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La passione civile di Vittorio Sereni. Il poeta del ‘900 oggi più amato dai giovani

Posted by Simona Maggiorelli su novembre 19, 2013

Vittorio Sereni in Africa

Vittorio Sereni di ritorno in Algeria

La riflessione sulla storia della Resistenza, la memoria, la forza di versi dalla vena etica e civile. A cent’anni dalla nascita il critico Pier Vincenzo Mengaldo invita a rileggere l’opera dell’autore luinese:  “Fra i classici del Novecento oggi è il più amato dai giovani”

di Simona Maggiorelli

Talvolta gli anniversari possono essere un’occasione non rituale per ricordare sui giornali autori che nulla hanno a che fare con le mode e con il mercato. È questo il caso del centenario della nascita di Vittorio Sereni (1913 – 1983), intellettuale schivo, poeta civile e della memoria che seppe trasformare la propria esperienza di prigioniero in guerra e poi di testimone della brutalità del capitalismo in una potente metafora collettiva e in liriche dal valore universale. Poeta della rivolta alla sopraffazione ma anche autore di versi “nutriti di bellezza”, Sereni resta una delle voci più limpide e coinvolgenti del nostro Novecento. A fine ottobre, a Milano, a rendergli omaggio in una tre giorni organizzata dalla Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori sono stati i maggiori italianisti. In primis Pier Vincenzo Mengaldo che al poeta luinese ha dedicato molti e importanti scritti. «Dal punto di vista scientifico sono emersi temi nuovi rispetto alla critica sereniana classica, ma soprattutto – nota il docente dell’Università di Padova – è stato un convegno “fresco”, con un’ampia partecipazione di critici trenta-quarantenni. Il che conferma quanto ho subodorato da tempo: fra i classici del Novecento Sereni oggi è il poeta dei giovani. Conoscendolo, lui se ne sarebbe molto rallegrato».

E il pensiero corre alle pagine del volume Per Vittorio Sereni, appena uscito per Aragno, in cui Mengaldo traccia un intenso ritratto dell’uomo Sereni, prima di tuffarsi nell’interpretazione dei versi degli Strumenti umani, di Stella variabile e di altre sue raccolte. «Sono stato suo amico. L’ho conosciuto molto bene. È stata la fortuna della mia vita», ci dice Mengaldo con calore. Riservato e inquieto, sempre insoddisfatto e alla ricerca, Sereni nell’arte come nella vita rifuggiva dalla retorica e da ogni atteggiamento pedagogico.A differenza di Ungaretti – ma anche di Luzi e di Zanzotto – non amava i toni perentori, ultimativi.

Nicolas de Stael

Nicolas de Stael

«Per dirla alla buona, era un poeta esistenziale – sintetizza Mengaldo – lavorava sulle esperienze dirette. Moltissimo sulla propria memoria. E diversamente dai suoi contemporanei lo faceva senza nessuna tendenza orfica. Il suo era un procedere “raso terra” che miracolosamente diventava sempre una forma perfetta, qualcosa di estremamente terso e affascinante». Forma perfetta ma anche grande essenzialità. Tanto che le sue poesie paiono sempre dettate da una forte necessità interiore.«Sereni non è certo un poeta a cui si possa togliere qualcosa»,commenta scherzosamente Mengaldo.

«È un poeta di una essenzialità di produzione pari a quella di Leopardi, che ci ha lasciato solo 41 Canti. Le raccolte di Sereni sono quattro e tutte rastremate, essenziali. Per quello che ho potuto cogliere – approfondisce il professore – dipendeva anche dal suo modo di lavorare. Non si metteva a tavolino ad attendere il ricordo. Lasciava che emergesse la memoria e poi si metteva a scrivere».

Dietro ai versi di Sereni c’era sempre una lunga elaborazione interiore. Ma il risultato finale era di grande sprezzatura, non si avverte la fatica. «In quel monumento che è l’edizione critica delle poesie di Sereni curata da Dante Isella si può vedere il lavoro variantistico. Sin dal Diario d’Algeria (1949) Sereni sposta dei blocchi qua e là, abbandona delle poesie lunghe a favore di poesie brevi e fulminanti, la sua elaborazione non tocca solo il dettaglio, ma il lavoro d’insieme».Nel libro Per Vittorio Sereni Mengaldo evidenzia anche un altro tratto affascinante: Sereni lavorava per stratificazioni successive, quasi a lasciar emergere a poco a poco l’immagine. Evocando indirettamente un’assonanza con il modo di dipingere di Paul Cézanne «Tanto amo il maestro di Aix che tenderei a dire che tutto il XXI secolo è cezanniano», dice Mengaldo. «Ha creato un modo di lavorare per stratificazioni che, a mio avviso, influenza profondamente anche la letteratura e la musica». Da un altro punto di vista, suggestiva è anche la vicinanza di Sereni a un artista come Nicolas de Staël.

