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Piero di Cosimo, la fantasia di un “irregolare”

Posted by Simona Maggiorelli su settembre 4, 2015

Piero di Cosimo 1462- 1522, pittore eccentrico fra Rinascimento e Maniera è l’ultima esposizione ideata da Antonio Natali come direttore degli Uffizi. Ed è una mostra straordinaria non solo perché riporta alla ribalta un autore rinascimentale ingiustamente trascurato dalla manualistica, ma per la cura e la rigorosa ricerca scientifica che la sostiene. Così prima di addentrarci nel percorso non possiamo non ricordare che quest’evento si collega a una lunga serie di mostre di altissima qualità che Natali ha realizzato negli anni rendendo gli Uffizi non solo un luogo di conservazione di capolavori, ma anche di ricerca, un laboratorio di idee, fruttuosamente aperto al territorio circostante. Non a caso è stato proprio Natali a ricostruire l’esatta collocazione che aveva originariamente L’Annunciazione (1472-75) di Leonardo conservata agli Uffizi: la tela fu realizzata dal genio vinciano per la Chiesa di San Bartolomeo a Monte Oliveto, (la si può vedere dalle finestre degli Uffizi). Ed era pensata per una parete che si offre a una prospettiva sghemba. Per questo, a uno sguardo frontale, il braccio della Madonna appare stranamente alterato. Perfetto, invece, se visto in tralice.

Per scoprire una cosa del genere non basta una approfondita conoscenza dell’opera di Leonardo, serve conoscere anche il contesto territoriale. Conoscenza che speriamo vorrà acquisire anche il neo direttore, Eike Schmidt, esperto di Rinascimento, che viene da Minneapolis, avendo avuto esperienza solo di musei americani. In attesa – ci auguriamo – di poter apprezzare almeno altrettanto il lavoro di Schmidt, intanto, ci tuffiamo nel mondo fantastico di Piero di Cosimo (la mostra è aperta fino al 27 settembre). Che Vasari raccontò nelle Vite come un artista bizzarro, misantropo, pieno di stranezze. Immaginifici ed eccentrici sono in effetti alcuni motivi mitologici che Piero scelse di dipingere, aprendo così la stagione manierista. Il suo mondo è popolato di centauri, di animali e di fauni che comunicano sentimenti umanissimi con l’espressione dei loro volti. Leggendo i saggi pubblicati nel catalogo Giunti scopriamo che le presenze anodine e l’inquietudine formale di opere come la Tazza Farnese, di quadri mitologici, ma anche di pale sacre, non era frutto di fantasticherie solipsistiche ( come voleva Vasari) ma corrispondeva a un preciso codice culturale, criptico e coltissimo, che Piero innamorato della filosofia antica condivideva con una raffinata committenza legata alla cerchia medicea.

(Simona Maggorelli, Left)

Il video dell’intervista ad Antonio Natali dopo il passaggio di direzione ,qui:http://youmedia.fanpage.it/video/aa/VehcmuSwRPzWS_1F

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Il secolo lungo di Daverio

Posted by Simona Maggiorelli su febbraio 24, 2013

Delacroix, il 28 luglio, la libertà guida il popolo (1831)

Delacroix, il 28 luglio, la libertà guida il popolo (1831)

In una ideale staffetta con lo storico Eric J. Hobsbawm, Philippe Daverio torna ad indagare il XIX secolo. Nel libro Il secolo lungo della modernità (Rizzoli) lo fa immaginando di trasformare una vecchia stazione ferroviaria in un museo pieno di opere che hanno punteggiato un lungo arco di tempo che va dalla rivoluzione francese alla fine della prima guerra mondiale, ovvero fino al momento «in cui Hobsbawm fa iniziare il suo secolo breve», sottolinea il critico d’arte milanese, che insegna alla Facoltà di architettura a Firenze.

«La lunghezza del secolo è il primo dato che dà valore alla dimensione storica» abbozza il professore. «Il Cinquecento per esempio, è importante perché comincia sostanzialmente con la morte di Lorenzo De’ Medici e la scoperta dell’America e si conclude con lo scoppio della guerra dei trent’anni, nel 1618. I secoli sono importanti quando sono lunghi. Basta misurarli!».

E poi avvicinandosi al tema del suo nuovo libro aggiunge: «Il secolo della modernità è il XIX secolo: lì nasce tutto ciò che fa il nostro mondo, dal treno all’aero, dal telefono alla medicina». E già qui troviamo all’opera quel suo affascinante sguardo lungo sull’arte che, oltre all’estetica e alla storia, comprende anche l’antropologia, la filosofia, il costume. Un metodo, quello di Daverio, che soprattutto nei libri (da Il museo immaginato, Rizzoli, all’Arte di guardare l’arte Giunti) procede per nessi analogici, inaspettati, infischiandosene degli “ismi” e dalle  compartimentazioni del sapere che, alla fine, appiattiscono la visione.

«Noi abbiamo modificato la storia dell’arte secondo canoni recenti, con parametri che sono quelli che sono serviti in gran parte per giustificare i prezzi delle opere sul mercato. Se invece rovesciamo la questione dal punto di vista antropologico e culturale diventa tutto più divertente», suggerisce Daverio. «Basta usare altri parametri. Se guardiamo la pittura che concerne il vapore vengono fuori quadri di vapore. Se guardiamo il lavoro, il rapporto con la natura, con il sentimento, che nel Romanticismo erano preminenti, se guardiamo ai veri temi con cui si identificava il XIX secolo allora si formano dei raggruppamenti diversi». E nessi inediti, stimolanti. Che hanno il pregio di gettare una luce nuova sulle cose.

La predilezione di Daverio per la modernità (anche come direttore della rivista Art e Dossier) potrebbe lasciare intuire una critica implicita al contemporaneo. In sintonia con un critico acuto come l’ex direttore del Musée Picasso di Parigi, Jean Clair che in libri come L’inverno della cultura (Skira) ha criticato la povertà culturale del tardo pop e la freddezza razionalista del concettualismo di moda oggi. Ma curiosamente è stato accusato da critici e curatori di catastrofismo e passatismo, con toni da censura. «Il fatto è – commenta Daverio – che esiste una struttura di mercato che ha lo scopo di difendere tutto ciò che è stato prodotto nel XX secolo senza avere il coraggio di esaminarlo. Ma ormai il Novecento è passato e si ha il diritto di indagarlo. Il mio prossimo libro, intitolato Il breve secolo dell’ansia, si occuperà proprio di questo».

Boccioni, Stati d'animo, gli addii (1912)

Boccioni, Stati d’animo, gli addii (1912)

Con ciò, precisa Daverio, «non è vero che nel XX secolo non nasca nulla di importante. Emergono nuovi protagonisti: gli Stati Uniti, la Russia, anche l’Italia, i paesi non industrializzati del XIX secolo. Ma le invenzioni nel XX secolo, tutto sommato, sono poche. Il Novecento non è stato il secolo della scienza ma il secolo della tecnologia. La filosofia di fatto si arresta nell’ambito del pensiero debole che è una declinazione dell’esistenzialismo. Si abbandona ogni ipotesi di una concezione sistematica possibile del mondo, come invece avevano tentato, in chiave di materialismo storico, Carl Marx, in modo esistenzial-depressivo Schopenhauer e poi il superuomo Nietzschiano. Tutta questa roba nel Novecento scompare. E finiamo con il pensiero debole con Karl Popper. Ma oggi-conclude Daverio -, visto che sono  già passati 15 anni dalla sua fine, se prendiamo Sarajevo come punto di svolta, possiamo cominciare ad analizzare il XX secolo per capirne le opacità, il senso, le contorsioni».

E cosa emerge dalla sua analisi? «Che gran parte del XX secolo è fatto di cose del XIX – ribadisce il professore -. Ci sono delle aree, per esempio, dove la Belle Époque finisce dopo il 1939. Quella parigina continuò fino all’arrivo delle truppe tedesche che, passate attraverso la guerra, subito dopo si misero a godere di nuovo».

