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Testimoni di giustizia. Conto l’omertà di Stato

Posted by Simona Maggiorelli su maggio 10, 2002

La legalità si afferma con il coraggio di molti piccoli imprenditori che si ribellano alla mafia. Ma lo Stato non sempre li protegge. Ecco la denuncia di Giuseppe Verbaro.

di Simona Maggiorelli

“Una vita dorata in alberghi a quattro stelle, ti può far impazzire, se te ne devi stare lì senza far niente, campato dallo stato, lontano dagli affetti, senza poterti cimentare in un’attività di lavoro”. Giuseppe Verbaro, smania in questa situazione di impotenza in cui si trova: protetto ma, al tempo stesso, anche confinato nella piccola cittadina di Prato dove lo ha destinato il programma di protezione previsto dalla legge 82-91.

E’ un testimone di giustizia che una decina di anni fa ebbe il coraggio di denunciare taglieggiamenti e minacce da parte della cosca dei Labate.
La sua è una storia che parte dal 1987 quando in società con il fratello Domenico decise di mettere in piedi a Reggio Calabria una piccola azienda alimentare di produzione di farine e pane biologico. “Ci eravamo accorti che la qualità del pane nella nostra città era scarsa e ci siamo dati a produrne di qualità- racconta- Abbiamo avuto riscontri positivi e a poco a poco la nostra attività si è allargata. Da prima con accordi con reti di supermercati calabresi, poi provando a conquistare anche il territorio siciliano. Ma alla mafia non piaceva che noi riuscissimo a lavorare su un mercato così ampio”.

Di lì a un passo le pressioni si fanno così forti che i due imprenditori calabresi decidono di affidare a un’impresa collegata alla famiglia malavitosa dei Labate la ristrutturazione del proprio capannone, sperando in questo modo di poterli acquietare: i lavori vengono fatti male, devono essere pagati cifre raddoppiate e in più, i Labate chiedono pegni sempre più altri. Esasperati i due fratelli decidono di rivolgersi alla giustizia, di denunciare la banda di taglieggiatori che rischiava di farli finire sul lastrico. Qualche anno dopo, arriva finalmente il processo.

Grazie alla testimonianza dei Verbaro i Labate il 16 giugno del 2000 vengono condannati: diversi ergastoli comminati, assieme a ingenti pene pecuniarie. Il peggio sembra passato. “Eravamo soddisfatti avevamo il nostro dovere di testimoni e la giustizia ci aveva dato ragione – ci racconta ancora Giuseppe nello studio del suo avvocato fiorentino Giampaolo Curandai. “Ma qui doveva, invece, cominciare il nostro calvario quotidiano per le disfunzioni, per la mancata applicazione da parte della polizia del servizio centrale di protezione del programma che il ministero degli Interni ci riconosceva”.

Un programma di protezione civile, ci spiega lo stesso avvocato Curandai, che garantiva a Giuseppe e Domenico la possibilità di avere una scorta per spostarsi, un sussidio di mantenimento, assistenza sanitaria e soprattutto la possibilità di reintegrarsi dal punto di vista sociale, al tenore di vita precedente. “Di fatto invece – spiega Verbaro – il servizio di scorta è sempre stato insufficiente, oltretutto con auto non blindate, vecchie e mal funzionanti, non posso andare a trovare mio figlio che studia all’università a Piacenza, non mi viene data la possibilità di tornare a fare il mio lavoro. Voglio tornare a campare con i miei soldi, per ripartire in un’altra città mi basterebbe una cifra assai inferiore a quella che lo Stato spende per mantenermi in questa condizione”.

Sempre più logorato dalla sordità delle istituzioni , dopo varie interpellanze andate a vuoto, Giuseppe è arrivato a un gesto provocatorio come quello di gettare benzina intorno all prefettura di Prato. Voleva essere solo un gesto dimostrativo, dice, non avrebbe mai appiccato il fuoco. Processato si è beccato sei mesi di carcere. Uscito con la condizionale, qualche settimana fa ha preso la macchina per andare a consegnare dei volantini di protesta direttamente nelle mani del presidente Ciampi in visita a Firenze, ma gli è stato sequestrato il mezzo.

