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Una Biennale di importanza Capitale

Posted by Simona Maggiorelli su Mag 8, 2015

Susana Pilar_ Dominadora inmater

Susana Pilar_ Dominadora inmater

Indaga i conflitti e torna ad interrogare la politica la 56esima Biennale internazionale d’arte, che si apre il 9 maggio nei Giardini nell’Arsenale e in altre aree nevralgiche di Venezia. Così lascia intendere la scelta curatoriale di Okwui Enwezor che ha ideato la mostra All the world’s future (aperta fino al 22 novembre) pensando che la crisi possa essere un’occasione creativa e che tensioni sociali e tempi instabili come quelli che stiamo vivendo cimentino la vitalità e la fantasia degli artisti nell’immaginare mondi futuri, più umani e sostenibili.

«Fin dalla sua prima edizione nel 1895 la Biennale di Venezia si è sempre collocata nel punto di confluenza di molti cambiamenti sociopolitici e di radicali fratture storiche nel campo dell’arte, della cultura, della politica, della tecnologia e dell’economia», sottolinea Okwui Enwezor, raccontando di essere rimasto molto colpito nel ritrovare casualmente in archivio materiali sulla Biennale del 1974, un’edizione quasi totalmente a sostegno del popolo cileno, dopo il golpe di Pinochet dell’11 settembre 1973.

«Cento anni dopo la prima guerra mondiale e 75 anni dopo l’inizio della seconda ora, il panorama mondiale appare di nuovo in frantumi, segnato dalla crisi economica, dalla politica secessionista e da una catastrofe umanitaria che si consuma nei mari, nei deserti e nelle regioni di confine, mentre immigrati, rifugiati e popoli disperati cercano rifugio in terre apparentemente più ricche e tranquille», dice il critico e curatore di origini nigeriane.

Shilpa Gupta_I live under your sky too_animated light installation

Shilpa Gupta_I live under your sky too_animated light installation

«Ovunque si volga lo sguardo sembra di scorgere incertezza e una sempre più profonda instabilità in tutte le regioni del mondo», aggiunge evocando l’immagine dell’Angelus Novus di Klee ai cui piedi -secondo la lettura di Walter Benjamin – si accumulano, sempre più alte, le macerie della distruzione moderna.

«Gli artisti hanno sempre cercato di rappresentare i momenti tumultuosi, come quello che stiamo vivendo. L’arte – dice Enwezor – ha sempre tentato di dare una forma e un’espressione alla tensione che percorre i nostri tempi. La società post-industriale e quella tecnologica e digitale, la migrazione di massa versus i viaggi di massa,i disastri ambientali e le guerre, la modernità e la post-modernità, tutto questo ha prodotto nuovi spunti per artisti, scrittori, cineasti, performer, compositori, musicisti». Con questa premessa Okwui Enwezor ha invitato 136 artisti da 53 Paesi diversi (88 presenti per la prima volta alla Biennale) a creare opere in maggioranza site specific o comunque realizzate per questa occasione.

Biennale d'arte 2015Così dopo le Illuminazioni di Bice Curiger e il mondo enciclopedico fantasticato da Massimiliano Gioni, il critico di origini nigeriane e direttore della Haus der Kunst di Monaco, propone di tornare a confrontarsi con il presente, con il crescente divario fra nord e sud del mondo, con l’ingiustizia sociale e la negazione dei diritti fondamentali che caratterizza questa fase del capitalismo avanzato in Occidente. Lo fa chiedendo ad artisti noti e meno noti di sviluppare il proprio «inner song», metaforicamente un canto intimo e personale, con cui dialogare con gli altri in questo variopinto «parlamento di forme», in un panorama di «immagini dialettiche», in cui nomi emergenti figurano accanto ad alcuni maestri del passato.

Ad alcuni protagonisti dell’avanguardia del secondo Novecento sono dedicate delle “stanze” personali, quasi delle piccole mostre nella mostra.

Fra loro ritroviamo un pioniere della videodanza come Bruce Neuman, artisti che hanno attraversato in modo originale la stagione dell’arte povera come Pino Pascali e Fabio Mauri e che continuano ad esserne rappresentanti ispirati e poetici come Janis Kounellis. E poi ancora “nuovi selvaggi” come il tedesco Georg Baselitz con le sue figure a testa in giù e talenti malinconici e inquieti come Christian Boltanski e Marlene Dumas, qui in veste inedita di autrice di piccoli quadri intimi.

Bruce Nauman

Bruce Nauman

Ma è soprattutto l’ondata di giovani artisti provenienti dal grande continente africano, dal Medio Oriente e dall’Asia che sbarcherà in Laguna, a destare la nostra curiosità. Okwui Enwezor presenta le loro proposte insieme nuove creazioni di artisti under 40 già affermati e trendy come il cinese Cao Fei e l’inglese Steve McQueen. Ma interessante si annuncia anche il dialogo a distanza fra l’arte atea e iconoclasta dell’algerino Adel Abdessemed e il lirismo pittorico dell’attivista egiziano Inji Efflaton che negli anni 60, in carcere, riusciva ad eludere la censura con un linguaggio poetico apparentemente lontano dalla realtà. In questa Biennale ampio spazio anche al cinema, con i docufilm “d’emergenza” e autoprodotti dal collettivo siriano Abounaddara, fondato nel 2010, con le produzioni multimediali della piattaforma editoriale E-Flux Journal fondata nel 2008 a New York e di Raqs media collective nato in India nel 1994.

Steve MacQueen Ashes

Steve MacQueen Ashes

La mostra internazionale di arti visive, con All the world’s future, si apre decisamente al cinema e al teatro politico, ma anche ai canti di lavoro e, con con un pizzico di provocazione, alla lettura integrale del Capitale di Marx, che nell’Arena (agorà e cuore pulsante dell’intera manifestazione) proseguirà senza soluzione di continuità per tutta la durata della Biennale 2015, fino a novembre. «Perché il capitale è il grande dramma della nostra epoca» spiega Enwezor . Non tanto per celebrare un pedissequo ritorno a Marx i cui strumenti critici oggi non ci bastano più. Ma perché «oggi il capitale incombe più qualsiasi altro elemento su ogni sfera dell’esistenza, dalle predazioni dell’economia politica alla rapacità dell’industria finanziaria. Lo sfruttamento della natura attraverso la sua mercificazione sotto forma di risorse naturali, il crescente sistema di disparità e l’indebolimento del contratto sociale hanno di recente imposto il bisogno di un cambiamento». A poco a poco il solipsismo della lettura sarà contaminato con recital di canti di lavoro, libretti, letture di copioni, discussioni, assemblee plenarie e proiezioni di film dedicati a diverse teorie ed esplorazioni del Capitale. Ma non solo. Seguendo questo filo rosso Olaf Nicolai presenta una performance, ispirata alla composizione di Luigi Nono, Non consumiamo Marx. Il collettivo Tomorrow cercherà di immaginare i personaggi e le figure che potrebbero utilizzare il repertorio di Marx nel contesto contemporaneo in Tales on Das Kapital. Mentre Mason Moran, con il suo Staged, mapperà i canti di lavoro e Jeremy Deller, sulla base di materiali d’archivio esplorerà il tema delle condizioni di vita e di lavoro nelle fabbriche, a partire dalla fine del XIX secolo.

El-Anatsui

El-Anatsui

«L’intento è quello di avvicinare lo spettatore a una realtà complessa attraverso un’esperienza multisensoriale – dice Enwezor – proponendo pratiche artistiche provenienti da Africa, Asia, Australia, Europa, Nord e Sud America, come ricerca di nuove connessioni con l’impegno con cui gli artisti indagano la condizione umana». Dopo aver diretto Documenta 11 e alcune delle Biennali più importanti in giro per il mondo, da Gwangju, a Tokyo a Johannesburg, e dopo libri come Contemporary African Art Since 1980 (Damiani, 2009) e Antinomies of Art and Culture: Modernity, Postmodernity, Contemporaneit (Duke University Press, 2008), Enwezor mette a valore la sua profonda conoscenza dell’arte contemporanea africana e della diaspora, del modernismo e dell’architettura post-coloniale in questa Biennale che accende i riflettori sulla vitalità creativa di Paesi, esclusi dal canone occidentale e che portano nuova linfa nell’esausto sistema internazionale dell’arte in cui da un ventennio dominano sempre i soliti nomi (sponsorizzati da un manipolo di ricchi collezionisti e sostenuti da massicce operazioni di marketing).

BiennaleArte2015Coerente con questa impostazione di apertura appare anche la scelta di assegnare il Leone d’oro alla carriera all’artista ghanese El Anatsu. «Per il suo lavoro di promozione di artisti contemporanei africani sulla scena globale». E la forza della sua poetica visiva «capace di coniugare in modo originale innovazione formale e tradizione». El Anatsu fin dagli anni 70 trasforma i residui del passato coloniale in opere d’arte, realizzando immaginifici tappeti e cangianti arazzi con cavi di rame e migliaia di tappi di bottiglie di liquori. Su vassoi ispirati a quelli usati dai mercanti kumasi per esporre la propria merce, incide motivi adinkra e altri disegni, che assumono forme grafiche dinamiche. Le sue opere oggi finalmente rivestono intere pareti e creano tende spettacolari, colate d’oro e di colori, nei maggiori musei del contemporaneo e la Biennale di Enwezor ne festeggia il riconoscimento internazionale. (simona maggiorelli)

dal settimanale Left maggio 2016

La svolta politica della Biennale – la recensione di Left, giugno 2015

Ci voleva un curatore cosmopolita, aperto alla multidisciplinarità e fortemente radicato in una visione politica e sociale dell’arte, come Okwui Enwezor, per dare una positiva svolta alla Biennale dell’arte di Venezia, liberandola dal mainstream anglo-americano improntato al concettualismo più arido e al gigantismo di opere tardo Pop.