E che dire invece del postmoderno che, per quanto oggi lo si dica morto, continua a dominare nelle Biennali d’arte e nei musei dalla Tate, al Pompidou al MoMa?. «Bisogna vedere cosa vuol dire oggi postmoderno. La parola ci piaceva quando fu inventata 25 anni fa perché non si capiva dove andava a parare. Io oggi lo chiamerei neo contemporaneo. La modernità si fonda su una radice del passato, esiste in quanto è il passato che si fa presente e ci proietta avanti. L’idea di contemporaneità si lega ai “compagni del nostro tempo” e immagina l’attualità come basata su una tabula rasa: cancelliamo tutto e facciamo un mondo nuovo, che è quello che accadde nel 1917 a San Pietroburgo, a Mosca. Ma anche nel 1922 in Italia con Mussolini e quando l’Adolfo inventò il terzo Reich: durerà mille anni, predicava, ripartiamo da zero». E oggi? «Stiamo tornando alla modernità, ci pensiamo come il punto di passaggio fra passato presente e futuro. Non crediamo più che demolendo tutto, di per sé nasca il nuovo».

Philippe Daverio

Philippe Daverio

Di questo parlerà la sua prossima serie di Passpartout? «Non è detto che me lo facciano rifare… Anni di lavoro – chiosa Daverio- valgono un po’ meno di una serata di Benigni economicamente. Il pubblico ha apprezzato il programma, i dati lo dicono, ma in Rai stranamente non lo sanno. La Rai è una cosa abbastanza importante. Ma non siamo poi così sicuri che sia in Italia, potrebbe anche essere da qualche parte nell’Universo, lontano dal Paese reale».

Anche la politica è sorda alla domanda di cultura? Ci stiamo avvicinando alle elezioni e i beni culturali, il patrimonio d’arte sono fra i temi più snobbati nei programmi «E che non gliene frega niente a nessuno. Per conto del Fai ho coordinato una discussione con esponenti politici ed è stato – dice il professore dopo una pausa – alquanto imabrazzante». Quanto ai programmi dei partiti «una certa inclinazione per le tematiche culturali vive comunque nell’area di Bersani. Forse perché lui è laureato in filosofia con una tesi su Alberto Magno. Una sorta di romanticismo filo culturale, a destra, c’è poi fra quelli di Fini. Tutti gli altri se ne infischiano. Probabilmente hanno altri problemi». Con il progetto Save Italy lei aveva provato a lanciare un progetto e un movimento, possiamo fare qualcosa come cittadini? «Io penso di sì, bisogna fare fortemente i provocatori. Bisogna provocare reazioni». (simona maggiorelli)

Dal settimanale Left-avvenimenti

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L’alimentazione che protegge dal cancro

Posted by Simona Maggiorelli su novembre 10, 2012

La complessità dei quasi duecento malattie che che compongono la galassia cancro sono al centro  de I giorni della ricerca promossi dall’Airc, l’associazione italiana per la ricerca sul cancro 2012. Fino all’11 novembre continua la campagna Airc per la raccolta fondi. Intanto Umberto Veronesi rilancia l’importanza  della prevenzione. A cominciare da una sana alimentazione povera di grassi, Riproniamo qui un’intervista che il professore ha rilasciato a left riguardo all’importanza per la salute della scelta vegetariana

 

di Simona Maggiorelli

Quello che la medicina sta vivendo è un momento di grandi sfide, racconta a left un luminare della ricerca contro il cancro come Umberto Veronesi, direttore scientifico dell’Istituto Europeo di Oncologia, e inventore della quadrantectomia, una tecnica chirurgica di cui molte donne italiane gli saranno sempre grate, perché già in anni in cui la chirurgia plastica ricostruttiva non era così diffusa, risparmiava alle donne affette da carcinoma mammario lo scempio della mastectomia. « Le sfide che ci troviamo davati sono tante e tali- dice il professore – che richiederebbero un’intera trattazione. Dovendo sintetizzare come è richiesto in un’intervista direi che si sta scommettendo soprattutto sulla genetica, per sfruttare la capacità, che abbiamo acquisito con il sequenziamento del genoma dieci anni fa, di isolare i geni e di studiare la loro funzione a livello molecolare”.

Una frontiera della genetica che offre molte speranze e che promette anche importanti ricadute nella ricerca sul cancro. «Su questa base stanno nascendo i primi farmaci diretti a quei geni mutati che sono all’origine del cancro- spiega Umberto Veronesi -, i ricercatori stanno cercando di capire quali siano i geni coinvolti in ogni neoplasia per creare poi farmaci selettivi, cosiddetti “intelligenti”, che dovrebbero gradualmente sostituire i chemioterapici, o combinarsi a loro come già avviene per alcuni tumori. L’ultima frontiera della ricerca è poi costituita dalle cellule staminali tumorali, le vere responsabili dell’inguaribilità della malattia, perché sono in grado di migrare in altri organi e di dare origine alle metastasi. Nuovi farmaci mirati all’eliminazione delle staminali tumorali sono già in sperimentazione clinica sull’uomo e nei prossimi 5-10 anni potrebbero diventare disponibili per alcune forme di tumore”.

E mentre la ricerca sulle staminali tumorali, anche grazie al team di medici e ricercatori dell’Istituto milanese fondato dallo stesso Veronesi sta facendo interessanti passi avanti anche nel nostro Paese, altri importanti ambiti della ricerca come quello sulle staminali embrionali (che magari hanno minore ricaduta immediata e che, certamente urtano più da vicino i custodi della fede) in Italia incontrano enormi ostacoli e sono pressoché escluse dai finanziamenti pubblici. Tanto che all’ex ministro della Salute ed ex senatore Pd Veronesi anche in vista del suo intervento preannunciato per questo fine settimana a Roma al Congresso dell’Associazione Luca Coscioni non possiamo non chiedere: la politica italiana, più attenta ai diktat del Vaticano che alle ragioni della scienza, sta uccidendo la ricerca scientifica la ricerca nel Belpaese?

« Questo non è solo un problema politico- sottolinea Veronesi-. in Italia manca una cultura e una strategia per la ricerca. Sicuramente il Vaticano ho posto molti vincoli ideologici, ma bisogna dire con chiarezza che le sue posizioni “oscurantiste” non sono state adeguatamente contrastate per mancanza appunto di una solida cultura della scienza. Basti pensare – aggiunge – che il nostro Paese destina alla ricerca una quota di risorse pari soltanto all’1% del PIL. Fino ad oggi, grazie ai grandi sforzi dei ricercatori e al contributo della gente attraverso le associazioni private, miracolosamente la bilancia dei risultati si è mantenuta ancora a favore della ricerca. Ma si tratta di un equilibrio instabile, che non si mantiene da solo all’infinito. Tanto è vero che, per la prima volta dopo trent’anni, nel 2009 la produzione scientifica italiana ha smesso di crescere, anzi è arretrata sia in termini relativi, come percentuale dell’intera produzione mondiale, sia in termini assoluti, come numero di articoli scientifici pubblicati”. Considerazioni importanti che cercheremo di trovare l’occasione di approfondire in altra occasione con il professore, che intanto alla sua maniera, gentilmente, ci incalza riportandoci all’impegno preso di parlare di un’altra sua importante sfida: quella di diffondere la cultura vegetariana, anche per l’importanza che riveste nella prevenzione d i importanti malattie e per la ripartizione più equilibrata delle risorse sul globo. L’occasione è offerta dall’uscita del suo nuovo libro La scelta vegetariana, scritto con il giornalista scientifico Mario Pappagallo e  pubblicato da  Giunti.

Professor Veronesi che incidenza può avere una dieta vegetariana sulla salute umana? «Innanzi tutto un’alimentazione povera o priva di carne e derivati aiuta ad evitare obesità e sovrappeso, che sono i principali fattori di rischio per le malattie cardiocircolatorie, il cancro e il diabete. Chi è vegetariano- fa notare Veronesi – pesa, in media, il 10% in meno di chi non lo è: Il controllo del peso è favorito dal fatto che frutta e verdura sono alimenti poverissimi di grassi e ricchi di fibre».  Ma non solo. « La dieta vegetariana – prosegue – è efficace nell’ostacolare l’insorgenza o nel favorire la regressione di gravi patologie delle coronarie e costituisce una barriera a molte malattie cronico-degenerative grazie al suo basso contenuto di acidi grassi saturi, di colesterolo e di proteine animali e grazie alle sue alte concentrazioni di folati, antiossidanti e fitoestrogeni».

