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Biennale 2013. Lo strano mondo di Gioni

Posted by Simona Maggiorelli su giugno 9, 2013

Massimiliano Gioni

Massimiliano Gioni

Visioni futuribili e antichi miti. Messaggi esoterici , stregonerie e opere come reperti etnografici. Nel suo Palazzo enciclopedico il direttore della 55esima Biennale di Venezia crea una bizzarra  camera delle meraviglie anni Duemila

di Simona Maggiorelli

Il ricciolo monumentale di Roberto Cuoghi, barocco omaggio a una natura ancestrale e possente, ci introduce nell’atmosfera magica e atemporale di questa 55esima Biennale d’arte di Venezia che affida la mostra internazionale a Massimiliano Gioni, curatore under 40 con alle spalle esperienze importanti come la Biennale di Berlino del 2006 ( curata insieme a Maurizio Cattelan) e la codirezione del New Museum di New York.

Accanto alla scultura totem di Cuoghi intitolata Belinda (2013) che sembra precipitata al centro dell’Arsenale di Venezia come una misteriosa pietra di un’antica civiltà scorrono opere grafiche e serie fotografiche che con mezzi espressivi opposti tracciano mappe di paesaggi sconosciuti, che ci invitano ad esplorare luoghi lontani, orizzonti di fantasia creati da artisti da ogni parte del mondo. Sono più di centocinquanta, infatti, gli artisti invitati da Gioni: di questi la stragrande maggioranza non ha mai partecipato alla Biennale di Venezia. E in queste sale si trovano ad esporre accanto a nomi affermati, del passato e del presente da Bruce Nauman a Cindy Sherman, da Jimmie Durham a Paul McCarthy e Steve McQueen. Fino agli italiani Enrico Baj e Domenico Gnoli, scomparsi da anni, e a superstiti maestri dell’arte povera come Diego Perrone, Giulio Paolini e Marisa Merz ( Leone d’oro alla carriera).

Cuoghi, Belinda (2013)

Cuoghi, Belinda (2013)

Tutti insieme senza gerarchie o contestualizzazioni temporali in questo strano e stravagante castello dei destini incrociati dell’arte mutuato dalla bizzarra idea di un artista dilettante, un meccanico italo americano Marino Auriti che attorno al 1950 immaginò un Enciclopedico Palazzo, ovvero un museo che nel cuore di Washington avrebbe dovuto raccogliere tutto il sapere del mondo.

Ed è come se Gioni avesse indossato gli stivali delle sette leghe per percorrere in lungo e in largo la storia dell’arte, raccogliendo reperti di ogni epoca per comporre questa sua personalissima wunderkammer, una camera delle meraviglie che mette insieme le ricreazioni di miniature moghu del pakistano Imran Querishi e i manichini in stile hollywood dell’americano Charles Ray, il bestiario fantastico alla Borges dell’ebreo Levi Fisher Ames e le colorate opere di arte etnica e naïf dell’africano Frédéric Bouabré, la reinvezioni di mito del Golem dell’esperta di filosofie esoteriche Hilma af Klint e le divagazioni sul tema del doppio del fotografo belga Norbert Ghisoland.

Jung, libro rosso

Jung, libro rosso

E ancora le visioni di Aleister Crowley, esoterista tra i fondatori dell’occultismo accanto ai deliri del Libro rosso di Jung, esposto qui, fra bandiere vudù haitiane e bambole semoventi, come uno dei tanti assurdi cimeli che ci hanno lasciato in eredità Ottocento e Novecento insieme allo spiritismo da salotto, i soldatini di piombo e tragici scalpi di un Occidente imperialista che riduceva a curiosità etnografica l’arte razziata nella grande Africa.

Massimiliano Gioni in questo suo Palazzo enciclopedico gioca con i pregiudizi, ne espone i feticci, per mostrare come ormai siano solo delle pellicce da carnevale. Lo fa buttando a gambe all’aria compartimentazioni di saperi, di generi, di linguaggi. Facendosi entomologo dell’arte che appende al muro con spilloni come fossero farfalle rare opere raccolte in giro per il globo oppure create ad hoc per questa sua raccolta delle meraviglie distribuita senza soluzione di continuità per tutti i 10mila metri quadri dell’esposizione.

E se questa sua giocosa macchina del tempo ha il merito , comunque sia,  di liberarci dall’agghiacciante concettualismo che ha dominato le ultime due Biennali dell’arte, sembra però riportarci tout court alle estetiche surrealiste di cui torna ad elogiare il confuso profetismo, gli slogan e le parole d’ordine ( «Ogni cosa può essere arte») e le fantasticherie intorno ai temi del primitivo, dell’originario, della notte , della follia. Che proprio nell’orizzonte surrealista, smise di essere la bella follia, l’originalità rivendicata dagli artisti del Rinascimento per diventare esaltazione della pazzia, della dissociazione ( la scrittura automatica) della violenza («L’azione surrealista consiste, rivoltelle in pugno, nell’uscire in strada e sparare a caso fra la folla» diceva Breton). Un’estetica che, come ha scritto Jean Clair in Processo al surrealismo (Fazi) «ha plasmato milioni di menti ed è entrata a far parte del nostro habitus, dalla pubblicità all’estetica cinematografica». E che forse è venuto il tempo di smascherare.

