Articoli

Una questione di civiltà

Posted by Simona Maggiorelli su agosto 7, 2009

Torna in libreria l’originale ricerca del filosofo francese Jean Fallot sul pensiero e sull’arte dell’antico Egitto

di Simona Maggiorelli

142774318_8bdb8800fb«Non si possono in alcun modo usare le categorie logiche della Grecia per avvicinarsi alla comprensione dell’Egitto» scriveva Jean Fallot, nel libro Il pensiero dell’Egitto Antico, che ora Bollati Boringhieri recupera nel suo catalogo, dopo che l’edizione del 1992, caldeggiata da Sebastiano Timpanaro, era da lungo tempo esaurita. E ancora rifiutando l’idea di Nietzsche che la tragedia greca fosse nata dal culto di Dioniso e dei misteri di Eleusi aggiunge: «Non comprenderemmo l’Egitto invocando o sottovalutando le idee dell’identico e dell’altro, la contrapposizione fra natura e società, animale e uomo, ragione e irrazionale, scienza e mito, tutte distinzioni che i Greci concepirono…».

Di formazione marxista, studioso di Epicuro e di Nietzsche, ma anche lettore di Heidegger, il pensiero di Fallot, per quanto fuori dall’establishment risentiva del groviglio di contraddizioni feroci della filosofia francese del Novecento. Ma all’epoca di questo suo ultimo libro cercava una svolta; una via d’uscita dal logos astratto e dall’angoscia di morte dell’ esistenzialismo. E credette di  intravederla nella cultura e nell’arte egizia, un universo non ancora adeguatamente esplorato; un modo di pensare per immagini che non può essere sbrigativamente classificato come pre-filosofico. Così, dopo anni di viaggi nelle terre dei faraoni e di studi, come in un diario intimo, si mise a scriverne con linguaggio nuovo. «L’Egitto resta legato alla sensazione. Per lui – annotava- è importante sentire, non concepire». Ma nell’arte egizia, che prima «raggiunge la pienezza sculturea» come testimonia lo scriba accovacciato del Louvre (2575-2323 a.C.) e mille anni più tardi la stilizzazione della forma nei raffinati rilievi d Abydos, Faillot vede una logica diversa da quella tragica di Sofocle che inventa l’enigma della sfinge («in Egitto non si è mai parlato di enigma della Sfinge») e al tempo stesso differente da quella di Platone che taglia le ali alle immagini e procede per concetti astratti. «La ripetizione della stessa figura o di un medesimo geroglifico – scrive Fallot – rimanda all’evocazione di un senso». In quelle figure geomerizzanti, dice , non c’è piatto realismo. E l’animismo e il «sensismo egizio» che ispirarono l’atomismo di Democrito non fu rozzo materialismo. Lettura affascinate, la sua. Anche se guardando certe pitture egizie ieratiche e seriali, a noi resta ancora una domanda: fino a che punto si può parlare di immagini e non di figure razionali?

da left-avvenimenti del 7 agosto

Alla scoperta di civiltà scomparse

Se Salgari e Jules Verne e poi poeti e scrittori come Gozzano e Possoa hanno fatto nascere in noi una struggente nostalgia per un Oriente e un Oltreoceano, che neanche loro avevano mai visto, studiosi di civiltà antiche, di archeologia e arte, dagli scaffali delle librerie invitano numerosi – in questi mesi – a seguirli in viaggi di carta alla scoperta di luoghi, epoche e culture lontane e scomparse.Così riscoprendo la tradizione degli scrittori in poltrona dalla parte del lettore, ecco più di una occasione per farsi un tuffo nel tempo. In concomitanza delle due grandi mostre dedicate all’arte egizia, (di cui una in corso fino all’8 novembre al Castello del Buoncosiglio di Trento) Allemandi pubblica il volume Egitto. I tesori sommersi che documenta il recupero di oltre 500 reperti dal fondo del mare da parte dell’archeologo Frank Goddio e del suo team di archeologi subacquei.La scoperta risale al 1992 e ha prodotto da allora una mostra itinerante fra Berlino, Parigi, Bonn, Madrid e la torinese Reggia di Venaria, ma anche una ricca messe di studi che hanno permesso di catalogare sculture, steli, gioielli e monete riportati alla luce da Goddio come databili fra il 700 a.C. e l’800 a.C. e provenienti dalle città di Thonis, Canope e Alessandria. Una civiltà quella egizia che, diversamente da quelle occidentali coeve, ebbe anche regine in posti di potere e di prestigio, come ci racconta la vicenda di Cleopatra, ma anche quella meno nota di Nefertiti. In forma di romanzo storico Michelle Moran la ricostruisce ne La regina dell’eternità. Il romanzo di Nefertiti (Newton Compton) tratteggiando la forte personalità della giovane donna «che fu data in sposa a Amenofi IV nella speranza che potesse distoglierlo dall’ossessione religosa per il dio Aton». Proseguendo il viaggio, dalle terre dell’antico Egitto a quelle dell’antico Oriente, troviamo un’altra guida illustre: quella dello storico e archeologo Mario Liverani. Festeggiato di recente con un convegno di studi in suo onore all’Università La Sapienza di Roma, il professore ha appena mandato in libreria un denso volume dal titolo Antico Oriente (Laterza) in cui ripercorre il suo trentennale studio delle culture della Mesopotamia, con straordinari focus, per esempio, sul mondo di Ebla, dei Fenici, dei Sumeri, degli Assiri. Dal Vicino Oriente alla nostra penisola, lungo la fitta rete di traffici che hanno sempre animato il Mediterraneo, Electa pubblica un lavoro multidisciplinare sugli Etruschi. «Venivano dal mare e si dicevano Tirreni. Ma i Romani che riuscirono a soggiogarli e a dissipare la loro cultura li chiamavano Etruschi », raccontano Davide Locatelli e Fulvia Rossi. Un popolo ai nostri occhi ancora misterioso che in Etruschi (Electa) i due ricercatori invitano a studiare, attraverso i siti archeologici e delle necropoli scavate nell’Italia centrale.

Dal quotidiano Terra

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