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In viaggio con la lepre. L’opera dello scrittore #ArtoPaasilinna al festival I Boreali

Posted by Simona Maggiorelli su aprile 22, 2016

Arto-Paasilinna

Arto-Paasilinna

Anticonformisti, timidi, sempre di spigolo con le convenzioni e i riti del vivere “civile”, i personaggi di del finlandese Arto Paasilinna hanno un fascino irresistibile. Che si fa strada a poco a poco. Pagina dopo pagina. Fino a farsi compagni di viaggio irrinunciabili, da cui alla fine della lettura ci si separa a malincuore. Accade così con i due protagonisti del nuovo romanzo tradotto in italiano dello scrittore finlandese Il liberatore dei popoli oppressi (Iperborea), il glottologo Viljo Surunen e la dolce maestra di musica Anneli Immonen  che, con disarmante idealismo,  scrivono lettere ai dittatori sparsi nel mondo per farli desistere dai loro intenti distruttivi. Accadeva così per Rauno Rämekorpi, l’ex boscaiolo e self made man protagonista de Le dieci donne del cavaliere, che per il suo sessantesimo compleanno decide di distribuire fiori, caviale e champagne che ha ricevuto dalle varie autorità, alle donne della sua vita.  Solo per fare due esempi, fra i moltissimi che potremmo fare ricordando Lo smemorato di Tapiola, Piccoli suicidi fra amici, L’allegra apocalisse (con il suo Asser Toropainer, vecchio comunista “bruciachiese”) e altri romanzi, già diventati dei classici della letteratura, firmati da questo originale ex tagliaboschi, ex giornalista, romanziere e poeta finlandese che si è guadagnato l’attenzione del pubblico internazionale nel 1975 con un libro cult, L’anno della lepre, che viene raccontato da Giuseppe Cederna al Teatro Franco Parenti,  il 22 Aprile al Festival I Boreali

Protagonista de L’anno della lepre è il giornalista Vatanen che, a quarant’anni è stanco del suo lavoro diventato sempre più razionale e meccanico, è stanco del cinismo che lo circonda  e dalla stolidità borghese della moglie, è stanco senza esserne consapevole. Finché una sera al tramonto, viaggiando in auto con un collega lungo una strada sterrata, investe accidentalmente una lepre. Sarà proprio quell’ animale ferito ad aprirgli un mondo di avventure, girovagando per boschi, piccoli paesi e riviere, in cui l’uomo ritrova la fantasia e la gioia di vivere. Il piccolo animale che fa ritrovare la tenerezza a Vatanen e  il gusto della libertà nella Lapponia a nord (terra dove Paasilinna è nato) si rivelerà anche un imprevedibile sovvertitore di regole sociali e  di gioghi religiosi, scorrazzando per chiese, brucando fiori sugli altari e disseminandoli allegramente di pallette di sterco. Con sottile, giocosa, ironia sarà proprio la lepre a guidare il protagonista del romanzo, insieme al lettore, alla scoperta di una nuova e imprevista visione della realtà, decisamente contagiosa.

l'anno“L’anno della lepre è stato un libro molto amato, quasi un romanzo simbolo, per la mia generazione”, dice  Giulio Scarpati che per Emons ha registrato un audiolibro de L’anno della lepre.”Mi incuriosiva rileggere il romanzo di Paasilinna oggi – racconta  Scarpati – per capire se ha ancora mantenuto il suo fascino”. E come lo ha trovato? “Ancora straordinario e  di grande attualità perché propone un percorso fuori dagli schemi, che mette a nudo i rapporti consunti, che si sono inariditi. Il viaggio  che si compie in questo romanzo è un viaggio  formativo, di scoperta del nuovo, di apertura alle possibilità, ad incontri imprevisti”.