I SOGNI INQUIETI DELL’ITALIA

Francesca Grilli Mostra Vice Versa

Francesca Grilli Mostra Vice Versa

Il filo della storia italiana è ripercorso per suggestivi frammenti in questo Padiglione italiano dove il direttore del Macro, Bartalomeo Pietromatchi presenta, fino al 24 novembre, la sua mostra dal titolo “Vice Versa”, con molte opere inedite create ad hoc per questa 55esima Biennale di Venezia. Così, dopo la caotica e gridata edizione 2011 del Padiglione italiano diretto da Vittorio Sgarbi, alle Tese delle Vergini e all’Arsenale ci vengono incontro, discrete e silenziose, quasi in punta d piedi, visioni di un’Italia dal futuro incerto e che dorme sonni inquieti per l’impossibilità di riconciliarsi con il proprio passato.

Quello inaccettabile del nazi fascismo stigmatizzato qui da uno scabro reperto in bianco e nero recuperato dall’archivio di Fabio Mauri. E quello della stagione degli anni di piombo evocato da una performance di una giovane artista Francesca Grilli che ha immaginato un microfono capovolto che penzola dal soffitto e che nessuno sembra avere il coraggio di afferrare per dire la verità su quella macchia rosso sangue che si va allargando su una pedana di legno che si fa metafora della pubblica piazza. Verità e censura, memoria e amnesia sono i temi che ricorrono in questi 7 spazi, in cui dialogano a due a due 14 artisti. Fra loro artisti affermati della generazione dei quaranta/cinquantenni come Massimo Bartolini e Luca Vitone, giovani come Piero Golia e Frncesco Arena, ma anche maestri come Giulio Paolini, con i suoi vertiginosi giochi prospettici e Marco Tirelli con le sue diafane scacchiere. La nostalgia struggente per certi scorci italiani, per una bellezza che non lascia scampo, ritorna nele fotografi edi Luigi Ghirri mentre una cassa da morto coperta di schedine del totocalcio realizzata da Sislej Xhafa racconta come ce la siamo giocata. s.m.

LEONE D’ORO ALL’ANGOLA

01_studioazzurroIl Leone d’oro 2013 della 55esima Biennale di Venezia è andato al Padiglione dell’Angola per la mostra “Luanda, Encyclopedic City” che racconta il fermento creativo che sta attraversando la capitale angolana, dopo anni molto difficili. E se la Cina in Laguna brilla per l’ironia con cui rilegge i topoi dell’arte occidentale, fra le new entries, il padiglione del Vaticano si segnala per un trittico che vorrebbe riaffermare il mecenatismo ecclesiastico nel nuovo millennio. Costato 750mila euro, di cui 300mila stanziati dalla Biennale, il Padiglione del Vaticano presenta un’opera di videoarte sulla Genesi firmata da Studio Azzurro (in stile estetizzante alla Bill Viola) alcune opere fotografiche del ceco Josef Koudelka, sul tema De-Creazione, e niente meno che visioni di una Nuova Umanità o Ri-Creazione del pittore americano Lawrence Carrell, esponente dell’Arte Povera.

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Il secolo lungo di Daverio

Posted by Simona Maggiorelli su febbraio 24, 2013

Delacroix, il 28 luglio, la libertà guida il popolo (1831)

Delacroix, il 28 luglio, la libertà guida il popolo (1831)

In una ideale staffetta con lo storico Eric J. Hobsbawm, Philippe Daverio torna ad indagare il XIX secolo. Nel libro Il secolo lungo della modernità (Rizzoli) lo fa immaginando di trasformare una vecchia stazione ferroviaria in un museo pieno di opere che hanno punteggiato un lungo arco di tempo che va dalla rivoluzione francese alla fine della prima guerra mondiale, ovvero fino al momento «in cui Hobsbawm fa iniziare il suo secolo breve», sottolinea il critico d’arte milanese, che insegna alla Facoltà di architettura a Firenze.

«La lunghezza del secolo è il primo dato che dà valore alla dimensione storica» abbozza il professore. «Il Cinquecento per esempio, è importante perché comincia sostanzialmente con la morte di Lorenzo De’ Medici e la scoperta dell’America e si conclude con lo scoppio della guerra dei trent’anni, nel 1618. I secoli sono importanti quando sono lunghi. Basta misurarli!».

