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#AmelieNathomb: “vivere senza religione”

Posted by Simona Maggiorelli su agosto 14, 2016

Nathombdi Simona Maggiorelli

Umorismo intelligente e una vena visionaria. Leggerezza, divertissement e gusto un po’ retrò per il romanzo nero sono gli ingredienti con cui Amélie Nothomb seduce il pubblico, avendo superato la boa di 18 milioni di copie vendute nel mondo. In Italia per presentare il suo nuovo libro edito come sempre da Voland, la scrittrice «framponese»,  racconta che  il personaggio femminile che dà il titolo al suo romanzo esiste davvero. «Dietro questo nome si cela quello della scrittrice Stéphanie Hochet. Oltre che la passione per la scrittura condividiamo quella per le bollicine dello champagne – dice ridendo -. Per il resto non potremmo essere più diverse. Quando due donne s’incontrano, più che un dialogo, avviene un incontro – scontro di civiltà».

Il sottotitolo recita: «storia di una amicizia» immaginarla fra due donne è, in qualche modo, rompere un tabù letterario?

L’amicizia fra due donne, in letteratura, non esiste, Quando le vedi nei romanzi si litigano, si attaccano in modo feroce. E mi sono sempre chiesta perché.

Dopo aver scritto un gran numero di romanzi questo è il primo che parla della Francia. E, curiosamente, lei ne parla come di un Paese esotico e alquanto bizzarro…

Per me è proprio così. Io sono belga, nata in Giappone. Ho conosciuto molto più tardi la Francia e mi è subito sembrato un Paese molto strano. Io non potrei mai sentirmi a casa in Francia. La amo ma trovo che i francesi siano molto aggressivi, strani, si sentono il centro del mondo. E non si rendono conto che, per me, sono stranieri, in tutto e per tutto.

Che cosa le manca di più del Giappone, dove ha vissuto l’infanzia ed è tornata da giovane donna con l’idea, poi dimostratasi impraticabile, di poterci vivere?

Mi mancas oprattutto l’armonia che c’è negli incontri. In Francia le persone sono sempre in guerra le une con le altre, in Giappone si cerca il dialogo, anche se non si condividono le stesse opinioni, le persone si confrontano in modo aperto, dolce, gentile. Mi manca questa gentilezza profonda nel rapporto fra esseri umani che là ho conosciuto.

Lei una volta ha raccontato che i suoi genitori, molto cattolici, in Giappone scoprirono di essere stati ingannati e misero in soffitta la Bibbia, che lei definisce un “libro spettrale”. Il Giappone insegna a vivere senza religione?

I giapponesi sono tolleranti per natura. Se qualcuno arriva in Giappone e dice di professare una certa fede lo ascoltano, non lo censurano. Ma i giapponesi non seguono una religione. Semmai sono politeisti, multiculturali. Una persona può essere allo stesso tempo buddista e di altro orientamento. Una forma di sincretismo culturale particolarissima. Gli occidentali in genere ne sono scioccati e dicono: “ non puoi essere allo stesso tempo buddista, musulmano o cattolico. Devi scegliere”. La risposta giapponese è del genere: “A noi non piace la religione. A meno che non possiamo conoscerle tutte!” Dovremmo prenderli ad esempio.

Il primo romanzo della letteratura giapponese, Genij il principe splendente, fu scritto da una donna. Poteva accadere in Occidente?

Purtroppo credo di no. Anche perché non solo il primo importante romanzo giapponese fu scritto da una donna, la dama di corte Murasaki Shikibu, ma almeno i primi tre lavori letterari sono opera femminile e sono capolavori assoluti. Certo anche in occidente abbiamo poesie e romanzi scritti da donne, ma non altrettanto riusciti e straordinariamente belli come quelli con cui nasce la letteratura nipponica. E’ una cosa che colpisce. E che non so spiegare. Se non pensando che il coraggio è una caratteristica giapponese e certamente quelle prime letterate furono donne molto coraggiose.

  @simonamaggiorel

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Un baule pieno di personaggi. L’impresa di Fabio Stassi

Posted by Simona Maggiorelli su aprile 14, 2016

stassi-1728x800_c persCome se  la bruciante verità di Cassandra, grazie al racconto di Christa Wolf, fosse anche la nostra. Come se il medico monarchico e “vate neoclassico”, a cui José Saramago ha dato il nome di Ricardo Reis, fosse lì con noi a dialogare con il fantasma di Pessoa sognando una Spagna finalmente libera. Come se lo stesso Marco Polo, tornato da un viaggio di secoli, fosse capace di incantarci ancora con i suoi racconti di una Mongolia fantastica attraverso la voce di Palomar di Italo Calvino… Sono trecento i personaggi letterari che Fabio Stassi ha chiamato a raccolta  nel suo  Il libro dei personaggi letterari, un volume di seicento pagine edito da Minimum Fax in cui sono racchiusi tutti gli incontri che popolano il suo immaginario. E quello di molti di noi. Abbiamo rivolto qualche domanda allo scrittore italo-albanese, che lavora alla biblioteca di Studi Orientali della Sapienza e ha  esordito nel 2006 con Fumisteria, (GBM poi Sellerio, 2015) ambientato nella Sicilia degli anni Cinquanta sullo sfondo della strage di Portella della Ginestra.

Dietro questo libro si intuisce un lettore forte, la passione per la lettura è premessa necessaria, anche se non sufficiente, per scrivere un libro che abbia un valore letterario?

Prima di qualsiasi altra cosa, sono stato un lettore. Ricordo tutti i libri della mia infanzia e della mia adolescenza. Ha sicuramente modificato il corso della mia vita, ma anche se non lo avesse fatto mi ha dato un piacere che continuo a provare ogni volta che apro un libro che mi attira e che ho voglia di leggere. Ha a che fare con il desiderio e la libertà, è un esercizio che si impara presto e non si smette più. Un apprendistato, e un’educazione, alla fantasia, che per me è una delle forme della sensibilità: ti insegna a mettersi nei panni di un altro, immaginare cosa si prova.  Se hai poi l’incoscienza di scegliere la scrittura come tuo più congeniale mezzo espressivo, leggere è il solo modo per imparare, e non si finisce mai.

L’incontro con alcuni personaggi letterari  può essere determinante, è capitato a molti di noi nell’adolescenza ma anche da grandi. In che modo lo è stato per lei?

Sì, incontrare certi personaggi è stato decisivo, come incontrare certe persone. Ho cominciato con un Lermontov e un Puskin, ma forse il primo personaggio è stato Ursus, il gigante circense che abita L’uomo che ride di Victor Hugo. Un ponte verso un’altra umanità, storta, fuori misura e nomade. Poi è arrivato Sigfrido, in una riduzione per ragazzi: la sua è una favola sulla vulnerabilità che ancora mi impressiona. Di seguito Sandokan, così somigliante a Garibaldi, un eroe anticolonialista e antimperialista, fondamentale per l’idea del mondo che mi sono fatto da ragazzo e che possiedo ancora. La folla di personaggi con cui mi sono imbattuto poi da grande è in qualche modo imparentata con questi. I sudamericani, gli irregolari, i fragili e gli utopisti. È come se i primi personaggi di cui leggi le avventure determino un imprinting.

Quando ha capito che i personaggi che più l’avevano affascinata potevano diventare personaggi di un suo libro?

In uno dei miei quotidiani viaggi di pendolare in treno. Non sono un critico letterario, né uno studioso, non ho canoni da proporre né altre pretese. Avevo cominciato a scrivere le schede sui personaggi e sui libri del secondo Novecento che ho amato di più in terza persona. Poi una mattina ne ho girata una in prima, con molta incoscienza. Ed è stato come trovare una piccola chiave per restituirli. Non si smette mai di cercare la propria voce. Ho pensato che la mia l’avevo frammentata e nascosta in quelle dei personaggi nei quali mi ero riconosciuto di più. Leggere, in fondo, è sempre un’azione.

PessoaPer dirla con uno studioso di Shakespeare come Jan Kott, la grande letteratura  è sempre nostra contemporanea?

Ho sempre creduto negli universali, nel fatto che la letteratura si occupa da sempre dell’amore, della morte, del destino di separazione che ci è toccato in sorte, del dolore, della guerra… La letteratura è un fenomeno atemporale e sovranazionale. Non conosce confini né cronologici né geografici perché è sempre il personaggio uomo che si racconta.

Fra le decine di personaggi che lei ha scelto per questi folgoranti ritratti ce n’è qualcuno che più di altra l’ha riguarda?

Ce ne sono alcuni a cui sono più affezionato, e con cui mi sembra di nutrire una maggiore confidenza. Ma cambiano con l’età. Da ragazzo sentivo molto affine il Pin di Calvino del Sentiero dei nidi di ragno, o anche il tenente di Flaiano di Tempo di uccidere, alcuni personaggi di Fenoglio, l’abate Vella di Sciascia, lo zingaro Mélquiades di Garcia Marquez; oggi, il protagonista di Un’ombra ben presto sarai di Osvaldo Soriano, che se ne va in giro per l’Argentina, in un improbabile e doloroso viaggio di ritorno, e incontra acrobati obesi che guidano camion e con loro si gioca a carte i suoi ricordi.

