Articoli

Posts Tagged ‘Michelangelo’

Le morbide sculture di Henry Moore. Last week

Posted by Simona Maggiorelli su gennaio 5, 2016

T00390©Tate

T00390©Tate

Curve morbide e femminili, figure di donna che diventano quasi astratte. Nonostante il duro marmo da cui sono ricavate, le sculture di Henry Moore sembrano levitare, sollevandosi da terra con un movimento leggero. La retrospettiva appena aperta alle Terme di Diocleziano ne sottolinea la forma classica e monumentale mettendole in rapporto con l’antica costruzione romana, inondata di luce settembrina. Qui sono raccolte sculture, bozzetti, acquerelli, stampe dello scultore inglese compresi i suggestivi schizzi, di grande immediatezza e forza emotiva che Moore fece dei rifugiati londinesi che cercavano riparo nella metropolitana durante gli attacchi aerei.

Suddivisa in cinque aree tematiche, la retrospettiva ripercorre tutta la carriera dello scultore inglese, dalle prime opere ispirate all’arte pre colombiana e cosiddetta “primitiva” a sculture caratterizzate da una crescente astrazione della figura.

T02301_H-2©Tate_-London-2015-1024x611

Moore ©Tate_-London-2015

Determinante nello sviluppo della poetica di Moore fu il lungo viaggio che fece a Firenze e in Toscana, che lo portò ad innamorarsi di Giotto e a studiare i grandi scultori del Rinascimento da Donatello a Michelangelo: sulle sue orme Moore andò sulle Apuane per scegliere i blocchi intonsi di marmo da scolpire. Ma non mancano in mostra anche opere più d’ispirazione romanica che trasformano i rigidi complessi scultori antichi in sognanti immagini di affetto e protezione e poi “icone” che sono diventate la cifra artistica e più riconoscibile di Moore come la “figura distesa”. Gran parte delle sessantaquattro opere esposte a Roma provengono dalla Tate, il museo londinese che possiede una delle collezioni più ricche e rappresentative al mondo di opere di Moore. A queste si aggiungono alcuni prestiti della Galleria Nazionale d’Arte Moderna (dove si tenne la prima importante retrospettiva di Moore negli anni Sessanta )e della Collezione Peggy Guggenheim di Venezia.La mostra Henry Moore è curata da Chris Stephens e Davide Colombo e promossa da Soprintendenza speciale per il Colosseo, Museo nazionale romano e area archeologica di Roma, aperta al pubblico da giovedì 24 settembre al 10 gennaio 2016. Catalogo Electa. @simonamaggiorel

La recensione

Henry-Moore-veduta-della-mostra-presso-le-Terme-di-Diocleziano-Roma-2015-photo-Roberto-Galasso-3

Henry-Moore, Terme-di-Diocleziano/R.Galasso

Non tratta il marmo  come se fosse una materia qualunque, cercando di camuffarne la consistenza e la durezza. In mostra a Roma fino al 10 gennaio, le sculture di Henry Moore dichiarano la propria lontananza dalla tradizione seicentesca di Bernini. Lo scultore inglese (1898-1996) non tentava di far sembrare il marmo morbida pelle come invece faceva, con somma sprezzatura, l’artista barocco in capolavori come Apollo e Dafne della Galleria Borghese.

Dalle sculture di Moore, che evocano immagini di donna, possenti ed essenziali, si intuisce il corpo a corpo che l’artista ha ingaggiato con la materia inerte per cavarne una forma, tramite quell’arte del “levare” mutuata da Michelangelo, che lo indusse a salire sulle Alpi Apuane per scegliere di persona, nelle cave, i blocchi intonsi da lavorare. Ma anche alcuni altri aspetti della poetica di Moore vengono maggiormente in chiaro grazie a questa monografica alle Terme di Diocleziano, organizzata da Electa (che pubblica il catalogo) e dalla Soprintendenza. A cominciare dal carattere modernissimo e insieme antico, quasi primitivo, di queste sessantaquattro opere, monumentali, ieratiche ma come percorse da un ritmo, da un movimento interno, grazie ad un dinamico gioco di linee.

Nella luce soffice e diffusa di questa grande aula le sculture di Moore si stagliano con semplicità classica e straordinaria intensità. Provenienti dalla Tate, dalla Fondazione Moore e da collezioni museali italiane (come la Gnam, che acquistò sue sculture nel ‘48 e ospitò una grande retrospettiva nel ’61) le opere selezionate dai curatori Chris Stephens e Davide Colombo permettono di ripercorrere tutta la carriera dell’artista inglese, dalle prime prove ispirate all’arte pre-colombiana ai disegni e bozzetti, fino alle sculture monumentali caratterizzate, come accennavamo, da una crescente astrazione.

Ritroviamo qui alcune sculture che sono diventate la cifra stessa di Moore, identificandone tout court la poetica. Come ad esempio Figura distesa, una scultura, articolata fra pieni e vuoti, innervata da una molteplicità di tensioni. Dal bronzo emerge una forma “organica”, irregolare, che si dispiega nello spazio con una ricca articolazione volumetrica. Alla pietra dura, densa, scabra, Moore regala tridimensionalità e potenza espressiva. Da una lastra d’ardesia emerge il rilievo di una testa. Da un pezzo di roccia metamorfica nasce una grande maschera che riesce ad evocare un senso di profondità. È questa, ai nostri occhi, la “magia” di Henry Moore: saper rendere viva la materia. (Simona Maggiorelli, Left)

Posted in Arte | Contrassegnato da tag: , , , , | Leave a Comment »

L’inquieta bellezza di Pontormo e Rosso

Posted by Simona Maggiorelli su aprile 21, 2014

Diversi per tempra e per poetica, i due artisti toscani innervarono la pittura del Cinquecento di nuova

Pontormo, Due amici

Pontormo, Due amici

sensibilità. Fino al 20 luglio una mostra li mette a contronto. In Palazzo Strozzi, a Firenze

Capriccio, stravaganza ribellismo, ricerca della bizzarria a tutti i costi. Il pesante giudizio vasariano che definiva Pontormo pittore «di nuova maniera ghiribizzosa» ha pesato per secoli nella letteratura critica, aduggiando questo straordinario pittore che, insieme al coetaneo Rosso Fiorentino, fu iniziatore della maniera moderna: di un modo di fare pittura che ricreava la lezione di Leonardo, Raffaello e Michelangelo, innervandola di una nuova sensibilità e inquietudine. Rischiando l’eterodossia nel prendere di spigolo la committenza ecclesiastica e di regime.