E per quantoriguarda poi più specificamente la prevenzione oncologica? « Oggi sappiamo che esistono nei vegetali molecole protettive per tipi specifici di tumore. Ad esempio- dice Veronesi – il licopene contenuto nei pomodori protegge dal cancro della prostata, l’indolo- tre- carbinolo contenuto nelle crucifere protegge dal cancro del seno, la catechina presente nelle foglie del tè contribuisce a proteggere dal tumore alla pelle, al colon, al polmone, al seno e alla prostata, il resveratrolo contenuto nell’uva e nel vino rosso protegge da patologie cardiovascolari. Alcuni vegetali, come la soia, sono ricchi di fitoestrogeni (sostanze simili agli ormoni femminili) e per questo possono svolgere un ruolo di regolazione di eventuali influenze ormonali sullo sviluppo di certi tumori».

Si può quindi pensare che chi segue un’alimentazione ricca di alimenti vegetali è meno a rischio di ammalarsi? “Certo e può vivere più a lungo. L’esempio che porto sempre è quello degli abitanti dell’isola giapponese di Okinawa: dieta ipocalorica, vegetariana e ricca in curcumina hanno prodotto la più alta percentuale di ultracentenari al mondo».

. E se una dieta ricca di carne, come lei argomenta nel libro può favorire l’insorgenza di tumori, quanto questo tipo di malattie sono invece determinate dall’ambiente , dall esposizioni a radiazioni o a inquinamento e quanto conta invece l’eredità genetica?

«Circa le cause dei tumori va detto innanzi tutto che il cancro è una malattia soprattutto “ambientale”, intendendo con questa parola l’ambiente interno ed esterno alla cellula. I fattori genetici- spiega Veronesi – sono responsabili solo del 3% dei tumori, i fattori riproduttivi ed endocrini lo sono per il 12% mentre i fattori ambientali sono la causa dell’85% di tutti i tumori. Quindi, nella maggior parte dei casi, la malattia si sviluppa per effetto di fattori ambientali collegati agli stili di vita individuali. Di questi la ricerca ne ha individuati con certezza alcuni che sicuramente incidono sulla formazione dei tumori: alimentazione, fumo (responsabile del 30% delle morti per cancro nel mondo), alcuni virus, esposizione a sostanze cancerogene soprattutto sul luogo di lavoro. Queste ultime sono all’origine del 4% dei tumori di origine ambientale, mentre gli agenti infettivi (virus cancerogeni conosciuti, come l’HPV o l’epatite B) sono responsabili di un altro 10%. Ma il fattore che incide di più- sottolinea Veronesi – è un’alimentazione sbagliata: ben il 30% dei tumori è dovuto all’alimentazione, in particolare a un’alimentazione troppo ricca di grassi di origine animale. Alcune forme, come il cancro intestinale, sono direttamente correlate al consumo di carne mentre altre, come il tumore dell’endometrio, sono legate all’obesità».

Diventare vegetariani però comprta anche rinunciare al pesce, che i nutrizionisti dicono ricchi di acidi grassi polinsaturi, i grassi “buoni” i cosiddetti omega 3.« Non a caso è diffuso il principio che si possa essere sostanzialmente vegetariani pur mantenendo un limitato consumo di pesce- approfondisce Veronesi -.Dal punto di vista nutritivo, il pesce è un prezioso alleato della salute. È un alimento magro, con un modesto contenuto di colesterolo e con una discreta quantità di iodio, utile per la prevenzione delle patologie tiroidee. Ma soprattutto i suoi grassi, oltre a essere simili a quelli vegetali (cioè caratterizzati prevalentemente da composti “insaturi”), sono anche ricchi di acidi grassi polinsaturi, appunto gli omega3, che funzionano da protettori per cuore e arterie.Dunque il pesce non andrebbe evitato né per ragioni di salute né per ragioni ambientali. Per ragioni etiche però sì».

Da ultimo mi permetta una curiosità: Scegliere un’alimentazione vegetariana ha sempre corrisposto nella storia dell’umanità a una scelta etico -filosofica. I filosofi pitagorici, lei ricorda nel libro, per esempio, consideravano la carne come un alimento che ostacola la vigilanza della mente. Una superstizione? «La posizione dei pitagorici è forse troppo drastica. È vero però che essere vegetariani è l’espressione di una filosofia di vita che esclude ogni forma di prevaricazione e privilegia sempre il rispetto per tutti gli esseri viventi. Per questo l’alimentazione vegetariana è considerata in molte culture, spesso in associazione al digiuno, una forma di ascesi, che realmente facilita la riflessione e la concentrazione perché, essendo naturalmente più frugale e digeribile di quella carnivora, appesantisce di meno l’organismo e favorisce la lucidità mentale.

dl settimanalea left-avvenimenti 30 settembre 2011

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In Viaggio con Matisse

Posted by Simona Maggiorelli su agosto 25, 2012

di Simona Maggiorelli

Matisse,La Falesia d’Aval e il cottage di Etretat,1920

Negli ultimi anni si è molto discusso se abbia senso l’attuale corsa alla costruzione di grandi musei, visivamente anche spettacolari come quelli creati da archistar com Frank Ghery, ma che finiscono per essere delle scatole intercambiabili, contenitori di un grande numero di pitture e sculture decontestualizzati dal territorio in cui sono inseriti e dalla storia delle opere stesse.

È stato l’ex direttore del Museo Picasso di Parigi, Jean Clair ad aprire la querelle con un duro J’accuse contro il Louvre intenzionato a prestare parte della propria collezione al nascente museo di Abu Dhabi. Poi a quel suo acuminato pamphlet (edito in Italia da Skira) hanno fatto eco studiosi come Salvatore Settis stigmatizzando la diffusione di un modello americano che concepisce i musei come “cattedrali nel deserto”; un tipo di organizzazione espositiva che, se può avere una sua ragione Oltreoceano dove la storia dell’arte non ha una tradizione millenaria, poco senso ha da noi dove la tutela ha radici antiche. Ma soprattutto l’Italia (come ricorda anche Philippe Daverio nel suo nuovo L’arte di guardare l’arte  appena uscito per Giunti)  si caratterizza per un “museo diffuso” sul territorio, con palazzi storici, chiese, castelli che sono tutto il contrario di contenitori anonimi. Proprio per questo, con l’idea di valorizzare alcuni edifici di pregio, in un ideale Grand Tour  – in questo caso di opere, non di artisti -, il Ministero per i Beni culturali ha organizzato in collaborazione con la Fondazione Bemberg di Tolosa la mostra Viaggio in Italia: un trittico di esposizioni che lungo la costa adriatica, fa tappa nel Castello di Miramare a Trieste, nella Rocca di Gradara e nel Castello Normanno-Svevo di Bari, facendone teatri di capolavori di Lucas Cranach, di maestri fiamminghi, ma anche di pittori delle avanguardie storiche come Matisse.

Ma veniamo alle singole esposizioni aperte fino al 30 ottobre. Nel Castello a picco sul mare triestino la mostra “Sì dolce è il tormento: l’amore in tre capolavori” propone un affascinante assolo di Lucas Cranach il Vecchio (1472-1553), “rivale” di Dürer e amico di Lutero, nonché autore di nudi femminili misteriosi e sensuali come in Venere e Cupido, qui insieme al caustico Il vecchio innamorato e alla scena mitologica Diana e le ninfe sorprese da Atteone.

Signac, Alberi in fiore, fine del XIX secolo

La Rocca di Gradara, intanto, ospita una piccola summa di arte dalle Fiandre. Con la Madonna in tessuti arabesque di Van der Weyden che influenzò la pittura italiana nel secondoQuattrocento. La lezione leonardesca, invece, si nota nello sfumato di Isenbrandt, rappresentato nelle Marche da una Madonna col bambino della prima metà del Cinquecento. E ancora, la penetrazione psicologica del ritratto fiammingo è raccontata da una tela di Benson, maestro di Bruges, mentre il realismo nordico e grottesco dalla corrosiva Scena di locanda di Pieter Brueghel. Infine ecco anche il San Girolamo di Patinir, innovatore delle vedute paesaggistiche, tra descrizione naturalistica e visionarietà.

