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Archive for novembre 2013

#Cézanne, l’inarrivabile

Posted by Simona Maggiorelli su novembre 29, 2013

Cézanne, Paesaggio blu

Cézanne, Paesaggio blu

A guardarli dal vivo certi lussureggianti paesaggi di Cézanne e certi suoi scarni e incisivi ritratti, messi a confronto a Roma con i lavori di epigoni italiani, viene da pensare che Lionello Venturi avesse visto lungo quando, esule in Francia nel 1931 (perché si era rifiutato di firmare il Manifesto degli intellettuali fascisti) pubblicava il suo saggio su Cézanne.

Un lavoro in cui analizzava in parallelo le imperfezioni di Giotto con quelle del pittore francese: «Nulla meglio del confronto fra un paesaggio di Cézanne e uno di Giotto – scriveva – può darci l’esatta impressione della esatta intenzione a determinare la costruzione delle masse e il loro volume, a cercare il fenomeno sintetico senza nessuna preoccupazione della somiglianza con la natura». è merito di Maria Teresa Benedetti, curatrice della mostra Cézanne e gli artisti italiani, aperta fino al 2 febbraio 2014 al Complesso del Vittoriano, l’aver ricordato nel catalogo Skira che accompagna questa sorprendente collettiva quel prezioso incunabolo della critica d’arte, essenziale per avvicinarsi con cognizione di causa all’opera del solitario pittore di Aix- en Provence, l’unico artista che Picasso abbia mai riconosciuto come maestro e che, ostinato nel cercare di rappresentare il processo della visione (non meramente retinica), ci ha regalato capolavori come la serie sulla montagna Sainte-Victoire, via via sempre più scarnificata ed evanescente, via via sempre più ridotta ai suoi tratti essenziali.

Alcune di queste preziose varianti sono in mostra al Vittoriano insieme ad opere meno note come Il negro Scipione (1886) e come il magnetico Paesaggio blu, (1904-6) in cui la scomposizione della realtà secondo forme geometriche lascia il posto al ritmo fluido del colore verde – azzurro che attira lo spettatore verso la profondità della tela. Conservato a San Pietroburgo questo quadro è uno dei più emozionanti di questa esposizione che mette a confronto una ventina di opere di Cézanne, provenienti dal Musée d’Orsay, con tele di pittori italiani- da Severini a Soffici, da Morandi a Carrà e oltre -, che nella prima metà del secolo scorso si rivolgevano al maestro di Aix per uscire dalle secche di una pittura italiana attardata, ancora legata ad un naturalismo accademico d’antan. Fu così che Ardengo Soffici, più critico d’arte che artista (a Parigi si manteneva facendo disegni satirici) trasse ispirazione dalle forme solide di Cézanne, per tentare una propria via al cubismo sulla scia di Braque e Picasso. Anche se, come si vede qui, riuscì a cavarne solo aneddotiche composizioni di oggetti quando non del tutto strapaesane. Ma una lettura appiattita di Cézanne si evince anche nei tentativi di Carlo Carrà, di Mario Sironi e perfino di un giovane Giuseppe Capogrossi di estrapolarne un classicismo che nei loro lavori anni Trenta assume il sapore di un oppressivo ritorno all’ordine.

Più riuscito appare invece il tentativo di Felice Casorati che si ispirò a Cézanne nel dipingere nature morte dalla evidenza plastica quasi tridimensionale. Mentre Umberto Boccioni, con il suo ritratto di Ferruccio  Busoni, è forse l’unico artista che dimostra di aver assorbito profondamente la lezione dell’inarrivabile maestro francese e di saperla ricreare in modo del tutto originale.

dal setttimanale left-avvenimenti

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Büchner, bellezza amara

Posted by Simona Maggiorelli su novembre 25, 2013

Wayzeck diretto da Bob Wilson

Wayzeck diretto da Bob Wilson

Rivoluzionario e a lungo incompreso, l’autore di Woyzeck è al centro di  convegni e incontri per il bicentenario dalla nascita. Non solo in Germania. In Italia si segnalano in particolare un ciclo di incontri alla Casa di Goethe a Roma e di due nuove monografie

di Simona Maggiorelli

Strano destino quello di Georg Büchner (1813 – 1837), medico, drammaturgo e scrittore dalla vita brevissima, autore di opere frammentarie quanto folgoranti, come il racconto Lenz (Adelphi), e di drammi visionari come Woyzeck (Marsilio) che solo dopo molti anni dalla prematura scomparsa dell’autore ha avuto un degno riconoscimento, entrando stabilmente nei repertori teatrali. In questo autunno in cui si ricordano i duecento anni dalla nascita di questo rivoluzionario scrittore tantissimi sono gli incontri e le occasioni di studio della sua opera. Non solo in Germania. Alla Casa di Goethe a Roma, diretta da Maria Gazzetti, un convegno e un ciclo di lezioni (che proseguono fino a gennaio) permettono di approfondire i testi di Büchner, sotto una molteplicità di aspetti. A cominciare dal rapporto fra le sue opere e la musica, affrontato dal musicologo Claudio Rostagno analizzando il lavoro di Alban Berg nel mettere in musica il Woyzeck. Per arrivare poi al rapporto fra Büchner e le arti visive, con una conferenza dello storico dell’arte Claudio Zambianchi il 29 gennaio che prenderà in esame alcune incisioni di Chagall e lo spettacolo dell’artista sudafricano William Kentridge Woyzeck on the Highveld (2008).

Appassionato di pittura fiamminga e delle sue scene di vita quotidiana (che appaiono ricreate in alcune pagine del racconto Lenz) Georg Büchner scriveva nelle lettere di amarne il gusto per la nuda verità e anche le asprezze, mentre l’armonia delle forme classiche e l’opulenza del rinascimento italiano lo lasciavano piuttosto indifferente. E una appassionata e a tratti quasi disperata ricerca della verità storica e umana è il filo rosso che lega tutta la sua breve ma intensa produzione letteraria, dal pamphlet politico Il messaggero dell’Assia, in cui incitava alla rivolta i contadini tedeschi, sfruttati e ridotti in miseria, fino a Woyzeck, la sua ultima opera ispirata a un fatto di cronaca nera: la condanna a morte del soldato Franz Woyzeck, colpevole di aver ucciso “per gelosia” la propria compagna.

