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L’arte del bene comune. Le nuove frontiere della #PublicArt

Posted by Simona Maggiorelli su maggio 28, 2015

Anish kapoor

Anish kapoor

La scultura celebrativa è morta. Ma crescono interventi creativi in spazi pubblici. Che rivendicano un valore civile. Per il modo in cui riescono a ridisegnare i luoghi e a stimolare relazioni. Il punto di vista di tre studiosi:  Anna Detheridge, Michele Dantini e Christian Caliandro

di Simona Maggiorelli

Le sue sculture concave, su specchi d’acqua, accendono magnetici fuochi, in grigi paesaggi di provincia del Nord Europa. A Chicago, invece, la superficie riflettente del suo gigantesco “fagiolo” cattura l’immagine di grattacieli e di passanti, restituendole rovesciate, deformate, aprendo il Millennium Park ad un orizzonte onirico e imprevisto. Sono i “sortilegi” dell’arte in spazi pubblici, quando sculture, fontane e installazioni non si limitano a celebrare l’esistente, ma riescono addirittura a ridisegnare l’intorno. È questo il caso delle sculture – installazioni dell’anglo indiano Anish Kapoor, ma anche di tanti altri artisti di talento, che dopo la fine della scultura intesa in senso celebrativo e monumentale, hanno trovato forme e linguaggi nuovi per fare opere site specific, che  sovvertono l’ordinario in maniera creativa, coinvolgendo i cittadini in modo invisibile e profondo.

Gibellina

Gibellina

Di questo tema, vastissimo, si è occupata Anna Detheridge in Scultori della speranza, un bel libro uscito nel 2012 per Einaudi e ora alla base dell’attività formativa dell’associazione no profit Connecting Cultures, fondata dalla giornalista e studiosa. Che precisa: «Quando parliamo di Public Art , non volendo essere superficiali, dobbiamo specificare i diversi ambiti. E avere ben presente che dalla metà degli anni Sessanta in poi lo scenario è diventato più complesso: si è sviluppata una sensibilità nuova. Il mondo è più mediatico. Lo vediamo attraverso una “finestra” già selezionata per noi. Per cui identificare l’arte tout court con le antiche tecniche non è più corretto».

Per parlare di Public Art, insomma, non basta mettere una scultura in una rotatoria. «Anche perché spesso è fatta dal cugino del sindaco. E gli esiti sono terrificanti», chiosa Detheridge. Occorre invece che le opere, qualunque sia la loro forma, abbiano un rapporto con il contesto inteso non solo in senso architettonico ma anche sociale. «Un artista deve saper valutare se lo spazio in cui interviene è vuoto o pieno, se c’è troppo rumore ecc. Per dare risposte adeguate. Tutto questo richiede non solo una sensibilità ma anche una specifica formazione».

Arte all'arte- Chianti

Arte all’arte- Chianti

Solo così l’arte pubblica può innescare anche un processo di coesione, di interrelazione. «Fare arte negli spazi pubblici non vuol dire andare verso l’altro in termini assistenziali o puramente sociali» sottolinea Detheridge. «Un artista dovrebbe dire: siamo in questo luogo, condividiamo questo spazio e vediamo cosa possiamo fare insieme. Perché la partecipazione abbia un senso per te e per me». Anche per questo Anna Detheridge considera semplicistico propagandare, come è stato fatto a Roma dall’assessorato alla cultura, interventi di Street Art nei quartieri più a rischio, come un progetto di recupero delle periferie e di lotta al degrado. «È chiaro che ai gravissimi problemi di disonestà e di criminalità non basta rispondere con graffiti o sculture. Ciò che può fare l’arte è offrire una nuova visione e avviare la possibilità di un cambiamento. Ma l’arte ha a che fare con la  relazione,con la sensibilità. Aspetti che evidentemente questo sistema criminale ha completamente calpestato».
In generale, però, in Italia«non mancano esempi in cui gli artisti sono riusciti a costruire, non solo dei luoghi ameni, ma davvero vivi e di scambio», assicura Detheridge. Magari dove meno te lo aspetti.

In provincia o in piccoli borghi del Chianti, con iniziative come Arte all’Arte. Un intervento riuscito è, secondo la studiosa, quello realizzato da Alberto Garutti al Teatro comunale di Peccioli in provincia di Pisa. «Non si tratta propriamente di un’opera di ristrutturazione  – precisa Detheridge -. È il risultato di una relazione. L’artista qui ha fatto qualcosa di specifico, proprio per gli abitanti della zona. Non si tratta di fabbricare oggetti in più, ma di tessere rapporti. In questo modo un’opera diventa un dispositivo e il risultato estetico non è più la sola cosa che conti».

Stalker, mappa di Roma

Stalker, mappa di Roma

Un classico esempio di questo tipo di arte pensata come avvio di un processo potenzialmente trasformativo è quello del gruppo Stalker al Corviale, dove per lungo tempo architetti e artisti hanno lavorato con la popolazione. «Purtroppo, in Italia, questo tipo di intervento non ha alcun tipo di definizione e non viene riconosciuto. Così  – denuncia Detheridge – queste realizzazioni vengono disperse, inficiate. Perché non se ne comprende l’importanza e nessuna istituzione le promuove. Ma anche se si tratta di segni apparentemente effimeri avevano la speranza, l’intenzionalità, di cambiare le cose, di ampliare un pochino la sensibilità . Fare il processo all’architettura oggi non serve. Alla fine del modernismo costruire una casa lunga  un km forse non era un’idea così brillante. Ma è anche vero che Corviale è stato abbandonato dalle istituzioni, si è lasciato che diventasse un ghetto».
Nel libro Scultori della speranza Anna Detheridge ricorda casi in cui edifici storici, invece, hanno assunto significati importanti per una comunità e che sono stati recuperati e ricostruiti con ogni sforzo possibile. Quello più emblematico riguarda il ponte di Mostar in Bosnia, che fu fatto saltare nel 1993, diventando l’icona della città. «L’aspetto più emozionante di questo ponte è che appare più simile a una scultura collettiva che a un’opera classica», osserva Anna Detheridge nel suo libro.