Il Castello di Bari, invece, si apre all’avanguardia maturata tra Ottocento  e primo Novecento, con il pointilliste Signac e il suo Alberi in fiore, un olio in cui la ricerca scientifica sul contrasto simultaneo del colore diventa il fulcro di un’arte a dire il vero assai razionale. E se Pierre Bonnard già cercava di prendere le distanze dall’impressionismo con il suo onirico scorcio parigino Il ponte dei Santi Padri, fu Matisse a fare un vero salto di qualità verso una pittura che cercava l’essenziale e la sintesi di una forma latente e più profonda dietro la percezione oggettiva.

da left Avvenimenti

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Nella fucina dell’Umanesimo

Posted by Simona Maggiorelli su luglio 31, 2012

di Simona Maggiorelli

Paolo Uccello, La battaglia di San Romano, Uffizi

Una selva di lance spezzate e il bagliore delle armature. E poi il sangue, i soldati morti mentre i cavalli scalciano con vigore. Così rappresentava, con una prospettiva inedita e in scorci vertiginosi, la Battaglia di San Romano (1438-1440) il pittore Paolo Uccello.

La tela conservata agli Uffizi, dopo tre anni di restauro, ha recuperato ora una piena leggibilità. Brillano gli inserti d’oro e d’argento ma soprattutto emerge la raffinata pittura tonale che dà profondità alla scena, in cui anche lo spettatore è come risucchiato.

Quella che Paolo Uccello offre è una magnifica visone dello scontro fra senesi e fiorentini, una potente orchestrazione di «caos, clamore, urto, sventolio araldico e sonorità metalliche d’un estremo sogno cavalleresco», come annota la soprintendente al Polo Museale Fiorentino Cristina Acidini in un suo saggio pubblicato nel catalogo Giunti della mostra Bagliori dorati. Il gotico internazionale a Firenze

. Una rassegna aperta fino al 4 novembre nella Galleria degli Uffizi e che alla fine di un percorso di oltre cento opere culmina proprio con la Battaglia di San Romano, l’unica tavola del celebre trittico di Paolo Uccello rimasta in Italia. (Le altre  due tele , come è noto, sono alla National Gallery di Londra e al Louvre di Parigi).

Curata dal direttore degli Uffizi Antonio Natali, con Enrica Neri Lusanna e Angelo Tartuferi, questa mostra è l’ideale proseguimento di quella di un paio di anni fa intitolata L’eredità di Giotto, e che si fermava al 1375. La tesi scientifica di questa importante esposizione – che riunisce capolavori di Gentile di Fabriano come la Pala Strozzi e opere giovanili di Paolo Uccello come L’Annunciazione proveniente da Oxford o la Madonna di Antonio Veneziano conservata ad Hannover – è che il gotico internazionale, nelle sue varie declinazioni fosse già parte dell’Umanesimo, al pari del filone innovativo che va da Masaccio a Donatello e Brunelleschi.

La Battaglia di San Romano, da questo punto di vista, si presenta proprio come una sintesi potente della complessità intellettuale e creativa di quella speciale stagione dell’arte fiorentina che senza soluzione di continuità procede dal Trecento al secolo successivo e in cui, per dirla con Natali, «rigore matematico e sperticate fantasie convissero, intersecandosi talora».

Lorenzo Monaco, particolare

Tutto ciò è raccontato attraverso una scelta di opere realizzate tra 1375 e il 1440, fra cui dipinti di Angelo Gaddi, Beato Angelico, Lorenzo Monaco, ma anche di Masolino da Panicale, Antonio e Domenico Veneziano e altri artisti dai nomi meno noti al grande pubblico ma che testimoniano bene della ricchezza di stili e di sperimentazioni della Firenze protoumanista.

Dove un ruolo preminente aveva anche la scultura che doveva esprimere la magnificenza della città legittimandone il primato culturale e politico. Un aspetto indagato anche dallo storico dell’arte ungherese Miklós Boskovits scomparso un anno fa a Firenze. Fra i massimi studiosi del XIII-XV secolo, ai suoi lavori si deve la rilettura del Quattrocento fiorentino come fucina di innovazione in cui un raffinato gotico internazionale incontrava l’interesse per l’umano e lo studio della classici.

Una koinè che, come argomenta Michele Tomasi nel suo L’arte del Trecento in Europa (Einaudi), risulta incomprensibile se letta in contrapposizione con il Trecento e senza considerare il coevo contesto europeo.

da left-avvenimenti

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L’oro vivo delle donne di Klimt

Posted by Simona Maggiorelli su gennaio 31, 2012

Benché espunto dalle teorie cromatiche, fece di quel “non colore” la cifra preziosa  del suo omaggio all’universo femminile

di Simona Maggiorelli

klimt, Ritratto diAdele Bloch Bauer

Più che il ritratto di un artista è un complesso ritratto di un’epoca quello che Eva di Stefano tratteggia nella bella monografia Gustav Klimt, l’oro della seduzione (Giunti). Un libro affidato alla molteplicità di protagonisti che nella Vienna di fine Ottocento  e di inizi Novecento contribuirono a dar vita, ciascuno con un personale accento, «allo straordinario laboratorio di un’avanguardia intellettuale impegnata a ridefinire la soggettività moderna». In primis attraverso la strada dell’arte.
Così la poesia alta di Hofmannsthal, l’iconoclastia musicale di Schönberg. gli interventi corrosivi e sferzanti di Kraus ma per certi versi anche la prosa di Schnitzler, che fotografava il declino di una borghesia sonnambula e nihilista, raccontano gli smottamenti di un’élite tardo imperiale che si scopriva decadente ma anche sotterraneamente in movimento, alla ricerca di una dimensione diversa dalla piatta razionalità positivistica. Nonostante Freud e i suoi tentativi di rinchiuderla in un’opprimente gabbia religiosa e sessuofobica.
«Mentre Freud elabora la sua teoria sull’origine sessuale della nevrosi – ricorda l’autrice – un giovane ebreo viennese ,Otto Weinger, scrive un libro delirante, Sesso e carattere, dove fa oggetto di speculazione pseudo filosofica l’inferiorità femminile». Ma Klimt «l’artista aureo della viennesità fine secolo», sostiene Eva di Stefano, fu uno dei suoi aperti oppositori. Dunque non sarebbe stato solo un artista raffinato e “bizantino” ma anche colui che più di ogni altro tentò con la sua arte di capovolgere l’assunto misogino di Weininger (e di Freud). «Proprio ciò che nelle pagine di Sesso e carattere giustifica il disprezzo della femminilità diventa nelle sue icone motivo di idolatria. Che si tratti di figurazioni allegoriche o di ritratti di signore – annota di Stefano – è sempre la medesima donna del mito a essere protagonista». Fedele all’idea di Hofmannsthal che la verità più profonda vada nascosta in superficie, Klimt fece dell’oro, di quel non-colore che era stato espunto dalle teorie cromatiche, l’essenza della sua poetica e la cifra di un suo prezioso omaggio all’universo femminile.

Ne fece materia viva e incandescente per dipingere il suo universo di dee pagane, ieratiche e lontane come la maestosa Pallade Atena, ispirata a von Stuck. Ma anche materia alchemica per dare riflessi sfaccettati e “movimento” interno a stilizzati ritratti di amiche e amanti che nulla concedono a più domestiche e realistiche volumetrie.

da left-avvenimenti 6 febbraio 2010

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Nel segno del genio

Posted by Simona Maggiorelli su ottobre 12, 2011

Duecento opere di Picasso in Palazzo Blu a Pisa. Dal 15 ottobre una grande retrospettiva apre finestre inedite ( in Italia) sulla sua opera grafica e sulla produzione più politica dell’artista spagnolo che in Sogno e menzogna di Franco stigmatizzò il regime in un crescendo di invettiva

di Simona Maggiorelli

Picasso, Le-chant-des-morts,1948

«Picasso non fu mai un pittore astratto» dice Claudia Beltramo Ceppi curatrice della mostra Ho voluto essere pittore e sono diventato Picasso che, si apre il 15 ottobre in Palazzo Blu a Pisa e realizzata in collaborazione con i musei Picasso di Barcellona, di Antibes e di Malaga. «Non è mai stato un pittore astratto se per astrazione s’intende cancellazione e perdita di rapporto con la realtà», precisa la storica dell’arte.