Come già in Lenz, che con prosa onirica e potente racconta lo sprofondare nella pazzia del poeta Jacob M.R. Lenz (1751 – 1792), nel testo teatrale Woyzeck, il giovane medico Büchner cerca di afferrare che cosa si agita nel profondo di questo fragile soldato vessato dai superiori che alla fine diventa un assassino, tentando una comprensione poetica, “intuitiva”, del suo delirio. Per arrivare poi a fare di Woyzeck il simbolo di un’intera generazione disadattata nella oppressiva Germania della restaurazione. Come ricostruisce Barnaba Maj nella monografia Georg Büchner da poco uscita per Ediesse, Büchner, che aveva studiato a fondo la rivoluzione francese, era un giacobino che faceva attività politica clandestina convinto che una maggiore giustizia sociale potesse venire solo dalla sollevazione delle masse e non da una rivoluzione borghese. E se il linguaggio del suo Messaggero dell’Assia, come nota la germanista Vanda Perretta curatrice della buchneriana alla Casa di Goethe, «era ancora rigido e retorico, rispetto invece alla ricchezza icastica che nel 1848 sfoderò Marx, fin dall’incipit, nel Manifesto del partito comunista», in opere come La morte di Danton l’analisi politica e il linguaggio di Büchner si affinano fino a fare del teatro un penetrante strumento di indagine della storia e delle radici della violenza, facendo splendere le ragioni rivoluzionarie ma al tempo stesso scandagliandone il tragico naufragio nel terrore. Il linguaggio onirico ed evocativo, lo stile anti classico, il pathos che trasmettono le opere di Büchner furono la cifra della sua inattualità nel suo tempo, nota Simone Furlani nel saggio Arte e realtà. L’estetica di Georg Büchner (Forum editrice, 2013), ma furono anche la chiave della sua fortuna postuma.

Agli inizi del Novecento furono gli espressionisti per primi a riconoscerne il valore e ad apprezzare il “realismo visionario” della sua prosa, comprendendo che le sue deformazioni della realtà permettevano di vedere al di là delle apparenze, la realtà più profonda dei rapporti umani. E non si trattò per lui solo di una inconscia e geniale scelta artistica. Consapevolmente Büchner aveva preso le distanze dall’idealismo di Schiller e di Goethe, come appare evidente dalle sue lettere. D’altro canto, diversamente dai romantici, Büchner non inseguiva la purezza delle origini e non cercava consolazione nello spiritualismo e nella religione. («La Chiesa di pietra» e suoi dogmi saranno spesso oggetto dei suoi strali). E forse è stata questa sua originale complessità, che sfugge ad ogni facile etichetta, a regalare lunga vita alle sue opere che da Max Reinhardt a Werner Herzog a Bob Wilson continuano a trovare sempre nuovi allestimenti e trasposizioni.

dal settimanale Left-Avvenimenti

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Nuove lettere persiane. Kader Abdolah a Bookcity

Posted by Simona Maggiorelli su novembre 22, 2013

Afzal Al-Husayni, Lady with the dog (1640)

Afzal Al-Husayni, Lady with the dog (1640)

In fuga dall’Iran degli ayatollah, Kader Abdolah trovò approdo nei Paesi Bassi diventando il più grande scrittore in lingua olandese. Oggi rievoca la sua esperienza nel romanzo Il corvo ( Iperborea)  che sarà presentato a Bookcity

Invitato a parlare di letteratura come resistenza all’Università di Berkeley (ma anche in altre occasioni pubbliche), Kader Abdolah ha ripercorso la propria esperienza di rifugiato che nel 1988 trovò approdo e una nuova lingua “da abitare” in Olanda: da secoli il paese delle pubblicazioni eretiche e clandestine e dove ancora oggi, dice a left lo scrittore iraniano, «nonostante molte cose siano cambiate e si sia insinuata la paura, gli immigrati possono ancora trovare vera accoglienza».

La sua storia è quella di tanti giovani di sinistra che furono protagonisti della rivoluzione contro lo scià e che poi furono torturati e imprigionati anche dal regime di Khomeyni. Alla violenza, quel giovane rivoluzionario decise di non rispondere con la violenza ma con l’arma della scrittura.

Kader Abdolah

Kader Abdolah

«Scrivere in clandestinità è scrivere sul crinale fra la vita e la morte. Scrivi per far vedere che non hai paura del dittatore, che usa la violenza contro di te, che tortura i tuoi amici e distrugge la tue parole. Combatti usando la penna invece che le armi». Scrivere allora è una sfida, una lotta, ma anche una passione e una ragione di vita.

Nel suo romanzo autobiografico, Il corvo (Iperborea) Kader Adollah lo racconta in pagine quasi cinematografiche, folgoranti e poetiche, che evocano sequenze di un film come Il pane e le rose di Makhmalbaf; pagine da cui emerge lo splendore della cultura persiana antica, ma anche il sapore aspro della lotta contro la dittatura.

Sotto le mentite spoglie di un sensale di caffè e scrittore di notte, Kader Abdolah in questo suo nuovo libro ricrea memorie di quando era studente universitario in fisica e collaborava con giornali clandestini di sinistra, rievocando poi  quando si recò in Kurdistan per raccontare la lotta di liberazione curda traendone un libro che nessuno volle pubblicare, perché era troppo pericoloso.