E poi avvicinandosi al tema del suo nuovo libro aggiunge: «Il secolo della modernità è il XIX secolo: lì nasce tutto ciò che fa il nostro mondo, dal treno all’aero, dal telefono alla medicina». E già qui troviamo all’opera quel suo affascinante sguardo lungo sull’arte che, oltre all’estetica e alla storia, comprende anche l’antropologia, la filosofia, il costume. Un metodo, quello di Daverio, che soprattutto nei libri (da Il museo immaginato, Rizzoli, all’Arte di guardare l’arte Giunti) procede per nessi analogici, inaspettati, infischiandosene degli “ismi” e dalle  compartimentazioni del sapere che, alla fine, appiattiscono la visione.

«Noi abbiamo modificato la storia dell’arte secondo canoni recenti, con parametri che sono quelli che sono serviti in gran parte per giustificare i prezzi delle opere sul mercato. Se invece rovesciamo la questione dal punto di vista antropologico e culturale diventa tutto più divertente», suggerisce Daverio. «Basta usare altri parametri. Se guardiamo la pittura che concerne il vapore vengono fuori quadri di vapore. Se guardiamo il lavoro, il rapporto con la natura, con il sentimento, che nel Romanticismo erano preminenti, se guardiamo ai veri temi con cui si identificava il XIX secolo allora si formano dei raggruppamenti diversi». E nessi inediti, stimolanti. Che hanno il pregio di gettare una luce nuova sulle cose.

La predilezione di Daverio per la modernità (anche come direttore della rivista Art e Dossier) potrebbe lasciare intuire una critica implicita al contemporaneo. In sintonia con un critico acuto come l’ex direttore del Musée Picasso di Parigi, Jean Clair che in libri come L’inverno della cultura (Skira) ha criticato la povertà culturale del tardo pop e la freddezza razionalista del concettualismo di moda oggi. Ma curiosamente è stato accusato da critici e curatori di catastrofismo e passatismo, con toni da censura. «Il fatto è – commenta Daverio – che esiste una struttura di mercato che ha lo scopo di difendere tutto ciò che è stato prodotto nel XX secolo senza avere il coraggio di esaminarlo. Ma ormai il Novecento è passato e si ha il diritto di indagarlo. Il mio prossimo libro, intitolato Il breve secolo dell’ansia, si occuperà proprio di questo».

Boccioni, Stati d'animo, gli addii (1912)

Boccioni, Stati d’animo, gli addii (1912)

Con ciò, precisa Daverio, «non è vero che nel XX secolo non nasca nulla di importante. Emergono nuovi protagonisti: gli Stati Uniti, la Russia, anche l’Italia, i paesi non industrializzati del XIX secolo. Ma le invenzioni nel XX secolo, tutto sommato, sono poche. Il Novecento non è stato il secolo della scienza ma il secolo della tecnologia. La filosofia di fatto si arresta nell’ambito del pensiero debole che è una declinazione dell’esistenzialismo. Si abbandona ogni ipotesi di una concezione sistematica possibile del mondo, come invece avevano tentato, in chiave di materialismo storico, Carl Marx, in modo esistenzial-depressivo Schopenhauer e poi il superuomo Nietzschiano. Tutta questa roba nel Novecento scompare. E finiamo con il pensiero debole con Karl Popper. Ma oggi-conclude Daverio -, visto che sono  già passati 15 anni dalla sua fine, se prendiamo Sarajevo come punto di svolta, possiamo cominciare ad analizzare il XX secolo per capirne le opacità, il senso, le contorsioni».

E cosa emerge dalla sua analisi? «Che gran parte del XX secolo è fatto di cose del XIX – ribadisce il professore -. Ci sono delle aree, per esempio, dove la Belle Époque finisce dopo il 1939. Quella parigina continuò fino all’arrivo delle truppe tedesche che, passate attraverso la guerra, subito dopo si misero a godere di nuovo».

E che dire invece del postmoderno che, per quanto oggi lo si dica morto, continua a dominare nelle Biennali d’arte e nei musei dalla Tate, al Pompidou al MoMa?. «Bisogna vedere cosa vuol dire oggi postmoderno. La parola ci piaceva quando fu inventata 25 anni fa perché non si capiva dove andava a parare. Io oggi lo chiamerei neo contemporaneo. La modernità si fonda su una radice del passato, esiste in quanto è il passato che si fa presente e ci proietta avanti. L’idea di contemporaneità si lega ai “compagni del nostro tempo” e immagina l’attualità come basata su una tabula rasa: cancelliamo tutto e facciamo un mondo nuovo, che è quello che accadde nel 1917 a San Pietroburgo, a Mosca. Ma anche nel 1922 in Italia con Mussolini e quando l’Adolfo inventò il terzo Reich: durerà mille anni, predicava, ripartiamo da zero». E oggi? «Stiamo tornando alla modernità, ci pensiamo come il punto di passaggio fra passato presente e futuro. Non crediamo più che demolendo tutto, di per sé nasca il nuovo».

