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Armati di Stencil. #StreetArt

Posted by Simona Maggiorelli su marzo 6, 2015

Graffiti, piazza Tahrir

Graffiti, piazza Tahrir

Per la prima volta a Milano a sei giovani writer è stata comminata un’imputazione grave: l’associazione a delinquere. Per il solo fatto di aver pitturato i muri della città. Sono sei ragazzi, fra i 19 ai 24 anni, che si firmano “Asd”. Il Corriere della sera riporta che l’indagine su di loro è stata condotta dal nucleo decoro urbano della polizia locale. Una notizia che fa riflettere su quanta opposizione incontrino ancora oggi i graffiti metropolitani. Testimonianze vive del disagio e della protesta dei gruppi giovanili ma che, non di rado, sanno riportare vita e colori in spazi grigi e degradati. Certo, non tutto è arte. Ma spesso il messaggio politico e di protesta trova un veicolo potente in un linguaggio di forte impatto visivo, efficace, coinvolgente. Come è accaduto a Il Cairo durante la rivoluzione di piazza Tahrir. E poi diventando strumento di resistenza e di lotta non violenta anche dopo il ritorno all’ordine imposto dal governo guidato da Morsi. Lo racconta in un appassionato diario di cronache in presa diretta il giornalista Vincenzo Mattei, nel libro Le voci di Piazza Tahrir (Poiesis editrice) raccogliendo “sul campo” le testimonianze dirette di writer, artisti e disegnatori di satira a fumetti che hanno preso parte attiva alla rivolta contro la dittatura di Mubarak. E lo documenta visivamente Elisa Pierandrei nell’ebook Urban Cairo. La Primavera araba dei graffiti tracciando una mappa dei lavori di  quei writer, designer, pubblicitari e artisti di strada, che con le loro opere sono stati i veri protagonisti della comunicazione della necessità del cambiamento politico. Da El Teneen a Keizer, da Ganzeer ad Adham Bakry, Dokhan, Sad Panda e molti altri.
Allargando lo sguardo a un tipo di arte di strada che non è solo trovata comunicativa o “agit prop” incontriamo un writer come C215, Un maestro dello stencil, come recita il titolo del nuovo libro di Sabina De Gregori, appena uscito per Castelvecchi. La giovane storica dell’arte e giornalista, (nata a Ginevra nel 1982 ma con base a Roma) da alcuni anni studia il fenomeno writer  setacciando Europa, America e Nord Africa per scovare gli artisti più innovativi e interessanti. Dopo aver dedicato un volume al decano dei writer, l’inglese Banksy e all’americano Shepard Fairey in arte Obey il lavoro di Sabina questa volta si appunta su uno dei writer più colti ed espressivi.  A Parigi, a Londra, a San Paolo e a Tel Aviv, C215 si è divertito a citare e a ricreare per strada celebri opere di Caravaggio. Ma soprattutto con i suoi ritratti – veri o immaginari – dissemina per la città di tutto il mondo  volti  affascinanti e sconosciuti di chi vive, silenziosamente, la realtà metropolitana. Sono volti vivi e sensibili di donne e di uomini di ogni età che portano la propria storia stampata sulla pelle. Sono personaggi che comunicano una presenza vibrante oppure una struggente malinconia. Si scorge nei loro sguardi e nelle loro espressioni la traccia di un’umanità profonda. «Il lavoro di C215 trascende il formale e sembra arrivare al cuore dello spirito umano», ha commentato lo stesso Obey. Per questo «trovare un pezzo di C215 per la strada mi rende sempre felice».

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La ricerca continua di Leonardo da Vinci

Posted by Simona Maggiorelli su agosto 24, 2014

Nanni, Skira

Arte come studio della natura, indagata nella continua trasformazione degli elementi, attraverso linee fluide, segno vibrante e sfumato. Per Leonardo da Vinci non era più accettabile una concezione reificata, statica, della pittura, esemplata su idee platoniche e astratte.

Per  l’artista toscano  che anteponeva a tutto il valore dell’esperienza, non era più ammissibile dunque una rigida compartimentazione dei saperi di stampo medievale che contrapponeva arti liberali (la filosofia, la poesia ecc.) a quelle meccaniche come l’ingegneria e la stessa architettura, che la tradizione delle corporazioni fiorentine pretendeva fosse materia solo per umili artigiani (ancora all’epoca in cui Brunelleschi progettava la sua geniale cupola).

Ma per quanto Leonardo avesse esplicitato a chiare lettere la sua deliberata distanza da quegli intellettuali «sofistici» e «trombetti» che ripetevano a pappagallo ciò che è scritto nei libri sacri e negli antichi testi dei filosofi, per lunghissimo tempo, la manualistica ha tramandato un’immagine alterata di lui come «omo sanza lettere», che non sapeva il latino e che, per questo, avrebbe preferito la manualità allo studio.

Romano Nanni

Romano Nanni

Un velenoso luogo comune nato già quando Leonardo era in vita, alimentato proprio da quell’establishment di intellettuali cortigiani e uomini di Chiesa che l’artista toscano con le sue rivoluzionarie ricerche a tutto campo radicalmente metteva in discussione. Che si trattasse di un pregiudizio lo dimostra in modo scientifico un lavoro di Romano Nanni, restituendoci tutta la sfaccettata, complessa e affascinante personalità leonardiana: pittore, scultore, scienziato, studioso della natura e dell’umano, ma anche ingegnere, architetto e inventore di macchine immaginifiche, come quella celeberrima per il volo.

Direttore della Biblioteca di Vinci e del Museo Leonardiano, Romano Nanni, prematuramente scomparso nel febbraio scorso, è stato uno dei più rigorosi e attenti studiosi dell’opera dell’artista rinascimentale. Lo dimostra una volta di più l’importante libro che ci ha lasciato, Leonardo e le arti meccaniche, edito da Skira.

CAIn questo volume che accoglie anche contributi di altri studiosi, Nanni ricostruisce la discussione sulle artes che nel secondo Quattrocento vide Leonardo su posizioni contrapposte e assai più innovative rispetto a quelle di Angelo Poliziano: poeta che rivestì un ruolo di primo piano nell’elaborazione della politica culturale laurenziana. Nel Panepistemon, che fu un’opera di riferimento per più generazioni di artisti e tecnici del Rinascimento, il poeta e filologo di Montepulciano riarticolava la gerarchia dei saperi, «includendo – ricostruisce Romano Nanni – la meccanica nella sfera della filosofia speculativa».

Certo, fu un passo avanti, nel tentativo di sussumere gli sviluppi che nel XV secolo aveva avuto la tecnica. Ma per quanto Poliziano avesse aperto la cultura del tempo a un approccio più enciclopedico, fu Leonardo «con crescente consapevolezza a contribuire alla fondazione di un lessico volgare della meccanica pratica». Non più vista come cieca prassi, ma come sapere legato alla continua ricerca sulla natura e sull’umano. (Simona Maggiorelli)

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Giuseppe Penone Nuova linfa alla scultura

Posted by Simona Maggiorelli su luglio 16, 2014

 

Penone. Luce e ombra

Penone. Luce e ombra

A Firenze il maestro dell’Arte Povera Giuseppe Penone ricrea il percorso dal Giardino di Boboli al Forte Belvedere. left lo ha incontrato per parlare della mostra (che è stata inaugurata il 5 luglio) e della sua quarantennale ricerca

di Simona Maggiorelli
La presenza viva di alberi, liberati dalla scorza, dalla corazza, fino a rivelare una forma originale sottostante. Blocchi di marmo scolpiti che mostrano l’intricata trama delle venature, come fossero i solchi della pelle. Materiali nobili e tradizionali della scultura come il marmo, il bronzo e la pietra, insieme a materiali leggeri e insoliti come foglie, resine, elementi organici. “Ingredienti” con cui Giuseppe Penone crea opere fluide, in divenire, che vivono in rapporto allo scorrere eracliteo della vita e che acquistano nuovi significati in relazione all’ambiente in cui sono inserite.

Ritroviamo tutto l’alfabeto poetico di questo elegante e schivo maestro dell’Arte Povera nel progetto Prospettiva vegetale, curato da Arabella Natalini e Sergio Risaliti in due luoghi simbolo per la città di Firenze come il Giardino di Boboli e il Forte Belvedere. Con gli austeri bastioni militari del Forte, in anni recenti, si sono misurati artisti internazionali come Anish Kapoor, Henry Moore e Tony Cragg ma anche, per rimanere nell’ambito dell’Arte Povera, Michelangelo Pistoletto, Giulio Paolini e Mario Merz che nel 2003 addolcì il profilo della fortezza circondandola di sinuosi tavoli di vetro carichi di frutta. Un’installazione che chiedeva di essere continuamente alimentata perché il sole a picco faceva rapidamente maturare mele, pesche e perfino limoni.

Penone, sentiero e muro

Penone, sentiero e muro

Quella sontuosa natura morta che 11 anni fa Merz ideò per la terrazza del Forte affacciata sulla cupola del Brunelleschi ora, idealmente, trova un’eco e una accentuazione drammatica nell’opera di Penone, che qui ha collocato un suo albero abbattuto.

«Il Forte è nato per ragioni belliche e di difesa – ricorda l’artista piemontese -. Ha un carattere aggressivo. Si avverte una certa violenza. Per questo ho collocato qui un albero folgorato, che trasmette questo senso tragico. Altre opere, intorno, misurano la forza di attrazione della luce rispetto alla forza di gravità».

In particolare alcuni alberi scultura che sostengono strenuamente una o più pietre. Richiamando l’opera inedita presentata giù a Boboli. «Anche se in questo contesto del Forte le pietre acquistano un aspetto più drammatico» sottolinea Penone. «La scultura risente sempre dello spirito del luogo». Ma vicino alle radici di un albero capovolto, quasi a voler alludere a una possibile nuova nascita, Penone ha collocato un alberello, vivo, che cresce.