Con la mostra All the world’s future, Enwezor porta in laguna testimonianze fresche e vitali dalla nuova, vastissima, scena africana, ma anche dall’Asia e dall’underground Usa ed europeo. Senza compartimentizzare generi e provenienze culturali. Ma al contrario creando fertili e impreviste situazioni di dialogo. Come quella all’inizio del percorso, fra storiche opere dell’americano Bruce Nauman in cui campeggiano parole come “umano”, “vita”, “passioni”, “morte”, colorate da luci neon, accanto alla selva di coltelli creata dall’algerino Adel Abdessemed, e ironicamente intitolata Ninfee. Due modi assai diversi di raccontare le tappe della vita e che indirettamente illuminano nodi culturali, tensioni e conflitti che attraversano i rispettivi Paesi d’origine. Ma potremmo fare molti altri esempi per dire come Enwezor sia riuscito a mantenere le promesse (vedi Left n. 16) nel realizzare una mostra aperta al nuovo, fortemente innervata da temi politici e in cui molto spazio è riservato al dramma che vivono oggi i migranti.

Tema su cui il curatore di origini nigeriane invita a riflettere anche con il muro di valigie che Fabio Mauri realizzò negli anni Settanta. Nel padiglione giapponese invece lo ritroviamo evocato da un barcone sotto una pioggia di chiavi appese (in foto). Un filo rosso quello del viaggio, dello sradicamento, che attraversa molti padiglioni nazionali. Declinato in modo suggestivo, con lacerti di giornali, monumenti abbattuti e paesaggi imprigionati dietro grate nel padiglione armeno che con la mostra Armenity nel Monastero Mekhitarista dell’Isola di San Lazzaro (fino al 22 novembre, catalogo Skira) ha vinto il Leone d’oro di questa 56esima Biennale. Un muro attraversa anche il padiglione messicano, evocando quel confine-barriera che è diventato luogo di morte per tanti latinos che cercano di attraversarlo inseguendo il miraggio di una vita migliore negli Usa. L’arte non descrive i fatti, racconta per immagini potenti. Tanto potenti che c’è chi nell’amministrazione veneziana si è sentito urtato dalla “moschea” ideata dall’artista svizzero Christoph Buchel nella chiesa privata di Santa Maria della Misericordia, costringendo il padiglione islandese che ospitava l’ installazione a chiuderla in fretta e furia.

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Abbecedario Cattelan

Posted by Simona Maggiorelli su novembre 6, 2014

Maurizio Cattelan

Maurizio Cattelan

Provocatorio, spiazzante, Maurizio Cattelan, l’artista italiano più noto all’estero, torna alla ribalta con Shit and die, un nuovo progetto per One Torino. E racconta la sua trentennale ricerca a caccia del significato nascosto delle immagini

 di Simona Maggiorelli

Dopo la grande mostra antologica al Guggenheim di New York, nel 2011 Maurizio Cattelan aveva annunciato il suo ritiro. Ma ora, a sorpresa, ricompare a Torino, dove sta preparando un nuovo progetto espositivo per Artissima, in programma dal 6 al 9 novembre 2014. Con il provocatorio titolo Shit and die (citazione ironica di un’opera di Bruce Nauman) questa nuova mostra allestita in Palazzo Cavour e aperta fino al 25 gennaio 2015 promette un insolito viaggio nella storia torinese, costruito attraverso oggetti insoliti, desueti, dimenticati. «Buone cose di pessimo gusto» di gozzaniana memoria, reperti di archeologia industriale, pezzi di avanguardia e ombre lombrosiane.

«Forse non le definirei ombre» precisa l’artista, senza rivelare troppo del progetto nel suo concreto. «Anche Lombroso era all’avanguardia su alcune cose. Oggi sappiamo che ha completamente sbagliato il tiro, ma era comunque un uomo di scienza. Per esempio- racconta Cattelan – il museo ha una collezione sterminata e meticolosissima di riproduzioni su carta dei tatuaggi dei detenuti, con tanto di legenda e racconto biografico di ogni prigioniero. Sono documenti davvero interessanti, solo su quello ci si potrebbe scrivere la sceneggiatura di un film».

Cattelan, la Nona ora

Cattelan, la Nona ora

Mentre Cattelan si diverte a frugare in polverosi archivi, mentre si occupa di storia locale e nel Museo Lombroso si dedica all’esame critico delle tassonomie di una psichiatria positivistica e al fondo razzista, dall’altra parte dell’Oceano, una grande mostra mercato vende le sue opere più famose per cifre che oscillano dai 30mila dollari e 20 milioni.

«Si tratta di una mostra di mercato secondario di cui so poco io stesso. Non più di quello che c’è scritto sui giornali», confessa l’artista. «Quando il lavoro è venduto una prima volta se ne perde il controllo. Fa parte del patto con se stessi. È come dare un figlio in adozione, poi non puoi pretendere di decidere cosa farà da grande». Certo, sembrano passati anni luce da quando Cattelan, lasciata Padova, si aggirava per New York senza un lavoro e senza sapere l’inglese. Riuscendo tuttavia a farsi strada nel mondo dell’arte. «New York è sicuramente cambiata, come il resto del mondo, ma ancora oggi – racconta – anche se stai chiuso in casa, puoi sentire l’energia della città. A soli due isolati di distanza puoi trovare 150 gallerie d’arte. 150 giovani teste che pensano, e basta una passeggiata per incontrarle. Sembra un cliché ma – sottolinea Cattelan – credo che New York possa essere un punto di svolta, come è stato per me anni fa».

Michelangelo Pistoletto dice che «ad un certo punto l’artista deve andare oltre il proprio ego e creare una costellazione». Con un atteggiamento maieutico verso i giovani talenti. Lei non ha mai fatto parte di gruppi, di movimenti precisi. Non ama le parrocchie?

Non amo le etichette, nemmeno quella di solitario: ho sempre sostenuto i giovani artisti nel modo che mi veniva più spontaneo, creando un dialogo, e lavorando in team; come in quest’ultimo caso, con Shit and die, una mostra collettiva in cui non mancano di certo i giovani artisti. Semplicemente non ho mai sentito l’esigenza di fondare una scuola, temo che avrei davvero poco da insegnare.

Da dove trae ispirazione per le sue opere? Come sono nate opere come La nona ora (1999) con papa Wojtyla o Him (2001) che mostra Hitler devoto, che prega?

Cattelam, Him

Cattelam, Him

Qualcuno ha detto che per avere delle idee ci vuole una buona immaginazione e un mucchio di spazzatura: probabilmente non ho abbastanza immaginazione, ma di sicuro ho un sacco di spazzatura! Scherzi a parte, credo che avere idee sia una questione di permettere alla propria mente di distrarsi a sufficienza dall’ovvio: si tratta di un compito rischioso, perché si possono scoprire cose su se stessi che forse era meglio non scoprire.

Mentre il Postmoderno produceva architetture impazzite e gadget, usando quello stesso linguaggio pubblicitario, lei denunciava il vuoto e la violenza di un certo modo di vivere metropolitano (Bidibidodidiboo 1996), additava la cultura che crocifigge la donna (Untitled 2007) e impicca la fantasia dei bambini (Untitled 2004), smascherava ideologia o religione (Ave Maria, 2007). Però non si è mai definito artista politico. Perché?

Non mi sono mai posto la questione in questi termini perché non mi ha mai interessato definirmi a priori, o prendere impegni che non potevo mantenere. Quello che ho fatto è semplicemente ricercare immagini che, in mezzo alla montagna di informazioni inutili da cui siamo sommersi ogni giorno, suscitassero una reazione a livello dello stomaco. Penso che possa essere un ottimo modo per portare in superficie la rabbia, privata della violenza.

«Il mio lavoro è sempre stato quello di prendere i pensieri miei degli altri e di farli vedere a tutti», lei dice nell’Autobiografia non autorizzata (Mondadori, 2011) firmata da Bonami. E poco prima: «Facevo l’incorniciatore di sentimenti, di stati d’animo». Rivelare il lato latente, invisibile, può essere rivoluzionario?

Nessun discorso è neutrale, l’arte non fa eccezione. Ognuno di noi è “impegnato” e rivoluzionario a modo suo, e non è detto che dichiararlo a voce alta lo renda più vero. Il mio impegno è creare immagini che rimangano impresse per più di due secondi… le assicuro che se non è “impegnato” è comunque molto impegnativo.

Cattelan Untitled 2008

Cattelan Untitled 2008

Nel 1993 lei debuttò in Biennale con Bonami. Più di recente è tornato a Venezia con una installazione che ricreava Tourists (1997). Guardando i piccioni impagliati dal sotto in su, standosene lì a naso per aria, ci si sentiva “piccionescamente” complici di un mercato che spaccia per arte qualunque cosa. Una pizzicotto al pubblico perché apra gli occhi?

Credo che ogni commento e ogni interpretazione siano legittimi, ma non penso che stia a me realizzarli. Credo che non si dovrebbe pensare a chi si sta rivolgendo: nel momento in cui un lavoro viene presentato attraverso i media diventa di patrimonio pubblico e se ne perde inevitabilmente il controllo. Questo accade sia dentro sia fuori dall’istituzione: io ho sempre preferito perdere il controllo da subito, è molto più semplice che dover accettare a posteriori di averlo perso.

Al MoMa, al Pompidou, alla Tate ma anche alla Biennale di Istanbul s’incontrano quasi gli stessi artisti, una medesima estetica e modo di concepire le arti visive. Il mercato internazionale dell’arte nell’ultima ventina di anni ha imposto una sorta di pensiero unico? C’è spazio per chi voglia proporre una diversa ricerca?

Le mostre, le istituzioni e il mercato dell’arte e anche la ricerca sono inevitabilmente collegati tra loro, in quanto costituiscono una catena indissolubile che permette al meccanismo di andare avanti. Sono tutti lati di una stessa medaglia, che non credo possano essere separati. Per quanto riguarda me, ho sempre avuto bisogno di progetti paralleli su cui lavorare, un tempo erano degli intermezzi dal solito lavoro. Adesso una rivista come Toiletpaper, o curare una mostra come Shit and die, o qualsiasi altro progetto futuro sono un buon modo per continuare a lavorare. Il problema è che ci illudiamo di avere tempo e invece non ne abbiamo poi così tanto: qualsiasi cosa verrà dopo, farò del mio meglio perché non sia tempo sprecato.

dal settimnale left  primo -7 novembre

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Ai Weiwei denuncia il governo cinese

Posted by Simona Maggiorelli su agosto 12, 2013

a me
Ai Weiwei SACRED

Ai Weiwei SACRED

Con nude barre d’acciaio recuperate dalle scuole distrutte dal terremoto di Sichuan nel 2008, nel complesso delle Zitelle, alla Giudecca, il cinese Ai Weiwei evoca la memoria degli oltre cinquemila bambini che morirono in quella catastrofe anche perché – accusa l’artista – gli edifici non erano a norma.