Philippe Daverio

Philippe Daverio

Di questo parlerà la sua prossima serie di Passpartout? «Non è detto che me lo facciano rifare… Anni di lavoro – chiosa Daverio- valgono un po’ meno di una serata di Benigni economicamente. Il pubblico ha apprezzato il programma, i dati lo dicono, ma in Rai stranamente non lo sanno. La Rai è una cosa abbastanza importante. Ma non siamo poi così sicuri che sia in Italia, potrebbe anche essere da qualche parte nell’Universo, lontano dal Paese reale».

Anche la politica è sorda alla domanda di cultura? Ci stiamo avvicinando alle elezioni e i beni culturali, il patrimonio d’arte sono fra i temi più snobbati nei programmi «E che non gliene frega niente a nessuno. Per conto del Fai ho coordinato una discussione con esponenti politici ed è stato – dice il professore dopo una pausa – alquanto imabrazzante». Quanto ai programmi dei partiti «una certa inclinazione per le tematiche culturali vive comunque nell’area di Bersani. Forse perché lui è laureato in filosofia con una tesi su Alberto Magno. Una sorta di romanticismo filo culturale, a destra, c’è poi fra quelli di Fini. Tutti gli altri se ne infischiano. Probabilmente hanno altri problemi». Con il progetto Save Italy lei aveva provato a lanciare un progetto e un movimento, possiamo fare qualcosa come cittadini? «Io penso di sì, bisogna fare fortemente i provocatori. Bisogna provocare reazioni». (simona maggiorelli)

Dal settimanale Left-avvenimenti

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In Viaggio con Matisse

Posted by Simona Maggiorelli su agosto 25, 2012

di Simona Maggiorelli

Matisse,La Falesia d’Aval e il cottage di Etretat,1920

Negli ultimi anni si è molto discusso se abbia senso l’attuale corsa alla costruzione di grandi musei, visivamente anche spettacolari come quelli creati da archistar com Frank Ghery, ma che finiscono per essere delle scatole intercambiabili, contenitori di un grande numero di pitture e sculture decontestualizzati dal territorio in cui sono inseriti e dalla storia delle opere stesse.

È stato l’ex direttore del Museo Picasso di Parigi, Jean Clair ad aprire la querelle con un duro J’accuse contro il Louvre intenzionato a prestare parte della propria collezione al nascente museo di Abu Dhabi. Poi a quel suo acuminato pamphlet (edito in Italia da Skira) hanno fatto eco studiosi come Salvatore Settis stigmatizzando la diffusione di un modello americano che concepisce i musei come “cattedrali nel deserto”; un tipo di organizzazione espositiva che, se può avere una sua ragione Oltreoceano dove la storia dell’arte non ha una tradizione millenaria, poco senso ha da noi dove la tutela ha radici antiche. Ma soprattutto l’Italia (come ricorda anche Philippe Daverio nel suo nuovo L’arte di guardare l’arte  appena uscito per Giunti)  si caratterizza per un “museo diffuso” sul territorio, con palazzi storici, chiese, castelli che sono tutto il contrario di contenitori anonimi. Proprio per questo, con l’idea di valorizzare alcuni edifici di pregio, in un ideale Grand Tour  – in questo caso di opere, non di artisti -, il Ministero per i Beni culturali ha organizzato in collaborazione con la Fondazione Bemberg di Tolosa la mostra Viaggio in Italia: un trittico di esposizioni che lungo la costa adriatica, fa tappa nel Castello di Miramare a Trieste, nella Rocca di Gradara e nel Castello Normanno-Svevo di Bari, facendone teatri di capolavori di Lucas Cranach, di maestri fiamminghi, ma anche di pittori delle avanguardie storiche come Matisse.

Ma veniamo alle singole esposizioni aperte fino al 30 ottobre. Nel Castello a picco sul mare triestino la mostra “Sì dolce è il tormento: l’amore in tre capolavori” propone un affascinante assolo di Lucas Cranach il Vecchio (1472-1553), “rivale” di Dürer e amico di Lutero, nonché autore di nudi femminili misteriosi e sensuali come in Venere e Cupido, qui insieme al caustico Il vecchio innamorato e alla scena mitologica Diana e le ninfe sorprese da Atteone.

Signac, Alberi in fiore, fine del XIX secolo

La Rocca di Gradara, intanto, ospita una piccola summa di arte dalle Fiandre. Con la Madonna in tessuti arabesque di Van der Weyden che influenzò la pittura italiana nel secondoQuattrocento. La lezione leonardesca, invece, si nota nello sfumato di Isenbrandt, rappresentato nelle Marche da una Madonna col bambino della prima metà del Cinquecento. E ancora, la penetrazione psicologica del ritratto fiammingo è raccontata da una tela di Benson, maestro di Bruges, mentre il realismo nordico e grottesco dalla corrosiva Scena di locanda di Pieter Brueghel. Infine ecco anche il San Girolamo di Patinir, innovatore delle vedute paesaggistiche, tra descrizione naturalistica e visionarietà.