Mengaldo«Sereni amava molto alcuni pittori in particolare Ennio Morlotti, anche lui maestro delle stratificazioni. Con De Staël c’era però qualcosa di particolare», ricostruisce Mengaldo. «Sereni ne approfondì la anche attraverso il poeta francese René Char. Soprattutto in Stella Variabile (1981, Einaudi, 2010) lo avvicina a De Staël un modo di creare per frammenti essenziali. Tutta la serie che s’intitola Traducevo Char è di un’essenzialità impressionante. In poesia quello che non si dice è altrettanto significativo di ciò che si dice. E quel modo di scrivere versi penso arrivi a Sereni (che pure era un poeta molto personale) anche attraverso il corpo a corpo con Char». Il quale tuttavia, come notava Fortini, era un poeta del sublime e dunque molto lontano da Sereni.«Credo che Fortini avesse ragione» ribadisce Mengaldo, che del rapporto fra Sereni e Char ha scritto in Due rive ci vogliono (Donzelli, 2010). «Sereni nel secolo scorso è stato uno dei più grandi traduttori insieme a Montale. I poeti in genere traducono per affinità o per contrasto. E il caso dell’ultima traduzione da Char è un chiaro caso di contrasto. Bisogna però tener conto che Sereni ha cominciato con Char per affinità, traducendo Fogli di Hypnos (1946) che sono un qualche analogo dal punto di vista della Resistenza della guerra del Diario d’Algeria di Sereni. Quello che lo ha spinto a tradurre quei versi (tradotti anche da Celan) fu un caso di affinità. In Ritorno Sopramonte invece è per contrasto. Il sublime in Char è sempre dichiarato, è sempre cercato, mentre Sereni non era un poeta sublime. O meglio: cercava il sublime per vie meno affermative, più sottili, più implicite».

E se Char era il poeta della Resistenza imbracciata, Sereni non smise mai di riflettere su quello che avvertiva come un appuntamento mancato con la storia, la propria mancata partecipazione diretta alla lotta contro il nazi-fascismo, perché prigioniero in Algeria. «Sereni era riluttante ad ogni ideologia dichiarata», ricorda Mengaldo. «Ma non vuol dire che non avesse sue convinzioni. Era vicino alle idee socialiste. Anche se per un certo periodo si avvicinò al Pci. Del resto era anche inevitabile. Con la crisi e il disfarsi del Psi, il Pci in Italia diventò l’unica forma di socialismo possibile». Sereni, del resto, era stato allievo di Antonio Banfi e aveva frequentato la scuola fenomenologica di Milano vicina a Giustizia e libertà. E fu redattore del Giornale di Mezzogiorno del socialista Riccardo Lombardi. Ma tutto cambia quando durante la guerra sperimenta la prigionia.

«In quel capolavoro che è Diario d’Algeria si vede che quella è stata una ferita che non si è più rimarginata. La ferita di Sereni», sottolinea Mengaldo, «è stata non poter partecipare direttamente alla Resistenza. Anche per questo si sentì sempre una persona inadeguata al suo tempo. Su tutto ciò s’innesta poi l’esperienza neocapitalistica che Sereni ha vissuto da vicino lavorando per Pirelli e poi, a lungo, per Mondadori. Un capitalismo che gli ha fatto dire “non lo amo il mio tempo, non lo amo”». Da qui il suo essere alla continua ricerca, il suo pensarsi un viaggiatore, un Wanderer? «Nel Diario di Algeria il tema del prigioniero si affianca a quello del viandante. E colpisce il numero di poesie in cui Sereni mette in scena in modo più ristretto il tema del viandante, ovvero spostarsi da dove si è andando in cerca di qualcosa di diverso da quello che si è».

dal settimanale left-avvenimenti

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