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Il coraggio di Benedetta Tobagi

Posted by Simona Maggiorelli su gennaio 2, 2014

Benedetta Tobagi

Benedetta Tobagi

“L’’Italia delle stragi mi fa pensare a una famiglia borghese che nasconde segreti innominabili come un abuso, un incesto o altri crimini vergognosi. Se anche il segreto viene alla luce e il velo d’ipocrisia si squarcia per un momento, ben presto lo schermo si ricompatta… Bisogna salvare la famiglia, le apparenze, il buon nome delle istituzioni, la ragion di Stato», scrive Benedetta Tobagi nelle prime pagine del suo nuovo libro Una stella incoronata di buio  pubblicato da Einaudi.

Un libro inchiesta che ha la prosa viva e bruciante di un’autobiografia. E in cui l’autrice tenacemente riesamina documenti, fotografie d’epoca, video, andando alla ricerca di quella verità che per anni è stata coperta e occultata e ancora fatica ad emergere.

Fondendo ricostruzione puntuale e partecipazione emotiva Benedetta Tobagi (in foto) ripercorre la storia della strage di piazza Fontana e poi di quella di Brescia, riesaminando i fatti senza mai perdere di vista le vittime e i loro affetti.

Benedetta Tobagi, Einaudi

Benedetta Tobagi, Einaudi

Il 28 maggio 1974, quando scoppiò la bomba in piazza della Loggia, a Brescia, lei non era ancora nata. E aveva appena tre anni quando, il 28 maggio 1980, i brigatisti uccisero suo padre, il giornalista Walter Tobagi. Un dramma che Benedetta ha rievocato in Come mi batte forte il tuo cuore (Einaudi, 2009), straordinario llbro-testimonianza che ha ricevuto numerosi riconoscimenti, fra i quali il Premio Pozzale Luigi Russo nel 2010.

Ora, provando a fare un passo ulteriore, Benedetta Tobagi riallaccia i fili della storia indagando gli anni che precedono l’assassinio di suo padre; a ritroso arrivando fino al’attentato in piazza della Loggia del 28 maggio 1974, «Una strage impunita», come recita il sottotitolo di Una stella incoronata di buio. In cui i veri protagonisti si chiamano Manlio e Livia. E poi Clem e Alberto. Sono i nomi di operai, studenti, insegnanti che, insieme ad altri, persero la vita in quella tragica mattina in cui si erano dati appuntamento in piazza per manifestare il proprio impegno antifascista. (Simona  Maggiorelli, dal settimanale left-avvenimenti)

Benedetta Tobagi è la figlia minore del giornalista Walter Tobagi assassinato dalla Brigata XXVIII marzo  il 28 maggio 1980.Laureata in filosofia, ha lavorato alcuni anni nella produzione audiovisiva, occupandosi in particolare di documentari , e in campo editoriale. Collabora con il quotidiano La Repubblica. Segue le attività di associazioni e centri di documentazione dedicati ai terrorismi e alle mafie (Rete degli archivi per non dimenticare).Il 5 luglio 2012 è stata nominata, in quota Pd al consiglio di amministrazione della RAI.

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Mondolfo, Gramsci e la crisi della sinistra oggi

Posted by Simona Maggiorelli su aprile 21, 2013

Luciano Canfora, Elisabetta Amalfitano, Simona  Maggiorelli. Ernesto Longobardi

Luciano Canfora, Elisabetta Amalfitano, Simona Maggiorelli. Ernesto Longobardi

di Simona Maggiorelli

Il libro della filosofa Elisabetta Amalfitano Dalla parte dell’essere umano, il socialismo di Rodolfo Mondolfo ( L’Asino d’oro edizioni) ha il merito di riproporci una figura di intellettuale piuttosto rara in Italia e ingiustamente trascurata dagli studi. Una figura di raffinato studioso della filosofia antica che nei suoi 99 anni di vita (Mondolfo era nato a Senigallia nel 1877 e morì nel 1976 a Buenos Aires) non separò mai studi accademici dall’impegno civile, portando avanti la propria ricerca come forma di resistenza antifascista perché tutta volta- basta vedere i suoi scritti sulla pedagogia – a risvegliare il senso critico, a dare strumenti di lettura della storia e del presente ai suoi studenti. Fra i quali a Torino forse ci fu anche Gramsci.

Un lavoro di insegnamento che Rodolfo Mondolfo svolse con grande coerenza, senza soluzione di continuità, prima nelle scuole superiori e poi all’Università di Torino, di Padova (1907) e di Bologna (1913-38), fin quando – dopo aver promosso e firmato il Manifesto degli intellettuali contro il fascismo – nel 1938 fu costretto dalle leggi razziali a cercare riparo a Buenos Aires.

Rodolfo Mondolfo intellettuale dal profilo non comune nel panorama italiano, dicevamo. Anche perché profondamente laico. Un aspetto indigesto all’establishment politico in Italia. Ancora oggi. Basta vedere il desolante mancato sostegno alla candidatura di Rodotà da parte del Pd  Alle giornate della Repubblica delle idee che, proprio qui a Bari, mentre parliano pretendono di mettere insieme scienza e fede.Oppure al neoconfessionalismo dei marxisti ratzingeriani, ovvero Pietro Barcellona e Mario Tronti, intellettuali organici del Pci e che oggi, dopo il crollo delle ideologie, sono diventati organici al Vaticano.

Luciano canfora, Elisabetta Amalfitano e Simona Maggiorelli

Luciano canfora, Elisabetta Amalfitano e Simona Maggiorelli

Rodolfo Mondolfo no. Da socialista e illuminista si oppose sempre a ogni forma di oscurantismo. Andando a spigolare validi anticorpi nel pensieri di filosofi come Giordano Bruno, Feuerbach, e Marx. Del quale – scrive Elisabetta Amalfitano- Mondolfo seppe dare una lettura originale, coniugandolo con Rousseau nel tentativo di superare la scissione cartesiana (fra corpo e mente, fra teoria e prassi). Il tentativo era quello di mettere al centro della propria riflession l’essere umano nella sua interezza, nella sua complessità di bisogni ed esigenze, che riguardano l’alimentazione, il lavoro, la salute, ma anche la formazione, la conoscenza, la qualità dei rapporti dei rapporti umani, la creatività. In questa chiave , ricostruisce Elisabetta , Mondolfo, lavorò all’ipotesi di una via riformista al socialismo, prendendo le distanze da ogni forma di materialismo metafisico e deterministico. E prendendo esplicitamente le distanze per esempio dalla proposta di Antonio Labriola: “Il suo materialismo dimentica che nella storia la realtà vera ed essenziale sono gli uomini”.

La libertà per Mondolfo era importante quanto l’uguaglianza e cercò per tutta la vita di elaborare una filosofia della prassi che riuscisse a coniugare questi elementi. Tacciato di moderatismo dai giovani Gramsci e Gobetti presi dal fuoco della rivoluzione bolscevica, il pensiero di Mondolfo apparve del tutto inattuale ai giovani del ’68 e ai fautori di una lettura strutturalista del marxismo quando, proprio nel ’68, pubblicò Umanesimo di Marx. Ma come ho avuto il piacere di dire anche in un’altra occasione a me pare che – superata quella fase storica – oggi il pensiero di Mondolfo offra invece molti spunti interessanti di riflessione a questa sinistra che ha urgente bisogno di ripensare e rilanciare la propria identità. Elisabetta Amalfitano, in questo suo appassionato libro, ne squaderna molti.

A cominciare dall’idea che la trasformazione sociale che per Mondolfo parte dalla trasformazione interiore degli individui. E dal rifiuto della violenza, in nome invece di una forza della praxis che significa anche resistenza, capacità di reagire, di proporre un pensiero. E ancora.

Lontanissimo dall’essere per la morte heideggeriano, Mondolfo – potremmo dire parafrasando quello che il professor Luciano Canfora ha scritto a proposito di di Arthur Rosenberg ne l’inquietante mestiere dello storico (Ll’uso politico dei paradigmi storici, Laterza) invita alla lotta, con i mezzi della ricerca storica e filologica, contro l’ideologia a base razzistica andata al potere nelle università tedesche nel 1933 e veleno che dilagava anche in Italia.

Luciano Canfora , Elisabetta Amalfitano e Simona Maggiorelli,

Luciano Canfora , Elisabetta Amalfitano e Simona Maggiorelli,

Per misurare tutta la distanza di Mondolfo dal pensiero conservatore basta leggere le pagine che Elisabetta dedica alla sua concezione delle masse che nel XXI secolo si sono affacciate da protagoniste sul palcoscenico della storia. Una concezione lontanissima da quella di Lombroso, ma anche da quella di Freud, che sulla scorta di Le Bon, in Psicologia delle masse e analisi dell’io (1921 libro molto amato da Mussolini) parlava delle masse come reviviscenza dell’orda primordiale e distruttiva, come lacrima di Batavia che basta che sia colpita in un punto perché finisca in mille schegge, una massa lavoratrice che secondo Freud ha sempre bisogno di un capo carismatico che le dia coesione. E di leggi che permettano la convivenza civile impedendo il fratricidio. Rodolfo Mondolfo, scrive Elisabetta Amalfitano, non aveva questa concezione pessimistica della massa. E per questo rifiutava anche l’idea della necessità di un partito novello principe che imponga dall’alto il cambiamento. Ma qui mi fermo, perché con noi c’è Il professor Luciano Canfora che molto di più può dirci sul rapporto fra Gramsci e Mondolfo.