«Un ponte è qualcosa che unisce due rive e che si percorre a piedi o a cavallo, per secoli o decenni. È parte dell’uso quotidiano: diviene un riferimento affettivo prima che estetico. La stessa cosa vale per edifici pubblici di rilievo per la collettività», commenta Michele Dantini, docente di storia dell’arte contemporanea all’Università del Piemonte orientale, che pubblicato a un nuovo libro su arte, scienza e sfera pubblica edito da Doppiozero. «Non credo che oggi l’arte, e forse neppure l’architettura, si proponga obiettivi tanto ambiziosi. Ma – aggiunge – apprezzo molto taluni interventi di Jochen Gerz, artista tedesco di tradizione concettuale interpretata in chiave Public Art. E progetti ambientali, ad esempio il giardino di Gilles Clement a Lille: interdetto alle persone, è riservato all’autoriproduzione delle “vagabonde”, cioè le piante pioniere. Chiunque si prenda cura di qualcuno o qualcosa conduce la sua piccola o grande battaglia contro marginalità, violenza e degrado». Al tempo stesso, però,confessa Dantini «diffido di “abbellimenti” solo estetici, che non siano concretamente servizi. Ma non esistono regole certe. Anche la bellezza può essere un dono e divenire un’ “utilità” che porta durevole beneficio».

SanBa, street art a San basilio-Roma

SanBa, street art a San basilio-Roma

Di Public Art, e più in generale di arte contemporanea come “bene comune”, si è discusso agli Strati della cultura, una tre giorni organizzata dall’Arci a Ferrara, a cui hanno preso parte studiosi di arte contemporanea e non solo. Fra questi, oltre allo stesso Michele Dantini, il critico Christian Caliandro, autore con Pier Luigi Sacco di Italia Reloaded (il Mulino, 2012) e di Italia revolution (Bompiani, 2013). Un dittico che si appresta a diventare trilogia con un nuovo volume in cui lo storico dell’arte che si è formato in Normale approfondisce la riflessione sulle trasformazioni a cui sta andando incontro la nostra identità culturale. «Esempi brillanti ed efficaci di intervento nello spazio pubblico ce ne sono molti in Italia», dichiara Caliandro, che ha organizzato nel gennaio 2015 a Bari un convegno dal titolo La cultura e la città nuova, il ruolo delle pratiche creative in una comunità urbana.

«Penso al progetto con cui Gian Maria Tosatti sta riattivando luoghi abbandonati a Napoli e che invita a riflettere sulla nostra identità e su come potremo essere. Ma anche al progetto in barriera a Torino realizzato da Alessandro Bulgini, con opere favolose ed effimere come disegni geometrici a gessetto». Per quanto riguarda Roma, Caliandro segnala le opere di Blu e tutto il progetto Sanba a San Basilio. «L’importante è che l’arte contemporanea nelle città non si accontenti di operazioni decorative», avverte. «I problemi, le sfide e le nuove opportunità chiedono all’arte di riconfigurare in modo radicale il rapporto con la società e con il tessuto urbano. Le chiedono di uscire dal recinto e di immaginare nuove pratiche di partecipazione non retorica, sganciate dalla logica dei grandi eventi».
Le trappole della moda, del conformismo, della finta democratizzazione delle pratiche culturali, sono comunque in agguato. Così come la retorica ogni volta che amministratori comunali e politici cominciano a parlare di arte pubblica, di comunità e via di questo passo. « Spesso la cultura viene usata in chiave auto celebrativa e auto assolutoria», rileva Caliandro. «Dimenticando che il suo compito principale è favorire lo sviluppo di identità individuali e collettive, non di oscurarle. Il ruolo dell’arte e della cultura è sempre stato quello di elaborare i traumi, non di coprirli. Anche se è il lavoro più faticoso, doloroso, scomodo e critico che ci sia». Sul piano concreto della vita di tutti i giorni però, come è emerso con chiarezza anche durante gli Strati della cultura, la crescente consapevolezza da parte dei cittadini dell’importanza della difesa dei beni comuni (arte compresa) si scontra con lo scempio di politiche emergenzialiste, dissennate, di de-tutela e svendita del patrimonio pubblico. E non solo. Come denunciano da tempo le associazioni di categoria di storici dell’arte, archeologi e degli altri professionisti dei beni culturali il problema più grosso in questo settore riguarda l’occupazione giovanile. «Il lavoro culturale in Italia non è retribuito. Siamo ben oltre la precarizzazione», commenta Caliandro. «È una cosa che appartiene al territorio dello spettrale per quanto riguarda garanzie e salari. E tutto questo si riflette anche sulle modalità in cui la città stabilisce il rapporto con l’arte e con la cultura. Non basta la difesa dei monumenti, dell’arte, del paesaggio, ma tutti gli aspetti vanno riconnessi. Deve diventare una difesa dei valori umani. E una sfida per introdurre elementi di innovazione radicale».