Il Castello di Bari, invece, si apre all’avanguardia maturata tra Ottocento  e primo Novecento, con il pointilliste Signac e il suo Alberi in fiore, un olio in cui la ricerca scientifica sul contrasto simultaneo del colore diventa il fulcro di un’arte a dire il vero assai razionale. E se Pierre Bonnard già cercava di prendere le distanze dall’impressionismo con il suo onirico scorcio parigino Il ponte dei Santi Padri, fu Matisse a fare un vero salto di qualità verso una pittura che cercava l’essenziale e la sintesi di una forma latente e più profonda dietro la percezione oggettiva.

da left Avvenimenti

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Postmoderno addio

Posted by Simona Maggiorelli su dicembre 23, 2011

Una grande mostra a Londra ( e dal 25 febbraio al Mart di Rovereto)  indaga vent’anni di Postmodernismo. Ma fu vera sovversione lo stile teorizzato da Lyotard e che aveva le sue radici pià antiche nel Sessantotto?

di Simona Maggiorelli

Fred and Ginger Building, Praga

Architetture come giganteschi oggetti di design e opere d’arte come luccicanti gadget. La storia usata come un enorme serbatoio di stili da cui pescare citazioni da riusare poi del tutto decontestualizzate. Arrivando, in architettura, fino ai più bizzarri e dissonanti assemblaggi di colonne doriche, verticalità gotiche, e ornamenti neobarocchi.

Il pastiche è stato il linguaggio per antonomasia del Postmoderno, che ha imperversato per oltre un ventennio nell’Occidente globalizzato. In arte come in letteratura. Basta pensare ai romanzi di DeLillo, di Pynchon o di Foster Wallace. E oltre.

Come documenta la mostra Postmodernism 1970-1990 che, dopo Londra, dal 25 febbraio arriverà al Mart di Rovereto, il Postmoderno ha visto l’esplosione della contaminazione fra i linguaggi con spettacoli multimediali e videoclip caratterizzati da ibridazioni, eclettismo senza limiti, giustapposizioni ossimoriche, ricerca dell’effetto choc, in modi derivati dal Dada e dal Surrealismo. Ma anche mutuati dalla Pop art, per quanto riguarda l’estetizzazione della merce e il riuso di meccanismi di comunicazione pubblicitaria tipici del capitalismo Usa.

Arti-star come Jeff Koons o Damien Hirst, come è noto, hanno perfezionato questa tecnica lucidamente, arrivando con i loro Bunnies gonfiabili e gli squali in formalina a toccare quotazioni d’asta miliardarie. E se Andy Warhol come scrive Marc Fumaroli nel suo caustico Parigi-New York e ritorno (Adelphi) «era un guardone, spinto da un arrivismo e da un’avidità divoranti», gli artisti del Postmoderno lo hanno superato diventando indefessi «plastificatori», artefici di «un’arte parassitaria», che usa il plagio come strategia principe. Un esempio per tutti: le celebrate quanto sovraestimate opere cartellonistiche di Richard Prince, diventato famoso per aver ripreso una pubblicità della Malboro in cui campeggia un americanissimo cowboy a cavallo. Eclatante esempio di Postmoderno plagiario con cui Prince ha sbancato, avendo avuto l’astuzia di depositare il copyright della sua “variazione sul tema”, in modo da mettersi al riparo dalle rimostranze del negletto fotografo autore della foto clonata.

Richard Prince cowboys

Un sistema di specchi, di citazioni che disconoscono la fonte e poi ricombinate in modo da creare nello spettatore un senso di spaesamento e l’impressione di un “nuovo” che invece non c’è. «A questo stadio di cinismo – scrive Fumaroli – la riproducibilità meccanica delle opere d’arte dicui si lamentava Benjamin negli anni Trenta raggiunge proporzioni alla Borges».