E’ possibile cambiare vita? Sì sembra dirci Paasilinna, la vita può cambiare in un attimo. Certo ci vuole coraggio e un pizzico di follia.  “Ma anche ironia, per vedere il risvolto comico della burocrazia, dei meccanismi sociali che ci ingabbiano”, aggiunge l’attore. “Quella di Paasilinna è un tipo di ironia molto nordica, che si esprime con un certo understatement, non in modo sottolineato ed  immediatamente evidente come succede nella nostra tradizione”, precisa Scarpati.

“Sull’automobile viaggiavano due uomini depressi – recita l’incipit del romanzo – Il sole al tramonto, battendo sul parabrezza polveroso, infastidiva i loro occhi… Lungo la strada sterrata il paesaggio finlandese scorreva sotto il loro sguardo stanco, ma nessuno dei due prestava la minima attenzione alla bellezza della sera. Erano un giornalista e un fotografo in viaggio di lavoro, due persone ciniche, infelici. Prossimi alla quarantina, erano ormai lontani dalle illusioni e dai sogni della gioventù, che non erano mai riusciti a realizzare”. Il registro ironico di Paasilinna è seducente anche per la malinconia e la bonomia dei suoi personaggi? ” Non c’è cinismo, in loro – conclude Scarpati – anche quando Arto Paasilinna tratteggia personaggi negativi lo fa a tutto tondo, raccontando anche i loro lati nascosti, più umani, così come la sua fantasiae  l’elemento utopico non sono astratti, ma rivelano un legame profondissimo con la realtà”. @simonamaggiorel

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Un baule pieno di personaggi. L’impresa di Fabio Stassi

Posted by Simona Maggiorelli su aprile 14, 2016

stassi-1728x800_c persCome se  la bruciante verità di Cassandra, grazie al racconto di Christa Wolf, fosse anche la nostra. Come se il medico monarchico e “vate neoclassico”, a cui José Saramago ha dato il nome di Ricardo Reis, fosse lì con noi a dialogare con il fantasma di Pessoa sognando una Spagna finalmente libera. Come se lo stesso Marco Polo, tornato da un viaggio di secoli, fosse capace di incantarci ancora con i suoi racconti di una Mongolia fantastica attraverso la voce di Palomar di Italo Calvino… Sono trecento i personaggi letterari che Fabio Stassi ha chiamato a raccolta  nel suo  Il libro dei personaggi letterari, un volume di seicento pagine edito da Minimum Fax in cui sono racchiusi tutti gli incontri che popolano il suo immaginario. E quello di molti di noi. Abbiamo rivolto qualche domanda allo scrittore italo-albanese, che lavora alla biblioteca di Studi Orientali della Sapienza e ha  esordito nel 2006 con Fumisteria, (GBM poi Sellerio, 2015) ambientato nella Sicilia degli anni Cinquanta sullo sfondo della strage di Portella della Ginestra.

Dietro questo libro si intuisce un lettore forte, la passione per la lettura è premessa necessaria, anche se non sufficiente, per scrivere un libro che abbia un valore letterario?

Prima di qualsiasi altra cosa, sono stato un lettore. Ricordo tutti i libri della mia infanzia e della mia adolescenza. Ha sicuramente modificato il corso della mia vita, ma anche se non lo avesse fatto mi ha dato un piacere che continuo a provare ogni volta che apro un libro che mi attira e che ho voglia di leggere. Ha a che fare con il desiderio e la libertà, è un esercizio che si impara presto e non si smette più. Un apprendistato, e un’educazione, alla fantasia, che per me è una delle forme della sensibilità: ti insegna a mettersi nei panni di un altro, immaginare cosa si prova.  Se hai poi l’incoscienza di scegliere la scrittura come tuo più congeniale mezzo espressivo, leggere è il solo modo per imparare, e non si finisce mai.

L’incontro con alcuni personaggi letterari  può essere determinante, è capitato a molti di noi nell’adolescenza ma anche da grandi. In che modo lo è stato per lei?