Del resto Picasso stesso, rivendicando una pittura che va oltre la superficie delle cose per coglierne il senso nascosto, annotava: «dipingo quello che gli altri dicono di vedere ma che non vedono». E altrove aggiungeva: «La pittura è una professione da cieco: uno non dipinge ciò che vede, ma ciò che sente, ciò che dice a se stesso riguardo a ciò che ha visto».

Con una poetica che rompe radicalmente con gli schemi razionali della prospettiva rinascimentale e con ogni idea di armonia e bellezza classica, Picasso attraversò tutti i generi, ricreando con segno dirompente, originalissimo, una lunga tradizione pittorica. Poco più che ragazzino aveva avuto il coraggio di abbandonare il realismo virtuosistico delle prime prove da enfant prodige a Malaga. Per aprirsi a una ricerca che, nei primi anni del Novecento, e in modo del tutto inaspettato, lo avrebbe portato alla rivoluzione cubista. Ed è proprio questa sorprendente capacità picassiana di cambiare continuamente pelle, insieme al suo sapere guardare in profondità il reale, il solido asse tematico su cui Beltramo Ceppi ha costruito il percorso di questa antologica che, nei nuovi spazi espositivi sul lungarno pisano, resterà aperta fino al 29 gennaio.

Pablo Picasso

Una mostra che porta in Italia oltre duecento opere del genio spagnolo fra dipinti, ceramiche, disegni e importanti serie di litografie e acqueforti, senza dimenticare un’ampia selezione di libri illustrati da Picasso. «Quando ho cominciato a lavorare su progetto di questa esposizione  mi sono accorta che proprio questo aspetto della sua opera era fra i meno noti in Italia» racconta la curatrice, responsabile anche del catalogo Giunti Gamm che accompagna la retrospettiva. Da qui l’idea di provare a radunare la serie completa della Suite Vollard (1939) composta di 99 fogli e nota come uno dei punti più alti dell’opera grafica di Picasso. Dalla sequenza in drammatico chiaro-scuro emergono così le figure di una personalissima mitologia picassiana popolata di fauni, centauri e Minotauri. «Vista nel suo insieme l’opera si presenta come uno straordinario e complesso diario iconografico dal segno fortemente onirico di cui – ricorda Beltramo Ceppi – si può trovare un precedente solo nei Capricci di Goya pubblicati nel 1797 con il titolo Sueños».

Accanto alla riproposizione integrale della Suite, un altro obiettivo raggiunto della mostra in Palazzo Blu è la raccolta e la presentazione delle tredici acqueforti realizzate da Picasso nel 1931 per l’edizione illustrata de Le Chef-d’œuvre inconnu di Balzac che fu pubblicata da Vollard. Casualmente, nel 1937 l’artista spagnolo si trovò a vivere nel palazzetto del Seicento tra rue des Grands-Augustins e il lungosenna omonimo in cui Balzac aveva ambientato il suo racconto sul pittore Frenhofer, amico di Poussin, ma a differenza del maestro del classicismo seicentesco, sdegnoso di ogni mimesi e alla continua ricerca di una forma nuova e sempre sfuggente.

«Un racconto che esercitava una suggestione fortissima su Picasso» ricostruisce Beltramo Ceppi sulla scorta delle testimonianze di Brassaï, «tanto da dedicargli una importante serie di opere che sviluppano il rapporto fra il pittore e la modella». Ma nelle acqueforti ispirate dal racconto di Balzac compaiono anche drammatiche riletture del tema della corrida, qui intesa come rappresentazione drammatica e civile della condizione del popolo spagnolo sotto Franco. Mentre alcune litografie come Taureau et cheval già rimandano a immagini di tori e cavalli de pique come le ritroveremo poi in Guernica.

Picasso, Guernica, particolare

Dopo l’adesione di Picasso alla resistenza antifranchista, il governo della Repubblica, come è noto, gli chiese di dipingere un’intera parete del padiglione spagnolo all’Esposizione universale di Parigi del ‘37. Fu così che proprio nell’atelier di rue des Grands Augustins, dopo il drammatico bombardamento di Guernica in cui persero la vita migliaia di civili, Picasso dipinse l’omonimo quadro. Un’opera forse non geniale come le Demoiselles d’Avignon con cui nel 1907 Picasso inaugurò la stagione cubista ma che resta comunque un cardine nella lunga carriera del pittore spagnolo e il segno più popolare del suo impegno antifascista. Anche per la presa di posizione insolitamente diretta con cui Picasso (che era solito far parlare le sue opere piuttosto che rilasciare dichiarazioni) annunciò il suo intento dipingendo Guernica: «Il conflitto spagnolo è la lotta della reazione contro il popolo, contro la libertà. Tutta la mia vita di artista – dichiarò Picasso in quella occasione -, non è stata altro che una lotta continua contro la reazione e contro la morte dell’arte. Come si potrebbe pensare per un solo momento che io possa essere d’accordo con i reazionari e con la morte?».

E in una mostra che si propone di ripercorrere tutta la carriera di Picasso dal 1901 al 1970 con una particolare attenzione al Picasso più engagé, un’opera come Guernica non poteva essere trascurata. «Non potendo averla in prestito per ovvi motivi mi sono posta il problema di come riuscire ad evocarne la presenza, senza scendere di livello» confessa Beltramo Ceppi. Da questa esigenza è nata l’idea di proporre alcuni disegni preparatori di Guernica di modo che, in sequenza, permettano allo spettatore di “entrare” nella fucina creativa di Picasso, leggendone in filigrana le intuizioni, i rapidi cambi di rotta, i ripensamenti. «L’obiettivo è quello di far conoscere al pubblico come lavorava. Gli schizzi e i disegni permettono di seguire il processo creativo, di seguire il formarsi e precisarsi dell’immagine sulla carta. Cosa che del tutto impossibile con le tele perché Picasso le ridipingeva continuamente e a occhio nudo non si vede il precedente».

E continuando a fare ricerche ad ampie raggio nei “dintorni” di Guernica la mostra pisana ha il merito di riportare in primo piano anche Sogno e menzogna di Franco , una composizione di acqueforti progettate da Picasso nel 1937 per finanziare la Repubblica di Spagna che stava combattendo contro le milizie di Franco. «In due giorni – ricostruisce Beltramo Ceppi – picasso realizzò la prima lastra e parte della seconda, raffigurando il futuro dittatore come un mostro , impegnato nelle azioni più spregevoli». Colpiscono in particolare le scene in cui Franco prega circondato da un filo spinato, «ma appare significativa anche la scena in cui il dittatore prende a picconate un’opera d’arte. In un passo del testo che accompagna le immagini- racconta la curatrice – Picasso evoca grida di bambini e di donne denunciando le atrocità franchiste in un crescendo di invettiva grafica e poetica che sembra preannunciare Guernica». Parole che nella mostra compariranno riprodotte nella grafia originale di Picasso, «in rosso sangue», accanto a brani de Le Chant des morts, il libro che nel 1948 Picasso pubblicò in collaborazione con Pierre Reverdy.

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Avventure di carta

Posted by Simona Maggiorelli su agosto 5, 2011

di Simona Maggiorelli

Marilyn

Viaggiare con la fantasia, avendo finalmente un po’ di tempo da dedicare ai libri e all’approfondimento. Con l’avvicinarsi delle vacanze arriva anche l’occasione buona per nutrire la mente con buone letture. E se la crisi picchia dura e siete fra quegli italiani (uno su cinque dicono le statistiche) che quest’estate resterà a casa, tanto più vale godersela in poltrona, con un buon romanzo o un saggio illuminante. Ecco dunque un vademecum di proposte per tuffarsi in un limpido mare di storie, di idee, di racconti.