Intervento introduttivo alla presentazione del libro di Elisabetta Amalfitano Dalla parte dell’essere umano, il socialismo di Rodolfo Mondolfo ( L’Asino d’oro edizioni), alla libreria Laterza di Bari, il 20 aprile 2013, con Luciano Canfora, Ernesto Longobardi, Maria Laterza e l’autrice

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Il ritorno di Confucio

Posted by Simona Maggiorelli su settembre 13, 2012

L’antico filosofo stigmatizzato da Mao come zavorra conservatrice è al centro di un sorprendente revival. La sinologa Anne Cheng denuncia le ragioni strumentali di questa riscoperta da parte del think thank del Partito

di Simona Maggiorelli

Festa per il compleanno di Confucio in Cina

Una statua di Confucio, un paio di anni fa spuntò improvvisamente in un luogo istituzionale e denso di scure memorie come piazza Tian’ammen, nel 1989 teatro della rivolta studentesca che il governo cinese represse nel sangue. Nel frattempo, anche nelle università cinesi si è ripreso a studiare Confucio e sono usciti nuovi lavori accademici per cercare di ricostruire filologicamente l’ancora incerto corpus delle opere di questo pensatore vissuto 2500 anni fa. Sul quale abbiamo poche informazioni sicure visto che la sua biografia fu scritta quattro secoli dopo la sua morte.

Ma oltre a dotte iniziative editoriali in Cina si segnalano anche film da blockbuster, sceneggiati e siti web dedicati a questa leggendaria figura e instant book che dispensano “pillole di saggezza” confuciana. Così nel Paese di Mao che aveva stigmatizzato Confucio come zavorra conservatrice, mettendolo al bando, si assiste più che a una riabilitazione a un vero e proprio revival. Non solo fra i ricchi imprenditori cinesi che troverebbero nelle pagine dell’antico studioso un rimedio allo stress di una vita frenetica all’insegna del motto «arricchirsi è glorioso» coniato da Deng. Ma anche fra un più ampio e indifferenziato pubblico questo maestro della misura, della ricerca di armonia e della morale tradizionale ha ripreso ad esercitare un forte appeal come dimostrano i milioni di copie vendute di alcuni libri come La vita felice secondo Confucio (pubblicato in Italia da Longanesi) della quarantenne consulente televisiva Yu Dan.

Un fenomeno così macroscopico e in controtendenza, dopo anni di svalutazione e ostracismo di Confucio (da Max Weber a Mao) che non può certo essere sfuggito all’occhiuto governo della Repubblica popolare cinese. La specialista di Confucio Anne Cheng, autrice di una Storia del pensiero cinese (Einaudi) tradotta in molte lingue venerdì 14 settembre sarà al Festivalfilosofia di Modena proprio per parlare di questo tema.

la sinologa Anne Cheng

Riguardo alla «febbre confuciana» che si registra oggi nell’Impero di mezzo, Cheng ha un’idea piuttosto interessante, ovvero che il governo cinese sia il vero deus ex machina di questa riscoperta. Dopo il fallimento della rivoluzione culturale (1966-1976) e di fronte alle pretese egemoniche dell’occidente industrializzato, il Partito comunista cinese (Pcc) ha promosso nell’ultimo trentennio un assiduo lavoro di ricerca degli “antecedenti”, delle radici cinesi che affondano nella storia antica, attraverso il restauro di edifici storici e il recupero di modelli filosofici autorevoli da contrapporre a quelli di un Occidente che, ancora a fine Novecento, pareva vincente su scala globale.

È in questo contesto che la vulgata confuciana passata indenne da una dinastia all’altra nel lungo medioevo cinese, improntando per secoli la vita politica e culturale del Paese ma anche il suo competitivo sistema scolastico, d’un tratto è tornata nuovamente “comoda” al potere. Tanto più nella congiuntura degli ultimi trent’anni, fra rapida crescita economica e “capitalismo di Stato”.

Così proprio mentre in Europa e negli Usa il capitalismo cominciava a mostrare un risvolto di disgregazione sociale, di edonismo e individualismo, spiega Anne Cheng, alcuni valori della tradizione confuciana come il senso del dovere, il rispetto della famiglia e dell’autorità, il lavoro assiduo, lo studio, la disciplina, insieme alla ricerca di armonia con l’ambiente, si sono rivelati strumenti utili per cercare di compattare un’identità nazionale sottoposta alle spinte centripete di un vertiginoso avanzamento economico e schiacciata da un mancato sviluppo democratico.

Una stampa che rappresenta Confucio

E ancora oggi capita che l’espressione «creare una società armoniosa» sia fra le più usate e abusate dall’apparato di partito ossessionato dall’ordine e dalla stabilità si Stato. Nelle sue lezioni al Collège de France (che si possono riascoltare sul sito http://www.college-de-france.fr) Anne Cheng fa un’approfondita disamina di questo “saccheggio” del vocabolario confuciano «in chiave visibilmente autoritaria, piegando il concetto di “società armoniosa” verso un’idea paternalistica delle relazioni fra governanti e governati». E non si tratta della prima volta per questo pensatore cinese del V secolo a.C.

Nei suoi studi Anne Cheng ha ricostruito la secolare storia degli usi ideologici e delle contraffazioni del pensiero confuciano, del resto – come accennavamo – non facile da restituire alla sua forma originale. Come scrive Maurizio Scarpari in Confucianesimo (Einaudi) la tradizione testuale delle opere del Nostro è assai ingarbugliata e lungo venticinque secoli di storia soggetta a continui rimaneggiamenti. Opere come I dialoghi  di Confucio  e I detti  composti dai suoi discepoli (nel 2006 pubblicati da Adelphi in nuova edizione), si sono strutturate nel tempo come uno stratificato palinsesto, in cui si può riscontrare l’eco di molte voci diverse e riscritture. Ma anche importanti scoperte archeologiche che in Cina negli ultimi decenni hanno portato alla luce una serie di frammenti di testo che sono simili a quelli de I dialoghi, hanno obbligato gli studiosi a rivedere  e ad analizzare più a fondo la natura del testo confuciano fatto di assemblaggi e di unità mobili. Al Festivalfilosofia di Modena la sinologa Anne Cheng traccerà anche un bilancio dei risultati di questi studi e di queste scoperte.

da left-avvenimenti  8-14 settembre

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L’Islam demonizzato dall’Occidente

Posted by Simona Maggiorelli su settembre 7, 2012

di Simona Maggiorelli

L’Oriente come invenzione dell’Occidente, immagine seducente ed esotica di un altrove ,a misura dei colonizzatori europei. E per questo visto in un auspicato stato di minorità. Nel suo celebre saggio Orientalismo uscito nel 1978 e pubblicato in Italia da Feltrinelli nel  1999, Edward W. Said squarciava il velo su una lunga tradizione europea di studi sul mondo arabo mettendo alla sbarra poeti come Dante, scrittori come Byron, come Flaubert e molti altri nomi illustri.

Di origine palestinese – Said era nato nel 1935 a Gerusalemme allora parte del Mandato britannico della Palestina-, docente di letteratura comparata alla Columbia University, raffinato saggista fra musica classica, arti e letteratura (vedi, per esempio, il suo Lo stile tardo, Il Saggiatore, 2009) opinionista e intellettuale laico e impegnato, Edward Said ha contribuito attivamente al dialogo fra Usa, Europa e mondo arabo. Mostrando le molteplici sfaccettature di quella complessa galassia araba e musulmana di cui i  media perlopiù tratteggiano un’immagine distorta e appiattita. Proprio in Covering Islam, uscito nel 1980 e ora riproposto in Italia da Transeuropa, Said smaschera la mistificazione compiuta da un violento sguardo occidentale che demonizza l’Islam facendone così il nemico da combattere. Un libro che indirettamente invita a rileggere gli importanti lavori che Said ha dedicato alla bruciante e ancora oggi irrisolta questione palestinese. Transeuropa, così, recupera e pubblica un importante titolo dell’intellettuale palestinese scomparso il  24 settembre del 2003. Un volume che analizza i pregiudizi e le violente distorsioni occidentali  che ancora persistono riguardo alla galassia musulmana. Eccone un significativo  estratto.

COVERING ISLAM

di Edward W Said

Edward W:Said

Dalla fine del XVIII secolo fino ai nostri giorni, nel rapporto dell’Occidente con l’Islam ha prevalso un tipo di pensiero estremamente riduttivo che possiamo definire con il termine di orientalismo. La concezione orientalista si basa su una geografia immaginaria, drasticamente polarizzata, che divide il mondo in due parti diseguali, quella più grande e “differente” è chiamata Oriente, e l’altra, conosciuta come il “nostro” mondo, è detta Occidente. Tale separazione avviene sempre quando una società medita sulle culture differenti; e tuttavia, è interessante notare che l’Oriente, anche quando giudicato come la parte inferiore del mondo, è stato considerato sia di dimensioni più estese, sia dotato di una forza potenziale più grande (di solito distruttiva) rispetto all’Occidente. Dal momento che l’Islam è stato sempre visto come parte integrante dell’Oriente, entro il quadro generale dell’orientalismo, il suo destino è stato quello di essere ritenuto un’entità monolitica, capace di suscitare ostilità e paura alquanto particolari. Vi sono ovviamente molte spiegazioni religiose, psicologiche e politiche, ma tutti questi motivi derivano dal fatto che, sebbene l’Occidente ne sia interessato, l’Islam rappresenta sia un avversario temibile sia una continua sfida alla cristianità. Durante gran parte del Medioevo e all’inizio del Rinascimento in Europa si credeva che l’Islam fosse una religione demoniaca, fonte di eresia, blasfemia e oscurità. Era irrilevante che i musulmani considerassero Maometto un profeta e non un dio; ai cristiani importava solo che Maometto fosse un falso profeta, un seminatore di discordia, un lussurioso, un ipocrita e un emissario del diavolo. Questi giudizi su Maometto derivavano dal fatto che, nel corso della storia, l’Islam aveva assunto una considerevole forza politica. Per centinaia di anni grandi armate e flotte islamiche hanno minacciato l’Europa, distrutto gli avamposti e colonizzato i suoi domini… Persino quando il mondo islamico entrò in un periodo di declino, la paura dei “maomettani” persistette. Più vicina all’Europa delle altri religioni non cristiane, l’Islam, per la sua estrema prossimità, continuava, in modo permanente, a disturbare l’Occidente con il suo potere non manifesto. Le altre grandi civiltà dell’est – tra le quali India e Cina – potevano essere considerate sia sconfitte sia distanti e, pertanto, non erano una preoccupazione costante. Solo l’Islam sembrava non essersi mai sottomesso completamente all’Occidente, cosicché ancora una volta, in seguito al drammatico incremento del prezzo del petrolio all’inizio degli anni 70, il mondo musulmano è parso sul punto di ripetere le conquiste del passato e l’intero Occidente è sembrato rabbrividire. L’emergere del “terrorismo islamico” negli anni 80 e 90 ha reso la paura più profonda e intensa. Nel 1978 poi l’Iran balzò in primo piano, divenendo fonte di ansie e preoccupazioni per gli americani, dato che prima d’ora quasi nessuna nazione, tanto distante e diversa dagli Usa, li aveva impegnati così intensamente. Gli americani mai erano apparsi così paralizzati. Pertanto, non si poteva affatto ignorare l’Iran, un paese che per tanti aspetti li contrastava, quasi con un’aria di sfida. Nel periodo in cui scarseggiava l’energia, il maggior fornitore di petrolio era proprio l’Iran, in una regione del mondo considerata instabile e strategicamente vitale. Nel corso di un anno di rivolte quell’alleato importante perse legittimità nei calcoli geopolitici Usa. Un evento così sconvolgente non avveniva dalla rivoluzione d’ottobre del 1917. Stava emergendo un nuovo ordine che, denominatosi islamico, si mostrava popolare e anti-imperialista…