Furono anni convulsi quelli in cui i due artisti realizzarono le loro opere più importanti; anni di lotte fra repubblica e signoria medicea, e poi, dal 1527, di razzie imperiali e papali, culminate nel drammatico assedio di Firenze del 1530. Entrambi allievi di Andrea Del Sarto, già a 17 anni erano artisti maturi, di forte personalità e diversissime fra loro. Come balza agli occhi dal confronto fra gli affreschi staccati provenienti dal chiostro della SS Annunziata con cui si apre la mostra Pontormo e Rosso. Divergenti vie della “maniera”, aperta fino al 20 luglio (catalogo Mandragora) in Palazzo Strozzi, a Firenze.
Nelle stesse sale dove nel 1956 fu allestita la storica Mostra del Pontormo e del primo manierismo fiorentino, e a quasi vent’anni da L’officina della maniera, Carlo Falciani e Antonio Natali, dopo lunghi studi, hanno realizzato questo nuovo, appassionante, confronto fra i due amici e rivali. L’uno, Jacopo Carrucci detto il Pontormo, introverso, solitario, umbratile (come testimoniano le scarne e ossessive note del suo diario, Il libro mio). L’altro, Giovan Battista di Jacopo, detto il Rosso Fiorentino, raffinato, colto, curioso di cabala ed esoterismo e amante della musica come il suo dolce e malinconico angelo degli Uffizi.
Rosso Fiorentino, angelo che suona

Rosso Fiorentino, angelo che suona

Due artisti profondamente distanti, dunque, non solo per indole e poetica, ma anche per frequentazioni e ambiti di attività, dato che Pontormo, pur riottoso verso il potere, lavorò sempre per la corte medicea, mentre Rosso- forse vicino alla vecchia oligarchia repubblicana e savonaroliana- fu costretto a cercare committenti in provincia, a Piombino, Arezzo e Volterra, prima di fare fortuna in Francia, diventando capo della scuola di Fontainebleau. (Dove morì improvvisamente a 46 anni).

Ma bisogna anche rilevare che i due furono uniti dallo studio assiduo dell’opera di Michelangelo, da una radicale insofferenza verso il classicismo, inteso come norma assoluta e razionale, nonché da una ricerca creativa che metteva l’umano al centro della pittura. Come dimostra la qualità dei ritratti che entrambi realizzarono nel corso della loro vita. Grande merito di Falciani e del direttore degli Uffizi Antonio Natali è proprio essere riusciti a ricomporre, per questa occasione, quasi la totalità del disperso catalogo rossesco, disseminato fra musei e collezioni private.
E davvero potente è il dialogo che in Palazzo Strozzi i suoi ritratti di giovani, intellettuali, soldati e anziani aristocratici ingaggiano con quelli di Pontormo, in una sfida di scavo psicologico per far emergere sulla tela presenze umane, anonime, ma quanto mai vive e vibranti
Pontormo, autoritratto

Pontormo, autoritratto

Così alla sottile malinconia e allo sguardo lievemente attonito del giovane che Rosso ritrae con in mano una lettera datata 1518, idealmente risponde lo sguardo sorpreso e bruciante del Gentiluomo con libro (1542) di Pontormo, opera appartenente a un privato e raramente esposta in pubblico.

E ancora: al fiero e quasi arcigno profilo virile (1521-22) di Rosso – di grande forza espressiva nonostante il quadro sia quasi monocromo – risponde, sul versante di un colorismo acceso e brillante, quello altrettanto altero e scavato di Cosimo il vecchio ritratto da Pontormo, nel 1518, anni dopo la scomparsa del padre di Lorenzo il Magnifico. E oltre. Passando dalla pacata fierezza del ritratto virile (1522) di Rosso conservato alla National Gallery, all’espressione fresca e sfrontata del giovanetto di Pontormo.

Un’immediatezza che ritroviamo anche negli schizzi del pittore empolese, fra sorprendenti e quasi giocosi nudi in mutande (in cui qualcuno ha voluto vedere una sorta di “selfie”) e che si perde invece in opere di tema sacro come la celebrata Visitazione di Carmignano, da poco restaurata, dove la ridda di colori acidi e il tentativo di rendere in simultanea momenti diversi dell’incontro fra Maria ed Elisabetta, rende artificiosa l’intera scena.
Analogamente, se i riflessi lunari e violacei che inondano la Pietà (1537-1540) del Louvre rendono la tela di Rosso toccante e drammatica, il gusto per un certo corrosivo grottesco finisce per appiattire e svuotare di senso la Pala dello spedalingo (1518), in un parossimo di “santi diavoli”, pieghe uncinate e figure scarnificate e spigolose. Che fanno immediatamente avvertire la mancanza della Deposizione (1521) di Volterra, spigolosa sì, ma potente e terribile per quella dimensione metafisica e astratta che riesce ad additare, evocando una dimensione di vuoto.
Varcata l’uscita della mostra non resta quindi che prosguire il percorso, approfittando di quello straordinario museo diffuso che è la Toscana.
Facendo tappa a Volterra per Rosso, ma anche alla Certosa e nella villa di Poggio a Caiano dove si trovano affreschi di Pontormo. E, prima ancora, nella vicinissima chiesa di Santa Felicita dove si trova la Deposizione (1526-1528) che Pontormo tramutò in una danza allucinata con i personaggi che sembrano chiusi in una dimensione solipsistica, avendo drammaticamente perso ogni rapporto umano.
(Simona Maggiorelli) dal settimanale left

Posted in Arte | Contrassegnato da tag: , , , , , , , , , , , | Leave a Comment »

Il marmo e la vita. Da Michelangelo a Rodin

Posted by Simona Maggiorelli su marzo 8, 2014

Rodin, Il bacio a RomaRodin, “ultimo atto”. Il più intenso ed emozionante – diciamo subito – fra quanti abbiamo cercato di raccontare su queste pagine nelle ultime settimane e mesi punteggiati da un fiorire di esposizioni dedicate all’arista francese che rinnovò la scultura europea fra Ottocento e Novecento, aprendola al movimento, al non finito e all’espressività dei gesti. Nelle grandi aule delle terme di Diocleziano, fino al 25 maggio, è allestita la mostra Rodin, il marmo e la vita, presentata l’anno scorso in Palazzo Reale a Milano.

E la medesima scelta di sculture, provenienti dal Musée Rodin di Parigi, in questo spazio archeologico denso di storia, sembrano acquistare nuovi significati. I marmi selezionati dalla curatrice Aline Magnien, in collaborazione con Flavio Arensi, paionoacquistare ancora maggiori risonanze michelangiolesche collocati qui, su scabre tavole di legno al centro della sala inondata di luce dell’antico edificio termale. Ricordando che il frigidarium, il tepidarium e il calidarium furono trasformati dall’artista fiorentino per la realizzazione della Basilica di Santa Maria degli Angeli e dei martiri cristiani. E non si tratta solo di una suggestione, perché Rodin studiò a lungo l’arte di Michelangelo, facendo tesoro della sua arte del levare e di quel suo uso del non finito che regalava pathos e senso tragico ai Prigioni e a gruppi scultorei come la Pietà Rondanini.

Ma Rodin non copia. Non è mai pedissequo nell’esprimere la sua ammirazione per questo maestro del Rinascimento. Il non finito, nelle mani dello scultore francese, diventa uno strumento per aggiungere dinamismo, per immettere le opere nel flusso del tempo, facendole sembrare perennemente in fieri e aperte allo sguardo creativo del pubblico.