Ora la sua unica speranza e che altri testimoni di giustizia – in Italia in questo momento in tutto sono 56 – decidano di venire allo scoperto per denunciare la propria situazione, mettendo a parte l’opinione pubblica di quanto poco la collaborazione dei testimoni di giustizia, nonostante la legge 82 venga di fatto valorizzata e incentivata. Qualcuno, come il pugliese Mario Nero, che ora vive a Pistoia lo ha già fatto e la sua storia è perfino finita in uno sceneggiato tv con Raul Bova. Tutto serve, anche la spettacolarizzazione, sembra dire, purché si cominci a riflettere sulla questione testimoni di giustizia e su quanto possano essere importanti per rompere quell’omertà che è da sempre terreno di coltura della mafia.

da Avvenimenti, maggio 2002

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Montalbano? Un comunista arrangiato

Posted by Simona Maggiorelli su maggio 7, 2002

Porta la firma di Andrea Camilleri “L’ombrello di Noè”, il nuovo saggio sul teatro by Rizzoli. E’ un libro di ricognizione e di ricordi dall’incontro con Pirandello all’insegnamento di Orazio Costa, fino agli anni trascorsi come insegnante di regia all’Accademia Silvio D’Amico
Montalbano? “Un comunista arrangiato”

E’ uno degli autori più prolifici della scena letteraria italiana, scrittore di gialli, di romanzi storici, autore di teatro e non solo. Come regista, Andrea Camilleri, ha curato la messinscena di almeno un centinaio di testi e come intellettuale ha sempre rivendicato un suo particolare impegno a sinistra, un impegno che la nuova onda di movimenti sembra aver ancor più acceso.
Basta leggere l’intervento accalorato che, di recente, ha consegnato alle pagine di Micromega sulla Primavera dei movimenti.
Fra pochi giorni andrà in libreria L’ombrello di Noè, edito da Rizzoli. L’uscita del libro ci offre l’occasione di un incontro per parlare a tutto tondo di letteratura, di teatro, di politica.

E’ un ritorno al suo primo amore, il teatro?
“E’ un libro che racconta soprattutto rapporti per me fondamentali con registi, autori, attori. Del resto il teatro è qualcosa che si fa. E da quando ho cominciato a scriverlo non faccio altro che tributare un addio a una cosa che non posso più fare. Per me il teatro è sostanzialmente un vizio”.

Un nome che ricorre spesso nelle pagine del nuovo libro è quello del regista Orazio Costa.
“Sono stato suo allievo alla scuola di arti drammatiche. A lui devo tutto. E’ stato lui a dirottarmi sul teatro ma anche a farmi capire cose fondamentali che poi mi avrebbero favorito nell’architettare romanzi e racconti. Un fatto buffo è che non sono mai riuscito a dargli del tu, per me era un genio assoluto”.

E i maestri del teatro antico, che lei spesso cita?
“Eschilo, Sofocle e Euripide sono vissuti in età diverse eppure tutti i tre avevano una profonda e uguale cognizione del dolore. Non del proprio, ma di quello altrui. Nei Persiani Eschilo chiede ai suoi concittadini di piangere non solo per i Greci morti in battaglia ma anche per i Persiani che hanno perso la vita. Ecco, questo credo sia stato per me un grande insegnamento: imparare a guardare il dolore degli altri, come fatto etico prima ancora che come fatto poetico. Non ho mai creduto che fra gli uomini si tratti banalmente di vita mea mors tua”.

Nel libro quattro capitoli sono dedicati a Pirandello.
“Un’altra figura, per me, fondamentale. Mi ricordo quando lo incontrai la prima volta. Avevo dieci anni e non sapevo chi fosse, nonostante lui fosse famosissimo. Seppi solo dopo che era un amico di famiglia e che veniva dai miei nonni a farsi raccontare le storie. Lui mi ha insegnato che l’immaginazione non basta se non supportata dall’attenzione verso i propri simili. Ho capito da lui che è la capacità di ascoltare a fare uno scrittore”.