Se si considerano romanzi acclamati dalla critica come Alla curva del fiume di V. S. Naipaul e Il colpo di stato di John Updike, oppure i libri di storia diffusi nelle scuole, i fumetti, i serial tv, i film e i cartoni animati, l’iconografia dell’Islam appare uniforme. Si era radicata nel tempo una visione dell’Islam monolitica, dalla quale derivano le frequenti caricature dei musulmani, raffigurati come fornitori di petrolio, terroristi e come folle assetate di sangue. Ogniqualvolta romanzieri, reporter, strateghi-politici ed “esperti” trattano l’“Islam”, vale a dire l’Islam che è attualmente in vigore in Iran e in altre parti del mondo musulmano, pare che non vi possano essere distinzioni tra il fervore religioso e la lotta per una giusta causa, tra la normale debolezza umana e il conflitto politico; il corso della storia fatta da uomini, donne e società non è contemplato come un umano divenire. L’“Islam” sembra fagocitare i variegati aspetti del mondo musulmano, tutti riconducibili in una speciale entità malvagia, priva di ragione. Così, tende a prevalere la più cruda forma di scontro tra le parti, un antagonismo tra noi e loro, a discapito di analisi e comprensione. Qualunque cosa gli iraniani o i musulmani dicano sul loro senso di giustizia, sulla loro storia di oppressione, sulla loro visione della loro società, sembra irrilevante… si denunciano le impiccagioni in Iran, le leggi teocratiche, ma ovviamente nessuno ha mai considerato il massacro di Jonestown, l’attentato di Oklahoma, terribilmente distruttivo, o la devastazione dell’Indocina, eventi commessi dalla cristianità, oppure in senso lato dall’Occidente e dalla cultura americana; una tale similitudine è valida solamente per l’“Islam”.

Perché l’“Islam” è spesso riconducibile in modo pavloviano a un’intera serie di eventi politici, culturali, sociali e perfino economici? Cosa c’è nell’Islam che provoca una reazione così irrefrenabile? Cosa rende differente l’“Islam” e il mondo islamico dall’Occidente? Queste non sono domande banali, pertanto è necessario rispondere con molte analisi e differenziazioni. Le etichette che pretendono di definire realtà molto vaste e complesse sono notoriamente vaghe e, allo stesso tempo, inevitabili. Ma fra tutte le persone che pronunciano tali definizioni in modo aggressivo e con fermezza, quante padroneggiano gli aspetti della giurisprudenza islamica, oppure conoscono le lingue parlate nel mondo islamico? Pochissime, ma ciò non impedisce alle persone d’indicare con fiducia “Islam” e “Occidente”, credendo di saper esattamente ciò di cui stanno parlando. Per questo motivo dobbiamo considerare seriamente le etichette. Le definizioni sono ideologiche e, rimanendo intatte nel corso dei secoli, sono state capaci di adattarsi al mutare degli eventi e delle situazioni…

Islam contro l’Occidente: questo è un terreno fertile per una vasta gamma di variazioni. Le tesi che prevalgono sono infatti Europa contro Islam e America contro Islam. Ma i rapporti reali con l’Occidente sono piuttosto differenti e, nel complesso, giocano anche un ruolo significativo. A proposito è necessario evidenziare le differenze fondamentali tra la conoscenza dell’Islam degli americani e degli europei. Francia e Inghilterra, per esempio, fino a poco tempo fa possedevano grandi imperi musulmani. Inoltre milioni di musulmani provenienti dall’Africa e dall’Asia attualmente vivono nelle città francesi e inglesi. Tutto ciò ha influito nel campo dell’orientalismo accademico, ben strutturato in Europa. Nessuna di queste esperienze appartiene alla storia degli Usa, nonostante la popolazione musulmana residente sia in continuo aumento e, mai prima d’ora, così tanti americani abbiano scritto, pensato e parlato dell’Islam. In America l’assenza di un passato coloniale, nonché la scarsa tradizione di studi sull’Islam, contribuisce a rendere l’attuale ossessione piuttosto particolare, più astratta.

Nell’Europa moderna l’interesse nei confronti dell’Islam si sviluppò tra la fine del XVIII e l’inizio del XIX secolo nel cosiddetto periodo di “rinascimento orientale”, nel quale gli studiosi francesi e britannici riscoprirono “l’Est”, ossia l’India, la Cina, il Giappone, la Mesopotamia e la Terra Santa. L’Islam era visto, nel bene o nel male, come parte dell’Oriente, dotato di mistero, esotismo, corruzione e di un potere latente.  Nonostante le forti ostilità tra l’Europa e l’Islam, gli scambi non furono mai interrotti, coinvolsero la sfera dell’immaginazione e delle arti raffinate, per esempio influenzando poeti, romanzieri e studiosi come Goethe, Gerard de Nerval, Richard Burton, Flaubert e Luis Massignon. Eppure, malgrado questi artisti e altri come loro, l’Islam non è mai stato accolto in Europa. La maggior parte dei grandi filosofi della storia, da Hegel a Spengler, hanno giudicato l’Islam con scarso entusiasmo. Eccetto qualche raro interesse nei confronti di mistici sufi e scrittori, le mode europee nei confronti della “saggezza dell’Est” raramente includono saggi e poeti musulmani. Omar Khayyàm, Harun al-Rashid, Sindbad, Alladin, Hajji Baba, Scheherazade, Saladin, costituiscono più o meno l’intera lista dei personaggi islamici conosciuti dagli europei più colti. Verso la fine del XIX secolo, con l’emergere del nazionalismo islamico in Asia e in Africa, l’opinione comunemente accettata riteneva che le colonie musulmane sarebbero dovute rimanere sotto la tutela europea, sia perché fonte di guadagno, sia perché, essendo paesi sottosviluppati, avevano bisogno della disciplina occidentale. Nonostante il razzismo diffuso e gli attacchi contro il mondo musulmano, gli europei espressero molto chiaramente ciò che l’Islam significasse per loro. Le rappresentazioni dell’Islam infatti hanno influenzato tutta la cultura europea – studi, arte, letteratura, musica – fino ai nostri giorni. Molti governi europei, inoltre, hanno intrapreso una politica di dialogo culturale con i paesi musulmani e arabi che ha dato origine a seminari, conferenze e traduzioni di libri. Tutto ciò è assente negli Usa, in quanto l’Islam è fondamentalmente una questione politica che impegna il Council on Foreign Relations, un “pericolo” militare… Le crisi politiche quasi sempre offrono l’occasione per intavolare dibattiti sull’Islam, coinvolgendo persone più o meno esperte. È estremamente raro leggere articoli che informano sulla cultura islamica sul New York Review of Books, per esempio, o sull’Harper’s Bazaar. Pare che l’Islam desti l’attenzione solo quando scoppia una bomba in Arabia Saudita, oppure quando l’Iran minaccia di attaccare gli Stati Uniti.

da left-avvenimenti

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La polis, falso mito democratico