Dopo la  pubblicazione di questo libro c’è stato qualche personaggio che ha bussato alla sua porta sucessivamente?

Ce ne sono moltissimi. Continuo a leggere con lo stesso entusiasmo che avevo da bambino. Spesso mi sveglio nel cuore della notte, per il rimpianto di tutti quelli che ho lasciato fuori e le mie gigantesche lacune. Ma non smetto di accumulare schede e appunti, e chissà, tra qualche anno, mi piacerebbe arrivare almeno a 365, fare di questo piccolo dizionario un almanacco laico dei personaggi letterari.

Aspettando il seguito di questa sua opera che direzione sta prendendo la sua scrittura?

A maggio esce con Sellerio un nuovo romanzo che è figlio anche di questo libro. È la storia di un professore di lettere di 45 anni a cui non rinnovano la cattedra. Si chiama Vince Corso. Prima di lasciare l’Italia e andare a cercare lavoro all’estero, Vince tenta un’ultima carta: aprire un laboratorio di biblioterapia in una soffitta di via Merulana. Sorprendentemente, molte donne iniziano ad andare da lui, a raccontargli i loro malesseri, a chiedergli il libro più adatto da leggere. Nel frattempo, scompare una signora nel suo palazzo, ma Vince troverà la soluzione attraverso la letteratura. Perché ogni racconto, ogni romanzo, costituisce e apre sempre un’indagine.      @simonamaggior

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L’ossessione della purezza . A proposito dell’ultimo Franzen

Posted by Simona Maggiorelli su aprile 12, 2016

Jonathan Franzen

Jonathan Franzen

Cinque anni di lavoro, in condizioni di quasi totale isolamento. Così erano nati Le correzioni e Libertà, i romanzi che hanno rivelato il talento di Jonathan Franzen al pubblico internazionale. E in una separazione pressoché totale dal mondo è nato Purity: il suo quinto romanzo (appena pubblicato in Italia da Einaudi, nella bella traduzione di Silvia Pareschi), con cui lo scrittore americano intreccia le vicende in una giovane di nome di Purity che vive in una comunità in stile Occupy a trame nere nell’ex Germania dell’Est, alla vigilia della caduta del muro. In una Germania ancora controllata dalla Stasi dove l’ipocrisia regna sovrana e ogni ideale di uguaglianza si infrange contro i privilegi dell’apparato, incontriamo giovani feriti dal totalitarismo, ma anche e soprattutto da rapporti personali e familiari all’insegna della falsità, della doppiezza, dell’assenza di veri sentimenti. Il giovane Andreas Wolf ha un padre anziano impiegato ai piani alti del regime e una madre colta, bellissima, seduttiva, che parla mescolando slogan ideologici e citazioni di Shakespeare, ma che nasconde un animo gelido, vuoto, calcolatore. Così il giovane “principino” cresce con una rabbia e un odio che non lasciano scampo, fino ad assassinare il patrigno violentatore di una giovanissima amica.

Jonathan Franzen

Jonathan Franzen

Quando una fiumana di gente pacifica – sotto gli occhi sgranati di chi ha passato la vita a sorvegliare e punire – arriverà a riversarsi per le strade chiedendo trasparenza e la fine delle vessazioni, Andreas si fingerà uno di loro per rubare i dossier segreti della Stasi che lo riguardano. E da assassino riuscirà a farsi passare per un pirata informatico che lotta per la divulgazione dei segreti di Stato, usando i riflettori internazionali per rifarsi un’identità.

Intanto, dall’altra parte dell’Oceano: Il mondo apparentemente libero della rete è quello in cui vive anche Purity, dickensianamente detta Pip. Anche lei come Andreas ha una madre che la manda al manicomio, ha un debito universitario insormontabile, è poverissima, ma piena di rabbia che si traduce in un rigorismo astratto che la porta ad essere cieca nei rapporti. Le sue giornate passano in un appartamento infestato di topi e dominato dalla violenza del coinquilino schizofrenico che, nonostante vagonate di psicofarmaci evidentemente poco o nulla efficaci,  crede di vedere invasioni di tedeschi e di nemici in cucina. È un’America emarginata e devastata quella che Jonathan Franzen racconta, tratteggiando curiose e interessanti assonanze con la devastazione e il deserto umano di quella parte della Germania che rimasta chiusa dietro la cortina di ferro.

9788806216603L’apparentemente aperta e democratica America dove le classi meno abbienti vivono in un isolamento pneumatico si specchia in questo nuovo romanzo di Franzen nell’uguaglianza solo formale delle giacchette grigie, di un comunismo di regime, che annulla ogni vera possibilità di rapporto umano e di realizzazione. Romanzo complesso, sfaccettato, questo nuovo lavoro di Franzen in cui in filigrana si può leggere anche un apologo sulle false promesse di libertà e democrazia della rete e, soprattutto, una critica di quell’ideale astratto di purezza che nella storia ha connotato molte e terribili ideologie. Evocando i fantasmi del nazismo e la disumana idea hitleriana della purezza della razza ariana, ma anche un’ideologia puritana ben presente nella storia americana, in cui i pionieri pensavano di avere una missione da compiere sterminando i nativi americani ed appropriandosi delle loro terre.
@simonamaggiorel

Purity diventa film

In America Purity è uscito nel settembre scorso e, secondo Deadline, il romanzo sarà presto tradotto sul grande schermo in una serie in venti episodi che sarà trasmessa anche in streaming da Netflix, Hulu e Amazon. L’adattamento sarà scritto da Todd Field con lo stesso Franzen e sarà prodotto da Scott Rudin, il produttore di Grand Hotel Budapest. Si parla dell’ex James Bond Daniel Craig come protagonista.

L’intervista del Guardian: There is no way to mak

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L’enigma del lago rosso. #FrankWesterman al Book Pride

Posted by Simona Maggiorelli su aprile 3, 2016

Lago Nyos

Lago Nyos

Nel 1986, in una valle remota del Camerun, duemila persone morirono in silenzio durante la notte. Uomini, donne e bambini si erano spenti insieme alle loro mucche, ai loro polli, agli uccelli, ai babbuini e alle formiche. Intorno nessuna traccia di distruzione, nessun danno. Solo molti anni dopo gli scienziati arrivarono all’ipotesi che ad uccidere senza lasciare tracce visibili fosse stata una esalazione di anidride carbonica dal lago Nyos. Nel frattempo però molte leggende sono scaturite da quel tragico evento. Ne L’enigma del lago rosso  pubblicato da Iperborea, lo scrittore olandese Frank Westerman cerca di ricostruire cosa accadde ma, soprattutto, attraverso la voce di testimoni e studiosi si interroga sul processo di mitopoiesi e sui modi della trasmissione orale delle storie. Di questo in particolare parla  a Milano il 3 aprile intervenendo al Book Pride, nell’ex Ansaldo a Milano. Domenica 3 aprile alle ore 14, in particolate  l’autore presenta il suo libro insieme ad Alessandra Iadicicco e alle 16 partecipa a una tavola rotonda con il deputato Khalid Chaouki e la scrittrice somala Kaha Mohamed Aden sul tema dell’immigrazione.

Wasterman che cosa ha scoperto studiando le leggende della valle di Nyos?

All’inizio mi sono trovato davanti a un vero enigma. L’accaduto lasciava spazio alle ipotesi più varie, alle dietrologie e, sulle sponde del lago, ai canti, alle preghiere, ai racconti. Le storie trovano sempre dove fare il nido. Gli esseri umani creano un intero mondo intorno ai fatti, li alimentano di significati, di interpretazioni. Viviamo immersi in quel mondo fantastico che colora e trasforma la realtà.

frankAncora oggi le cause della strage non sono state del tutto chiarite?

A più di 25 anni di distanza la scienza non ha prodotto una spiegazione univoca e incontrastata. E l’esercito del Camerun sta ancora pattugliando un tratto di 18 km come zona vietata. Quando l’ho saputo ho immediatamente progettato di tornare là. Quel mistero mi ha colpito profondamente. Ho pensato che quella vicenda poteva essere un “laboratorio” per capire come nascono le storie che poi finiscono per diventare miti e leggende. Come è cresciuta quella selva di narrazioni? A cosa assomiglia quella proliferazione? E quale influenza esercita su di noi? Quando nel 1992 per la prima volta andai in Camerun ero un giovane reporter radiofonico e mi domandavo cosa fosse successo. Tornandoci poi da scrittore mi sono chiesto che cosa racconta la gente di ciò che è accaduto. Ciò che mi sembra sempre più evidente è che siamo più influenzati dalle costruzioni culturali che dalla natura intesa come ambiente fisico, correnti, uragani, terremoti. I nazisti credevano che la razza ariana fosse superiore alle altre. La schiavitù ha trovato “giustificazione” nella religione che parla di un ordine voluto da Dio. Parliamo di mitologie basate su una feroce ideologia. Più in generale, invece, la fantasia è il nostro habitat naturale. Mi affascina osservare come le storie mutino nel tempo, come si moltiplicano se vengono dette e ridette, come evolvono, si trasformano.

enigma-del-lago-rossoLa religione cattolica sostiene che il Male è in ogni essere umano come peccato originale. C’è bisogno di una nuova antropologia, più laica, per studiare e conoscere la realtà umana?