Il divenire dell’opera, come organismo vitale, è sempre stato un aspetto importante nella ricerca di Giuseppe Penone. Ma fondamentale è anche il rapporto della scultura con il paesaggio e con l’architettura. Così in un giardino denso di storia come Boboli, vivacizzato da un continuo gioco di anfratti, grotte, zampilli d’acqua e da immaginifiche epifanie come la fontana del Giambologna, la scultura Sentiero e muro di Penone si arricchisce di risonanze barocche. Qui sembra evocare metamorfosi mitologiche alla Bernini, ma anche presenze femminili botticelliane rivestite di foglie. «In realtà le opere che espongo a Firenze sono state realizzate in tempi e situazioni diverse. Eccezion fatta per un lavoro inedito: un albero con attorno una sfera di foglie. Succede una cosa strana quando si porta un lavoro in un luogo: quell’opera entra in relazione con il contesto. Per Boboli ho scelto sculture che dialogano con la vegetazione, che parlano di compenetrazione fra uomo e natura, scegliendo l’albero come elemento vitale e di crescita».

Penone. Luce e ombra

Penone. Luce e ombra

Il rapporto con lo scorrere del tempo e la continua trasformazione degli elementi naturali è un altro filo rosso che attraversa tutto il percorso di Penone, fin dai suoi esordi, alla fine degli anni Sessanta.

E qui a Firenze sembra più che mai di potervi leggere un’assonanza leonardesca. «Ci sono delle fasi nella storia in cui si rimettono in discussione le convenzioni – risponde Penone -. C’è stato un momento enormemente fecondo nel Trecento e poi nel Quattrocento, in cui si è provato a rivedere il modo di stare nel mondo degli esseri umani. In certo modo, questo è avvenuto anche nel dopoguerra quando è nato un nuovo sistema economico e geopolitico.Anche l’arte è ripartita riconsiderando la realtà, facendo saltare vecchie convenzioni (ma forse poi creandone di nuove). Per questo, con la giusta dose di umiltà, direi che ci possa essere stata un’affinità. Anche tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio dei Settanta si avvertiva che un vecchio modo di pensare non era più aderente al reale».

Il movimento dell’Arte Povera, nel 1967 tenuto a battesimo da Germano Celant, nacque anche come esigenza di allargare l’orizzonte della ricerca, uscendo dai confini nazionali. perciò fu importante anche il confronto con alcuni artisti americani che a Torino facevano capo alla Galleria Sperone. Soprattutto quelli che, lontani dalla Pop Art, sperimentavano con forme primarie ed essenziali. Parliamo di artisti minimalisti, ambientali (Land art) e concettuali, alcuni dei quali connotati da un razionalismo freddo e astratto che gli artisti italiani dell’Arte Povera, va detto, hanno sempre rifiutato. «Si partiva dal principio che l’arte americana aveva portato grandi novità. In questo caso penso di poter parlare al plurale – precisa Penone- . Ma avvertivamo anche l’esigenza di non uniformarci. Ci interessava la critica al consumismo, cercavamo un confronto internazionale, in questo quadro ci interessammo al lavoro di artisti che, a differenza della generazione di Pollock, non avevano una continuità diretta con la cultura europea. Diversamente da noi non avevano alle spalle una storia millenaria. Qui a Firenze- approfondisce Penone- ogni pietra ha un rapporto straordinario con la storia. Ha una memoria. Questo non c’è negli Usa. Può essere un limite ma anche un grande valore se si riesce a stabilire un confronto aperto, senza tradire se stessi. Fra noi era una visione abbastanza condivisa. Tanto che nessuno abbandonò l’Italia per far la carriera negli Usa. Nasceva in quegli anni un altro modo di pensare e di guardare all’arte, come ricerca, non come un mestiere».

 

Giuseppe Penone a Firenze, 2014

Giuseppe Penone a Boboli

E da allora la ricerca di Giuseppe Penone non si è mai fermata, sviluppandosi in modo coerente, con una forza espressiva e un’identità via via sempre più forte e definita. Che respinge ogni facile etichetta. Perché se è vero che l’arte di Penone vive perlopiù all’aperto, nei boschi, in rapporto con la natura, non ha nulla a che fare con un’ecologia astratta, non è bucolica, né ingenuamente performativa. Piuttosto il suo modo di fare scultura ci parla del rapporto inscindibile fra cultura e natura, di cui l’essere umano è parte integrante; ci parla di valori umani universali come la fantasia, la capacità di immaginare e di fare arte. Che ci accompagna fin dagli albori della nostra storia, come testimoniano le pitture rupestri del paleolitico di cui Penone, in passato, ha parlato spesso.

«L’arte visiva riesce a “comunicare” nel tempo in modo straordinario e profondo, al di là delle barriere linguistiche e culturali. Cosa che non può fare invece la scrittura», racconta. «L’interesse per la pittura paleolitica negli anni Settanta nasceva dal desiderio di dialogare con popoli lontani, recuperando valori culturali che ci appartengono, mettendoli a confronto con valori analoghi che si ritrovano in moltissimi altri Paesi. Graffiti e pitture rupestri si ritrovano in ogni parte del mondo, in Europa ma anche in Africa, in Sudamerica e così via. Era un filone di riflessione che attraversava in modo fortissimo quegli anni di esordio dell’Arte Povera. Molti di noi hanno lavorato poi su quei temi consciamente e inconsciamente. Al fondo, come accennavo, c’era la ricerca di modi per comunicare che andassero al di là dei confini di una cultura troppo specifica e chiusa in se stessa che, in quanto tale, diventava una cultura di imposizione, in certo modo colonialista».

In questo ambito nascono anche i suoi scritti? «La scrittura – spiega Penone – mi permette di creare delle associazioni, di verificare le possibilità di un lavoro, oppure di capire che cosa ho fatto. A volte si fa una cosa con delle intenzioni ma poi l’opera, per così dire… ha la sua indipendenza. La scrittura è un modo per relazionarmi con il lavoro che ho fatto o che devo fare. Non ho mai scritto con la pretesa di scrivere o pensando che la mia scrittura avesse un valore completamente autonomo. è più legata alla riflessione sull’opera e sulla scultura». Ma non per questo, ai nostri occhi, è meno poetica e densa di contenuti.

dal settimanale left

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Klimt, Mahler e Kokoschka. La doppia vita di Alma

Posted by Simona Maggiorelli su marzo 11, 2014

Klimt, Alma come Giuditta Salomè

Klimt, Alma come Giuditta Salomè

«Alma la conoscevo già, l’avevo vista una volta di sfuggita quando hanno inaugurato il monumento di Schindler, mi è piaciuta come a noi pittori piace una bellezza bambina…. e mi sono meravigliato che tu non l’avessi mai dipinta», scrive Gustav Klimt a Carl Moll in una lettera del 1899. Fra i fondatori della secessione viennese, dopo la morte del pittore Schindler, Moll divenne il patrigno di Alma Schindler, la futura moglie di Gustav Mahler e amante di Gropius, che allora aveva diciassette anni.

Il trentacinquenne Klimt ne avrebbe fatto la musa altera, algida e sensuale della Secessione: musa ieratica ed elegante, ritratta come Giuditta e al tempo stesso Salomè, in una famosa tela che dal 12 marzo sarà al centro della mostra milanese Klimt. Alle origini di un mito (catalogo 24 Ore Cultura). In Palazzo Reale, insieme a numerosi altri ritratti femminili e alla ricostruzione del Fregio di Beethoven (1897), questa rappresentazione di Giuditta definisce un modello di femme fatale e donna guerriera, capace di allontanare dal “tempio dell’arte” chi non è degno; un modello che sarebbe durato fino agli anni Venti e Trenta, trovando nel cinema nuove declinazioni, in dive come Marlene Drietrich e, soprattutto, Greta Garbo.

Ma chi era veramente Alma? «La ragazza più bella di Vienna» che, dice ancora Klimt nell’epistolario (edito da Abscondita), lo conquistò parlandogli della sua passione per Wagner, Tristano, la musica, la danza. «Alma è bella, intelligente, piena di spirito» annotava Klimt e racconta Andrea Camilleri nel suo nuovo libro La creatura del desiderio (Skira) aveva un debole per gli uomini che inseguivano un proprio sogno, una propria ricerca, poco importa se nell’ambito della pittura, della musica o della scienza.

Fu così che credette di vedere una straordinaria passione per l’arte nello sguardo bruciante del ventiseienne Oskar Kokoschka, pittore “selvaggio” ma anche autore di feroci drammi teatrali come Assassino, speranza delle donne. Lei aveva molti anni di più, ma non era prigioniera delle convenzioni. Divenuto l’amante di Alma il pittore si dette a ritrarla in decine e decine di quadri e bozzetti che, via via assumono un aspetto sempre più inquieto, cupo, ossessivo. La figura femminile a poco a poco si sfalda, perde di umanità assumendo i tratti di una inquietante bambola, come documenta la retrospettiva dedicata a Kokoschka dal Leopold Museum di Vienna.

Fino ad arrivare alla concitata, impastata, visione de La sposa del vento (1914), il quadro che Kokoschka dedicò ad Alma quando la relazione, diventata tempestosa e violenta, si interruppe improvvisamente. Con questa spiazzante biografia, in parte narrata in parte costruita sulle lettere, Camilleri indirettamente ci invita ad interrogare di nuovo quel quadro che sembra avvicinarsi pericolosamente ad una cacofonia di linee e colori, lontana dalla libera espressione di un artista capace di realizzare opere universali. Da lì a poco a poco il tragico epilogo: la pazzia conclamata di Kokoschka che arriverà materialmente a farsi costruire una bambola dalle sembianze di Alma, automa disumano, grottesco simulacro di un’immagine femminile che per lui era sempre stata solo un fantasma?