Sì, incontrare certi personaggi è stato decisivo, come incontrare certe persone. Ho cominciato con un Lermontov e un Puskin, ma forse il primo personaggio è stato Ursus, il gigante circense che abita L’uomo che ride di Victor Hugo. Un ponte verso un’altra umanità, storta, fuori misura e nomade. Poi è arrivato Sigfrido, in una riduzione per ragazzi: la sua è una favola sulla vulnerabilità che ancora mi impressiona. Di seguito Sandokan, così somigliante a Garibaldi, un eroe anticolonialista e antimperialista, fondamentale per l’idea del mondo che mi sono fatto da ragazzo e che possiedo ancora. La folla di personaggi con cui mi sono imbattuto poi da grande è in qualche modo imparentata con questi. I sudamericani, gli irregolari, i fragili e gli utopisti. È come se i primi personaggi di cui leggi le avventure determino un imprinting.

Quando ha capito che i personaggi che più l’avevano affascinata potevano diventare personaggi di un suo libro?

In uno dei miei quotidiani viaggi di pendolare in treno. Non sono un critico letterario, né uno studioso, non ho canoni da proporre né altre pretese. Avevo cominciato a scrivere le schede sui personaggi e sui libri del secondo Novecento che ho amato di più in terza persona. Poi una mattina ne ho girata una in prima, con molta incoscienza. Ed è stato come trovare una piccola chiave per restituirli. Non si smette mai di cercare la propria voce. Ho pensato che la mia l’avevo frammentata e nascosta in quelle dei personaggi nei quali mi ero riconosciuto di più. Leggere, in fondo, è sempre un’azione.

PessoaPer dirla con uno studioso di Shakespeare come Jan Kott, la grande letteratura  è sempre nostra contemporanea?

Ho sempre creduto negli universali, nel fatto che la letteratura si occupa da sempre dell’amore, della morte, del destino di separazione che ci è toccato in sorte, del dolore, della guerra… La letteratura è un fenomeno atemporale e sovranazionale. Non conosce confini né cronologici né geografici perché è sempre il personaggio uomo che si racconta.

Fra le decine di personaggi che lei ha scelto per questi folgoranti ritratti ce n’è qualcuno che più di altra l’ha riguarda?

Ce ne sono alcuni a cui sono più affezionato, e con cui mi sembra di nutrire una maggiore confidenza. Ma cambiano con l’età. Da ragazzo sentivo molto affine il Pin di Calvino del Sentiero dei nidi di ragno, o anche il tenente di Flaiano di Tempo di uccidere, alcuni personaggi di Fenoglio, l’abate Vella di Sciascia, lo zingaro Mélquiades di Garcia Marquez; oggi, il protagonista di Un’ombra ben presto sarai di Osvaldo Soriano, che se ne va in giro per l’Argentina, in un improbabile e doloroso viaggio di ritorno, e incontra acrobati obesi che guidano camion e con loro si gioca a carte i suoi ricordi.

Dopo la  pubblicazione di questo libro c’è stato qualche personaggio che ha bussato alla sua porta sucessivamente?

Ce ne sono moltissimi. Continuo a leggere con lo stesso entusiasmo che avevo da bambino. Spesso mi sveglio nel cuore della notte, per il rimpianto di tutti quelli che ho lasciato fuori e le mie gigantesche lacune. Ma non smetto di accumulare schede e appunti, e chissà, tra qualche anno, mi piacerebbe arrivare almeno a 365, fare di questo piccolo dizionario un almanacco laico dei personaggi letterari.

Aspettando il seguito di questa sua opera che direzione sta prendendo la sua scrittura?