Io penso che l’antropologia si sia liberata dalla maggior parte dei pregiudizi cristiani, già da decenni. Ha fatto molta strada e altra ne farà. Riguardo all’Africa per esempio è partita considerando in modo positivistico e razzista la misura del cranio come indicatore di intelligenza ed è arrivata nel ‘900 ad essere la scienza sociale per eccellenza che continuamente ci rimanda indietro la nostra immagine di occidentali europei in maniera critica. Anch’io, in qualche modo, cerco di farlo ne L’enigma del lago rosso. Come? Dando ai superstiti del misterioso lago Nyos l’ultima parola. I cantastorie, i griot, non sono una realtà solo africana: tutti gli esseri umani hanno una dimensione di fantasia e ognuno di noi contribuisce alla narrazione collettiva.

Nel suo Ararat (Iperborea 2010) lo scienziato Salle Kroonenberg racconta che solo quando si è ammesso che il diluvio universale è n’allegoria si è sbloccata la ricerca nel campo della geologia. Questa credenza ha anche ritardato lo studio della storia della Mesopotamia e la scoperta dell’epopea di Gilgamesh. Che ne pensa?

Alla fine la leggenda dell’arca di Noè si è rivelata più tenace di storie avventurose come il viaggio sul brigantino Beegle che Darwin intraprese per fare ricerca. In effetti c’è un filo rosso che lega L’enigma del lago rosso e Ararat. Personalmente vorrei che mia figlia studiasse la teoria di Darwin a scuola e allo stesso tempo avesse la possibilità di godere della bellezza delle storie prendendole come tali. Oggi ha 13 anni e di recente le ho mostrato un video di you tube in cui fondamentalisti dell’Isis distruggano dei reperti antichi a Ninive. L’ha impressionata molto e mi ha detto: «Papa, non ti deprimere, è esattamente quello che loro vogliono».

Nel libro El Negro ed io (Iperborea, 2009) racconta di aver visto in un museo spagnolo il corpo imbalsamato di un africano senza nome. «Il modo in cui l’abbiamo guardato e lo guardiamo tradisce il nostro pensiero su razza e identità», lei scrive. Quanto di quello sguardo razzista c’è nelle politiche europee verso i migranti?

Molto direi. Ma fortunatamente la nostra visione dell’ “altro”, dello “straniero” non è sempre la stessa, cambia nel tempo. Ci sono state molte ondate di migrazioni in Olanda, ugonotti portoghesi, ebrei; gli stessi olandesi sono emigrati in massa nel “nuovo mondo” e in Australia, per centinaia di anni fino agli anni Cinquanta e Sessanta. Hanno sperimentato cosa significa essere stranieri L’identità di un popolo è anche definita da come lo vedono gli altri popoli. Ai tempi del conflitto in Jugoslavia ero corrispondente di guerra: serbi, croati e bosniaci avevano rapporti di interdipendenza, contava molto come si percepivano, differenze li definivano reciprocamente. Franz Fanon non a caso diceva: «Diventi un nero solo quando incontri un bianco». Gli incontri sono sempre “a doppio senso”. Si cresce in questa dialettica. In Bosnia ho visto villaggi con una millenaria storia multietnica diventare teatri di pulizia etnica. Solo i Serbi sono rimasti alla fine. E devo dire era una scena davvero pietosa. Come vedere qualcuno in pista che balla da solo il valzer, avendo perso il proprio partner. ( Simona Maggiorelli, Left)

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La fuga dei nazisti e la complicità della Chiesa. Il nuovo libro di Caldiron

Posted by Simona Maggiorelli su marzo 12, 2016

papa Pio XII e Hitler

papa Pio XII e Hitler

Il responsabile dei più atroci esperimenti nazisti, Menghele, fu protetto da una rete di rapporti internazionali, in Argentina e Paraguay.  Ma si calcola anche che attraverso la ratline «la più grande via di contrabbando per i criminali di guerra nazisti» siano arrivati in Argentina circa 60mila colpevoli di crimini nazisti. Intanto Priebke ha vissuto fino alla morte in Italia fiero del proprio nazismo. Capò e «nazisti della porta accanto», ovvero gregari e complici della Shoah, dopo la fine della guerra, hanno fatto carriera negli Usa e in altri Paesi. Gerarchi ed ex ufficiali delle SS, colpevoli di atroci crimini contro l’umanità, celati sotto nuove identità, hanno giocato un ruolo di primo piano nella rete internazionale dello spionaggio e dell’estremismo nero nell’ultimo mezzo secolo. Complice  la Chiesa. Perché «molti esponenti della gerarchia cattolica, quando non il Vaticano stesso- scrive Guido Caldiron ne I segreti del Quarto Reich avevano sostenuto più o meno apertamente durante il conflitto regimi e movimenti fascisti, che facevano riferimento al cattolicesimo una delle proprie principali armi propagandistiche, in particolare nei Paesi dell’Europa dell’Est alleati con Hitler e Mussolini».

Ricostruisce tutte queste trame, denunciando le responsabilità anche di alleati e del Vaticano, il giornalista Caldiron in questo nuovo libro appena uscito- come il suo precedente che indagava le destre estreme- per l’editore Newton Compton. Da queste cinquecento pagine di ricostruzioni minuziose e documentate sulla fuga dei criminali nazisti e la rete che li ha protetti emergono vicende che mettono alla sbarra non solo Pio XII, di cui si conoscevano le pesantissime responsabilità, ma  anche una diffusa rete di prelati collaborazionisti.
Nel libro Caldiron riporta, fra molti documenti e testimonianze, anche quella di Simon Wiesenthal: «In molti casi la Chiesa si spinse ben oltre il tollerare la costruzione di comitati di aiuto e prese l’aspetto di un autentico favoreggiamento dei criminali» scrisse il noto cacciatore di nazisti. Sottolineando che «principale via di fuga per i nazisti si rivelò essere il cosiddetto itinerario dei conventi, tra l’Austria e l’Italia. Sacerdoti della Chiesa cattolica romana, soprattutto frati francescani dettero il loro aiuto all’Odessa nello spostare clandestinamente i fuggiaschi da un convento all’altro, sinché essi non venivano accolti a Roma, in luoghi come il convento di via Sicilia che apparteneva all’ordine francescano e che divenne un regolare centro di transito di criminali nazisti». Il fenomeno, riporta Caldiron, «si sviluppò progressivamente a partire dal 1946 e raggiunse l’apice tra il ’48 e il ’49, per assottigliarsi a partire dal 1951».  Ma interessante – fra molto altro perché questo libro è zeppo di notizie cadute in un comodo oblio per molti – sono anche i capitoli dedicati all’amnesia italiana rispetto al passato fascista, complici le mancate epurazioni in seguito all’amnistia togliattiana.

«L’assenza di una Norimberga italiana, la rapida archiviazione del capitolo dell’epurazione degli ex fascisti e le ripetute amnistie non avrebbero inciso solo , sul lungo periodo, nel formarsi di una memoria storica parziale e con ampie zone d’ombra nel nostro Paese e nel breve termine sulle sorti personali dei personaggi coinvolti ma – sottolinea Caldiron – avrebbero anche reso possibile il rapido rinserrarsi delle fila di coloro che dall’immediato dopoguerra sarebbero stati ribattezzati come neofascisti».