( Simona Maggiorelli)

dal settimanale left-avvenimenti

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Il viaggio di Kounellis

Posted by Simona Maggiorelli su settembre 14, 2013

Kounellis Trieste

Kounellis Trieste

Nell’antica pescheria di Trieste il maestro  dell’Arte Povera, Janis Kounellis, presenta una nuova installazione. left lo ha incontrato

di Simona Maggiorelli

Antichi banchi di pesce e relitti di vecchie imbarcazioni. Su cui dall’alto piovono pietre, pesanti come le tempeste che colgono i pescatori al largo d’inverno. È anche una metafora del viaggio per mare e dei pericoli che i migranti devono affrontare la nuova, grande, installazione che Janis Kounellis ha realizzato nella sala degli incanti della ex pescheria di Trieste, progettata nel 1913 dall’architetto Giorgio Polli. «Uno spazio bellissimo, illuminato da grandi finestre. Ma soprattutto uno spazio “preciso”. Perché – spiega l’artista – un luogo può essere bello ma se non è preciso per un progetto, resta solo un bello spazio». Qui Kounellis ha trasportato delle vecchie barche che giacevano in depositi, «rottami che a Trieste si trovano facilmente», e le ha disposte al centro della sala con un gesto pittorico e teatrale che al nostro sguardo pare creare una scena epica alta e popolare.

«Epos? Non saprei – si schermisce lui – quello che posso dire è che, finito il lavoro, mi sono accorto che evocava una deposizione». Non una deposizione dell’amato Caravaggio o di Mantegna, autori altre volte indirettamente richiamati nelle opere di questo maestro dell’arte di origini greche. «Non c’è qui un riferimento preciso ad una tela o ad un’altra – precisa -. La storia dell’arte italiana è costellata da centinaia di deposizioni. Qui invece che un corpo viene “deposta” una barca. Sulla nuda pietra del banco del pesce. Ma il significato è lo stesso». E ugualmente tragico. «L’elemento tragico è consustanziale alla tradizione cristiana, segnata dalla brutta morte del figlio di Dio» ha detto Kounellis in una recente intervista ad Alfabeta Due: «Una storia violenta connota il cristianesimo mentre la tradizione asiatica e quella cinese, per esempio, mettono al centro filosofi come Buddha e Confucio».

Janis Kounellis a Trieste

Janis Kounellis a Trieste

Ma durante questo nostro incontro il discorso prende un’altra strada: «Quello che mi interessava qui – spiega – era l’andamento drammaturgico della deposizione. Noi abbiamo una cultura drammaturgica. E se vai a vedere tutta l’iconografia dell’arte italiana è fortemente drammaturgica». La scena teatrale è evocata in questa installazione anche da una serie di sedie vuote, poste a latere. Come raccontano i curatori di Kounellis Trieste, Davide Sarchioni e Marco Lorenzetti, nel catalogo Skira che è uscito il 7 settembre in contemporanea con l’inaugurazione di questa installazione, Kounellis torna a confrontarsi con un tema a lui da sempre caro: l’uscita dal quadro per “conquistare” una visione e una spazialità più ampia, senza tuttavia cancellare la storia della pittura. «Ho cominciato a lavorare sull’uscita dal quadro negli anni Sessanta» ci ricorda questo longevo maestro del contemporaneo che, poco più che ventenne, approdò in Italia alla fine della guerra civile greca. Mentre lavorava a una propria innovativa poetica, di fatto, continuava a studiare la tradizione, cercando il modo per rinnovarla.

«In tutti i Paesi la modernità è fatta di tradizione – dice Kounellis a left -. Altrimenti sarebbe modernismo, non sarebbe modernità. E dunque non si può negare la tradizione, fa parte della logica del nuovo ma anche del mio tentativo di pormi sempre in modo dialettico. La tradizione, per me, entra a piano titolo in questo clima di novità». Novità che per Kounellis non è mai stato nuovismo. Fine a stesso. Negli anni in cui imperava la Pop Art, insieme a Merz, Pistoletto, Fabro, Paolini, Penone e altri artisti riuscì a dare vita a un articolato progetto che Germano Celant definì Arte Povera. Un movimento che attraverso la scelta di materiali “naturali” e la ricerca di una spazialità tridimensionale rimetteva al centro l’umano, la poesia, la ricerca di un senso profondo della vita, in contrapposizione con la stolida celebrazione del mercato e della società consumistica inaugurata da Warhol e dalla sua Factory.

E oggi cosa pensa Kounellis del concettualismo autoreferenziale e delle opere gadget di artisti come Damien Hirst e Jeff Koons, che grazie a collezionisti miliardari, vanno per la maggiore nei più importanti musei del mondo? Questo tipo di globalizzazione dell’arte finisce per determinare un appiattimento  delle proposte? «Un’arte globalizzata di questo tipo evidenzia la perdita del pittore, la fine della sua creatività – risponde Kounellis -. Se la gente potente impone la propria visione, il pittore è ben lontano dall’epoca dlle Demoiselles d’Avignon. Ma io non credo che questo possa succedere davvero. Certo, c’è un’iniziativa che nasce nella globalizzazione, ma quest’ultima deve essere vissuta in senso dialettico. Ognuno ha la propria identità e la deve mettere in gioco, in dialettica con gli altri. Questo è l’obiettivo. Il resto è una riduzione dell’arte a decorazione».

Non a caso Kounellis si è sempre definito internazionalista per sfuggire all’omologazione della globalizzazione? «La mia generazione è stata internazionalista e io continuo ad esserlo – approfondisce – Perché mi piacciono le persone. E’ più forte di me. E l’altro che mi attrae, che vado a trovare, ha il suo metro di cui devo sempre tenere conto». Un confronto con l’altro che di recente ha portato Kounellis anche a confrontarsi con una cultura lontana dalla nostra come quella cinese.«A Pechino sono stato 4 mesi. Sono partito con le mani vuote. Volevo andare a vedere la Cina, le sue enormi possibilità. In un mercato della Capitale – racconta – ho comprato delle ceramiche rotte: frammenti colorati risalenti a varie epoche e in particolare all’epoca del Maoismo, quando i militari entravano nelle case e rompevano tutti i serviti”borghesi” Io ho pensato di usarle per farne una scrittura ermetica fatta di frammenti». E mentre Kounellis già progetta di continuare il suo viaggio verso Oriente andando a Seul, prosegue a Roma fino al 12 settembre, la bella personale curata da Bruno Corà nella Galleria Guidi. E nella Capitale il 25 settembre lo aspetta anche l’apertura una nuova mostra alla Fondazione Volume. «Dopo un po’ che siamo in giro, nasce sempre il desiderio di tornare».

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Il segno vivo di Leonardo

Posted by Simona Maggiorelli su agosto 29, 2013

Leonardo, tronco d'uomo di profilo

Leonardo, tronco d’uomo di profilo

Fra i maggiori studiosi di Leonardo da Vinci, l’inglese Martin Kemp qualche anno fa scriveva: «Girare per la Gran Bretagna, dalla Cornovaglia a Edimburgo, esaminando i disegni, usando lenti d’ingrandimento, orientando la luce è meglio d’una medicina. Ogni disegno comunica immancabilmente un brivido che nemmeno la miglior riproduzione in facsimile può riprodurre. Le tracce lasciate dalla mano di Leonardo muovendo la matita, il gresso, la punta di metallo o il pennello sulla superficie della carta sono l’espressione del suo tocco vivo».

«Un tocco – sottolineava Kemp nel libro Leonardo, nella mente del genio (Einaudi) – che dà a tutto ciò che egli ha disegnato un senso profondo di vitalità, esterna e interiore».

E al segno vico e vibrante di Leonardo, alla sua capacità di dare con pochi tratti essenziali espressività ai volti e movimento alla rappresentazione è dedicata la mostra Leonardo Da Vinci. L’Uomo universale che si  è aperta il 29 agosto ( fino al primo dicembre, catalogo Giunti editore) alle Gallerie dell’Accademia a Venezia. Una mostra, attesissima, perché la curatrice Annalisa Perissa è riuscita a radunare più di una cinquantina di fogli autografi, grazie a importanti prestiti del Louvre, del British Museum, degli Uffizi e di altre istituzioni museali internazionali.

Ma molto interesse c’è anche per le venticinque opere grafiche conservate proprio nel Gabinetto dei disegni diretto da Perissa e rarissimamente esposti in pubblico, perché per la loro fragilità, necessitano di essere conservati in caveau climatizzati e al buio.

Leonardo tre figure femminili danzanti

Leonardo tre figure femminili danzanti

Fra questi ci sono le splendide figure femminili dette Le danzatrici, studi di botanica (preludio alla grande varietà di piante raffigurate , per esempio, ne La Vergine delle rocce) e poi fogli in cui l’arte incontra la scienza come il celebre Uomo vitruviano che in mostra figura accanto a studi sulle proporzioni del corpo umano provenienti dalle collezioni reali di Windsor e dalla Biblioteca Reale di Torino.

E ancora straordinarie, per urgenza comunicativa e capacità di rappresentare il turbine emotivo dello scontro, sono i dieci disegni preparatori della Battaglia di Anghiari che Leonardo dipinse nel salone dei Cinquecento di Firenze e andata perduto.