Come si vede, più che nel celebre Bacio del 1882-1889 (qui posto ad incipit del percorso) nel complesso intreccio del gruppo L’amore porta via i suoi veli 1900-1905 o nell’abbraccio di Paolo e Francesca fra le nuvole (1904-1905). In questa fase Rodin ha superato la lunga e faticosa gavetta che lo aveva messo alla prova come artista ma anche come uomo. Dopo aver collezionato innumerevoli rifiuti da parte di accademie e collezionisti nei primi anni del Novecento è un artista famoso e riconosciuto non solo in Francia.

rodinmostraroma_4 E la sua mano si fa sempre più sicura nell’orchestrare pesi e contrappesi, ricreando interamente, anche sotto questo riguardo, la lezione di Michelangelo. Fino a compiere un vero miracolo: regalare una nuova vita alla scultura in marmo nel XXI secolo. Grazie a Rodin, come nota il direttore e conservatore del Musée Rodin di Parigi Catherine Chevillot nel catalogo Electa, “sopravvive il marmo: nobiltà della forma, la traccia lasciata dalla mano dell’artista”, la bravura di far emergere un corpo di donna da un blocco di marmo intonso come accade con la Danaide (1889). La mostra Rodin, il marmo e la vita permette di cogliere tutte le fasi del processo creativo, comprese le irregolarità e le incertezze. Permette di seguire il divenire dell’opera nello schizzo, nella maquette, nel modello lavorato, documentato da Rodin stesso anche attraverso una interessante serie di fotografie. (simona Maggiorelli)

Dal settimanale left-avvenimenti

Posted in Arte | Contrassegnato da tag: , , , , , , , , , | Leave a Comment »

#Rodin, il marmo, la vita

Posted by Simona Maggiorelli su dicembre 12, 2013

Rodin, il bacio

Rodin, il bacio

Con un percorso che squaderna sessanta sculture, la mostra Rodin, il marmo, la vita in Palazzo Reale a Milano  si presenta come una delle retrospettive italiane più ampie  dedicate allo scultore francese che rinnovò radicalmente le arti plastiche tra Ottocento e Novecento, mandando definitivamente in soffitta la scultura accademica che, a confronto con le sue creazioni vibranti, dinamiche, cariche di tensione, appariva immediatamente rigida, inespressiva, pesante, letteralmente ingessata.

Ma come si può ben immaginare la rivoluzione dei canoni estetici imposta da August Rodin (1840-1917) con i suoi emozionanti bozzetti e le sue potenti statue sempre “in divenire”, non fu vista di buon occhio dall’establishment dell’epoca che se ne sentì scalzato. E tanti furono i rifiuti, i tentativi di emarginarlo, di impedire che ottenesse riconoscimenti. Con grande tenacia Rodin – per quanto non venisse dalla Parigi abbiente – seppe a poco a poco farsi strada trovando un proprio pubblico. Dapprima accettando anche di mettersi a servizio di altri artisti già affermati come Ernest Carriere Belleuse, che Rodin seguì fino in Belgio. Ben presto, però, i rapporti fra i due si deteriorarono e Rodin si ritrovò praticamente in mezzo a una strada. Finché la produzione di una serie di piccoli gruppi di terracotta finalmente trovò degli acquirenti.

Con i pochi soldi ricavati da quella vendita Rodin poté realizzare un sogno: fare un viaggio nella penisola per conoscere dal vivo le opere di Michelangelo e degli altri scultori e pittori che hanno fatto grande la storia dell’arte italiana. Quello compiuto nel 1876 fu un viaggio in totale anonimato, avendo solo pochi spiccioli per mangiare e dormire, un viaggio rapido e concitato, ma ugualmente strutturante per la messa a punto della poetica originalissima di Rodin che molto deve alla eroica monumentalità di Michelangelo e più ancora al “non finito” dei Prigioni che sembrano ingaggiare una lotta sovrumana per emergere dalla pietra. Un aspetto che la mostra milanese (aperta fino al 26 gennaio 2014, catalogo Electa) racconta in una sezione dedicata e intitolata “La poetica dell’incompiuto”: vi figurano bozzetti connotati da un forte pathos romantico ma anche sculture in cui la tecnica del non finito accentua il dinamismo e la “freschezza” del risultato finale.

È il fascino dell’imperfetto e di quel certo modo di fare arte che lascia trasparire la tensione creativa piuttosto che il dettaglio analitico e le rifiniture. Quasi che l’opera potesse restare aperta a ulteriori significati e assorbire col tempo nuove sfumature attraversando temperie culturali diverse. Una qualità del “non finito” del “durare” e “ricrearsi” nella storia che Rodin intuì giovanissimo.

Ma come ci raccontano opere celeberrime come Il bacio,  (presente a Milano) la sua speciale maestria si esprimeva anche in un modellato capace di catturare riflessi di luce e tratteggiare drammatici e intensi chiaro-scuri,lontani dalle levigatezze accademiche e dalla leziosità della scultura francese del Settecento. Dopo Milano la mostra realizzata in collaborazione con il Museo Rodin di Parigi sarà a Roma. (Simona Maggiorelli)

 Dal settimanale left-avvenimenti

RODIN NOSTRO CONTEMPORANEO, intervista al curatore Flavio Arensi

“Rodin è un grande innovatore come pochi altri chiude un’epoca e si apre a  quella successiva gettando dei semi ” dice a left  Flavio Arensi, curatore della mostra milanese Rodin, il marmo, la vita  insieme a Aline Magnien del Musée Rodin di Parigi. In Palazzo Reale  la retrospettiva   aperta fino al 26 gennaio 2014 presenta una sessantina di opere del maestro francese, raccontate anche attraverso un catalogo Electa.Quando dico che Rodin fu un grande innovatore non intendo solo artisticamente – approfondisce Arensi – .Perché, dopo Michelangelo, è lo scultore che più ha rinnovato l’arte plastica,  ma anche concettualmente. Rodin anticipa i grandi maestri della  contemporaneità, inizia una lunga riflessione sul materiale della scultura e  capisce che lì sta la chiave per rompere col passato, gestisce un atelier ampio  come farebbe oggi un artista londinese o newyorkese, sa fare relazioni  pubbliche, ma sopratutto intuisce che la scultura come si è concepita da  Michelangelo in poi è giunta a un capolinea e chiede di essere rifondata. Da  lui lavorano molti artisti che poi sarebbero diventati grandi autori, Brancusi,  Bourdelle, Pompon, non dimenticando Camille Claudel. Tutte le avanguardie guardano a  Rodin, alla sua scultura, al suo usare in maniera anticipatoria il ready-made, al suo cercare l’ombra come la luce.

Quale influenza ha avuto la scultura di Michelangelo e la sua “l’arte del  levare” nel percorso artistico di Rodin?
Possiamo dire che Rodin conosce Michelangelo fin da studente, ma comprende  Michelangelo solo quando affronta il primo viaggio in Italia nel 1875. In  questa occasione capisce e assimila la grande statuaria italiana e il portato  del genio fiorentino in particolare. Quando torna in Francia cambia il suo modo  di concepire la scultura, cambia concettualmente prima che tecnicamente. I  marmi riflettono più del bronzo la poetica del non finito, che non è  assolutamente fine a se stessa piuttosto segue un’intenzione estetica e teorica  precisa: serve a illuminare la scultura, a far germinare le forme. Lo spunto  michelangiolesco non è copiato ma sfruttato in chiave totalmente nuova, quasi  pittoricamente, e a questa ragione bisognerebbe rivedere i pochi quadri di sua  mano, quelli che per la prima volta abbiamo esposto nella mostra legnanese.
Quale è stato il percorso per realizzare  questa mostra?
Da oltre sei anni frequento il Musée Rodin e mi confronto con Aline Magnien,  capo conservatore delle collezioni, nonché anima di questa mostra. Nel 2010  abbiamo curato insieme un’esposizione di centoventi opere fra dipinti, disegni,  sculture dedicate agli inizi di Rodin fino alla Porta dell’Inferno, il suo  capolavoro, nel museo di Legnano che allora dirigevo. Quando il Musée  Rodin ha deciso di studiare i marmi del maestro è stato normale chiedere di  poter collaborare e portare la mostra in Italia, prediligendo le sedi di Milano  e Roma dove le collezioni d’arte ci offrono dei legami importanti fra l’opera  dell’artista francese e i suoi riferimenti culturali (la Pietà Rondanini e  l’epopea michelangiolesca romana). Credo che una collezione tanto ampia di  opere fuori dai confini francesi – o dello stesso Musée Rodin – sarà difficile  poterla vedere per lungo tempo. (Simona Maggiorelli)