Scrive Guido Caldiron nell’introduzione di Quarto Reich  Newton Compton (2016):

Caldiron, Quarto Reich«Dopo il 1945 migliaia, forse addirittura decine di migliaia, di criminali di guerra nazisti e fascisti (tedeschi, austriaci, croati, ungheresi, belgi, francesi, ucraini e di molte altre nazionalità, compresi moltissimi italiani) trovarono rifugio e si  rifecero una vita in America latina, in Medio Oriente o nella Spagna del dittatore Francisco Franco; e questo senza che nessuna indagine li riguardasse, protetti da una fitta rete di complicità, poi progressivamente rivelatasi e resa pubblica negli ultimi decenni anche grazie all’apertura degli archivi di molti Paesi e di alcune organizzazioni internazionali. Complicità e coperture che coinvolgevano settori della Chiesa cattolica e dello stesso Vaticano, dell’intelligence occidentale, a cominciare da quella statunitense, e di diversi governi sia tra le democrazie dell’Occidente sia tra i regimi autoritari di America latina e mondo arabo, con effetti più estesi e sistematici nel clima della Guerra fredda. Una fitta trama di segreti, di appoggi e di omissioni che, proprio a partire dalle ricerche condotte da Simon Wiesenthal e da quanti ne hanno proseguito l’opera fino ai giorni nostri – e dopo un’ampia consultazione delle fonti storiche e delle inchieste giornalistiche che in settant’anni sono state dedicate a questo tema –, il presente libro intende ricostruire, per illustrare le condizioni storiche e le scelte della politica che resero possibile la fuga di così tanti nazisti e collaborazionisti, nonché la lunga, se non totale, impunità di cui costoro hanno potuto godere, talvolta fino a oggi. […]

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A una perlomeno sospetta inazione avrebbe fatto seguito il tentativo di proteggere in molti casi i carnefici anziché le vittime della seconda guerra mondiale. Per esempio, la pensava così Gitta Sereny, giornalista austriaca, ma londinese d’adozione, autrice già negli anni Settanta di uno dei testi più noti e scioccanti sul nazismo e sulle protezioni di cui godettero molti suoi esponenti nel dopoguerra: In quelle tenebre. Il testo era frutto dei lunghi colloqui avuti con Franz Stangl, un ufficiale delle SS, austriaco e cattolico, che aveva dapprima partecipato al programma di eutanasia dei disabili promosso dal Terzo Reich, quindi diretto i campi di sterminio di Sobibór e di Treblinka e che, dopo il 1945, sarebbe riuscito a trovare rifugio in Brasile grazie all’aiuto di una rete di sacerdoti apertamente filofascisti14. Nelle conclusioni della sua celebre inchiesta, tradotta in tutto il mondo, Sereny si poneva un interrogativo esplicito sull’atteggiamento mostrato dal Vaticano e dai suoi vertici fin da quando il piano criminale dei nazisti, già prima dello scoppio della guerra, aveva cominciato a prendere forma. Se papa Pio XII, si chiedeva infatti la giornalista, fin dall’inizio avesse preso una decisa posizione contro l’eutanasia, contro il sistematico indebolimento per mezzo del lavoro forzato, la fame, la sterilizzazione e lo sterminio, delle popolazioni dell’Europa orientale, e infine contro lo sterminio degli ebrei, ciò non avrebbe potuto influire sulla coscienza dei singoli cattolici direttamente o indirettamente coinvolti in queste azioni al punto da indurre i nazisti a cambiare la loro politica? Altrettanto netta la risposta indicata da Sereny: Una presa di posizione inequivoca, e ampiamente pubblicizzata, assunta alle prime voci di eutanasia, e accompagnata da una minaccia di scomunica per chiunque partecipasse a qualunque volontaria azione di assassinio, avrebbe fatto del Vaticano un fattore formidabile col quale fare i conti, e avrebbe almeno in certa misura – e forse profondamente – influenzato gli eventi successivi. @simonamaggiorel

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Dopo la strage di #CharlieHebdo. Il libro-testimonianza di Chiara Mezzalama

Posted by Simona Maggiorelli su gennaio 6, 2016

All’apparenza Parigi è tornata alla normalità, ma la scrittrice italiana che vive a Parigi avverte che qualcosa di profondo è mutato. «Dopo la strage, la vita della città ha ripreso il suo corso. Le scuole hanno riaperto le porte, i mercati sono affollati, le strade trafficate, i vecchi giocano a bocce. I fiori che migliaia di persone hanno portato a Place de la République o accanto alla redazione di Charlie Hebdo sono appassiti». Ma le ferite sono ancora aperte e molto resta di irrisolto. «Capita di incontrare per strada dei militari armati come fossero pronti all’assalto – nota Mezzalama -.Ma i fantasmi sono inattaccabili, ed è questo che resta dopo gli attentati. I fantasmi sono la paura della gente, la voglia di chiudersi in se stessi, sono i voti dati all’estrema destra, il malcontento che striscia, il rifiuto dell’altro, l’ignoranza, il razzismo. I fantasmi non sono una prerogativa della Francia, attraversano tutta l’Europa, il Maghreb. Mi ha colpito molto l’attacco del Museo del Bardo a Tunisi. Morire in un museo, mentre si cerca la conoscenza, si ammira la bellezza, si impara la storia, mi sembra gravissimo».

Chiara Mezzalama

Chiara Mezzalama

Lo choc provocato dalla strage compiuta a freddo, in nome di Dio, ha reso i francesi sospettosi, “paranoici”, lei scrive. Ma non tutti.  Per esempio, lei racconta di una bambina musulmana e sua figlia che hanno cominciato a darsi la mano per andare a mensa.
Ai bambini non servono i concetti, le spiegazioni teoriche. I bambini rappresentano per me, in questa fase della vita, il punto di partenza di molti ragionamenti. Non è stato facile spiegare loro cosa stava succedendo, mi sono sentita a mani vuote, senza risposte. Ho iniziato a appuntare le loro domande, osservare le loro reazioni. Da questo tentativo, forse ingenuo, di mettere ordine nel caos è nato questo “diario minimo”. È da loro che occorre partire per costruire un dialogo comune che in questo momento sembra molto difficile. Il sospetto, la paranoia nascono dalla paura ma non fanno che aumentarla. Si crea così un circolo vizioso molto pericoloso. Chi viene trattato da “nemico” finisce per diventarlo.

Il motto liberté egalité fraternité, lei scrive, è diventato, in certo modo, la religione francese. E’ stato l’attacco a questi principi a mandare ancora più in crisi i francesi?
L’attentato ha messo in luce la fragilità di molti dei valori che consideravamo acquisiti. Parole consumate come liberté, égalité, fraternité hanno improvvisamente ritrovato il loro senso ma proprio questo ha permesso di osservare la distanza che esiste tra la società e i suoi valori. Le nostre società sono attraversate dall’ineguaglianza. C’è una quarta parola: laicité. Esiste un grande malinteso sulla laicità, viene intesa da molti come un attacco alla religione. Questo rischia di mandare in crisi la Francia. La ministra dell’educazione ha proposto di introdurre a scuola dei corsi di laicité. Credo che avrebbe più senso introdurre dei corsi sulla storia delle religioni. Soltanto conoscendo l’altro lo si può capire. Così come per molti francesi la religione è una questione superata, per molti musulmani non credere in Dio è qualcosa di inimmaginabile. Come si può dialogare partendo da visioni così diverse?

Edizioni e/o

Edizioni e/o

Lei si è trasferita in Francia per scrivere. Ha sentito l’esigenza di allontanarsi per potersi realizzare pienamente come scrittrice?
Sono partita perché quando decidi di cambiare strada, serve farlo anche concretamente. Ho sentito il bisogno di rischiare, perdere l’equilibro sul quale era costruita la mia vita. Allontanarsi dal proprio Paese di origine non può che fare bene, alimenta nuove energie. Posso permettermi di guardare alle cose con un po’ più di distacco. Ed ero anche un po’ stanca del clima pesante che si respira in Italia.

Che cosa è cambiato nel suo modo di pensare la letteratura rispetto a libri come l’intenso Avrò cura di te (Edizioni e/o, 2009) in cui emergevano memorie degli anni vissuti in Marocco?
La letteratura si è presa tutto lo spazio che le ho lasciato. Non so quali effetti avrà sulla mia scrittura, è presto per dirlo, ma ci sarà certamente un cambiamento. Per esempio ho cominciato a scrivere un diario in francese. È un esperimento molto interessante dal punto di vista linguistico. Che delle persone siano state uccise perché scrivevano, disegnavano, si esprimevano liberamente, a poche centinaia di metri dalla stanza dove adesso ogni mattino scrivo, leggo, penso, mi ha colpito profondamente. Mi sono sentita interpellata come scrittrice, oltre che come persona, da quello che è accaduto.

Per le Edizioni e/0 è uscito nel 2015 il suo nuovo romanzo Il giardino persiano che racconta la sua esperienza di vita in Iran
È un romanzo autobiografico ambientato a Teheran nel 1981, quando mio padre fu nominato ambasciatore d’Italia e racconta la storia della mia famiglia alle prese con un paese stravolto dalla rivoluzione islamica e dalla guerra contro l’Iraq. Lo sguardo è quello dell’infanzia e permette di conservare una sorta di candore anche sulla realtà più dura e cruenta. Talvolta mi sorprendo dell’involontaria attualità di ciò che scrivo. Mi sono ritrovata come madre a spiegare ai miei figli molte delle cose che i miei genitori dovettero spiegare a me quando stavamo in Iran. Scherzi del destino!  ( Simona Maggiorelli, Left)

 @simonamaggiorel

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La scelta di Noga. Nella Gerusalemme ortodossa. #Yehoshua racconta

Posted by Simona Maggiorelli su gennaio 1, 2016

NogaNe La comparsa Abraham Yehoshua racconta di una giovane donna che decide di non avere figli. Per libera scelta«A Gerusalemme sono stato criticato dalle femministe: “Non sono affari tuoi le ragioni per cui una donna non vuole figli, mi dicono. Ma io voglio capire»