Reza Abbasi, Gli amanti (1625)

Reza Abbasi, Gli amanti (1625)

Ma dopo l’ennesimo no «il portiere di una importante casa editrice mi rincorse per strada e mi disse: “Pubblicheremo il tuo libro ma non riceverai un compenso e non lo potrai firmare. Ce l’hai uno pseudonimo? E io risposi: Scrivi che l’autore si chiama Kader Abdolah”». Nasceva così dalla combinazione dei nomi di due amici torturati e uccisi dal regime il nome de plume di uno dei più importanti scrittori olandesi di oggi, autore di capolavori come La scrittura cuneiforme (2003), come Il viaggio delle bottiglie vuote (2001) ma anche come Il messaggero (2010) in cui, da scrittore dichiaratemente ateo, invita a leggere il Corano, non come testo sacro ma come opera poetica.«In Iran sognavo di diventare uno scrittore», ricorda Kader Abdolah. «Non conoscevo i Paesi Bassi e non avevo mai sentito il suono della lingua olandese. Non avrei mai immaginato di scrivere in questa lingua. Ma è accaduto». E poi aggiunge sorridendo: «È la magia della vita».
«Forse dipende tutto dal fatto che sono fuggito dalla madrepatria. Chi non può più tornare a casa finisce per vivere in uno stato di immaginazione», lei fa dire a Refid Foaq ne Il corvo. È una sua dimensione?
Come straniero e rifugiato vivi per lo più nell’immaginazione. Pensare al Paese da cui sono partito è per me è vivere nel passato. Stare in Olanda o in Italia (lo scrittore sarà a Milano per Bookcity il 23 novembre, ndr) è vivere nel presente e allo stesso tempo nel futuro. Come immigrato e scrittore vivo allo stesso tempo in tre tempi diverse. Un immigrato vive due volte o tre volte allo stesso tempo. È l’aspetto più bello.
La Persia ha una grande tradizione artistica e poetica. Quanto è per lei, ancora oggi,  fonte d’ispirazione?
C’è molto di persiano nei miei romanzi. Nel mio passato c’è tutta la mia cultura persiana, il modo di vivere persiano e io, scrivendo, volevo farlo conoscere. Ma anche far vedere che gli immigrati hanno un passato.

Kader Abdolah, Il corvo, Iperborea

Kader Abdolah, Il corvo, Iperborea

Ne Il corvo Refid scrive il suo primo romanzo come una lunga lettera d’amore che poi consegna alla ragazza. In tutto il romanzo le donne hanno un ruolo chiave. C’è qualcosa di autobiografico?
Sto scrivendo un nuovo romanzo e le donne, ancora una volta, hanno un ruolo importante. Se guardiamo alle donne migranti vediamo che sono capaci di cambiamenti radicali, ovunque si trovino, sono più reattive. Gli uomini emigrati cercano di mettere insieme più tradizioni, le donne invece mettono via tutte le tradizioni cercando di trovare un nuovo modo di vivere. Anche per questo io penso che le donne siano più forti e più intelligenti.
«Quando i sacerdoti conquistarono il potere noi militanti di sinistra restammo a mani vuote», lei scrive. Come è potuto accadere che una rivoluzione laica sia sfociata in uno stato teocratico?
Quando eravamo ragazzi pensavamo di poter cambiare il mondo e la storia. Ma è impossibile: non puoi cambiare la storia. Una storia di centinaia di anni è molto più forte di te. Noi avevamo 20, 23, 25 anni, ma la storia del mio Paese ha 8mila anni alle spalle. E quella storia ha cambiato il Paese. Quella storia in Iran ha portato gli ayatollah. Purtroppo è un fatto. E oggi se mi guardo indietro mi viene da sorridere pensando a me stesso che un po’ stupidamente pensavo di poter cambiare la storia.
Pensa che oggi i ragazzi delle rivolte iraniane facciano lo stesso errore?
Penso che siano più saggi, sono più bravi di noi, hanno una comprensione più profonda. E le donne in particolare hanno un ruolo importante  in Iran nel creare le condizioni per un vero cambiamento. Noi pensavamo di cambiare il Paese con una rivoluzione, invece loro non credono in un mezzo di rottura violenta. Hanno ragione. La rivoluzione non fa che peggiorare le cose. È meglio procedere passo dopo passo. La nuova generazione l’ha capito e questa è la grande spinta verso il futuro.

dal settimanale left-avvenimenti

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La passione civile di Vittorio Sereni. Il poeta del ‘900 oggi più amato dai giovani

Posted by Simona Maggiorelli su novembre 19, 2013

Vittorio Sereni in Africa

Vittorio Sereni di ritorno in Algeria

La riflessione sulla storia della Resistenza, la memoria, la forza di versi dalla vena etica e civile. A cent’anni dalla nascita il critico Pier Vincenzo Mengaldo invita a rileggere l’opera dell’autore luinese:  “Fra i classici del Novecento oggi è il più amato dai giovani”

di Simona Maggiorelli

Talvolta gli anniversari possono essere un’occasione non rituale per ricordare sui giornali autori che nulla hanno a che fare con le mode e con il mercato. È questo il caso del centenario della nascita di Vittorio Sereni (1913 – 1983), intellettuale schivo, poeta civile e della memoria che seppe trasformare la propria esperienza di prigioniero in guerra e poi di testimone della brutalità del capitalismo in una potente metafora collettiva e in liriche dal valore universale. Poeta della rivolta alla sopraffazione ma anche autore di versi “nutriti di bellezza”, Sereni resta una delle voci più limpide e coinvolgenti del nostro Novecento. A fine ottobre, a Milano, a rendergli omaggio in una tre giorni organizzata dalla Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori sono stati i maggiori italianisti. In primis Pier Vincenzo Mengaldo che al poeta luinese ha dedicato molti e importanti scritti. «Dal punto di vista scientifico sono emersi temi nuovi rispetto alla critica sereniana classica, ma soprattutto – nota il docente dell’Università di Padova – è stato un convegno “fresco”, con un’ampia partecipazione di critici trenta-quarantenni. Il che conferma quanto ho subodorato da tempo: fra i classici del Novecento Sereni oggi è il poeta dei giovani. Conoscendolo, lui se ne sarebbe molto rallegrato».

E il pensiero corre alle pagine del volume Per Vittorio Sereni, appena uscito per Aragno, in cui Mengaldo traccia un intenso ritratto dell’uomo Sereni, prima di tuffarsi nell’interpretazione dei versi degli Strumenti umani, di Stella variabile e di altre sue raccolte. «Sono stato suo amico. L’ho conosciuto molto bene. È stata la fortuna della mia vita», ci dice Mengaldo con calore. Riservato e inquieto, sempre insoddisfatto e alla ricerca, Sereni nell’arte come nella vita rifuggiva dalla retorica e da ogni atteggiamento pedagogico.A differenza di Ungaretti – ma anche di Luzi e di Zanzotto – non amava i toni perentori, ultimativi.