Posted in Arte | Contrassegnato da tag: , , , , , , , , , , , , , | 1 Comment »

Miracolo a Firenze

Posted by Simona Maggiorelli su Mag 25, 2013

 

Donatello, Madonna dei Pazzi, 1420-30

Donatello, Madonna dei Pazzi, 1420-30

Firenze e il Rinascimento. Un binomio da cartolina, un luogo comune dell’industria del turismo difficile da rianimare. E la mente corre alla figura di David riprodotta su borse e magliette, ai modellini della cupola del Brunelleschi che fanno da ferma carte. Dei pericoli che corre l’arte nell’era della riproducibilità tecnica, del resto, ci aveva già avvertiti Walter Benjamin nel secolo scorso, quando lo sfruttamento dell’arte ridotta a brand era ancora di là da venire. Anche per questo l’operazione compiuta da Beatrice Paolozzi Strozzi, direttore del Museo del Bargello e da Marc Bormand, conservateur en chef del dipartimento di scultura del Louvre ci appare decisamente fuori dell’ordinario.

Concepire a Firenze, nell’anno domini 2013, una mostra dal titolo La primavera del Rinascimento era impresa da far tremare le vene e i polsi. Ma il puntuale lavoro scientifico che c’è dietro questa esposizione ha fatto la differenza. E il risultato è davvero sorprendente. Non solo dal punto dal punto di vista della quantità delle centoquaranta opere che questa mostra squaderna in un percorso di dieci sale (tematiche) di Palazzo Strozzi. Non solo per il meticoloso lavoro di ricontestualizzazione storica di capolavori di Donatello, di Ghiberti, di Brunelleschi, di Masaccio, di Paolo Uccello e di altri artisti coevi fuori da ogni astratta mitizzazione del Rinascimento fiorentino. Ma proprio per l’impatto emotivo che questa rassegna riesce ad avere sullo spettatore. Senza aver bisogno di ricorrere ad alcuna spettacolarizzazione. Solo grazie alla compattezza e alla coerenza della proposta creativa. “Solo” per la forza espressiva, l’eleganza di forme e la particolare capacità che queste opere hanno di trasmettere i valori di una civiltà rinascimentale fiorentina che – almeno nell’arte – si voleva laica, umanista, fieramente repubblicana.

Così mettendo per un attimo fra parantesi la vexata quaestio del Rinascimento e dei molti Rinascimenti, su cui si sono variamente confrontati Wölfflin,Warburg e Panosfky la rassegna La primavera del Rinascimento, la scultura e le arti a Firenze 1400-1460 ( catalogo Mandragora aperta fino al 18 agosto . Poi dal Louvre dal 24 settembre al 6 gennaio 2014) invita il visitatore a compiere un viaggio a ritroso nel tempo facendo rivivere davanti ai suoi occhi, simultaneamente, con sapiente regia, la ricchezza di forme e di contenuti della stagione artistica che nella prima metà del Quattrocento ebbe Firenze come principale epicentro.

donatello-david-a

Donatello, David

Una stagione contrassegnata dal primato della scultura, di grande forza inventiva, e che seppe dare vita a un nuovo lessico nell’arte. Grazie al quale gli artisti rinascimentali, anche quando si trattava di declinare temi religiosi, riuscivano a far risaltare soprattutto la bellezza dell’umano. Come ci ricorda a Firenze la raffinatissima Madonna dei Pazzi. Donatello qui  riesce a portare in primo piano la dinamica degli affetti fra madre e bambino, anche grazie a una sua innovativa visione prospettica dello stiacciato che sorprendentemente gli regala profondità. Oppure basta osservare la fluidità del panneggio del suo San Giorgio, che fa emergere la concretezza della fisicità dell’uomo più che l’idea astratta del santo. Ma se si parla di Rinascimento fiorentino non si può tacere dalla geniale progettazione della cupola di Santa Maria Novella da parte del Brunelleschi. Un’opera visionaria che all’architetto fiorentino che era uscito sconfitto dalla storica competizione con il Giberti per la realizzazione delle formelle della porta nuova del Battistero, costò anni di lavoro e giudizi sprezzanti da parte dei concittadini che lo credevano pazzo per quel suo ostinato voler mettere in discussione le norme e le convenzioni in uso fino a quel momento nella progettazione di coperture a cupola. Il risultato, – come riportano le cronache -, lasciò i fiorentini a bocca aperta quando, tirate giù le paratie del cantiere, d’un tratto comparve all’orizzonte il cupolone rosso del Duomo ritmato da listoni bianchi. Una macchina delle meraviglie richiamata in questa mostra da un modellino in legno, dacché basta allontanarsi pochi metri da Palazzo Strozzi per vederla comparire dal vero, ancora oggi, con la forza di un’epifania.

All’interno delle sale, invece, ecco le due famigerate formelle della contesa del 1401, quella raffinata del vincitore Ghiberti, ancora all’ insegna del gotico internazionale e quella più inquieta e mossa dello sconfitto Brunelleschi che, come accennavamo, si sarebbe preso una sonora rivincita nel corso del tempo. Ma ecco soprattutto i capolavori di Donatello, dal prezioso David adolescente, nudo ma adorno di capello e stivali, la figura ha un’elegante torsione che comunica coraggio e spavalderia, nel gesto di affrontare  senza paura il gigante Golia. E la statua diventerà l’emblema della lotta fra la piccola e coraggiosa Firenze e la tirannica signoria di Milano. (Simona Maggiorelli)

 Dal settimanale left-avvenimenti

Posted in Arte | Contrassegnato da tag: , , , , , , , , , , , , , , , , , , | Leave a Comment »

Si fa presto a dire Caravaggio

Posted by Simona Maggiorelli su gennaio 10, 2013

Caravaggio, I bari, 1594

Caravaggio, I bari, 1594

La grande bufala dei disegni del Merisi. Tomaso Montanari pubblica una nuova appassionata requisitoria contro le truffe ai danni del patrimonio italiano   

di Simona Maggiorelli

L’esempio del sindaco di Firenze Matteo Renzi che, “novello Michelangelo”, vorrebbe completare la facciata della chiesa San Lorenzo lasciata incompiuta dal maestro del Rinascimento non è che uno dei tanti esempi di cattiva politica che sfrutta il patrimonio artistico nazionale per auto promozione e mero ritorno di immagine. E se Renzi usa gli Uffizi come location per sfilate e, sordo ai moniti degli studiosi, insiste nel martoriare gli affreschi del Vasari per cercare i resti della Battaglia di Anghiari di Leonardo, quando era ministro della Cultura Sandro Bondi la fece anche più grossa, facendo acquistare allo Stato un crocifisso ligneo per più di tre milioni di euro, salvo poi “scoprire” che si tratta solo di  una scultura di scuola, come ce ne sono tante a Firenze.