La quarantenne Noga non è una comparsa come farebbe pensare il titolo del nuovo romanzo di Abraham B. Yehoshua. Benché lo faccia di lavoro, per tre mesi, giusto per sbarcare il lunario, Noga non è una presenza indistinta sullo sfondo della vita, come vorrebbero gli ultra ortodossi e i benpensanti nella sua città natale, Gerusalemme, che non riescono a concepire l’idea che una donna possa decidere di non avere figli. Arpista in un’orchestra sinfonica, da giovane Noga ha lasciato Israele per vivere ad Amsterdam, dove ha incontrato l’uomo diventato poi suo marito, che continua ad amarla ma l’ha lasciata perché non ha accettato la sua decisione di abortire. Nonostante abbia già una nuova compagna, continua a “inseguire” Noga, non riesce a superare un profondo senso di frustrazione e vuole capire perché abbia deciso di non avere figli. Questa stessa domanda è stata la scintilla che ha spinto lo scrittore israeliano a raccontare la storia di questa donna, indipendente e affascinante nel romanzo uscito in Italia per Einaudi.

gerusalemmeLo stesso autore ha così ripercorso la genesi de La comparsa senza tacere delle critiche che ne hanno accompagnato l’uscita: «A Gerusalemme sono stato criticato dalle femministe. “Non sono affari tuoi le ragioni per cui una donna decide di non avere figli”, mi hanno detto» ammette Yehoshua, «io però non voglio in alcun modo esprimere dei giudizi. Ma vorrei capire», dice lo scrittore con passione. «Per questo ho scritto questo romanzo». Anche se in molti suoi lavori da L’amante ai monologhi femminili di Un divorzio tardivo (1982) e Il signor Mani (1990) – Yehoshua ha tratteggiato molti personaggi femminili, questa è la prima volta che in effetti mette al centro della storia una donna: «Noga, che in israeliano significa Venere, è quanto mai lontana da me per età, per scelte di vita. Anche per questo mi sono lasciato guidare da lei, trattandola in modo gentile, diversamente da come faccio con i personaggi maschili».

Per quanto Nora sia una creatura di fantasia, Yehoshua si riferisce a lei come se fosse una persona reale. Non solo per quel vezzo che hanno molti scrittori, ma anche perché a dare il la a questa narrazione è stata la cronaca. «Oggi sono sempre di più le donne che decidono di non avere figli. Non accade tanto in Israele dove le famiglie hanno ancora molti figli, come nei Paesi che sono stati a lungo in guerra. Ma è un fenomeno che riguarda in modo macroscopico altri Paesi», nota Yehoshua.

Yehoshua

Yehoshua

Un esempio? «Il non voler procreare è una tendenza sempre più diffusa in Giappone dove si stima che fra trent’anni la popolazione sarà un quarto di quella attuale. Ma basta anche guardare a quel che succede in Germania. La decisione del governo di aprire le porte ai migranti risponde anche alla questione della denatalità». Non sono ragioni sociali o economiche a condizionare Noga, però. E neanche motivazioni di carriera: «Avrei potuto trovare molte spiegazioni banali per la sua scelta, ma non rispondevano alla domanda di fondo», continua lo scrittore: «Cercando di comprendere perché non voglia assumersi la responsabilità di proseguire il ciclo della vita mi è tornato anche in mente un filosofo musulmano dell’XI secolo che parlava del “male” che aveva fatto sua madre nel dargli la vita, perché il male è l’esistenza stessa. Ma Noga è una donna vitale che ama profondamente la vita. Ed è cresciuta in una Gerusalemme molto più aperta di quanto non lo sia oggi».

Pagina dopo pagina, in Noga matura – oltre al rifiuto per la religione – anche il rifiuto di seguire le orme di sua madre: «L’amicizia e l’intimità di suo padre e sua madre cementatesi con la vecchiaia le pesavano, più che confortarla. I genitori tacevano sul suo rifiuto di mettere al mondo un figlio, rassegnati. Eppure anche lei aveva la sensazione che loro preferissero che non rimanesse la notte per non disturbare il loro strettissimo rapporto di coppia rimasto fedele all’angusto, antiquato e usurato letto di legno nel quale i due sprofondavano in serena armonia. E se uno si svegliava di notte per uno strano sogno, l’altro lo imitava, proseguendo una conversazione che non si interrompeva neanche nel sonno». Con maestria Yehoshua scrittore ci regala intuizioni che superano la sua pur straordinaria acutezza e lucidità di intellettuale.  (Simona Maggiorelli, Left- 3  ottobre 2015)

La Stampa 31.12.15
Ebrei e palestinesi, rompere il silenzio per cercare la pace
di Abraham Yehoshua
Gli eventi delle ultime settimane in Israele hanno assunto il carattere di un dramma politico dagli avvincenti colpi di scena. Il dramma è sempre quello tra la sinistra e la destra, cioè tra coloro che combattono per una separazione dai palestinesi e la pace e coloro invece che hanno perso ogni speranza e desiderio di raggiungere un accordo.
E fanno il possibile per consolidare l’occupazione e stabilire nuovi insediamenti, facendo così naufragare ogni possibilità di cambiamento. Questo dramma si è ulteriormente inasprito sotto il governo Netanyahu raggiungendo un nuovo apice con la notizia che a un convegno organizzato dal quotidiano «HaAretz» a New York (al quale è intervenuto anche il presidente israeliano Reuven Rivlin, uomo coraggioso e vero liberale) era presente un rappresentante dell’organizzazione «Breaking the Silence». È questa un’organizzazione dagli alti standard morali, fondata da soldati riservisti che raccolgono testimonianze su comportamenti scorretti dei servizi di sicurezza, dell’esercito, della polizia e dei coloni verso i civili palestinesi nei territori occupati della Cisgiordania e che hanno denunciato trasgressioni all’etica militare di loro commilitoni durante l’ultima guerra nella Striscia di Gaza. L’obiettivo di tali testimonianze, notificate dapprima alle autorità militari e portate in un secondo tempo a conoscenza del pubblico in Israele e all’estero, è quello di far conoscere ai cittadini israeliani il pesante costo morale della lotta contro i palestinesi, in atto a poca distanza dalle loro case. In ogni ente o istituzione pubblica dovrebbero esserci dipendenti coraggiosi che denunciano carenze e corruzioni che sfuggono ai meccanismi di controllo ufficiali. E questo è ancora più vero per istituzioni potenti quali l’esercito e la polizia. In Israele l’esistenza di un’organizzazione come «Breaking the Silence» assume dunque un ruolo importante in quanto il controllo dell’esercito israeliano sulla popolazione civile palestinese non è come quello, per esempio, delle truppe francesi in Algeria o britanniche in Kenya o in India. Nel caso di Israele le popolazioni ebraica e palestinese vivono mescolate e saranno costrette a rimanerlo per l’eternità. Un soldato che umilia e ferisce un giovane palestinese a Hebron o a Betlemme dovrebbe capire che nel momento in cui lo fa un suo famigliare potrebbe essere ricoverato in un ospedale israeliano e affidato alle cure di un infermiere o di un medico palestinese, zio o parente del giovane che lui ha offeso o trattato con brutalità. Pertanto il rispetto del principio definito in Israele «Purezza delle armi», ovvero l’uso delle armi secondo regole morali (uno dei valori fondamentali sui quali si è basata la forza militare israeliana fin dal principio del sionismo) è fondamentale da un punto di vista etico ed è vitale per il futuro dello Stato ebraico in Medio Oriente.L’organizzazione «Breaking the Silence», composta da combattenti patrioti che vogliono mantenere un comportamento corretto nei contatti quotidiani fra l’esercito israeliano e la popolazione palestinese sotto il suo controllo, sta facendo quindi qualcosa di estremamente importante per il futuro di Israele. Questa organizzazione, costantemente sotto attacco da parte di esponenti della destra e del centro, è stata oggetto di critiche ancora più severe dopo il convegno di New York. I durissimi attacchi dei rappresentanti della destra e del governo israeliano includono un filmato calunnioso e contraffatto in cui soldati affiliati a «Breaking the Silence» collaborano con terroristi palestinesi. Ma proprio questi attacchi hanno creato una reazione positiva. Centinaia di docenti universitari israeliani hanno pubblicato una petizione a sostegno dell’organizzazione e a loro si sono uniti ex capi dei servizi di sicurezza, ex generali e alti ufficiali dell’esercito. Non a caso quindi i rappresentanti di «Breaking the Silence» hanno pubblicato un’ironica lettera di ringraziamento per il primo ministro Benjamin Netanyahu che, con i suoi sfrenati attacchi, ha suscitato un’ondata di sostegno senza precedenti per la loro associazione. Ma i guai per la destra israeliana non finiscono qui. In Israele è stato pubblicato un altro video (vero, questa volta), che ha scioccato molti suoi esponenti, sempre così certi di essere dalla parte del giusto.
Traduzione di Alessandra Shomroni
Repubblica 2.1.16