E lei si ritiene capace di ascoltare?
“Fa parte della mia enorme curiosità verso il genere umano. Ho sempre avuto un orecchio selettivo, un po’ come i gatti che sono capaci di orientare le orecchie. In un bar affollato riesco a captare una conversazione fra due persone. Mi piace il rumore della gente. Mia moglie dice che io sono un corrispondente di guerra perché scrivo benissimo in mezzo agli altri. La mia casa di campagna è sempre invasa dai nipoti e quello per me è l’ambiente ideale”.

Nessuna torre d’avorio o sacralità della scrittura…
“Per carità. La materia prima dello scrittore sono i suoi simili e non tanto gli eroi, ma le persone cosiddette normali. Nella normalità si può trovare una ricchezza infinita”.

Questa è un po’ la ricetta di Montalbano, il protagonista dei suoi gialli. Come nascono i suoi personaggi?
“Non riesco a scrivere un personaggio se non me lo vedo passeggiare per la stanza. Deve essere una figura che si alza dalle pagine dei libri, che deve prendere corpo a tutto tondo. Dopo aver scritto La forma dell’acqua, il primo libro in cui compariva Montalbano, credevo di aver chiuso con lui e invece poi è diventato una specie di serial killer, un personaggio che è riuscito via via a far fuori gli altri miei personaggi”.

Montalbano un po’ le somiglia?
“Qualcuno mi ha detto che assomiglia molto a me, ma anche molto a mio padre”.

E come lei è un uomo di sinistra?
“Direi che Montalbano è un comunista arrangiato di quelli che considerano cose come “non uccidere”, “non rubare” come fatti che dovrebbero essere normali. Che il non lavoro sia la peggiore condanna, che ci debba essere un po’ di giustizia sociale, sono cose elementari per cui uno non può non dirsi comunista”.

Nell’ultimo numero di Micromega dedicato alla Primavera dei movimenti lei ha usato parole forti di denuncia del governo Berlusconi…
“Ho scritto che questo governo a mio avviso rappresenta un pericolo per la società e le istituzioni”.

Parlerebbe di regime?
“Regime o non regime sta di fatto che il governo Berlusconi cerca di fare sue giustizia e informazione. Da un punto di vista storico non possiamo dimenticare che questo fu uno dei modi di procedere del fascismo”.

Quanto è importante per lei la storia per capire l’oggi?
“E’ fondamentale. Sono un siciliano con un forte senso dello stato e quando mi capita di scrivere romanzi storici finisco sempre per fare questo tipo di discorsi”.

Come li costruisce?
“Parto da una fonte storica, da un fatto che mi ha colpito e intorno a questo faccio crescere una narrazione d’invenzione. I fatti, per me, sono importanti. Mi ricordo una volta sentii Togliatti rimproverare a un critico teatrale dell’Unità di non aver raccontato i fatti dell’Amleto. Sul momento mi parve assurdo, poi una volta chiese di raccontargli i fatti dell’Agamennone e scoprii che aveva ragione lui: quando racconti un fatto in realtà viene fuori come tu lo interpreti, e questo è l’importante. Quello che racconti non rimane confinato nel passato. In questo senso credo di poter dire che tutti i miei romanzi storici siano rapportabili all’oggi”.

Dopo un lungo periodo di separatezza oggi intelletuali come lei, Tabucchi, Ginsborg sembrano scendere più direttamente in campo.
“Credo che questa voglia di prendere direttamente la parola su questioni sociali e politiche sia un fatto essenziale, anche se poi persone come me, per aver dimostrato il proprio interesse civile per il paese vengono chiamate dall’estabilishment attuale “seminatori d’odio”… Insomma, non dimentichiamoci che se Berlusconi è riuscito a ottenere tanti consensi è anche perché ha sfruttato certa arretratezza culturale italiana. Ha raccolto quello che aveva seminato con vent’anni di tv privata, a cui poi si è accodata anche la Rai”.

Crede che l’impegno di un intellettuale di sinistra oggi possa trovare anche nuovi canali con i movimenti che stanno nascendo un po’ ovunque di opposizione al governo Berlusconi?
“Mi sembra che i movimenti offrano una possibilità positiva non solo perché già milita a sinistra. Essendo movimenti fluidi, tematici aprono le porte anche a chi magari scontento del governo Berlusconi non se la sentirebbe di schierarsi apertamente con un partito di sinistra”.

da Avvenimenti 7 maggio 2002

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