A Venezia Ai Weiwei ha ricreato in versione ampliata il suo toccante omaggio, dal titolo Straight, realizzato qualche anno fa in occasione di una sua importante retrospettiva a Washington.

Curata da Maurizio Bortolotti la mostra – aperta fino al 15 settembre e nata dalla collaborazione tra Zuecca Project Space e lagalleria inglese Lisson – ha un dirompente secondo atto nella chiesa di Sant’Antonin dove Ai Weiwei ha allestito S.A.C.R.E.D. (Super, Accusers, Cleansing, Ritual, Entropy, Doubt) squadernando, come fossero stazioni di una laica via crucis, gli 81 giorni di carcere, violenze e torture che l’artista subì nel 2011 in Cina per la sua attività in difesa dei diritti umani.

Dentro scatole nere, attraverso una piccola feritoia, lo spettatore si trova così a spiare scene in cui l’artista viene vessato, interrogato, piantonato a vista, anche in bagno. In chiesa, ribaltando in senso ateo e umanissimo la tradizione della sacra rappresentazione, ripercorre quell’angosciante vicenda kafkiana che, dopo essere stato incappucciato, lo portò dietro le sbarre, senza avvocati, senza chiari capi di imputazione, senza nessun contatto eccetto quello asettico con guardie addestrate a muoversi come marionette prive di emozioni. Come racconta lui stesso allo scrittore Barnaby Martin in Hanging Man (Il Saggiatore), un libro di denuncia, fortissima, ma anche prezioso per comprendere il pesante contesto storico politico in cui, per reazione, alla fine degli anni Settanta nacquero collettivi di rottura come The Stars, di cui faceva parte anche un ventenne Ai Weiwei.

Ai Weiwei omaggio ai morti del terremoto

Ai Weiwei omaggio ai morti del terremoto

«A Pechino il 29 settembre del 1979 The Stars improvvisarono una mostra dei propri lavori appendendoli alle cancellate esterne della China Art Gallery. Fu un atto assolutamente rivoluzionario», scrive Martin. Il rifiuto del realismo di regime, la spinta alla modernizzazione, la sperimentazione a tutto raggio dei linguaggi che caratterizzavano questo eterogeneo gruppo di artisti furono lette dal Partito comunista cinese. come un’azione pericolosa e gli Stars dovettero cercare riparo in esilio. Fu allora che Ai Weiwei andò a New York (dove per caso si trovò a dividere la stanza con  Chen Kaige regista di Addio mia concubina,  e con il violinista Tan Dun!).

Dopo il suo ritorno in Cina nel ‘93 l’artista, anche per sfuggire alla censura, ha sviluppato una poliedrica attività di artista visuale, architetto, blogger, poeta, compositore, mettendo a punto, in particolare, una sua suggestiva poetica di risemantaizzazione degli oggetti quotidiani- sedie, bici, ecc – che, collocati in una nuova prospettiva, gettano nuova luce sull’ordinario, sollevando interrogazioni di senso, riuscendo talora a ribaltare sedimentate e consunte ideologie. «Credo che l’arte sia il veicolo a nostra disposizione per sviluppare ogni idea nuova, per essere creativi, per ampliare l’immaginazione, per cambiare le condizioni attuali», si legge in Weiweismi (Einaudi) la raccolta di aforismi di Ai Weiwei curata da Larry Warsh. «Il mio scopo – dice l’artista cinese –  è sempre quello di ideare una struttura aperta a tutti. Non considero l’arte un codice segreto» . (Simona Maggiorelli)

dal settimanale left-avvenimenti

Ecco cosa è accaduto a fine luglio 2015

Ai Weiwei

Ai Weiwei

Dopo quattro anni l’artista cinese Ai Weiwei ha riavuto indietro il suo passaporto. Le autorità cinesi glielo avevano tolto quando, dopo essere stato accusato di attività antigovernative, fu aggredito da agenti e recluso in una località segreta per 81 giorni e poi multato per cifre iperboliche. Rilasciato, nel novembre 2013, l’artista cominciò a protestare contro il divieto di andare all’estero a cui era sottoposto. Lo fece mettendo dei fiori nel cestino di una bicicletta posteggiata fuori dal suo studio a Pechino. E annunciando su twitter che avrebbe aggiunto fiori ogni giorno fino a quando non gli fosse stato restituito il diritto di viaggiare liberamente.

Dopo seicento giorni di “flower for freedom” , con un crescente sostegno dell’opinione pubblica internazionale, Ai Weiwei ha finalmente riavuto la possibilità di uscire della Cina. Ora potrà andare a Londra per collaborare alla retrospettiva che gli dedica Royal Academy of Art e che sarà inaugurata a settembre.

E se il gesto da parte del governo cinese è soprattutto teso ad evitare contestazioni durante la prossima visita in Gran Bretagna del presidente Xi Jinping, ciò che conta è che Ai WeiWei ora potrà tornare a lavorare all’estero ed anche a collaborare con artisti, sodali e amici come Anish Kapoor, che hanno sostenuto la sua battaglia di libertà perfino ballando in Gangnam Style .

Ma a Londra potrà riprendere anche il dialogo con Hans Urlich Obrist, direttore della Serpentine Gallery, con il quale Ai WeiWei ha pubblicato un interessante libro intervista, Io Ai WeiWei (pubblicato in Italia da Il Saggiatore) in cui racconta il lavoro artistico, di contro informazione, e di resistenza civile portato avanti dal 2006 al 2009 attraverso un blog che arrivò ad avere un traffico di milioni di persone e poi fu chiuso dalle autorità cinesi.

La mostra alla Royal society sarà l’occasione per conoscere più da vicino il lavoro di Ai Weiwei diventato popolare in tutto il mondo con opere come lo stadio di Pechino, pensato come un gigantesco e immaginifico nido, un vorticoso gioco di linee luminose per eventi pubblici e collettivi e realizzato nel 2008 in collaborazione con lo studio Herzog & de Meuron.

Ai Weiwei si è sempre mosso liberamente fra disegno, pittura, installazioni, poesia. E poi, quasi “per caso”, ha scoperto di avere un talento anche come architetto, quando ha avuto l’idea di progettare un proprio studio, quasi subito pubblicato dalle maggiori riviste di architettura asiatiche e occidentali. Una forma di arte che per Ai Weiwei è nuova «scultura urbana» e una nuova frontiera di «poesia negli spazi pubblici».

aggiornamento del 30 luglio 2015: il governo britannico ha negato un visto di sei mesi all’artista cinese Ai Weiwei, perché avrebbe omesso di dire nella nella richiesta di visto che ha avuto una condanna. L’artista ha pubblicato su Istagram la motivazione contenuta nella lettera dell’ambasciata britannica a Pechino con cui respinge la richiesta e concede all’artista un visto di soli 20 giorni. Il punto è che Ai Weiwei è stato detenuto nel 2001 per 81 giorni senza essere stato condannato per un reato.

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L’Ars vivendi di Michelangelo Pistoletto

Posted by Simona Maggiorelli su Mag 16, 2013

Pistoletto, Venere degli stracci, Louvre 2013

Pistoletto, Venere degli stracci, Louvre 2013

Una mostra la Louvre e una autobiografia in forma di dialogo appena uscita. Il maestro dell’Arte Povera si racconta . E al Salone del libro di Torino il 20 maggio dialoga con Elkann a proposito di creatività.

di Simona Maggiorelli

I suoi quadri specchianti in mezzo ai capolavori dei maestri del Rinascimento italiano. Gli Oggetti in meno disseminati per le sale del Louvre, mente la Venere degli stracci e del “riciclo” fa bella mostra di sé a pochi metri dalla Nike di Samotracia. Fino al prossimo primo settembre il blasonato museo parigino celebra il maestro dell’Arte Povera in un percorso espositivo in cui la storia dell’arte dialoga con la ricerca del secondo Novecento. Classe 1933, Leone d’oro alla carriera nella Biennale di Venezia nel 2003 Michelangelo Pistoletto è forse l’artista italiano oggi più noto e celebrato all’estero. Intanto, a Biella lui continua ogni giorno a lavorare alla sua Cittadellarte, fucina internazionale di giovani talenti che arrivano da ogni parte del mondo. E a dialogare con chi lo va a trovare. Con quella calda disponibilità che da sempre lo contraddistingue.

«Il Louvre mi ha offerto una opportunità straordinaria – racconta -. Mettere in dialogo il nostro tempo con il passato per poi proiettarci verso il futuro è lo scopo di questa mostra. E il fatto che io avessi già realizzato opere con elementi che vengono dalla storia antica, permetteva di fare questo passo. La Venere degli stracci, addirittura, è tratta da una Venere che si trova proprio nel grande museo parigino. Certo gli stracci non c’erano nel Louvre, ce li ho portati io – scherza Pistoletto -. Rappresentano una fine corsa, un consumismo consumato, la fine di una storia. Mentre la Venere simboleggia l’eterna rinascita. Anche il corpo femminile rappresenta la rinascita continua. In questa mostra c’è il rapporto fra qualcosa che non cambia mai e qualcosa che muta sempre».

Un tema analogo si riscontra nei quadri specchianti, che legano visibile e invisibile, aprono lo spazio dell’arte a quello dello spettatore, ma soprattutto inglobano, si lasciano attraversare, dallo scorrere del tempo…

Nei quadri specchianti l’immagine specchiata è fissa, rappresenta un momento che poi non cambia più e si trova a convivere con il cambiamento continuo delle immagini riflesse nello sfondo specchiante. Si ritrova qui il rapporto fra qualcosa che cambia continuamente e qualcosa che non cambia mai. I tempi che cambiano e la memoria che rimane.

Sono passati dieci anni da quando fu abbattuta la statua di Saddam Hussein in Iraq: simbolo del potere dittatoriale ma anche di una monumentalità retorica non più praticabile. Tutto il suo lavoro, al contrario, ha sempre cercato di liberare la scultura dalla granitica immobilità, attraverso un dinamismo delle forme. È così?