Sulle rotte delle tigri della Malesia. Attenzione, attenzione, le tigri di Mompracem sono tornate. E in chiave decisamente antimperialista. Dopo aver raccontato le gesta del Che e quelle di Zapata, Paco Ignacio Taibo II con il romanzo Ritornano le tigri della Malesia (Marco Tropea) si è messo sulle tracce di Salgari riscrivendo – in omaggio al grande scrittore di cui ricorre il centenario della morte – una delle saghe più famose di Sandokan. In questa spassosa reinvenzione Taibo II ripercorre le lotte di indipendenza del Sud-Est Asiatico dall’oppressore occidentale, viste dalla parte di quei ribelli che la letteratura europea storicamente ha sempre tratteggiato negandone l’identità e la cultura. E sulle tracce di Salgari, in termini biografici, si è messo anche Ernesto Ferrero che per Einaudi ha ripercorso la vita travagliata dello scrittore che “Fin da ragazzo amava disegnare le navi, vascelli alberati, cutter , brigantini e più c’erano alberi e vele e sartie più godeva”, racconta Ferrero nel suo libro Disegnare il vento fra i cinque finalisti del Premio Campiello 2011. Il titolo è mutuato da un autoritratto dello stesso Salgari . “ Di sé diceva che amava disegnare il vento; per lui – aggiunge Ferrero – era un po’ come disegnare la libertà, la forza, la vita. Rendere visibile l’invisibile”. E se poi sarete tentati di riassaggiare il gusto della prosa salgariana che accendeva i nostri pomeriggi d’infanzia Einaudi ha appena ripubblicato l’intero ciclo del Corsaro nero in edizione economica.

Passaggio ad Oriente

Dalla Malesia salgariana al fascino dell’Indonesia, un Paese che conta 240 milioni di islamici, ma che è di fatto una nazione dell’identità poliedrica, complessa, meticcia. Ne ripercorre le molteplici e affascinanti facce – dai quartieri più frenetici e ricchi di Giacarta ad isole sperdute ricche di mitologia – la giovane scrittrice indonesiana Nukila Amal nel romanzo Il drago cala Ibi, uno degli ultimi titoli pubblicati dalla casa editrice Metropoli d’Asia, nata da una costola di Giunti . Da qualche mese Metropoli d’Asia veleggia indipendente nel mercato dell’editoria continuando a proporre freschissimi romanzi e noir che raccontano dall’interno come sta cambiando il Sud-Est Asiatico. Un’altra preziosa guida in questa area del mondo è la casa editrice O barra O che ha appena pubblicato un importante libro testimonianza di Win Tin, braccio destro di Aung San Suu Kyi e coordinatore della Lega nazionale per la democrazia. Nel volume Una vita da dissidente risuona forte e coraggiosa la sua voce contro la la violenza della giunta militare al potere in Birmania. E ancora si può idealmente viaggiare in Asia con il giornalista Claudio Landi, (voce di Radio Radicale e autore della trasmissione “L’ora di Cindia”) che con La nuova via della Seta (O Barra O) ci aiuta a capire i repentini cambiamenti di geopolitica che riguardano quell’ampia zona che va dalla Cina all’India. E ancora: il viaggio può continuare con titoli freschi di stampa come Storia dell’India e dell’Asia del sud (Einaudi) dello storico americano David Ludden , come Il Giappone moderno, una storia politica e sociale (Einaudi) di Elise K. Tipton e, per quanto riguarda la Cina, si può ricorrere alla splendida enciclopedia Einaudi in tre volumi di cui è appena uscita la monografia a cura del sinologo Maurizio Scarpari sulle origini della civiltà cinese. Ma per leggere la storia orientale con occhi nuovi, fuori dal pregiudizio eurocentrico, da non lasciarsi sfuggire è anche l’affascinante e complesso ritratto di Gengis Khan che ha tracciato l’orientalista René Grousset nel libro Il conquistatore del mondo ( Adelphi) ricostruendo l’antico tessuto culturale a cui l’indomabile condottiero mongolo ricorse per ammantare di mistero il proprio regno.

Dopo la rivolta del Medioriente

Percorrendo quelle vie che dall’estremo Oriente, fin dall’antichità, arrivavano in Turkemenistan e in Turchia, arriviamo così – pagina dopo pagina – in una delle zone politicamente più calde del momento: il Medioriente delle rivoluzioni giovanili che chiedono maggiori diritti e democrazia. Accade non di rado che le intuizioni degli scrittori precedano gli eventi. E’ il caso dello scrittore algerino Amara Lakhous, conosciuto in Italia per il bestseller Scontro di civiltà per un ascensore a piazza Vittorio, che ora ha deciso di ripubblicare per le Edizioni e/o Un pirata piccolo piccolo, quel suo primo e sorprendente romanzo che negli anni Novanta non trovò un editore in Algeria disposto a pubblicarlo perché giudicato troppo franco ( e per questo pericoloso) nel raccontare il malessere della gioventù algerina delusa dalle false promesse del Fronte di liberazione nazionale. Scritto con piglio sagace, da commedia nera, il libro di Lakhous preconizza le rivolte a cui abbiamo assistito negli ultimi mesi. E’ un coraggioso affondo, invece, nella mancanza di giustizia sociale che attanaglia la Siria il potente romanzo dello scrittore dissidente siriano Khaled Khalifa. Un libro dal titolo provocatorio, Elogio dell’odio (Bompiani), e che affresca la dura realtà siriana con gli occhi di una giovane studentessa universitaria cresciuta in una famiglia tradizionale e alla ricerca di una via di fuga dalla violenza dei fondamentalisti. Dalla fiction alla cronaca che talora va crudelmente oltre la fantasia. E’ un messaggio di denuncia fortissimo contro la violenza della teocrazia di Ahmadinejad il libro dell’iraniano Arash Hejazi il giovane medico che il 20 giugno del 2009 cercò inutilmente di rianimare Neda colpita a morte dai cecchini del regime durante la rivolta di piazza contro i brogli elettorali. Con il titolo Negli occhi della gazzella il libro (che è uscito in Italia per Piemme), è stato scritto in Inghilterra dove Hejazi vive da rifugiato, anche grazie all’appoggio dello scrittore Paolo Coelho. Da un medico a un altro medico, autore di un libro-testimonianza toccante e di grande peso politico: Parliamo del ginecologo palestinese Izzeldin Abuelaish che nel suo Non odierò (Piemme) racconta l’attacco dell’esercito israeliano alla popolazione civile palestinese. In un raid, non molto tempo fa, hanno perso la vita anche le sue figlie adolescenti. In queste pagine ripercorre le ragioni che lo spingono a continuare il suo lavoro di medico in quelle zone martoriate cercando di contribuire a un futuro di pace. E ancora due libri pensando all’Iraq devastato dalla guerra americana: il viaggio racconto di un giovane scrittore italiano, Luigi Farrauto, in Senza passare per Baghdad (Voland) e , soprattutto, Addio Babilonia, il romanzo scritto negli anni Settanta dallo scrittore iracheno Naim Kattan e ora pubblicato in Italia da Manni, un libro in cui riaffiora tutto il fascino di una città dalla tradizione antichissima, così come era prima che fosse oppressa dal regime di Saddam e dalle guerre. E , prima di voltare pagina, per chi volesse continuare ad approfondire, il nostro consiglio non riguarda un solo libro, ma una intera collana, la nuova RX di Castelvecchi dove di recente sono usciti titoli come Mediterraneo in rivolta di Franco Rizzi (con la prefazione di Lucio Caracciolo) e L’età dell’inganno del Nobel egiziano Mohamed El Baradei, sulle minacce nucleari e l’ipocrisia delle nazioni.

