questo è un grande mistero. Scrivendo le Vendicatrici (una serie di romanzi pubblicati da Einaudi ndr) ho dedicato molta attenzione a questo traffico di persone. I siriani hanno una loro organizzazione, in qualche modo se la cavano, gli africani no. Diventano dei disperati che, senza parlare italiano, vagano per questa città diventata leghista e che, di fatto, li odia. Di questa situazione non si può non scrivere, mi sono detto. Anche questa mattina, uscendo di casa per venire allo studio, ne ho incontrati due davanti al supermarket che chiedono l’elemosina, perché la gente li rifiuta. Si sta costruendo giorno dopo giorno una cultura dell’odio che ci fa pensare che loro vengono qua per rubarci tutto; quando, in realtà, non ci rubano proprio niente.
Qualche anno fa lei ha denunciato la schizofrenia del Nord Est che ha avuto un gran bisogno dei migranti come mano d’opera, però non li ha mai riconosciuti. E mentre li chiamava a lavorare progettava già di dislocare le imprese e di rispedirli al loro Paese. Ora siamo passati ad una fase ulteriore?
Sì, siamo già oltre. I finanziamenti alla Lega sono stati dati perché volevano una forza politica xenofoba che avesse la legittimità politica per mandare via le persone. Come li hanno scacciati dal territorio? Mettendo la polizia e i vigili urbani davanti agli ambulatori medici. I migranti non ha avuto più nessuna forma di aiuto sanitario. Sono dovuti andare via anche quei pochi medici che davano assistenza. Così siamo entrati in una nuova fase: dare la colpa della crisi a chi ha la pelle di un colore diverso. La Lega con Salvini ha un nuovo corso, in alleanza con la nuova destra e sta rilanciando il discorso razzista. Ma al di là di questo c’è proprio una cultura del territorio che fa sì che la gente pensi “va bene così” quando affonda un barcone, e poi ” che se ne stiano a casa loro”, “non abbiamo bisogno di loro”… Padova è una città dove la gente beve lo spritz in piazza e arrivano loro, ti prendono per la manica e ti dicono: “ho fame”. Sono insistenti, e la gente dice : danno fastidio. Dall’altra parte c’è il Comune, purtroppo ora abbiamo un’amministrazione leghista, che sta facendo una guerra neanche troppo sotterranea alle associazioni che hanno sempre dato una mano agli immigrati.
Per contrasto in questo libro lei evoca una cultura africana ricchissima. Colpisce quel passaggio, bello e terribile, in cui Amal, approdato in una al di là che somiglia molto all’al di qua viene accolto da esorcisti e da una raffica di pregiudizi. Siamo orgogliosi di essere così ignoranti?
Di fatto la cultura africana non esiste quasi più in Europa, basta dare uno sguardo al mondo editoriale, è crollata la richiesta di letteratura africana. è difficilissimo vedere il cinema africano nelle nostre sale… Così ti trovi di fronte persone che sono completamente sconosciute e la strada è quella del pregiudizio. Ne La via del pepe ho utilizzato espressamente tutta una serie di luoghi comuni.
«Finta fiaba africana per europei benpensanti» recita, non a caso, il sottotitolo del libro.
Perché è sui luoghi comuni che dobbiamo confrontarci, per far partire un dialogo in nuova forma.
Lo scienziato David Quammen dice che temiamo l’ebola, più di altri virus anche più pericolosi perché si trasmettono per via aerea, perché viene dall’Africa. Così è nato il mito della pandemia.
La traduzione pratica di tutto questo sono le ordinanze comunali che avvertono “attenti all’ebola”, “attenti a chi viene dall’Africa”. Per cui adesso, ogni tanto, beccano un migrante e lo portano in ospedale per fare controlli riguardo all’ebola.
Da ultimo, tornando alla questione argentina, a cui lei accenava all’inizio: Bergoglio non ha mai detto una parola sui desaparecidos e suoi loro bambini dati in adozione in modo illegale. Alcuni giorni fa il Papa ha incontrato Estela Carlotto, una copertura?
In Argentina si dice “La Chiesa è l’unica madre che ha tradito i propri figli”. Io continuo ad esserne convinto. Un cambiamento vero ci sarà il giorno in cui la Chiesa renderà pubblica la lista dei bambini scomparsi dicendo dove si trovano quei “nipoti che ora sono adulti. La gerarchia ecclesiastica ha sempre gestito questa vicenda, per cui sanno e bisogna che anche loro aprano gli archivi, altrimenti è impossibile raggiungere un livello di libertà e giustizia e ricomporre culturalmente il Paese.
Bergoglio è accusato di aver consegnato alla dittatura alcuni gesuiti dissidenti. Certamente li espulse dalla comunità. E questo bastava per segnalarli e renderli “aggredibili”…
Sì infatti. Ma ci sono anche responsabilità di Bergoglio nella questione dei nipoti “rubati”. Il Papa è stato chiamato a testimoniare ad un processo, ora bisogna vedere se lo farà o meno. Ma la richiesta è stata avanzata. Lui ha negato l’esistenza di questa pratica di adozioni illegali e clandestine con cui, durante la dittatura, si facevano sparire i bambini degli oppositori. Ma è venuto fuori che in realtà sapeva. è una questione controversa che deve essere sciolta.