Per denunciare quello scandalo Tomaso Montanari, docente di storia dell’arte all’università Federico II di Napoli, nel 2011 ha pubblicato lo sferzante A che cosa serve Michelangelo? (Einaudi).

Ora lo studioso e giornalista fiorentino torna alla carica con un incisivo pamphlet La madre di Caravaggio è sempre incinta (Skira) continuando nel suo importante lavoro di pronto intervento civile che smaschera gestioni incompetenti, critica l’assenza di progettualità culturale del ministero, e gli effetti dell’insensata separazione fra tutela e valorizzazione imposta dal governo Berlusconi. Ma non solo.

MontanariCaravaggio_72dpiQuesta volta Montanari, con piglio brillante, da storico dell’arte e da giornalista, stigmatizza anche l’ignoranza che regna sovrana sui giornali e le operazioni truffaldine di sedicenti esperti che propagandano attribuzioni senza riscontri scientifici e filologici e annunciano al mondo sensazionali ritrovamenti. A tutto vantaggio di interessi economici privati. Accade così che il catalogo delle opere di maestri come Michelangelo, Leonardo e Caravaggio subisca nuovi ingressi numericamente vistosi quanto imbarazzanti.

uno dei disegni del Fondo Peterzano

uno dei disegni del Fondo Peterzano

Come l’improbabile autoritratto di Leonardo scovato a Salerno nel 2009 e appartenente ad una famiglia di Acerenza in Lucania. O come la Visione di Ezechiele attribuita a Raffaello e, guarda caso, anch’essa di proprietà privata che – secondo l’Espresso – spodesterebbe la versione autografa conservata nella Galleria Palatina. Un trend di miracolose epifanie di capolavori ed epocali agnizioni che di recente (a volerci credere) avrebbe letteralmente stravolto il sistema delle opere di Caravaggio. Al ritmo di teste di Medusa, Sant’Agostini e tradimenti di Cristo che spuntano da tutte le parti. Ultimo in ordine di tempo il caso dei cento disegni del Fondo Peterzano che due studiosi, Maurizio Bernardelli Curuz e Adriana Conconi Fedrigolli, attribuiscono con granitica certezza al Merisi. La notizia, come è noto, è stata battuta lo scorso 5 luglio dall’Ansa che l’ha lanciata senza contraddittori, senza analisi critica della fonte e, con tutta evidenza, ignorando che Caravaggio non ci ha lasciato alcun disegno. Se l’Ansa avesse fatto le verifiche necessarie sarebbe emerso che quei disegni – presumibilmente copie accademiche di opere classiche – sono noti da tempo al mondo accademico e che i due “scopritori” non risulta si siano mai recati a studiarli dal vivo a Milano, nel Castello sforzesco, dove sono conservati. E dove ora, in modo opportuno, l’assessorato alla Cultura di Milano promuove una mostra che rilancia gli studi sul Fondo Peterzano. A scanso di bufale. Come quella propalata dai due neofiti caravaggisti anche sul sito http://www.ilgiovanercaravaggio.it. «Potere dell’inconscio – chiosa Montanari nel libro – lo sfondo del sito è occupato dai Bari… quelli di Caravaggio».

dal settimanale left-avvenimenti

Posted in Arte | Contrassegnato da tag: , , , , , , , | Leave a Comment »

La Cina può attendere

Posted by Simona Maggiorelli su settembre 13, 2012

L’occasione mancata del Rinascimento fiorentino al National Museum di Pechino. Dall’Italia capolavori come La Scapigliata di Leonardo ma anche una imbarazzante ridda di “opere” solo pittoresche

di Simona Maggiorelli, da Pechino

 

Leonardo, La scapigliata

«Il Rinascimento italiano conquista la Cina del 2012. Lo dicono i numeri e, si sa, la matematica non mente: due ore di coda per entrare e una media di 1.600 visitatori al giorno, con entrate contingentate di massimo 150 persone alla volta» recita in tono trionfale un comunicato del 19 luglio divulgato dal ministero dei Beni culturali italiani.

La mostra di cui si parla è Il Rinascimento a Firenze. Capolavori e protagonisti, curata da Cristina Acidini, responsabile del Polo Museale Fiorentino; una rassegna che raduna nel più grande museo di Pechino 67 opere fra le quali figurano fragili e preziosi capolavori come La Scapigliata di Leonardo da Vinci (proveniente dal Museo di Parma), il David-Apollo di Michelangelo conservato al Bargello e L’Adorazione dei Magi degli Uffizi firmata Sandro Botticelli, e ancora opere di Raffaello, Gentile da Fabriano, Filippo Lippi, Andrea del Sarto e altri.

Insomma una mostra kolossal con cui, a luglio è stato inaugurato lo “Spazio Italia” all’interno del National Museum of China, in piazza Tian’anmen. Un museo di 192mila metri quadri che richiama circa 50mila visitatori al giorno. Ma chi fosse andato davvero a visitare quella mostra, avendo nelle orecchie solo gli squilli di tromba che hanno accompagnato questo ultimo atto in veste di direttore generale per la valorizzazione del patrimonio culturale siglato dall’ex manager McDonald’s Mario Resca forse si sarebbe trovato alquanto disorientato.

Non tanto perché le file all’ingresso del museo c’erano sì, ma non per entrare alla suddetta mostra, del resto non facile da scovare ai piani alti del museo, quanto per la bizzarra scelta di opere che la curatrice Acidini ha operato intercalando, per esempio, l’inarrivabile sfumato di disegni di Leonardo con grotteschi e improbabili ritratti del genio da Vinci e poi il celebre autoritratto di Raffaello con un sedicente e alquanto bolso ritratto dell’Urbinate fatto da non meglio noto «pittore di ambito italiano del Seicento».

E ancora affreschi staccati di Botticelli e di Pontormo, raggelati da un contorno di vedute fiorentine di maniera, rigide e scolastiche, per lo più di pittori anonimi ripescate forse da qualche scantinato degli Uffizi dove meglio sarebbe stato che fossero rimaste. Fra una ridda di cestini di frutta e santi smaltati e ceramiche robbiane fra le più pesanti (tanto la ceramica piace ai cinesi?). Al di là di ogni battuta il fatto è che non si scorge nemmeno l’ombra di un pensiero scientifico dietro questa costosa mostra.

Cui prodest far correre i rischi di un così lungo viaggio fino in Cina a opere delicatissime di Botticelli, Michelangelo, Ghirlandaio, Gentile, Leonardo se poi la mostra risulta solo un imbarazzante guazzabuglio di opere d’arte e croste più o meno pittoresche?

da left avvenimenti

Posted in Arte, Cina | Contrassegnato da tag: , , , , , , , , , , | Leave a Comment »

Dipingere i moti dell’animo

Posted by Simona Maggiorelli su novembre 20, 2011

Nuove scoperte emerse dal restauro de La Vergini delle Rocce e una grande mostra alla National Gallery di Londra riaprono gli studi sul genio del Rinascimento sottolineando l’originalità della sua pittura incentrata sulla rappresentazione della dinamica degli affetti  e sulla realtà interiore dei personaggi ritratti. Intanto due esposizioni a  Roma e a Torino invitano ad approfondire la conoscenza dei suoi disegni in un confronto diretto con Michelangelo.

di Simona Maggiorelli

Leonardo, La dama con ermellino

«E’ la mostra che avrei voluto per Milano, che avevo in mente per l’Expo 2015» confessa Pietro Marani, fra i massimi studiosi di Leonardo, commentando la grande mostra londinese  dedicata a Leonardo aperta dallo scorso 9 novembre al 5 febbraio 2012 alla National Gallery, (e che già registra un pieno di visitatori da ogni parte del mondo).