La mia ricerca ha sempre teso a cercare una dimensione anti monumentale. Quanto alla statua di Saddam, pensi che dieci anni prima del suo abbattimento avevo realizzato un’opera in cui compariva la figura di una persona rappresentata a testa in giù, come se fosse caduta. Anche nel momento della caduta c’è una forza di ricreazione. Questa per me è la cosa importante. Anche nel momento in cui la corsa volge al termine c’è poi sempre una possibilità di ripartire.

Ripartire qui e ora. Il suo fare arte è sempre stato profondamente laico, privo di una prospettiva escatologica. Perché allora negli ultimi anni ha sviluppato un progetto che si chiama Terzo paradiso?

La seconda metà della mostra parigina è occupata dalla dimensione prospettica che consiste proprio ne il Terzo paradiso. La creatività per me oggi deve essere portata dall’artista oltre la barriera della speculazione economica del prodotto artistico. Deve diventare anche elemento attivo, funzionale, nella società. Ho voluto portare l’arte, la creatività nella vita sociale. Nel XX secolo abbiamo assistito a un fenomeno straordinario: autonomia e libertà hanno avuto un grande sviluppo. Si è arrivati ad una libertà totale, per cui l’artista può fare tutto quel che gli pare. Ma non può più essere libertà fine a se stessa. Perché la libertà fine a se stessa finisce per annullare la propria consistenza. Ci vuole un elemento di responsabilità che le faccia da contrappeso. Oggi bisogna comporre i due elementi: la libertà e la responsabilità. Che non è solo un fatto personale dell’artista, ma ha a che fare con la condivisione, con la capacità di intesa. Ora è il momento di portare alla gente ciò che l’arte ha conquistato, ovvero libertà e responsabilità, ma non come qualcosa imposto dall’esterno. Si tratta di offrire a tutti la possibilità diventare un po’ più liberi e un po’ più democratici. Questa è la nuova idea di un’arte democratica.

Nel libro intervista La voce di Pistoletto (Bompiani) che presenterà al Salone del libro di Torino, lei parla di arte democratica. E sottolinea la necessità di distinguere fra pensare e credere. Che cosa significa per lei?

Credere significa sposare un punto di vista definito, pre disposto. Significa affidarsi a qualcosa che pretende di essere il motore dell’esistenza senza averne alcuna prova. Così si finisce nella credenza religiosa. Pensare invece ha a che fare con il mio desiderio di sapere. Con una esigenza di rifiutare quello che viene imposto in modo senso dogmatico. Pensare significa mettersi in rapporto con quell’idea di libertà e responsabilità di cui parlavamo prima, significa aprirsi alle domande. Oggi viviamo situazioni nuove, facciamo delle scoperte. E abbiamo la capacità di verifica che viene dalla scienza. Da dove nascono le cose? Per rispondere bisogna pensare in modo libero. Una risposta mistica a una domanda scientifica non funzionerà mai.

Nel progetto i Temp(l)i cambiano lei se la prendeva in modo giocoso con ogni forma di monoteismo.

Di monoteismo, ma anche di politeismo che significa avere tanti dei. In un mio nuovo testo parlo piuttosto di omniteismo e democrazia Con la parola omniteismo intendo dire che siamo tutti coinvolti nell’attività di domanda e risposta. E solo su questa terra. Il Terzo paradiso è qui.

L’arte arriva allo spettatore anche sul piano dell’emozione. È una forma di pensiero potente anche perché non è solo razionale?

Personalmente ho sperimentato emozioni fortissime quando sono arrivato a scoperte che riguardano il rapporto fra statico e dinamico; che riguardano la fenomenologia del quadro specchiante: che dà risposte razionali, ma appaga da un punto di vista emotivo. Il quadro specchiante raccoglie una carica emotiva molto grande. Si può pensare veramente oggi a una vera fusione fra emozione e ragione.

 da left avvenimenti 11-17 maggio 2013

Recensione della mostra di pittura alla Galleria Continua di San Gimignano, 2015

Pistoletto, per Galleria Continua

Pistoletto, per Galleria Continua

Pistoletto sulle orme di Piero della Francesca

Non solo Expo. Per il quale Michelangelo Pistoletto ha realizzato una gigantesca mela, ricostruita nella sua integrità, per simboleggiare un nuovo, auspicato, equilibrio fra tecnologia e natura, (detto, con ironia, Terzo Paradiso). Il maestro dell’Arte Povera e promotore di un’ idea di scultura pubblica accessibile, capace di dialogare con il contesto e di invitare la gente a pensare, è anche – da sempre – pittore. Di autoritratti prima di tutto. Fin dagli anni Cinquanta. Dapprima concentrandosi solo sul volto senza riprodurre la propria esatta fisionomia e poi dipingendo figure intere, a dimensione naturale, con cui cercava di rappresentare ciò che è universale negli esseri umani. Una interessante serie di quadri di quel periodo è ora radunata nella mostra Michelangelo Pistoletto, prima dello specchio, realizzata da Galleria Continua a San Gimignano (Si) e aperta fino al 5 settembre . In un antico palazzo nella storica piazza della Cisterna (con affacci mozzafiato sul borgo medievale e sulla campagna senese) risplendono ritratti, quasi astratti, su fondo argento oppure oro, evocando la tradizione delle icone bizantine. Sono tele di differenti dimensioni e intensità che l’artista realizzò tra il 1956 e il ‘58.

In una, in particolare, si intravede la sagoma di un pittore che lavora su una tela stesa a terra. Un quadro che rivela l’attenzione dell’allora giovanissimo Pistoletto verso l’Action painting americana: nella Torino anni Cinquanta era una novità assoluta. Più che il risultato finale, ovvero quel groviglio di linee che divenne il segno inconfondibile di Pollock, era il gesto artistico del dripping ad affascinare Pistoletto; protagonista di un’avanguardia capace di esprimersi in forme essenziali, eleganti, quasi classiche.

In questa teoria di dipinti appesi a pareti su cui appaiono lacerti di affresco si coglie nettamente l’importanza della lezione arcaicizzante di Piero della Francesca. E in particolare la seduzione di un quadro misterioso e in certo modo eterodosso come la Flagellazione (1455-1460) che Pistoletto diciottenne aveva visto in Palazzo Ducale ad Urbino durante un viaggio con il padre. Ma questi quadri esposti a San Gimignano, fatti di immagini e luce, di paesaggi astratti ed evocativi – per ammissione del loro stesso autore – rimandano anche al cinema di Michelangelo Antonioni, a sua volta grande amante della pittura umanista e insieme primitiva di Piero. Proprio in questo gioco di influenze, rimandi, ricreazioni nacquero poi i celebri quadri specchianti di Pistoletto e questa mostra curata da Galleria Continua ci permette di comprenderne meglio la genesi. ( dal settimanale Left)

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Creatività cercasi

Posted by Simona Maggiorelli su Mag 13, 2013

Maurizio Cattelan, installazione al MoMa

Maurizio Cattelan, installazione al MoMa

Il Salone del libro che prende il via il 16 maggio ha un interessante filo rosso: il tema della creatività. E chiama artisti,  critici, filosofi e scienziati a parlare di immaginazione e fantasia. Al Lingotto fino al 20 maggio. Cercando di capire dove va la ricerca internazionale dopo la fine della stagione delle artistar. Mentre è  già cominciato il count down per la Biennale di Venezia che si aprirà il primo giugno

di Simona Maggiorelli

L’ artista è l’essere umano«più libero che esista, perché può compiere un miracolo, può creare l’opera più bella partendo dal nulla. Solo l’idea conta davvero», dice Marina Abramovic sul nuovo numero della rivista Lettera Internazionale. In un’intervista rilasciata a Gioia Costa in cui l’artista rievoca il lungo itinerario che l’ha portata dalle provocazioni “patologiche” della Body Art a una Performing Art che mescola vari linguaggi, dalla videoarte al teatro, per comunicare più profondamente con le persone. «La leggenda è finita, i templi sono diventati musei e l’artista oggi ha il compito fondamentale di comunicare con la propria intuizione. Oggi la vera scommessa è riuscire a cambiare la consapevolezza delle persone. Facendo della creatività un motore di cambiamento delle persone e del mondo», dice l’artista di Belgrado. Con accenti utopistici non troppo lontani da quelli dell’ultimo Michelangelo Pistoletto.

Non a caso parliamo di due artisti, di generazioni differenti, ma entrambi emersi a livello internazionale negli anni Settanta. «Un periodo che fu molto stimolante per l’arte» commenta il critico Luca Beatrice, che il 19 maggio sarà al Salone del Libro per presentare il suo libro Sex (Rizzoli) che indaga la rappresentazione artistica del sesso e per parlare di creatività. Che è il filo rosso della prossima edizione della fiera dell’editoria.

A Torino, dal 16 al 20 maggio,  il tema della creatività vedrà una declinazione scientifica. In particolare, il 18 maggio, con la presentazione della nuova edizione di Bambino donna e trasformazione dell’uomo dello psichiatra Massimo Fagioli ( L’’Asino d’oro edizioni) e il 17 maggio con la lectio magistralis di Ian Tattersall, autore de Signori del Pianeta. La ricerca delle origini dell’uomo (Codice edizioni), in cui l’antropologo americano spiega come Homo Sapiens abbia prevalso grazie a una caratteristica specie specifica come la fantasia.
In un articolo intitolato Le artistar sono finite, trionfa la noia, su Il Giornale Luca Beatrice, di recente, ha scritto del tramonto degli “anni zero” dell’arte, imposti dal mercato e caratterizzati, per esempio, dall’ipervalutazione di artisti come Danien Hirst con i suoi squali in formaldeide «oggi andati incontro a un deprezzamento del 300 per cento». In giro si respira un’aria di «ritorno all’ordine», scrive Beatrice, ma la fine dell’euforia dei mercati «ci ha liberati dalla mondanità artefatta dell’ultimo Francesco Vezzoli e dall’arte dei pupazzi, dalle provocazioni gratuite, dalla cronaca elevata a storia a cui ci aveva abituati Maurizio Cattelan».