Nicolas de Stael

Nicolas de Stael

«Per dirla alla buona, era un poeta esistenziale – sintetizza Mengaldo – lavorava sulle esperienze dirette. Moltissimo sulla propria memoria. E diversamente dai suoi contemporanei lo faceva senza nessuna tendenza orfica. Il suo era un procedere “raso terra” che miracolosamente diventava sempre una forma perfetta, qualcosa di estremamente terso e affascinante». Forma perfetta ma anche grande essenzialità. Tanto che le sue poesie paiono sempre dettate da una forte necessità interiore.«Sereni non è certo un poeta a cui si possa togliere qualcosa»,commenta scherzosamente Mengaldo.

«È un poeta di una essenzialità di produzione pari a quella di Leopardi, che ci ha lasciato solo 41 Canti. Le raccolte di Sereni sono quattro e tutte rastremate, essenziali. Per quello che ho potuto cogliere – approfondisce il professore – dipendeva anche dal suo modo di lavorare. Non si metteva a tavolino ad attendere il ricordo. Lasciava che emergesse la memoria e poi si metteva a scrivere».

Dietro ai versi di Sereni c’era sempre una lunga elaborazione interiore. Ma il risultato finale era di grande sprezzatura, non si avverte la fatica. «In quel monumento che è l’edizione critica delle poesie di Sereni curata da Dante Isella si può vedere il lavoro variantistico. Sin dal Diario d’Algeria (1949) Sereni sposta dei blocchi qua e là, abbandona delle poesie lunghe a favore di poesie brevi e fulminanti, la sua elaborazione non tocca solo il dettaglio, ma il lavoro d’insieme».Nel libro Per Vittorio Sereni Mengaldo evidenzia anche un altro tratto affascinante: Sereni lavorava per stratificazioni successive, quasi a lasciar emergere a poco a poco l’immagine. Evocando indirettamente un’assonanza con il modo di dipingere di Paul Cézanne «Tanto amo il maestro di Aix che tenderei a dire che tutto il XXI secolo è cezanniano», dice Mengaldo. «Ha creato un modo di lavorare per stratificazioni che, a mio avviso, influenza profondamente anche la letteratura e la musica». Da un altro punto di vista, suggestiva è anche la vicinanza di Sereni a un artista come Nicolas de Staël.

Mengaldo«Sereni amava molto alcuni pittori in particolare Ennio Morlotti, anche lui maestro delle stratificazioni. Con De Staël c’era però qualcosa di particolare», ricostruisce Mengaldo. «Sereni ne approfondì la anche attraverso il poeta francese René Char. Soprattutto in Stella Variabile (1981, Einaudi, 2010) lo avvicina a De Staël un modo di creare per frammenti essenziali. Tutta la serie che s’intitola Traducevo Char è di un’essenzialità impressionante. In poesia quello che non si dice è altrettanto significativo di ciò che si dice. E quel modo di scrivere versi penso arrivi a Sereni (che pure era un poeta molto personale) anche attraverso il corpo a corpo con Char». Il quale tuttavia, come notava Fortini, era un poeta del sublime e dunque molto lontano da Sereni.«Credo che Fortini avesse ragione» ribadisce Mengaldo, che del rapporto fra Sereni e Char ha scritto in Due rive ci vogliono (Donzelli, 2010). «Sereni nel secolo scorso è stato uno dei più grandi traduttori insieme a Montale. I poeti in genere traducono per affinità o per contrasto. E il caso dell’ultima traduzione da Char è un chiaro caso di contrasto. Bisogna però tener conto che Sereni ha cominciato con Char per affinità, traducendo Fogli di Hypnos (1946) che sono un qualche analogo dal punto di vista della Resistenza della guerra del Diario d’Algeria di Sereni. Quello che lo ha spinto a tradurre quei versi (tradotti anche da Celan) fu un caso di affinità. In Ritorno Sopramonte invece è per contrasto. Il sublime in Char è sempre dichiarato, è sempre cercato, mentre Sereni non era un poeta sublime. O meglio: cercava il sublime per vie meno affermative, più sottili, più implicite».

E se Char era il poeta della Resistenza imbracciata, Sereni non smise mai di riflettere su quello che avvertiva come un appuntamento mancato con la storia, la propria mancata partecipazione diretta alla lotta contro il nazi-fascismo, perché prigioniero in Algeria. «Sereni era riluttante ad ogni ideologia dichiarata», ricorda Mengaldo. «Ma non vuol dire che non avesse sue convinzioni. Era vicino alle idee socialiste. Anche se per un certo periodo si avvicinò al Pci. Del resto era anche inevitabile. Con la crisi e il disfarsi del Psi, il Pci in Italia diventò l’unica forma di socialismo possibile». Sereni, del resto, era stato allievo di Antonio Banfi e aveva frequentato la scuola fenomenologica di Milano vicina a Giustizia e libertà. E fu redattore del Giornale di Mezzogiorno del socialista Riccardo Lombardi. Ma tutto cambia quando durante la guerra sperimenta la prigionia.

«In quel capolavoro che è Diario d’Algeria si vede che quella è stata una ferita che non si è più rimarginata. La ferita di Sereni», sottolinea Mengaldo, «è stata non poter partecipare direttamente alla Resistenza. Anche per questo si sentì sempre una persona inadeguata al suo tempo. Su tutto ciò s’innesta poi l’esperienza neocapitalistica che Sereni ha vissuto da vicino lavorando per Pirelli e poi, a lungo, per Mondadori. Un capitalismo che gli ha fatto dire “non lo amo il mio tempo, non lo amo”». Da qui il suo essere alla continua ricerca, il suo pensarsi un viaggiatore, un Wanderer? «Nel Diario di Algeria il tema del prigioniero si affianca a quello del viandante. E colpisce il numero di poesie in cui Sereni mette in scena in modo più ristretto il tema del viandante, ovvero spostarsi da dove si è andando in cerca di qualcosa di diverso da quello che si è».

dal settimanale left-avvenimenti

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Il vero volto di Cleopatra

Posted by Simona Maggiorelli su novembre 15, 2013

Cleopatra

Cleopatra

Conosceva molte lingue, e aveva una forte personalità. Ma dopo la sconfitta ad Azio da parte di Ottaviano, Cleopatra la regina d’Egitto, subì un feroce attacco alla sua identità, le sue capacità politiche furono negate e la sua femminilità fu direttamente colpita dalla storiografia augustea. Un dittico di mostre a Roma permette di ricostruire la verità storica

di Simona Maggiorelli

Roma riscopre la propria vocazione archeologica e alcuni capitoli di storia antica finalmente liberati dalla retorica fascista. Come è stato giustamente notato, solo un anno fa, un’esposizione dedicata all’imperatore Augusto e al lungo percorso che lo portò al potere avrebbe avuto il sapore di un’esaltazione della romanità di marca fascista.

