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Ora c’è chi vuole adottare gli embrioni

Posted by Simona Maggiorelli su ottobre 26, 2005

Quasi, quasi me l’adotto Il Comitato di bioetica dice sì all’impianto degli embrioni orfani. Ma rende “sacri” e intoccabili anche i pre embrioni di Simona Maggiorelli

Uno spiraglio, “un tentativo di migliore almeno qualche aspetto di una legge assolutamente folle e piena di divieti”, “un piccolissimo passo avanti”. “Una scelta di buon senso vista la possibilità che prima o poi venissero gettati nel lavandino”. I giudizi positivi, anche se cauti e circostanziati, si moltiplicano fra le associazioni che si occupano di fecondazione assistita e fra chi ha partecipato alla campagna referendaria contro la legge 40. La notizia è che il Comitato nazionale di bioetica ha preso posizione a favore dell’adozione di embrioni congelati, i cosiddetti “orfani”, quegli embrioni cioè che crionconservati prima dell’entrata in vigore della nuova legge non sono stati più reclamati dalla coppia. E questo con buona pace del ministro Mantovano che ha passato tutto il tempo della campagna a inveire contro i referendari perché la legge 40 avrebbe contenuto già in nuce una possibilità di utilizzo delle giacenze in frigorifero. “Affermando una cosa palesemente falsa – commenta la vice presidente del Comitato, la biologa e bioeticista Cinzia Caporale – . In realtà la legge non dava nessuna indicazione su che fine dovessero fare questi embrioni”. All’interno del Cnb, presieduto dal cattolicissimo professor D’Agostino la discussione sull’argomento è stata assai lunga. E’ partita nel gennaio 2005 con una lettera indirizzata al comitato della professoressa Luisella Battaglia ed è andata avanti per quasi un anno nelle sottocommissioni. Preso atto che non aveva alcun senso lasciare che queste svariate migliaia di embrioni deperissero, le questioni che si aprivano erano essenzialmente due, racconta la professoressa Caporale: “O destinarli alla nascita permettendo alle coppie che ne facessero richiesta di adottarli, oppure utilizzarli per la ricerca”. Ma anche nel caso si trattasse di embrioni poco vitali, che già al momento del congelamento apparivano non in buone condizioni, questa seconda ipotesi urta con tutta evidenza la sensibilità dei cattolici. E la maggioranza del Comitato ha preferito assecondarla. “ E abbastanza ovvio – commenta sferzante il presidente dell’associazione Luca Coscioni, Marco Cappato – aprire alla ricerca scientifica avrebbe voluto dire aprire uno spiraglio in quel muro di ideologia che è stato trasferito nella legge 40”. Ma le brutte notizie, come si sa, su questi temi, nel nostro paese non vengono mai da sole. E un’altra decisione del Comitato nazionale di bioetica ha contribuito, se possibile, ad allontanare ancor più l’Italia dal resto della comunità scientifica europea. Il comitato presieduto dal professor D’Agostino, in maggioranza espressione del governo Berlusconi ha affermato in un documento ufficiale che non solo l’embrione è sacro come già dice la legge 40, ma che anche il pre embrione, cioè quella formazione organica che si ha nelle prime 30 ore dalla fecondazione e che non ha ancora un patrimonio genetico autonomo sarebbe da tutelare e proteggere come un bambino che va a scuola. In barba al fatto che nessuna legislazione europea in materia di fecondazione assistita, nemmeno le più intolleranti di Irlanda e Portogallo, arrivano a tanto. “Il punto è che in un dibattito civile e rispettoso delle posizioni altrui – nota la bioeticista e membro dell’Unesco Cinzia Caporale – occorrerebbe affrontare la questione dei criteri in base ai quali si decide cos’è vita umana: sono io da quando uno spermatozoo ha incontrato un ovocita? O lo sono ancor più da quando ho un mio Dna?. E oltre. Sono ancora più io da quando non sono più scindibile in due gemelli. E ancor più quando si forma almeno il primo abbozzo del mio sistema nervoso. Senza dimenticare che senza un utero che mi accolga io embrione non mi potrei sviluppare, non avendo nessuna possibilità di vita autonoma fuori dell’utero prima che siano trascorse 24 settimane”. Questioni importanti, che la letteratura scientifica affronta, ma che il documento di maggioranza del Comitato di bioetica ha scavalcato sposando senza dubbi o incertezze la tesi dell’istantaneità creazionistica della persona umana, per cui un nuovo individuo ci sarebbe fin dai primi momenti dal concepimento. “Rispetto la posizione, non mi sentirei di banalizzarla – commenta la docente di Bioetica dell’Università di Siena – ma trovo avvilente che nel Cnb non ci sia rispetto per tutte le posizioni, comprese quelle più aperte al dubbio, alla ricerca”. “Non mi stupisce la presa di posizione di maggioranza espressa dal Cnb – commenta invece Cappato -. I cattolici sono contrari anche alla cosiddetta clonazione terapeutica quella tecnica di trasferimento nucleare della cellula (che non ha nulla a che fare con la clonazione umana ndr) e nella quale non c’è incontro fra seme maschile e femminile. In questo caso la proibizione non corrisponde a una necessità concreta di tutela, ma solo all’esigenza di traduzione legislativa di un presupposto ideologico”. E riguardo ai criteri in base ai quali i cattolici stabiliscono quando si debba parlare di vita umana? “I cattolici curiosamente finiscono per essere i più materialisti di tutti – dice il presidente dell’associazione Coscioni per la libertà di ricerca – per loro la vita umana corrisponde a un dato biochimico e non ha nulla a che fare con lo sviluppo di una coscienza e di una vita emotiva”. E aggiunge: “Il comitato di bioetica, da molto tempo ormai, non fa altro che trasferire in precetti bioetici i dogmi del Vaticano. E l’idea vaticana è ben chiara – conclude Cappato – è quella di tenere unite sessualità, riproduzione e famiglia e tutto ciò che spezza questa consequenzialità: la sessualità fuori dalla famiglia, la riproduzione fuori dalla famiglia, la riproduzione fuori dalla sessualità, essendo peccato, secondo loro, deve essere imposto a tutta la società facendolo apparire come reato”.