Posted by Simona Maggiorelli su maggio 26, 2012

In Grecia solo alcuni uomini erano liberi. Donne, bambini e immigrati non lo erano. Ma l’Occidente ha ricostruito ad hoc un passato in cui specchiarsi. «Inventando pericolose radici per giustificare il presente» dice il filologo Maurizio Bettini, che il 29 settembre presenta i suo ultimo libro Contro le radici alla libreria Amore e psiche di Roma

di Simona Maggiorelli

Teatro Epidauro

La polis come modello di democrazia. L’agorà come spazio pubblico e civile. Topoi che ritornano nel dibattito culturale. In questa Italia dove poco si legge mentre i festival colti fioriscono in ogni dove. Affollatissimi. Da Modena a Sarzana a Torino dove, ora, le Settimane della politica invitano a riflettere proprio su «il ritorno della piazza». (Anche come luogo di rivolta, come abbiamo visto in Nord Africa). Fuor di metafora, per tornare a interrogare la parola agorà nel suo vero significato storico, abbiamo rivolto alcune domande al filologo e grecista Maurizio Bettini, autore – con Mario Vegetti, Eva Cantarella, Valentina Gazzaniga, Maria Michela Sassi e un nutrito gruppo di giovani studiosi – del volume La Grecia (EncycloMedia), un libro di oltre mille pagine che esplora il mondo antico sotto molteplici aspetti: filosofia, diritto, letteratura, storia, medicina, sessualità, arte,  musica e molto altro.
Professor Bettini, la polis coincise davvero con l’invenzione della democrazia? Ne La Grecia lo storico Marco Bettalli scrive che la polis non fu affatto una struttura che permetteva agli uomini di essere liberi. Ma solo ad alcuni uomini.
E’ curioso come, nel linguaggio corrente, si usi l’espressione “inventare” a proposito di fenomeni come la democrazia o addirittura la libertà di pensiero. Quasi si stesse parlando dell’aspirapolvere. Certe cose non si inventano, si tratta di fenomeni che si formano progressivamente e che non nascono in un solo luogo. Il fatto è che leggiamo poco, o meglio, amiamo leggere solo cose che ci confermino in quel che già pensiamo. Per quel che riguarda la democrazia si ripete gloriosamente che è nata ad Atene. Eppure un bellissimo volume curato da Marcel Detienne, Qui veut prendre la parole?, ha mostrato chiaramente che pratiche di tipo assembleare, con pubbliche decisioni, sono esistite ovunque, dall’Africa a Giappone medioevale, e che fra tutte queste diverse forme di organizzazione pubblica ci sono scarti e sfumature di grande interesse. Il fatto è che a molti fa piacere pensare che siano stati i Greci a “inventare” la democrazia per il semplice fatto che (così crediamo) i Greci siamo noi, i Greci sono i nostri padri e antenati e di conseguenza siamo noi occidentali che siamo i legittimi detentori della democrazia. E’ sempre il solito gioco di ricostruirsi le tradizioni a proprio uso e consumo, non perché ci interessi veramente capire il passato, ma perché vogliamo giustificare il presente.

Maurizio Bettini

Eva Cantarella nel vostro libro ricorda che le donne non partecipavano alla vita dell’agorà. In una società in cui i cittadini si formavano nella «paideia omoerotica», lo spazio pubblico era teatro per soli uomini?
Certo, lo spazio pubblico era riservato ai soli uomini: e non solo perché i Greci praticavano l’omoerotismo, ma perché ad Atene solo i maschi adulti e figli di cittadini entrambi ateniesi potevano avere un ruolo nella vita pubblica. Donne, bambini, schiavi, meteci (ossia persone provenienti da fuori Atene) non godevano di questo diritto. Come diceva Saint-Just: «i diritti dell’uomo avrebbero causato la rovina di Atene o di Lacedemone».

La grecia

I Greci non si definivano politeisti. Fu il filosofo Filone di Alessandria  a coniare il termine, lei nota. C’era un elemento di  laica apertura mentale nell’accogliere nell’Olimpo greco le divinità di altri popoli?
Filone, vissuto nel I d. C. ad Alessandria, usa il termine «polytheia» per rivendicare, contro la pluralità degli dei greci, l’unicità del dio ebraico. I Greci insomma non si sarebbero mai definiti “politeisti”, ma semplicemente religiosi: poteva chiamarli “politeisti” solo una persona che apparteneva a una cultura altra, diversa, e quindi li guardava da fuori. Le parole hanno spesso una storia interessante. Il termine “monoteismo”, ossia culto di un solo dio (monos e theos), non è greco, e neppure giudaico, ma moderno. Fu coniato dal filosofo inglese Henry More, alla fine del Seicento, per contrapporre il cristianesimo sia al “politeismo” pagano, considerato una forma di ateismo, sia però anche alla religione ebraica. Il fatto è che il monoteismo, per sua natura, è esclusivo («non avrai altro Dio al di fuori di me»). Del resto Dio noi lo scriviamo con la maiuscola, la sua esclusività è diventata anche una regola grammaticale. E i risultati di tutto ciò in questi duemila anni si sono visti. Anzi, purtroppo si continuano a vedere. Il monoteismo impone che un solo dio sia quello “vero”, tutti gli altri sono “falsi” dèi (Idoli, demoni, imposture) e vanno perciò combattuti. Al contrario per i Greci gli dèi erano tanti, a tal punto che non li si conosceva neppure tutti, e come tali anche gli dèi degli altri meritavano rispetto: anzi, le divinità si potevano “tradurre” le une nelle altre, per questo, ad esempio, Erodoto poteva dire che gli Sciti chiamavano Zeus “Papaios”. Non diceva che Papaios era un ‘falso’ Zeus. Ma certo non si potrebbe dire che i musulmani chiamano Allah il Dio dei cristiani: o l’uno o l’altro.

Il valore de La Grecia si deve anche al suo carattere multidisciplinare. Quanto è importante scrivere una storia della Grecia antica che la metta in relazione con quella di altri popoli, per esempio del Vicino Oriente, anche per comprendere la complessità delle cosiddette radici europee?
Certo, è fondamentale. Negli studi sulla cultura greca lo si sta facendo da un paio di decenni. In questo stesso volume di Encyclomedia vi sono del resto tantissimi rimandi alle civiltà del Vicino Oriente, a cui la civiltà greca deve molto. Per quasi due secoli, dagli inizi dell’Ottocento, si è voluto fare dei Greci una civiltà separata, miracolosa, che non doveva nulla a “semiti” o egiziani, considerati come appartenenti a una razza inferiore. Curtius sosteneva addirittura che i Greci erano in realtà degli invasori germanici che, scesi nella penisola e trovandosi sulle sponde di un mare caldo e meraviglioso, avevano potuto sviluppare a meglio il loro genio. Fantasie dotte, al solito, giochi di ricostruzione della tradizione culturale a vantaggio di interessi e ideologie del presente. A questo proposito ho scritto un libretto Contro le radici, appena uscito dal Mulino, in cui io ho voluto mettere in evidenza quanto sia non solo fuorviante, ma anche in certi casi pericoloso, giocare a questo gioco delle ‘nostre radici’: classiche, cristiane, giudaico-cristiane o classico-cristiane che siano.

da left-avvenimenti 26 maggio 2012

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Ladri di bambini

Posted by Simona Maggiorelli su maggio 19, 2012

Il regime di Francisco Franco in Spagna rapiva i figli dei partigiani per darli a famiglie vicine alla dittatura. Si parla di oltre 30mila neonati rapiti. E venduti con l’aiuto della Chiesa

di Simona Maggiorelli

Gerarchie ecclesiastiche fedeli al regime di Franco

All’inizio della dittatura franchista fu ideato e usato come strumento di repressione politica. Il regime toglieva i neonati alle madri sospettate di idee socialiste, anarchiche o repubblicane per darli a famiglie vicine al regime, politicamente e religiosamente “corrette”. Secondo Francisco Franco questo era un modo per impedire che il virus della rivoluzione si diffondesse. Così la prassi di rubare i bambini ai partigiani si consolidò in Spagna negli anni Quaranta  e Cinquanta. Per proseguire poi ben oltre la caduta del regime e la morte di Franco, avvenuta nel 1975.

Poi questa prassi criminale diventò un business per un’ampia rete di istituti religiosi e apparati di Stato. E talmente redditizio e così radicato da continuare indisturbato durante la cosiddetta transizione democratica “morbida”.
L’ideologo dell’operazione per conto del dittatore Franco fu Antonio Vallejo Naiera, uno psichiatra militare che teorizzava la superiorità della “razza ispanica” e il diritto a sottomettere quelle “inferiori”, come erano ritenuti “los rojos” (i rossi) antifascisti. Il braccio armato del traffico criminale furono le insospettabili suore di ospedali ed enti cattolici. In cambio di denaro erano loro a stilare falsi certificati di morte dei neonati da mostrare alle madri naturali prima di da affidarli, sotto falso nome, ad altre famiglie.

I bambini rubati furono almeno 30mila. Lo ha stimato il giudice Baltasar Garzon che per primo nel 2009 ha avviato un’indagine (poi archiviata) sui desaparecidos del franchismo. Una cifra confermata dagli studi di Randy Ryder, storico di origini catalane che vive ad Austin negli Usa. È anche lui una delle tante vittime. Sua madre era sterile e suo padre, Rudolph Ryder, prima di morire ha detto di aver versato 5mila dollari alla clinica di San Ramon di Malaga per avere un bimbo in adozione. Ryder ha fatto ricerche minuziose in particolare sul Patronato di Sainte Paul. Questa istituzione religiosa fra il 1944 e il 1954 ha fornito al ministero di Giustizia franchista circa 31mila neonati per rispondere ad ordini di adozione di famiglie fedeli al regime. Si trattava di figli di militanti repubblicani, provenienti da 258 ospedali diversi.
I responsabili, dunque, sono ben conosciuti. Le dimensioni dello scandalo molto meno. Secondo le associazioni iberiche impegnate nella ricerca dei “niños robados”, non si può escludere che il numero delle adozioni illegali possa essere dieci volte superiore a quello calcolato da Garzon: si parla di circa 300mila vittime vendute fino agli anni Novanta inoltrati. Per fare piena luce sulla vicenda, il fascicolo è stato riaperto nella seconda metà del 2011. In base alle prime verifiche tuttora in corso su un migliaio di casi, Antonio Barroso Berrocal, il presidente di Anadir (che ha fondato una speciale banca dati del Dna e riunisce centinaia di possibili vittime: genitori, figli, fratelli) ha osservato di recente che la Spagna è stata per decenni una sorta di  «supermercato mondiale» della compravendita di neonati. Durante il regime clericofascista di Franco e anche oltre, numerosi «cittadini stranieri sono venuti per comprare neonati in forma illegale», dice Berrocal. Ma il traffico «si è sviluppato soprattutto nel Paese, con la complicità di medici, infermiere, suore, levatrici e forze di polizia. Solo in alcuni casi i compratori venivano ingannati, dicendo loro che i bimbi erano figli abbandonati, di prostitute o di tossicomani».