A maggio esce con Sellerio un nuovo romanzo che è figlio anche di questo libro. È la storia di un professore di lettere di 45 anni a cui non rinnovano la cattedra. Si chiama Vince Corso. Prima di lasciare l’Italia e andare a cercare lavoro all’estero, Vince tenta un’ultima carta: aprire un laboratorio di biblioterapia in una soffitta di via Merulana. Sorprendentemente, molte donne iniziano ad andare da lui, a raccontargli i loro malesseri, a chiedergli il libro più adatto da leggere. Nel frattempo, scompare una signora nel suo palazzo, ma Vince troverà la soluzione attraverso la letteratura. Perché ogni racconto, ogni romanzo, costituisce e apre sempre un’indagine.      @simonamaggior

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L’ossessione della purezza . A proposito dell’ultimo Franzen

Posted by Simona Maggiorelli su aprile 12, 2016

Jonathan Franzen

Jonathan Franzen

Cinque anni di lavoro, in condizioni di quasi totale isolamento. Così erano nati Le correzioni e Libertà, i romanzi che hanno rivelato il talento di Jonathan Franzen al pubblico internazionale. E in una separazione pressoché totale dal mondo è nato Purity: il suo quinto romanzo (appena pubblicato in Italia da Einaudi, nella bella traduzione di Silvia Pareschi), con cui lo scrittore americano intreccia le vicende in una giovane di nome di Purity che vive in una comunità in stile Occupy a trame nere nell’ex Germania dell’Est, alla vigilia della caduta del muro. In una Germania ancora controllata dalla Stasi dove l’ipocrisia regna sovrana e ogni ideale di uguaglianza si infrange contro i privilegi dell’apparato, incontriamo giovani feriti dal totalitarismo, ma anche e soprattutto da rapporti personali e familiari all’insegna della falsità, della doppiezza, dell’assenza di veri sentimenti. Il giovane Andreas Wolf ha un padre anziano impiegato ai piani alti del regime e una madre colta, bellissima, seduttiva, che parla mescolando slogan ideologici e citazioni di Shakespeare, ma che nasconde un animo gelido, vuoto, calcolatore. Così il giovane “principino” cresce con una rabbia e un odio che non lasciano scampo, fino ad assassinare il patrigno violentatore di una giovanissima amica.

Jonathan Franzen

Jonathan Franzen

Quando una fiumana di gente pacifica – sotto gli occhi sgranati di chi ha passato la vita a sorvegliare e punire – arriverà a riversarsi per le strade chiedendo trasparenza e la fine delle vessazioni, Andreas si fingerà uno di loro per rubare i dossier segreti della Stasi che lo riguardano. E da assassino riuscirà a farsi passare per un pirata informatico che lotta per la divulgazione dei segreti di Stato, usando i riflettori internazionali per rifarsi un’identità.

Intanto, dall’altra parte dell’Oceano: Il mondo apparentemente libero della rete è quello in cui vive anche Purity, dickensianamente detta Pip. Anche lei come Andreas ha una madre che la manda al manicomio, ha un debito universitario insormontabile, è poverissima, ma piena di rabbia che si traduce in un rigorismo astratto che la porta ad essere cieca nei rapporti. Le sue giornate passano in un appartamento infestato di topi e dominato dalla violenza del coinquilino schizofrenico che, nonostante vagonate di psicofarmaci evidentemente poco o nulla efficaci,  crede di vedere invasioni di tedeschi e di nemici in cucina. È un’America emarginata e devastata quella che Jonathan Franzen racconta, tratteggiando curiose e interessanti assonanze con la devastazione e il deserto umano di quella parte della Germania che rimasta chiusa dietro la cortina di ferro.

9788806216603L’apparentemente aperta e democratica America dove le classi meno abbienti vivono in un isolamento pneumatico si specchia in questo nuovo romanzo di Franzen nell’uguaglianza solo formale delle giacchette grigie, di un comunismo di regime, che annulla ogni vera possibilità di rapporto umano e di realizzazione. Romanzo complesso, sfaccettato, questo nuovo lavoro di Franzen in cui in filigrana si può leggere anche un apologo sulle false promesse di libertà e democrazia della rete e, soprattutto, una critica di quell’ideale astratto di purezza che nella storia ha connotato molte e terribili ideologie. Evocando i fantasmi del nazismo e la disumana idea hitleriana della purezza della razza ariana, ma anche un’ideologia puritana ben presente nella storia americana, in cui i pionieri pensavano di avere una missione da compiere sterminando i nativi americani ed appropriandosi delle loro terre.
@simonamaggiorel