Immaginifico, visionario, in questi disegni esposti a Venezia Leonardo mostra la sua vena imprevedibile, la fantasia, la capacità di inventare immagini del tutto nuove. Ma oltre alla “maraviglia” questa mostra veneziana offre la possibilità di comprendere più da vicino “la mente di Leonardo”, potendo osservare  da vicino il suo modo di usare il disegno come strumento di indagine conoscitiva e il suo fare ricerca procedendo in ambiti differenti, in contemporanea, secondo il principio dell’unità nella varietà.
Un disegno per Leonardo doveva essere  sia  funzionale che bello. Doveva svolgere una funzione di rappresentazione quanto di indagine. Una duplicità di aspetti che  Leonardo teneva in gran conto anche  quando si occupava di studi di sul corpo umano come si può evincere dai disegni di anatomia presenti in questa esposizione; studi in cui la forma conta tanto quanto la sua funzione. Non a caso il  genio del Rinascimento  aveva eletto a  sua guida l’esperienza rifiutando dogmi religiosi e superstizion.i (Simona  Maggiorelli)

dal settimanale left Avvenimenti

 

 

 
Corriere 29.8.13
Leonardo da Vinci
Mosso da «paura e desiderio»
Nella caverna delle leggi fisiche. Per creare le sue macchine
di Giulio Giorello

Ansioso di contemplare «varie e strane forme fatte dalla artifiziosa natura», come racconta lui stesso in un appunto del Codice Arundel (British Museum, Londra), Leonardo si addentra «in una gran caverna», provando insieme «paura e desiderio»: il timore è prodotto dalla «minacciosa e scura spelonca» ma è vinto dalla curiosità di «vedere se là dentro fusse alcuna miracolosa cosa». Tali «miracoli» non nascono per prodigi sovrannaturali ma in base a leggi fisiche di cui la mente umana, quando è accorta e sottile, sperimenta gli effetti e talora ne escogita l’imitazione nei congegni meccanici. L’intreccio di paura e desiderio intesse così tutto il cammino dell’ «artista» tra osservazione del mondo e invenzione di macchinari. Come Leonardo ebbe a scrivere altrove: «non vedi tu questi diversi animali e così alberi, erbe, fiori, varietà di siti montuosi e piani, fonti e fiumi», che ci vengono offerti dalla natura, ai cui «artifizi» l’attività degli esseri umani aggiunge «città, edifizi pubblici e privati, strumenti opportuni all’uso, vari abiti e ornamenti»? A Ludovico il Moro, signore di Milano, aveva offerto i suoi servigi con queste parole: «occorrendo di bisogno farò bombarde, mortari e passavolanti di bellissime e utili forme», insomma «varie e infinite cose da offendere e difendere». L’arte dell’uomo è quindi capace di distruzione ma anche di costruzione.Leonardo ha ben meritato il titolo — come ha dimostrato nei suoi studi Carlo Pedretti — di «eccellente architetto» per l’audacia dei suoi progetti, in particolare nella Milano del Duomo e dei Navigli. Affascinato dalle forme naturali, tanto in piccolo quanto nel grande universo, insisteva sulle somiglianze tra le strutture architettoniche e quelle presenti in natura, in particolare nella stessa anatomia umana.Quest’ultimo aspetto è ben documentato nella mostra dedicata allo «uomo universale» alle veneziane Gallerie dell’Accademia. Leonardo lavora al suo Uomo Vitruviano, e qui dà campo libero alla sua magnifica ossessione per le proporzioni numeriche. Scrive infatti che Vitruvio aveva riconosciuto «che le misure dell’omo sono distribuite dalla natura», in modo che siano soddisfatti precisi rapporti matematici. «Tanto apre l’omo ne’ le braccia, quanto è la sua altezza», annota Leonardo. E poi procede nei particolari: «la parte sedente, cioè dal sedere al di sopra del capo, fia tanto più che mezzo l’omo quanto è la grossezza e lunghezza dei testiculi».Sa bene che la mente ha bisogno dell’occhio e della mano. Il primo è «la finestra dell’anima», la seconda è l’esecutrice che traduce nello schizzo sulla carta ciò che la mente ha scorto da quella finestra. A un mondo di forme corrisponde così il lavoro sulle figure. «Se tu poeta o matematico non avessi coll’occhio viste le cose, male le potresti riferire con le scritture» ammonisce nel Codice Atlantico.
Per Leonardo «chi sprezza (cioè disprezza) la pittura non ama la filosofia della natura», e corre il rischio di allontanarsi dalla vera devozione della mente: «poni scritto il nome di Dio in un loco e ponvi la sua figura a riscontro: vederai quale fia più riverita»! Le tradizioni religiose dell’Occidente hanno spesso coltivato la tentazione dell’iconoclastia, vedendo nel trionfo dell’immagine il tradimento della parola se non addirittura il peccato dell’idolatria; Leonardo «omo senza lettere» la pensava diversamente: senza troppo invischiarsi in discussioni teologiche riteneva che una «furiosa battaglia» o l’aspetto di una bella donna potessero terrorizzare o intimorire a distanza solo grazie alla rappresentazione pittorica, poiché il pennello prevaleva sulla penna. Così, i disegni sono veri e propri strumenti per pensare e risolvere problemi concreti, ed è sotto questo profilo che il pittore è davvero «un nipote di Dio» che è padre della natura.Il commento scritto è importante ma è solo un aiuto per l’immagine. Del resto, aggiungeva polemicamente Leonardo, che il nome di qualsiasi cosa cambia con le lingue e le culture mentre la forma permane fino a che questa «non è mutata dalla morte». E se occhio e mano cooperano a fissare la dinamica incessante delle forme non riescono comunque ad aver vittoria definitiva sul mutamento. Il tempo rimane il «veloce predatore delle create cose» e nessuna bellezza è eterna. Il timore non è mai cancellato dal talento, e l’artista umano non è Dio. Egli «disputa e gareggia con la natura» ma può anche perdere la partita. L’unica vera soddisfazione è che valeva la pena comunque di impegnarsi nella gara.

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L’alimentazione che protegge dal cancro

Posted by Simona Maggiorelli su novembre 10, 2012

La complessità dei quasi duecento malattie che che compongono la galassia cancro sono al centro  de I giorni della ricerca promossi dall’Airc, l’associazione italiana per la ricerca sul cancro 2012. Fino all’11 novembre continua la campagna Airc per la raccolta fondi. Intanto Umberto Veronesi rilancia l’importanza  della prevenzione. A cominciare da una sana alimentazione povera di grassi, Riproniamo qui un’intervista che il professore ha rilasciato a left riguardo all’importanza per la salute della scelta vegetariana

 

di Simona Maggiorelli

Quello che la medicina sta vivendo è un momento di grandi sfide, racconta a left un luminare della ricerca contro il cancro come Umberto Veronesi, direttore scientifico dell’Istituto Europeo di Oncologia, e inventore della quadrantectomia, una tecnica chirurgica di cui molte donne italiane gli saranno sempre grate, perché già in anni in cui la chirurgia plastica ricostruttiva non era così diffusa, risparmiava alle donne affette da carcinoma mammario lo scempio della mastectomia. « Le sfide che ci troviamo davati sono tante e tali- dice il professore – che richiederebbero un’intera trattazione. Dovendo sintetizzare come è richiesto in un’intervista direi che si sta scommettendo soprattutto sulla genetica, per sfruttare la capacità, che abbiamo acquisito con il sequenziamento del genoma dieci anni fa, di isolare i geni e di studiare la loro funzione a livello molecolare”.

Una frontiera della genetica che offre molte speranze e che promette anche importanti ricadute nella ricerca sul cancro. «Su questa base stanno nascendo i primi farmaci diretti a quei geni mutati che sono all’origine del cancro- spiega Umberto Veronesi -, i ricercatori stanno cercando di capire quali siano i geni coinvolti in ogni neoplasia per creare poi farmaci selettivi, cosiddetti “intelligenti”, che dovrebbero gradualmente sostituire i chemioterapici, o combinarsi a loro come già avviene per alcuni tumori. L’ultima frontiera della ricerca è poi costituita dalle cellule staminali tumorali, le vere responsabili dell’inguaribilità della malattia, perché sono in grado di migrare in altri organi e di dare origine alle metastasi. Nuovi farmaci mirati all’eliminazione delle staminali tumorali sono già in sperimentazione clinica sull’uomo e nei prossimi 5-10 anni potrebbero diventare disponibili per alcune forme di tumore”.

E mentre la ricerca sulle staminali tumorali, anche grazie al team di medici e ricercatori dell’Istituto milanese fondato dallo stesso Veronesi sta facendo interessanti passi avanti anche nel nostro Paese, altri importanti ambiti della ricerca come quello sulle staminali embrionali (che magari hanno minore ricaduta immediata e che, certamente urtano più da vicino i custodi della fede) in Italia incontrano enormi ostacoli e sono pressoché escluse dai finanziamenti pubblici. Tanto che all’ex ministro della Salute ed ex senatore Pd Veronesi anche in vista del suo intervento preannunciato per questo fine settimana a Roma al Congresso dell’Associazione Luca Coscioni non possiamo non chiedere: la politica italiana, più attenta ai diktat del Vaticano che alle ragioni della scienza, sta uccidendo la ricerca scientifica la ricerca nel Belpaese?

« Questo non è solo un problema politico- sottolinea Veronesi-. in Italia manca una cultura e una strategia per la ricerca. Sicuramente il Vaticano ho posto molti vincoli ideologici, ma bisogna dire con chiarezza che le sue posizioni “oscurantiste” non sono state adeguatamente contrastate per mancanza appunto di una solida cultura della scienza. Basti pensare – aggiunge – che il nostro Paese destina alla ricerca una quota di risorse pari soltanto all’1% del PIL. Fino ad oggi, grazie ai grandi sforzi dei ricercatori e al contributo della gente attraverso le associazioni private, miracolosamente la bilancia dei risultati si è mantenuta ancora a favore della ricerca. Ma si tratta di un equilibrio instabile, che non si mantiene da solo all’infinito. Tanto è vero che, per la prima volta dopo trent’anni, nel 2009 la produzione scientifica italiana ha smesso di crescere, anzi è arretrata sia in termini relativi, come percentuale dell’intera produzione mondiale, sia in termini assoluti, come numero di articoli scientifici pubblicati”. Considerazioni importanti che cercheremo di trovare l’occasione di approfondire in altra occasione con il professore, che intanto alla sua maniera, gentilmente, ci incalza riportandoci all’impegno preso di parlare di un’altra sua importante sfida: quella di diffondere la cultura vegetariana, anche per l’importanza che riveste nella prevenzione d i importanti malattie e per la ripartizione più equilibrata delle risorse sul globo. L’occasione è offerta dall’uscita del suo nuovo libro La scelta vegetariana, scritto con il giornalista scientifico Mario Pappagallo e  pubblicato da  Giunti.