Di fatto si tratta della prima importante rassegna sugli anni milanesi Leonardo, dagli anni 80 agli anni 90 del Quattrocento, quelli più prolifici, trascorsi a servizio di Ludovico il Moro, quando il genio del Rinascimento fiorentino, tenendo a debita distanza le pressioni di signori e di committenti ecclesiastici, affrescò il suo Cenacolo in Santa Maria delle Grazie. Quello straordinario teatro delle passioni di cui Marani anni fa ha guidato il restauro riportandone alla luce un impensato impianto coloristico.

«La mostra londinese è una bella occasione di confronto internazionale fra gli studiosi» prosegue l’ex soprintendente milanese che a Leonardo, dopo tanti lavori scientifici, ha dedicato il romanzo breve Le calze rosa di Salaì (Skira), Oltremanica si può vedere il risultato del restauro della Vergine delle Rocce del 1480-90, di cui i curatori rivendicano la completa autografia leonardesca (fin qui si pensava un’opera frutto di collaborazione) ma si può vedere anche il da poco ritrovato Salvator Mundi, «una tela – racconta Marani – che ho avuto modo di vedere anni fa a Londra quando riemerse dal mercato americano e in pessime condizioni. Dopo una lunga ripulitura, ora si presenta come una pittura di grande qualità tanto che – dice lo storico dell’arte – potrebbe davvero essere di mano di Leonardo, come è stato annunciato in occasione del lancio di questa esposizione».

La mostra di Londra, dunque,  riapre la discussione sull’attribuzione della tela di proprietà del gallerista newyorchese Robert Simon, anche se ci vorrà tempo e molto studio per risolvere definitivamente la controversia. Comunque sia, con o senza i colpi di scena annunciati dalla cronaca, la mostra Leonardo da Vinci painter at the Court of Milan si segnala già come straordinaria per la serie di ritratti che è riuscita ad avere in prestitoe ad esporre  riuniti. A cominciare dalla Dama con Ermellino- Cecilia Gallerani (1488-1490), proveniente dal Museo Czartoryski di Cracovia e dalla Belle Ferronière (1490-1495) che viene dal Louvre, quadri con cui Leonardo supera la rigida tradizione rinascimentale di ritratti ufficiali di profilo regalandoci l’emozione di presenze femminili vive e misteriose e di giochi di sguardi con il pubblico che, nel caso di Cecilia Gallerani, arrivano ad alludere anche alla presenza fuori campo dello stesso Ludovico il Moro.

Leonardo, Cartone di Sant'Anna

E se in capolavori come questi Leonardo riesce quasi a farci percepire il movimento della mente e il flusso dei pensieri del soggetto ritratto, nel celebre cartone di Sant’Anna conservato a Londra (e di cui gli studiosi del British Museum ora propongono una retrodatazione alla fine del Quattrocento) Leonardo crea una intimo intreccio di rapporti emotivi fra i personaggi.

E’ uno degli esempi più raffinati e intriganti di quella dinamica degli affetti che Leonardo – inarrivabile in questo fra i pittori del Rinascimento – seppe rappresentare. Non emulato né da Michelangelo, che era interessato ad altro tipo di rappresentazione, più  fisica, epica e religiosa, né dal più giovane Raffaello che, per quanto  dovesse molto a Leonardo riguardo al disegno a matita nera,  era assai più attento al consenso della committenza ecclesiastica che aveva fatto di lui “il divin pittore”.

« Quanto a Michelangelo – approfondisce Marani – con la torsione delle forme, era interessato a rappresentare le idee innate che Dio aveva posto nella mente dell’uomo. Leonardo invece tendeva a rappresentare un ideale di bellezza che veniva concretamente dalla natura». Con questa idea Marani, nei mesi scorsi si è fatto mentore  di una piccola, ma interessantissima mostra in Casa Bonarroti a Firenze in cui erano a confronto disegni di Leonardo e Michelangelo. Con il titolo La scuola del mondo, in collaborazione con Pina Ragionieri,  Marani  aveva realizzato nella casa di Michelangelo un percorso espositivo ( catalogo Silvana editoriale)  che metteva al centro il confronto fra  i disegni realizzati da Leonardo per la Battaglia di Anghiari in Palazzo Vecchio, (l’affresco che fu murato da Vasari dopo il ritorno dei Medici al potere e mai più ritrovato) e i disegni di Michelangelo per l’affresco mai dipinto della Battaglia di Cascina. In versione ampliata e arricchita da disegni provenienti dall’Ambrosiana di Milano la mostra fiorentina (che ha chiuso i battenti l’agosto scorso) ora è ospitata fino al febbraio 2012 dai Musei  Capitolini di Roma.

Lungo il percorso ricreato ad hoc si può leggere in parallelo l’evoluzione personale di ciascuno dei due artisti. In particolare qui Marani mette a valore  la sua ipotesi sui motivi che portarono Leonardo ad abbandonare il tradizionale disegno fiorentino a punta di argento per passare a quello a matita, nera o rossa. «Fu l’esigenza di ritrarre i moti mentali a rivelargli l’insufficienza dei media tradizionali», spiega Marani.

Il tratto d’inchiostro nitido e quasi inciso non gli permetteva di andare in profondità come avrebbe desiderato nel rappresentare gli umori, le passioni, gli affetti che rendono espressivo il volto e la “corrente emotiva” che si crea nei rapporti umani. «La matita – aggiunge lo studioso – gli regala una nuova dolcezza nello sfumato e nel chiaroscuro, un segno morbido manipolabile anche direttamente con i polpastrelli che gli permetteva di rappresentare anche le più sottili vibrazioni luministiche ed emotive». Ne sono prova le straordinarie teste di combattenti disegnate per la Battaglia di Anghiari e che, insieme al ritratto di Isabella d’Este proveniente dal Louvre e ad alcuni profili di “vecchi e di giovani affrontati”, a teste ideali e schizzi di volti grotteschi rappresentano il corpus centrale di questa preziosa mostra transitata da Firenze a Roma

Leonardo la vergine delle rocce

Leonardo La Vergine-delle-rocce-Londra

LE NUOVE SCOPERTE EMERSE DAL  RESTAURO DELLA VERGINE DELLE ROCCE

Liberata dalla vernice giallastra che la ricopriva fin da una ripulitura degli anni Quaranta del Novecento, l’opera è stata riportata a un aspetto, il più vicino possibile a com’era in origine». Così Lerry Keith, direttore dei restauri della versione della Vergine delle rocce conservata al British Museum racconta i lavori appena ultimati. «In questo modo- aggiunge – è emerso lo straordinario uso del contrasto luce ombra con cui Leonardo dava tridimensionalità ed evidenza scultorea alle figure». Ma non solo. «L’esame tecnico riflettologico – prosegue Keith – ci ha permesso di vedere meglio come lavorava: facendo continui aggiustamenti, modificazioni e ritocchi come se fosse riluttante a fissare sulla tela un’immagine fissa e definitiva, una volta per tutte». Discorso affascinante che ci riporta agli studi di Leonid Batkin ( Leonardo da Vinci, Laterza) quando ipotizzava un programmatico “non finito” leonardesco, frutto di un processo creativo in cui l’ideazione era assai più importante della realizzazione dell’opera in una forma definita e ipostatizzata. Con lui un altro noto studioso, Martin Kemp (La  mente di Leonardo, Einaudi) ha messo in evidenza come, specie negli anni più maturi, Leonardo tratteggiasse l’essenziale, «il resto rimane sempre non finito e lasciato all’immaginazione». Ma c’è ancora un’altra scoperta che il restauratore ci invita a considerare: «Con tecniche avanzate – dice – siamo stati in grado di scoprire qualcosa di più sui pigmenti usati da Leonardo. Per esempio abbiamo individuato un pigmento rosso di lago; è descritto nelle fonti dell’epoca ma non siamo riusciti a trovare nulla di simile della National Gallery».