In libreria e a teatro

Ai desaparecidos Massimo Carlotto ha dedicato libri importanti come Le irregolari Buenos Aires horror tour ( 1998 ), riallacciando i fili che riguardano la storia della sua famiglia in Argentina, ma soprattutto denunciando la ferocia della dittatura, forte dell’appoggio e della connivenza della Chiesa cattolica e dei suoi vertici. Argomento sul quale lo scrittore veneto promette di tornare approfondendo anche le responsabilità di papa Bergoglio, quando era capo dei gesuiti e poi da vescovo.
Da sempre attento alle trasformazioni della società italiana, nel tentativo di far chiarezza sulle pagine più buie del nostro passato e presente, con la casa editrice e/o, da qualche anno Carlotto ha dato vita al collettivo Sabot-Age, una fucina creativa e insieme vivace team di inchiesta da cui sono emersi nomi di giovani giallisti di talento come Piergiorgio Pulixi (del quale è appena uscito il nuovo romanzo L’appuntamento). Ma non c’è solo il noir e la forma romanzo nella ricerca artistica di Massimo Carlotto che da qualche tempo si è  estesa anche al graphic novel, al libro illustrato e, più di recente,  al reading e al teatro in senso stretto.
Sabato 6 dicembre alle ore 17, Massimo Carlotto leggerà il suo nuovissimo La via del pepe ( edizioni e/o) nella sala Diamante al Palazzo delle Esposizioni a Roma, nell’ambito della fiera della piccola e media editoria Più libri più liberi. Su musiche originali di Maurizio Camardi e Mauro Palmas.
Il 9 dicembre, invece, debutterà l’adattamento scenico del suo ultimo romanzo, dal titolo Il mondo non mi deve nulla, uscito pochi mesi fa, sempre per i tipi della casa editrice fondata da Sandro Ferri. Protagonisti saranno gli attori Pamela Villoresi e Claudio Casadio, rispettivamente nei panni di una croupier tedesca e di un ladro improvvisato e maldestro. Per la regia è di Francesco Zecca, lo spettacolo debutterà proprio a Rimini, la città che fa da sfondo a questo insolito incontro fra una donna che ha lavorato a lungo sulle navi da crociera e poi ha perso tutto a causa dei derivati bancari e un ladro suo malgrado, che non riesce del tutto a calarsi nella parte a cui lo ha costretto la perdita del lavoro.

Dal settimanale Left

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La sfida di Roma contro il degrado. Per un volto nuovo della città

Posted by Simona Maggiorelli su dicembre 4, 2014

Convegno casa dell'architettura

Convegno casa dell’architettura

di Simona Maggiorelli

Con la sua storia millenaria, Roma, diversamente da altre città storiche come Firenze, ha avuto il coraggio di avviare un interessante confronto con l’arte e architettura contemporanea. Sono nati così negli anni scorsi l’Auditorium di Renzo Piano, spazi futuribili come il MAXXI a cui Zaha Hadid ha regalato linee sinuose e seducenti, ma anche il museo Macro ricreato in fiammeggiante chiave post punk da Odile Decq (e oggi tristemente ridotto a location per feste private). Mentre altri progetti blasonati come la “nuvola” di Fuksas e la città dello sport di Calatrava sono rimasti a metà del guado. Di tutte queste tracce lasciate nella Capitale da archistar internazionali si è detto moltissimo su giornali e pubblicazioni di settore.

Molto meno si è parlato invece di progetti di grande qualità architettonica, realizzati da studi forse meno famosi di quelli appena citati, ma veri protagonisti di una lotta silenziosa e quotidiana contro il degrado della Capitale. Diversamente dai soliti nomi di grido che puntano a lasciare il loro segno inconfondibile qualunque sia il contesto, non inseguono il “sogno prometeico” dell’architetto demiurgo che impone la propria visione. Il loro obiettivo è creare ambienti per il vivere umano, basati su esigenze reali e di bellezza.

