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Pompei, la città riemersa che stregò artisti e scrittori

Posted by Simona Maggiorelli su ottobre 31, 2015

Villa dei misteri, baccante

Villa dei misteri, baccante

Da Ingres a Picasso. La mostra “Pompei e lEuropa, (1748-1943)” al Museo archeologico di Napoli ricostruisce come il mito pompeiano entrò nell’immaginario Dagli scavi del 1748 al drammatico bombardamento del 24 agosto 1943, quando Pompei finì sotto il fuoco “amico”, americano. La mostra Pompei e lEuropa, aperta fino al 2 novembre 2015 nel Museo archeologico nazionale e nell’anfiteatro a Napoli, ripercorre la storia della scoperta e della continua lotta per salvaguardare Pompei, ingaggiata da straordinarie figure di archeologi e soprintendenti come Championnet, Fiorelli, Spinazzola e Maiuri.

Il fondatore della scuola archeologica di Pompei, Giuseppe Fiorelli (1823- 1896), in particolare, trovò il modo di realizzare dei calchi delle drammatiche impronte lasciate dalle persone uccise dalla lava.Venti calchi restaurati per questa occasione ricordano il suo lavoro di studio e di ricerca.

Picasso e Massine a Pompei

Picasso e Massine a Pompei

Ma soprattutto questa esposizione organizzata da Electa (che pubblica il catalogo) racconta il fascino che questa antichissima città, riemersa dopo secoli di oblio, esercitò sugli artisti. Per esempio influenzando e rivitalizzando con i colori dei suoi affreschi e la sensualità delle figure femminili che vi erano raffigurate il classicismo di pittori accademici come Jean-Auguste- Dominique Ingres.

I paesaggi di rovine pompeiane portarono un vento romantico nelle scene ordinate di vedutisti francesi, inglesi e tedeschi. Riuscendo poi a interessare e coinvolgere persino indomiti protagonisti dell’avanguardia novecentesca come Picasso, che visitò Pompei con Jean Cocteau, durante il periodo in cui soggiornavano a Roma per lavorare alle scenografie di uno spettacolo di Diaghilev con i Ballet Russes che debuttò nel 1917.

Il pittore spagnolo stava attraversando un periodo di crisi, d’ispirazione e personale, e da Pompei trasse soprattutto una nota classica e monumentale come si evince dalla gouache su compensato esposta in mostra in cui sono raffigurate due donne che corrono lungo la spiaggia e intitola La corsa.

Picasso, Deux femmes

Picasso, Deux femmes

Curata da Maria Teresa Caracciolo, da Luigi Gallo e dal soprintendente Massimo Osanna, la mostra è pensata come un vero e proprio viaggio in cui l’antico dialoga con il moderno, intercalando reperti e opere otto e novecentesche. In tutto duecento opere provenienti dai più grandi musei italiani e stranieri e riunite nel salone della meridiana del museo archeologico.

A colpire non è solo la forte presa che l’immagine di Pompei ebbe sui pittori, ma anche il fascino che esercitò su architetti come Le Corbusier e su artisti che fecero dell’architettura un ambito di ricerca privilegiato come de Chirico. Interessante, infine, anche la selezione di scatti e immagini che documentano il progresso degli scavi tra Ottocento e Novecento. Mentre la raccolta di testimonianze permette di ricostruire tappe fondamentali per lo sviluppo di un’idea scientifica di archeologia. Vi troviamo per esempio quella di un collezionista e intellettuale come Scipione Maffei, che nel Settecento tematizzò l’importanza del rigore metodologico dello scavo: «… desiderabile soprattutto è, che si risolvano a lavorare per di sopra, levando e trasportando quel monte di cenere… in questo modo la spenta città si farà rinascere, e dopo mille e settecent’anni rivedere il sole: con grandissimo beneficio del paese correrà a Napoli tutta lEuropa erudita…” (Simona Maggiorelli, Left)

 