La denuncia delle associazioni
“E’ assurdo che in italia dove è stata inventata una tecnica di lavaggio del seme utlizzata in tutto il mondo sia proibito ai sieropositivi di ricorrervi, come conseguenza diretta del divieto all’eterologa stabilito dalla legge 40”. La presidente dell’associazione Amica Cicogna Filomena Gallo, mentre da avvocato sta preparando nuovi casi di autodenuncia da sottoporre alla magistratura, lancia il sasso di una nuova battaglia. E con la firma della deputata diessina Katia Zanotti, insieme a Cappato e al professor Aiuti, si fa promotrice di un’interrogazione parlamentare sulle discriminazioni causate dalla legge. Le donne sopra i 40 anni sono un’altra fascia fortemente colpita. “Il congresso dei ginecologi italiani dello scorso settembre ha stabilito un limite di età di 42 anni per le donne che vogliano sottoporsi ai trattamenti – spiega la presidente di Amica Cicogna-. Ed è chiaro che la limitazione a soli tre embrioni prevista dalla legge penalizza donne che non hanno più vent’anni”. Ma c’è un altro fatto grave e che riguarda tutti: a più di due anni dalla promulgazione della legge il ministero della Sanità non ha ancora reso pubblico il registro dei centri, di modo che le coppie si possano orientare e avere garanzie. E chi decide di andare all’estero rischia di trovarsi in una giungla di proposte sempre più costose e non sempre sicure. “I centri esteri stanno facendo dell’Italia sempre più terra di conquista – denuncia lo psicoterapeuta Angelo Aiello dell’associazione Unbambino.it -, fanno una propaganda aggressiva spacciando per scoperte e novità delle tecniche che esistono da anni, come l’impianto di embrioni congelati da parte di un centro spagnolo annunciato con titoloni a settembre dal Corsera”. E qualche volta la propaganda potrebbe rischiare di diventare altro. “Ho cominciato a insospettirmi – aggiunge Aiello – quando alcuni centri stranieri mi hanno proposto dei soldi perché io mettessi le loro informazioni sul sito dall’associazione. Da qual momento ho cominciato ad essere più sospettoso consigliando alle coppie di verificare bene le informazioni prima di decidersi a partire”.

da Avvenimenti del 26 ottobre 2005

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Laici in trincea

Posted by Simona Maggiorelli su ottobre 26, 2005

Dai divieti sulla RU 486 che l’Oms considera farmaco fondamentale, alla bioetica.
La sinistra è ostaggio della Chiesa. Parla il professor Carlo Flamigni

di Simona Maggiorelli

Poteva essere un’examatoge, il tentativo di “un’applicazione almeno meno stupida di una legge così punitiva per le donne come la 40”, l’idea di aggirare il divieto di congelamento degli embrioni, intervenendo nelle primissime fasi pre embrionali. In altri paesi come la Germania, per esempio, si congelano gli embrioni a questo stadio molto precoce di ootidi, quando ancora i patrimoni genetici della madre e del padre non sono ancora fusi. “Ma nel Comitato nazionale di bioetica non si è voluto affrontare la questione”, spiega il professor Carlo Flamigni, uno dei maggiori esperti in Italia di fecondazione assistita. “Avevo scritto un documento ma c’era il referendum e non si voleva interferire. Non capisco perché. Se il Comitato di bioetica non dà un indirizzo quando ce n’è bisogno, a che serve?”.