Professor Veronesi che incidenza può avere una dieta vegetariana sulla salute umana? «Innanzi tutto un’alimentazione povera o priva di carne e derivati aiuta ad evitare obesità e sovrappeso, che sono i principali fattori di rischio per le malattie cardiocircolatorie, il cancro e il diabete. Chi è vegetariano- fa notare Veronesi – pesa, in media, il 10% in meno di chi non lo è: Il controllo del peso è favorito dal fatto che frutta e verdura sono alimenti poverissimi di grassi e ricchi di fibre».  Ma non solo. « La dieta vegetariana – prosegue – è efficace nell’ostacolare l’insorgenza o nel favorire la regressione di gravi patologie delle coronarie e costituisce una barriera a molte malattie cronico-degenerative grazie al suo basso contenuto di acidi grassi saturi, di colesterolo e di proteine animali e grazie alle sue alte concentrazioni di folati, antiossidanti e fitoestrogeni».

E per quantoriguarda poi più specificamente la prevenzione oncologica? « Oggi sappiamo che esistono nei vegetali molecole protettive per tipi specifici di tumore. Ad esempio- dice Veronesi – il licopene contenuto nei pomodori protegge dal cancro della prostata, l’indolo- tre- carbinolo contenuto nelle crucifere protegge dal cancro del seno, la catechina presente nelle foglie del tè contribuisce a proteggere dal tumore alla pelle, al colon, al polmone, al seno e alla prostata, il resveratrolo contenuto nell’uva e nel vino rosso protegge da patologie cardiovascolari. Alcuni vegetali, come la soia, sono ricchi di fitoestrogeni (sostanze simili agli ormoni femminili) e per questo possono svolgere un ruolo di regolazione di eventuali influenze ormonali sullo sviluppo di certi tumori».

Si può quindi pensare che chi segue un’alimentazione ricca di alimenti vegetali è meno a rischio di ammalarsi? “Certo e può vivere più a lungo. L’esempio che porto sempre è quello degli abitanti dell’isola giapponese di Okinawa: dieta ipocalorica, vegetariana e ricca in curcumina hanno prodotto la più alta percentuale di ultracentenari al mondo».

. E se una dieta ricca di carne, come lei argomenta nel libro può favorire l’insorgenza di tumori, quanto questo tipo di malattie sono invece determinate dall’ambiente , dall esposizioni a radiazioni o a inquinamento e quanto conta invece l’eredità genetica?

«Circa le cause dei tumori va detto innanzi tutto che il cancro è una malattia soprattutto “ambientale”, intendendo con questa parola l’ambiente interno ed esterno alla cellula. I fattori genetici- spiega Veronesi – sono responsabili solo del 3% dei tumori, i fattori riproduttivi ed endocrini lo sono per il 12% mentre i fattori ambientali sono la causa dell’85% di tutti i tumori. Quindi, nella maggior parte dei casi, la malattia si sviluppa per effetto di fattori ambientali collegati agli stili di vita individuali. Di questi la ricerca ne ha individuati con certezza alcuni che sicuramente incidono sulla formazione dei tumori: alimentazione, fumo (responsabile del 30% delle morti per cancro nel mondo), alcuni virus, esposizione a sostanze cancerogene soprattutto sul luogo di lavoro. Queste ultime sono all’origine del 4% dei tumori di origine ambientale, mentre gli agenti infettivi (virus cancerogeni conosciuti, come l’HPV o l’epatite B) sono responsabili di un altro 10%. Ma il fattore che incide di più- sottolinea Veronesi – è un’alimentazione sbagliata: ben il 30% dei tumori è dovuto all’alimentazione, in particolare a un’alimentazione troppo ricca di grassi di origine animale. Alcune forme, come il cancro intestinale, sono direttamente correlate al consumo di carne mentre altre, come il tumore dell’endometrio, sono legate all’obesità».

Diventare vegetariani però comprta anche rinunciare al pesce, che i nutrizionisti dicono ricchi di acidi grassi polinsaturi, i grassi “buoni” i cosiddetti omega 3.« Non a caso è diffuso il principio che si possa essere sostanzialmente vegetariani pur mantenendo un limitato consumo di pesce- approfondisce Veronesi -.Dal punto di vista nutritivo, il pesce è un prezioso alleato della salute. È un alimento magro, con un modesto contenuto di colesterolo e con una discreta quantità di iodio, utile per la prevenzione delle patologie tiroidee. Ma soprattutto i suoi grassi, oltre a essere simili a quelli vegetali (cioè caratterizzati prevalentemente da composti “insaturi”), sono anche ricchi di acidi grassi polinsaturi, appunto gli omega3, che funzionano da protettori per cuore e arterie.Dunque il pesce non andrebbe evitato né per ragioni di salute né per ragioni ambientali. Per ragioni etiche però sì».

Da ultimo mi permetta una curiosità: Scegliere un’alimentazione vegetariana ha sempre corrisposto nella storia dell’umanità a una scelta etico -filosofica. I filosofi pitagorici, lei ricorda nel libro, per esempio, consideravano la carne come un alimento che ostacola la vigilanza della mente. Una superstizione? «La posizione dei pitagorici è forse troppo drastica. È vero però che essere vegetariani è l’espressione di una filosofia di vita che esclude ogni forma di prevaricazione e privilegia sempre il rispetto per tutti gli esseri viventi. Per questo l’alimentazione vegetariana è considerata in molte culture, spesso in associazione al digiuno, una forma di ascesi, che realmente facilita la riflessione e la concentrazione perché, essendo naturalmente più frugale e digeribile di quella carnivora, appesantisce di meno l’organismo e favorisce la lucidità mentale.

dl settimanalea left-avvenimenti 30 settembre 2011

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Infanzia drogata

Posted by Simona Maggiorelli su giugno 16, 2012

 

Genitori e operatori di base denunciano un forte incremento di psicofarmaci somministrati ai più piccoli. E l’associazione Giù le mani dai bambini scrive al ministro della Sanità Renato Balduzzi per «l’emissione di nuove linee guida per l’utilizzo di questi psicofarmaci sui minori, perché gli interessi finanziari delle multinazionali farmaceutiche non possono venire prima della salute dei nostri ragazzi». left ha chiesto un commento alla psicoterapeuta e docente di neurologia neonatale dell’università di Siena.

La prescrizione di psicofarmaci nei bambini e negli adolescenti ha subìto a partire dagli anni Ottanta un rapido e costante incremento. Il fenomeno è ben evidente negli Stati Uniti ma anche in Europa, sebbene in misura minore, vi è una tendenza simile. Il 10 per cento è la percentuale della popolazione infantile statunitense che soffrirebbe dell’Adhd, Sindrome da Iperattività e Deficit di Attenzione secondo l’Oms. In tutto il mondo si valutano circa 17 milioni di casi trattati. Non solo è aumentato il numero e la varietà di principi attivi ma anche la quantità di farmaci prodotti e prescritti. Sono 20 milioni le ricette compilate negli Usa ogni anno per la somministrazione dei soli psicofarmaci di tipo stimolante all’infanzia. Agli stimolanti vanno aggiunti gli antidepressivi oltre agli antipsicotici e stabilizzanti dell’umore: l’entità del fenomeno del ricorso a sostanze psicoattive fin dai primi anni di vita è veramente impressionante.

La ricerca sugli effetti collaterali provocati dagli psicofarmaci a livello fisiologico e sullo sviluppo della psiche dei bambini e adolescenti rimane però molto carente. I bambini non possono essere semplicisticamente considerati degli adulti in miniatura. I processi che controllano l’assorbimento, la distribuzione, il metabolismo, l’escrezione e gli effetti farmacologici dei medicinali sono nei bambini ancora immaturi. Inoltre la maggior parte dei farmaci psicotropi prescritti per pazienti pediatrici non sono stati testati in studi controllati ed il dosaggio necessario per i giovani pazienti è stato stimato tenendo semplicemente conto del peso corporeo in rapporto a quello degli adulti. Molti medicinali psico-attivi hanno effetti collaterali significativi. Gli stimolanti, analoghi delle anfetamine, utilizzati nella terapia nell’(Adhd) hanno ripercussioni sull’attività cardiaca con conseguenze a volte letali e sulla produzione dell’ormone della crescita. Il più grande studio compiuto riguardo l’uso degli stimolanti nei bambini, pubblicato nel 2009 da Molina Brooke nel Journal of the American Accademy ha mostrato come nel lungo termine l’uso di tali farmaci non solo perda di efficacia ma conduca a un peggioramento della sintomatologia. Va aggiunto che lo studio rivelava che i bambini che avevano assunto stimolanti erano cresciuti meno in altezza e peso . Inoltre come evidenziato da una nota della Food and Drugs Administration americana (Fda) gli stimolanti oltre a disturbi del sonno, perdita di appetito, frequenti crisi di pianto possono indurre mania e psicosi. Nel 2003 l’Agenzia inglese di controllo dei medicinali (Mhra) aveva deciso di vietare la prescrizione degli antidepressivi al di sotto del diciottesimo anno di età. Nel 2004 la prestigiosa rivista britannica Lancet evidenziava come l’uso di antidepressivi nell’infanzia non avesse alcuna efficacia terapeutica e fosse sostenuto da pochi studi non significativi. Nel 2005 Agenzia Europea dei Medicinali ha messo il luce una correlazione fra l’uso di antidepressivi nei bambini e negli adolescenti e l’aumento di comportamenti aggressivi e a rischio suicidario mentre, a questo proposito la Drug and Food Administration americana ha stabilito addirittura di utilizzare un black box warning come massimo grado di avvertenza fra i cinque disponibili.