dal settimanale Left luglio 2014

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Rosso Kapoor

Posted by Simona Maggiorelli su novembre 1, 2013

Anish Kapoor Berlin

Anish Kapoor Berlin

Dalle morbide sculture in cera rossa agli specchi concavi, fino alle pietre scavate che attraggono lo sguardo verso un buio denso e pieno di vita. Il Martin Gropius Bau celebra l’artista anglo-indiano con una retrospettiva.

di Simona Maggiorelli, da Berlino

«Le strade siano i nostri pennelli, le piazze le nostre tele» diceva il poeta Vladimir Maijakovskj. Una frase che il costruttivista El Lissitzky tradusse visivamente in un celebre manifesto agit prop del 1919. è un omaggio alle avanguardie russe che fondevano ricerca estetica e rivoluzione politica la grande installazione che Anish Kapoor ha realizzato nell’atrio del Martin Gropius Bau a Berlino e che offre incipit e titolo alla mostra antologica Symphony for a beloved sun (aperta fino al 24 novembre).

Curata da Norman Rosenthal è la più ampia retrospettiva mai dedicata all’artista anglo-indiano in Germania. Nelle ampie sale di questo elegante e severo edificio ottocentesco sono ricapitolate le fasi più significative del lavoro di Kapoor, dalle prime fragili e intime sculture in pigmento rosso e giallo (che evocano i colori accesi dei cumuli di spezie nei mercati indiani) alle pietre scavate, piene di buio vibrante ottenuto con il pigmento scuro, fino alle serie di sculture specchianti, concave e convesse, che catturano l’immagine del passante riflettendola in forme oniriche e deformate, per arrivare poi alle più recenti realizzazioni di questo originale artista londinese (nato a Mumbai nel 1954) che rompono definitivamente ogni compartimentazione di genere fra architettura, scultura e pittura, creando incontri inediti fra Oriente e Occidente.

Anish Kapoor, Berlin

Anish Kapoor, Berlin

Gli ultimi lavori di Kapoor sono per lo più installazioni monumentali, volutamente fuori scala, che danno allo spettatore l’impressione di trovarsi in un paesaggio incantato, popolato di misteriosi e affascinanti “Dolmen”. Altre volte, come nel caso del Death of Leviathan, realizzato per il Grand Palais di Parigi (e qui ricreato ex novo) è la sensazione opprimente di una mostruosa e tentacolare creatura a farsi incombente. Fin quando, come nelle fiabe, questa enorme scultura gonfiabile si affloscia su se stessa, come il fantoccio di uno Stato occhiuto e repressivo di cui, dopo la caduta del muro, finalmente non c’è più traccia a Berlino.

L’impatto scenografico di questa “morte del Leviatano” che celebra la fine delle ideologie e, in primis, della torva antropologia di Hobbes, trova uno spettacolare pendant nella stanza in cui, a intervalli irregolari, d’un tratto un cannone spara cera rossa in angolo simulando una esecuzione sommaria (il pensiero corre alla memoria della guerra ma anche al 3 maggio 1808 di Francisco Goya).

Ma più che questi colpi di teatro a coinvolgerci profondamente sono le sculture in cera, malleabili e carnali, che s’incontrano in più punti di questo percorso espositivo.

Kapoor Non objects, Berlin

Kapoor Non objects, Berlin

Come “riflessione” sullo statuto degli oggetti pensati come organismi in divenire e sull’incessante farsi e disfarsi delle forme. Qui come altrove Anish Kapoor fa vivere le sue creazioni in una vitale dialettica fra opposti, femminile e maschile, luce e ombra, ruvido e levigato, concavo e convesso…

Ma affascinante è anche il lavoro sullo spazio che, per Kapoor, non è mai un contenitore inerte. Al contrario è protagonista e componente essenziale di sculture e installazioni, quasi sempre site specific. Lo spazio è una dimensione immaginifica, per lui, e il luogo fisico in cui prende vita una sua opera appare alla fine come trasfigurato in altro, evocando in chi guarda la sensazione dell’aprirsi di una spazialità interiore. Non meno potente è il suo originale uso del colore, che non appare mai come una qualità esterna dell’oggetto, ma come sostanza viva da cui prende forma l’opera stessa. Come il rosso sangue che è diventato un po’ il segno e la cifra riconoscibile e vitale di Kapoor, «è il colore dell’origine» dice in un’intervista.«Per l’essere umano tutto comincia dal rosso».

Dal settimanale Left-Avvenimenti

RED KAPOOR
“The streets are our brushes , the squares our canvas ,” said the poet Vladimir Mayakovsky . A phrase that the constructivist El Lissitzky translated visually in a famous poster agit prop of 1919.
  The big installation that Anish Kapoor has created in  the atrium of the Martin Gropius Bau in Berlin is a tribute to the Russian avant-garde that fuse aesthetic and political revolution. Moreover the  title of the exhibition “Symphony for a beloved sun” (open until next 24 November ) has something to do with Malevich .

Locandina Curated by Norman Rosenthal this is the largest retrospective ever dedicated to the Anglo-Indian in Germany. The spacious rooms of this elegant and austere nineteenth-century building collect the most significant phases of Kapoor’s works: from the first fragile and intimate sculptures in red and yellow pigment (which evoke the bright colors of the mounds of spices in Indian markets)  to carved stones , full of dark vibrant obtained with dark pigment , from convex and concave sculptures mirrors , ( that capture the image of the passer reflecting it in dreamlike shapes and deformed)  to the latest achievements of this original London artist (born in Mumbai in 1954 ) that exceeds the divisions  between architecture , sculpture and painting , creating new encounters between East and West .