Se la letteratura si scopre green

Da un po’ di tempo non è più solo la saggistica ad aiutarci a capire i danni che questo sistema di produzione e di consumo sta producendo al pianeta. Di fatto le tematiche ambientali colpiscono sempre più la fantasia degli scrittori. Grandi e piccoli. Da Ian Mc Ewan che con Solar (Einaudi) ha affrontato il tema di una scienza applicata che non sa affrancarsi dalle pressioni di mercato fino a esordienti di talento come la francese Elisabeth Filhol che nel suo romanzo La centrale, (Fazi editore) con stile affilato e lucido, affronta la minaccia che viene dalle centrali nucleari. Un tema che ha ispirato anche il nostro Francesco Cataluccio che nel romanzo Chernobyl (Sellerio) torna idealmente nella cittadina russa dove avvenne uno dei più grandi disastri nucleari e dove la vita, da quel 26 aprile del 1986 , non è più tornata normale. E ancora, è un romanzo di formazione, che si compie drammaticamente sullo sfondo di una discarica il romanzo Corpi di scarto di Elisabetta Bucciarelli pubblicato da Edizione Ambiente. Racconta la storia di un ragazzino cresciuto troppo in fretta fra sacchi di immondizia, acqua sporca e cumuli di ferro rugginoso.

Accanto alla letteratura di denuncia, e quasi in parallelo, per fortuna, fiorisce anche quella che ci invita alla scoperta di angoli ancora miracolosamente intonsi del nostro pianeta, come il libro Luoghi selvaggi (Einaudi) dell’alpinista, docente di Cambridge e collaboratore della BBC Robert MacFarlane che ritrovando il piacere che aveva da bambino nel fantasticare sui luoghi selvaggi della letteratura, ha scritto questo avvincente diario dei suoi viaggi dalle isole Skelligs alle vette di Ben Hope, fra Scozia Inghilterra e Irlanda. E’ un viaggio di esplorazione nella giungla africana, alla scoperta di antichi miti e riti di stregoneria invece Spiriti guerrieri, mappa nell’Africa nera (Corbaccio) del giornalista inglese e inviato di guerra Tim Butcher. Infine, passando dietro lo specchio, con un rocambolesco salto dalla realtà all’immaginazione più visionaria, torna un vecchio sciamano della letteratura sudamericana come Alejandro Jodorowsky tracciando ne Il pappagallo dalle sette lingue (Giunti) un alchemico viaggio nel Cile degli anni Quaranta. E se quel vecchio lupo di mare di Jodorowsky ci invita a guardare a un passato magico e onirico, all’opposto, è un salto nel futuro quello che ci invita a compiere il docente di scienze della terra dell’Università della California , Laurence C. Smith, nel volume 2050 (Einaudi) dove indaga come potrà essere la Terra fra quarant’anni, sotto la spinta demografica, del cambiamento climatico e della globalizzazione.

Intanto, per cominciare a vedere i segni di questi cambiamenti nel nostro presente, Adriano Labbucci in un delizioso pamphlet scritto per Donzelli, invita a fare una cosa semplicissima e alla portata di tutti i portafogli: camminare. Tenendo svegli i cinque sensi, lasciandosi andare, anche se meta come insegnava, da flâneur, Walter Benjamin, lasciando che sia la realtà ad emozionarvi e sorprendervi.Camminare. Una rivoluzione. Promette Labbucci fin dal titolo.

Alla riscoperta del Belpaese

Cammina, cammina, si possono riscoprire le bellezze paesaggiste e artistiche di questa maltratta Italia. Che in barba a cartolarizzazioni e svendite da finanza creativa tremoniana e non, miracolosamente continuano a resistere. Così se quest’estate decideste di calzare un cappello da turista e di avventurarvi fra monumenti e musei avremmo da suggerirvi come suggestivo Baedeker i volumi ( leggerissimi, da portare in tasca) della ottima collana di storia dell’arte “sms” varata da Skira, ma anche l’insolita serie di romanzi brevi ispirati a grandi artisti del passato che sempre Skira ha varato da qualche tempo e in cui si s’incontrano Vita allegra di un genio sventurato, la biografia romanzata di Benvenuto Cellini, carnale e ribollente di passioni, scritta dall’attore Marco Messeri, ma anche il libro, raffinatissimo che Anna Banti dedicò a Lorenzo Lotto e che da tempo era fuori catalogo. Ma anche l’esordio nella narrativa dell’ex soprintendente Pietro Marani che ne Le calze rosa di Salaì immagina Francesco Melzi, allievo di Leonardo da Vinci alla ricerca di un quadro perduto del grande maestro del Rinascimento. E quanto più si apprezzeranno le superstiti bellezze del Belpaese, tanto più si potrà capire l’importanza politica e civile di pamphlet come A che serve Michelangelo?(Einaudi) in cui lo storico dell’arte Tomaso Montanari denuncia l’uso politico e truffaldino che questo governo di centrodestra ha fatto del nostro patrimonio e di libri come Paesaggio Costituzione cemento (Einaudi) in cui l’ex direttore della Normale di Pisa, Salvatore Settis traccia il quadro drammatico dello scempio che si sta compiendo in Italia.

Quel pasticciaccio brutto del Paese Italia

Mentre l’informazione libera è sempre più sotto attacco in Italia molti giornalisti di vaglia si sono dati a scrivere la storia politica dell’Italia dei nostri giorni, offrendo strumenti indispensabili per ripensare episodi bui della nostra storia. Come ad esempio l’assassinio di Carlo Giuliani da parte dalle forze dell’ordine, dieci anni fa al G8 di Genova di cui sono tornati ad occuparsi Guadagnucci e Agnoletto con il libro L’eclisse della democrazia Feltrinelli, ma anche scrittori e letterati di diversa estrazione ( da Carlotto a Balestrini, da Ravera a Voce) nel volume a più mani Per sempre ragazzo, racconti e poesie a dieci anni dall’uccisione di Carlo Giuliani edito da Marco Tropea. Per provare a capire qualcosa di più nella sciarada dei poteri forti e deviati che- non da ora – intossicano il Belpaese. Scritto con stile avvincente, quasi da romanzo il libro di Fedetico Varese Mafie in movimento (Einaudi) aiuta a capire come il crimine organizzato in Italia stia conquistando nuovi e inaspettati territori. Ma per capire l’oggi delle lobbies segrete e dei comitati affaristici infiltrati nello Stato una lettura importante, per molti versi sconvolgente, è quella del libro di Anna Vinci La P2 nei diari segreti di Tina Anselmi: un libro che ricostruisce i taccuini tenuti minuziosamente dalla parlamentare democristiana che ebbe l’incarico di guidare la commissione di inchiesta sulla P2. Ne escono pagine che parlano senza infingimenti del conivolgimento di personalità di spicco della politica italiana e la Anselmi ebbe il coraggio e l’onestà di non tacere anche quando si trattava di esponenti del suo partito , la Dc. Fatto curioso ma non troppo, i risultati di quella indagine furono praticamente insabbiati e solo oggi quelle importanti carte vedono la luce grazie al coraggio di Chiarelettere. Per i tipi della casa editrice milanese di recente è uscito un altro bel libro che ci invita a rileggere pagine ancora importanti e valorose della nostra storia, come la Resistenza. In concomitanta con l’uscita del pamphlet Indignatevi dell’ex partigiano francese Stephan Hassel (di cui Salani editore ora pubblica anche il nuovo Impegnatevi!) , Chiarelettere ha mandato alle stampe la toccante memoria, Ribellarsi è giusto di un altro ex partigiano oggi ultranovantenne, l’avvocato torinese Massimo Ottolenghi. Un libro in cui l’ex militante del partito d’azione, nato da una famiglia di origini ebraiche, ripercorre la vicenda che lo portò ad essere ostracizzato dall’università e costretto a far passare le figlie per pazze per salvarle dal lager, ma anche le battaglie poi da magistrato per la ricostruzione dell’Italia, lanciando un messaggio appassionato ai giovani di oggi perché non rinuncino a lottare per un Paese migliore. E come una lettera aperta ai giovani è scritto lo stringente ed essenziale libro di Stefano Rodotà , Diritti e libertà nella storia d’Italia (Donzelli) editore in cui il giurista ripercorre la vicenda di uno Stato italian nato sotto il segno di un forte dibattito sulla laicità e culminato nella scrittura di una Carta costituzionale fra le più avanzate in Europa e che, dopo straordinarie conquiste come la legge sul divorzio e quella sull’aborto, oggi si vede preda di una politica genuflessa e – per compiacere i diktat vaticani, disposta a fare leggi come quella sul testamento biologico appena passata alla Camera e che lede profondamente i diritti di autodeterminazione dei cittadini. Curiosamente proprio nell’anno in cui si festeggiano i 150 anni dell’unità d’Italia fioccano provvedimenti iniqui e liberticidi. Fare la differenza con le passioni che mossero i nostri avi nel Risorgimento può allora essere un sano choc. Andatevi a vedere per esempio, la bella e romanzesca biografia L’isola e il sogno (Fazi) in cui Paolo Ruffilli ripercorre la breve vita di Ippolito Nievo, giovane avvocato e scrittore colto e appassionato, ma anche militante garibaldino, scomparso ahinoi troppo presto nell’impresa dei mille del 1861 poco prima che fosse proclamata l’Unità d’Italia, ma appassionante – fuori da ogni accento agiografico – è anche la raccolta di ritratti di personaggi messa a punto da Lorenzo del Boca in Risorgimento disonorato (Utet), in cui affiora un mosaico di personaggi straordinari che lottarono per rendere l’Italia indipendente dalla tirannide austriaca, ma anche per liberare il Paese dai tanti “tirannelli austriacanti”. Fra questi s’incontra anche un un patriota di Forlì noto come strozzapreti!