Dorit Rabinyan

Dorit Rabinyan

Il libro proibito diventa un best seller
Borderlife è la storia d’amore di una ragazza ebrea con un pittore palestineseTEL AVIV. Un’immaginaria storia di amore fra un’israeliana e un palestinese ha innescato una polemica furibonda fra i vertici del ministero dell’Istruzione ed esponenti della cultura laica israeliana fra cui gli scrittori più rinomati come Amos Oz, e A.B. Yehoshua. La vicenda si è subito imposta sulle prime pagine dei giornali, mentre le vendite del libro sono aumentate. Ad accendere la miccia è stata la direzione pedagogica del ministero che, nell’esaminare una lista preliminare dei libri consigliati ai liceali, ha trovato opportuno depennare Gader Haya (Borderlife) della scrittrice Dorit Rabinyan.
In una prima spiegazione fornita ad Haaretz, il ministero ha giustificato la decisione spiegando che la lettura di quel libro non pare appropriata per adolescenti israeliani perché il suo contenuto potrebbe incoraggiare “l’assimilazione”, ossia renderli più aperti a matrimoni con non-ebrei. In seguito il ministro Bennett ha fornito una spiegazione aggiuntiva, sostenendo che nel libro della Rabinyan i soldati israeliani sono rappresentati in maniera fortemente denigratoria. Dunque, ha aggiunto, non è il caso che quel testo venga insegnato e approfondito nei licei pubblici.
Il romanzo narra l’amore fra una ricercatrice israeliana, originaria di Tel Aviv, e un pittore palestinese, di Ramallah, in una New York effervescente, fra mostre d’arte e locali notturni. Lei ha servito nell’esercito israeliano, lui ha scontato quattro mesi di carcere in Israele per aver dipinto bandiere palestinesi nelle strade. «Per divertirsi – ricorda – i miei guardiani mi umiliavano facendomi cantare una popolare canzone in ebraico». Eppure i due presto scoprono di essere molto simili. Poi i due protagonisti torneranno separatamente nella propria società di origine. Di fronte all’imposizione del ministero dell’Istruzione, i grandi nomi della letteratura israeliana si sono mobilitati per protestare. Amos Oz ha notato polemicamente che anche personaggi biblici importanti si scelsero donne non ebree. Altri rilevano che peraltro in Israele i matrimoni fra ebrei e non sono rari. Nel frattempo chi beneficia della polemica è la stessa Rabinyan il cui libro è andato a ruba fino al tutto esaurito nelle librerie. Di conseguenza nei prossimi giorni sarà ristampato. Fra gli altri scrittori è ora palpabile l’invidia: «Magari – scrivono alcuni su Facebook – il ministero sconsigliasse ora anche i miei libri!».

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Il potere delle immagini. Cinque saggi di Carlo Ginzburg

Posted by Simona Maggiorelli su dicembre 27, 2015

David, la morte di Marat

David, la morte di Marat

«Perché secondo lei metto una data su tutto quello che faccio? Chiese un giorno Picasso al fotografo ungherese Brassaï che era andato a trovarlo allo studio. «Perché conoscere le opere di un artista non basta- rispose lui stesso -. Bisogna sapere anche quando le ha fatte, perché, come, in quali circostanze. Un giorno ci sarà senza dubbio una scienza dell’uomo che cercherà di capire qualcosa di più sull’uomo in generale attraverso l’atto creativo».

Lo storico Carlo Ginzburg riporta questa citazione nel saggio dedicato a Guernica di Picasso, l’ultimo dei cinque che compongono il suo nuovo libro Paura, reverenza, terrore edito da Adelphi. Ma questa citazione picassiana funzionerebbe bene anche come esergo dell’intero volume. Perché in questo suo  nuovo lavoro il docente della Normale di Pisa interroga la storia attraverso le immagini, cercando di leggerne i significati latenti e profondi, che ci permettono di conoscere la realtà umana degli uomini e delle donne del passato più dei datari e delle aride cronache dei fatti.

«Anche le immagini sono un documento, consentono di guardare alla storia di sbieco, da una prospettiva nuova», sottolinea Ginzburg che il 9 settembre 2015 ha presentato questa sua nuova opera al Festivaletteratura di Mantova dialogando con l’archeologo e storico dell’arte Salvatore Settis.

Antonello da Messina Salvator mundi

Antonello da Messina

Dopo Indagini su Piero (Einaudi, 2001) e Tre figure (Feltrinelli), scritto nel 2013 con Settis, Catoni e Giuliani, l’attenzione dello studioso torna a posarsi sull’arte: da un vaso in argento scolpito nel 1530 ad Anversa al Marat di David per arrivare a Guernica di Picasso. Cercando di indagare il senso politico di queste immagini, il messaggio che trasmettono anche attraverso le forme espressive che l’artista ha scelto. Nella prefazione Ginzburg fa riferimento  ad Aby Warburg, che parlava di pathosformeln,ovvero formule del pathos fissate dal canone occidentale, modalità iconografiche precise utilizzate da artisti di epoche diverse per esprimere determinati sentimenti e che ritornano fra costanti o variati (a seconda del talento individuale) lungo secoli di storia dell’arte.

Ma più che l’ossessione tassonomica dello storico dell’arte tedesco – che tentò di curarsi, senza successo, andando a Kreuzlingen dallo psichiatra Ludwig Binswanger – in questo affascinante lavoro di Ginzburg ritroviamo piuttosto la lezione di un conoscitore come Giovanni Morelli che invitava a osservare bene i dettagli più nascosti e l’insegnamento di Roberto Longhi, attento a leggere i rapporti profondi fra l’opera e il contesto storico, culturale e politico.
Così le tensione fra morfologia e storia che Carlo Ginzburg individua ne La morte di Marat di David ci fa scoprire quanto fosse ambigua e solo di superficie la secolarizzazione operata dalla rivoluzione francese.

Picasso, Guernica

Picasso, Guernica

«In questo quadro David riprese il gesto tipico dell’iconografia pagana, fatto proprio da quella cristiana». Dopo lo scoppio della rivoluzione il pittore si ritrovò al centro della scena artistica e politica. «Divenne una specie di coreografo politico, preparò feste politiche e funerali, disegnò sigilli e monete», ricostruisce lo storico. L’assassinio del giacobino Marat il 14 luglio 1793 colpì molto l’opinione pubblica. E David che ne aveva curato il funerale, con questo quadro che citava un gesto dell’iconografia cristiana ne fece un martire, un’icona santificata, creando un’immagine «che parlava il linguaggio classico con accento cristiano». Così il pittore francese siglò la nascita di un vero e proprio culto del giacobino Marat. «Non siamo dunque di fronte a un quadro politico ma ad un atto politico» conclude Ginzburg, citando Thomas Crow che parlava di «un compromesso implicito fra il rifiuto della Chiesa da parte della Rivoluzione e l’ostilità di Robespierre nei confronti dell’ateismo».
coverMa interessantissima in Paura, reverenza, terrore è anche l’indagine che porta Ginzburg a connettere il gesto del Cristo benedicente, che Antonello da Messina aveva mutuato da più antiche immagini del Salvator Mundi, al “dito puntato” nel manifesto di guerra con cui Lord Kitchener chiamava i giovani alle armi, ricorrendo a un gesto precisamente codificato nell’iconografia cattolica e implicitamente dicendo “Dio ti chiama”.
E ancora: studiando un quadro celeberrimo come Guernica (datato 11 maggio 1937), Carlo Ginzburg individua nell’addensata composizione un dettaglio interessante quanto eloquente: «la violenta giustapposizione di antico e contemporaneo operata da Picasso accostando una spada spezzata e una lampadina». E, in effetti, ossimorica appare a tutta prima la sua scelta di un linguaggio classicheggiante, con citazioni implicite di Pegaso e altri miti antichi, in mezzo a un tumulto di figure fatte a pezzi. Ma proprio l’antica spada spezzata potrebbe rivelare il messaggio nascosto di questo murale dipinto su commissione dall’artista spagnolo filo repubblicano e schierato contro l’oppressione di regime.  La presenza di un braccio con la spada evoca antiche statue d’accademia, una vetusta idea di patria e la figura del padre. Segnali non casuali secondo Ginzburg. «La spada rotta, il cui anacronismo è sottolineato dalla presenza della lampadina, suggerisce che di fronte all’aggressione fascista le armi della tradizione sono pateticamente inefficaci».

(Simona Maggiorelli, Left)

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Nel regno della libertà. Le commedie di Shakespeare

Posted by Simona Maggiorelli su dicembre 19, 2015

Molto rumore per nulla Branagh

Molto rumore per nulla Branagh

Le commedie di Shakespeare, regno della libertà e della fantasia. Incontro con Ekkehart Krippendorff
di Simona Maggiorelli

Che un politologo di professione, dopo aver lungamente insegnato in università europee, americane e in Giappone, si occupasse dei drammi shakespeariani non sembrò strano quando nel 2005 uscì il suo Shakespeare politico. Ora il tedesco Ekkehart Krippendorff ha fatto un passo ulteriore pubblicando un brillante saggio intitolato Le commedie di Shakespeare, come il precedente, edito in Italia da Fazi. In cui  racconta l’universo caleidoscopico di questi testi shakespeariani centrati sulla capacità di immaginare, come l’dentità più profonda degli esseri umani. In Sogno di una notte di mezza estate, in Molto rumore per nulla, così come ne La Tempesta e negli altri testi più “leggeri” del corpus shakesperiano, la fantasia gioca un ruolo fondamentale. E per dirla con Giordano Bruno (autore che il Bardo ben conosceva) non è un’ombra maligna, ma possibilità di conoscere “per vestigia” e possibilità di aprirsi al nuovo.