Ma da dove nasce questo micidiale attacco che il Postmoderno ha sferrato nei confronti dell’arte, svuotando le immagini di senso, rendendole piatte, iperrealiste come sogni lucidi? Secondo Fumaroli, nello spaccio generale di prodotti di consumo globale contrabbandati per arte molta responsabilità hanno avuto quei critici e quei pensatori che, a partire dalla celebrazione degli orinatoi di Duchamp sono arrivati a legittimare la trasfigurazione del banale operata da Warhol.«I pratical jokes di Duchamp – scrive Fumaroli – sono diventati, grazie ad una esegesi consecutiva alla valutazione commerciale, un sistema universale di legittimazione, di autorizzazione e di omologazione adatta a qualsiasi cosa». Ma forse non basta per comprendere la deriva che le arti visive stanno vivendo oggi in Occidente. Di recente denunciata in un appassionato pamphlet anche da un altro critico francese di spessore, l’ex direttore del Museo Picasso, Jean Clair che ne L’inverno della cultura (Skira) stigmatizza il gusto perverso per il raccapricciante, per l’immondo e l’ostentata distruzione dell’umano che esprimono artisti di grido come Paul McCarthy con le sue “sculture di escrementi” e rappresentazioni di uomini e donne obesi e in disfacimento. Ma questo non è che l’aspetto più di superficie del coraggioso J’accuse di Clair contro la totale perdita di fantasia che connota le arti visive che vanno per la maggiore nei circuiti internazionali dell’arte, dal MoMa alla Tate, al Pompidou.

Venturi, Postmodernism

Un J’accuse che, curiosamente, gli è costato pesanti controaccuse di conservatorismo da parte di una critica di sinistra (da Dorfles a Bonami in Italia) che ancora si ostina a non voler vedere nel Postmoderno e nei suoi epigoni l’insana miscela di istanze ribellistiche e insieme apologetiche del tardo capitalismo che ne costituisce la base. Una intellettualità di sinistra che ancora non vuol vedere «la confusione ideologica del Postmodernismo che mescola la pulsioni del ’68 con l’età di Reagan». Come ha scritto sul Corsera un architetto come Vittorio Gregotti che da trent’anni si oppone al caos sessantottino di quel Postmoderno, teorizzato da Lyotard ne La condizione postmoderna (1979), ma che ha radici nel pensiero di Foucault, di Deleuze, di Derrida.

Un Postmoderno che, in consonanza con la protesta antiautoritaria e antidentitaria di Foucault, ha portato a una suicidaria «liberazione dai vincoli della realtà», alla rinuncia del potere conoscitivo dell’arte, al decostruzionismo più nihilista, all’estetizzazione della menzogna. E nelle arti performative all’esaltazione euforica del transgender e del cyborg mutante. Mentre nelle arti visive ha favorito un micidiale svuotamento delle immagini, del tutto annullate poi dall’iperrazionalismo dell’arte concettuale. «La morte dell’arte profetizzata da Hegel due secoli fa si è realizzata alla perfezione», chiosa su Repubblica Maurizio Ferraris, riprendendo i fili della querelle fra Postmodernismo e nuovo Realismo che il filosofo torinese ha lanciato la scorsa estate e che ora si riaccende su Alfabeta 2. «Solo che – aggiunge – riguarda solo l’arte visiva che si autocomprende come grande arte concettuale, o post concettuale, mentre altre arti stanno benissimo e ne nascono di nuove». La cosa interessante a questo punto sottolinea Ferraris, e noi con lui, «è chiedersi cosa ci sarà dopo e se il dopo è già qui».

da leeft-avvenimenti

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Quando l’artista diventò un’icona

Posted by Simona Maggiorelli su agosto 9, 2011

A proposito della querelle aperta dal critico Jean Clair sulla morte dell’arte contemporanea, ridotta a gadget di lusso da artisti come Murakami, Hirst, Koons and Co.: nei mesi scorsi abbiamo affrontato più volte questo tema sulle pagine del settimanale Left-Avvenimenti. Per proseguire la discussione ecco alcune riflessioni a proposito del lavoro del filosofo Arthur Danto sulla fine dell’arte.

di Simona Maggiorelli

Andy Warhol

La morte delle arti visive così come si sono sempre intese è un fatto evidente ed acclarato secondo il filosofo Arthur C. Danto (classe 1924), che ha elaborato questa tesi in libri come Andy Warhol (Einaudi) e Dopo la fine dell’arte (Bruno Mondadori). Secondo l’analisi del pensatore e critico d’arte americano negli anni Sessanta si è compiuto un drastico cambio di paradigma nel mondo dell’arte.

Non solo un certo tipo di narrazione per immagini di tipo ottocentesco si è esaurita ma, secondo Danto, è finita anche la spinta propulsiva delle avanguardie. Fino ad arrivare a un vero e proprio dissolvimento di un certo modo di fare ricerca.

«L’arte doveva morire per poi rigenerarsi con nuovo pensiero», scrive Danto. Individuando in Andy Warhol il killer che con il suo nihilismo riuscì a fare tabula rasa. «l’arte morì quando la Pop art reputò ogni oggetto e ogni forma comunicativa degna di essere considerata arte», nota ancora il filosofo.

Più di Duchamp che con i suoi orinatoi da museo cercava la bizzarria, lo choc, lo spiazzamento del pubblico, Warhol con le sue gigantografie di dive e banconote minuziosamente riprodotte, cercava il consenso di un pubblico vasto e in particolare di quella middle class che, negli anni del boom economico non aveva aspirazioni culturali ma solo di consumo. Lui l’accontentò operando la trasfigurazione dell’ordinario e del banale. In più, portando nell’arte le istanze del “supercapitalismo” occidentale, diventò egli stesso un’icona pop, un personaggio che negli Usa richiamava folle da rockstar.

