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Federico II, il re scienziato. Raccontato da Pietro Greco

Posted by Simona Maggiorelli su novembre 29, 2014

federico II  exultet, salerno Biblioteca Capitolare

federico II exultet, salerno Biblioteca Capitolare

La Sicilia medievale non fu solo la culla della poesia italiana. Ma anche del metodo sperimentale. Che il sovrano usò nei suoi studi. Lo ricostruisce Pietro Greco nel libro, La scienza e l’Europa. Dalle origini al XIII secolo, edito dall’Asino d’oro (il volume sarà presentato oggi alle 17,30 alla Feltrinelli di Latina da Federico Tulli e Felice Costanti). Eccone un estratto
di Pietro Greco
Federico interroga i filosofi naturali in maniera sistematica. E non solo quelli della sua corte. Anzi, le serie di domande più significative sono rivolte a filosofi islamici che vivono nelle terre arabe, in particolare a Ibn Sab‘ıˉn (1217-1270), e al matematico pisano Leonardo Fibonacci…

Seguiamo l’intenso scambio epistolare, tutt’altro che convenzionale, che, tra il 1237 e il 1242, intercorre tra il ‘re dei Romani’ e Ibn Sab‘ıˉn: dopo l’inusuale crociata che lo ha incoronato re di Gerusalemme, Federico cerca di interloquire in maniera sistematica con i filosofi islamici. Ha una serie di cinque domande fondamentali – passate alla storia come le “questioni siciliane” – che non riguardano solo la filosofia naturale, ma la filosofia tout court. Attengono, infatti, all’eternità dell’universo, al fine ultimo della teologia, alle categorie di Aristotele, all’immortalità dell’anima.

L’ultima domanda, la quinta, esula addirittura dalla filosofia ed è considerata una curiositas.

I quattro temi principali sono al centro di un dibattito che si va sviluppando in Europa, proprio dopo le traduzioni degli scritti di Aristotele e delle loro interpretazioni. In primis quella di Averroè.
Federico è curioso di sapere cosa ne pensino i filosofi islamici, che lui considera, non a torto, di un livello culturale non ancora raggiunto nell’Europa occidentale. Invia, dunque, le sue domande in giro per il mondo islamico, ai migliori filosofi di Egitto, Siria, Yemen, Iraq…

Come in poesia, infatti, Federico non si limita a studiare la filosofia naturale e organizzare la cultura scientifica alla sua corte. Il re non è solo un mecenate. È anche un attore in prima persona. È un filosofo naturale, il primo in Europa che fa ricerca, ottiene risultati originali e li pubblica. Il primo che ottiene nuova tecnologia dalle sue ricerche. Dopo lunghe osservazioni empiriche e studi teorici durati trent’anni, scrive infatti un libro che rappresenta una pietra miliare nella storia della scienza. Almeno nella storia della scienza europea e italiana: il De arte venandi cum avibus. Un manuale di oltre mille pagine sull’arte della caccia con il falco, che circola in molte copie illustrate per tutto il XIII e anche il XIV secolo e che può essere considerato, a giusto titolo, il primo prodotto originale di filosofia naturale in Europa. Insomma, il primo libro europeo che contiene nuove conoscenze sulla natura. Un libro, per intenderci, che nella filosofia naturale ha un ruolo analogo a quello del Liber abaci di Fibonacci in matematica.