Qui torna in primo piano Leonardo sperimentatore di tecniche nuove, che per lui non erano solo ricerca di maggiore efficacia pittorica ma parte di una ricerca continua sugli strumenti messi a disposizione dalla natura, per chi la sa comprendere, fuori dal dogmatismo religioso. Con i «trombetti e i dommatici», si sa, Leonardo non andava molto d’accordo.

Leonardo, autoritratto

Per lui non c’era nulla nella sapienza libresca che potesse farlo rinunciare alla “sperienza” diretta. Sperimentazione diretta, studio della natura, ma come si evince anche dalla Vergine delle rocce, quando poi si trattava di dipingere un tratto di paesaggio non si trattava di farne una copia dal vero, ma di ricrearla con fantasia, secondo un’immagine di bellezza, tutta interiore.

INTANTO ALLA REGGIA DI VENARIA la mostra Leonardo, il genio, il mito

La Scuderia Grande della Reggia di Venaria ospita dallo scorso  17 novembre  al 29 gennaio 2012 la mostra Leonardo. Il genio, il mito, ponendo al centro del percorso il celebre Autoritratto di Leonardo, conservato nel caveau della Biblioteca Reale di Torino. Intorno all’opera,in cui Leonardo rappresenta se stesso come un elegante vecchio saggio  sono esposti il Codice sul volo degli uccelli ed una trentina di importanti disegni di Leonardo, provenienti da collezioni italiane ed europee, sul tema dell’anatomia umana e del volto, delle macchine, della natura nonché altri interessanti ritratti riferibili ad allievi per un confronto diretto ed inedito con lo stesso Autoritratto. La mostra è arricchita  da una curiosa e variegata selezione di opere di artisti  -da  Vasari e Sodoma a Duchamp, Warhol, Spoerri, Nitsch e tanti altr -i che raccontano come nei secoli si sia articolato il mito di Leonardo.

Posted in Arte | Contrassegnato da tag: , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | Leave a Comment »

Matisse, linea e volume

Posted by Simona Maggiorelli su febbraio 14, 2011

La seduzione che la scultura di Michelangelo esercitò su Matisse al centro di una grande mostra nel complesso di Santa Giulia a Brescia. Con centottanta opere del maestro francese

di Simona Maggiorelli

Matisse, nudo blu, 1957

Quella di Michelangelo scultore fu per antonomasia “arte del levare”, in un titanico corpo a corpo con blocchi di marmo intonso, fino a a cavarne forme originali e possenti. Basta pensare alla forza plastica del David. Oppure al drammatico e vibrante affiorare alla superficie della pietra dell’ultimo movimento ribelle dei Prigioni.

Nel Novecento, Henri Matisse fu uno dei più grandi ammiratori del maestro rinascimentale e uno degli artisti che seppe rielaborarne la lezione nel modo più vivo e moderno. Con questa idea Claudia Beltramo Ceppi (dopo aver esplorato il rapporto fra Matisse e l’Oriente nel 1997 a Firenze) ora ha curato la mostra Matisse. La seduzione di Michelangelo che fino al 12 giugno raduna centottanta opere del pittore francese nel complesso di Santa Giulia a Brescia.

Una grande retrospettiva, dai primi dipinti fauve fino alle ultime gouaches découpées costruita dal vivo e nel catalogo Giunti seguendo il filo rosso delle testimonianze di questa passione lasciate da Matisse stesso, negli scritti e nelle lettere. In quelle da Firenze datate 1907, per esempio, confessava di aver tempo per una sola donna: la Notte delle Cappelle Medicee, dicendo di trascorrere intere giornate a studiare la torsione delle quattro statue che paiono come scivolare giù dalle tombe di Lorenzo e Giuliano de’ Medici.

Curiosamente, come il visitatore della mostra bresciana può notare di primo acchito, di questa intensa frequentazione nell’opera di Matisse scultore quasi non vi è traccia. Un bronzo come Nudo disteso del ‘27 (prestito del museo di Minneapolis) appare ispirato, piuttosto, al modo fluido di modellare la materia del romantico Rodin, mentre filiformi creazioni in ferro sembrano rincorrere le invenzioni di Picasso e degli altri cubisti della prima ora. è solo di fronte a quadri come Il grande nudo blu (1907) o come Il Ratto d’Europa del 1929 che si comincia a notare una eco michelangiolesca nelle pose della modella. Più in là, nel celebre Nudo seduto su sfondo rosso (1925), l’evidenza scultorea del corpo femminile si staglia potentemente su uno sfondo purpureo, sfumato, senza prospettiva geometrica.

Ma è nei découpages della maturità che quell’ispirazione produrrà i suoi frutti più sorprendenti. Quando, già avanti negli anni e meno libero nei movimenti, Matisse si mise sulle orme di Michelangelo armato di cartoncino e forbici. A questo punto monumentalità e rappresentazione della figura in movimento diventano nello studio dell’artista francese decantazione e semplificazione della forma, ricerca dell’essenziale e del massimo di profondità e di energia. Siamo già oltre la Danse del MoMa e di San Pietroburgo dove l’omaggio a Michelangelo è esplicito nella torsione e nei tratti massicci, quasi androgini, delle danzatrici. Con i découpages Matisse cerca quasi l’impossibile: la tridimesionalità della scultura su una superficie piatta. Ci prova con la sagoma levitante di Icaro che nuota nel blu e, soprattutto, con le figure stilizzate e astratte della serie Jazz il lanciatore di coltelli del 1943-44. Papier découpé, composizioni di tinte brillanti, in cui la solidità scultorea è ottenuta solo ritagliando forme dalla linea netta e in colori piatti. Senza tratteggi, ombre o mezze tinte. Senza alcun elemento descrittivo delle figure umane rappresentate, perché: «E’ sufficiente un segno per un volto, non c’è nessun bisogno di imporre degli occhi. Bisogna lasciar il campo libero al sogno dello spettatore».

da left -avvenimenti

Posted in Arte | Contrassegnato da tag: , , , , , , , , , | 2 Comments »

Il sogno dell’opera totale

Posted by Simona Maggiorelli su novembre 3, 2010

Da Wagner a Kandinsky, fino alle opere multimediali. Il ricco sviluppo del rapporto fra suono e immagine raccontato da chi,  come l’architetto Franco Purini, per comporre usa mattoni e cemento di Simona Maggiorelli