Il cambio di governo in Campidoglio, se non altro, ha sgombrato il campo da ogni ombra di retorica mussoliniana e i curatori della mostra Augusto (aperta fino al 9 febbraio 2014, catalogo Electa) non esitano a dire: «Con questo evento vogliamo invitare il pubblico a conoscere la storia romana, e quella di Augusto per quella che è stata, fra luci e ombre, liberandola da ogni lettura ideologica». Così Annalisa Lo Monaco, curatrice della mostra insieme a Eugenio La Rocca, Claudio Parisi Presicce, Cécile Giroire e Daniel Roger.

E’ particolarmente interessante è, ai nostri occhi, che questa retrospettiva dedicata ad Augusto -che riunisce pezzi sparsi fra varie collezioni a Roma , a Parigi e a Londra e che termina con un monumentale bassorilievo sulla battaglia di Azio – si possa vedere alle Scuderie del Quirinale, mentre in un’altra zona del centro storico romano è aperta una mostra archeologica dedicata a Cleopatra e che racconta quello stesso episodio: la sconfitta di Antonio e Cleopatra ad Azio, nel 31 a.C. ad opera delle flotte di Ottaviano

. Ma stavolta dal punto di vista opposto, ovvero da quello della regina egiziana che per evitare l’onta di essere fatta prigioniera e trascinata in trionfo da Ottaviano scelse il suicidio. Una morte, si tramanda, causata dal morso di un aspide, animale divino secondo la tradizione egizia. Giovanni Gentili curatore della mostra Cleopatra Roma e l’incantesimo dell’Egitto (fino al 2 febbraio 2014, catalogo Skira) ha trasformato le sale scure e ovattate del Chiostro del Bramante in un prezioso scrigno di immagini di un Egitto esotico e seducente. Bassorilievi, statue, papiri iscritti e mosaici, molti dei quali ritrovati nelle ville patrizie vesuviane e romane, mostrano vivaci scene di gare acrobatiche sulle rive del Nilo, tuffatori atletici che sfidano i coccodrilli e poi statue di divinità egizie, sfingi e ritratti di Cleopatra come Iside, in un tripudio di alabastri, marmi, oro e gemme. Si racconta che Cleopatra si fosse mostrata per la prima volta ad Antonio solo vestita di gioielli sulla prua di una imbarcazione dalle vele rosse. Certo è che la regina amava lo stile e l’eleganza orientale come si evince dalla vera e propria egittomania che la sua presenza a Roma (nel ‘46 a C. quando era ospite di Cesare a Trastevere) scatenò fra le matrone romane assai diverse dalla colta e carismatica Cleopatra.

Figlia del re Tolomeo XII Aulete ( “il flautista”) aveva ricevuto una raffinata educazione greca, parlava otto lingue, e aveva un notevole statura politica. Ma come ricostruisce bene questa mostra romana, Ottaviano lavorò per infangarne la memoria e attaccarne l’identità femminile e l’immagine pubblica. La storiografia augustea denigrò le sue capacità diplomatiche e politiche, rappresentandola con tratti virili e dipingendola come oltremodo lussuriosa (per questo Dante la immaginò all’inferno). Uno stravolgimento che ben presto diventò vera e propria damnatio memoriae.

dal settimanale Left-avvenimenti

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Fermare la svendita dei beni del demanio pubblico

Posted by Simona Maggiorelli su novembre 10, 2013

Isola BudelliMentre il governo delle larghe intese, in linea con le politiche  di centrodestra, torna a proporre la  #svendita delle spiagge un paradiso ambientale come l’isola di #Budelli è già stata venduta per 2,9 milioni di euro.Fermare l’aggressione al #territorio diventa una priorità. La #Costituzione offre già gli strumenti. Se ben interpretata e applicata. Lo sostiene iun eminente giurista come Paolo Maddalena

di Simona Maggiorelli

La vendita dell’isola di Budelli, straordinaria oasi naturale, famosa per le sue spiagge rosa, si è già conclusa. E altri lembi d’Italia rischiano una sorte analoga. Il governo Letta, non diversamente dai precedenti governi di centrodestra, ricorre alla svendita di pezzi importanti del patrimonio italiano per fare cassa, mentre non si ferma il consumo di suolo che erode vertiginosamente la campagna.

Cartolarizzazioni, speculazione edilizia, condoni, gestione emergenzialista di terremoti e dissesti idrogeologici, sistemi produttivi inquinanti e così via, negli ultimi trent’anni hanno aggredito massicciamente il territorio della Penisola non di rado mettendo a repentaglio la salute dei cittadini (il caso Ilva di Taranto docet).

«Speculazione finanziaria e politiche liberiste hanno sfruttato l’ambiente come fosse un bene inesauribile. E ora siamo giunti al limite. Non possiamo più aspettare oltre, serve una moratoria, per fermare da subito il consumo di suolo», ha detto il giurista Paolo Maddalena intervenendo al convegno “Terra bene comune” al Tempio di Adriano a Roma, in un ampio confronto fra associazioni per la tutela dell’ambiente e i relatori delle principali proposte di legge sul consumo di suolo già depositate in Parlamento.

maddaProposte, merita ricordarlo qui, che affrontano il problema in modi abissalmente diversi, andando dall’apertura agli interessi dei costruttori contenuta nell’iniziativa del Pdl  alla radicale proposta di limitazione dei diritti edificatori e di tutela dei territori agricoli non edificati depositata dai parlamentari del M5S. Al stesura del testo – che ha come primo firmatario il deputato M5s Massimo De Rosa – ha collaborato l’urbanista Paolo Berdini e vi si possono riconoscere gli assunti di fondo del più che trentennale lavoro dell’archeologo Salvatore Settis e del giurista Paolo Maddalena. Insieme, Maddalena e Settis hanno di recente pubblicato un libro, Costituzione incompiuta  ( Einaudi ) dedicato al tema della tutela e della valorizzazione dell’arte, del paesaggio e dell’ambiente.