Vanessa Beecroft

Vanessa Beecroft

Nell’arte italiana oggi «c’è molto vintage – sottolinea il critico -. Non a caso alla Biennale di Venezia che aprirà il primo giugno si vedranno molte opere degli anni Settanta riportando le lancette dell’orologio su un tempo molto vitale per la nostra storia dell’arte. Senza contare che molti autori di allora sono ancora qui per raccontare quel periodo». Il lato positivo di questa «retromania è che l’arte oggi ha finito di cantare le magnifiche sorti e progressive del mercato», dice a left Luca Beatrice. Anche se nel mainstream proposto dalle gallerie e dai templi internazionali del contemporaneo, dalla Tate al MoMa, continuano a dominare artisti come Vanessa Beecroft con le sue raggelate rappresentazioni di donne, modelle, bambole meccaniche, che inneggiano a un’arte che non cerca più nemmeno lo choc del sangue e delle ferite della Body Art, ma propone l’anestesia, celebrando il vuoto. «Beecroft ben rappresenta l’era inizio anni Duemila di un tardo capitalismo ormai arrivato alla frutta» commenta il condirettore del Padiglione Italia alla Biennale d’arte del 2009. «Le sue donne nude e perfette non hanno nulla di sensuale, sono l’estrema punta di una rappresentazione del sesso ridotto a ready made».

Ma chi è l’artista oggi e come trova il suo pubblico? Se nel Quattrocento e nel Cinquecento andava a bottega giovanissimo e poi, da quel trampolino riconosciuto (specie se la bottega era quella di Raffaello o di un altro artista noto) entrava direttamente nel mondo dell’arte e delle commissioni ecclesiastiche o di corte, oggi quali sono i percorsi? «Nel Quattrocento l’arte era un mestiere. Oggi non più – risponde da New York Francesco Bonami -. Ma è anche vero che ai nostri giorni il mito del “dottore” ha reso il mestiere dell’artista una professione da residuo sociale…Almeno finché uno non diventa di successo. Non a caso c’è chi dice “mia figlia si è messa con un artistoide”. L’artista è l’artistoide oggi. E poi – approfondisce Bonami che sarà al Salone del libro di Torino il 18 maggio per presentare il suo nuovo libro Mamma voglio fare l’artista (Mondadori-Electa) -. Nel ‘400 l’arte era un fenomeno per pochi oggi è per tutti. E far contenti tutti e più difficile che far contenti pochi. Secoli fa una persona che non era un nobile vedeva al massimo un paio d’immagini sacre o artistiche nella sua vita. Oggi se ne vedono milioni. Creare un’immagine o una forma nuova che dica qualcosa di nuovo o solo qualcosa è una cosa ai nostri tempi difficilissima». Inflazione di immagini a scarso tasso creativo e, dall’altro lato, stupore, se non ostilità, verso chi si cimenta con la ricerca creativa, invece di cercare un impiego sicuro, sembrano connotare i nostri anni. «La ragione ed il calcolo sono oggi l’equivalente di denaro e successo; voler comunicare qualcosa senza altri scopi della condivisione è molto sospetto», commenta il critico fiorentino, direttore artistico della Fondazione Sandretto che è stato direttore della Biennale di Venezia nel 2003 .

Intanto però il mercato internazionale dell’arte e le vetrine delle Biennali europee e americane pullulano di opere all’insegna di un violento iperaelismo tardo pop o, più spesso, di opere iperconcettuali, freddamente astratte, autoreferenziali. Tanto che il filosofo Maurizio Ferraris ha scritto: «La morte dell’arte profetizzata da Hegel due secoli fa si è realizzata alla perfezione. Solo che non riguarda tutta l’arte ma solo l’arte visiva che si autocomprende come grande arte concettuale, o post concettuale. Mentre altre arti stanno benissimo e ne nascono di nuove», riprendendo i fili di un suo vecchio libro, La fidanzata automatica (Bompiani). «Credo che l’arte contemporanea abbia concluso un ciclo» commenta Bonami. E promette: «Racconterò questo nel prossimo libro Dall’Orinale all’Orale dove si parte da Duchamp e si arriva a Tino Seghal quello che usa le persone che raccontano qualcosa. L’arte deve raccontare qualcosa di altro che se stessa e quindi si riparte da capo».

«

Hegel

Hegel

Quella della morte dell’arte è una tesi che oramai vanta un bel tratto di storia- ricorda Tiziana Andina, docente d  Filosofia teoretica all’Università di Torino, autrice per l’editore Carocci, di Filosofia contemporanea,  ma anche di Filosofie dell’arte. Da Hegel a Danto. «Per primo l’ha formulata appunto Hegel. Riteneva che l’arte fosse destinata a risolversi nella filosofia, cioè in pura concettualità. Ma francamente non credo che questo avverrà mai. Penso che la previsione di Hegel non solo non si sia realizzata, ma che sia sbagliata sotto il profilo teorico. Filosofia e arte sono essenzialmente diverse, l’una non potrà mai risolversi nell’altra». Che cosa è accaduto allora? «E’ successo che la “storia dell’arte”, ovvero la narrazione elaborata nei secoli dagli esperti per leggere le opere, sembra non funzionare più – spiega Andina -. Non è più efficace per interpretare il lavoro degli artisti, frammentato in miriadi di sperimentalismi». Quando alla pratica artistica contemporanea «non credo che l’arte sia morta – dice la filosofa – e nemmeno che se la passi male. Penso piuttosto che tutta l’arte abbia molto sperimentato  propri linguaggi. Questo può apparire stucchevole o incomprensibile alla più parte delle persone, che preferiscono opere immediatamente figurative e arricchite di una connotazione emozionale». Nietzsche, però, sosteneva che le opere possono incidere sulle nostre vite in misura maggiore di quanto non riesca a fare un ragionamento ben formulato, cosa ne pensa? «Spesso l’arte ha la capacità di incidere profondamente sulle emozioni. La ragione dell’ “invidia” dei filosofi nei confronti degli artisti (pensiamo a quanto Platone maltratti gli artisti nella Repubblica ) ha probabilmente radici proprio in questa idea. Possiamo leggere dettagliate analisi filosofiche che riguardano questioni morali, ma leggere dei pensieri e delle emozioni di Raskol’nikov, in Delitto e castigo, quando prepara l’omicidio della vecchia usuraia, e poi dei suoi tormenti dopo che l’ha uccisa, ci porta a una comprensione “emozionale” di molte cose: che cosa vuole dire uccidere, che cosa significa essere esseri umani, che cos’è la compassione. Tutto questo ha una importanza grandissima per le nostre vite».

dal settimanale left, numero 18 in edicola fino al 17 maggio 2013

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Anteprima Biennale di Venezia. Pietromarchi: “il mio padiglione italiano, fra arte e storia”

Posted by Simona Maggiorelli su Mag 2, 2013

Biennale d'arte Venezia, 2013

Biennale d’arte Venezia, 2013

di Simona Maggiorelli

Lontano dall’idea che l’epicentro dell’arte sia, sempre e comunque, in capitali occidentali come New York, Londra e Parigi,  Bartolomeo Pietromarchi, curatore del padiglione Italia 2013 alla Biennale di Venezia è un attento e curioso esploratore anche di culture lontane, come quelle asiatiche.  Come racconta la bella mostra del giapponese Hidetoshi Nagasawa che ha voluto al Macro di Roma da lui diretto e la prossima retrospettiva romana dell’artista Ji Dachun, che riprende l’antica tradizione cinese per leggere il contemporaneo. Ma Bartolomeo Pietromarchi è anche e soprattutto uno studioso di arte italiana contemporanea.

Agli ultimi cinquant’anni della nostra storia il direttore del Padiglione Italia del- la Biennale internazionale di arte 2013 ha dedicato il suo ultimo libro L’Italia in opera, la nostra identità attraverso le arti visive, uscito nel 2012 per Bollati Boringhieri. Un volume in cui, forte dell’esperienza alla Fondazione Adriano Olivetti (che ha diretto dal 2002 al 2007) traccia un’appassionata mappa delle arti visive italiane che narrano il nostro tempo presente. Raccontando come l’Italia sia diventata «il soggetto di opere che con impegno politico e civile scandagliano le cronache quotidiane e i nodi irrisolti della nostra storia». «Opere che – scrive il critico d’arte – s’infiltrano tra le pieghe di realtà sommerse, scuotono le coscienze e aprono squarci di verità scomode o ignorate».

Pietromarchi, il pensiero espresso nel suo libro è anche alla base della collettiva inti- tolata Vice versa nel suo Padiglione Italia alla Biennale che si apre il primo giugno?

Bartolomeo Pietromarchi

Bartolomeo Pietromarchi

E’ un pensiero che giunge da lontano, che fa tesoro della lezione di Olivetti e si è sviluppato in un percorso che ho fatto in questi anni seguendo, con studi e mostre, sia gli artisti della mia generazione, nati intorno al ’68, sia quelli della generazioni precedenti. Il Padiglione italiano rappresenta per me un passaggio ulteriore, un approfondimento ma anche un sostegno e una promozione dell’arte italiana degli ultimi anni. Ci credo moltissimo. Ci sono molti artisti validi nel nostro Paese ai quali però manca un sostegno quantitativo e continuativo. Molto spesso gli artisti italiani devono trovarsi le proprie occasioni andando all’estero. Qui non trovano chi li sostenga con una strategia. Mi piacerebbe che questo mio lavoro potesse essere un segnale di come si può e si deve fare a livello istituzionale. Con un po’ di creatività, che è la cosa fondamentale

Tra il caos della collettiva organizzata due anni fa da Vittorio Sgarbi e l’aristocratica mostra di Ida Gianelli che scelse due soli autori, lei come si collocherà?

Ho scelto 14 artisti. Il progetto Vice versa prevede 7 ambienti: di cui 6 sono all’interno del Padiglione e uno è nel Giardino delle Vergini. Ogni ambiente ospiterà due artisti per volta, accostati in un dialogo ideale sulla base di affinità sia tematiche che processuali. È pensato come una riflessione sulla loro opera. Ma il curatore ha anche il compito di aiutare gli artisti, di metterli nelle condizioni perché possano esprimersi al meglio.