The latest works of Kapoor are mostly monumental installations , deliberately out of scale , which give the viewer the impression of being in an enchanted landscape , populated by mysterious and fascinating ” Dolmen ” . In the case of Death of Leviathan , made for the Grand Palais in Paris (and here re-created from scratch ) is the overwhelming feeling of a monstrous creature and sprawling to be looming. Untill  this huge inflatable sculpture collapses in on itself, like a puppet of a repressive State that finally disappears for ever. The visual impact of this ” death of the Leviathan ” that celebrates the end of ideology and , primarily ,of  the grim anthropology of Hobbes, has a spectacular pendant in a near room where , at irregular intervals , suddenly a cannon fires red wax against  a corner simulating a summary execution ( our mind runs to the memory of the war but also to the picture 3 May 1808 by Francisco Goya ) .

But must of all our attention is captured by wax sculptures, malleable and carnal , we meet at several points of this exhibition . This exhibition seems a  fascinating reflection  on” the status of object!s conceived as organisms in the making and on constant making and unmaking of forms.   Anish Kapoor brings to life his creations in a vital dialectic of opposites, male and female , light and shadow , rough and polished , concave and convex … His work on the space is tounching too . Soace is never an inert container for Kapoor . His sculptures and installations are always site-specific . Space is an imaginative dimension , for Kapoor, and the physical place seems mental , evoking the opening of an inner spaciousness . No less powerful is his original use of color, which never appears as an external quality of the object. Colour seems a living substance from which sculptures take shape.Like the red  wich is the vital recognizable signature by Kapoor .” Red is our birth. For human beings it all starts from the red .” Kapoor said in an interview.

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Dare forma all’invisibile

Posted by Simona Maggiorelli su giugno 3, 2011

di Simona Maggiorelli

Anish Kapoor Rotonda della Besana, foto Melzi

Dopo l’omaggio ad Ai Wei Wei al Grand Palais di Parigi con un’opera politica che vuole accendere l’attenzione sulla sorte dell’artista cinese arrestato nei mesi scorsi e di cui non si hanno più notizie, Anish Kapoor è in Italia con due nuove installazioni e una retrospettiva. Per il suo ritorno alla Biennale di Venezia, che lo lanciò nel 1990,l’artista anglo-indiano ha pensato di riproporre una delle sue prime opere realizzate per Artecontinua di San Gimignano, stabilendo così un filo di continuità con la sua storia di scultore e architetto raccontata fino al 9 ottobre alla Rotonda della Besana di Milano da una bella mostra curata da Gianni Mercurio e Demetrio Paparoni.

Nella milanese Fabbrica del vapore, invece, Kapoor propone fino all’8 gennaio, una nuova installazione site specific, dal titolo Dirty corner, Un’opera monumentale, di forte impatto emotivo, che attraversa il grande spazio da archeologia industriale della fabbrica. E che ricorda gli spazi specchianti, opere in luminoso acciaio e dalle superfici ricurve, che Kapoor, negli anni, ha realizzato per città come Londra e Chicago dove si trova il suo celebre “fagiolo”, una scultura in acciaio che sembra un’enorme goccia di mercurio vivo nel cuore del Millennium Park.

Anish Japoor Dirty Corner

Ma nell’accogliente bocca di Dirty corner che attira il visitatore ad entrare dentro un tunnel c’è anche un chiaro rimando a tutta l’elaborazione che Kapoor ha compiuto negli ultimi vent’anni su forme primarie e primordiali, che rimandano alla differenza fra maschile e femminile, alla sessualità, al continuo cambiamento  nel rapporto profondo fra uomo e donna, così come nel continuo divenire della vita biologica. Un tema che l’artista ha cercato di rappresentare nella scultura When I’m Pregnant e che non rimanda semplicemente alla gravidanza in senso stretto.

Con l’uso del colore, (all’inizio, soprattutto, il giallo e il rosso di puro pigmento) con l’uso di materiali malleabili come la cera (vedi My Red Homeland del 2003 ora riproposta a Milano), ma anche cavando forme dinamiche da granito, marmo e ardesia, Anish Kapoor è riuscito a fare “un uso allargato” del mezzo scultoreo, aprendo la scultura a una molteplicità di nuove forme, ma anche facendo diventare «la scultura tutt’uno con lo spazio» come giustamente rilevano Mercurio e Paparoni nel saggio contenuto nel catalogo Skira. La filosofia buddista, i miti e le forme dell’arte indiana più antica, così come il lavoro di artisti delle avanguardie storiche come Brancusi sono spesso tirati in causa per raccontare la complessità e la densità di significati dell’opera di Kapoor. Ma certamente non bastano per spiegare il fascino e l’intensità delle sue sculture, come abbiamo provato ad argomentare, in altre occasioni, anche su queste pagine.

da left-avvenimenti

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Kapoor, forme di colore sensibile

Posted by Simona Maggiorelli su giugno 2, 2011

La prima ampia antologica di Kapoor alla Royal academy of arts di Londra, la città dove ha esordito

di Simona Maggiorelli

Anish Kapoor My red homeland

Per allestire la più grande antologica di Anish Kapoor nella città, Londra, che negli anni Ottanta gli ha fatto da trampolino di lancio, il curatore Jean de Loisy ha scelto un luogo altamente significativo come Brurlington house, sede della Royal academy of arts.

Spazio importante anche per la sua lunga storia di istituzione indipendente gestita da artisti e da architetti con l’unico scopo di promuovere l’arte e il design.

Fino all’11 dicembre, in uno spettacolare allestimento che sembra voler forzare le architetture barocche di questo palazzo di Piccadilly, sono ripercorse così tutte le fasi creative dello scultore nato nel 1954 a Bombay e che, fra Oriente e Occidente, ha saputo fare della sua opera il crocevia di tre differenti culture: inglese, indiana e irachena, nelle quali è cresciuto artisticamente (vedi left N. 1/2009). In primo piano, sensibili e friabili sculture di pigmento vermiglio, cadmio e porpora, che sembrano franare inondando la sala di colore e di calore. In esse Kapoor mescola suggestioni indiane ed echi da Yves Klein, variando però in una tavolozza più carnale il religioso blu oltremare dell’artista francese.

Anish Kapoor Mirror

Ed ecco, poco più in là, una serie di eleganti sfere di acciaio specchianti. Schegge di luce rinchiuse in forme tondeggianti e perfette. Il rincorrersi di riflessi le fa sembrare come in movimento. E non poteva mancare in una antologica di Kapoor degna di questo nome la monumentale Svayambh (2007) che è diventata l’opera simbolo dei suoi anni più recenti. Ispirata a una parola sanscrita che significa auto generato, si presenta allo sguardo come una densa striscia di cera rossa che corre lungo le sale, attraversando archi e porte. Come un organismo biologico in continua crescita oppure come solido filo di Arianna che segna la mappa più segreta di Burlington house. Ma il rosso della polvere, nell’opera di Kapoor, può assumere anche la densità drammatica del sangue sparato su una parete bianca dal cannone di Shooting into the corner (2008): un’installazione che evoca una esecuzione costringendo lo spettatore ad assistervi dalla parte del plotone. E poi, finalmente, le opere di Kapoor che mettono fra parentesi la separazione fra pittura e scultura, con le quali l’artista riesce a rimodulare, a dare nuovo ritmo e profondità agli spazi in cui sono collocate. Con un registro morbido e sensuale, giocando con opposte superfici concave e convesse, con forme che sembrano rimandare alla differenza fra femminile e maschile.

da left-avvenimenti 16 ottobre 2009

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Se la scultura ritrova la sua aura

Posted by Simona Maggiorelli su giugno 2, 2011

In Spagna e in Germania due nuove realizzazioni di Anish Kapoor, in un vitale incontro fra Oriente e Occidente di Simona Maggiorelli

anishkapoorUno specchio ibridato riflette un paesaggio rovesciato. Mettendo sottosopra cielo e terra. Dalla sua superficie concava inonda il paesaggio circostante di riflessi rossi, grigi e blu notte, che variano al mutare della luce e delle stagioni. Come un occhio aperto al centro del convento di Santa Clara, Islamic mirror dello scultore anglo-indiano Anish Kapoor offre uno sguardo inedito su questa possente struttura che si erge in mezzo a zone semidesertiche dell’Andalusia: sede di un califfato islamico, con l’arrivo dei conquistatori castigliani, divenne un convento. Ora che i lavori di restauro hanno riportato alla luce l’antica struttura islamica, fra chiostri, vasche e giardini, qui è nato un museo di arte islamica. E sotto i porticati della Sharq al-Andalus hall, Kapoor ha fatto incontrare le diverse tradizioni di Oriente e Occidente, realizzando questa nuova installazione che – come spesso è accaduto nel suo lavoro – vive di una vitale ibridazione fra culture diverse. Evocando con questa superficie specchiante, percorsa e ritmata da figure esagonali, la segretezza di antichi harem ma anche la violenza della segregazione claustrale. «In un momento in cui da più parti si agitano i fantasmi del fondamentalismo religioso e del terrorismo globale realizzare in un convento un’opera intitolata “Specchio islamico”, da qualcuno, potrebbe essere giudicata una provocazione – nota Rosa Martìnez, curatrice della mostra -. Ma una delle cose buone della globalizzazione è che ci costringe a essere assai cauti riguardo a un’idea unica e incontrovertibile di verità rivelata. Per me, per esempio, l’unica verità è il diritto degli esseri umani di vivere e lottare per la propria felicità e realizzazione». E poi  aggiunge: «Come trovare nuovi modi di vivere insieme, oggi questa è la domanda. Accettare la differenza e la dialettica è centrale. E in questo l’arte aiuta. Perché crea delle micro-trasformazioni». Come quella che Kapoor mette in atto sovvertendo la visuale di questo convento andaluso. Ma un cambiamento radicale è anche quello che avviene in questi giorni al Guggenheim di Berlino grazie alla suggestiva installazione di Kapoor dedicata alla memoria. E un analogo discorso si potrebbe fare anche per Cloud gate, la gigantesca scultura a forma di fagiolo, al centro del Millennium park di Chicago: con la sua superficie specchiante cattura l’immagine dei passanti all’interno dell’opera  rimodulando, così, tutto l’ambiente circostante.

a-kapoor-blood-solid-2000In trent’anni di lavoro l’intervento negli spazi pubblici è stato sempre una costante nel percorso di Kapoor, che negli anni 80 cominciò a disseminare per le capitali del mondo forme colorate e lucenti, che esplorano gli opposti luce-buio, pieno-vuoto, maschile- femminile. Evocando forme ancestrali come potrebbero essere sculture primitive, le opere di Kapoor si ergono come forme astratte, simboliche, magnetiche. Ma a differenza delle sculture dell’arte minimalista che hanno dominato la scena internazionale negli anni 80 e 90, appaiono come forme dinamiche, percorse da un movimento interno. Perfino quando si tratta di sfere perfette (ad esempio Turning the world inside out del 1995) la superficie della scultura appare percorsa da una tensione positiva, vibrante. Il fascino delle opere di Kapoor – pietre che rivelano segrete aperture, specchi concavi rosso sangue, cumuli di intenso colore che disegnano forme attraversando porte e spazi architettonici, sculture friabili di puro pigmento – forse sta proprio in questa “energia” che sembra promanare dall’interno.

95kapoortrngthwrldinsdout-sDiversamente dalla gran parte della produzione artistica contemporanea improntata a un arido razionalismo, le sculture di Kapoor appaiono dotate di una speciale “aura”. Di un potere evocativo. Lo si avverte in particolare nelle opere degli anni 90 in cui l’artista, superate dicotomie e scissioni, riesce a evocare un sentire interno, ad aprire spazi di fantasia a partire dalla materia e dalla sensualità delle forme modellate dalle sue mani. Opere astratte, ma che non hanno nulla del freddo e rigido schematismo della minimal art di marca americana, da Serra a Judd allo stesso Morris. Forse proprio perché da artista Anish Kapoor non perde mai di vista l’umano. Per meglio dire, il corpo e l’immagine femminile sembra essere quell’invisibile che dà segretamente forma a molte delle sue opere. Sculture dalle linee morbide, dalla superficie levigata e “sensibile” come la pelle, indagata come diaframma che mette in relazione la realtà esterna e un sentire interno. Left 01/08

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Il mondo dell’arte nel 2010: ritorno alla ricerca

Posted by Simona Maggiorelli su luglio 15, 2010

Mentre Parigi e Londra puntano sulla cultura per battere la crisi, il Belpaese resta al palo. Nonostante l’apertura del MaXXI e alcune mostre di pregio. Ecco lo scenario che si prospetta per il nuovo anno

di Simona Maggiorelli

Kandinsky

Lasciati alle spalle gli anni zero dell’euforia dei mercati internazionali dell’arte e, specie per quanto riguarda l’Italia, gli anni di “mostrite” acuta (che nell’ultimo decennio ha prodotto una ridda di mostre già finite nel dimenticatoio) l’anno nuovo si apre all’insegna di esposizioni che tornano ad esplorare le avanguardie storiche e l’opera dei maestri che hanno segnato importanti svolte nei due secoli passati: da Goya a Van Gogh, da Gauguin a Kandinsky a Picasso. Ma il 2010 dell’arte, in molta parte d’Europa, si annuncia anche all’insegna di un concetto chiave come la valorizzazione dei beni culturali. Solo per fare un esempio basta dire che il presidente francese Sarkozy, anche per reagire alla crisi economica, nell’anno che si è appena aperto ha in programma di realizzare un grosso processo di riforma e di rilancio del Grand Palais e della Rmn (Réunion des musée nationaux) con l’obiettivo di “fare di Parigi una delle prime sedi di mostre a livello internazionale”. E mentre Londra, con un forte rilancio delle due sedi della Tate e con il ricco programma di esposizioni dedicate alle civiltà antiche della National gallery e del British punta a scippare a Berlino il primato di capitale dell’arte contemporanea e dell’archeologia, Barcellona e Amsterdam, investono su mostre scientifiche di studio e di approfondimento dell’opera di Picasso e Van Gogh.

E nel Belpaese?

Quanto a valorizzazione del patrimonio tutto procede, purtroppo, in ben altra direzione. Dopo un anno di fortissimi tagli al Fus alla tutela e alle soprintentendenze il responsabile della neonata direzione generale della valorizzazione dei beni culturali, il super manager ex Mc Donald’s Mario Resca ha appena varato una campagna pubblicitaria in cui il Colosseo appare smontato pezzo dopo pezzo mentre il David di Michelangelo, imbracato, si invola in cielo. Sotto scorre una minacciosa scritta: “se non lo visitate lo portiamo via”. Chi ha avuto modo di viaggiare durante queste festività ha visto senz’altro modo di notare questa geniale sortita del nostro ministero dei Beni culturali che circola on line nel circuito tv dei più importanti aeroporti nostrani. Ma tant’è. Continuando a sperare che gli italiani prima o poi si decidano a dare il ben servito a questa classe politica di centrodestra che, fra le altre pensate, ha concepito anche una Spa per la cartolarizzazione e la vendita di importanti pezzi del patrimonio nazionale, nell’anno che si apre gli amanti dell’arte antica e contemporanea avranno alcuni appuntamenti per rinfrancarsi, almeno un po’. Appuntamenti dovuti- è quasi pleonastico dirlo- alla tenacia di singoli studiosi non certo alle “ politiche” di questo governo.

Man Ray nudo di Meter Hoppenheim

Fra i vari eventi pensiamo in modo particolare dalla mostra ideata da Claudio Strinati per i quattrocento anni dalla morte di Caravaggio alle Scuderie del Quirinale a Roma, ma anche della duplice rassegna dedicata a Giotto e Assisi (marzo-settembre 2010) e al cantiere della Basilica e all’arte umbra tra il Duecento e il Trecento. Ma parliamo anche e soprattutto, della definitiva apertura del MaXXI, il museo del XXI secolo disegnato da Zaha Hadid, che dopo 11 anni di gestazione e 6 di costruzione aprirà a maggio con cinque mostre: da Spazio! dedicata alle collezioni permanenti di arte e architettura alla antologica dedicata a Gino De Dominicis curata da Bonito Oliva. Per il resto in Italia si produce poco e si importa molto. Seppur non di rado con profitto, come nel caso della grande mostra dedicata ai maestri dell’arte astratta che approderà al Guggenheim di Vercelli dal 20 febbraio sotto l’egida del curatore (nonché direttore del Macro di Roma) Luca Massimo Barbero. O anche come nel caso della mostra Utopia matters, che dal primo maggio, a cura di Vivien Greene, inaugura la nuova ala museale del museo Peggy Guggenheim di Venezia.Ma pensiamo anche alla mostra Goya e al mondo moderno che si aprirà il 5 marzo al palazzo Reale di Milano con la collaborazione di Skira. In questo quadro di collaborazione fra l’editore di origini svizzere e Palazzo Reale preceduta dalla rassegna Schiele e il suo tempo che si aprirà il 25 febbraio.

Su e giù per lo stivale

Mentre a Villa Manin a Passariano di Codroipo (Udine) prosegue con successo di pubblico fino al 7 marzo la mostra L’età di Courbet e Monet. La diffusione del realismo e dell’impressionismo nell’Europa centrale e orientale il prolifico e, comunque sia, bravissimo Marco Goldin con Linea d’ombra annuncia già la mostra Munch e lo spirito del Nord, in programma sempre a Villa Manin: 40 dipinti del pittore norvegese intercalati ad altri 80 dipinti che raccontano della pittura in Norvegia, Svezia, Finlandia e Danimarca nel secondo Ottocento.

dalla mostra aristocratic

E ancora a Parma, dal 16 gennaio Novecento arte fotografia moda design, una grande mostra che indaga il secolo passato inseguendone tutti i rivoli, grazie alle molte donazioni che gli artisti stessi hanno fatto al centro di documentazione creato da Arturo Carlo Quintavalle e Gloria Bianchino. In mostra opere di Schifano, Burri, Boetti, Fabro, Ceroli, Guttuso, Fontana, Sironi e molti altri.

Hong Kong tradional trandy

E ancora celebrando il Novecento, a Venaria reale e al museo del cinema di Torino la mostra 400 anni di Cinema: dal film paint alle lanterne magiche, in co-produzione con la Cinémathèque frainçaise di Parigi. Per quanto riguarda la fotografia, dal 29 gennaio al 5 febbraio 2010, in veste di evento off di ArteFiera 2010 di Bologna segnaliamo la proposta della rassegna Aristocratic The new experience. Una mostra che racconta un’esperienza caratterizzata da un forte desiderio di interagire con la realtà e che tuttavia porta a una trasformazione delle immagini in chiave assolutamente personale, anche attraverso la sperimentazione di nuove tecniche, strumenti e materiali.

Spagna. Dal genio di Picasso in poi

Al museo Picasso di Barcellona si indaga l’influenza cruciale che l’artista catalano Santiago Rusiñol esercitò sul giovane Picasso comparando l’opera dei due artisti dal punto di vista biografico e iconografico. Dal 15 ottobre al 16 gennaio 2011 poi il museo Picasso di Barcellona organizzerà una mostra che esplora i rapporti fra Picasso e Degas affidandola alla cura di una delle maggiori studiose dell’artista spagnolo Elizabeth Cowling dell’ University of Edinburgh. Un confronto basato sul fascino che Degas esercitò su Picasso e sul diverso uso che i due artisti fecero di pastelli pittura, scultura stampe e fotografia. Una mostra che punta a esplorare le risposte esplicite di Picasso a Degas ma anche i nessi concettuali più nascosti fra i due artisti. Al Prado,invece, nel 2010 approderà la mostra dedicata all’esplorazione della luce del romantico Turner,già passata per il Grand Palais e che mette a confronto i suggestivi paesaggi del pittore inglese con opere del XVI e XVII firmate da Brill, Carracci, Lorraine e Poussin. Intanto si lavora già a una importante mostra dedicata all’ultimo Raffaello e che sarà esposta al Prado e al Louvre nel 2012. Nell’anno che si apre ricchissimo è anche il programma del museo Guggenheim di Bilbao dove per dicembre è attesa una retrospettiva del pittore americano Robert Rauschenberg scomparso nel 2008.Ma anche e soprattutto una importante antologica dell’artista indiano Anish Kapoor,una delle personalità più sensibili e interessanti della scultura contemporanea. La mostra ricalca in parte quella organizzata dalla Royal Academy of Arts di Londra lo scorso anno e che ha avuto un notevolissimo successo di pubblico e di critica.

La grande Francia

L’anno francese si apre all’insegna di una grande rassegna dedicata alle icone sacre dei territori della Russia cristiana (dal 3 maggio al Louvre) con una mostra che scandaglia la tradizione che va dal IX al XVIII secolo.Al Centre Pompidou, da aprile a luglio Attraversando nazioni e generazioni Crossing nations and generations, Promises from the past con cinquanta artisti dall’Europa centrale e dell’Est , a più di vent’anni dalla caduta del Muro di Berlino cercando di individuare continuità e punti di rottura nel lavoro delle generazioni di artisti più giovani.

E ancora, per quanto riguarda l’archeologia, in primavera al Louvre, Meroë, impero sul Nilo. Di fatto si tratta della prima mostra dedicata esclusivamente alla capitale egizia, con più di duecento reperti che raccontano dell’influenza africana egizia e greco romana che si intrecciò in questa area di 200 chilomentri a nord dell’attuale Khartoum. La capitale reale Meroë è diventata famosa nei secoli per le piramidi dei re e delel regine che dominarono la regione tra il 270 a.C e 350 d.C. Un tema quello dell’esplorazione delle civiltà antiche che ritroviamo al centro anche della mostra Strade verso l’Arabia. Tesori archeologi dall’Arabia saudita. Una mostra che permette di conoscere più da vicino la storia artistica di questo paese che a causa del regime fondamentalista che lo governa rende difficile l’accesso agli occidentali.

Sua maestà la ricerca scientifica

Senza perdere troppo tempo con gli eventi da cassetta la National Gallery punta sulla ricerca scientifica ed il restauro. Così tra le mostre più interessanti proposte dai musei inglesi per il 2010 c’è a partire da fine giugno la rassegna dedicata alle recenti scoperte riguardo ad attribuzioni e nuovi studi su opere di grandi maestri conservate alla National Gallery. Un esempio abbastanza emblematico: nel 1845, il quadro dal titolo Uomo con teschio fu attribuito a Hans Holbein. Una recente analisi dell’opera con mezzi aggiornati e scientifici ha dimostrato che l’opera risale e a un periodo successivo alla morte dell’artista.

Esplorando un altro ambito poco sotto i riflettori come quello del disegnoo antico, dal 22 aprile, sempre alla National Gallery si apre una grande mostra dedicata al disegno rinascimentale italiano, da Verrocchio a Leonardo a Michelangelo e Raffaello. Per quanto riguarda le civiltà antiche e l’arte di altri continenti, dal 4 marzo, la National ospita una grande retrospettiva dedicata alla scultura africana nigeriana che conobbe una particolare fioritura tra il XII e il XV secolo. E poi con un salto di molti secoli ancora dando uno sguardo alla fitta programmazione della Tate si segnalano nel 2010 la mostra dedicata all’avanguardia europea di Theo van Doesburg (1883-1931) protagonista del movimento olandese di artisti, architetti e designers De Stijl. Ma anche e soprattutto la retrospettiva di Arshile Gorky (1904-1948) dal 10 febbraio, in un confronto serrato con la diversa ricerca di Rothko, Pollock e de Kooning. E ancora dal 30 settembre l’antologica dedicata a Gauguin con un centinaio di opere da collezioni pubbliche e private del mondo per uno sguardo nuovo su questo maestro della modernità.

dal quotidiano Terra del 2 gennaio 2010

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Finalmente MAXXI

Posted by Simona Maggiorelli su maggio 27, 2010

Dal 28 maggio il museo del XXI secolo progettato dall’archistar anglo-irachena Zaha Hadid apre ufficialmente i battenti in via Guido Reni a Roma. Con un pieno di mostre ed eventi.

di Simona Maggiorelli

K.Ataman - Dome02, al MAXXI

Dopo aver aperto al pubblico i sinuosi e labirintici spazi del Maxxi ancora vuoti, finalmente venerdì 28 maggio 2010 il grande museo romano progettato dall’architetto Zaha Hadid viene inaugurato ufficialmente con una serie di mostre che aprono in contemporanea. In uno spettacolare dialogo fra culture e generazioni diverse.

Basta dire che un raffinato artista come l’indiano Anish Kapoor espone una delle sue eleganti sculture dalle forme morbide e “primordiali” accanto a un giovane e (ipercelebrato) videoartista come Francesco Vezzoli che al Maxxi porta una delle sue creazioni che citano ironicamente gli schemi visivi dalla tv e dalla cartellonistica pubblicitaria. E in uno stesso spazio si può passare dalla scultura essenziale e poetica, in materiali poveri, di Giuseppe Penone alle installazioni futuribili e stellari di Grazia Toderi.

Così mentre i tappeti dalla tessitura barocca con cui negli anni Settanta Alighiero Boetti ridisegnava fantasticamente la mappa del globo, nelle sale del Maxxi, fanno la loro comparsa accanto alle colorate geometrie di un minimalista come Sol Lewitt, che più di ogni altro ha rappresentato la cultura americana degli anni Ottanta. E ancora, per dare il senso di come negli scenografici spazi del MAXXI (così come nel mondo globalizzato dell’arte internazionale) le distanze si accorcino vertiginosamente ecco le stilizzate figurazioni in bianco e nero con cui il sudafricano William Kentridge costruisce le sue narrazioni per immagini intercalate da istallazioni site specific create da studi di architettura internazionali fra cui Diller, Scofodio e Renfro.

Va in scena così il primo, prezioso assaggio di quella che potrebbe presto diventare la collezione di arte contemporanea più importante d’Italia. Tra le mostre temporanee, invece, dal 28 maggio al Maxxi apre la prima importante personale di Gino De Dominicis, con il titolo Immortale (in perfetta sintonia con la sua ironica grandeur). Achille Bonito Oliva ha raccolto 130 opere dell’irriverente artista marchigiano scomparso nel 1998. Spazio agli artisti emergenti dal Sud del Mediterraneo, infine, con Mesopotamian dramaturgies, otto opere video del turco Kutlug Ataman per tornare a riflettere sul rapporto fra Oriente e Occidente. E questo solo per dare un assaggio. Gli spazi sono immensi, e altrettante le proposte. Se si vuole arrivare attrezzati per comprendere la tessitura i nessi con cui Anna Mattirolo direttrice di MAXXI arte e e il suo staff hanno costruito i vari percorsi delle mostre è utilissimo munirsi di un autorevole Baedeker, il catalogo MAXXI-Electa.

dal settimanale left-avvenimenti 21 maggio 2010

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