Al centro del volume in cui compaiono contributi anche di Tomaso Montanari e di Alice Leone c’è l’articolo 9 della Costituzione che, come ricorda spesso Settis, ha fatto sì che l’Italia sia stato il primo Paese al mondo a iscrivere la salvaguardia del patrimonio artistico e del paesaggio fra i valori fondanti dello Stato. E certamente non per un fatto esornativo o di solo godimento estetico, ma riconoscendo che la straordinaria e originale fusione fra arte e paesaggio che connota la storia italiana contribuisce alla qualità della vita e ha a che fare con l’uguaglianza dei cittadini e con il diritto alla cultura che si evince dall’art 34 (sulla scuola pubblica statale e il diritto allo studio) «favorendo – sottolinea Maddalena – quel libero sviluppo della persona umana di cui la Carta parla all’articolo 3».

Paolo Maddalena

Paolo Maddalena

Ma sempre più nel dopoguerra, approfondisce il vice presidente emerito della Corte costituzionale, «l’economia ha dettato legge alla politica. producendo danni immani. Mentre l’idea della compatibilità ambientale, fra interessi dell’economia e la capacità rigenerativa dell’ambiente, si è rivelata una pura illusione». Che fare allora per fermare l’attacco mortale al territorio sferrato da scriteriate politiche neoliberiste che, scrive Maddalena, rischiano di farci fare la fine dell’isola di Pasqua? «Innanzitutto ci vuole un vero cambio di mentalità – sostiene il professore -. Bisogna passare da un principio antropocentrico a un principio ecocentrico o biocentrico, perché non possiamo più alterare l’ambiente, lo abbiamo già distrutto abbastanza. Bisogna affermare quello che avevano capito già i filosofi presocratici, ovvero che l’uomo è parte del cosmo».

Tradotto su un piano più immediatamente politico «bisogna pensare un diverso modello di sviluppo», dice Maddalena. «Impedire lo sfruttamento intensivo dei territori da parte di privati che oltretutto poi delocalizzano le imprese a loro piacimento e impongono le loro leggi al mercato del lavoro. E al contempo tutelare chi recupera spazi pubblici nell’interesse della collettività come, per esempio, sta accadendo a Pisa, all’ex colorificio». La multinazionale proprietaria dell’edificio ha cessato la sua attività in Italia e ha licenziato i lavoratori. In quella struttura abbandonata un collettivo di cittadini ha creato una sorta di laboratorio aperto in cui si fanno corsi di avviamento all’artigianato e iniziative sociali. «Quella struttura destinata ad un uso industriale è stata abbandonata dal proprietario ed è giusto che ritorni alla cittadinanza», rileva Maddalena che al convegno Terra bene comune organizzato dal M5s ha ripreso il filo rosso del lavoro sul tema della proprietà demaniale e della proprietà di uso collettivo presentato nell’ambito della costituente dei beni comuni guidata da Stefano Rodotà e che ha alle spalle una radicale e lunga riflessione dell’eminente giurista sui limiti costituzionali della proprietà privata. «Il territorio è proprietà comune di tutti. La proprietà è pubblica e privata, secondo determinati vincoli. Lo dice la nostra Carta», ribadisce Maddalena ricordando che l’art. 9 e gli artt. 41 e 42 offrono già validi strumenti per affrontare il problema dell’aggressione al territorio. «Non esiste il cosiddetto ius edificandi, inteso come facoltà del proprietario privato», avverte il professore. «Non c’è un diritto edificatorio concesso una volta per sempre. Solo un atto sovrano, preso da un’autorità che rappresenta gli interessi di tutti può stabilire se un terreno diventa suolo edificabile. La Costituzione dà chiare indicazioni. Ma va applicata. Non a caso Calamandrei la chiamava la rivoluzione promessa».

Dal settimanale left-avvenimenti

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Il sogno di un artista barbone

Posted by Simona Maggiorelli su novembre 9, 2013

Fausto delle Chiaie nel film di Acocella

Fausto delle Chiaie nel film di Acocella

Presentato al Festival internazionale del cinema di Roma “Ho fatto una barca di soldi,  l’opera prima del regista  Dario Acocella.  Un poetico omaggio all’artista di strada  Fausto delle Chiaie

di Simona Maggiorelli

Per quanto sia abbondantemente nutrito di testimonianze raccolte sul campo, di interviste e di frammenti dal vero Ho fatto una barca di soldi, il docufilm di Dario Acocella che  è stato presentato al Festival Internazionale del Cinema di Roma ( al MAXXI, nella sezione prospettive doc Italia) ci appare come un’opera di videoarte originale e poetica, lontana anni luce dal piglio cronachistico tipico del genere documentario.

La sceneggiatura del film prodotto da Zerozerocento Produzioni in collaborazione con Rai Cinema ruota intorno ad un personaggio singolare come Fausto delle Chiaie (classe 1944), artista che da più di quant’anni lavora per strada a Roma, avendo scelto l’esterno dell’Ara Pacis come tela su cui disegnare le proprie fantasie utilizzando se stesso come pennello in carne ed ossa e come protagonista di curiosi tableaux vivants.
Così sul far della sera, quando i marmi del monumentale complesso augusteo biancheggiano sullo sfondo, questo artista un po’ anarchico, un po’ barbone (che assomiglia ad un omino di Folon) dissemina piccoli tesori sul selciato. Qua un finto topo dentro una gabbia disegnata sormontata dalla scritta “Rattu in inganno”, là un mucchietto di gioielli falsi e una borsetta accompagnata da un laconico cartello con su scritto “scippo”.

Se invece di guardare dritti davanti a noi, camminando, ci si concede uno sguardo da flâneur, curioso verso ciò che accade più in basso, si può scoprire anche una solitaria barchetta in plastilina, carica di spiccioli, ovvero quel piccolo e inaspettato vascello che dà il titolo all’intero film.