E non è l’unica testimonianza. Negli ultimi anni anche i media spagnoli hanno cominciato ad occuparsi di questa inaccettabile tratta di esseri umani. E sono state decine e decine le storie che sono venute finalmente alla luce. Anche grazie a programmi tv come la versione spagnola di “Chi l’ha visto?”. Suscitando una forte indignazione nella parte nell’opinione pubblica. Specie quella più laica. Adesso anche intellettuali e scrittori cominciano a far sentire la propria voce. Fra questi anche autori popolari come Almudena Grandes. L’autrice de Le età d Lulù è stata di recente a Torino, ospite del Salone del libro di Torino che ha scelto la Spagna come Paese ospite. Il 12 maggio ha  presentato in fiera il suo ultimo libro, Inés e l’allegria (Guanda), un romanzo storico che ricostruisce alcuni episodi poco noti della resistenza spagnola e il ruolo fondamentale che vi ebbero le donne. Incontrandola, l’accento del colloquio è subito caduto su questa vicenda tristemente simile a quella dei desaparecidos e degli hijos (figli) rapiti dalle milizie fasciste durante l’ultima dittatura argentina.
«La Spagna ha molti primati. Noi abbiamo sperimentato tutto per primi- commenta ironica la scrittrice -. Compreso questo sistema violento adottato poi dalla dittatura argentina. Purtroppo, quasi tutto l’orrore del XX secolo è cominciato da noi». Chi teorizzò questo sistema agghiacciante? «Con psichiatri e medici compiacenti il regime franchista decise che il marxismo era un gene. E che era il gene del male. Per questo andava estirpato dai bambini fin dalla nascita. Dicevano che bisognava salvarli dal contagio marxista e socialista. Con questo pensiero – continua la scrittrice – cominciarono a strappare i figli alle partigiane, alle donne che avevano in mariti in clandestinità, per fiaccarli anche togliendo loro gli affetti». Dunque un’operazione pianificata a tavolino? «Gli uomini di Franco presero una decisione lucida, dal loro punto di vista scientifica, certamente sistematica» sottolinea la Grandes. E aggiunge: «Ancora dopo la guerra nelle carceri femminili rubavano i figli alle prigioniere politiche, se un bimbo si ammalava lo portavano in infermeria e non tornava più. Alla madre dicevano che era morto. Addirittura il regime aveva aperto un carcere speciale per le donne che allattavano in modo da avere sotto controllo loro e i loro bebé».

Quanto al traffico di adozioni illegali che divenne lucroso affare per enti “benefici” e religiosi fino dagli anni Settanta. «Già, partigiane in età fertile non ve n’erano più tante -commenta sarcastica Grandes -così hanno cominciato ad attingere ad altre fonti: donne sole, ragazze madri, disagiate. Medici e suore si approfittavano dell’anello più debole della società. Erano persone sole, senza gli strumenti necessari per portare avanti una protesta e opporsi a questo orrore. Chi si sentiva dire da un medico o da un prete che il proprio figlio era morto, pur sospettando la menzogna non aveva nessuna possibilità di replica, di agire o di reagire. Non bisogna dimenticare poi- conclude la scrittrice – che il regime aveva imposto un tale terrore che nessuno osava parlare». Sotto la dittatura, la consegna al silenzio e la paura era d’obbligo. Nessuno per decenni ha avuto il coraggio di denunciare. Ma negli ultimi anni testamenti e confessioni hanno cominciato ad aprire una breccia nel muro di omertà. Ci sono genitori adottivi che hanno rivelato di aver avuto bambini da istituzioni religiose, con falsi certificati di nascita. Coperti dalla legge del 4 dicembre del 1941 che permetteva di registrare con un diverso nome i figli di prigionieri, esiliati e clandestini. Alcune suore hanno confessato il proprio ruolo in organizzazioni di carità che in verità vendevano bambini rapiti. Altre come suor Maria Gomez Valbuena, imputata di 260 casi di bambini spariti, in tribunale a Madrid lo scorso 14 aprile si avvalsa della facoltà di non parlare. Sul quotidiano El Pais ha fatto molto scalpore il caso di una donna, Liberia Hernandez, che da anni cercava la propria madre naturale. Arturo Reyes, invece, ha scoperto la verità in occasione di uno spostamento dei resti di quello che credeva suo figlio al cimitero andaluso di Cadix. Una cosa simile è accaduta a Francesca Pinto. In Andalusia, a poco a poco, sono stati documentati 300 casi analoghi. Per l’opinione pubblica è stato uno choc. Ne è nata una spontanea raccolta di firme per la riapertura immediata delle fosse comuni. C’è poi il caso di una suora di clausura che ha inaspettatamente rotto il suo lunghissimo silenzio a 73 anni, rivelando un traffico di neonato avvenuto per anni nel reparto maternità di una clinica di Tenerife. Si è scoperto così che la capillare organizzazione criminale ha continuato a funzionare a pieno regime fino alla fine degli anni 70, vendendo decine di migliaia di bambini. Ma la legge sull’amnistia varata nel 1977 ha messo tutto a tacere. Impedisce ancora oggi di rendere giustizia alle vittime. Nel 2008 le associazioni delle vittime hanno chiesto al governo socialista guidato da Josè Luis Zapatero di metterla in discussione, ottenendo inspiegabilmente un netto rifiuto.

Suor Maria Gomez Valbuena

Al termine del mandato di Zapatero sono tornate alla carica con il suo successore, il conservatore Mariano Rajoy, sollecitando l’avvio di un’inchiesta parlamentare. Incassando anche in questo caso un secco no. Per tutta risposta, le vittime hanno deciso di cambiare strategia e di accendere i riflettori sulla vicenda attraverso una grande manifestazione pubblica che si è tenuta a Madrid il 27 gennaio scorso davanti agli uffici del procuratore generale dello Stato. La Spagna fiaccata dalla crisi economica ha reagito tiepidamente dopo una iniziale fiammata dei media che hanno dato risalto alla notizia dando nuovamente voce ai “survivors”. A persone come Carmen, per esempio, che ha passato 42 anni a cercare una sorella, nata cinque minuti dopo di lei nell’ospedale Donnell di Madrid, noto anche come clinica del Generalissimo Franco. Alla madre era stato detto che la sua seconda bambina era morta. «Ai giornalisti e a tanti lettori piacciono sempre queste storie che “sentimentalizzano” l’ingiustizia; il rapimento di poveri bambini è un bell’argomento per riempire le pagine dei giornali e per riempirci di santa indignazione» sentenzia amaro lo scrittore spagnolo José Ovejero, anche lui a Torino per presentare il suo ultimo libro Come sono strani gli uomini (Voland).

«Certamente è una tragedia – precisa Ovejero -, una delle molte provocate per un regime che considerava gli oppositori come non-persone. I franchisti si sentivano in diritto di impiccare uomini e donne che non la pensavano come loro, allo stesso modo ritenevano giusto prendersi i loro figli. Secondo questa logica è anche una buona azione perché così li sottraevano alle cattive influenze dei loro genitori. Esattamente la stessa folle dinamica si è verificata in Cile ed in Argentina con Pinochet e la dittatura dei militari». Sullo sfondo di questa immane tragedia spagnola c’è un’ulteriore analogia con quanto accaduto in America latina: la parte attiva, raramente denunciata e indagata a fondo, delle istituzioni cattoliche nelle azioni criminali intraprese dai regimi fascisti ai danni di donne e bambini. «Chiesa cattolica e fascismo sono alleati naturali in Spagna» commenta lo scrittore Ricardo Menéndez Salmón, che in alcuni romanzi (editi  in Italia da Marcos y Marcos) ha indagato a fondo la storia spagnola e gli orrori del nazifascismo. «La collusione del regime di Franco con la Chiesa sono ben note e, per fortuna, sono state studiate: durante la dittatura, la religione è stata una pietra miliare nell’educazione morale e ideologica degli spagnoli. Spagna franchista e cattolicesimo non solo andarono a braccetto, ma, a rigor di termini, sono la stessa cosa. Per quanto possa sembrare aberrante, rapire bambini faceva parte della logica feudale che ha “guidato” il nostro Paese dal 1939 al 1975. Inoltre la destra spagnola ha sempre avuto una visione estremamente materialista, pragmatica, della propria funzione politica: la Spagna è semplicemente un suo possedimento. Da questa base perché allora non prendere i figli dei “rojos” per rallegrare le case di famiglie imparentate con il regime?».

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Giulio, il politico bifronte

Posted by Simona Maggiorelli su aprile 26, 2012

Andreotti non è stato assolto. “Ma in Italia la parola prescrizione viene scambiata per assoluzione”. Denuncia lo scrittore e attore Giulio Cavalli. Che nel libro L’innocenza di Giulio ricostruisce i rapporti fino al 1980 fra il senatore e la mafia.  Intanto la gestione andreottiana del potere, con rapporti pericolosi con malavita e lobbies, ha  fatto scuola in Italia.

di Simona Maggiorelli

«Vero è che la stragrande maggioranza dei cittadini italiani è convinta (in perfetta buona fede, perché questo le è stato fatto credere con l’inganno) che Andreotti sia innocente. Di più: vittima di una persecuzione», scrive Gian Carlo Caselli nella prefazione al libro di Giulio Cavalli L’innocenza di Giulio. Andreotti e la mafia (Chiarelettere).

Un testo che ha il merito di raccontare in modo puntuale come sono andate veramente le cose, riportando in primo piano il fatto che «l’imputato fu dichiarato responsabile del delitto di associazione a delinquere con Cosa nostra per averlo commesso fino al 1980», per dirla ancora con le parole di Caselli che, come capo della procura te dell’opinione pubblica italiana».