Pompei è il volto dell’Italia di iggi. Intervista a Francesco Erbani

Sulpicia

Sulpicia

«L’area archeologica è un grande laboratorio di ricerca, con secoli di storia pre romana e sannita da approfondire», dice Francesco Erbani, autore di Pompei Italia. Ma è messa a rischio da degrado e malaffare. E persino da politiche emergenziali

di Simona Maggiorelli

La meraviglia di una città antica riemersa quasi intatta nelle sue strutture urbanistiche, dopo lunghissimi secoli, toccò profondamente la fantasia di viaggiatori, pittori e intellettuali nel XVIII secolo, continuando poi fino ad oggi ad ispirare artisti e scrittori, come racconta la mostra Pompei e lEuropa 1748-1943 in corso al Museo archeologico di Napoli. Ma al contempo, in anni recenti, Pompei è diventata sinonimo di crolli, di vandalismi e abbandono, occupando più le pagine di cronaca nera che quelle di cultura. Evocando in maniera paradigmatica ciò che tristemente sta accadendo al patrimonio del Belpaese. «Pompei racconta molto dell’Italia oggi», nota Francesco Erbani che le ha dedicato un libro Pompei Italia  pubblicato da Feltrinelli: «Basta pensare al modo emergenziale con cui anche di recente si è cercato di fermare il degrado dei resti della città, dei suoi mosaici e affreschi all’aria aperta: non si è fatta più manutenzione ordinaria, non c’è stato più quel monitoraggio che ha funzionato per decine di anni nel prevenire disastri. Ma si affrontano i problemi all’ultimo momento, senza una visione a lungo termine».

Pompei

Pompei

Per il premier Matteo Renzi le soprintendenze sono sinonimo di burocrazia. Ma a produrre danni non è stato piuttosto il progressivo indebolimento di questi preziosi enti di tutela ?

La colpa non è delle strutture territoriali. Ne abbiamo una riprova concreta. La seconda metà degli anni Novanta fu un periodo d’oro, grazie a una precisa programmazione degli interventi. Quando era ministro Veltroni furono rafforzate le strutture territoriali e fu data autonomia amministrativa a Pompei permettendole di trattenere gli incassi. Allora si provò a mettere in sicurezza tutto il sito, (non limitandosi ad interventi su singole domus come si fa oggi), considerando la dimensione urbana di Pompei che la caratterizza rispetto da altre aree archeologiche. Quando lo Stato mette a disposizione le proprie strutture consentendo autonomia le cose funzionano. Poi però quel processo fu interrotto, le persone che lo avevano avviato furono sostituite con altre non altrettanto competenti e quell’esperienza fu lasciata morire dal ministero stesso. Ecco il vero paradosso.

Il ddl Madia approvato l’estate scorsa prevede che le soprintendenze finiscano sotto le prefetture. Ma le passate esperienze di commissariamenti sono state disastrose. In particolare quella di Marcello Fiori. Che ne pensa?

Pompei, calchi

Pompei, calchi

Non so che schema vorrà seguire il governo, ma ho idea che questo sistema delle soprintendenze sotto-ordinate alle prefetture vada contro la stessa riforma Franceschini. È una soluzione improvvida, scombinata, inapplicabile. I risultati a Pompei sotto i commissari sono stati un disastro dopo l’altro, resi evidenti dal crollo della Schola Armaturarum e dai processi a cui ora è sottoposto Fiori. Per esemplificare l’eccesso di vincoli che ci sarebbe in Italia il premier Renzi cita sempre le soprintendenze, lasciando intendere di voler cancellare questo tipo di attività di tutela. Questa sua insofferenza, manifestata più volte, trova espressione nel meccanismo di silenzio assenso che taglia le unghie alle soprintendenze, mortificandone le competenze, dopo che sono state sguarnite di personale e umiliate oltre misura.

I disservizi e gli scarsi introiti di Pompei vengono paragonati ai risultati della mostra su Pompei del British museum che in pochi mesi nel 2013 fece mezzo milione di visitatori e 10 milioni di sterline. E c’è chi dice: basta tutela puntiamo sulla valorizzazione…

Anche in questo caso Pompei è paradigmatica. Non si può valorizzare senza tutelare. I beni artistici vanno conservati perché trasmettono sapere, conoscenza, identità culturale condivisa. A Pompei arrivano ogni anno 2 milioni e mezzo di visitatori, il sito archeologico non è un limone da spremere, ma bisognerebbe pensare a come fare in modo che il turismo porti benefici a questa cittadina di 600mila abitanti, stretta fra mafia e disoccupazione.

Fra i venti nuovi direttori di musei c’è anche un giovane archeologo tedesco, Gabriel Zuchtriegel, che andrà a dirigere l’area di Paestum, non avendo mai diretto un museo, mentre l’ archeologico di Napoli dove sono conservati molti reperti pompeiani sarà diretto da un etruscologo, Paolo Giulierini.