È chiaro a questo punto che lo psichiatra che somministra psicofarmaci mette in atto un’impotenza terapeutica e conferma l’idea di incurabilità della malattia mentale che è alterazione del pensiero e non deficit organico. Partendo dal presupposto senza fondamento scientifico di una causa genetica e di una alterazione neurotrasmettitoriale che sarebbe presente fin dalla nascita si cancella ogni possibilità di ricerca sul ruolo patogeno dei rapporti umani. Nelle lesioni cerebrali da cause perinatali si possono evidenziare carenze cognitive, ritardi di sviluppo ma non patologie del pensiero che può essere semplice ma non malato. L’unico intervento possibile nelle patologie psichiche dell’infanzia è la psicoterapia basata nel valutare la relazione del bambini con i genitori, i rapporti con gli altri bambini, la qualità del linguaggio verbale o non verbale il suo carattere di ripetizione o spontaneità. Nel corso del trattamento lo psichiatra interpreta le dinamiche patologiche nelle quali sono coinvolti i genitori: egli deve comprendere la dimensione irrazionale del bambino, i suoi movimenti interni, la sua identità profonda rendendoli accessibili al padre ed alla madre. I genitori per pregiudizi culturali, considerano spesso il figlio “tabula rasa” fin dalla nascita o naturalmente cattivo o perverso. L’unico rapporto possibile con quest’ultimo sarebbe allora la repressione o l’indottrinamento razionale.

E quando l’educazione genitoriale o scolare falliscono subentra il contenimento e la repressione farmacologica. Siamo immersi in una cultura che, da sempre, ha negato che l’origine del pensiero è alla nascita per la trasformazione della realtà biologica. Il neonato è psichicamente sano, persona con una sua identità fatta di pulsioni, immagini e movimenti senza parola. Già nelle prime ore di vita il bambino si rivolge, senza incertezza verso il volto e la voce della madre piuttosto che verso oggetti inanimati: si struttura così, durante il primo anno un rapporto che ha un carattere soprattutto non cosciente. La psicoterapia è l’unico metodo che consente di ricreare la dimensione irrazionale della nascita che dà un senso alla vita ed è alla base della relazione sana fra il bambino ed il mondo umano che lo circonda.

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Generazione anti Putin

Posted by Simona Maggiorelli su febbraio 22, 2012

Ex agente dei corpi speciali anti terrorismo in Cecenia e oggi scrittore e giornalista pluripremiato. Tanto che anche l’americano Newswweek gli ha dedicato un ampio ritratto. Nell’avvicinarsi delle elezioni russe lo scrittore Zachar Prilepin fotografa lo scenario russo, fra rivolte giobanili e rigurgiti nazionalisti

di Simona Maggiorelli

Proteste anti Putin

Originario della piccolo villaggio di Ilinka nella regione di Rjazan,con un passato da pugile e da militare dei corpi speciali russi, Zachar Prilepin è approdato al giornalismo e alla letteratura dopo aver sperimentato la ferocia delle campagne “anti terrorismo” di Putin a Groznyj. Classe 1975, giovanissimo, ha combattuto in Cecenia per ben due volte, nel 1996 e nel 1999. Sperimentando da vicino la tensione, la paura, la disperazione di dover uccidere per non morire, in quel corto circuito di panico e adrenalina che manda in pappa il cervello del protagonista nel romanzo Patologie (Voland): «“Io ho ammazzato un uomo”, penso stancamente e non so come continuare il pensiero», dice il soldato Egor Taševskij, andando incontro a una paralisi totale. Come il suo autore, Egor è un militare dei corpi speciali russi, gli Omon. All’inizio del romanzo lo  vediamo scherzare e giocare a carte, con i commilitoni  mentre volano in elicottero verso Groznyj. Quasi fosse un gioco da ragazzi. Fra risate nervose e battute goliardiche per coprire l’insicurezza.  Poi, d’un colpo, Zachar Prilepin ci fa precipitare nel gorgo delle ossessioni di Egor che corrodono anche i suoi rapporti con la ragazza, mostrandoci quel vuoto interiore che la guerra ha fatto diventare una voragine .
«Io non ho ucciso nessuno e non ho nemmeno un centesimo delle ossessioni di Egor», mette le mani avanti Prilepin. «Ma mi premeva dire che patologia non è solo la guerra fuori di noi, ma ancora prima lo è percepire l’altro come nemico, fino a non vederlo più come essere umano».

Zachar Prilepin

Uscito nel 2005 in Russia con il titolo Patologii (e pubblicato in Italia da Voland due anni fa) il romanzo è esploso come caso letterario. Anche per la scrittura icastica, incisiva e spiazzante di Prilepin, che ne fa un caso a parte nella nuova letteratura russa in cui il filone della scrittura- verità sulla guerra contro l’indipendenza cecena conta già vari esempi. A cominciare da Nicolai Lilin, autore della trilogia Il respiro del buio, Caduta libera e Educazione siberiana (Einaudi). Diversamente da Lilin, Prilepin non punta sulla scrittura di genere, sul thriller, dai nervi scoperti,  ma su una prosa ricca e polifonica e su storie che in filigrana lasciano intravedere complessi spaccati socio-politici. Così, dopo Patologie, nel suo nuovo romanzo San’kja  (Voland) traccia un dirompente affresco di una società russa,  stretta nella morsa di poteri forti e corruzione.

In primo piano le recenti proteste anti Putin, che convogliano  nelle piazze di Mosca istanze diverse e spesso contraddittorie: dai movimenti di sinistra ai nostalgici del comunismo, dal ribellismo anarcoide a rigurgiti nazionalisti, che,  racconta Prilepin,  nel vuoto  lasciato dall’ideologia sovietica stanno sempre più prendendo piede: «Da quando era diventato un uomo, dall’età di leva, tutto gli era diventato chiaro» scrive Prilepin in San’kja mostrando la mentalità di uno dei leader delle manifestazioni. «Questioni insolubili non ne sorgevano più. Dio c’è. Senza padre si sta male. La madre è buona e cara. La Patria è una sola…».
Eccoci dunque nel ventre molle delle proteste russe di oggi che Prilepin conosce direttamente come giornalista della Novaja Gazeta, (il giornale per il quale lavorava anche Anna Politkovskaja) ma anche come attivista della coalizione politica Drugaja Rossija, l’Altra Russia.
«La Russia degli anni Ottanta, in cui la mia generazione è cresciuta, ha visto un’imposizione quasi assoluta dei valori liberali» ricorda Prilepin. «E la censura liberale è stata altrettanto aggressiva e intollerante  di quella sovietica. Gli scrittori di “sinistra” per molti anni non hanno avuto accesso alla tv e ai  maggiori media. A mia volta, quando all’inizio degli anni 2000 (anni zero come li chiama Prilepin ndr) cercai di pubblicare qualcosa, le testate letterarie più importanti mi rifiutarono proprio per motivi politici. Allora tutti erano convinti che i letterati di “sinistra” fossero  marginali e mascalzoni». Ora però le cose sono cambiate e Zachar Prilepin, vincitore del Super National Bestseller Price per il romanzo Grech e del Premio scrittore dell’anno è fra gli autori giovani più seguiti e  apprezzati in Russia.

«Stranamente, la cose cominciarono a cambiare sette o sei anni fa» racconta lui stesso. «Quando divenne chiaro che della nuova generazione di scrittori russi praticamente nessuno professava idee liberal-borghesi. O hanno valori di sinistra o conservatori. Questo è stato uno shock per la società liberale! Avevano cercato di sradicare tutto ciò che rimaneva della mentalità sovietica e d’un tratto hanno scoperto di non avere “figli” dal punto di vista letterario».
Ma d’altro canto anche gli scrittori della rivoluzione, da Majakovskij a Esenin, non sembrano rappresentare uno stimolo per i nuovi narratori russi, perlopiù impegnati a “fotografare” la violenza e il nihilismo dell’attuale deriva russa. «Per la generazione letteraria attuale la rivoluzione russa di cui parlate voi in Occidente è un mistero, quasi un atto religioso» commenta Prilepin. «Io riconosco che la rivoluzione ebbe varie conseguenze, anche devastanti – dice lo scrittore – Ma non è stata una tappa casuale nella storia dell’umanità. Scendi, sorgi a noi, cavallo rosso, aggiogati nelle stanghe della Terra, scriveva Sergej Esenin allora, E porta il globo terrestre a un’altra strada! Tutti speravano in un rinnovamento globale, universale. La rivoluzione lo portò solo parzialmente. Tuttavia l’importanza e la scala dell’evento fu comunque vastissima. Quello che avvenne in Russia nel 1991 fu  assai meno significativo e non ebbe ripercussioni sulla cultura. Perché non si può ingannare la cultura! Che accoglie solo quello che può diventare mito ed epos. La rivoluzione del 1917 è un mito, mentre il 1991 è una disgustosa e misera  faccenda politica.
E oggi cosa sta  accadendo in Russia?
Il Paese è nel degrado. La Russia ha subito tracolli sociali e politici; metà della popolazione è andata incontro a fallimenti; sono state distrutte migliaia di imprese. In cambio volevamo ottenere almeno la libertà. Ma ora è chiaro che il potere è nelle mani di un gruppo di persone corrotte che fanno sì  che  non ci sia nessun ricambio politico. Usano il potere per arricchirsi. Hanno “esportato” miliardi di dollari all’estero. I figli delle élite non studiano in Russia, le persone più vicine a Putin non hanno neanche la cittadinanza russa. Un esempio: Timčenko che gestisce quasi la metà del petrolio russo, è cittadino finlandese e non si capisce perché paghi le tasse in Svizzera. È il regno dell’assurdo.
Perché si è schierato con Drugaja Rossija, l’Altra Russia, non esente da nazionalismo?
Perché fra i movimenti all’opposizione  è il più coerente. E non è liberal-borghese. Un poeta geniale come Blok scrisse: «Sono un artista quindi non sono liberale». Il liberalismo è troppo razionale. Le intuizioni appartengono alla sfera dell’irrazionale.
Cosa resta nella memoria di Anna Politkovskaja uccisa nel 2006 per le sue inchieste in Cecenia, scomode al regime di Putin?
Ahimé viene ricordata molto più da voi che in Russia. Per me Politkovskaja è stata un esempio geniale di come una donna esile possa essere più coraggiosa di centinaia di uomini. Lei è stata un eroe indifeso, molto intelligente, molto semplice, assolutamente priva di qualsiasi paternalismo. L’eredità più importante che ci ha lasciato è il suo esempio: il coraggio di una persona che non scende a compromessi anche quando si trova da  sola contro uno Stato implacabile, spietato.
La sua scrittura è ruvida e in presa diretta con la realtà. Ma anche piena di echi letterari. Riconosce dei “maestri”?
Amo gli autori del dopo Rivoluzione come Šolochov, Leonov, Gazdanov, Babel’. In questa letteratura ci sono molti colori, era molto passionale. Parlando delle due linee di classici russi – Tolstoj e Dostoevskij – sono più vicino a Tolstoj. I personaggi di Dostoevskij parlano troppo, come se volessero tirar fuori tutta l’anima russa. In realtà i russi sono molto più taciturni. Si parla così tanto solo nei libri di Dostoevskij.
Perché la nuova onda letteraria russa ha iniziato solo da poco a farsi conoscere fuori dai confini ?
Paradossalmente il lettore all’estero ha un’immagine strana della letteratura russa, come se quella classica appartenesse a un’altra Russia che non ha quasi nessun legame con quella odierna. La Russia di oggi, per quanto fragorosa, per l’Occidente è sempre una periferia, molto lontana, oscura, poco civilizzata, perennemente sull’orlo della dittatura e del degrado. L’ultimo risveglio dell’interesse per noi fu legato al crollo dell’Urss. La resa dei conti con il potere sovietico diventò allora il pane quotidiano della letteratura russa. In quegli anni in  Occidente era di moda un piatto  ultra piccante, noto come “Autoflagellazione russa” o “Brutte notizie dalla Russia”. Ma il crollo dell’Urss non può fare notizia all’infinito. E da voi si è tornati a pensare che, in questa Russia fredda non succede niente di interessante, tranne la sostituzione di un ubriaco Eltsin con un Putin troppo lucido. Ma anche se solo pochi di voi se ne sono accorti la letteratura russa oggi vive un periodo eccezionale. Le opere classiche si scrivono nel tempo reale. Se il lettore occidentale accoglierà questa letteratura russa resta una questione aperta. Ma un fatto resta chiaro: questa letteratura esiste già.