Nel 1965 questa metamorfosi, in Warhol, era già compiuta, anticipando il ‘68. Analisi stringente, ficcante quella che ci propone Danto, ma anche leggendo la monografia Arthur Danto, un filosofo pop (Carocci) di Tiziana Andiana viene da chiedersi se si renda conto, fino in fondo, delle conseguenze di ciò che ha scritto.

Per Warhol esisteva solo la superficie delle cose, secondo un suo famoso motto. Non c’era nulla di latente da intuire oltre la materia. E su questa base rottamò i suoi inizi da pittore espressionista e ogni ricerca sull’inconscio. Ma con il suo brutale positivismo come avrebbe potuto inaugurare una nuova fase e un nuovo pensiero nell’arte? L’impostazione razionale da filosofo analitico qui sembra impedire a Danto di immaginare ogni possibile superamento della crisi delle arti visive e degli standard raffreddati e iperazionali imposti dall’attuale sistema dei musei.

dal settimanale left-avvenimenti

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La caduta dei giganti

Posted by Simona Maggiorelli su marzo 22, 2009

Dall’antica Grecia ai regimi totalitari del Novecento. Le metamorfosi di queste possenti figure del mito nell’analisi di un grande critico d’arte come Jean Clair

di Simona Maggiorelli

Max Ernst, L'angelo del focolare, 1937

Max Ernst, L'angelo del focolare, 1937

Il suo ultimo libro, La crisi dei musei (Skira), è diventato un caso internazionale, denunciando gli effetti della globalizzazione sulla cultura e, in particolare, sul mondo dell’arte, con la costruzione di spazi espositivi decontestualizzati dal territorio e con la riduzione di musei come il Louvre a un mero marchio da esportare. Ma se sul versante del pamphlet lo storico dell’arte ed ex direttore del museo Picasso di Parigi Jean Clair sfoggia una penna brillante e incisiva, non meno interessanti, anche se più complessi, sono i risultati di alcune sue ricerche più colte. Ospite del direttore Salvatore Settis, alla Normale di Pisa, Clair ha offerto un’anticipazione del suo nuovo lavoro: con il titolo “Da Satana a Stalin, la figura del gigante dall’illuminismo ai nostri giorni” una ricca disamina dell’iconografia e dell’iconologia del gigante nell’arte occidentale lungo i secoli. Di fatto dall’antica Grecia fino agli anni Trenta e Quaranta del ’900 quando l’immagine del gigante trova una massiccia riproposizione, in varianti sempre più inquietanti, per rappresentare la potenza cieca e distruttiva dei regimi totalitari. Il quadro Hitler agli inferi (1944) che Georg Grosz dipinse poco prima di essere ostracizzato come artista degenerato ne è un chiaro esempio. Ma prima di arrivare a questi drammatici esiti novecenteschi, Jean Clair ci invita a ripercorre la storia, di fatto, millenaria di rappresentazione del gigante come figura dell’irrazionale. A cominciare da quella lotta di Zeus con i giganti dove queste possenti creature sembrano assumere un significato ambivalente, da un lato di forza creativa, dall’altro di potenza distruttiva. «I giganti – ricorda Clair – sono nati dalla terra, è questo che indica l’etimologia del loro nome greco, Gegeneis, generati da Gea, Gaia. Sono entità primordiali, potenti, che delle loro origini conservano talvolta dei tratti animaleschi primitivi, un solo occhio, braccia multiple, arti inferiori a forma di serpente. Tra di loro ci sono i Titani, i Ciclopi e i Cento Braccia. Ciò che li riunisce è un comune odio verso gli dei, che affrontano in Gigantomachie. Zeus  imprigionerà i Titani nel Tartaro, nel profondo degli Inferi. Mentre gli dei dell’Olimpo, simili all’uomo – spiega Clair – incarnano più spesso la misura e la ragione, i Giganti incarnano la dismisura e la violenza, e sono una rappresentazione del deinos e della hybris. Sono figure originarie, terribili, della potenza primigenia, sempre pronta a risorgere». Nel segno di quella razionalità scissa che sarà tipica della riflessione filosofica di Socrate, Platone e Aristotele, il dio Zeus appare come il padre razionale che domina un irrazionale la cui forza viene rappresentata come enorme altezza, ma al tempo stesso stigmatizzata come animale.