Ora, però, c’è stato un pronunciamento.
“Si è arrivati a due documenti contrapposti, il mio e quello di Bompiani. 24 voti a favore del suo, 12 per il mio. Ha pesato anche una forte astensione. Avrebbero potuto votare anche da casa, ma molti componenti del Cnb hanno preferito non farlo.

Perché?
Era una scelta imbarazzante perché creava un contraddittorio con il magistero cattolico. E’ stata la sconfitta della più linea moderata e di buon senso. Adesso mi aspetterei che qualcuno portasse la questione davanti alla magistratura.

La politica, anche di sinistra, dopo il referendum, sembra chiudere gli occhi su questi temi.
Nessuno se ne occupa. Sembra che tutti pensino che in questo momento sia politicamente sconveniente aprire un conflitto con una Chiesa così aggressiva. Sembra pericoloso sostenere la laicità. E a me dispiace molto. Ma devo dire anche che tutto ciò è miope. Ho fatto più di 150 in un anno e le posso assicurare, che se la bioetica sia un po’ una bestia rara, una materia ostica, quando si cominciava a parlare di laicità la gente si appassiona, interviene, discute. Il tema della laicità è molto sentito nella sinistra di base. L’ho avvertito con chiarezza.

I divieti sulla pillola abortiva sono un segno di questo clima?
Ma certo , è sempre la solita aggressione cattolica che ora diventa più evidente. C’è sempre stata, ma mai forte come adesso. Anche per l’assenza di’informazione. Come si fa a parlare di sperimentazione di una pillola che è stata sperimentata e adottata su lunghissima scala in larga parte del mondo. Il ministro parla di proteggere le donne, quando sa benissimo che molte nostre connazionali comprano farmaci per il mal di stomaco composti di prostaglandine e ne assumono grandi quantità per abortire. E non si sa con quali effetti collaterali. Chi protegge queste donne?

Qualcuno ha detto che un aborto farmaceutico, anestetizzato, sarebbe meno responsabile…
Se il problema è questo: abortire con dolore basta che nella pillola abortiva che è composta di prostaglandine e progestinico, si aumentino le prime che causano l’espulsione. Aumentiamo la prostaglandina, aumentiamo il mal di pancia e sono tutti contenti.

da Avvenimenti 25 ottobre 2005

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Il sogno di fare arte insieme

Posted by Simona Maggiorelli su ottobre 15, 2005

Ad Arles la fine dell’amicizia fra Van Gogh e Guaguin. La vicenda raccontata in  grande mostra a Brescia