Purity diventa film

In America Purity è uscito nel settembre scorso e, secondo Deadline, il romanzo sarà presto tradotto sul grande schermo in una serie in venti episodi che sarà trasmessa anche in streaming da Netflix, Hulu e Amazon. L’adattamento sarà scritto da Todd Field con lo stesso Franzen e sarà prodotto da Scott Rudin, il produttore di Grand Hotel Budapest. Si parla dell’ex James Bond Daniel Craig come protagonista.

L’intervista del Guardian: There is no way to mak

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L’enigma del lago rosso. #FrankWesterman al Book Pride

Posted by Simona Maggiorelli su aprile 3, 2016

Lago Nyos

Lago Nyos

Nel 1986, in una valle remota del Camerun, duemila persone morirono in silenzio durante la notte. Uomini, donne e bambini si erano spenti insieme alle loro mucche, ai loro polli, agli uccelli, ai babbuini e alle formiche. Intorno nessuna traccia di distruzione, nessun danno. Solo molti anni dopo gli scienziati arrivarono all’ipotesi che ad uccidere senza lasciare tracce visibili fosse stata una esalazione di anidride carbonica dal lago Nyos. Nel frattempo però molte leggende sono scaturite da quel tragico evento. Ne L’enigma del lago rosso  pubblicato da Iperborea, lo scrittore olandese Frank Westerman cerca di ricostruire cosa accadde ma, soprattutto, attraverso la voce di testimoni e studiosi si interroga sul processo di mitopoiesi e sui modi della trasmissione orale delle storie. Di questo in particolare parla  a Milano il 3 aprile intervenendo al Book Pride, nell’ex Ansaldo a Milano. Domenica 3 aprile alle ore 14, in particolate  l’autore presenta il suo libro insieme ad Alessandra Iadicicco e alle 16 partecipa a una tavola rotonda con il deputato Khalid Chaouki e la scrittrice somala Kaha Mohamed Aden sul tema dell’immigrazione.

Wasterman che cosa ha scoperto studiando le leggende della valle di Nyos?

All’inizio mi sono trovato davanti a un vero enigma. L’accaduto lasciava spazio alle ipotesi più varie, alle dietrologie e, sulle sponde del lago, ai canti, alle preghiere, ai racconti. Le storie trovano sempre dove fare il nido. Gli esseri umani creano un intero mondo intorno ai fatti, li alimentano di significati, di interpretazioni. Viviamo immersi in quel mondo fantastico che colora e trasforma la realtà.

frankAncora oggi le cause della strage non sono state del tutto chiarite?

A più di 25 anni di distanza la scienza non ha prodotto una spiegazione univoca e incontrastata. E l’esercito del Camerun sta ancora pattugliando un tratto di 18 km come zona vietata. Quando l’ho saputo ho immediatamente progettato di tornare là. Quel mistero mi ha colpito profondamente. Ho pensato che quella vicenda poteva essere un “laboratorio” per capire come nascono le storie che poi finiscono per diventare miti e leggende. Come è cresciuta quella selva di narrazioni? A cosa assomiglia quella proliferazione? E quale influenza esercita su di noi? Quando nel 1992 per la prima volta andai in Camerun ero un giovane reporter radiofonico e mi domandavo cosa fosse successo. Tornandoci poi da scrittore mi sono chiesto che cosa racconta la gente di ciò che è accaduto. Ciò che mi sembra sempre più evidente è che siamo più influenzati dalle costruzioni culturali che dalla natura intesa come ambiente fisico, correnti, uragani, terremoti. I nazisti credevano che la razza ariana fosse superiore alle altre. La schiavitù ha trovato “giustificazione” nella religione che parla di un ordine voluto da Dio. Parliamo di mitologie basate su una feroce ideologia. Più in generale, invece, la fantasia è il nostro habitat naturale. Mi affascina osservare come le storie mutino nel tempo, come si moltiplicano se vengono dette e ridette, come evolvono, si trasformano.

enigma-del-lago-rossoLa religione cattolica sostiene che il Male è in ogni essere umano come peccato originale. C’è bisogno di una nuova antropologia, più laica, per studiare e conoscere la realtà umana?