Jean Clair

Jean Clair

Sarà poi con il Rinascimento che la figura del gigante verrà a coincidere tout court con quella del folle. Durante il XV secolo, per esempio, la figura del folle dei popolari tarocchi è un gigante con il cappello a punta e le orecchie d’asino. Una figura poi resa celebre da La nave dei folli di Sebastian Brant, ci ricorda lo studioso francese. Così mentre il Rinascimento sceglie la strada di una razionalità assoluta, la figura del gigante in pittura perde ogni aspetto di benevolenza per diventare «potenza di un demone cannibale». Una figura malvagia e diabolica, che attraverso l’immagine ancora ambivalente dell’orco delle favole di Perrault (riedizione dell’Urvater, il capo dell’orda, secondo Clair) arriva fino all’Ottocento, per giungere poi al moderno Batman e al joker hollywoodiano.

Il Saturno di Goya

Il Saturno di Goya

Goya ha rappresentato  in modo magistrale questa figura di Urvater che ingrassa i figli per poi meglio divorarli. Basta pensare al suo potente Colosso  o al Saturno antropofago dipinto nel 1821. «Orco e mostro, solitario e accidioso, come lo era il suo prototipo medievale, Satana, questa figura – spiega Clair – conoscerà nel XX secolo una sorprendente fortuna. Carica di ambiguità essa pretende di incarnare, come i giganti swiftiani dell’illuminismo, potenza e ragione, ma in realtà incarna la follia omicida; pretende di segnare il superamento dell’uomo da parte dell’uomo ma ne annuncia l’annientamento. E i più piccoli tra gli uomini – sottolinea lo studioso francese – ovvero dittatori, leader, duce, führer prenderanno volentieri l’apparenza di giganti». Sfila così una inquietante galleria di mostri, fantasticherie di umanoidi e di creature primitive che si ergono sul deserto, come nell’Angelo del focolare che Marx Ernst dipinse nel 1937, tre anni dopo l’ascesa al potere di Hitler. Mentre nei ritratti di pittori come Grosz, Kubin, Klinger, Schlichter, Sironi si riconoscono i volti di Mussolini, Hitler e Stalin.

Hobbes, Il Leviatano (1651)

Hobbes, Leviathan (1651)

Nelle opere pittoriche e nei primi fotomontaggi novecenteschi colpisce il ritorno quasi ossessivo di una medesima rappresentazione: la figura gigantesca del leader, come in un celebre frontespizio del Leviatano (1651) di Hobbes, è composta dai tanti piccoli uomini della massa. «Secondo il filosofo – chiosa Clair – nello stato di natura gli uomini sono naturalmente aggressivi e questo giustifica la necessità dello Stato assoluto. Il bellum omnium contra omnes descritto da Hobbes – aggiunge –  non è molto lontano dalla “orda primitiva” che descriverà Freud in Totem e tabù». Lo stato totalitario del Leviatano, in cui tutti debbono obbedire per non finire sbranati è una figura del libro di Giobbe. E questa stessa antropologia religiosa improntata al controllo e alla sottomissione, mutatis mutandis, la si ritrova in Freud, ma anche nel nazismo. Hitler, come l’autore de La psicologia delle masse e L’analisi dell’io (1921), era un attento lettore di Le Bon, il quale considerava la folla come un elemento irrazionale e violento dominato dalle leggi dell’imitazione. Una concezione che trova addentellati nella scuola positivistica italiana che faceva capo a Lombroso. (Gli studi sulla folla prodotti dai suoi “allievi” Ferri e Paoli offrirono materia diretta alla propaganda di Mussolini).

Bosch La nave dei folli 1490

Bosch La nave dei folli 1490

«Una caratteristica del totalitarismo moderno è proprio la diluizione dell’individuo nella massa organica dello Stato –  nota Jean Clair -. Come un mostro marino sorto dalle profondità del mare il Leviatano rappresenta un organismo primitivo, simile a un polipo e a forme di vita fatte di aggregati indifferenziati». Questa immagine sarà regolarmente ripresa nell’immaginario dei regimi totalitari. Le rappresentazioni pittoriche della Volksgemeinschaft nazionalsocialista mostrano l’unità del corpo dei Genossen tedeschi,  in gigantografia. Mentre i manifesti propagandistici per il referendum popolare del ’34, che secondo Mussolini doveva sancire un nuovo rapporto tra il capo e il corpo del popolo, ci ricorda Clair, «mostrano un duce gigante il cui corpo è fatto dalla moltiplicazione delle teste dei suoi sudditi». Da parte sua, Freud paragonò la massa a una lacrima di batavia, un cristallo a forma di goccia che se colpito nella parte più stretta va in miriadi di frantumi. Come a dire che se la massa perde il leader, si disgrega. Secondo il padre della psicoanalisi, insomma,  la massa non avrebbe intelligenza propria e possibilità di un pensiero rivolto al nuovo. Un’immagine e un pensiero che, alla luce della ricerca di Clair, rivelano aspetti ancor più inquietanti.

da left-avvenimenti del 21 marzo 2009

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