La bisbetica domata Burton-Taylor

La bisbetica domata Burton-Taylor

«Sono sempre stato affascinato da opere come Macbeth e da drammi storici come Giulio Cesare per il modo in cui analizzano i giochi di potere e ne denunciano la distruttività. Ma a un certo del mio percorso – dice Krippendorff – ho cominciato a interrogarmi sulle commedie. Anch’esse fanno parte dell’universo shakespeariano e non sapevo bene come collocarle. Finché un giorno, arrampicandomi ancora su questa immensa montagna che è l’opera del drammaturgo inglese, ho scoperto che sono in un certo senso lo specchio o, per meglio dire, l’alternativa ai testi politici in senso stretto». Protagonista delle commedie non è l’uomo di potere, l’eroe solitario ma, come sottolinea lo studioso, «l’uomo innamorato e libero». Uscendo dalla dimensione tragica, Shakespeare s’interroga su come sarebbe l’essere umano se non fosse prigioniero di un potere oppressivo. «Per questa via – dice Krippendorff – ha aperto il suo teatro alla fantasia, alla bellezza e alla complessità del rapporto fra uomo e donna. Ha scoperto la serietà e la multi dimensionalità della passione amorosa. Al centro delle commedie c’è l’amore, l’eros, il perdersi e il ritrovarsi degli amanti. E i personaggi delle commedie appaiono particolarmente ricchi di sfaccettature. Non sono figure artificiali, ma estremamente vive e vitali. Tra loro intrecciano una complessa trama di relazioni, all’apparenza brillanti. Tanto che sarei tentato di dire che le commedie sono più intricate e serie degli stessi drammi politici.

(l to r) TOM CONTI, HELEN MIRREN, DAVID STRATHAIRN, ALAN CUMMING, CHRIS COOPER

La tempesta Helen Mirrer

Dunque professore come possiamo inquadrare questa parte del percorso Shakespeariano?

Ho tentato di farlo nel sottotitolo, scrivendo che l’essere umano è libero nelle commedie. Esse schiudono una possibile via di uscita da una brutta realtà politica di oppressione. Il che non vuol dire che tutto sia risolto e che non sorgano problemi. Anzi. La libertà è una dimensione molto difficile da raggiungere e da vivere, come si evince dal rutilante gioco dei personaggi che cambiano di continuo, ruoli e situazioni. Per questo siamo affezionati alle commedie, perché ci fanno ridere, gioire, ma soprattutto perché accendono la fantasia!

Che risultò contagiosa anche per Giuseppe Verdi, come lei racconta in un capitolo di questo suo nuovo libro…

Per tutta la vita Verdi aveva cercato di scrivere una commedia, senza successo. Avrebbe voluto raggiungere il regno della libertà, ma era rimasto sempre legato alla banalità della vita matrimoniale. Fin quando, a più di 90 anni, ha scritto Falstaff. Questa è stata la sua grande vittoria intellettuale: riuscire a trovare la libertà creativa che si respira in quest’opera. Crudelmente è accaduto che Verdi ci riuscisse solo negli ultimi anni, mentre Shakespeare fece questa realizzazione già all’inizio della sua carriera di drammaturgo.

Prospero's book, Greenaway

Prospero’s book, Greenaway

E Mozart in che modo si lega a Shakespeare?

Mozart ha la leggerezza delle commedie shakespeariane. Questa mattina ascoltavo una nuova registrazione di Così fan tutte, è un’opera che gioca con l’allegria e la sofferenza, con gli imprevisti della dialettica amorosa. Come in Shakespeare, anche in Mozart, la passione è un sentimento che tocca molte corde. E la leggerezza piacevole, a ben vedere, rivela un sottofondo serio.

La passione nelle commedie shakespeariane introduce una carica di potenziale emancipazione e una critica indiretta a istituzioni come la famiglia e la Chiesa?

Sì, senz’altro, c’è questo potenziale rivoluzionario, nel senso di rovesciare i vecchi discorsi, quelli più tradizionali. Sotto questo profilo addirittura Mozart ci sfida. Perciò il contenuto delle sue opere è sempre stato ignorato, perché giudicato frivolo, restando alla superficie, senza leggere la storia in profondità.

I personaggi femminili, in particolare, creano scompiglio sottraendosi alla tradizione e ai riti domestici. Caterina, la Bisbetica domata, addirittura se ne infischia. Anche se il padre la stigmatizza come irascibile, selvaggia, litigiosa. Del resto Shakespeare era un uomo del proprio tempo…

beatrice-emma-thompson-reading-sigh-no-more-ladies-while-eating-grapes-in-tuscanyLa bisbetica è un testo che lascia molto alle scelte drammaturgiche e alla sensibilità del pubblico. Se stiamo alla lettera delle parole di Petruccio, per esempio, il personaggio appare come un pretendente maschilista. Con modi da super macho. Ma se si osserva meglio non è esattamente così. Perché alla fine accetta che sia la donna a prevalere. La questione dunque non così scontata come si potrebbe pensare. Shakespeare avrebbe potuto farla facile con l’atteso trionfo del muscolare Petruccio… sarebbe stato facile.Invece sceglie di far vedere in profondità l’ immagine. Un amico mi ha fatto notare per esempio che alla fine Petruccio non vince ma stabilisce un nuovo rapporto fra uomo e donna. Shakespeare non si accontenta di un happy end da farsa. Forse sarebbe stato ugualmente divertente, ma non è ciò che gli interessa. Lui punta ad aprire nuovi orizzonti. E il machismo è solo la scorza.

Nella trama delle commedie importanti sono anche le relazioni sociali dei personaggi, mai isolati e solipsisti come invece appaiono Amleto o Macbeth.

Un tema importante è anche l’amicizia; è centrale in una commedia che amo molto e che purtroppo viene rappresentata di rado,I due gentiluomini di Verona. L’antica amicizia fra due giovani uomini dovrebbe finire in tragedia, Invece Shakespeare fa vedere che resiste al banale primeggiare di uno di questi due ragazzi., facendoci riflettere. Quasi sempre le commedie fanno pensare..

Un filo rosso che attraversa le commedie è anche la “realtà dell’invisibile”, a cui lei dedica uno dei capitoli più appassionati del libro

Ne Il sogno di una notte di mezza estate, Shakespeare dice che ciò che vediamo non è la verità. Come a dire che ciò che veramente conta è la nostra realtà interiore. Dipana questo tema a vari livelli. Anche sul piano politico. Il luogo dove si svolge il dramma è Atene, la città dove è nata la democrazia. Ma a questo si sovrappongono altre realtà. Oppure, per fare un altro esempio, nel sogno si incontra la principessa che fa l’amore con l’asino. E ciò non è assurdo. Non lo è perché non è un sogno realistico ma reale. Come a dire che la verità non è quella che vediamo , ma quella che sentiamo e che fa parte della nostra realtà più profonda. Spietata autenticità @simonamaggiorel

Dal settimanale Left

 

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#Majakovskij il poeta suicidato dal regime.

Posted by Simona Maggiorelli su ottobre 23, 2015

Majakovskij futurista

Majakovskij futurista

«A tutti. Se muoio, non incolpate nessuno. E, per favore, niente pettegolezzi. Il defunto non li poteva sopportare... Non è una soluzione (non la consiglio a nessuno), ma io non ho altra scelta. Lilja, amami…Come si dice, l’incidente è chiuso. La barca dell’amore si è spezzata contro il quotidiano. La vita e io siamo pari. Inutile elencare offese, dolori, torti reciproci. Voi che restate siate felici». Così Vladimir Majakovskij lasciava scritto prima di suicidarsi il 14 aprile 1930. Ma molti aspetti di quel gesto restano ancora oscuri. Perché quel biglietto d’addio potrebbe essere un collage di versi precedenti. Perché la pistola non era la sua Mauser. Perché c’è chi dice aver visto una scala esterna, poi sparita, che arrivava allo «studio-barchetta» dove fu trovato il cadavere. Perché agli incontri della Lef fondata nel 1923 dal poeta e alle sue serate prendevano parte anche sinistri uomini dei servizi di Stalin. Come Agranov che frequentava – e sorvegliava segretamente – l’intelligencija moscovita. E ancora, perché la versione di Veronika che era con lui quella mattina mostra molte incongruenze. Perché gli amici Šklovskij, Rodcenko, Pasternak, Tatlin, non se l’aspettavano. «Negli ultimi giorni non mostrava alcun segno di disagio psichico, e nulla faceva presagire la tragedia» ricostruisce Serena Vitale nel libro Il defunto odiava i pettegolezzi (Adelphi). E molto altro ancora si scopre leggendo questo volume, pieno di indizi che invitano a interrogarsi su quel suicidio. La slavista si è finta “detective”facendo una ricerca a tappeto negli archivi e tuffandosi nei giornali dell’epoca. Ma non si è limitata a scrivere un avvincente libro-inchiesta. La sua prosa incalzante e febbrile invita a riscoprire questo «immenso poeta» che era diventato assai scomodo per il regime stalinista. In testi come La cimice (1928) e Il bagno (1929) Majakovskij stigmatizzava il filisteismo di ex rivoluzionari diventati burocrati e denunciava il ritorno all’ordine che aveva ucciso la bella utopia del socialismo e la ricerca.