Fausto dell Chiaie

Fausto dell Chiaie

Regista, sceneggiatore, montatore e molto altro Acocella dà un’impronta personalissima a questo racconto per immagini di una giornata trascorsa con Fausto delle Chiaie e in cui le rare parole contano tanto quanto i silenzi, pieni e vibranti. Per più di un’ora ci ragala di poter abbandonare il ritmo caotico della capitale per farci scoprire il gusto della lentezza e per farci fare un pieno di incontri emozionanti, raso terra.

La telecamera di Acocella ci fa vedere il mondo ad altezza marciapiede, quasi il nostro fosse il punto di vista di un bambino, non più alto di metro e che intorno scopre un universo di incanti e magie, di sculture e pitture naif, di piccole provocazioni ora gentili ora spiazzanti che mirano a rompere il guscio dell’indifferenza e a mettere in connessione chi si sfiora per strada senza vedere e percepire l’altro.

Come fossero tanti piccoli laici ex voto le installazioni di Fausto delle Chiaie tracciano mappe metropolitane inedite, creano percorsi imprevisti in quel grande museo a cielo aperto che il centro storico di Roma. Poi il nostro artista barbone, imbacuccato e frugale, raccoglie le sue poche cose e sale su un treno per raggiungere una stanza di periferia, zeppa di oggetti trovati, di cose desuete, di matite e pastelli. E a rompere il silenzio della notte resta solo il rumore acido dell’attrito che fa il pennarello sulla carta. Come nota giustamente Achille Bonito Oliva nel frammento di intervista che Acocella ha incastonato nel film, l’arte di Fausto delle Chiaie è una domanda aperta sul mondo, una sfida a mettere insieme arte e vita. Forse anche per questo ci cattura, interrogandoci nel profondo.

Dal settimanale left-avvenimenti, numero 44 9- 15 novembre 2013

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Oltre l’Urlo. A Genova 120 opere di Munch

Posted by Simona Maggiorelli su novembre 3, 2013

Munch Madonna, incisione

Munch Madonna, incisione

“Non si dovranno più dipingere interni con gente che legge o donne che lavorano a maglia. Si dipingeranno uomini che vivono, che respirano, che sentono che soffrono, che amano” scriveva Edvard Munch nel 1889. In questo poche frasi è racchiusa tutta la sua poetica esistenzialista, nutrita con letture di Kierkegaard e di Nietzsche.

L’amore, la morte, la malattia, la soffocante ritualità sociale e poi il fascino femminile, avvertito come una forza trascinate e demonica dal pittore norvegese, erede del simbolismo e anticipatore di un uso antinaturalistico del colore che avrebbe presto fatto scuola fra gli espressionisti.

Tormentato, ossessionato dai fantasmi della religione in una Christiania (oggi Oslo) borghese e perbenista, eppure capace di un’arte audace e a suo modo vitale, nella rappresentazione di uomini e donne, presi nella trama delle passioni, corrosive eppure irrinunciabili. La produzione di Munch è amplissima e trecentossessanta gradi fu la sua sperimentazione fra pittura (che realizzava sempre all’aperto nonostante le rigide temperature) grafica e disegno, come abbiamo avuto modo di apprezzare nella doppia retrospettiva che Oslo  ha di recente dedicato a Munch per i 150 anni dalla sua nascita. (vedi  Gli spettri di Munch.)

Dal 6 novembre anche l’Italia entra nel circuito internazionale delle celebrazioni munchiane con una mostra curata da Marc Restellini in Palazzo Ducale a Genova, promossa dal Comune e prodotta da Arthemisia Group e 24 ORE Cultura. Direttore della Pinacotheque de Paris, Rastellini ha ideato l’antologica Edvard Munch ou l’Anti-Cri nel 2010 a Parigi  e con questa nuova iniziativa – che si avvale di un comitato  scientifico composto da Richard Shiff, Øyvind Storm Bjerke, Petra Pettersen e Ina Johannesen –  si propone di far conoscere la produzione di Munch forse meno nota al pubblico italiano, in particolare quella delle incisioni. In cui la fantasia del pittore si realizzata in poche forme essenziali e potenti.

Nella tradizione occidentale, specie quella italiana, le xilografie e le incisioni sono sempre state considerate una produzione “minore” rispetto alla pittura e l’opera grafica,specie nella tradizione rinascimentale tosco-emiliana è sempre stata considerata dagli artisti come propedeutica al quadro dipinto, come studio e fase preparatoria. Per Munch invece – spiega Restellini nel catalogo 24 ORE Cultura che accompagna la mostra – l’incisione veniva dopo la pittura e ne rappresentava il punto di approdo finale. L’appuntamento genovese, tuttavia, non delude gli appassionati della produzione pittorica di Munch squadernando in un percorso di 120 opere dell’artista norvegese, molte tele, dai primi quadri di paesaggio alle donne-madonne, dalle donne vampiro agli autoritratti, fino alle disincantate e amare variazioni sul tema del pittore e la modella degli ultimi anni.

Quadri inizialmente dai toni diafani, quasi evanescenti, un effetto che Munch produceva con quella che chiamava “la cura del cavallo” ovvero esponendo le tele alle intemperie e poi via via sempre più audaci nell’uso straniante e selvaggio del colore, per rappresentare stati d’animo che inondano la figurazione di cose e persone che, come nel celeberrimo Urlo, non hanno più niente di realistico in senso classico.

La mostra sarà visitabile fino al 27 aprile 2014. (Simona Maggiorelli)

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Rosso Kapoor

Posted by Simona Maggiorelli su novembre 1, 2013

Anish Kapoor Berlin

Anish Kapoor Berlin

Dalle morbide sculture in cera rossa agli specchi concavi, fino alle pietre scavate che attraggono lo sguardo verso un buio denso e pieno di vita. Il Martin Gropius Bau celebra l’artista anglo-indiano con una retrospettiva.

di Simona Maggiorelli, da Berlino

«Le strade siano i nostri pennelli, le piazze le nostre tele» diceva il poeta Vladimir Maijakovskj. Una frase che il costruttivista El Lissitzky tradusse visivamente in un celebre manifesto agit prop del 1919. è un omaggio alle avanguardie russe che fondevano ricerca estetica e rivoluzione politica la grande installazione che Anish Kapoor ha realizzato nell’atrio del Martin Gropius Bau a Berlino e che offre incipit e titolo alla mostra antologica Symphony for a beloved sun (aperta fino al 24 novembre).