Un esempio di “connessione”?

ca-giustinian-biennale-veneziaQuella fra Fabio Mauri e Francesco Arena sul tema del corpo e della storia, per esempio. Entrambi hanno interpretato passaggi importanti della nostra storia: Mauri, il fascismo, Arena, il terrorismo. Ma filtrati attraverso il proprio corpo.In Mauri la performance. Con Arena ritroviamo quei suoi lavori che fanno riferimento al suo corpo come misurazione delle cose.

L’attenzione al sociale ha sempre connotato fortemente il suo lavoro di curatore. Anche in questo caso?

Sì, per me l’arte è inscindibile da una prospettiva sociale. E i veri artisti interpretano il loro tempo. Questo nel Padiglione sarà estremamente evidente. Da curatore penso sia importante arricchire il lavoro degli artisti con la sociologia, con la storia, con la politica, in senso alto. Anche con la geografia. A Venezia ci sarà, per esempio, Luigi Ghirri che ha lavorato tantissimo sull’idea di paesaggio. Così come Luca Vitone. Saranno insieme nella stessa stanza. In tutto il mio percorso è sempre stato vitale questo tipo di approccio.

Già questo è un elemento di novità rispetto al main stream che va per la maggiore nei musei occidentali…

Forse sono meno visibili di altri ma ci sono artisti che affrontano questioni a livello globale, non solo a livello locale. Parlo di un’arte che ha riflettuto sulle tematiche del territorio, del sociale, a livello politico. Un tipo di arte con cui molti della mia generazione sono cresciuti. Il tipo di arte di cui lei parla è ascrivibile a una dimensione di mercato. E in effetti in questi anni a prevalere sono state altre logiche, legate a derive di quel sistema. Il mercato in sé non sarebbe un male ma negative sono le derive del mercato, quando il mercato diventa speculazione, quando diventa pura finanza e alcuni musei, gallerie e molti collezionisti hanno rivolto l’attenzione a quell’aspetto. Con la crisi, oggi, questo sistema si è molto ritratto. Un tipo di arte di “successo” fa già parte di un panorama passato. E un altro modo di fare arte penso abbia ora la possibilità di essere più visibile.

La crisi, paradossalmente, ha avuto effetti positivi?

Positivi fra virgolette. Virtualmente positivi. Anche questo sarà evidente a Venezia. Gli interventi saranno molto secchi, le opere non voglio dire che siano dure, ma avranno un aspetto di grande impegno. Anche rispetto allo spazio, che sarà molto forte, molto caratterizzato. Gli artisti stanno sviluppando dei progetti che reagiscono al contesto. Visivamente sarà un percorso teso. Di certo non farà leva sulla decorazione.

Nelle ultime tre edizioni della Biennale d’arte, nella mostra internazionale, ha prevalso l’arte concettuale, quella più autoriflessiva, razionale, disseccata. Al confronto le ultime edizioni delle Biennali architettura sono apparse più ricche di fantasia, “calde”, coinvolgenti. Forse perché l’architettura deve tener conto dell’abitare umano.

C’è una distinzione da fare: mentre i padiglioni nazionali presentano delle monografiche o comunque contano su un numero limitato di artisti e lì si può fare un discorso curatoriale, la mostra principale, quella internazionale, ha a che fare con più di cento artisti; ha a che fare con tutto e con tutti, l’obiettivo è far vedere, documentare ciò che sa accadendo. Con titoli molto ampi. Per usare un eufemismo. Titoli del tipo “Fare mondo”, “Illuminazioni”…

Massimiliano Gioni

Massimiliano Gioni

Ma non è responsabilità anche di quelli che Bonito Oliva chiama «curatori camerieri»?

Certo, c’è chi tenta di dare una propria visione e chi fa un lavoro più di servizio. Non è il caso di Massimiliano Gioni (il direttore della Biennale 2013, ndr) a mio avviso, che invece ha individuato un tema molto interessante e guarda anche fuori dal mondo dell’arte recuperando aspetti antropologici, sociologici, intorno al tema dell’archivio e della classificazione.

Con uno sguardo al mondo della moda?

No, decisamente.

Lei ha sempre detto che le piace collaborare. Con Gioni avete avuto modo di confrontarvi in questi mesi?

Collaborare è una parola grossa in questo caso. Il tempo è pochissimo. Però ho trovato molti punti di contatto nella scelta dei temi, c’è un contesto che ci unisce. La collaborazione invece si è sviluppata nel grande team che sta lavorando al padiglione e per la realizzazione del catalogo: ho invitato più autori – fra loro Marco Belpoliti, Elena Volpato e Stefano Chiodi – ad affrontare le tematiche sviluppate dagli artisti nelle varie stanze. Questa riflessione sfocerà in un convegno ad ottobre dove riprenderemo i fili di quanto succederà in Biennale.

dal settimanle left

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Tintoretto e Marietta

Posted by Simona Maggiorelli su febbraio 23, 2012

La scrittrice Mazzucco, autrice dei testi per la retrospettiva Tintoretto  che siapre il 25 febbraio a  Roma, racconta il talento del maestro del tardo Rinascimento e quello di una inaspettata donna pittrice: sua figlia Marietta 

di Simona Maggiorelli

Tintoretto, presentazione di Maria al tempio

Quella bambina che, da sola, ne La presentazione di Maria al tempio (1552-’53) s’inerpica su una scalinata puntata al cielo è l’immagine che molti anni fa colpì la fantasia di Melania Mazzucco. In quella fragile e risoluta bambina la scrittrice vide Marietta, la figlia illegittima di Tintoretto, che sarebbe diventata artista, nascosta in abiti da maschio. Poi da quell’incontro inaspettato sarebbero nati due libri, il romanzo La lunga attesa dell’angelo (Rizzoli) nel 2008 e un anno dopo la ponderosa biografia Jacomo Tintoretto e i suoi figli (Rizzoli). Due testi diversissimi, ma parimenti frutto di una lunga ricerca d’archivio durata una decina di anni. Una ricerca di fatto mai terminata e a cui Mazzucco ha attinto anche per scrivere i testi che accompagnano il visitatore lungo la mostra di Tintoretto a Roma. Ma lasciamo la parola alla scrittrice: «Anni fa, per caso, mi ritrovai fra le mani la prima biografia di Marietta, apparsa nel 1584, quando sia lei che il padre erano vivi e potevano leggerla. E mi sono accorta che già lì si parlava della Tintoretta come artista, ma anche di figlia molto amata. E si sa che a quel tempo dei sentimenti non si parlava, erano sottintesi, o temuti come fonte di disordine, frutto di incantamento e magia. Proseguendo nelle ricerche, mi sono resa conto che Marietta era stata,- come artista, come persona e come leggenda – una creazione, quasi un’invenzione del padre».

Perciò nella storia ci sono state solo poche pittrici?

La storia dell’arte ne ha avute poche perché la pittura era un mestiere e non era previsto né auspicabile che una donna lavorasse. Alle donne era riservato un altro ruolo nella società. Tanto che oggi, con la rivoluzione culturale, politica e sessuale del Novecento ,ci sono tante artiste quanti artisti. Ma va la storia ci insegna che vi sono state più lavoratrici di quante pensiamo. Nella Fraglia dei Pittori di Venezia intorno al 1580 (l’epoca di Marietta) risultavano attive numerose donne capo-bottega. Si trattava per lo più di vedove o di figlie che proseguivano, talvolta con successo, il mestiere di un parente. Spesso, però, si dedicavano a una pittura minore: dipingevano tessuti, maaschere, carte da gioco, illustravano libri. Così il loro nome non è stato tramandato, e il loro ricordo si è perduto.

Non fu così, però, per Marietta.
No, ma non ebbe mai una bottega propria, lavorò in quella di Tintoretto. Del resto Il padre la educò a rifare se stesso: era il destino dei figli d’arte. Il sesso non aveva qui molta importanza: anche il fratello Domenico divenne capo-bottega solo dopo la morte del padre. Non sappiamo quanto Marietta riuscì a emulare il padre e a realizzare opere che lui poteva firmare. Sappiamo solo che sapeva disegnare bene, perché le sue esercitazioni sono sopravvissute. Il caso di Marietta – una pittrice senza opere – non è unico, e testimonia che al grande interesse suscitato dalla sua figura non corrispondeva un’uguale considerazione del suo lavoro. Poco dopo la sua morte i suoi quadri erano già dispersi.

L’arte di Tintoretto, intanto, dopo una lunga eclisse conosce una riscoperta. A partire dalla mostra al Prado del 2007. Sorprendente è stata anche l’esposizione di un trittico di sue opere alla Biennale di Venezia l’anno scorso.

Sono molto felice del rinnovato interesse intorno alla figura di Tintoretto. La scelta della curatrice della Biennale 2011, Bice Curiger, di inserire le sue opere tra quelle d’arte contemporanea, e quella delle Scuderie del Quirinale di dedicargli una personale, dimostrano che i tempi sono maturi per confrontarsi di nuovo con lui. Credo che la ragione del suo “ritorno” sia anche la ragione della sua sottovalutazione precedente. Tintoretto non è un pittore facile: non ha creato icone, o immagini gradevoli come Bellini, Tiziano, Raffaello. E non è stato neanche un pittore maledetto come Caravaggio benché anche lui abbia alimentato una leggenda di ribellione e anticonformismo. Non è catalogabile e sfugge a ogni definizione. La sua arte è insieme brutale e raffinata, artigianale e geniale, immediata e cerebrale, realistica e mistica. Personalmente sono affascinata dalla sua sperimentazione: è un artista che non si acquieta; che si cimenta con ogni genere, linguaggio, stile, e dipinge i suoi fantasmi sulla tela senza un rigido schema prestabilito, inseguendo la sua personale visione. Ma mi colpisce anche che crea pensando all’effetto delle sue immagini su chi guarda e su di sé. Dipinge dunque anche per sé, cosa rara, unica forse nella sua epoca. Crede insomma in un’arte che “muova”, ovvero smuova, commuova, coinvolga. Provoca, lusinga, irrita, comunque non lascia indifferente. Tintoretto si parla e mi parla, Tintoretto mi riguarda.

Da qui muovono i suoi testi per la mostra?

Parola e immagine si sfiorano, talvolta si intrecciano, ma non possono mai spiegarsi a vicenda e non si bastano. E’ la sfida che ogni artista, pittore o scrittore che sia.