Io penso che l’antropologia si sia liberata dalla maggior parte dei pregiudizi cristiani, già da decenni. Ha fatto molta strada e altra ne farà. Riguardo all’Africa per esempio è partita considerando in modo positivistico e razzista la misura del cranio come indicatore di intelligenza ed è arrivata nel ‘900 ad essere la scienza sociale per eccellenza che continuamente ci rimanda indietro la nostra immagine di occidentali europei in maniera critica. Anch’io, in qualche modo, cerco di farlo ne L’enigma del lago rosso. Come? Dando ai superstiti del misterioso lago Nyos l’ultima parola. I cantastorie, i griot, non sono una realtà solo africana: tutti gli esseri umani hanno una dimensione di fantasia e ognuno di noi contribuisce alla narrazione collettiva.

Nel suo Ararat (Iperborea 2010) lo scienziato Salle Kroonenberg racconta che solo quando si è ammesso che il diluvio universale è n’allegoria si è sbloccata la ricerca nel campo della geologia. Questa credenza ha anche ritardato lo studio della storia della Mesopotamia e la scoperta dell’epopea di Gilgamesh. Che ne pensa?

Alla fine la leggenda dell’arca di Noè si è rivelata più tenace di storie avventurose come il viaggio sul brigantino Beegle che Darwin intraprese per fare ricerca. In effetti c’è un filo rosso che lega L’enigma del lago rosso e Ararat. Personalmente vorrei che mia figlia studiasse la teoria di Darwin a scuola e allo stesso tempo avesse la possibilità di godere della bellezza delle storie prendendole come tali. Oggi ha 13 anni e di recente le ho mostrato un video di you tube in cui fondamentalisti dell’Isis distruggano dei reperti antichi a Ninive. L’ha impressionata molto e mi ha detto: «Papa, non ti deprimere, è esattamente quello che loro vogliono».

Nel libro El Negro ed io (Iperborea, 2009) racconta di aver visto in un museo spagnolo il corpo imbalsamato di un africano senza nome. «Il modo in cui l’abbiamo guardato e lo guardiamo tradisce il nostro pensiero su razza e identità», lei scrive. Quanto di quello sguardo razzista c’è nelle politiche europee verso i migranti?

Molto direi. Ma fortunatamente la nostra visione dell’ “altro”, dello “straniero” non è sempre la stessa, cambia nel tempo. Ci sono state molte ondate di migrazioni in Olanda, ugonotti portoghesi, ebrei; gli stessi olandesi sono emigrati in massa nel “nuovo mondo” e in Australia, per centinaia di anni fino agli anni Cinquanta e Sessanta. Hanno sperimentato cosa significa essere stranieri L’identità di un popolo è anche definita da come lo vedono gli altri popoli. Ai tempi del conflitto in Jugoslavia ero corrispondente di guerra: serbi, croati e bosniaci avevano rapporti di interdipendenza, contava molto come si percepivano, differenze li definivano reciprocamente. Franz Fanon non a caso diceva: «Diventi un nero solo quando incontri un bianco». Gli incontri sono sempre “a doppio senso”. Si cresce in questa dialettica. In Bosnia ho visto villaggi con una millenaria storia multietnica diventare teatri di pulizia etnica. Solo i Serbi sono rimasti alla fine. E devo dire era una scena davvero pietosa. Come vedere qualcuno in pista che balla da solo il valzer, avendo perso il proprio partner. ( Simona Maggiorelli, Left)

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