da left-avvenimenti

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Avventure di carta

Posted by Simona Maggiorelli su agosto 5, 2011

di Simona Maggiorelli

Marilyn

Viaggiare con la fantasia, avendo finalmente un po’ di tempo da dedicare ai libri e all’approfondimento. Con l’avvicinarsi delle vacanze arriva anche l’occasione buona per nutrire la mente con buone letture. E se la crisi picchia dura e siete fra quegli italiani (uno su cinque dicono le statistiche) che quest’estate resterà a casa, tanto più vale godersela in poltrona, con un buon romanzo o un saggio illuminante. Ecco dunque un vademecum di proposte per tuffarsi in un limpido mare di storie, di idee, di racconti.

Sulle rotte delle tigri della Malesia. Attenzione, attenzione, le tigri di Mompracem sono tornate. E in chiave decisamente antimperialista. Dopo aver raccontato le gesta del Che e quelle di Zapata, Paco Ignacio Taibo II con il romanzo Ritornano le tigri della Malesia (Marco Tropea) si è messo sulle tracce di Salgari riscrivendo – in omaggio al grande scrittore di cui ricorre il centenario della morte – una delle saghe più famose di Sandokan. In questa spassosa reinvenzione Taibo II ripercorre le lotte di indipendenza del Sud-Est Asiatico dall’oppressore occidentale, viste dalla parte di quei ribelli che la letteratura europea storicamente ha sempre tratteggiato negandone l’identità e la cultura. E sulle tracce di Salgari, in termini biografici, si è messo anche Ernesto Ferrero che per Einaudi ha ripercorso la vita travagliata dello scrittore che “Fin da ragazzo amava disegnare le navi, vascelli alberati, cutter , brigantini e più c’erano alberi e vele e sartie più godeva”, racconta Ferrero nel suo libro Disegnare il vento fra i cinque finalisti del Premio Campiello 2011. Il titolo è mutuato da un autoritratto dello stesso Salgari . “ Di sé diceva che amava disegnare il vento; per lui – aggiunge Ferrero – era un po’ come disegnare la libertà, la forza, la vita. Rendere visibile l’invisibile”. E se poi sarete tentati di riassaggiare il gusto della prosa salgariana che accendeva i nostri pomeriggi d’infanzia Einaudi ha appena ripubblicato l’intero ciclo del Corsaro nero in edizione economica.

Passaggio ad Oriente

Dalla Malesia salgariana al fascino dell’Indonesia, un Paese che conta 240 milioni di islamici, ma che è di fatto una nazione dell’identità poliedrica, complessa, meticcia. Ne ripercorre le molteplici e affascinanti facce – dai quartieri più frenetici e ricchi di Giacarta ad isole sperdute ricche di mitologia – la giovane scrittrice indonesiana Nukila Amal nel romanzo Il drago cala Ibi, uno degli ultimi titoli pubblicati dalla casa editrice Metropoli d’Asia, nata da una costola di Giunti . Da qualche mese Metropoli d’Asia veleggia indipendente nel mercato dell’editoria continuando a proporre freschissimi romanzi e noir che raccontano dall’interno come sta cambiando il Sud-Est Asiatico. Un’altra preziosa guida in questa area del mondo è la casa editrice O barra O che ha appena pubblicato un importante libro testimonianza di Win Tin, braccio destro di Aung San Suu Kyi e coordinatore della Lega nazionale per la democrazia. Nel volume Una vita da dissidente risuona forte e coraggiosa la sua voce contro la la violenza della giunta militare al potere in Birmania. E ancora si può idealmente viaggiare in Asia con il giornalista Claudio Landi, (voce di Radio Radicale e autore della trasmissione “L’ora di Cindia”) che con La nuova via della Seta (O Barra O) ci aiuta a capire i repentini cambiamenti di geopolitica che riguardano quell’ampia zona che va dalla Cina all’India. E ancora: il viaggio può continuare con titoli freschi di stampa come Storia dell’India e dell’Asia del sud (Einaudi) dello storico americano David Ludden , come Il Giappone moderno, una storia politica e sociale (Einaudi) di Elise K. Tipton e, per quanto riguarda la Cina, si può ricorrere alla splendida enciclopedia Einaudi in tre volumi di cui è appena uscita la monografia a cura del sinologo Maurizio Scarpari sulle origini della civiltà cinese. Ma per leggere la storia orientale con occhi nuovi, fuori dal pregiudizio eurocentrico, da non lasciarsi sfuggire è anche l’affascinante e complesso ritratto di Gengis Khan che ha tracciato l’orientalista René Grousset nel libro Il conquistatore del mondo ( Adelphi) ricostruendo l’antico tessuto culturale a cui l’indomabile condottiero mongolo ricorse per ammantare di mistero il proprio regno.

Dopo la rivolta del Medioriente

Percorrendo quelle vie che dall’estremo Oriente, fin dall’antichità, arrivavano in Turkemenistan e in Turchia, arriviamo così – pagina dopo pagina – in una delle zone politicamente più calde del momento: il Medioriente delle rivoluzioni giovanili che chiedono maggiori diritti e democrazia. Accade non di rado che le intuizioni degli scrittori precedano gli eventi. E’ il caso dello scrittore algerino Amara Lakhous, conosciuto in Italia per il bestseller Scontro di civiltà per un ascensore a piazza Vittorio, che ora ha deciso di ripubblicare per le Edizioni e/o Un pirata piccolo piccolo, quel suo primo e sorprendente romanzo che negli anni Novanta non trovò un editore in Algeria disposto a pubblicarlo perché giudicato troppo franco ( e per questo pericoloso) nel raccontare il malessere della gioventù algerina delusa dalle false promesse del Fronte di liberazione nazionale. Scritto con piglio sagace, da commedia nera, il libro di Lakhous preconizza le rivolte a cui abbiamo assistito negli ultimi mesi. E’ un coraggioso affondo, invece, nella mancanza di giustizia sociale che attanaglia la Siria il potente romanzo dello scrittore dissidente siriano Khaled Khalifa. Un libro dal titolo provocatorio, Elogio dell’odio (Bompiani), e che affresca la dura realtà siriana con gli occhi di una giovane studentessa universitaria cresciuta in una famiglia tradizionale e alla ricerca di una via di fuga dalla violenza dei fondamentalisti. Dalla fiction alla cronaca che talora va crudelmente oltre la fantasia. E’ un messaggio di denuncia fortissimo contro la violenza della teocrazia di Ahmadinejad il libro dell’iraniano Arash Hejazi il giovane medico che il 20 giugno del 2009 cercò inutilmente di rianimare Neda colpita a morte dai cecchini del regime durante la rivolta di piazza contro i brogli elettorali. Con il titolo Negli occhi della gazzella il libro (che è uscito in Italia per Piemme), è stato scritto in Inghilterra dove Hejazi vive da rifugiato, anche grazie all’appoggio dello scrittore Paolo Coelho. Da un medico a un altro medico, autore di un libro-testimonianza toccante e di grande peso politico: Parliamo del ginecologo palestinese Izzeldin Abuelaish che nel suo Non odierò (Piemme) racconta l’attacco dell’esercito israeliano alla popolazione civile palestinese. In un raid, non molto tempo fa, hanno perso la vita anche le sue figlie adolescenti. In queste pagine ripercorre le ragioni che lo spingono a continuare il suo lavoro di medico in quelle zone martoriate cercando di contribuire a un futuro di pace. E ancora due libri pensando all’Iraq devastato dalla guerra americana: il viaggio racconto di un giovane scrittore italiano, Luigi Farrauto, in Senza passare per Baghdad (Voland) e , soprattutto, Addio Babilonia, il romanzo scritto negli anni Settanta dallo scrittore iracheno Naim Kattan e ora pubblicato in Italia da Manni, un libro in cui riaffiora tutto il fascino di una città dalla tradizione antichissima, così come era prima che fosse oppressa dal regime di Saddam e dalle guerre. E , prima di voltare pagina, per chi volesse continuare ad approfondire, il nostro consiglio non riguarda un solo libro, ma una intera collana, la nuova RX di Castelvecchi dove di recente sono usciti titoli come Mediterraneo in rivolta di Franco Rizzi (con la prefazione di Lucio Caracciolo) e L’età dell’inganno del Nobel egiziano Mohamed El Baradei, sulle minacce nucleari e l’ipocrisia delle nazioni.