di Simona Maggiorelli

Van Gogh, la sedia di Gauguin,1888

Van Gogh, la sedia di Gauguin,1888

Erano giorni di attesa febbrile. Ma anche di speranza. Van Gogh ne era convinto: l’arrivo di Gauguin nella propria casa, la piccola casa gialla di place Lamartine ad Arles, in Provenza dove si era da poco trasferito dopo una brutta crisi, avrebbe portato ad entrambi nuovo slancio nella ricerca artistica.Era l’autunno del 1888 e Van Gogh, mentre aspettava da Gauguin la conferma definitiva del suo trasferimento in Provenza, scriveva lettere entusiaste al fratello Theo, gallerista a Parigi, che li aveva fatti conoscere.Lo schivo e introverso Van Gogh sperava che l’inizio di un più stretto sodalizio artistico con Gauguin potesse realizzare il sogno di una “comune” di artisti, dove le difficoltà materiali e l’incomprensione ostile di chi non accetta la libertà dell’artista non uccidessero la creatività. Quell’incontro tanto sperato avvenne, finalmente, il 22 ottobre del 1888.
Ma non andò come Vincent aveva sperato. I rapporti con Gauguin presto si guastarono. E una violenta crisi di Van Gogh segnò la rottura. Il pittore francese raccolse in fretta le sue cose e se ne andò a rilassare i nervi nei più tranquillizzanti paradisi naturali della Polinesia. Per Vincent quella bruciante delusione aprì la strada a una serie crisi psichiche sempre più laceranti e che, appena qualche anno dopo, lo porteranno al suicidio. Morte in qualche modo annunciata da quella malinconica sedia vuota che resta, non a caso, come uno dei segni più forti e disperati della pittura di Van Gogh. Cosa successe davvero  fra i due in quelle giornate in Provenza? Gauguin, come del resto Theo Van Gogh, dietro gesti di cortesia e di aiuto, nascondeva una lucida indifferenza, un’inconsapevole pulsione a tarpare la genialità di Vincent? Marco Goldin, curatore della colossale mostra di Brescia (dal 22 ottobre al 19 marzo, la più ampia in assoluto, dopo quella del 2001 di Chicago e Amsterdam) suggerisce tra le righe questa intrigante chiave di lettura. Lo fa mettendo a confronto nelle sale del complesso bresciano di Santa Giulia centocinquanta opere di Van Gogh (1853-1890) e Gauguin (1848-1903) – tele disegni, bozzetti, oli, ma anche lettere autografe e documenti – che, passo dopo passo raccontano la formazione dei due artisti in Olanda e in Francia, i debiti con la generazione degli impressionisti, le scelte artistiche più personali e quella rivoluzione del colore, che, a partire dalla lezione dei fauve e di Cézanne in particolare, portò i due artisti ad avvicinarsi, per subito separarsi proiettandosi verso orizzonti assai diversi: vette altissime di potenza espressiva per Van Gogh in visionarie immagini di campi di grano, potenti vedute notturne e autoritratti che, incuranti della verità documentarista, trasmettono, con pennellate che sembrano graffi di dolore, tutta la forza di un tempestoso vissuto interiore. Per Gauguin, invece, dopo la fuga dalla casa di Van Gogh lo scenario sarà quello di un rassicurante tuffo nell’esotico, in una pittura che finge il pittoresco e espelle la profondità, accumulando ritratti stilizzati di fanciulle dalla pelle scura che si susseguono più o meno identici, nulla lasciando trasparire di una tridimensionalità interiore.
Per trasmettere le sue riflessioni critiche e la sua chiave interpretativa dello storico incontro-scontro fra i due artisti, Marco Goldin anche questa volta, come già nelle grandi mostre di Treviso dedicate all’impressionismo, a Cézanne e allo stesso Van Gogh, punta su un doppio canale: su una selezione accurata delle opere provenienti dai musei di Amsterdam e di Parigi, ma anche “rastrellate” in mete sperdute d’Oltreoceano. E insieme, per attrarre un pubblico il più possibile ampio, su una sapiente teatralità.

Van Gogh, la propria sedia vuota

Van Gogh, la propria sedia vuota

Ricorrendo a un allestimento di forte impatto scenografico e, questa volta, anche praticando la scena in senso stretto con un testo teatrale che racconta i giorni di Van Gogh e Gauguin ad Arles. E che, trascritto in stralci, fa da guida ai visitatori lungo le otto sezioni della mostra; dove in parallelo si squadernano gli anni della formazione di Gauguin nella Parigi dell’impressionismo e quelli di Van Gogh in Olanda, contrassegnata dalla tipica pittura scura e bituminosa dei Mangiatori di patate. Poi gli anni di Gauguin in Bretagna con la celebre Vegetazione tropicale del 1887, la scoperta del colore di Van Gogh a Parigi, il soggiorno ad Arles, per approdare nel finale fra i potenti ritratti de La famiglia Roulin e il folgorante Seminatore del 1888 che apre l’ultima tranche della breve e intensa carriera artistica di Van Gogh. E che Goldin gioca in contrappunto con un ampio carnet di dipinti e disegni tahitiani di Gauguin.

Da Europa 15 ottobre 2005

Dalle lettere: Gauguin a Theo, da Arles, nel dicembre 1888:

“Caro signor Van Gogh, vi sarei molto grato se mi inviaste parte del denaro, a conti fatti sono costretto a rientrare a Parigi, Vincent e io non  possiamo assolutamente vivere in pace fianco a fianco, data un acerta incompatibilità di carattere e il bisogno che abbiamo entrambi di tranquillità per il nostro lavoro. E’ un uomo di notevole intelligenza, lo stimo molto e lo lascio con rammarico, ma vi ripeto che è necessario…

cordialmente

Paul Gauguin

Vincent a Theo, dopo la crisi e il ricovero, da Arles 17 gennaio 1889:

Mio caro Theo grazie  per la bella lettera e per i 50 franchi che conteneva… (…)sentite non voglio insistere sull’assurdità di questo  modo di fare ( di Gauguin, riguardo alle continue richieste di soldi ndr). Supponiamo che quella sera io fossi fuori di me quanto si vuole, perché però l’illustre compagno non si è mantenuto calmo?… non insisterò oltre su questo punto. Non potrò mai lodarti abbastanza per aver pagato Gauguin in modo che non possa che essere contento dei rapporti avuti con noi… se Gauguin fosse a Parigi per studiarsi un po’ bene o per farsi studiare da uno specialista, in fede mia, non so proprio cosa ne verrebbe fuori. In più di una occasione gli ho visto fare cose, che tu ed io non ci permettremmo mai di fare, in quanto esseri di ben altro sentire….


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