Anche per questo, per «un dovere di civile di ripristinare la verità storica» l’autore de L’innocenza di Giulio sta viaggiando in lungo e in largo per la penisola presentando il libro con intellettuali e magistrati, cercando di stimolare un pubblico dibattito:( il 29 al festival del giornalismo di Perugia con Caselli e il 30 a Milano con l’avvocato Umberto Ambrosoli, figlio di quel Giorgio Ambrosoli che si trovò ad indagare sulla banca di Sindona e che non si piegò ai ricatti. Per questo fu ucciso nel 1979.

Nel frattempo, per raggiungere un pubblico ancora più vasto, L’innocenza di Giulio è diventato anche uno spettacolo teatrale. In scena Cavalli ingaggia un serrato corpo a corpo con il “Divo Giulio” che, a mani giunte, giganteggia nella scenografia alle sue spalle. Accanto alla verità processuale sul palcoscenico si concretizza l’ombra non di uno statista, bensì di un «uomo dalla tiepida umanità», capace di battute agghiaccianti, come quella volta che, intervistato sull’assassinio di Ambrosoli ebbe a dire «se la è andata un po’ a cercare». «Nello spettacolo ho inserito alcune di quelle funeree battute che Andreotti era solito fare; espressioni feroci, per esempio, verso il generale Dalla Chiesa, che lasciano senza fiato»

. Il teatro dunque come un’altra faccia di quell’impegno civile, come tramite artistico per fare informazione in modo pio. Accanto alla verità processuale sul palcoscenico si concretizza l’ombra non di uno statista, bensì di un «uomo dalla tiepida umanità», capace di battute agghiaccianti, come quella volta che, intervistato sull’assassinio di Ambrosoli ebbe a dire «se la è andata un po’ a cercar».

«Nello spettacolo ho inserito alcune di quelle funeree battute che Andreotti era solito fare; espressioni feroci, per esempio, verso il generale Dalla Chiesa, che lasciano senza fiato». Il teatro dunque come un’altra faccia di quell’impegno civile, come tramite artistico per fare informazione in modo più intenso ed efficace.

«Penso che serva un linguaggio nuovo. Ma anche che sia venuto il tempo di fare una storia dell’antimafia pop», chiosa Cavalli, con un pizzico di provocazione. «Ma autenticamente pop, ovvero popolare. Non credo che la pericolosa perdita di memoria e di partecipazione che attanaglia l’Italia abbia bisogno di un nuovo Pier Paolo Pasolini, di intellettuali profeti. Penso piuttosto che sia necessario parlare semplice e chiaro perché la gente possa farsi autonomamente la propria opinione».

da left-avvenimenti

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Un Mediterraneo pieno di storie

Posted by Simona Maggiorelli su aprile 8, 2012

Nel suo nuovo libro lo storico David Abulafia traccia la prima “storia umana ” del Mediterraneo. Raccontando dei viaggiatori, marinai, commercanti, pirati che ne hanno percorso le acque. Ma non solo. Prendendo in considerazione  un arco di tempo amplissimo, che parte 22mila anni fa, lo storico dell’Università di Oxford dedica importanti capitoli alla preistoria e alle prime espressioni artistiche dei Sapiens.  Capitoli appassionanti sono dedicati poi alla rivoluzionaria civiltà minoica e a quella fenicia.

di Simona Maggiorelli

Affresco minoico

«Il Mediterraneo non è solo un meraviglioso eco-sistema che abbiamo eredito dalla natura, ma lungo un arco di tempo lunghissimo è stato uno straordinario bacino di incontri e di scambi, fra popoli e culture. Le sue acque sono state percorse in lungo e in largo, per secoli e secoli, da pescatori e mercanti, da pirati e guerrieri, ma anche da viaggiatori e studiosi mossi dal desiderio di conoscenza e di scoperta di ciò che era ancora ignoto», afferma David Abulafia, docente di storia del Mediterraneo ad Oxford e autore di numerosi saggi, fra cui Federico II (Einaudi) e il più recente La scoperta dell’umanità. Incontri atlantici nell’età di Colombo (Il Mulino), molto noti anche in Italia.

Tanto che il Festival la storia in piazza l scorso 30 marzo lo ha invitato a Genova per una conferenza sul suo ultimo libro The Great Sea uscito in Inghilterra nel 2011 per i tipi della Penguin e stranamente non ancora tradotto in italiano.

the grat sea di Abulafia

Un’opera ambiziosa e che ha avuto una vasta eco a livello internazionale. Anche perché, come recita il sotto titolo, si presenta come la prima «storia umana del Meditarraneo». Sfidando l’ortodossia degli approcci accademici ma anche la monumentale storia del Mediterraneo in più volumi scritta da Fernand Braudel.

In concreto David Abulafia tenta qui una storia del mare che unisce il Nordafrica all’Europa, mettendo fra parentesi i profili geografici, le vicende dei popoli stanziali nell’hinterland e le storie nazionali, per accendere i riflettori su tutti quei viaggiatori che, per scelta o per necessità, hanno percorso in lungo e il largo le sue acque. E se un maestro come Braudel ha studiato il Mare Nostrum come eco-sistema nel suo complesso concentrandosi su un quadrosincronico e sinottico, Abulafia ha scelto di muoversi, invece, lungo l’asse della diacronia, osando ripercorrere la storia del Mediterraneo lungo un tempo lunghissimo, che va da 22mila anni a.C. fino ai giorni d’oggi.

Per altro senza sorvolare sulla preistoria per correre a raccontare la civiltà moderna come se fosse l’unico approdo, il telos, il fine ultimo dello sviluppo umano e della civilizzazione. Così, abbandonando un’idea piramidale della storia, The Great Sea dedica ai capitoli più antichi della storia umana un rilievo che di solito non hanno nei libri di storia. Abufalia non tratta il paleolitico e il neolitico come l’epoche buie e “barbariche”, ma cerca di raccontarli – per quel che è dato sapere allo stadio attuale degli studi – come importanti momenti di evoluzione del Mediterraneo, sforzandosi di leggere il significato dei più antichi reperti fin qui ritrovati per poi dedicare ampio spazio alle molteplici espressioni artistiche della cultura minoica e a quelle provenienti dalla Mesopotamia.

1600 a.C Donna detta la Parigina, forse Persiana

«In questo quadro Creta» afferma Abulafia «fu la prima articolata e complessa civiltà del Mediterraneo; una civiltà straordinariamente colta, ricca, urbana. E i Cretesi, come i Fenici, navigarono moltissimo. Lo stesso Tucidide racconta che Minosse fu il primo ad avere una grande flotta. Non chiudendosi in sé stessi i Cretesi entrarono in contatto con molte culture diverse e seppero utilizzare questi incontri per elaborare un’arte e una propria cultura, dalla forte identità». E gli effetti furono presto tangibili. Basta fare qualche elementare confronto. «Mentre la cultura egizia, che fu sempre molto autocentrata, sviluppò nei secoli un’arte che tende a ripetere stili e motivi, quella minoica» sottolinea Abulafia, «attraversò fasi diverse, fu sempre “in movimento”, alla ricerca del nuovo».

Così il docente di Oxford ricostruisce la storia dei primi insediamenti a Knosso risalenti al neolitico, ricostruendo passo dopo passo lo sviluppo di uno stile minoico indipendente e dalla forte impronta originale. «Prima della fine del III millennio i disegni delle ceramiche di Creta erano completamente estranei alle modalità che si ritrovano nelle regioni vicine», fa notare Abulafia. E aggiunge: «Se poi guardiamo alla ceramica del periodo noto come minoico antico e quella risalente al 2600-2300 a.C, osserveremo che è particolarmente sottile e finemente lavorata, mentre quella coeva che troviamo, per esempio, in Anatolia è ancora assai rozza». Inoltre i Cretesi non producevano solo ceramica ma anche sculture preziose in avorio e affreschi, «segno di una elite cretese desiderosa di affermarsi anche attraverso oggetti d’arte e dimore che la rappresentassero» suggerisce lo storico inglese, facendo notare che gli scambi e il commercio dei Cretesi furono molto intensi specie con le regioni che corrispondono all’odierna Siria, dalla quale, per esempio, importarono motivi pittorici e decorativi con figure leonine ma declinandoli in modo nuovo. «Creta fu un raffinato crocevia di molte e differenti culture, attirando molti migranti. I Minoici», ribadisce Abulafia, «furono un popolo cosmopolita e questa apertura mentale verso il diverso da sé fu un potente motore di sviluppo». E i risultati di questa forma mentis non ebbero ricadute positive solo su Creta. «I viaggiatori cretesi, di fatto, determinarono la centralità del Mediterraneo e ne fecero un polo di attrazione anche per Asia. Ma la fitta rete di scambi che seppero imbastire regalò centralità anche alla Sicilia e a Cartagine che diventarono così importanti snodi». Ma anche l’area che corrisponde alla Siria di oggi e all’attuale Libano, come è noto, ebbero un’importanza fondamentale per lo sviluppo del Mediterraneo. «Ugarit, in particolare»,ci ricorda l’autore di The Great Sea, «fu un vivace centro commerciale attivo fin dal III millennio. Mentre L’Egitto fu la porta della Mesopotamia».

da left-avvenimenti

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Si alza la febbre dell’indignazione

Posted by Simona Maggiorelli su aprile 9, 2011

Con Odio gli indifferenti di Antonio Gramsci nasce una nuova collana  Chiarelettere di instant book tratti da classici. Per riflettere sul presente. E  per la casa editrice diretta da Lorenzo Fazio l’ex partigiano Massimo Ottolenghi scrive Ribellarsi è giusto, dedicandolo ai giovani

Simona Maggiorelli

Antonio Gramsci

«Odio gli indifferenti. Credo…che vivere vuol dire essere partigiani…Chi vive veramente non può non essere cittadino e parteggiare, indifferenza è abulia, è parassitismo, non è vita…». Suona così, accalorato, l’attacco di un pezzo che Antonio Gramsci scrisse nel febbraio del 1917 e intitolato Prima di tutto. E su quell’articolo è tornato a riflettere ora l’editore Lorenzo Fazio scegliendolo come incipit di una incisiva raccolta di scritti gramsciani e di una nuova collana di instant book che d’ora in avanti affiancherà i libri d’inchiesta di Chiarellettere più legati all’attualità.