Per quel posto a Paestum aveva fatto domanda anche Maria Paola Guidobaldi, che ad Ercolano come direttrice dell’area arechologica ha fatto un lavoro esemplare, di tutela e valorizzazione, fra pubblico e privato, (tanto evocato oggi). Dal 2001 ad Ercolano è in corso il fruttuoso esperimento della fondazione Packard. Lei ne è stata artefice e protagonista. Chi meglio di lei avrebbe potuto estendere a Pompei ciò che è avvenuto ad Ercolano? Non c’entra la “partita” Germania-Italia ma è un fatto di competenze acquisite. A Maria Pia Guidobaldi è stato preferito questo giovanissimo archeologo, Zuchtriegel, che non ha esperienza di gestione e che si occupava da consulente esterno del grande progetto Pompei solo da marzo scorso.

Se si investisse in ricerca e su chi ha competenza Pompei, come lei accenna nel suo libro, potrebbe rivelare ancora molte sorprese?

Pompei è uno straordinario laboratorio di ricerca. Sono 44 gli ettari scavati su 66 della intera area archeologica. Più che continuare a scavare negli anni 90 si capì che occorreva studiarne la storia. Importante è l’approfondimento stratigrafico dei molti secoli che precedono il 79 d.C. anno dell’eruzione. Pompei fu città romana solo nell’ultima fase, dal VI sec a. C. in poi, fu una città sannita. quello è uno straordinario campo di indagine che ha dato e sta continuando a dare molti frutti. Quanto alle continue nuove scoperte nel libro cito il caso di un giovane ricercatore che nel 2003 ha trovato un’iscrizione nel tempio di Apollo, un omaggio al console Mummio. Mi auguro che il lavoro di restauro del grande progetto Pompei non solo garantisca una messa in sicurezza ma anche indagine e studio, spero che questa grande occasione che non va persa. ( agosto, 2015)

Pompei, riaprono sei domus, il 24 dicembre 2015

Sei domus pompeiane riaprono il 24 dicembre, dopo lunghi lavori di restauro realizzati nell’ambito del progetto Grande Pompei. Tornerà visitabile così  la fullonica di Stephanus, una tintoria con vasche per il trattamento delle stoffe, dove venivano colorati i tessuti e che alle pareti presenta ancora parte degli affascinanti affreschi in rosso.

Fullonica_of_Stephanus,_Pompeii_03Si trova sulla centralissima via dell’Abbondanza. Altre case riaprono in via Regio I, nel vicolo di Menandro e in alri punti del sito pompeiano. Si tratta della casa del Criptoportico che nel 79 d.C., il giorno dell’eruzione, era in corso di ristrutturazione. E poi quelle di Paquio Proculo, che rivestiva una carica pubblica simile a quella di un sindaco e quella del Sacerdos Amandus, di Fabius o di Amandius e dell’Efebo, così chiamata per il portalampada in bronzo oggi conservato al Museo archeologico nazionale di Napoli.

Dopo anni di crolli e di  interventi emergenziali che, operando in deroga alle leggi, invece di sanare, hanno spesso provocato nuovi problemi, il soprintendente Massimo Osanna insieme al  generale dei carabinieri Giovanni Nistri mettono a  segnano un passo importante nell’ambito del progetto Grande Pompei. Il 24 dicembre il ministro Dario Franceschini, presentando i restauri a Pompei,  traccerà il bilancio dell’intervento finanziato da Unione europea e governo con 105 milioni di euro.

Un film di Pappi Corsicato

dal film di Pappi CorsicatoSi intitola Pompei, eternal emotion il cortometraggio di Pappi Corsicato, prodotto dalla Scabec- Società campana beni culturali che sarà proiettato il 24 dicembre alle 11 all’Auditorium di Pompei. Nato come promo, della durata di dieci minuti  il film  assomiglia più a un’opera di videoarte che a un documentario promozionale. Per l’impatto emorivo delle immagini, che ricreano memorie antiche, per  la luce e il taglio poetico. Dopo molti film di successo, ed aver girato docufilm su artisti come il maestro dell’arte povera Mario Merz, Corsicato con questo corto ha scelto di raccontare una giornata pompeiana, dalle prime luci dell’alba sino al tramonto. Luoghi, persone, case, affreschi, calchi, tutto appare in sequenza in una dimensione quasi onirica. Il regista de I vesuviani e di Chimera, ha coinvolto nel film alcuni  turisti. «L’idea di mettere in scena dei calchi viventi – spiega il regista – è nata dal voler evocare lo struggente e contraddittorio sentimento della vita e della morte che convive quando si è a Pompei . Da una parte la vitalità che procede in una direzione e da un’altra la fissità più assoluta».