Curata da Norman Rosenthal è la più ampia retrospettiva mai dedicata all’artista anglo-indiano in Germania. Nelle ampie sale di questo elegante e severo edificio ottocentesco sono ricapitolate le fasi più significative del lavoro di Kapoor, dalle prime fragili e intime sculture in pigmento rosso e giallo (che evocano i colori accesi dei cumuli di spezie nei mercati indiani) alle pietre scavate, piene di buio vibrante ottenuto con il pigmento scuro, fino alle serie di sculture specchianti, concave e convesse, che catturano l’immagine del passante riflettendola in forme oniriche e deformate, per arrivare poi alle più recenti realizzazioni di questo originale artista londinese (nato a Mumbai nel 1954) che rompono definitivamente ogni compartimentazione di genere fra architettura, scultura e pittura, creando incontri inediti fra Oriente e Occidente.

Anish Kapoor, Berlin

Anish Kapoor, Berlin

Gli ultimi lavori di Kapoor sono per lo più installazioni monumentali, volutamente fuori scala, che danno allo spettatore l’impressione di trovarsi in un paesaggio incantato, popolato di misteriosi e affascinanti “Dolmen”. Altre volte, come nel caso del Death of Leviathan, realizzato per il Grand Palais di Parigi (e qui ricreato ex novo) è la sensazione opprimente di una mostruosa e tentacolare creatura a farsi incombente. Fin quando, come nelle fiabe, questa enorme scultura gonfiabile si affloscia su se stessa, come il fantoccio di uno Stato occhiuto e repressivo di cui, dopo la caduta del muro, finalmente non c’è più traccia a Berlino.

L’impatto scenografico di questa “morte del Leviatano” che celebra la fine delle ideologie e, in primis, della torva antropologia di Hobbes, trova uno spettacolare pendant nella stanza in cui, a intervalli irregolari, d’un tratto un cannone spara cera rossa in angolo simulando una esecuzione sommaria (il pensiero corre alla memoria della guerra ma anche al 3 maggio 1808 di Francisco Goya).

Ma più che questi colpi di teatro a coinvolgerci profondamente sono le sculture in cera, malleabili e carnali, che s’incontrano in più punti di questo percorso espositivo.

Kapoor Non objects, Berlin

Kapoor Non objects, Berlin

Come “riflessione” sullo statuto degli oggetti pensati come organismi in divenire e sull’incessante farsi e disfarsi delle forme. Qui come altrove Anish Kapoor fa vivere le sue creazioni in una vitale dialettica fra opposti, femminile e maschile, luce e ombra, ruvido e levigato, concavo e convesso…

Ma affascinante è anche il lavoro sullo spazio che, per Kapoor, non è mai un contenitore inerte. Al contrario è protagonista e componente essenziale di sculture e installazioni, quasi sempre site specific. Lo spazio è una dimensione immaginifica, per lui, e il luogo fisico in cui prende vita una sua opera appare alla fine come trasfigurato in altro, evocando in chi guarda la sensazione dell’aprirsi di una spazialità interiore. Non meno potente è il suo originale uso del colore, che non appare mai come una qualità esterna dell’oggetto, ma come sostanza viva da cui prende forma l’opera stessa. Come il rosso sangue che è diventato un po’ il segno e la cifra riconoscibile e vitale di Kapoor, «è il colore dell’origine» dice in un’intervista.«Per l’essere umano tutto comincia dal rosso».

Dal settimanale Left-Avvenimenti

RED KAPOOR
“The streets are our brushes , the squares our canvas ,” said the poet Vladimir Mayakovsky . A phrase that the constructivist El Lissitzky translated visually in a famous poster agit prop of 1919.
  The big installation that Anish Kapoor has created in  the atrium of the Martin Gropius Bau in Berlin is a tribute to the Russian avant-garde that fuse aesthetic and political revolution. Moreover the  title of the exhibition “Symphony for a beloved sun” (open until next 24 November ) has something to do with Malevich .

Locandina Curated by Norman Rosenthal this is the largest retrospective ever dedicated to the Anglo-Indian in Germany. The spacious rooms of this elegant and austere nineteenth-century building collect the most significant phases of Kapoor’s works: from the first fragile and intimate sculptures in red and yellow pigment (which evoke the bright colors of the mounds of spices in Indian markets)  to carved stones , full of dark vibrant obtained with dark pigment , from convex and concave sculptures mirrors , ( that capture the image of the passer reflecting it in dreamlike shapes and deformed)  to the latest achievements of this original London artist (born in Mumbai in 1954 ) that exceeds the divisions  between architecture , sculpture and painting , creating new encounters between East and West .

The latest works of Kapoor are mostly monumental installations , deliberately out of scale , which give the viewer the impression of being in an enchanted landscape , populated by mysterious and fascinating ” Dolmen ” . In the case of Death of Leviathan , made for the Grand Palais in Paris (and here re-created from scratch ) is the overwhelming feeling of a monstrous creature and sprawling to be looming. Untill  this huge inflatable sculpture collapses in on itself, like a puppet of a repressive State that finally disappears for ever. The visual impact of this ” death of the Leviathan ” that celebrates the end of ideology and , primarily ,of  the grim anthropology of Hobbes, has a spectacular pendant in a near room where , at irregular intervals , suddenly a cannon fires red wax against  a corner simulating a summary execution ( our mind runs to the memory of the war but also to the picture 3 May 1808 by Francisco Goya ) .

But must of all our attention is captured by wax sculptures, malleable and carnal , we meet at several points of this exhibition . This exhibition seems a  fascinating reflection  on” the status of object!s conceived as organisms in the making and on constant making and unmaking of forms.   Anish Kapoor brings to life his creations in a vital dialectic of opposites, male and female , light and shadow , rough and polished , concave and convex … His work on the space is tounching too . Soace is never an inert container for Kapoor . His sculptures and installations are always site-specific . Space is an imaginative dimension , for Kapoor, and the physical place seems mental , evoking the opening of an inner spaciousness . No less powerful is his original use of color, which never appears as an external quality of the object. Colour seems a living substance from which sculptures take shape.Like the red  wich is the vital recognizable signature by Kapoor .” Red is our birth. For human beings it all starts from the red .” Kapoor said in an interview.

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