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Povera sì, ma non di idee

Posted by Simona Maggiorelli su novembre 9, 2011

Pistoletto, Venere degli stracci

 Apre l’11 novembre al MADRE di Napoli un nuovo capitolo della mostra sull’Arte Povera che si snoda in vari musei italiani, da Milano a Bari. Una rassegna mosaico curata da Germano Celant e che invita a ripensare l’unico movimento artistico del secondo Novecento che , dall’Italia,  si è diffuso in tutto il mondo

di Simona Maggiorelli

Un enorme cumulo di abiti abbandonati sorgevano ai piedi di una diafana Venere. Tessuti stropicciati e ormai logori contrastavano con l’eleganza di linee e di forme di una ieratica scultura classica e canoviana. Da questo corto circuito fra registro alto e basso, fra marmo prezioso e poveri cenci, fra cacofonia di colori e bianco candido, scaturiva il dirompente impatto della Venere degli stracci di Michelangelo Pistoletto.

Era il 1967. E quella scultura sarebbe presto diventata una delle opere manifesto di una poetica nuova che, proprio in quell’anno, il ’67, Germano Celant chiamò Arte Povera, dando così un nome e una riconoscibilità a un multiforme modo di fare arte che rifiutava l’euforia della Pop Art e quell’estetica vuota e sgargiante di marca americana che, a partire dalla Biennale di Venezia del 1964, si era imposta come pensiero unico dell’arte occidentale.

Già nel dopoguerra e, prima ancora, durante la prigionia per attività partigiana, Mario Merz aveva preso a disegnare e a immaginare opere da abitare, come poetici igloo e semplici tende per una vita libera e nomade.

Mario Merz

Idealmente collegandosi ai poveri sacchi di juta che il medico Alberto Burri trasformava in opere astratte, di grande forza drammatica, negli anni in cui fu internato in un campo di concentramento a Hereford in Texas. I poveri gobbi di Burri, le sue tele lacere e corrose, arse e brunite come il sangue, furono una potente fonte di ispirazione poi per gli artisti più giovani, nati negli anni Quaranta, che (senza mai riunirsi in un gruppo esplicitamente) negli anni Sessanta e Settanta diventarono i “paladini” dell’Arte Povera: unico vero movimento di ricerca nelle arti visive che nel secondo Novecento abbia preso le mosse dall’Italia per diffondersi in tutta Europa e nel mondo.

E se lo schivo maestro umbro, Alberto Burri, indirettamente si fece mentore delle opere di nudo legno di Giuseppe Penone, delle sculture di corda di Eliseo Mattiacci, come degli spogli materassi di Pier Paolo Calzolari, un altro outsider, Luciano Fontana, dopo il suo

rientro in Italia nel ’47, con i suoi tagli e i suoi ambienti luminosi che aprivano a una spazialità nuova, fu l’ispiratore dei quadri specchianti di Pistoletto, ma anche (per l’uso del neon e l’apertura alla scienza) delle serie di Fibonacci di Merz e delle labirintiche sculture con mise en abîme di Giulio Paolini.

Penone, sculture di linfa

Ora, a quasi quarantacinque anni dalla nascita dell’Arte Povera, il critico Germano Celant propone di tornare a riflettere su questi e altri rami di un’avanguardia che usava materiali naturali e forme primarie cercando «di ridare un senso autentico alle nostre facoltà di vedere e sentire». Ci invita a ripensare l’Arte Povera e la sua ribellione all’estetica del capitalismo trionfante con un arcipelago di mostre che in otto città diverse ne stanno ripercorrono la storia. Da Milano a Bari, ogni esposizione mette a fuoco un aspetto specifico. Così alla Triennale di Milano, dal 24 ottobre scorso sono ricostruite le genealogie e l’intero arco di ricerca dell’Arte Povera, «mentre al Castello di Rivoli – racconta a left lo stesso Celant – viene riletto il significato dell’intero movimento alla luce del contesto internazionale». E ancora, alcune opere di protagonisti dell’Arte Povera prematuramente scomparsi, come Pino Pascali, sono ora riproposte alla GNAM di Roma, «mentre dal 6 ottobre scorso, al MAXXI, sono raccontati i lavori più recenti di maestri dell’Arte Povera come Gilberto Zorio», senza dimenticare che il museo del ventunesimo secolo progettato dall’architetto Hadid ha appena dato spazio a un’ampia retrospettiva di Michelangelo Pistoletto.

E ancora un’altra importante finestra sull’Arte Povera si apre l’11 novembre al MADRE di Napoli, dove prende vita la mostra Arte Povera più Azioni Povere 1968 facendo riferimento alla rassegna internazionale dallo stesso titolo, che si tenne negli Arsenali di Amalfi nell’ottobre del 1968. E ancora alla GAMeC di Bergamo il movimento “poverista” è raccontato in un percorso che straripa anche per le strade e per le piazze di Bergamo alta e al teatro Margherita di Bari. Insomma,

quella che ha preso avvio dal MAMbo di Bologna il 23 settembre scorso è una “mostra monstrum”, che si dipana nell’arco di più di un anno lungo tutta la penisola. Ad accompagnare l’evento è un monumentale catalogo pubblicato da Electa che, con i suoi trentadue saggi inediti, si candida a diventare una imprescindibile opera di riferimento per tutti i futuri studi sull’Arte Povera. Una pratica artistica e una filosofia, conclude Celant che in un’epoca di «mondializzazione dell’arte come quella stiamo vivendo, capace di integrare tutte le differenze riducendole a comodità, ha avuto il sapore di una ricerca davvero spiazzante e dirompente».

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Il circo Cattelan sbarca a New York

Posted by Simona Maggiorelli su novembre 7, 2011

di Simona Maggiorelli

Maurizio Cattelan

Quando mesi fa alla Biennale di Venezia, con una flotta di spettatori e appassionati d’arte, ci siamo ritrovati a naso in su per rimirare la lunga teoria di piccioni impagliati che Maurizio Cattelan ha schierato sui cornicioni, c’è venuto più di un dubbio che l’artista padovano volesse farsi beffe del nostro piccionesco ammirare un’opera di fatto inesistente. Il messaggio, a quanto pare, non era passato così forte e chiaro alla Biennale del 1997 dove per la prima volta Cattelan aveva tirato fuori dal cilindro i suoi assorti e attoniti piccioni. E memore di quel “perseverare… diabolicum” che rimbombava nella sua infanzia cattolica, ora ci riprova, reiterando la trovata alla personale che dal 4 novembre 2011 gli dedica il Guggenheim Museum di New York.

Mettendo ancora una volta a dura prova il malcapitato critico: gesto di rottura contro il mummificato sistema dell’arte internazionale? Barzelletta artistica? Opportunismo di mercato? Trovata pubblicitaria? Quando si parla di Maurizio Cattelan, l’artista italiano più pagato e gettonato del momento, saltano le categorie e sale l’imbarazzo nel leggere e interpretare opere e azioni artistiche che sembrano esaurirsi in un simpatico gesto provocatorio.

Come quella volta che, per vendicarsi delle esuberanti confidenze sessuali di un gallerista, Cattelan lo convinse a comparire in un Tableau vivant travestito da coniglio rosa. «Avevo obbligato il gallerista a indossare la sua ossessione» dice Cattelan al critico e sodale Francesco Bonami. «Così, sotto forma di arte, si poteva vedere la mania di una persona. La galleria era una trappola per fare fesse le ragazze – racconta Cattelan in Autobiografia non autorizzata (Mondadori) -. Ma ora le ragazze che arrivavano, anziché essere affascinate dal giovane, ne ridevano a crepapelle».

Wojtila visto da Cattelan

Altrove avrebbe detto poi che quella buffa mascherata poteva essere anche un autoritratto. Come quando, nel 2001, Cattelan si è ”incarnato” in un pupazzo che spunta dal pavimento del museo di Rotterdam rappresentando così il suo essere «un abusivo dell’arte» (lo confessa a Catherine Grenier nel nuovo libro intervista Un salto nel vuoto, Rizzoli).

O come quando ha raccontato sé stesso come un orsetto che pericolosamente va in triciclo su un filo sospeso a mezz’aria mentre il pubblico lo spia dal buco della serratura.

Ma sarebbe anche ingiusto dire che Cattelan sia solo questo. Come ricorda la curatrice della mostra  newyorkese Nancy Spector nel catalogo Maurizio Cattelan All (Guggenheim Skira), l’artista padovano è stato anche capace di ideare immagini dirompenti come papa Wojtyla colpito da un meteorite ne La nona ora (1999) e ha osato denunciare la criminale pazzia di Hitler rappresentandolo mentre prega in ginocchio (Him , 2001).

La Spector ha appeso quella statua a fili invisibili lasciandola sinistramente a dondolare nel vuoto, insieme ad altre immaginifiche “creature” dell’universo Cattelan, dall’asinello con la tv in groppa, al cavallo con la scritta INRI, senza dimenticare il Pinocchio riverso nella fontana di Franck Llloyd Wright, ideato nel 2008 proprio per il Guggenheim.

da left-avvenimenti

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La seduzione di Olimpia

Posted by Simona Maggiorelli su agosto 27, 2011

Dopo un’estate di discussioni giornalistiche sulle derive dell’arte contemporanea, sempre più autoreferenziale, affetta da bigness e staccata dalla vivere quotidianoe mentre nell’ambito filosofico si apre un dibattito sul nuovo realismo ( dopo  tanti nefandi anni di decostruzione e di pensiero debole) riproponiamo qui quanto il filosofo Maurizio Ferraris diceva a Left-Avvenimenti già nel 2007.

Maurizio Ferraris

Qualunque oggetto può essere opera d’arte? Fuori dalla truffa del mercato, la parola a un filosofo irriverente come Maurizio Ferraris che al tema ha dedicato un libro: La fidanzata automatica edito da Bompiani.

di Simona Maggiorelli

Dopo autorevoli libri di ermeneutica, di estetica e da studioso di Nietzsche, (ma anche dopo essersi esercitatosu un tema di solito poco frequentato dai filosofi come l’immaginazione),Maurizio Ferraris da qualche tempo ha cominciato a dedicarsi all’arte delpamphlet. E con molto profitto per il lettore. Affrontando corrosivamente questioni granitiche come la fede in agili volumi come Babbo Natale, Gesù Adulto. In cosa crede chi crede? (Bompiani). Ora, è da pochi giorni in libreria un suo nuovo saggio, La fidanzata automatica (Bompiani) percorso da una domanda quanto mai attuale: qualunque oggetto può essere arte? Ovvero quali sono le caratteristiche universali di un’opera d’arte, che possa davvero dirsi tale?