Rodčenko, Aleksandr Michajlovič (1891-1956)

Rodčenko, Aleksandr Michajlovič (1891-1956)

Lui si era gettato con entusiasmo nella lotta di liberazione dallo zarismo, aveva lasciato la Georgia perché non sopportava l’immobilismo della provincia, si era trasferito a Mosca cogliendone i più vivi fermenti politici (finì in carcere a soli 14 anni per attività clandestina) ma anche e soprattutto artistici. A Mosca le novità dell’avanguardia parigina erano più conosciute che nel resto d’Europa, come notava Angelo Maria Ripellino in Majakovskij e il teatro russo d’avanguardia (Einaudi, 1959), e più di recente Remo Faccani nella prefazione a La nuvola in calzoni di Majakovskij (Einaudi, 2012).
La ricerca pittorica iniziata con Van Gogh e Cézanne che con Picasso e Matisse si apriva a un nuovo modo di fare immagini, abbandonando la fredda visione razionale della realtà, era giunta come una onda travolgente anche a Mosca arrivando a lambire l’Istituto d’arte dove studiava Majakovkij (dal quale poi fu espulso). Lui, con un’ardita blusa gialla, nel 1912, si era dato al teatro futurista e cercava forme nuove, fuori dalla rigida accademia. Poi la passione per il cinema, per il foto montaggio, per la grafica e, insieme, l’incontro con l’attrice Lilja Brik che divenne la sua musa e amante, mentre suo marito, il commerciante Osjp Brick, divenne editore pubblicando La nuvola in calzoni. Tre anni dopo, nel 1919, cominciò la loro convivenza, in una kommunalka. «Io ero la moglie di Volodja, lo tradivo come lui tradiva me. E tutte le chiacchiere sul triangolo e sull’amour à trois non hanno niente a che vedere con quello che in realtà c’era fra noi», disse poi Lilja. Majakovskij aveva letto Che fare? di Cernyševskij che metteva in discussione il modello della famiglia borghese e sapeva di Ol’ga Pavlova Lopuchova, antesignana della «donna nuova» che in pieno Ottocento cercava di liberarsi «da secolari catene».

LiljaBrik&Maiakovskij

LiljaBrik&Maiakovskij

«La stessa Aleksandra Kollontaj che lottò per liberare il rapporto uomo donna dal bigottismo si ispirò alla loro vicenda nel presentare un decreto sui danni della gelosia», ricorda Vitale. Ma la sua iniziativa fu ben presto bloccata da Lenin. Nonostante lui stesso, benché sposato, quando era all’estero avesse avuto un’amante. «Il primo provvedimento legislativo che fu preso dopo l’ottobre 1917 riguardava il matrimonio che veniva spogliato di ogni significato religioso ma anche statale, tanto che era facilissimo divorziare. Ben presto però si tornò a celebrare la famiglia tradizionale e negli anni Trenta la Russia diventerà un Paese ultra puritano», nota la scrittrice. Intanto «nel 1919 si era insediata la Ceka, la commissione creata da Lenin e Dzeržinskij “per combattere la controrivoluzione e il sabotaggio”, che operava come una sorta di gladio, di scudo della dittatura proletaria».

Lijia e Vladimir

Lijia e Vladimir

Con l’arrivo di Stalin al potere, la stretta autoritaria diventò una morsa mortale. Non solo per Majakovskij ma anche per molti altri artisti. Al suicidio di Sergej Esenin seguiranno altre sparizioni e casi di morte violenta fra gli scrittori, repressioni, “purghe”. Intanto sul piano dell’arte l’imposizione di un piatto naturalismo come stile di Stato farà sì che gli spazi per Majakovskij si restringano molto. Cominciano gli attacchi, il poeta viene isolato e calunniato. Il perfido Gor’kij (che nel ‘34 figurerà fra i fondatori del realismo socialista) mise in giro la voce che il poeta fosse affetto dalla sifilide, «malattia del capitalismo». È in questo clima che avviene il suicidio.

Ma anche dopo la sua scomparsa il regime non smetterà di accanirsi sulla sua memoria. In risposta ad una lettera a Stalin di Lilja Brik nel 1935, Majakovskij fu imposto nelle scuole come poeta di regime, in versione censurata, adattata, stravolta. Ma già all’indomani della sua morte si erano messi a dissezionarne il cervello. Per studiarlo era stato creato il Gim, diretto dal tedesco Oskar Vogt. Con una cieca ideologia materialista e riduzionista che annullava la realtà psichica e l’identità umana, «la scienza sovietica tentò lungamente di carpire il segreto della grandezza e della genialità. Invano. Né le esangui fettine del parencefalo di Majakovskij fecero la benché minima luce sul mistero della poesia» scrive l’autrice di questo bel libro (e dall’affascinante Il bottone di Puškin, Adelphi).

Mayakovsky-with-Scottie-1924

Mayakovsky-with-Scottie-1924

«Il cervello di Lenin veniva usato come unità di misura. Era l’epoca in cui il positivismo pensava che le sue dimensioni contassero. Oggi sappiamo che non dimostrano nulla. Ma allora in Russia c’era una scuola tedesca che pensava di fabbricare l’uomo nuovo in un modo che ricorda l’eugenetica nazista. Ciò che mi ha sempre colpito – rimarca Serena Vitale – è che dopo quell’intervento gli studi su Majakovskij hanno taciuto. Dopo la riabilitazione postuma, che è stata una sorta di consacrazione, sono rimasti questi cervelli che sono a Mosca, in un museo… degli orrori». Una mummificazione per tentare di ingabbiare Majakovskij, la poesia, l’irrazionale? «Potevano affettare tutto quello che volevano, ma uno la poesia c’è l’ha o non ce l’ha. E Majakovskij era la poesia allo stato puro, incandescente, magma, lava». Perciò prima di scrivere questa inchiesta l’ha tradotto ? «Il Majakovskij che perlopiù si conosce in traduzione è molto sbiadito. Ne trasmettono una versione grigia, ideologizzata. Inaccettabile per me. Poi per cucire questo libro ho usato come filo rosso una passione per Majakovskij che spero di trasmettere. È stato davvero uno dei grandi del Novecento. Era un uomo-poeta, il monumento è ciò che gli si addice di meno».

Capì che una vera rivoluzione ha bisogno di un linguaggio nuovo? «Ebbe questa idea prima della rivoluzione di ottobre, da futurista. Poi cercò di indirizzare questa carica iconoclasta verso qualcosa di costruttivo, mettendola al servizio della rivoluzione. E fu leale. Chi vuole farne una specie di vittima, di dissidente, non dice il vero. Non sopportava che la rivoluzione si stesse impietrendo, in una dimensione di routine, fissa. La «vita dei giorni» per lui doveva essere sempre sulle barricate. La vita tristanzuola, ormai piccolo borghese, non faceva per lui. Ma va anche detto – sottolinea Vitale – che non era facile capire cosa stava accadendo. A parte Pasternak e Mandel’štam, che avevano fiuto politico, in molti non compresero. E Majakovskij non ne aveva. Lui era poesia e rivoluzione, l’ideologia gli era totalmente estranea».

Ma non voleva rinunciare all’idea di un’umanità nuova, basata sull’uguaglianza, al sogno di una società più giusta. «Non voleva rinunciare a quegli ideali. Era come se dicesse superiamo questo momento terribile. Ricorda un po’ Le tre sorelle di Cechov: «Fra cento o duecento anni la vita diventerà più bella». E lui scriveva: «Fra cent’anni io alzerò i miei libretti come il libretto del partito». Il suo requiem è stato il poema A piena voce: era un messaggio al futuro. Se si svegliasse oggi Majakovskij, poveretto! Lui credeva davvero che ci sarebbe stata una società migliore, senza storpi, monchi e mendicanti. Il mio libro nasce per rendergli omaggio, per farlo parlare con i posteri». Oggi si troverebbe davanti Putin che, fra molto altro, ha chiuso il museo Majakovskij. «In questo molta responsabilità ha l’oligarchia di Mosca, perché quel palazzo al centro di Mosca ora vale miliardi. Non oso immaginare cosa potrà accadere a tutte le cose meravigliose che conteneva, libri, documenti, quadri dell’epoca». (Simona Maggiorelli, left)

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