Così, a poco a poco, stanno ridisegnando il volto di quartieri trascurati e di luoghi di transito come, ad esempio, quello intorno alla stazione Tiburtina dove sta nascendo La città del sole, con complessi abitativi che evocano palafitte integrate agli spazi pubblici. Architetti di talento hanno dato una nuova identità a spazi prima anonimi come piazza Rolli e piazza dei Cavalieri in zona Portuense. Hanno recuperato splendide biblioteche nel centro storico come la Hertziana e la Lateranense e hanno valorizzato uno straordinario complesso di epoca romana: i Mercati Traianei. Ma hanno anche costruito scuole innovative, asili in periferia e strutture come il centro culturale Elsa Morante al Laurentino 38.

10690222_378717238972294_8165694562698130768_nCerto, si tratta di interventi numericamente limitati. Del resto «gli edifici progettati da architetti sono non più del 2 per cento dell’edilizia globale» annota Carlo Ratti nel suo nuovo libro Architettura open source (Einaudi). Ma come racconta il teorico delle cosiddette “città sensibili” possono essere cellule vitali che aiutano a curare la città dal degrado. Assumendo il valore di progetti pilota, aggiungiamo noi, nella Capitale percorsa oggi da forti tensioni sociali, mentre l’amministrazione attuale stenta a trovare risposte adeguate  e  quella passata diventa oggetto di importanti inchieste giudiziarie (che portano finalmente in piena luce la rete criminale di appalti e prebende in cui erano coinvolti collaboratori di primo piano del sindaco Alemanno, ma anche di Veltroni) .

Intorno alla metà degli anni Novanta «Roma è stata per la prima volta oggetto di una serie di interventi riguardanti la progettazione e la riqualificazione di spazi aperti con il Programma cento piazze» ricorda l’architetto Paola Del Gallo curatrice di un convegno che si è tenuto il 5 dicembre alla Casa dell’architettura proprio per discutere della sfida del contemporaneo a Roma. «Il programma prevedeva interventi che interessavano gli spazi pubblici di tutti i municipi e intendeva recuperare la qualità della vita. La maggior parte di quei luoghi sono stati abbandonati o manomessi», denuncia l’architetto. «Qualcuno dice perché mancano i fondi per la manutenzione, ma questa spiegazione non è convincente». Dove sono finite quelle intenzioni viene oggi da chiedersi non solo vedendo la “trascuratezza” delle piazze ma anche e soprattutto andando in quartieri come Tor Sapienza o Corviale. «La storia di Tor Sapienza, ora teatro di scontri e proteste, è molto significativa – risponde Del Gallo-. Progettato ex novo negli anni 70 fa parte dei 64 quartieri di Piani di edilizia economica e popolare (P.E.E.P.), interventi di grande impegno finanziario e tecnico per la città. Ma il risultato è sotto gli occhi di tutti: abbandono, inefficienza dei servizi, mancanza di veri spazi collettivi, disagio di chi vi abita e che si sente cittadino di terza categoria. Quando invece avrebbe potuto essere un’occasione per disegnare la forma della città moderna. Luoghi così sono drammaticamente insicuri e ostili alla libera e armoniosa espressione della vita di una comunità». Anche per questo oggi è più che mai urgente riflettere sulle cause di questo fallimento.«Sono pezzi di città nati astrattamente sulla carta – suggerisce Del Gallo -, sono quartieri dormitorio nati con l’idea di soddisfare i soli bisogni primari ma in essi non troviamo alcuna bellezza e qualità urbana. Se vogliamo tornare ad essere una città di accoglienza dobbiamo pensare a come rigenerare tante parti di Roma. Non è presunzione dire che senza una buona architettura ciò non è possibile».
Di un’architettura diversa da quella che domina la periferia romana, ma anche certi quartieri considerati residenziali, costruiti in modo meccanicamente seriale da palazzinari di alto bordo, si parlerà appunto nel convegno Racconti di architettura. Sei progetti romani in Roma terzo millennio con interventi, fra gli altri, dello studio King Roselli (autori oltreché del rinnovamento della biblioteca Lateranense anche del policromo Radisson Blu Es.Hotel), di Studio Labics, Daniela Gualdi, Luigi Franciosini ordinario dell’Università Roma 3 e di Livia Comes (con Del Gallo) autrice della nuova scuola media di Aranova, uno spazio inondato di luce, a 5 km dal mare. «Se dovessimo definire il nostro approccio all’architettura potremmo definirlo umanistico – spiega Livia Comes – perché non riguarda semplicemente il singolo oggetto costruito, ma associa l’architettura alla vita delle persone. In questa scuola, per esempio, si estrinsecano scelte progettuali per favorire il benessere psicofisico di chi la abita rispettando al contempo l’ambiente naturale». Ciò che colpisce è l’accessibilità globale del progetto, l’attento studio della ventilazione e dell’illuminazione naturale, ma anche la sua valenza eco- sostenibile dovuta al tetto verde per la regolazione del microclima, ai pannelli radianti per il riscaldamento, alle vasche di accumulo per il riutilizzo delle acque meteoriche e delle fonti energetiche alternative. «Da un punto di vista formale – dice ancora Livia Comes – questo tipo di approccio ci ha portato ad riutilizzare gli elementi “classici” della migliore tradizione architettonica romana che sentivamo nostri e a rielaborarli nel tentativo di dare vita ad un organismo architettonico originale, cioè con una identità nuova e riconoscibile».