Una collana agile e incisiva, ma ad alto tasso di passione civile, fatta di testi di grandi autori del passato ma che aiuta a riflettere sul presente. «Non ci interessava pubblicare i grandi classici del pensiero, atri lo fanno già autorevolmente- spiega Fazio -. Ma collane come i Meridiani sono pensate in primis per gli studiosi, mentre noi vorremmo che i classici fossero davvero letti e offrire degli strumenti che tutti possano usare anche per orientarsi nel presente».

Da qui la scelta di questo testo che in un momento di ripresa di attenzione verso le opere gramsciane (Einaudi, per esempio, ha appena ripubblicato le Lettere dal carcere con la prefazione di Michela Murgia) tocca temi di “stringente attualità” come i politici inetti, il diritto alle cure mediche, i privilegi della scuola privata, i professionisti della guerra, e molto altro, permettendo di leggere in profondità i nodi rimasti irrisolti nell’Italia di oggi.

«Il libro Odio gli indifferenti presenta anche un Gramsci diverso da quello pensoso che pure è stato importantissimo per la nostra storia politica. Dagli scritti che abbiamo selezionato – prosegue Fazio – emerge un Gramsci arrabbiato, indignato, un Gramsci che ha una temperatura emotiva molto alta. Un Gramsci che si indigna, che si schiera. Un Gramsci che nel 1917-18 vive la tragedia della guerra come un normale cittadino che deve fare i conti con l’emergenza. Un Gramsci, insomma, che fa i conti con un’Italia molto simile a quella che viviamo chiusa nel “particulare”, senza attenzione al bene pubblico, al futuro dei giovani».

Odio gli indifferenti, Chiarelettere

Ma anche quando si alza la febbre del j’accuse Gramsci non perde mai di vista il fatto che non basta indignarsi. Così come non smette di analizzare le ragioni di un’indifferenza che non è semplice “non fare” ma «opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera». All’indifferenza in questo vibrante pamphlet Gramsci oppone la forza dell’intelligenza. Alla boria e la stupidità violenta di padroni e tiranni oppone l’«autorevolezza dell’intelligenza». «Recuperare questa intelligenza- chiosa il fondatore di Chiarelettere- è veramente un atto rivoluzionario; come lo è recuperare il senso pieno di certe parole». Anche per questo, per stimolare pensieri nuovi su questa Italia dei partiti che non sembra trovare una via d’uscita dalle pastoie del berlusconismo, Lorenzo Fazio ha deciso di pubblicare un titolo oggi praticamente introvabile in Italia: il Discorso sulla servitù volontaria di Étienne de La Boétie (1530 – 1563), in cui al fondo, ci si domanda: come è possibile che una massa di persone segua il tiranno? Come è possibile che un tiranno riesca a farsi seguire su una strada che va contro l’interesse dei più? «Sono domande del 1500 ma rimbalzano oggi moltissimo», sottolinea Fazio, che accanto all’attenzione per la storia e per la filosofia politica coltiva anche un’interesse per la memorialistica egagé. Proprio mentre in Francia emergeva il fenomeno Indignatevi! del novantacinquenne partigiano Stephane Hessel, Fazio metteva in cantiere il libro di un altro ex partigiano, Massimo Ottolenghi, avvocato torinese e tra i fondatori di Giustizia e Libertà dopo essere stato allontanato dall’insegnamento universitario con le leggi razziali. Il suo  Ribellarsi è giusto uscirà a maggio per Chiarelettere. «E’ una lettera aperta ai giovani – conclude Fazio – da parte di un uomo che, a 95 anni, ammette che la propria generazione ha fallito certi obiettivi di libertà e giustizia, e dice ai giovani: ora tocca a voi; voi non dovete fallire».

FRANCIA. La rivolta del partigiano Stephane Hessel

Uscito il 20 ottobre 2010 in Francia, Indignez vous!, a gennaio 2011 aveva venduto già  oltre cinquecentomila copie, collezionando ristampe e richieste di traduzione da tutto il mondo (Brasile, Polonia, Turchia, Giappone, Grecia, Stati Uniti). con circa trenta pagine di testo, oltre alla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo ( Onu 10 dicembre 1948), il libro di Stéphane Hessel è da dicembre in Italia dove, come è accaduto ovunque e come scrive Eric Aeschimann su Liberation ” è diventato un fatto di società e non solo un caso editoriale”.  Per leggere Indignatevi! (Pubblicato in Italia da Add editore) si impiegano poche decine di minuti. Tanto basta per far passare l’incisiva analisi, il programma politico e il discorso sul metodo dell’ex partigiano, oggi novantacinquenne,  che ci stimola a non rimanere inerti di fronte alle ingiustizie.

La sua analisi, come accennavamo, è ficcante e spietata.  Se dopo il 1948 sono stati fatti fatti importanti passi avanti, come la  deconolonizzazione e la fine dell’apartheid o la caduta del muro di Berlino,a partire soprattutto dagli anni duemila, la tendenza si è invertita ” i primi anni del ventunesimo secolo sono stati un periodo di regressione” scrive Hessel.  In anni di globalizzazione si sono determinate “cose insopportabili” dice Hessel censurando “l’indifferenza” di questa società che genera sans-papiers, che ricorre alle espulsioni”. Ma non solo. Questa regressione che stiamo vivendo secondo Hessel è legata anche  in parte alla presidenza di George W. Bush, all’11 settembre e alle disastrose decisioni Usa per l’intervento militare in Iraq”. E aggiunge: ” Siamo in una fase di transizione, tra gli orrori del primo decennio del nuovo secolo e le possibilità dei decenni futuri. Ma bisogna sperare, bisogna sempre sperare”.

Con Nelson Mandela e Martin Luther King Hessel fa sua la strategia della non violenza e invoca «una insurrezione pacifica». Hessel si dice convinto che il futuro appartenga alla non violenza, Hessel rifiuta di gistificare i “terroristi che mettono le bombe”. Non tanto e non solo per valori morali, ma anche perché “la violenza non è efficace”. (In questo prende le distanze da Sartre).

«L’impulso di scrivere il libro è stata la sensazione che i valori ereditati dalla Resistenza siano ancora oggi indispensabili», ha detto Hessel a La Stampa occasione della conferenza che ha tenuto alla Biennale Democrazia di Torino. «Sono principi calati, dopo la guerra, nella Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo», che Hessel contribuì nel 1948 a scrivere.

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Rivoluzionari e cosmopoliti

Posted by Simona Maggiorelli su marzo 18, 2011

Il Risorgimento non fu un fenomeno solo nostrano. Ma di respiro europeo. Con il libro  “Londra dei cospiratori” (Marco Tropea editore) lo studioso e giornalista Enrico Verdecchia ci porta nella città crocevia di culture di opposizione dove trovarono riparo Mazzini e Garibaldi, ma anche Bakunin, Engles e Marx

di Simona Maggiorelli

Londra 1864

Non solo lotta per l’indipendenza nazionale ma anche cosmopolitismo e apertura alle correnti più progressiste che animarono il primo Ottocento. Il pensiero dei giovani ribelli del Risorgimento acquisì un’apertura per le strade delle grandi capitali, a Parigi e a Londra. Oltremanica, in particolare, utopisti sansimoniani, socialisti della prima ora e fuoriusciti da Paesi europei e latinoamericani in rivolta trovarono riparo e modo di portare avanti le proprie battaglie, seppur in clandestinità. Di questa nascita per nulla asfittica, ma anzi di respiro “internazionale”, del nostro Risorgimento racconta il giornalista e scrittore Enrico Verdecchia nel libro Londra dei cospiratori (Marco Tropea editore). Un lavoro di oltre seicento pagine che gli ha richiesto più di due anni di ricerche storiografiche e che l’autor ha presentato all’Università di Firenze il 15 marzo, il 17 marzo alla Feltrinelli di Roma (con Corrado Ocone, Daniele Barzaghi e la sottoscritta) e il 18 marzo all’Istituto Mazziniano di Genova.

Enrico Verdecchia

«Il Risorgimento non è stato un fenomeno esclusivamente italiano ma parte di un fenomeno di scala europea – racconta Verdecchia a left -. L’ascesa della borghesia nella seconda metà del Settecento assunse forma eversiva nei confronti dell’Ancien régime, che concentrava il potere in mani aristocratiche. E dette vita alla rivoluzione atlantica, cominciata nelle colonie americane contro gli inglesi e passata in Europea con la Rivoluzione francese e il diffondersi del fenomeno del giacobinismo. A partire da allora, le rivoluzioni – come oggi sta avvenendo nel Vicino e nel Medio Oriente – avvennero per ondate in Europa ogni dieci, venti anni. Ma le conquiste napoleoniche – nota Verdecchia – determinarono tra le varie borghesie che avevano simpatizzato per la Rivoluzione, la reazione inversa: la riscoperta romantica delle tradizioni etniche e la nascita dei patriottismi nazionali contro il cosmopolitismo rivoluzionario».

E nella Londra che Ugo Foscolo chiamava «babilonissima Babilonia» cosa accadeva?