Se la letteratura si scopre green

Da un po’ di tempo non è più solo la saggistica ad aiutarci a capire i danni che questo sistema di produzione e di consumo sta producendo al pianeta. Di fatto le tematiche ambientali colpiscono sempre più la fantasia degli scrittori. Grandi e piccoli. Da Ian Mc Ewan che con Solar (Einaudi) ha affrontato il tema di una scienza applicata che non sa affrancarsi dalle pressioni di mercato fino a esordienti di talento come la francese Elisabeth Filhol che nel suo romanzo La centrale, (Fazi editore) con stile affilato e lucido, affronta la minaccia che viene dalle centrali nucleari. Un tema che ha ispirato anche il nostro Francesco Cataluccio che nel romanzo Chernobyl (Sellerio) torna idealmente nella cittadina russa dove avvenne uno dei più grandi disastri nucleari e dove la vita, da quel 26 aprile del 1986 , non è più tornata normale. E ancora, è un romanzo di formazione, che si compie drammaticamente sullo sfondo di una discarica il romanzo Corpi di scarto di Elisabetta Bucciarelli pubblicato da Edizione Ambiente. Racconta la storia di un ragazzino cresciuto troppo in fretta fra sacchi di immondizia, acqua sporca e cumuli di ferro rugginoso.

Accanto alla letteratura di denuncia, e quasi in parallelo, per fortuna, fiorisce anche quella che ci invita alla scoperta di angoli ancora miracolosamente intonsi del nostro pianeta, come il libro Luoghi selvaggi (Einaudi) dell’alpinista, docente di Cambridge e collaboratore della BBC Robert MacFarlane che ritrovando il piacere che aveva da bambino nel fantasticare sui luoghi selvaggi della letteratura, ha scritto questo avvincente diario dei suoi viaggi dalle isole Skelligs alle vette di Ben Hope, fra Scozia Inghilterra e Irlanda. E’ un viaggio di esplorazione nella giungla africana, alla scoperta di antichi miti e riti di stregoneria invece Spiriti guerrieri, mappa nell’Africa nera (Corbaccio) del giornalista inglese e inviato di guerra Tim Butcher. Infine, passando dietro lo specchio, con un rocambolesco salto dalla realtà all’immaginazione più visionaria, torna un vecchio sciamano della letteratura sudamericana come Alejandro Jodorowsky tracciando ne Il pappagallo dalle sette lingue (Giunti) un alchemico viaggio nel Cile degli anni Quaranta. E se quel vecchio lupo di mare di Jodorowsky ci invita a guardare a un passato magico e onirico, all’opposto, è un salto nel futuro quello che ci invita a compiere il docente di scienze della terra dell’Università della California , Laurence C. Smith, nel volume 2050 (Einaudi) dove indaga come potrà essere la Terra fra quarant’anni, sotto la spinta demografica, del cambiamento climatico e della globalizzazione.

Intanto, per cominciare a vedere i segni di questi cambiamenti nel nostro presente, Adriano Labbucci in un delizioso pamphlet scritto per Donzelli, invita a fare una cosa semplicissima e alla portata di tutti i portafogli: camminare. Tenendo svegli i cinque sensi, lasciandosi andare, anche se meta come insegnava, da flâneur, Walter Benjamin, lasciando che sia la realtà ad emozionarvi e sorprendervi.Camminare. Una rivoluzione. Promette Labbucci fin dal titolo.

Alla riscoperta del Belpaese

Cammina, cammina, si possono riscoprire le bellezze paesaggiste e artistiche di questa maltratta Italia. Che in barba a cartolarizzazioni e svendite da finanza creativa tremoniana e non, miracolosamente continuano a resistere. Così se quest’estate decideste di calzare un cappello da turista e di avventurarvi fra monumenti e musei avremmo da suggerirvi come suggestivo Baedeker i volumi ( leggerissimi, da portare in tasca) della ottima collana di storia dell’arte “sms” varata da Skira, ma anche l’insolita serie di romanzi brevi ispirati a grandi artisti del passato che sempre Skira ha varato da qualche tempo e in cui si s’incontrano Vita allegra di un genio sventurato, la biografia romanzata di Benvenuto Cellini, carnale e ribollente di passioni, scritta dall’attore Marco Messeri, ma anche il libro, raffinatissimo che Anna Banti dedicò a Lorenzo Lotto e che da tempo era fuori catalogo. Ma anche l’esordio nella narrativa dell’ex soprintendente Pietro Marani che ne Le calze rosa di Salaì immagina Francesco Melzi, allievo di Leonardo da Vinci alla ricerca di un quadro perduto del grande maestro del Rinascimento. E quanto più si apprezzeranno le superstiti bellezze del Belpaese, tanto più si potrà capire l’importanza politica e civile di pamphlet come A che serve Michelangelo?(Einaudi) in cui lo storico dell’arte Tomaso Montanari denuncia l’uso politico e truffaldino che questo governo di centrodestra ha fatto del nostro patrimonio e di libri come Paesaggio Costituzione cemento (Einaudi) in cui l’ex direttore della Normale di Pisa, Salvatore Settis traccia il quadro drammatico dello scempio che si sta compiendo in Italia.

Quel pasticciaccio brutto del Paese Italia

Mentre l’informazione libera è sempre più sotto attacco in Italia molti giornalisti di vaglia si sono dati a scrivere la storia politica dell’Italia dei nostri giorni, offrendo strumenti indispensabili per ripensare episodi bui della nostra storia. Come ad esempio l’assassinio di Carlo Giuliani da parte dalle forze dell’ordine, dieci anni fa al G8 di Genova di cui sono tornati ad occuparsi Guadagnucci e Agnoletto con il libro L’eclisse della democrazia Feltrinelli, ma anche scrittori e letterati di diversa estrazione ( da Carlotto a Balestrini, da Ravera a Voce) nel volume a più mani Per sempre ragazzo, racconti e poesie a dieci anni dall’uccisione di Carlo Giuliani edito da Marco Tropea. Per provare a capire qualcosa di più nella sciarada dei poteri forti e deviati che- non da ora – intossicano il Belpaese. Scritto con stile avvincente, quasi da romanzo il libro di Fedetico Varese Mafie in movimento (Einaudi) aiuta a capire come il crimine organizzato in Italia stia conquistando nuovi e inaspettati territori. Ma per capire l’oggi delle lobbies segrete e dei comitati affaristici infiltrati nello Stato una lettura importante, per molti versi sconvolgente, è quella del libro di Anna Vinci La P2 nei diari segreti di Tina Anselmi: un libro che ricostruisce i taccuini tenuti minuziosamente dalla parlamentare democristiana che ebbe l’incarico di guidare la commissione di inchiesta sulla P2. Ne escono pagine che parlano senza infingimenti del conivolgimento di personalità di spicco della politica italiana e la Anselmi ebbe il coraggio e l’onestà di non tacere anche quando si trattava di esponenti del suo partito , la Dc. Fatto curioso ma non troppo, i risultati di quella indagine furono praticamente insabbiati e solo oggi quelle importanti carte vedono la luce grazie al coraggio di Chiarelettere. Per i tipi della casa editrice milanese di recente è uscito un altro bel libro che ci invita a rileggere pagine ancora importanti e valorose della nostra storia, come la Resistenza. In concomitanta con l’uscita del pamphlet Indignatevi dell’ex partigiano francese Stephan Hassel (di cui Salani editore ora pubblica anche il nuovo Impegnatevi!) , Chiarelettere ha mandato alle stampe la toccante memoria, Ribellarsi è giusto di un altro ex partigiano oggi ultranovantenne, l’avvocato torinese Massimo Ottolenghi. Un libro in cui l’ex militante del partito d’azione, nato da una famiglia di origini ebraiche, ripercorre la vicenda che lo portò ad essere ostracizzato dall’università e costretto a far passare le figlie per pazze per salvarle dal lager, ma anche le battaglie poi da magistrato per la ricostruzione dell’Italia, lanciando un messaggio appassionato ai giovani di oggi perché non rinuncino a lottare per un Paese migliore. E come una lettera aperta ai giovani è scritto lo stringente ed essenziale libro di Stefano Rodotà , Diritti e libertà nella storia d’Italia (Donzelli) editore in cui il giurista ripercorre la vicenda di uno Stato italian nato sotto il segno di un forte dibattito sulla laicità e culminato nella scrittura di una Carta costituzionale fra le più avanzate in Europa e che, dopo straordinarie conquiste come la legge sul divorzio e quella sull’aborto, oggi si vede preda di una politica genuflessa e – per compiacere i diktat vaticani, disposta a fare leggi come quella sul testamento biologico appena passata alla Camera e che lede profondamente i diritti di autodeterminazione dei cittadini. Curiosamente proprio nell’anno in cui si festeggiano i 150 anni dell’unità d’Italia fioccano provvedimenti iniqui e liberticidi. Fare la differenza con le passioni che mossero i nostri avi nel Risorgimento può allora essere un sano choc. Andatevi a vedere per esempio, la bella e romanzesca biografia L’isola e il sogno (Fazi) in cui Paolo Ruffilli ripercorre la breve vita di Ippolito Nievo, giovane avvocato e scrittore colto e appassionato, ma anche militante garibaldino, scomparso ahinoi troppo presto nell’impresa dei mille del 1861 poco prima che fosse proclamata l’Unità d’Italia, ma appassionante – fuori da ogni accento agiografico – è anche la raccolta di ritratti di personaggi messa a punto da Lorenzo del Boca in Risorgimento disonorato (Utet), in cui affiora un mosaico di personaggi straordinari che lottarono per rendere l’Italia indipendente dalla tirannide austriaca, ma anche per liberare il Paese dai tanti “tirannelli austriacanti”. Fra questi s’incontra anche un un patriota di Forlì noto come strozzapreti!

( ha collaborato Federico Tulli)

dal quotidiano Terra 2011

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