Si richiama alla dimensione utopica dell’opera del filosofo Tommaso Campanella, invece, La Città del sole di Studio Labics che, in zona stazione Tiburtina, mette in connessione spazi pubblici, di transito, e ville private. «La scelta del nome nasce proprio dalla volontà di realizzare una porzione di città in cui privilegiare lo spazio pubblico e una visione egualitaria della società» raccontano gli autori del progetto. Che vuole essere anche un omaggio a Innocenzo Sabatini, «architetto che ha realizzato alcuni straordinari interventi di edilizia pubblica a Roma all’inizio del Novecento tra i quali il Tiburtino II, nel lotto limitrofo al nostro, e la celebre casa a gradoni chiamata “Casa del Sole” in via della Lega Lombarda».
L’obiettivo della Città del sole è ambizioso: fa pensare all’antico concetto greco di eudamonia: cioè a un’idea di sviluppo felice in cui la realizzazione del singolo, del privato, non va a detrimento del pubblico, ma anzi ne è di stimolo. «È proprio quello che abbiamo cercato di fare, assumendoci anche una buona dose di rischio», confermano i due architetti romani. «La continuità e la ricchezza degli spazi aperti, che si estendono su più livelli, sono la testimonianza della nostra fiducia nella dimensione pubblica della città. Che altrimenti rischia di ridursi ad una serie di isole recintate». In questo caso alla base del concorso c’era un piano di assetto redatto dal Comune che dava indicazioni abbastanza precise sui requisiti urbani che il progetto avrebbe dovuto soddisfare e sull’importanza dello spazio pubblico. «Il ruolo delle amministrazioni è fondamentale per la trasformazione delle città, per la creazione di una piattaforma di valori strategici condivisi», sottolineano gli architettono Francesco Isidori e Maria Claudia Clemente. «È importante poter progettare le strutture della città, che poi ne guidano le trasformazioni» sostengono i due architetti di Labics, citando un maestro come Aldo Rossi che identificava nei monumenti gli elementi propulsori delle dinamiche urbane. «Per noi, oltre ai monumenti, sono fondamentali le strade e le piazze, elementi chiave della dinamica urbana. L’architettura dunque non è più costruzione di oggetti ma di un sistema di relazioni».

E con questa idea di città e delle piazze come spazi di incontro e di relazione umana, rinnovando l’antica tradizione romana delle fontane, sono nati anche lavori dell’architetto Francesco Mirone, Corrado Landi e dall’architetto Daniela Gualdi che racconta: «C’è un avvenimento che tutti conosciamo e che ha girato il mondo, un’immagine fortissima a cui spesso mi capitava di pensare, mentre lavoravamo in quegli anni, e che riguarda la città, un’immagine del novembre 1989: la caduta del muro di Berlino e la riunificazione di una città divisa. Noi arrivammo dopo, perché solo allora fu di nuovo possibile parlare di bellezza della città, di qualificare le periferie, di rapporto tra spazio pubblico e arte. Il vento nuovo della vecchia Europa chiedeva di ridare un volto alle città: sono stati anni di importanti concorsi internazionali, gli anni di una ricerca e di una cultura della città che ha toccato livelli altissimi. Le nostre piazze nacquero in quel clima, poi c’è stato uno smarrimento culturale che toglie respiro. Ma tutto quello che era riuscito va aspramente difeso oggi, più che mai».

dal settimanale left

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