Anche in Inghilterra si sentivano i fermenti rivoluzionari che spiravano dal continente ma qui la borghesia più ricca aveva fatto un tacito accordo con l’aristocrazia. Quindi in un Paese in cui almeno una parte del potere legislativo (la Camera dei Comuni) era aperto al voto, i fermenti rivoluzionari assumevano la forma di un ampliamento del ristrettissimo suffragio a strati più ampi della popolazione. E poi non bisogna dimenticare che gli esuli del 1820-21 erano in buona parte nobili o al più alto-borghesi (si pensi al conte Porro, al conte Pecchio, al conte Santorre di Santarosa) e costituzionalisti. In Inghilterra trovavano una Costituzione che consideravano un modello e neanche loro simpatizzavano troppo per la sua estensione. Quando poi, con le rivoluzioni del 1830-31, il carattere del nuovo esulato assunse toni repubblicani, i fuoriusciti trovavano in Inghilterra un terreno del tutto ostico alle loro idee, salvo che presso alcuni circoli radicali e alcune frange cartiste inglesi, che avevano vita difficile anche nel proprio Paese.

Insomma Londra non era stata scossa dai moti del ’20-21?

Le rivoluzioni del ’20-21 non erano affatto eversive, agli occhi degli inglesi, o almeno del partito cosiddetto Whig (che raccoglieva la parte più illuminata dell’aristocrazia al potere), in quanto rivendicavano Costituzioni che gli inglesi non solo avevano ma tendevano a promuovere negli altri Paesi. Bentinck, ad esempio, lo aveva fatto in Sicilia durante l’occupazione inglese e a Genova dove era sbarcato nel corso delle guerre napoleoniche. In Inghilterra gli umori, se non erano mai favorevoli alle rivoluzioni, erano almeno contrari agli eccessi dei regimi assolutisti, come quelli di Ferdinando a Napoli che il liberale Gladstone denuncerà nel 1851. I successivi esuli repubblicani dovevano muoversi invece in un clima ostile. Se trovavano qualche rispondenza era non negli ambienti borghesi ma proletari: i Cartisti, ad esempio, e nelle loro frange repubblicane, isolate e represse.

Tuttavia lei scrive : «Giunto a Londra, Pippo l’uomo più ricercato dalle polizie d’Europa si sentiva finalmente libero». Quanto fu importante l’esperienza londinese per il trentaduenne Giuseppe Mazzini?

Mazzini aveva scelto di puntare sui giovani e di superare gli impacci delle strutture carbonare lanciando la Giovine Italia molto tempo prima di arrivare in Inghilterra nel 1837. Era avvenuto nei suoi primi anni d’esilio in Francia, a Marsiglia. Quando arrivò a Londra, tutta la sua opera era in sfacelo, la sua reputazione a pezzi per le ripetute sconfitte. Erano gli anni della «tempesta del dubbio» e dell’esaurimento nervoso. L’esperienza londinese semmai gli fu preziosa quando già aveva ripreso speranze e attività con la creazione della seconda Giovine Italia. Gli fece conoscere di prima mano le conseguenze sociali della rivoluzione industriale e le lotte operaie, tanto che la nuova strategia per la rivoluzione non faceva più affidamento sull’esulato borghese quanto sull’apporto del “popolo”, cioè in questo caso degli operai, degli artigiani, dei proletari per i quali proprio in quegli anni creò l’Unione operaia e la scuola gratuita a Londra. Mazzini, come gran parte degli esuli, faceva tesoro delle libertà che l’Inghilterra gli garantiva, prendeva ogni spunto possibile per far sapere agli inglesi della tristissima situazione italiana, raccoglieva soldi per finanziare le sue spedizioni o le armi per le sollevazioni in Italia, ma ricavava dal soggiorno inglese scarsi insegnamenti ideologici o politici.

Londra fu laboratorio politico e intellettuale anche per l’anarchico Bakunin, per Engels e per Marx. Come s’intrecciarono le loro vicende nelle nebbie della Londra vittoriana? E con quali riverberi?

Per Engels a per Marx l’insegnamento inglese fu più profondo che per Mazzini, nel senso che fu proprio in Inghilterra, dove Engels era arrivato a lavorare nell’azienda paterna a Manchester, che scoprì e trasmise a Marx quell’economia politica che aggiunse l’elemento propriamente “scientifico” al sistema dottrinale marxiano, che fino ad allora non era stato nell’altro che un’applicazione dell’hegelianesimo. Il rapporto personale tra Marx e Bakunin, al di là di qualche superficiale simpatia iniziale specie da parte del russo, fu puramente strumentale, cioè una collaborazione a scopo antimazziniano in Italia. Poi, con gli sviluppi in seno alla prima Internazionale, divenne una vera e propria guerra ideologica e politica. Con la conseguenza che in Italia, Bakunin si rivelò più presente di Marx nel movimento operaio nascente, e in Inghilterra Mazzini rimase, fino almeno alla fine del secolo, più influente di Marx sulla classe operaia britannica.

Con l’interesse per i moti risorgimentali si cominciò davvero a incrinare quell’idea dell’Italia, «paese di bigotti e di preti, di schiavi e rettili striscianti ai piedi degli oppressori» di cui scrivevano riviste inglesi? E oggi quella vecchia immagine del Paese torna a fare capolino?

Mi dispiace (anche perché la cosa pesa anche su di me personalmente) l’immagine dell’Italia, in Inghilterra, non è mai sostanzialmente cambiata. Nonostante le simpatie di alcuni strati della popolazione inglese per gli sviluppi del Risorgimento, nonostante l’ammirazione per le bellezze del Paese e per il suo patrimonio artistico e culturale, nonostante momenti di apprezzamento per alcuni aspetti dell’operosità italiana (specie la moda), l’Italia come Paese non ha mai goduto di molto apprezzamento e quindi da Londra non è mai provenuto nessun tentativo di incrinare l’immagine tradizionale. Né è mai venuto da altre parti d’Europa, a quanto ne so. Per cambiare l’immagine bisogna una volta tanto cambiare veramente l’Italia. Ho settant’anni e da quarant’anni vivo in Inghilterra, e non ho mai visto l’Italia cambiare sostanzialmente. E nei miei studi storici, ahimè, la ritrovo sostanzialmente tale e quale nei secoli passati. Che cosa vogliamo farci?

LETTURE FUORI DAL CORO

Per i 150 anni dell’Italia unita ecco alcuni titoli fuori dal coro. Come il primo volume della collana Antimoderati del Centro di documentazione di Pistoia Luciano Bianciardi di Giuseppe Muraca che ricostruisce il percorso dell’autore di Antistoria del Risorgimento. Ma ecco anche alcuni titoli “scientifici” che illuminano zone che ancora erano in ombra, come Figlie d’Italia (Carocci), in cui Maria Teresa Mori indaga la produzione letteraria di poetesse e patriote nel Risorgimento dal 1821 al 1861. In queste giornate di celebrazioni e di articolesse sui giornali è rimasta incomprensibilmente in ombra anche una figura di scrittore e letterato come Ippolito Nievo, autore di monumentali quanto ironiche e spassose Confessioni di un italiano ( Meridiano Mondadori). Alla breve e brillante vita dell’avvocato Nievo, ai suoi molti amori e alla sua avventura garibaldina è dedicata la biografia L’isola e il sogno di Paolo Ruffilli fresca di stampa per Fazi editore. Quanto alla riedizione di testi storici, Donzelli pubblica fra gli essenziali Il Risorgimento e l’Unità d’Italia di Gramsci. E Baldini Castoldi Dalai manda in libreria gli scritti di “padri” del Risorgimento da Cattaneo a Pisacane. Tutti a 3,90 euro.

da left-avvenimenti dell’11 -18 marzo 2011

I limiti dello Stato nazione

In un mondo in cui le distanze, anche quelle geografiche , sembrano essersi accorciate e – tanto più- pensando a un progetto di Europa unita non solo come mercato unico, che significato assume oggi accendere tutti i riflettori sui 150 anni dell’Unità d’Italia?

In tempi di conquistato cosmopolitismo, il tripudio di celebrazioni rischia di sembrare  un antimoderno inno alla patria e alla bandiera. Non la pensa così l’editore Carmine Donzelli che, ripubblicando ora I discorsi per Roma capitale di Camillo Benso di Cavour ( con la prefazione di Pietro Scoppola) sottolinea invece quanto sia importante oggi approfondire in modo non ideologico i nodi fondativi del processo di costituzione dello Stato italiano per affrontare le questioni rimaste ancora aperte. ” Oggi è troppo facile dare per ovvio e scontato un processo storico che si presentava agli occhi dei suoi protagonisti e testimoni diretti, come qualcosa di molto più complesso w aperto di quanto a noi oggi oggi non sembri”, chiosa Donzelli.

Ma soprattutto, annota l’editore romano ” il rapporto tra il nostro passato, per poter produrre conseguenze identitarie, democratiche e civili che auspichiamo, deve partire da una ricognizione scrupolosa e leale dei dati di realtà”.

E in questa chiave di approfondimento puntuale, ma con differente punto di vista, nasce il volume curato da Alberto Castelli per le edizioni E/0, L’Unità d’Italia, pro e contro il Risorgimento, con una serie di interventi storici di rango, a cominciare da quelli di Gobetti, Gramsci e Salvemini, per arrivare poi al dibattito sul Risorgimenro acceso dai protagonisti del movimento antifascista Giustizia e libertà, fondato nel ’29 da Carlo Rosselli e a cui – come ci ricorda Castelli-aderirono intellettuali raffinati come Andrea Caffi, Emilio Lussu, Franco Venturi, Francesco Nitti, ma anche Nicola Chiaromonte. E fu proprio in questo ambito di Giustizia e Libertà che si cominciò a pensare come ” un grave errore degli uomini del Risorgimento l’aver ritenuto possibile garantire libertà e giustizia nel quadro organizzativo dello Stato-nazione. “Gridando Italia, Italia, nell’impeto nazionale- scriveva Chiaromonte- si dimentica di abolire il latifondo, di occuparsi della questione sociale, di portare avanti ogni progresso civile.

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