( ha collaborato Federico Tulli)

dal quotidiano Terra 2011

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Gottlieb sulla via di Rohtko

Posted by Simona Maggiorelli su novembre 1, 2010

Amico e sodale del maestro della scuola di New York, cercò di emularne la ricerca sul coloreal Guggenheim di Venezia la prima retrospettiva italiana. Fino al 9 gennaio 2011.

di Simona Maggiorelli

Adolph Gottlieb, Guggenheim

Albe rosseggianti e paesaggi azzurri e lunari che nei colori e nei grafismi d’inchiostro nero ricordano l’arte delle stampe giapponesi. Mentre gli aloni sfrangiati e la tessitura rada di certi soli evanescenti al tramonto sembrano suggeriti dalle sperimentazioni di Mark Rothko con il puro colore.

Con il più creativo dei pittori della scuola di New York, del resto, Adolph Gottlieb (1903-1974) – a cui fino al 9 gennaio il Guggenheim di Venezia dedica la prima retrospettiva italiana – condivise gran parte delle scelte artistiche e programmatiche. Insieme scrissero, tra l’altro, il breve saggio Il ritratto e l’artista moderno (di recente riproposto in Mark Rothko, Scritti d’arte, Donzelli) ma anche la celebre lettera del 1943 al New York Times in cui, su invito del direttore, stilavano un manifesto della nuova pittura astratta americana, cercando al contempo di difendersi dalle accuse della critica.

«Gentile dott. Jewell – scrivevano Rothko e Gottlieb – per l’artista l’attività di uno spirito critico fa parte dei misteri della vita. è per questo, crediamo, che il rammarico dell’artista di essere frainteso è diventato un chiaccherato luogo comune. è pertanto un evento quando la situazione si capovolge e il critico del Times confessa il suo “sconcerto”. Ci rallegriamo di questa onestà, della reazione verso i nostri dipinti “oscuri”, perché in altri circoli critici abbiamo l’impressione di aver suscitato uno scompiglio isterico».

Lo “scandalo” era esploso quando i due artisti avevano esposto opere di tema mitologico alla Federation show: sperimentazioni mutuate dalla cultura antica e che ancora non abbandonavano la figurazione tradizionale. La retrospettiva dedicata a Rothko al Palaxpo di Roma nel 2007 offriva l’occasione per vedere dal vivo alcuni di questi suoi lavori, a dire il vero, non fra i suoi più felici. E ora qui a Venezia idealmente si possono confrontare con quelli di Gottlieb, notando quanto entrambi in quella fase risentissero dell’armamentario surrealista di immagini fintamente oniriche e grottesche.

Per fortuna, per entrambi, si trattò solo di un periodo. Poi si tuffarono nelle sperimentazioni astratte con il puro colore. Convinti – come scrivevano nella lettera per il New York Times – che «l’arte è un’avventura in un mondo sconosciuto, che possono esplorare solo quanti siano decisi ad assumersene i rischi». Rischi che Mark Rothko si prese totalmente realizzando alcune delle sue opere più geniali; alle quali, però, seguì una grave crisi personale fino al suicidio nel 1970.

Gottlieb, invece, non rischiò affatto, preferendo veleggiare verso il successo commerciale con opere dai colori sgargianti, popolate da “creature” fantastiche alla Mirò, come Imaginary landscape del 1969 o Three discs on chrome ground ora esposte al Guggenheim di Venezia assieme a tele bistrate che rielaborano in geometriche scacchiere suggestioni di Klee e di Picasso. Un finale che tuttavia, come suggerisce il curatore Luca Massimo Barbero nel catalogo Giunti che accompagna la mostra, non deve farci dimenticare alcuni suoi paesaggi immaginari che rievocavano tradizioni e miti dei nativi americani, o la serie dei burst di cui parlavamo all’inizio e che rappresentavano una consapevole via d’uscita dall’action painting. «Contro la ricerca sterile del puro evento gestuale Gottlieb si definiva un image maker e non smise mai di pensare la pittura come creazione di immagine».

da left-avvenimenti del 22 ottobre 2010

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Marie, Calixthé e le altre

Posted by Simona Maggiorelli su giugno 3, 2010


Talenti da una Francia sempre più meticcia

Marie NDiaye è stata la prima scrittrice di colore a vincere il Goncourt francese. Ed il suo romanzo Tre donne forti ( pubblicato in Italia da Giunti) è diventato un caso. Non solo per la sua indubbia qualità letteraria e per l’originalità della sua scrittura poetica, sensibile e a tratti dalla coloritura espressionista, ma anche per la decisione dell’autrice di lasciare la Francia per trasferirsi a Berlino dopo l’elezione di Sarkozy a presidente della Repubblica .

Citando Marguerite Duras e il suo “La destra è morte”, Ndiaye, figlia di un senegalese e di una francese, ha mostrato così allo scandalizzato establishment intellettuale d’Oltralpe che quella sorta di consacrazione non la irretiva. Né tanto meno sono riusciti a convincerla a ritrattare le sue dichiarazioni interventi ridicoli come quello di Frederic Mitterand che, dopo essersi sperticato in difesa di Polanski, si è permesso di consigliare pubblicamente alla scrittrice ” la riservatezza” che si addice a un premiato Goncourt.

Forte del suo talento, in Germania Marie NDiaye continua il suo lavoro di scrittrice. Per conoscerla più da vicino il lettore italiano ha a disposizione la raccolta di racconti Tutti i miei amici, edita da Baldini Castoldi Dalai ma soprattutto Tre donne forti, in cui la scrittrice francese intreccia la trama complessa delle vite, diversissime, di tre donne di colore. L’avvocato quarantenne Norah che torna a Dakar a trovare un padre violento, l’insegnante di francese Franta costretta a emigrare per seguire il marito e la giovane vedova Khadi Demba scacciata dalla famiglia hanno qualcosa in comune: la consapevolezza di molti “no” da cominciare a dire.

Un rifiuto che a poco a poco cresce anche nella giovanissima protagonista di A bruciarmi è stato il sole , il romanzo forse più politico della scrittrice camerunense Calixthé Beyala che ora Epoché pubblica in Italia in nuova edizione: nella bidonville in cui è nata Ateba troverà il modo di ribellarsi a chi la obbliga a mettere insieme sesso e sottomissione. Di fatto Beyala è oggi una delle scrittrici più popolari in Francia ( il suo Come cucinarsi il marito all’africana è un bestseller di lunga durata) e sulla strada di una nuova narrativa di denuncia (che sa usare anche l’arma dell’ironia) stanno crescendo in Francia molti altri nuovi talenti, curiosamente perlopiù femminili. Un esempio? La libanese Najwa Barakat che ne L’inquilina ( Epoché) tratteggia la vita amara di un migrante nella dolce Francia. s. maggiorelli

dal quotidiano Terra 3 giugno 2010

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