Per rispondere il filosofo torinese riprende un’idea di William James che fantasticava di una fanciulla automatica «assolutamente indistinguibile da una fanciulla spiritualmente animata» paragondola alla funzione di certi concerti, quadri, romanzi. A partire da qui Ferraris seduce il lettore lungo le vie di una nuova ontologia dell’arte.

Professor Ferraris, perché scrivere un’ontologia dell’arte. L’ermeneutica non basta più?

Nel Novecento è stato detto che qualunque cosa può essere un’opera d’arte. Se si accetta questo punto di vista non ha più senso dire che c’è una specifica ontologia dell’opera d’arte. Nel frattempo accadeva che la definizione non dipendeva più dagli oggetti, ma veniva a dipendere totalmente dagli interpreti. Neanche dagli artisti o dal pubblico, ma da interpreti più o meno auto- autorizzati che dicevano: “Questo è arte” , “Questo non è arte”. “Non ci sono opere d’ arte ma solo interpretazioni”. Questo mi è sempre sembrato che non cogliesse la realtà dell’arte.

Intanto la pretesa che qualunque cosa possa essere arte ha fatto breccia nel contemporaneo. Che ne pensa?

Perché ormai si tratta di vendere a un miliardario un pezzo unico. Una volta che l’hai convinto, la storia è finita lì. Per un film già funziona di meno. Un critico non può andare a dire nell’orecchio di ogni spettatore in milioni di luoghi sparsi per il mondo che si tratta di un’opera d’arte. Per una coincidenza in questo momento mentre parliamo mi trovo alla Biennale d’arte di Venezia. Sono nel genius loci di tutta la faccenda. Qui vengono “venduti” vari tipi di prodotti. Ci sono le opere esposte, talune belle, altre brutte, ma tutte impossibili da comprare, perché troppo care. E poi c’è un negozio, molto frequentato, dove si vendono bicchieri, cataloghi, libri. Ecco, se siamo in grado di fare un’ontologia di questi oggi del negozio, perché non dovremmo fare un’ontologia anche degli oggetti là che sono esposti nei padiglioni?

Jeff Koons

Nel libro scrive:«Dire che nell’arte si nasconde disonestà e mala fede sembra arretrato e provinciale». E poi aggiunge:«Ma arretrato e provinciale veniva considerato anche chi anni fa avanzava qualche dubbio sull’efficacia terapeutica e sui fondamenti scientifici della psicoanalisi ». Cioè?

Ci sono stati tanti birignao novecenteschi assai poco sensati. Fra questi c’era quello per cui uno non si dimenticava mai le cose ma semplicemente le rimuoveva. Uno non era un criminale di guerra ma semplicemente uno che aveva avuto un’infanzia difficile. Alla lettera. Perché la psicoanalisi trasforma le colpe vere e proprie in sensi di colpa: cioé cose che a rigore non hanno rilevanza penale. Accanto a questo modo di pensare prendeva campo l’idea che qualunque cosa, con una debita ermeneutica, possa diventare un’opera d’arte. Dopodiché li voglio vedere a tenersi in casa quella roba.

DuchampDuchamp con l idea dell’object trouvé e il suo orinatoio da museo, ha fatto male all’arte?

A suo modo ha avuto un’idea geniale. Ma se alla fine uno continua a mettere degli orinatoi nelle mostre sarà l’uomo dei sanitari, nessuno pensa più che sia un gesto geniale. Fra l’altro, il gesto di Duchamp segnalava già una profonda sfiducia nei confronti dell’arte, proprio per come la faccenda si stava mettendo. Un signore un po’ burlone all’inaugurazione di questa Biennale numero 52: aveva messo un sacco della spazzatura fra le opere. Le reazioni di molti spettatori erano esilaranti… Un famoso critico d’arte che ho incontrato a New York mi ha raccontato la sua esperienza durante l’allestimento della Biennale: “ stavano installando delle cose – mi ha detto – e io non riuscivo a capire se erano opere o pezzi di Eternit per riparazioni. Non avevo la più pallida idea”. Non è che per il solo fatto di far parte del mondo dell’arte uno sia immunizzato dalla domanda: ma questa sarà arte o spazzatura? Un grosso errore dell’ermeneuetica che ha reso impossibile un’ontologia dell’arte, è stato quello di assumere come paradigmatica un’eccezione. È paradigmatico quello che c’è adesso nel mondo dell’arte? Io penso di no. È semplicemente quello che c’è adesso, nel bene come nel male. Sicuramente nel Cinquecento le cose andavano diversamente. Certamente andavano in altro modo nel mille a.C.. Nella narrativa, per esempio, c’è stato un momento in cui gli autori non mettevano più i punti. Problema: i libri li compravano in dieci e gli autori si dovettero trovare un lavoro onesto.

Suscitare emozioni e sentimenti è una caratteristica ontologica dell’arte?

L’idea è questa: se uno vuole sapere la verità su una cosa non vede un film, ma un documentario, che semplicemente ti fa vedere come è la vita, poniamo, in India. Ma se uno va a sentire un concerto in India e esce dicendo” ho imparato molte cose”, vuol dire che il concerto non gli è piaciuto. Dire che un’opera mi ha insegnato qualcosa è come dirlo di una persona: è già un giudizio negativo. “Quel tizio sa tutto sulla caduta di Costantinopoli” è come dire che è l’essere più noioso di questa terra. Oppure dire “questo romanzo descrive molto bene quattro strade a Vicenza nel 1836”… Ostia che romanzo!

Pensando a certo surrealismo e ancor più all’art brut, possiamo dire che un’opera può generare anche malessere se ha un contenuto violento, deludente?

Credo che l’arte possa benissimo provocare malessere e delusione e questi sono sicuramente dei sentimenti. Solo che il gioco non può durare all’infinito. Risulta che gli esecutori di musica dodecafonica abbiano spesso dei disturbi psicosomatici. E allora uno pensa: il voluto urto neiconfronti delle nostre convenzioni musicali che viene dalla dodecafonia comporta delle disarmonie in coloro che le eseguono. Ma c’è un altro fatto. Una musica così colpisce, fa molta presa. Ma per quanto può durare? Non posso protrarre la rottura della convenzione all’infinito. Dal momento che non c’è più la convenzione non posso continuare a romperla. E poi mentre c’era questa inventiva molto spinta in avanti, c’era contemporaneamente un’enorme fioritura di arte popolare di mille tipi che ha avuto tutta una storia parallela, per carità decorosissima. LucianoBerio aveva visto che i Beatles erano rilevanti, perché era uno che sapeva vedere lontano, aveva capito che l’alternativa fra apocalittici e integrati non aveva ragion d’essere. Dal punto di vista dell’ontologia dell’arte, capire perché un’opera piace a milioni di persone è più significativo che capire perché piace a uno solo. Lì la spiegazione è semplice: quest’utente è uno scemo ed è stato convinto dal critico. È circonvenzione di incapace.

La creatività, secondo lei, “fa la specificità” dell’essere umano?

Sì certo. Tra l’altro adesso è molto messa in primo piano. In parte anche giustamente. Dal momento che tutto ciò che è routine è delegato alle macchine all’uomo resta la creatività. Sta di fatto che però che in giro di creatività se ne vede molto meno di quella che uno auspicherebbe.

Fin dalla Grecia antica si è parlato di malinconia e arte, ma forse si è equivocato sul potenziale creativo della malattia mentale?

Lo dice bene Pascal: “alcuni ubriaconi si consolano pensando che anche Alessandro Magno lo era. Ma allora dovresti anche fare tutte le conquiste che ha fatto lui. Sennò sei un ubriacone e basta. È un po’ così. Io sono persuaso che un certo tasso di disagio di vita nel mondo sia insieme causa ed effetto della malinconia dell’uomo di genio così come l’ha teorizzata Aristotele. Però noi abbiamo l’esempio luminoso di una un’infinità di malinconici che non sono dei geni ma semplicemente ci rovinano le giornate. Non è difficile vedere come spesso artisti e, ahimé, filosofi siano uomini originali. Anche se quando li vedi poi in consiglio di Facoltà è terribile.Poi, per tornare all’arte contemporanea, diciamo la verità: uno come Jeff Koons non è affatto uno strano. Faceva l’agente in borsa, è lucidissimo. Se avessi dei fondi di investimento li affiderei a Jeff Koons.

Lombroso, come molti neuroscienziati di oggi, sosteneva che la malattia così come la creatività hanno basi biologiche, ne faceva un fatto ereditario. Ma ricordava Carlo Flamigni: “quando negli Usa è stata creata una banca del seme con premi Nobel sono nati solo dei comuni cretini”…

Che ogni manifestazione spirituale abbia una base materiale mi sembra una cosa difficilmente contestabile. Dopodiché il cammino che, dalle basi neurologiche, porta all’opera è lungo e misterioso…Tutti noi penseremmo che spiegare la costituzione italiana in base a come era fatto il cervello dei costituenti sia un’opera ardua…

Cartesio ammetteva che la ragione non è nulla senza l’immaginazione, però il pensiero filosofico in larga parte ha ostracizzato la fantasia, le immagini, la creatività, sacrificandole al Logos, perché?

Io penso che ci sia stato un certo rispetto per la fantasia, per le immagini, come del resto è dimostrato proprio dalla frase di Cartesio che lei cita. Si potrebbero tirare in mezzo anche tanti altri di filosofi. Beninteso, ogni tanto ci sono problemi, diciamo così, di bottega. In fondo se Platone se la prende con i poeti è perché i poeti vogliono essere gli educatori della Grecia, quando vuole esserlo lui. A ben guardare, alla fine, si trovano molti più saggi scritti da filosofi di qualunque altra categoria professionale.

Left- Avvenimenti 2 novembre 2007

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