Nell’elaborare il suo De arte venandi cum avibus Federico II non si limita neppure a descrivere le sue esperienze, ma segue un percorso complesso che prevede tutti gli stadi della ricerca che oggi definiamo scientifica.
Inizia da un’analisi attenta e completa della letteratura esistente, che è, soprattutto, letteratura greca e araba. Cerca così tutti i trattati di ornitologia e, più in generale, tutti i trattati che riguardano gli animali e, alcuni, li fa tradurre. Studia in particolare il De animalibus di Aristotele. Ma chiede: a Michele Scoto di realizzare un compendio del De animalibus di Avicenna; a Teodoro di Antiochia di tradurre in latino il Moamin, il celebre trattato di falconeria scritto dal medico arabo al-Balkhıˉ (850-932); a Giordano Ruffo (m. 1257) di scrivere un trattato di veterinaria equina, Hippiatria, il primo trattato di veterinaria realizzato in Europa. L’analisi della letteratura esistente è solo il primo passo, l’azione propedeutica, per la ricerca empirica. Non bisogna, infatti, dare per scontato che quello che hanno scritto gli antichi, anche i più grandi, sia vero. Scrive in maniera esplicita Federico: «Su molti argomenti Aristotele, come abbiamo appreso attraverso l’esperienza, sembra discostarsi dal vero soprattutto a proposito delle nature di alcuni uccelli. Non seguiamo perciò punto per punto il principe dei Filosofi in quanto verosimilmente egli praticò poco o nulla la caccia con gli uccelli che noi invece abbiamo sempre amata e praticata». Non vale, dunque, l’ipse dixit. Ed è possibile intravedere in queste parole almeno un’anticipazione di quello scetticismo sistematico che è uno dei valori fondanti della scienza.
Con questo bagaglio di conoscenze e di sano scetticismo, Federico compie poi una serie di esperimenti per chiarire questioni che la letteratura non ha ancora risolato. Per esempio verifica in Puglia che le uova di struzzo possono essere incubate al sole. Dimostra che gli avvoltoi mangiano solo animali morti…

Con il suo libro, dunque, Federico non si propone solo come il primo sovrano europeo dedito alla ricerca sperimentale, ma come uno dei primi scienziati europei, come uno dei primi studiosi che, nell’appendice più occidentale dell’Eurasia, è stato capace di produrre nuove conoscenze con il metodo sperimentale, fornendo dal Regno di Sicilia un contributo forse non ancora pienamente apprezzato nella costruzione di una identità europea….
Con lamorte di Federico II nel 1250 un’epoca si chiude e un’altra se ne apre. Con la sua scomparsa comincia la lezione della sua eredità in cui possiamo davvero ritenere chiuso il Medioevo: il primato della sperimentazione scientifica, il prevalere della logica sulla teologia. Non è esagerato attribuire a Federico un ruolo così importante. In fondo, lo abbiamo visto, alla sua corte e nato o, comunque, ha avuto un forte sviluppo il diritto moderno; e nata la letteratura italiana e si e affacciata in Europa la scienza sperimentale. Con lui il conflitto tra Chiesa e impero diviene, per la prima volta, un conflitto anche tra fede e ragione.

All’apice di uno scontro senza precedenti, Gregorio IX accusa Federico di andar dicendo che l’uomo non dovrebbe credere in qualche cosa che non possa essere provato dalla forza e dalla ragione della natura.

Certo, Federico si e lasciato largamente influenzare dal modo di operare dei sultani islamici. Ma nulla di simile si era visto mai in Europa. Certo, altri sovrani europei vanno manifestando, in questa prima parte del XIII secolo, interessi analoghi. Segno evidente che Federico non rappresenta una fluttuazione strana, ma la punta emergente del bisogno di un nuovo ordine, del bisogno sociale diffuso di nuova conoscenza, di nuovo sapere intorno alla natura, di cultura scientifica. Ma, appunto, e lui la punta emergente. Non altri. Leonardo Fibonacci in matematica e Federico II nelle scienze naturali, con la loro capacità di produrre nuova conoscenza, possono essere considerati, a giusta ragione, i primi scienziati d’Europa. I pionieri che danno inizio a un’avventura inedita nel continente, che immediatamente si consolida e che costituisce il collante di un’identità.

( estratto dal libro di Pietro Greco pubblicato come anticpazione della rivista Left)

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Leggetevi forte

Posted by Simona Maggiorelli su novembre 28, 2014

Marcella Brancaforte / foto Sabine Meyer Librimmaginari

Ripartire dalla lettura, per uscire della crisi. Leggere per conoscere, per pensare e parlare meglio. Ma anche per divertirsi. E’ la proposta di Giovanni Solimine autore de L’Italia che legge e Senza sapere ( Laterza). Di questo importante tema si discute a Librimmaginari,  ( 28 novembre -8 dicembre) in una tavola rotonda a  Viterbo che mette a confronto istituzioni, operatori ed editori italiani e stranieri. Con interventi di Giovanni Solimine, Jérôme Gimenez- Ligue 35- Lire et Faire Lire , Carlo Sestini e Daniele De Gennaro, Minimum Fax)   E ancora  se ne parlerà a Roma, a Più libri più liberi, dal 4 all’8 dicembre al Palazzo dei congressi all’Eur , in una edizione della rassegna della media e piccola editoria intitolata “E’ tempo di leggere” , con un focus il 4 dicembre dedicato alla lettura nelle scuole a  cura del Centro per il libro e la lettura. 

Leggere per crescere

Nel libro Senza sapere (Laterza) Giovanni Solimine traccia un quadro preoccupante della situazione italiana fra analfabetismo di ritorno, dispersione scolastica e investimenti pubblici per la cultura fra i più bassi d’Europa. Incoraggiare la lettura secondo lo studioso (già autore de L’Italia che legge) è fondamentale per uscire da questo impasse.

di Giovanni Solimine

Il quadro è preoccupante, ma non ce ne preoccupiamo abbastanza. Il basso livello di competenze linguistiche e logico-matematiche e di capacità espressive tra i giovani e ancora di più tra gli adulti sono la conseguenza, da un lato, del fatto che gli italiani sono poco istruiti (anche perché da 20 anni gli investimenti in scuola, università e ricerca non aumentano) e, da un altro, del loro scarso tasso di partecipazione alla vita culturale, che si realizza leggendo un libro o una rivista, andando al cinema o al teatro, ascoltando musica, visitando una mostra, ma anche coltivando in forma attiva la passione per la pittura , il canto o la danza, e così via.

Personalmente ritengo che la lettura, oltre ad essere un’attività per il tempo libero e per l’apprendimento, abbia una specifica funzione: favorire l’accostamento a forme argomentate di pensiero ed espressione. E che contribuisca ad arricchire il linguaggio e a cogliere le tante sfumature della realtà che ci circonda. Si tratta quindi di un mezzo portentoso per accedere alle conoscenze e per usarle in modo significativo.

Le attività di promozione della lettura, da realizzare in modo sistematico e continuativo, sono però solo lo strato più superficiale dell’intervento di cui l’Italia ha bisogno. Per consolidare e rendere duraturi gli stimoli occorrono investimenti nelle scuole, nelle biblioteche, nelle librerie, cui spetta la “manutenzione” dei lettori creati dalle iniziative di promozione.

Dovendo indicare qualche priorità, metterei in evidenza le iniziative per lettori medi e deboli (circa 20 milioni di italiani), perché leggano uno o due libri in più all’anno, col duplice effetto di ridare fiato al mercato librario e per alimentare il“contagio” che questi cittadini “normali” potrebbero provocare nei loro ambienti. Una vera e propria emergenza è poi quella del Sud, dove nemmeno un terzo dei residenti legge un libro all’anno e i livelli di partecipazione alla vita culturale sono molto inferiori alla media nazionale; dove meno del 10% dei bambini trova posto negli asili nido; dove più di 300mila ragazzi di età inferiore ai 18 anni non sono mai andati al cinema, non hanno mai aperto un libro o acceso un computer; dove solo il 40% delle case è raggiunto dai collegamenti a banda larga; dove il servizio bibliotecario e la rete delle librerie mostrano allarmanti segni di debolezza.

La percentuale dei lettori di libri è scesa nel 2013 al 43% della popolazione e continua a calare, specie tra gli adolescenti (nell’ultimo anno si sono persi ben 9 punti percentuali nella fascia fra i 15 e i 17 anni). Anche i lettori abituali, meno di 5 milioni mostrano segni di cedimento: gli italiani che leggevano un libro al mese erano il 15 % del lettori fino al 2010 e nel 2013 sono scesi al 13,9. La responsabilità non è da addebitare al Centro per il libro, perché ha origini antiche ed è in parte dovuta a un generalizzato calo dei consumi e agli effetti del maggiore appeal di alcuni dispositivi che hanno avuto grossa diffusione negli ultimi anni.

Ma il Centro ha la sua parte di responsabilità, e sarebbe troppo facile dare la colpa solo alle scarse risorse finanziarie o alla mancanza di reale autonomia. A me pare che il Centro sia privo di una strategia per affrontare la complessità dei problemi che ha di fronte, che non abbia spirito di iniziativa, che non disponga forse delle competenze professionali per elaborare linee di attività efficaci, e per di più che si confronti poco con altri soggetti che operano nella promozione della lettura.
Oltralpe le risorse di cui dispone il Centre Nationale du Livre (42 milioni di euro di bilancio e 300 fra collaboratori e consulenti) sono invidiabili e la sua storia indica alcune soluzioni adottabili anche da noi (ad esempio, la contribuzione da parte degli editori alla formazione del suo budget). Ma il suo apparato è totalizzante e gestisce un articolato meccanismo di contributi, finanziamenti, borse di studio alle diverse componenti della filiera del libro: i beneficiari sono circa 10mila (scrittori, traduttori, librerie, biblioteche, riviste, case editrici, associazioni, festival e fiere del libro, interventi di digitalizzazione etc.) e i francesi si stanno interrogando sulla opportunità di riformare il Cnl.

Quanto alle fasce dei lettori più giovani a me pare che il disorientamento nasca, e rischi di accrescersi, per le condizioni in cui oggi avviene il trasferimento delle conoscenze e per il modo in cui tendiamo a rapportarci alle fonti. Il problema non riguarda tutti noi, con la sola differenza che i ragazzi che si accostano al sapere nell’attuale “ecosistema informativo” possono ritenere che non esistano altre possibilità. Temo che si stia riproducendo in forme nuove e diverse la contrapposizione che alcuni decenni fa si verificava tra nozionismo e cultura: allora combattevamo un modello fondato su atomi di conoscenza che non corrispondevano al possesso di capacità critiche. Per padroneggiare un campo di studi servivano competenze diverse che per vincere milioni di lire al Rischiatutto.

Oggi, Google e Wikipedia sono diventati il riferimento obbligato. E facciamo bene a usare questi canali. Ma essi ci offrono solo risposte fattuali, frammenti di conoscenza che toccherebbe a noi assemblare ed elaborare, se disponessimo delle capacità per trasformare queste informazioni in un sapere complesso e articolato. Il pericolo, paradossalmente, sta proprio nella facilità e velocità con cui questi strumenti possono soddisfare ogni nostra richiesta: non vorrei che ci accontentassimo di questa grande disponibilità di informazioni e inconsapevolmente le identificassimo con la cultura, come se non ci fosse bisogno di capire, di stabilire relazioni, di appropriarci della dimensione della complessità. Scuole e università dovrebbero lavorare sul terreno della information literacy, perché gli studenti sviluppino la capacità per recuperare l’informazione attuando strategie di ricerca.Per poi selezionare e valutare, organizzare e rielaborare i contenuti, saper comunicare i risultati del proprio lavoro. Lo stesso potrebbero fare le biblioteche nei confronti del pubblico adulto, ormai uscito dal sistema educativo. (testo raccolto da Simona Maggiorelli)

Solimine. copia

Dal settimanale Left

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Il cielo lettone e il rosso di Rothko

Posted by Simona Maggiorelli su novembre 13, 2014

Rothko No 14

Rothko No 14

Fuori dal finestrino dominano due colori: il rosso del cielo e il verde dei boschi. Il rosso diventa più rosso per la fascia inferiore più scura…Un quadro scorre fuori dal finestrino: un quadro che non finisce mai, forte e inquietante, tranquillo e profondo. Un quadro di Rothko». Che cosa affina lo sguardo del pittore? Si domanda Jan Brokken, autore di Anime baltiche (Iperborea), in pagine icastiche e suggestive nate viaggiando in Lettonia, verso Daugavpils e verso una città industriale grigia come Charleroi. Ovvero nelle terre dove trascorse l’infanzia e la giovinezza il pittore Mark Rothko, prima di emigrare negli Stati Uniti, per decisione del padre diventato un rigido ortodosso dopo la repressione zarista del 1905.
Lo scrittore e viaggiatore olandese (che il 15 novembre incontra il pubblico di Bookcity a Milano), con la sua prosa lirica e avvolgente, è capace di evocare i colori e il movimento che percorre le tele di Rothko, di “scavare” nel suo vissuto emotivo, indagando le radici di quel suo essere e voler riemanare un rivoluzionario, nonostante tutto. Nonostante la deriva bigotta della propria famiglia, nonostante l’American way of life e una vita borghese Oltreoceano (che al fondo non gli corrispondeva). Tanto che nel 1958 – racconta Brokken – quando l’elegante ristorante Four seasons di New York gli commissionò dei dipinti murali, accettò l’incarico ma con l’intenzione “maliziosa” di dipingere «qualcosa che rovini l’appetito a ogni figlio di puttana che mangerà in questa sala».
Rothko non è l’unico artista della diaspora lettone che incontriamo in questo singolare volume, che fonde narrazione, reportage, ricerca sul campo e critica d’arte. Camminando per le strade di Riga, città a lungo occupata e dove per alcuni periodi era persino proibito parlare lettone, Brokken ritrova le tracce della storica libreria di Janis Roze, chiusa dal regime comunista perché (dopo la diabolica spartizione di territori fra Hitler e Stalin) il librario Roze, come tanti altri lituani, lettoni ed estoni, fu additato come anti sovietico e deportato con tutta la sua famiglia.

Ian BrokkenMa la mappa di Riga rivela all’autore anche un altro importante tesoro: i resti del quartiere Jugendstil costruito tra il 1901 e il 1911 da un architetto esuberante e alla moda come Michail Ejzenstejn, papà di Sergej. Anche in questo caso la ribellione al padre, ( che il futuro regista chiamava «il pasticcere di panna montata») e l’esigenza di trovare una propria strada diversa da quella indicata dalla famiglia, s’intrecciano con gli accadimenti storici, con lo scoppio della Rivoluzione di ottobre, alla quale Sergej Ejzenstejn aderì senza nemmeno sapere chi fossero Marx ed Engles.

All’epoca, racconta Brokken,  si dedicava agli scritti di Leonardo da Vinci e, pur disprezzando il padre, studiava da ingegnere edile. Sarà proprio la rivoluzione a offrirgli l’occasione per separarsi dal passato, imboccando la strada dell’avanguardia e della ricerca artistica. Fu così che Ejzenstejn si dette al cinema, apparentemente, per raccontare le magnifiche sorti e progressive dei bolscevichi. Di fatto creando immagini nuove, senza appiattirsi sui fatti, in film geniali come La corazzata Potemkin.

Dal settimanale left

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Abbecedario Cattelan

Posted by Simona Maggiorelli su novembre 6, 2014

Maurizio Cattelan

Maurizio Cattelan

Provocatorio, spiazzante, Maurizio Cattelan, l’artista italiano più noto all’estero, torna alla ribalta con Shit and die, un nuovo progetto per One Torino. E racconta la sua trentennale ricerca a caccia del significato nascosto delle immagini

 di Simona Maggiorelli

Dopo la grande mostra antologica al Guggenheim di New York, nel 2011 Maurizio Cattelan aveva annunciato il suo ritiro. Ma ora, a sorpresa, ricompare a Torino, dove sta preparando un nuovo progetto espositivo per Artissima, in programma dal 6 al 9 novembre 2014. Con il provocatorio titolo Shit and die (citazione ironica di un’opera di Bruce Nauman) questa nuova mostra allestita in Palazzo Cavour e aperta fino al 25 gennaio 2015 promette un insolito viaggio nella storia torinese, costruito attraverso oggetti insoliti, desueti, dimenticati. «Buone cose di pessimo gusto» di gozzaniana memoria, reperti di archeologia industriale, pezzi di avanguardia e ombre lombrosiane.

«Forse non le definirei ombre» precisa l’artista, senza rivelare troppo del progetto nel suo concreto. «Anche Lombroso era all’avanguardia su alcune cose. Oggi sappiamo che ha completamente sbagliato il tiro, ma era comunque un uomo di scienza. Per esempio- racconta Cattelan – il museo ha una collezione sterminata e meticolosissima di riproduzioni su carta dei tatuaggi dei detenuti, con tanto di legenda e racconto biografico di ogni prigioniero. Sono documenti davvero interessanti, solo su quello ci si potrebbe scrivere la sceneggiatura di un film».

Cattelan, la Nona ora

Cattelan, la Nona ora

Mentre Cattelan si diverte a frugare in polverosi archivi, mentre si occupa di storia locale e nel Museo Lombroso si dedica all’esame critico delle tassonomie di una psichiatria positivistica e al fondo razzista, dall’altra parte dell’Oceano, una grande mostra mercato vende le sue opere più famose per cifre che oscillano dai 30mila dollari e 20 milioni.

«Si tratta di una mostra di mercato secondario di cui so poco io stesso. Non più di quello che c’è scritto sui giornali», confessa l’artista. «Quando il lavoro è venduto una prima volta se ne perde il controllo. Fa parte del patto con se stessi. È come dare un figlio in adozione, poi non puoi pretendere di decidere cosa farà da grande». Certo, sembrano passati anni luce da quando Cattelan, lasciata Padova, si aggirava per New York senza un lavoro e senza sapere l’inglese. Riuscendo tuttavia a farsi strada nel mondo dell’arte. «New York è sicuramente cambiata, come il resto del mondo, ma ancora oggi – racconta – anche se stai chiuso in casa, puoi sentire l’energia della città. A soli due isolati di distanza puoi trovare 150 gallerie d’arte. 150 giovani teste che pensano, e basta una passeggiata per incontrarle. Sembra un cliché ma – sottolinea Cattelan – credo che New York possa essere un punto di svolta, come è stato per me anni fa».

Michelangelo Pistoletto dice che «ad un certo punto l’artista deve andare oltre il proprio ego e creare una costellazione». Con un atteggiamento maieutico verso i giovani talenti. Lei non ha mai fatto parte di gruppi, di movimenti precisi. Non ama le parrocchie?

Non amo le etichette, nemmeno quella di solitario: ho sempre sostenuto i giovani artisti nel modo che mi veniva più spontaneo, creando un dialogo, e lavorando in team; come in quest’ultimo caso, con Shit and die, una mostra collettiva in cui non mancano di certo i giovani artisti. Semplicemente non ho mai sentito l’esigenza di fondare una scuola, temo che avrei davvero poco da insegnare.

Da dove trae ispirazione per le sue opere? Come sono nate opere come La nona ora (1999) con papa Wojtyla o Him (2001) che mostra Hitler devoto, che prega?

Cattelam, Him

Cattelam, Him

Qualcuno ha detto che per avere delle idee ci vuole una buona immaginazione e un mucchio di spazzatura: probabilmente non ho abbastanza immaginazione, ma di sicuro ho un sacco di spazzatura! Scherzi a parte, credo che avere idee sia una questione di permettere alla propria mente di distrarsi a sufficienza dall’ovvio: si tratta di un compito rischioso, perché si possono scoprire cose su se stessi che forse era meglio non scoprire.

Mentre il Postmoderno produceva architetture impazzite e gadget, usando quello stesso linguaggio pubblicitario, lei denunciava il vuoto e la violenza di un certo modo di vivere metropolitano (Bidibidodidiboo 1996), additava la cultura che crocifigge la donna (Untitled 2007) e impicca la fantasia dei bambini (Untitled 2004), smascherava ideologia o religione (Ave Maria, 2007). Però non si è mai definito artista politico. Perché?

Non mi sono mai posto la questione in questi termini perché non mi ha mai interessato definirmi a priori, o prendere impegni che non potevo mantenere. Quello che ho fatto è semplicemente ricercare immagini che, in mezzo alla montagna di informazioni inutili da cui siamo sommersi ogni giorno, suscitassero una reazione a livello dello stomaco. Penso che possa essere un ottimo modo per portare in superficie la rabbia, privata della violenza.

«Il mio lavoro è sempre stato quello di prendere i pensieri miei degli altri e di farli vedere a tutti», lei dice nell’Autobiografia non autorizzata (Mondadori, 2011) firmata da Bonami. E poco prima: «Facevo l’incorniciatore di sentimenti, di stati d’animo». Rivelare il lato latente, invisibile, può essere rivoluzionario?

Nessun discorso è neutrale, l’arte non fa eccezione. Ognuno di noi è “impegnato” e rivoluzionario a modo suo, e non è detto che dichiararlo a voce alta lo renda più vero. Il mio impegno è creare immagini che rimangano impresse per più di due secondi… le assicuro che se non è “impegnato” è comunque molto impegnativo.

Cattelan Untitled 2008

Cattelan Untitled 2008

Nel 1993 lei debuttò in Biennale con Bonami. Più di recente è tornato a Venezia con una installazione che ricreava Tourists (1997). Guardando i piccioni impagliati dal sotto in su, standosene lì a naso per aria, ci si sentiva “piccionescamente” complici di un mercato che spaccia per arte qualunque cosa. Una pizzicotto al pubblico perché apra gli occhi?

Credo che ogni commento e ogni interpretazione siano legittimi, ma non penso che stia a me realizzarli. Credo che non si dovrebbe pensare a chi si sta rivolgendo: nel momento in cui un lavoro viene presentato attraverso i media diventa di patrimonio pubblico e se ne perde inevitabilmente il controllo. Questo accade sia dentro sia fuori dall’istituzione: io ho sempre preferito perdere il controllo da subito, è molto più semplice che dover accettare a posteriori di averlo perso.

Al MoMa, al Pompidou, alla Tate ma anche alla Biennale di Istanbul s’incontrano quasi gli stessi artisti, una medesima estetica e modo di concepire le arti visive. Il mercato internazionale dell’arte nell’ultima ventina di anni ha imposto una sorta di pensiero unico? C’è spazio per chi voglia proporre una diversa ricerca?

Le mostre, le istituzioni e il mercato dell’arte e anche la ricerca sono inevitabilmente collegati tra loro, in quanto costituiscono una catena indissolubile che permette al meccanismo di andare avanti. Sono tutti lati di una stessa medaglia, che non credo possano essere separati. Per quanto riguarda me, ho sempre avuto bisogno di progetti paralleli su cui lavorare, un tempo erano degli intermezzi dal solito lavoro. Adesso una rivista come Toiletpaper, o curare una mostra come Shit and die, o qualsiasi altro progetto futuro sono un buon modo per continuare a lavorare. Il problema è che ci illudiamo di avere tempo e invece non ne abbiamo poi così tanto: qualsiasi cosa verrà dopo, farò del mio meglio perché non sia tempo sprecato.

dal settimnale left  primo -7 novembre

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