Kandinsky, il sogno dell'opera totale

Un tema affascinante, impegnativo, il rapporto fra immagine e suono, è al centro, il 30 maggio 2008 di un convegno all’università la Sapienza di Roma. Con artisti, storici dell’arte, filosofi, sinologi, musicisti e musicologi a confronto. Tra i relatori anche l’architetto Franco Purini, che, anni fa, per Laterza ha pubblicato un libro dal titolo significativo: Comporre l’architettura. «La parola composizione – spiega Purini – viene all’architettura dalla pittura, ma anche dalla musica. Architettura e musica condividono questo termine che significa mettere insieme, creare un’armonia profonda».
Professor Purini , dietro c’è l’idea dell’opera totale, come fusione di più linguaggi. Wagner immaginava di poter risemantizzare la tragedia classica che aveva il coro. Quest’idea poi ha avuto molti sviluppi, che lettura ne dà?
Senza dubbio si parte da lì ed è un tema che attraversa i secoli. Centrale è la questione del ritmo. Ogni composizione è dotata di un suo ritmo interno. La poesia, la metrica ma non solo. Quasi tutte le arti incorporano un versante musicale. Specie la pittura moderna. Basta pensare a Kandinsky o a Klee. C’è chi dice che quelle di Klee siano composizioni musicali tradotte in pittura.Ciò che conta nel ritmo sono anche le sue contrazioni, le proporzioni fra le varie parti della tela, i rapporti cromatici. A loro volta capaci di evocare le stesse relazioni, qualitative e quantitative, che esistono fra le note. Non a caso definiamo un certo tipo di pittura tonale, che parliamo di pittura timbrica, per spiegare questa qualità “visiva” del suono .
Tra il 1908 e il 1914 Kandinsky fece esperimenti interessanti in questo senso. Con Suono giallo tentò una ricerca sul preverbale e di rappresentare l’invisibile. Che cosa ne pensa?

Kandinsky cercava di esplorare quel quid di immaterialità e di indicibile che c’è anche nella musica. Si pensa che la musica sia la forma più immateriale di esperienza. Di fatto il suono è un fenomeno fisico, ma noi lo recepiamo mentalmente ed emotivamente come se fosse una sorta di apparizione dell’invisibile del mondo.
Il problema però Kandinsky si perdeva in un discorso spiritualistico.
Spiritualistico ma anche esoterico. Collegato a una mistica dei rapporti, fatta di segrete armonie per pochi iniziati, dopo un periodo di preparazione. Anche l’architettura è stata percorsa da una corrente spiritualistca. Specie quella antica. Per Palladio le proporzioni di un ambiente sono legate da rapporti numerici, come accade le note musicali. Questa tendenza spiritualista c’è stata anche nel razionalismo moderno. Per esempio, in Le Corbusier, con il suo gusto per la divina proporzione.
E nell’ambiente del razionalismo italiano?
In Figini e Pollini, per esempio, la componente spiritualistica è stata determinante. Basta dire che si facevano costruire delle squadrette particolari i cui lati erano in proporzioni armoniche. Con cui disegnavano già con i rapporti giusti per raggiungere una certa espressione matematico musicale.
Così le costruzioni non rischiavano di diventare completamente astratte?
Questo è un prezzo che si paga volentieri. È un messaggio che si costruisce non pensando alla massa degli utenti. I più possono non avvertire la presenza di queste proporzioni, ma qualcuno le afferra.
Quali architet si sono addentrati di più in questa ricerca fra musica e architettura?
Un’altra figura importante è Luigi Moretti, nella sua rivista Spazio, affronta il tema del proporzionamento delle membrature proprio in termini di architettura musicale. Per il rapporto fra musica e scenografia, Adolph Appia, che esegue una serie di progetti detti spazi ritmici, cercando di tradurre le armonie musicali del compositore Jacques Dalcroze. Alla fine sono pochi quelli che poi non entrano in questo territorio. Vi rientra anche la musica modulare, iterativa. Quella di Philip Glass, per esempio, è una musica sostanzialmente architettonica, contiene tutte le procedure che vengono usate quando si fa un progetto: presuppone la variazione, il contrasto…
Passaggi sonori, sound design, soundscape, sono molto di moda. Ma spesso le installazioni assomigliano a “giardini new age”. Un uso solo estetizzante?
Questi sconfinamenti esistono. Ma certa sperimentazione fra musica architettura mette in risalto un altro interessante tratto comune: la temporalità. Io posso mettermi davanti a un quadro e coglierlo subito nella sua pienezza. Anche se poi ho bisogno di un certo tempo per capirlo. L’architettura, invece, è processionale, devo entrarci dentro, ci devo camminare. Analogamente mi comporto quando ascolto un brano musicale che ha un inizio, uno svolgimento e una conclusione. Faccio un’esperienza in un certo tempo. Anche la letteratura è un’arte temporale.
È un tempo interiore, fatto di emozioni, che ci può apparire straordinariamente più rapido o dilatato rispetto allo scorrere effettivo delle ore.
Al di là di quello che succede in questo tempo, la durata. è di per sé un valore. Per l’architettura è fondamentale. Direi che l’architettura è, in certo senso, uno strumento musicale. Quando cammino in un appartamento o in una Chiesa paleocristiana, il ritmo del passo fa suonare come una cassa armonica.
Stave Lacy, nelle sue performance itineranti, alla Fondazione Mirò come nella chiesa sconsacrata di San Leo guidava il pubblico a vivere e sentire lo Spazio attraverso la musica. Un’esperienza sensoriale ed emotiva.
Nell’architettura c’è anche una dimensione molto corporea. È un’arte che si costruisce nella pienezza dei materiali. Tonnellate di cemento armato di mattoni. Che, però devono riuscire a perdere pesantezza. Nella scultura, invece, è pura forma, la materialità non conta.
Anche in architettura l’immagine deve avere una forma, un contenuto. Per così dire un movimento?
L’architettura è un’arte che incorpora le ragioni per cui la si fa. Incorpora un difetto. Una musica non ha una finalità pratica. Va ascoltata, deve dare emozioni, conoscenze. In una casa, invece, non ci deve piovere. Noi siamo artisti, ma dopo aver assolto a compiti pratici. Non siamo scultori o musicisti, né poeti o pittori. Dobbiamo risolvere problemi molto concreti. Poi possiamo anche fare gli artisti.
Qual è la fase più creativa del suo lavoro?
In realtà comporre architettura significa trovare un modo musicale di disporre le masse. Riguarda lo spazio. Come uno spazio possa essere musicale. Oltre il discorso delle proporzioni di cui parlavamo, c’è questa dimensione più profonda del costruire. In questa armonia invisibile, appunto, misteriosa che troviamo nel rapporto con la musica.
Da qui è partito per fare le scenografie per uno spettacolo sui sonetti di Michelangelo musicati da Shostakovic?
Per lo spettacolo diretto da Beppe Menegatti al Teatro dell’Opera sono partito dal disegno di una parete che si inclina. Nel suo andamento sinuoso, vuole evocare l’irrompere di onde sonore nello spazio. Anche in questo caso si è cercato di trovare un risultato interessante, armonico.
E quando la musica è dissonante, come accade nella contemporanea?
Può essere un ordine armonico o disarmonico, ma è sempre un ordine. Sempre di comporre, si tratta.

Da “LEFT avvenimenti” n° 22 del 30 maggio 2008

Posted in architettura | Contrassegnato da tag: , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | Leave a Comment »

 
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: