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Archive for novembre 2012

Il Bolero dei segni

Posted by Simona Maggiorelli su novembre 30, 2012

 Come in un ipnotico brano di Ravel,  una ridda di segni  nelle tele di Capogrossi s’incontra e si separa  dando vita a sempre nuove forme. Quasi fossero elementi di una immaginaria vita biologica e mappe di un’umanità, fatta di individui, che  continuamente intrecciano rapporti, sempre diversi. Una bella mostra al Guggenheim e un incontro sabato 8 dicembre che racconta i rapporti che Capogrossi ebbe con Pollock e molti altri artisti  dell’avanguardia internazionale

  di Simona Maggiorelli

Superficie210GiuseppeCapogrossi1957Si rimane alquanto disorientati varcando la soglia della mostra Capogrossi. Una retrospettiva, al Guggenheim di Venezia. Specie se, poco prima si è tornati a visitare l’ala del museo   fondato da Peggy Guggenheim dove si accalcano dirompenti Picasso cubisti e giganteschi dripping firmati Pollock.

E poi immaginifiche composizioni astratte di Kandinsky, esperimenti di Balla sulla rappresentazione del movimento ed esempi di dinamismo emozionale alla Boccioni. Dopo un tale tripudio di proposizioni originali e che rompono radicalmente – ciascuna a suo modo – con la pittura d’accademia, d’un tratto, nelle prime due sale della retrospettiva dedicata a Capogrossi ci si trova precipitati in un mondo quasi ottocentesco. Connotato da un figurativo arcaicizzante, metafisico, atemporale.

Intorno a noi sfilano paesaggi, marine, scene di vita borghese, inquadrate in rigide prospettive rinascimentali, declinate in impalpabili tonalità cipria, che rendono diafana e immobile la visione. Come accade nelle tele di Carrà o, più  ancora, in certe nature morte di Morandi, dove la patina del tempo diventa sfocato e diffuso chiarore. Ma chi è questo Giuseppe Capogrossi che firma queste tele classiche che ci riportano all’epoca di Valori Plastici con un brivido di ritorno all’ordine di marca fascista? Possibile che sia lo stesso Capogrossi divenuto celebre per il suo personalissimo vocabolario di segni, per quella ridda di “forchette” che dinamizzano la tela, avanzando con l’incedere di un irresistibile “Bolero” di Ravel? È così che grazie all’assiduo lavoro di ricerca del curatore Luca Massimo Barbero scopriamo qui a Venezia la prima delle molte vite di un maestro dell’informale come Capogrossi.

Quella più antica, che coincide con gli anni di regime e in cui lui – per quanto si sia sempre tenuto lontano dalla politica e dal fascismo – sembra tuttavia non essere riuscito ad uscire dal solco di una formazione romana attardata e che risentiva dell’ombra cupa e immobile di un casato nobiliare e di uno zio gesuita.

Capogrossi 1959

Capogrossi 1959

Poi il primo viaggio a Parigi e lo choc culturale delle avanguardie che dettero alla pittura di Capogrossi un salutare scossone. In questa antologica veneziana aperta fino al 10 febbraio 2013 campeggiano alcuni interessanti esperimenti di cubismo che l’artista romano realizzò dopo quella fertile esperienza Oltralpe, accanto ad opere giovanili inedite (scovate da Barbero in collezioni private, con l’aiuto di giovani studiosi della Fondazione Capogrossi) scampate al “falò” che ne fece lo stesso Capogrossi dopo la svolta informale degli anni Cinquanta. Svolta astratta che, come scrive il curatore nel catalogo edito da Marsilio, fu per il pittore «una seconda nascita».

«Il bisogno di ricominciare da capo, per non essere più schiavo, era per me un’esigenza morale», raccontava il pittore di se stesso in un testo degli anni 60. A portarlo alla “scoperta” e messa a punto di un proprio universo di segni primari fu, per dirla ancora con le parole di Capogrossi, «una ricerca interiore di verità», di essenzialità, per dare forma ed espressione a ciò che si muove a livello più profondo nella realtà umana. Una memoria di bambino restava viva nella mente del pittore: l’aver visto un cieco disegnare segni e forme potenti che venivano dal suo mondo interiore. Verità o leggenda che sia, quell’episodio ci aiuta a comprendere un po’ di più la forza che hanno dal vivo questi strani ideogrammi, queste crescenti e fluide catene di segni, che si attraggono e si respingono in magnetiche campiture di colore. Sulle pareti del Guggenheim si rincorrono da una sala all’altra attraendo lo spettatore in segrete trame. “Lunette” nere su campo giallo, bianche e in rilievo su sfondo bianco, oppure in contrasti timbrici di colore a ritmare lo spazio. Come a rappresentare sui muri lo sviluppo interrotto della vita umana, in catene di individui che si tengono per mano e intrecciano continuamente rapporti, sempre diversi, in varianti infinite. Alcune composizioni sembrano in divenire continuo e verrebbe la voglia di prendere a prestito parole dalla biologia per raccontare il dipanarsi di queste catene “neuronali” di segni che creativamente si strutturano in sempre nuove architetture. Ma ci seduce anche il curatore Barbero quando suggerisce di vedere nell’originale “alfabeto” di Capogrossi un nesso con l’essenzialità affascinante ed enigmatica di certe pitture astratte del paleolitico.

L’APPUNTAMENTO

Capogrossi, 1959

Capogrossi, 1959

Sabato 8 dicembre al Museo d’Arte Moderna Mario Rimoldi di Cortina d’Ampezzo  Luca Massimo Barbero,  curatore associato Collezione Peggy Guggenheim,  parla di Capogrossi. Internazionalità del segno italiano

.L’incontro ripercorre la storia dell’arte e della società italiana e internazionale degli anni in cui Capogrossi non solo inventa e sviluppa il suo segno, ma diventa uno dei più rappresentativi autori dell’epoca. Luca Massimo Barbero prende il via dal “caso Capogrossi”, dalla grande mostra scandalo del 1950 in cui l’artista presenta per la prima volta quel segno che contraddistinguerà la sua arte in tutto il mondo, per ripercorrere gli anni del suo rapporto con Michel Tapié e con i grandi artisti con cui esponeva, da Jackson Pollock a Sam Francis a Georges Mathieu, e del mondo delle avanguardie contemporanee degli anni ’50.Una retrospettiva al Guggenheim di Venezia racconta il lungo percorso di ricerca di Capogrossi. E la sua coraggiosa svolta dal figurativo all’astratto. Da cui prese vita il suo personalissimo “vocabolario” visivo.

Da left-Avvenimenti

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Il Governo Monti ricorre contro la Corte europea dei diritti dell’uomo

Posted by Simona Maggiorelli su novembre 29, 2012

di Simona Maggiorelli

Mario Monti

Il governo Monti ha  presentato ricorso contro la sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo che il 28 agosto scorso ha giudicato la  Legge 40 sulla fecondazione assistita, una norma che lede i diritti umani.

Il  ministro della Salute Renato Balduzzi aveva preannunciato sull’Osservatore romano ( non su un giornale italiano, ma sul giornale del Vaticano) il proposito di ricorrere in appello contro la sentenza di Strasburgo sul caso di Rosetta Costa e Walter Pavan, una coppia italiana portatrice di fibrosi cistica che aveva visto riconociuto dall’Europa il diritto negato in Italia di poter accedere alla diagnosi genetica preimpiano per avere un figlio sano. Il  governo Monti  il 28 novembre ha dato seguito al proposito del ministro Balduzzi, lo ha fatto in corner, nell’ultimo giorno utile, quando le associazioni di malati speravano ormai che gli assurdi e antiscientifici divieti contenuti della norma italiana sulla fecondazione assistita sarebbero decaduti una volta per tutti.

Una decisione politica, in linea con i dettami del Vaticano e in contrasto aperto con la comunità medico scientifica. Ora il governo Monti dovrà rispondere ai cittadini italiani e in particolare a quelle, tante, coppie portatrici di malattie genetiche che sono costrette ad emigrare all’estero,  per poter accedere ( a costi altissimi)  a tecniche di diagnosi genetica preimpianto, per poter avere un figlio libero da tare genetiche e malattie invalidanti per le quali non c’è ancora una cura.

Lo scorso 28 agosto, è utile ricordare , l’Italia è stata condannata dalla Corte di Strasburgo per violazione dell’articolo 8 della Carta europea dei diritti umani, che riguarda  le scelte familiari, ma anche il diritto all’autodeterminazione nelle scelte terapeutiche.  Negando alle coppie fertili ma portatrici di malattie genetiche di poter accedere alla diagnosi genetica preimpianto, infatti,  la Legge 40/2004  si intromette indebitamente nel privato dei cittadini. Ma non solo.

Ad agosto, è utile ricordare, la  Corte di Strasburgo ha anche rilevato che la Legge 40 , in modo antiscientifico, confonde feto e bambino  e va contro l’equilibrata gerarchia di diritti stabilita nella legge 194/1978 che permette l’aborto  e riconosce che il diritto alla salute psicofisica della donna è prioritario  rispetto a quello dell’embrione, che non è persona. Ma queste importanti affermazioni evidentemente non sono state comprese dal Governo dei supertecnici guidato dal Premier Monti. Che con questa richiesta di ricorso in appello dimostra di essere del tutto sordo alle richieste dei malati che gli avevano rivolto numerosi inviti a non ricorrere. Ma si dimostra anche incurante delle 19 decisioni italiane ed europee  che dal 2004 a oggi hanno smantellato pezzo dopo pezzo la Legge 40,  perché giudicata  incostituzionale ed ideologica da Tribunali, Tar e Corte Costituzionale a vario titolo.

“La diagnosi pre-impianto permette due importanti risultati: evitare un aborto e mettere al mondo un figlio che non soffra. Mi chiedo perché questo governo non abbia agito mosso da questi semplici pensieri di rispetto del diritto della salute e abbia invece operato contro i cittadini italiani” commenta a caldo l’avvocato Filomena Gallo, segretario dell’associazione Luca Coscioni. Che  promette di dare battaglia.  “Le associazioni di pazienti e  più dei 60 Parlamentari italiani ed europei che con l’Associazione Luca Coscioni avevano presentato un amicus curiae nel precedente procedimento dinanzi alla Corte Europea dei diritti umani  non si fermano qui: ci costituiremo davanti alla Grande Camera della  Corte Europea dei diritti dell’uomo, che dovrà pronunciarsi rispetto al ricorso italiano. Vogliamo che siano rispettati i diritti delle persone”.

La Grande Camera, infatti potrebbe anche confermare la decisione presa l’estate scorsa dalla Corte sul caso della coppia Costa -Pavan. “Quella del 28 agosto 2012 sotto il profilo giuridico è una decisione inattaccabile – commenta Filome Gallo – perché è stata presa all’unanimità. Tutti e 15 i giudici hanno espresso parare positivo motivandolo. Sono state già rigettate tutte le eccezioni avanzate dal governo italiano in prima istanza e speriamo che anche la Grande Camera possa proseguire su questa strada, noi gli offriremo tutte le informazioni necessarie per poter decidere con cognizione di causa”. Intanto l’associazione Luca Coscioni per la libertà di ricerca scientifica indice per il 30 novembre e il primo dicembre gli Stati generali dei diritti civili. Una due giorni  nella sala congressi del dipartimento di Comunicazione e Ricerca Sociale dell’università di Roma per discutere del caso Italia, unico Paese al mondo – dopo il Costa Rica – ad avere una legge sulla fecondazione assistita così zeppa di divieti.

left web – 28 nov 2012 20:09

Europeista con i forti, antieuropeo con i deboli:

le due facce del governo Monti

Mario Monti e Ratzinger

Mario Monti e Ratzinger

Il ricorso contro la sentenza Ue che accusa l’Italia di violare i diritti umani con la legge 40 sulla fecondazione assistita, mette a nudo una odiosa contraddizione

di Federico Tulli

Mentre la prossima settimana il governo del Costa Rica, dove la fecondazione assistita è proibita per legge, sarà giudicato dalla Corte interamericana dei diritti dell’uomo, il governo Monti (che si dice europeista e tecnico) presenta ricorso alla Corte europea dei diritti umani, contro la sentenza della Corte di Strasburgo che lo scorso agosto ha riconosciuto che la legge 40 viola l’articolo 8 della Carta dei diritti dell’uomo, intromettendosi nelle scelte familiari delle coppie e impedendone l’autodeterminazione quanto a scelte terapeutiche. Così, se il Costa Rica sarà costretto a rimuovere gli ostacoli ideologici che impediscono ai suoi cittadini di far ricorso alla fecondazione in vitro, l’Italia resterà l’unico Paese al mondo con divieti antiscientifici che colpiscono il diritto di accesso alle terapie di coppie portatrici di malattie genetiche. Come Rosetta Costa e Walter Pavan, genitori di una bambina affetta da fibrosi cistica, che volendo evitare di trasmettere a un’altra figlia una malattia così terribile e invalidante, avevano fatto ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo (Cedu) per veder riconosciuto il proprio diritto di ricorrere alla fecondazione assistita e alla diagnosi preimpianto. Possibilità che la legge 40 del 2004 vieta alle coppie fertili, anche se portatrici di gravi patologie genetiche. La Corte di Strasburgo, come è noto, lo scorso 28 agosto ha emesso una sentenza che ha dato ragione alla coppia italiana, riconoscendo l’aspetto antiscientifico della norma italiana sulla fecondazione assistita che confonde feto e bambino, ma anche il fatto che la legge 40 è in contrasto con la 194 che stabilisce una chiara gerarchia di priorità fra diritto alla salute psicofisica della madre e diritti dell’embrione, che non è persona. Ma il governo Monti, sordo alle lettere di malati che chiedevano di non procedere contro la sentenza della Corte Europea, in corner, nell’ultimo giorno utile ha depositato alla Grande camera della Cedu il ricorso contro la sentenza.

Fatto “curioso”, in una nota Palazzo Chigi spiega che il rinvio alla Grande Chambre «si fonda sulla necessità di salvaguardare l’integrità e la validità del sistema giudiziario nazionale, e non riguarda il merito delle scelte normative adottate dal Parlamento né eventuali nuovi interventi legislativi». Salvaguardare l’integrità del sistema giudiziario nazionale? E le numerose sentenze emesse da tribunali italiani che dal 2004 a oggi stanno smontando pezzo dopo pezzo questa legge? Non solo, sempre nella nota si legge: «La Corte europea di Strasburgo ha deciso di non rispettare la regola del previo esaurimento dei ricorsi interni, ritenendo che il sistema giudiziario italiano non offrisse sufficienti garanzie». Se così fosse allora perché non emendare subito la legge 40 e le sue linee guida accogliendo quanto ha stabilito proprio sulla stessa materia, il tribunale di Cagliari poche settimane fa quando ha riconosciuto a una coppia portatrice di talassemia il diritto di poter accedere alla diagnosi genetica preimpianto? Le tante associazioni di coppie infertili e portatrici di malattie genetiche da Amica Cicogna a Madre Provetta, dall’Associazione Luca Coscioni a Cerco un bimbo, aspettano dal Governo Monti una risposta.

da Babylonpost/Globalist

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Il grande salto di Kandinsky

Posted by Simona Maggiorelli su novembre 25, 2012

Una retrospettiva con molti inediti, in Palazzo Blu a Pisa, invita a rileggere  il passaggio epocale compiuto da Kandinsky.  Dal realismo magico all’arte astratta

Kandinsky, Cresta azzurra (1917)

Dopo la bella mostra di Aosta che raccontava l’ultimo periodo parigino di Kandinsky (vedi left del 22 maggio 2012), la riflessione sull’artista russo continua ora a livelli alti in Palazzo Blu a Pisa, dove, fino al 3 febbraio, è aperta la mostra Vassili Kandinsky dalla Russia all’Europa. Una antologica, con molti inediti e prestiti da musei e altre istituzioni russe, che ha il merito di concentrarsi sul periodo più fertile della parabola artistica di Kandinsky, quello che va dal 1901 al 1921.

Curata da Eugenia Petrova, direttrice del Museo di San Pietroburgo (che affida alcune stimolanti riflessioni alle pagine del catalogo Giunti Arte) la mostra presenta una cinquantina di opere che permettono di seguire la straordinaria evoluzione che ebbe la pittura di questo protagonista delle avanguardie storiche: dagli esordi sotto il segno del Simbolismo e dell’acceso colorismo fauve, fino ed oltre il grande salto del 1910 quando Kandinsky realizzò il suo primo acquerello astratto. Un’opera in cui non c’è più traccia di figurazione e il colore diventa un veicolo potente di espressione.

Così, dopo i paesaggi magici di una Russia rurale e antica, dopo le figurazioni fiabesche di Amazzone sui monti (1918) e il realismo magico di Nuvola dorata (1918) con i suoi villaggi naif, d’un tratto, in Palazzo Blu ci si trova davanti ad opere totalmente astratte e rivoluzionarie come Composizione su bianco (1920) e Cresta azzurra (1917): niente immagini riconoscibili, niente più rappresentazione dal vero.

Ma la rivendicazione piena e matura da parte dell’artista di poter creare forme ex novo, in libere composizioni di linee e colori.

Kandinsky, Composizione su bianco (1920)

Composizioni astratte, ma capaci di evocare significati profondi ed emozioni. Come la musica che suscita sentimenti e pensieri senza riprodurre nessun dato specifico di realtà. Non a caso molti quadri di Kandinsky s’intitolano “composizione” o “improvvisazione” e nascono nell’ambito di una originale sperimentazione fra arti visive e creazione musicale, alla ricerca di una sempre vagheggiata “opera totale”

. A Pisa documentano questa fase di ricerca quadri fiammeggianti di oro e azzurro come Composizione (Paesaggio) del 1915 e il coevo Composizione (femminile), che raramente il Museo di San Pietroburgo presta. Opere astratte il cui senso pregnante e profondo è trasmesso attraverso forme-colore e ritmi cromatici puri. Si capisce anche da queste tele che Kandinsky aveva apprezzato e rielaborato in modo personale la lezione del Futurismo e del Raggismo russo.

Per tutta la vita, perfino nel periodo apparentemente più freddo della sperimentazione di forme geometriche (negli anni in cui insegnava al Bauhaus), Kandinsky fu sempre dalla parte di un astrattismo lirico, vibrante, denso di emozioni. Lontano anni luce dalla meccanica astrazione del Costruttivismo come dalle metafisiche ricerche del suprematista Malevic intorno alla forma assoluta. Per non parlare poi della distanza abissale che lo separava da Mondrian, che andava alla ricerca delle strutture logiche e impersonali del reale. A riprova del fatto che non si possa parlare di astrattismo se non come una complessa e quanto mai articolata galassia.     Simona Maggiorelli

dal settimanale left-avvenimenti

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Klee, il mago della figura

Posted by Simona Maggiorelli su novembre 24, 2012

Dal 1902 Paul Klee fu spesso in Italia. Che divenne la sua musa per un deciso cambio di poetica. Lo racconta un’ampia mostra alla Gnam di Roma

di Simona Maggiorelli

La scoperta del colore, della luce radiante e la magia delle sue infinite rifrazioni. È la fascinazione del Sud, di un calore sconosciuto che fa scrivere a Paul Klee in una lettera da Firenze datata 1902: «Mi sto innamorando di tutto in questo Paese».

Classicamente ha con sé Il viaggio in Italia di Goethe, Der Cicerone di Burckhardt e la testa piena di esotismi da Grand Tour, quando il rapporto spiazzante e  dapprima «disturbante» con le chiassose piazze italiane, d’un tratto, si fa iniezione vitale per una decisiva svolta poetica: via i tenebrismi e i paesaggi inquieti di impronta nordica; via un pesante realismo di marca ancora ottocentesca, per lasciare spazio a una nuova visione, che cerca di «rendere visibile, l’invisibile».

Così, catturato dalla verticalità di Genova, l’artista svizzero la evoca in tele in cui l’addensato centro urbano diventa un fitto reticolo di linee, che misteriosamente riescono a richiamare la sagoma dell’abitato. A Pompei è sopraffatto dal rosso dilagante e si dice conquistato dalle linee nette con cui si stagliano le silhouettes di solide figure umane negli affreschi. E per il pittore saranno fiammeggianti e terragni ritratti di signore e signorine dai volti sghembi come maschere vagamente stranianti.

A Milano scopre Balla, Boccioni e il dinamismo futurista, ma anche, attraverso Carrà, il linearismo quattrocentesco e dei sarcofagi paleocristiani; suggestioni che poi saranno alla base di libere ricreazioni che tendono verso l’arte astratta. Anche se – di fatto – Klee non abbandonerà quasi mai del tutto la figurazione. Di se stesso, del resto, diceva: «Io sono un astratto con qualche ricordo», paragonando la propria arte al frutto di un albero che ha radici profonde nella realtà. Sia che fosse la “realtà naturale”, morbida e seducente, delle colline fiesolane che ritroviamo poi in stilizzati paesaggi. Sia che fosse la “realtà culturale” di abbaglianti mosaici ravennati che Klee seppe reinventare in caleidoscopiche e colorate “scacchiere”.

Alcune, come la celebre Composizione urbana con finestre gialle del 1919 insieme alla meno schematica Con la lampada a gas (1919) sono comprese nella selezione di opere di Klee in mostra alla Galleria di arte moderna (Gnam) di Roma nell’ambito della bella mostra Paul Klee e l’Italia (fino al 27 gennaio, catalogo Electa). Insieme a opere curiose come Ville fiorentine (1926) che traduce la visione urbana  in una preziosa trama di tasselli finemente e quasi ossessivamente decorati. Più in là, il preciso ed elegante lavoro di china di Americano-giapponese (1919) che, nel contrasto fra un giallo pastello e la linea nera,  mette insieme suggestioni orientaleggianti e limpida visione occidentale. Una schematicità, più rigida e ripetitiva, si ritrova invece  in opere in cui Klee sembra voler rileggere la lezione ottica del Pointillisme francese, come per esempio nell’acquerello Croci e colonne (1931) in cui il pittore alterna colori caldi e colori freddi, cercando di dare alla composizione una sorta di vibrazione e di movimento. Ma non mancano in mostra anche esempi di opere degli anni Trenta  in cui si accentua in Klee la propensione per fantasmagorie che lasciano intravedere un fondo drammatico ma anche angosciato.

dal settimanale left-avvenimenti

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Il secolo lungo di Rodolfo Mondolfo

Posted by Simona Maggiorelli su novembre 22, 2012

Socialista laico e sorprendentemente moderno, per una fase vicino a Gramsci, Rodolfo Mondolfo è  un pensatore poco noto in Italia e che ora è  al centro di una  riscoperta. Dopo la pubblicazione di una raccolta di suoi scritti a settembre per Bompiani, esce per l’Asino d’oro edizioni la prima importante monografia che ne ripercorre la vicenda intellettuale.

di Simona Maggiorelli

 

Manifesto del Partito socialista

Manifesto del Partito socialista

Nato a Senigallia nel 1877 e morto nel 1976 a Buenos Aires, all’età di 99 anni Rodolfo Mondolfo ha svolto un’attività intellettuale ininterrotta e, benché appartata, sempre percorsa da un’intenzionalità e da una progettualità politica. Sia quando, nei fecondi anni Dieci, insegnava all’Università di Torino (e forse ebbe allievo Gramsci) sia dopo essersi rifugiato in Argentina per sfuggire alla persecuzioni delle leggi razziali fasciste. Lasciandoci una notevole messe di libri e articoli che, come ricostruisce Elisabetta Amalfitano in questo suo coltissimo e appassionato libro, Dalla parte dell’essere umano. Il socialismo di Rodolfo Mondolfo (L’Asino d’oro edizioni) non furono mai pensati per il chiuso dell’accademia, ma sempre tesi alla elaborazione di una filosofia della prassi capace di rispondere alla necessità di una rivoluzione pienamente umana.

Esigenza tanto più bruciante dopo l’orrore del nazismo e della Shoah , ma anche dopo il fallimento di rivoluzioni come quella leninista che aveva acceso e poi deluso le speranze di riscatto di grandi masse. Con lungimiranza, quando il giovane Gramsci plaudeva alla rivoluzione leninista, Mondolfo criticava un’idea di rivoluzione come strappo violento, come bisogno di fare tabula rasa, contrapponendo alla violenza distruttiva la forza di un cambiamento progressivo e profondo a partire dalla trasformazione interiore degli individui.

Riformista ateo, non violento, antidogmatico, marxista originale che – come scrive Bruno Accarino nella prefazione di questo libro vede il rischio che il marxismo resti schiacciato nella tenaglia di positivismo e idealismo – Mondolfo tentò di sviluppare l’umanesimo marxiano contaminandolo con gli aspetti più innovativi della riflessione filosofica di un pensatore anticristiano come Giordano Bruno e di un filosofo umanista come Russeau, con cui condivideva l’idea che l’essere umano vada considerato nella sua interezza, non scisso fra soggetto e prassi. Memore della lezione di Feuerbach, per il quale non è Dio che crea l’uomo, ma è l’uomo che crea Dio, Mondolfo diversamente da molta parte degli intellettuali del Novecento non ha l’idea di un uomo originariamente cattivo perché segnato dal peccato originale e immutabile. Diversamente da molti intellettuali del suo tempo (come ad esempio Freud di Psicologia delle folle e analisi dell’io 1921). Mondolfo pur avendo attraversato due guerre non ha perso la fiducia nell’uomo, nelle sue capacità di evolvere, di avere un rapporto sano, non distruttivo, con la realtà e con i propri simili. Pensa un essere umano che non ha bisogno di essere eterodiretto da una morale religiosa che controlli il Caino che è in lui né da un partito “novello principe” che lo guidi verso l’orizzonte palingenetico della dittatura del proletariato.

Figura inaspettata e affascinante, dunque, questa di Rodolfo Mondolfo, così come emerge dalle pagine di questo bel libro di Elisabetta Amalfitano. Un libro (altri poi lo argomenteranno meglio di me) che oltre a colmare la vistosa lacuna negli studi che fin qui ha inspiegabilmente riguardato Mondolfo, ha il pregio di una scrittura limpida e originale intrecciando ricostruzione storica, narrazione, interviste a filosofi, politologi e scienziati, per formulare da ultimo una propria proposta politico filosofica incentrata su una innovativa idea di umanesimo scientifico.

Una proposta che entra attivamente nel vivo del dibattito politico attuale sbaragliando il campo dalle medievali proposte di un umanesimo cattolico che continuano a circolare dentro la sinistra e trovano oggi la più imbarazzante versione nella proposta addirittura ratzingheriana di MarioTronti, Pietro Barcellona e GiuseppeVacca ( vedi il volume di Barcellona Tronti, Sorbi, Vacca, Emergenza antropologica. Per una nuova alleanza tra credenti e non credenti, Guerini editore, 2012,) .

In questo momento così importante per la sinistra che, dopo il crollo delle grandi ideologie, ha assoluta necessità di ripensare la propria identità per uscire dall’orizzonte della sconfitta, trovo molto stimolante la proposta di Elisabetta Amalfitano che, attraverso Mondolfo, ci invita a pensare a un umanesimo ateo, diverso dall’umanesimo comunista che non sa vedere oltre la realtà anatomo fisiologica del corpo e si limita a parlare di soddisfazione dei bisogni, senza pensare alle esigenze di qualità della vita sociale, di rapporti umani, di conoscenza e formazione che è altrettanto insopprimibile oggi. Con questo libro insomma Elisabetta coraggiosamente ci invita a guardare oltre un materialismo che è erede di Platone e della scissione di Cartesio e a ripensare criticamente il pensiero di autori per i quali tutto ciò che non è materiale sarebbe spirituale. Approdando così ad un umanesimo finalmente capace di concepire che il pensiero umano nasce dalla biologia e capace di osare pensieri nuovi.

Originalità di riflessione rivolta al presente, dunque, ma anche originalità di un nuovo metodo di ricerca. Come quello che emerge da questo libro. In un momento in cui nei settori più avanzati delle scienze si sta andando verso un superamento si un approccio riduzionistico ( vedi la teoria della complessità di Prigogyne), in un momento in cui si assiste alla riunificazione del campo delle conoscenze relative alla realtà umana, fra psichiatria , biologia e persino alcune branche delle neuroscienze, mi sembra particolarmente interessante il metodo interdisciplinare che Elisabetta Amalfitano ci propone nel in questa monografia su Rodolfo Mondolfo, attivando un campo sinergico fra discipline differenti che tocca la filosofia, la politica, l’antropologia e la psicologia più profonda.

 Presentazione del libro di Elisabetta Amalfitano, Dalla parte dell’essere umano, il socialismo di Rodolfo Mondolfo, L’Asino d’oro 2012. Firenze , 9 novembre 2012, Libreria IBS.Con l’autrice, i filosofi Bruno Accarino Unversità di Firenze e Salvatore Cingari, Università per stranieri di Perugia e la sottoscritta

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La voce delle immagini

Posted by Simona Maggiorelli su novembre 22, 2012

Le nuove frontiere della videoarte a Palazzo Grassi.  La primavera araba raccontata  per frammenti in  opere poetiche di fortssimo impatto visivo. E il 26 e 27 novembre arriva il musicista e videomaker Hassan Khan in una imperdibile performance live al Teatro della Fondamenta a Venezia

di Simona Maggiorelli

Può un lavoro rude e faticoso come quello dei pescatori trasformarsi in una danza magnetica e di inaspettata bellezza? Accade, come per magia, nel video del musicista anglo egiziano Hassan Khan che, su un ritmo arabo ipnotico e grezzo, nel video Jewel ( si trova anche in rete) riesce a far ballare un pescatore dal physique du rôle decisamente insolito per i canoni asciutti della danza, regalandoci sequenze coreografiche altamente poetiche. Come se l’eleganza interiore di chi balla emergesse in primo piano, trasfigurando la stessa forma fisica.

Così in una buia sala di Palazzo Grassi a Venezia restiamo letteralmente incantati dai movimenti leggeri di due improvvisati pescatori-ballerini che, in Jewel, evocano e ricreano i movimenti quotidiani del proprio lavoro, celebrando “la bellezza dell’umano”. Mentre la musica di Hassan (che  sarà il 26 e 27 novembre a Punta della Dogana e in concerto al Teatro Fondamenta Nuove)  ci porta in  un mondo i suoni in cui la tradizione araba incontra la tecno londinese.

Hassan Kahan, Jewel

Poco più là su un maxi schermo a distanza ravvicinata rispetto al nostro sguardo, vediamo il selciato di una strada polverosa farsi tela e trama di un racconto fantastico che un uomo sconosciuto, forse un migrante solitario, dipana in raffinate calligrafie. Anche in questo video, The path (il sentiero) di Abdulnasser Gharem, come nello struggente estratto dal film Donne senza uomini della pluripremiata artista iraniana Shirin Neshat l’immagine si fa pittura in movimento e l’inquadratura si riempie di inaspettati colori. Il rosso di inimmaginabili fioriture nel deserto inonda lo schermo quando la giovane protagonista del film di Shirin Neshat, d’un tratto, riesce a riemergere dagli  abissi di aridità interiore in cui è precipitata dopo un “rapporto d’amore” che era invece uno stupro.

Caroline Bourgeois, curatrice di questa sorprendente mostra La voce delle immagini (aperta fino al 31 dicembre, catalogo Electa) ha voluto sottolineare questo aspetto pittorico, originale e poetico della nuova videoarte che sceglie un registro intimo ed evocativo per raccontare sentimenti umani universali, la dialettica vitale, anche se talora sanguinosa, fra uomo e donna (Shirin Neshat, Yang Fudong), la fantasia sconfinata di un bambino che cresce (Mircea Cantor) ma anche i sogni e gli ideali di giovani operai travolti dal feroce capitalismo cinese (Cao Fei) o le speranze di pace in Palestina (Mohamed Bourouissa).

Shirin Neshat, Donne senza uomini

Un’attenzione al sociale che si ritrova in molte di queste trenta opere di videoarte appartenenti alla collezione Pianult e frutto del lavoro di ventisette artisti provenienti da ogni angolo del mondo, dall’Europa, al mondo arabo, all’Asia. Parliamo di opere perlopiù realizzate negli anni Novanta e Duemila e firmate da artisti emergenti ma anche da pionieri della videoarte come Bruce Nauman e “star” come Bill Viola. Sono opere che sperimentano le tecniche e i supporti più differenti dai 35 mm all’immagine catturata con un cellulare e che mostrano un variegato uso del tempo (da quello narrativo al loop), non di rado mescolando i linguaggi (la musica, il teatro, le arti visive, la danza) per arrivare a fonderli in un’opera totale.

da left-avvenimenti

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Idee da mettere in comune

Posted by Simona Maggiorelli su novembre 19, 2012

Progetti e sogni da abitare. Ultima occasione da non perdere questa settimana per vedere Common ground, la Biennale di architettura diretta da David Chipperfield che celebra la dimensione pubblica e civile del costruire. A Venezia fino al 24 novembre

di Simona Maggiorelli

Norman foster Biennale 2012

“Common ground”, ovvero terreno comune. È questo il titolo della tredicesima edizione della Biennale architettura di Venezia che, ai Giardini e all’Arsenale, aperta fino al 24 novembre. Un’espressione volutamente polisemica in cui si può leggere l’auspicio di un incontro fra politiche differenti del costruire nel nuovo millennio. Ma anche un riferimento allo spazio pubblico e civile: ambito prioritario del lavoro di progettazione oggi secondo l’architetto inglese David Chipperfield, direttore di questa Biennale che segna un punto di svolta rispetto alle spettacolarizzazioni degli anni scorsi. Morto e sepolto il Postmoderno (l’epoca delle bizzarrie alla Robert Venturi e di un neobarocco che stordisce) ma anche quella di un’architettura tutta virtuale alla Aaron Betsky (che diresse la Biennale “Out of there”), con Chipperfield in laguna si torna a parlare concretamente di progetti attenti alla qualità della vita, alla tutela dell’ambiente e soprattutto alla progettazione urbanistica di città a misura d’uomo. Elegante, chiaro, essenziale, lo stile Chipperfield in architettura non punta a stupire con effetti speciali. Nei suoi progetti cerca di centrare la dimensione umana, senza cancellare le tracce di storia e di memoria. Anche quando è dolorosa. Esemplare in questo senso il Neues Museum che Chipperfield ha “ristrutturato” a Berlino: l’architetto inglese è intervenuto in modo da lasciare visibili le ferite e le fratture riportando alla luce, al tempo stesso, la bellezza dell’edificio storico.

Z. Hadid, Biennale 2012

Nulla viene nascosto. La storia ha avuto un peso, la distruzione rimane visibile, ma diventa traccia, segno di ricchezza, sussunta in una forma nuova, unitaria ed armonica. Ed è questa la cifra complessa, insieme estetica e civile, che Chipperfield ha voluto dare a questa sua Biennale, in cui si ritrovano i nomi di molte archistar, ma chiamati qui a dialogare fra loro, a creare ad hoc progetti per questa edizione 2012 che si è data il compito di interessare un pubblico vasto di cittadini uscendo dall’autoreferenzialità più specialistica. Così ritroviamo la regina dell’architettura futuribile Zaha Hadid, l’autrice del  MAXXI con progetti poco gridati e più poetici e lo studio Norman Foster tornato in una dimensione di eleganza molto inglese. E ancora, sempre pescando nel gotha internazionale dell’architetturacontemporanea, il francese Jean Nouvel, la coppia d’oro dell’arte svizzera Fischli Weiss e lo studio  Herzog & De Meuron che, insieme al cinese Ai Weiwei,  ha firmato progetti come la Serpentine Gallery di Londra, fino alla stessa Kazuyo Sejima, la direttrice della passata edizione della Biennale, nella sua veste più originale di architetto di edifici “leggeri” e un po’ naif.

da left avvenimenti del settembre 2012

 Intanto si scaldano i motori  della BIENNALE D’ARTE 2013 -Massimiliano Gioni è stato nominato direttore artistico della Biennale d’arte di Venezia 2013 che si svolgerà a Vnezia dal primo giugno al 24 novenbre dell’anno prossimo. Classe 1973, Gioni è curatore e critico d’arte contemporanea. Nel 2010 ha diretto la ottava Biennale d’Arte di Gwangiu in Sud Corea, essendone il più giovane direttore nonché il primo europeo. Da dicembre 2007 fa parte dello staff dei curatori del New Museum of Contemporary Art di New York, dove è Capo Curatore e Associate Director. Curatore nel 2003 della sezione “La Zona” per la 50. Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia, nel 2004 è co-curatore della biennale di arte contemporanea itinerante Manifesta 5 e nel 2006 ha curato la 4. Biennale di Berlino con l’artista Maurizio Cattelan e la curatrice Ali Subotnick. Dal 2003 è il direttore artistico della Fondazione Nicola Trussardi di Milano. Molti sono stati nel frattempo i suoi progetti indipendenti:per esempio  ha fondato la rivista Charley e aperto uno spazio espositivo non profit, la mini galleria itinerante Wrong Gallery, inizialmente allestita nel 2002 a New York e spostata nel 2005 alla Tate Modern di Londra.
Caporedattore di Flash Art a New York dal 2000 al 2002, ha collaborato con le riviste Artforum, Domus, Frieze, Parkett, Rolling Stone, Wired e con le case editrici Charta, Mondadori, Phaidon, Les Presses du Reel e Rizzoli.

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Amiry e il sogno di una Palestina libera

Posted by Simona Maggiorelli su novembre 18, 2012

In questo momento in cui il cuore batte forte per ciò che sta accadendo nei territori palestinesi, mi manca,  fra molte altre ma in modo particolare, una voce importante, quella della scrittrice e architetto Suad Amiry che tanto ha fatto per recuperare i tesori d’arte  e dell’architettura della Palestina coinvolgendo centinaia di giovani nel suo progetto di decolonizzazione dell’architettura. Per questo mi permetto di riproporre qui il report dell’ultimo nostro incontro  in Italia, a Milano il mese scorso.

  Separare lo Stato dalla religione. Combattere il ritorno di vecchi stereotipi sulle donne. E tornare a dirsi arabi piuttosto che musulmani. La ricetta dell’ex attivista dell’Olp e scrittrice Suad Amiry per la Palestina di domani

di Simona Maggiorelli

Suad Amiry

Con spiazzante umorismo in Sharon e mia suocera (Feltrinelli, 2003) Suad Amiry ha raccontato la paralisi delle città palestinesi sotto il coprifuoco imposto dal leader israeliano Sharon; un coprifuoco che non era solo proibizione di uscire di casa e interruzione di ogni attività lavorativa, ma anche un tentativo di spezzare i rapporti sociali, di «isolare» e di «bloccare le menti».

In Niente sesso in città (Feltrinelli, 2007) il punto di vista scelto dalla scrittrice Suad Amiry, architetto ed ex attivista dell’Olp, era invece, specificamente, quello delle donne palestinesi. Che con la vittoria di Hamas e il ritorno della religione sulla scena politica (anche nella laica Palestina) si sono viste scippare libertà e diritti conquistati in lunghi anni di lotte. E ancora nel recente e toccante Murad Murad (Feltrinelli) Amiry ha indossato panni maschili per poter seguire da vicino l’odissea dei lavoratori palestinesi a giornata, che si fingono israeliani per poter andare a guadagnare un pezzo di pane, varcando clandestinamente il muro di Gerusalemme.

Impegnati a costruire case per gli occupanti israeliani, con la speranza di un futuro diverso. Costretti, quando va bene, a elemosinare un permesso di lavoro, anche dopo aver faticato vent’anni in Israele. «È una resistenza pacifica e attiva quella che mettono in pratica ogni giorno questi lavoratori», racconta Suad Amiry, che abbiamo incontrato alla Feltrinelli di Milano in occasione del festival di cultura palestinese Philastiniat. «Ragazzi come Murad, il protagonista del mio libro – dice Amiry – non demordono, si ripropongono ogni giorno, se serve, ricominciando da zero. Sono in una situazione disperata, ma non hanno perso la speranza. È un tratto che accomuna i palestinesi. Non amiamo fare le vittime». E non piace farlo soprattutto alle palestinesi che, in un mondo arabo sempre più frammentato e percorso da rigurgiti religiosi, «non accettano di rinchiudersi in casa o nascondersi sotto il velo. In particolare non lo accettano quelle della mia generazione, donne che hanno fatto politica, laiche, che come me insegnano nelle università o si sono guadagnate un posto nel mondo delle libere professioni», precisa la scrittrice e attivista, che in passato ha ricoperto importanti incarichi pubblici per l’Olp e che oggi ammette di sentirsi un’estranea nella Palestina di Hamas che impone i valori dell’Islam anche nella sfera pubblica. «Quando Hamas salì per la prima volta al potere, per reazione scrissi Niente sesso in città – racconta Amiry -; ero stupefatta che tornassero a circolare stereotipi sulle donne che avevamo combattuto e sconfitto. Quel libro oggi è attuale più che mai». La Primavera araba che purtroppo sembra volgere all’autunno, la repressione in Siria e i fatti drammatici che continuano ad accadere in Iraq, sostiene Suad Amiry, hanno creato una congiuntura negativa di cui risente anche la Palestina. «Da noi, come in altri Paesi arabi, oggi manca una chiara separazione fra Stato e Chiesa, bisogna tornare a dirci arabi piuttosto che musulmani. Anche perché la coesione nazionale che avevamo acquisito con le lotte di indipendenza dal colonialismo si va perdendo, insieme a quell’internazionalismo che aveva connotato la vicenda palestinese come un fatto assolutamente nuovo e straordinario». Ma non tutto è perduto, assicura Amiry: «La parte laica della società palestinese è ancora molto estesa, anche se riesce poco a far sentire la propria voce. Ha sulle spalle la delusione verso l’Olp che aveva promesso una soluzione del conflitto israelo-palestinese attraverso la creazione di due Stati, ma – conclude Amiry – spero ancora che possa tornare egemone, trovando nuova rappresentanza».

da left avvenimenti

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La diagnosi preimpianto è un diritto

Posted by Simona Maggiorelli su novembre 16, 2012

Per la prima volta dall’entrata in vigore della legge 40 sulla fecondazione assistita, un giudice ha riconosciuto il diritto di poter fare la diagnosi preimpianto. Il Tribunale di Cagliari ha autorizzato l’accesso a questa tecnica  per una donna malata di talassemia major e  il suo compagno portatore sano della stessa patologia genetica.

di Simona Maggiorelli

fecondazione assistita

I centri pubblici italiani specializzati nella fecondazione assistita devono offrire la diagnosi preimpianto alle coppie che la richiedono perché affette da malattie genetiche. Lo ha stabilito il tribunale di Cagliari rispondendo a una coppia di talassemici che chiedeva di poter ricorrere alla diagnosi genetica preimpianto per avere un figlio libero da questa grave malattia genetica. Una sentenza, questa di Cagliari, perfettamente in linea con quella emessa della Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo a fine agosto scorso che ha dato ragione a una coppia italiana contro la legge 40/2004, giudicata una norma contro i diritti umani. Dopo un a lunga e coraggiosa battaglia nelle aule di tribunale (supportata come nel caso sardo dall’avvocato Filomena Gallo dell’Associazione Luca Coscioni) la coppia italiana portatrice sana di fibrosi cistica a fine agosto ha visto riconosciuto dall’Europa il proprio diritto di avere un figlio sano. Poi, come è noto, Scienza e Vita ha alzato barricate. E quel che è più grave il ministro della Salute Renato Balduzzi ha annunciato di voler fare ricorso contro la decisione della Corte europea dei diritti dell’uomo, incurante del fatto che le associazioni di malati hanno chiesto al Governo di recepire la sentenza, cogliendo l’occasione per abrogare o riscrivere la legge 40 che, sulla base di assunti antiscientifici, dal 2004 costringe le coppie italiane ad andare all’estero perpoter fare la fecondazione eterologa (con gameti di donatori esterni alla coppia) e la diagnosi preimpianto. Costringendole ad espatriare per vedere riconosciuti un diritto alle cure mediche riconosciuto dalla nostra Costituzione. Senza contare la feroce discriminazione di censo che le coppie devono subire, visti i costi dei cicli di terapie e dei soggiorni all’estero.

Ma ora, proprio quando mancano pochi giorni alla scadenza della possibilità di ricorrere in appello da parte del Governo Monti contro la sentenza della Corte europea, ecco che il Tribunale di Cagliari viene in aiuto alle coppie portatrici di malattie genetiche con una importante sentenza che da ora in avanti obbliga tutti i 357 centri di fecondazione assistita attivi in Italia a dispensare la diagnosi preimpianto alle coppie sterili o portatrici di malattie genetiche che la richiedano. Fin qui nessuno dei 76 pubblici italiani ha permesso alle coppie di esercitare il proprio diritto alla diagnosi preimpianto, nonostante le linee guida Turco del 2008 sulla legge 40/2004 avessero almeno esteso il diritto alle coppie in cui lui fosse affetto da HIV.  La battaglia contro questa legge antimoderna però non è finita. Ancora resta in piedi il divieto di donare alla ricerca gli embrioni congelati e non più adatti al trasferimento in utero. Per completare l’opera di smantellamento di questa legge c’è ancora un pezzo di strada da fare e le sentenze in tribunali italiani attese per i prossimi giorni saranno decisive.

DA CAGLIARI UNA SENTENZA DECISIVA

di Federico Tulli

Tutti i cittadini in Italia hanno diritto di poter accedere a trattamenti sanitari. Si tratta di un diritto costituzionale ma, a quasi 65 anni dall’entrata in vigore della Carta, ancora oggi deve essere rivendicato in tribunale. È il caso di una coppia di Cagliari che si è dovuta rivolgere ai giudici del capoluogo sardo per “costringere” il laboratorio di citogenetica dell’ospedale Microcitemico di Cagliari a eseguire l’indagine diagnostica preimpianto nell’ambito della procedura di fecondazione in vitro che i due avevano richiesto per evitare che il nascituro ereditasse la talassemia, malattia genetica di cui è affetta la madre. Con una sentenza emessa oggi il Tribunale di Cagliari ha accolto il ricorso della coppia ordinando al laboratorio di eseguire l’indagine diagnostica o di utilizzare strutture esterne, ristabilendo così l’equità dell’accesso alle cure – in sintonia con la legge 40/2004 sulla Procreazione medicalmente assistita (Pma) così come è stata modificata in seguito a una sentenza della Corte costituzionale nel 2009.  In base alla norma si può accedere alla Pma perché infertili e quindi anche eseguire diagnosi preimpianto per verificare prima dell’impianto in utero se l’embrione è affetto dalla patologia dei genitori. Tuttavia il laboratorio di citogenetica della struttura pubblica che deve analizzare il campione si è rifiutata di analizzare le cellule. La coppia avrebbe potuto rivolgersi ad una struttura privata i cui costi però si aggirano intorno ai novemila euro a ciclo, cifra incompatibile con il loro reddito. Pertanto, assistita dagli avvocati Gallo e Calandrini, si è appellata al Tribunale di Cagliari per chiedere l’esecuzione dell’indagine richiesta alla struttura pubblica e prevista dalla legge 40: risulta, infatti, del tutto illegittimo oltre che gravemente lesivo dei diritti costituzionalmente garantiti il rifiuto della struttura pubblica. L’azienda ospedaliera è stata quindi riconosciuta colpevole della violazione. In Italia, attualmente sono attivi 357 centri di fecondazione medicalmente assistita. Quelli che applicano tecniche in vitro identificati per secondo e terzo livello sono 202: 76 svolgono servizio pubblico e 22 servizio privato convenzionato, i rimanenti 104 offrono servizio privato. In base alla decisione dei giudici cagliaritani tutti i centri pubblici (tra questi a oggi nessuno effettua diagnosi preimpianto) saranno obbligati a osservare scrupolosamente la legge 40 perché effettuare tecniche di fecondazione in vitro significa anche avere l’obbligo, se la coppia lo richiede, di fornire informazione sullo stato di salute dell’embrione. Anche per questo motivo, nel procedimento sono intervenute con atto unico le associazioni di pazienti infertili Cerco un bimbo e L’altra cicogna oltre alla associazione Luca Coscioni per la libertà di ricerca scientifica.

da Cronache laiche del 15 novembre 2012

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Biotestamento, una legge che ferisce

Posted by Simona Maggiorelli su novembre 11, 2012

Il ddl Calabrò potrebbe diventare norma per un blitz del Pdl, denuncia il senatore Ignazio Marino. Che durante un’iniziativa a Torino con Bersani ha lanciato un’agenda bioetica laica per il prossimo governo

Ignazio Marino alla manifestazione dei medici del 29 ottobre

di Simona Maggiorelli

La riforma sanitaria è stata approvata con due voti di fiducia e ora è legge. «Non era mai accaduto dal 1947 che un testo del governo, che cambia la rete del Sistema sanitario nazionale (Ssn) passasse dai due rami del Parlamento senza modifiche». Il senatore Ignazio Marino è indignato per il modo in cui è passato il decreto Balduzzi ma anche perché, dice, «è un provvedimento annuncio» che parla di ambulatori aperti h 24, come se potessero essere realtà, a costo zero. «Lei provi a pensare cosa accadrebbe – incalza Marino – se come presidente della Commissione di inchiesta sul Ssn questa sera alle 22:30 inviassi i Nas per controllare se gli ambulatori sono aperti… Non è difficile immaginare cosa troverebbero. Non si può prendere in giro la gente». « Basta dire – spiega il senatore Pd – che in Toscana dove funzionano già 40 strutture h 24 il costo è di 16 milioni l’anno». E la riforma sanitaria fatta senza reale dibattito, purtroppo, non è la sola forzatura in questo  ultimo scorcio di legislatura. Il governo tecnico guidato da Monti potrebbe vedere anche la traduzione in legge del famigerato ddl Calabrò sul biotestamento, già passato alla Camera. Parlamentari del Pdl, infatti, hanno raccolto le firme perché vada direttamente in Aula, scavalcando la discussione in commissione Sanità. Se il blitz riuscisse avremmo «una legge che ferisce mortalmente la libertà delle persone», non esita a dire Marino. «Perché all’articolo 3 recita che le persone che vivono in Italia non potranno lasciare indicazioni, non potranno scegliere se sottoporsi o meno a idratazione e nutrizione artificiale in caso di perdita di coscienza. Beninteso – precisa Marino – chi volesse sottoporsi a queste terapie anche quando non vi fosse più ragionevole speranza di un recupero della propria integrità intellettiva, a mio avviso, deve essere tutelato. Ma non può obbligare altri a farsi incidere l’addome e inserire un tubo di plastica nell’intestino». «Una persona non può essere espropriata per legge del proprio pensiero, individualità, cultura, convinzioni. Non può essere un capogruppo del Pdl, della Lega o di qualsiasi altro partito a dire come ci dobbiamo curare». Ma c’è di più: «Ci dovremmo interrogare – rimarca Marino – perché una legge che impedisce la libertà di scelta nasca solo in questo Parlamento e non esista in nessun altro Paese al mondo». Solo in Italia, del resto, capita di dover sentire un senatore Pdl e medico come Calabrò affermare che «le persone in stato vegetativo permanente sanno dare molto agli altri». «Se le famiglie non se la sentono, ci sono gli hospice», ha detto in un pubblico convegno. «Il ragionamento non è posto correttamente», sbotta Marino. «Urge tornare a un’interpretazione laica della Costituzione. Solo in quel perimetro, c’è spazio per la libertà di tutti. Se aboliamo la laicità, creiamo discriminazioni e ghetti. Qui non si tratta tanto di carico sanitario per i familiari e per le strutture. Il punto è che se passa la legge Calabrò, anche chi non ha la sua fede, sarà sottoposto a terapie anche se inutili. Al senatore va ricordato che un giovane Aldo Moro nel ’47 ebbe la lungimiranza di proporre che nell’articolo 32 della Carta fosse scritto non solo che tutti devono avere accesso alle cure, ma anche il diritto di rifiutarle». Laicità, diritti civili, ricerca sulle embrionali, diritto alla diagnosi preimpianto (mentre incombe l’annunciato ricorso di Balduzzi contro la sentenza della Corte europea). E ancora cittadinanza ai figli di immigrati, liberalizzazione delle droghe leggere e adozioni per single e gay, se nel primario interesse del bimbo, sono stati i temi che Marino ha lanciato il 5 novembre a Torino  con Bersani. «Il segretario del Pd ha detto che questi sarebbero i suoi temi prioritari come premier» .Dal settimanale left-Avvenimenti 9-15 novembre

Il pressing di Maurizio Gasparri: ”Abbiamo rappresentato al presidente Schifani l’appello sottoscritto da 160 senatori che chiedono un rapido approdo in Aula del testo sul fine vita. Schifani ha assicurato che prendera’ contatto con il presidente della commissione per rappresentargli questo fatto e affiche’ acceleri la conclusione dell’iter del ddl”. Lo ha detto il capogruppo Pdl al Senato, Maurizio Gasparri al termine della conferenza dei capigruppo di Palazzo Madama ( Asca 8 novembre 2012)

Il Pdl “cerca la rissa in Aula sul testamento biologico”, dice Belisario dell’Idv

”Il Pdl cerca la rissa in Aula per introdurre nella nostra legislazione un testo retrogrado, oscurantista, che vuole di fatto privare i cittadini di un diritto costituzionale, quello alla salute. Non poter disporre del proprio fine vita e’ una barbarie”. Lo afferma il presidente dei senatori IdV, Felice Belisario, dopo che il capogruppo Pdl, Maurizio Gasparri ha sollecitato in conferenza dei capigruppo il presidente Schifani affinche’ prenda atto dell’appello di 160 senatori che chiedono il rapido approdo in Aula del ddl sul testamento biologico. (Asca 8 novembre)

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