 

Pompei nella mostra Mito e natura a Milano.

Lo splendido tuffo di un uomo che non ha paura del mare ci colpisce forse più di ogni altra opera scelta per la mostra Mito e natura, dalla Grecia a Pompei aperta  fino al 10 gennaio 2016 in Palazzo Reale a Milano. Il nuotatore è sicuro di sé, non ha esitazioni di fronte all’acqua cristallina della Magna Grecia. Ma questa immagine che ci giunge dal lontano passato, ritrovata sulla lastra di una tomba del 480 a.C., potrebbe voler dire altro da quello che noi immaginiamo parlando di acque limpide e profonde. In quella parte di Sud d’Italia, infatti, si sviluppò la scuola pitagorica. E questo tipo di figura simboleggava il passaggio dalla vita al regno dei morti, spiegano Gemma Chiesa e Angela Pontrandolfo nel catalogo Electa che accompagna la mostra.

La tomba del tuffatore

La tomba del tuffatore

Al contempo la celebre immagine della tomba del tuffatore ci racconta che il rapporto con la natura era molto cambiato dai tempi più antichi e dell’epos omerico, quando ancora era avvertita come una forza pericolosa, sovrastante e indomabile. Il percorso espositivo organizzato dalle due curatrici secondo un percorso tematico e cronologico (dal VIII sec. a. C. al II sec. d. C.) racconta bene il passaggio che avvenne nel V secolo a. C., quando si strutturò il Logos e la polis divenne ordinata, con una netta divisione degli spazi urbani: quelli pubblici riservati a una elite di uomini aristocratici e liberi e quelli privati in cui erano rinchiuse le donne e gli schiavi. Questa visione della società trovò un preciso riflesso nel modo di rappresentare l’ambiente. Lo si evince perlopiù dallo studio di vasi dipinti, non potendo contare su esempi di pittura greca antica che – diversamente dalla statuaria e dal vaselleme – perlopiù non è arrivata fino a noi.

MitoNatura Nell’epoca classica della filosofia greca si passò dunque da una visione panteistica, dalla rappresentazione di tempeste e venti “incarnate” da figure di dei, a una visione della natura addomesticata, contenuta in forma chiare e definite. Un mutamento che appare ancora più evidente guardando i reperti romani esposti a Milano e provenienti dai maggiori musei italiani e internazionali. Ma soprattutto lo si nota osservando i preziosi lacerti di affreschi pompeiani. Negli interni delle ville patrizie comparivano spesso giardini dipinti che arrivavano ad avere il nitore e l’effetto illusionistico di un trompe-l’œil, in cui ogni dettaglio botanico appare riprodotto in maniera analitica. Non un alito di vento scompiglia questi giardini delle delizie, immobili e decorativi. Poi il Settecento illuminista riprenderà questa moda declinandola in giardini geometrici.

@simonamaggiorel

Parte il restauro della Schola armaturarum. 8 gennaio 2016

A Pompei, nel luogo del crollo che cinque anni fa scatenò l’indignazione internazionale e l’atto di accusa del presidente Giorgio Napolitano (“una vergogna per l’Italia” disse, chiedendo “spiegazioni immediate e senza ipocrisie”) è iniziata l’operazione recupero. Termine dei lavori febbraio 2016. Sarà installata una copertura temporanea per la protezione delle strutture originarie della Schola, alte un metro e mezzo e rivestite da affreschi. Un sistema di giunti e tubi darà vita a un edificio provvisionale costituito da tre ali, larghe 3 metri, che seguono e inglobano il perimetro dell’edificio antico. Gli appoggi saranno disposti sia all’interno che all’esterno dell’area, senza in ogni caso intaccare il pavimento.”. Il progetto, coordinato dal funzionario archeologo Alberta Martellone, e redatto dagli architetti Paolo Righetto e Mariano Nuzzo e dall’archeologo Mario Grimaldi, è stato elaborato dopo un accurato rilievo laser scanner realizzato dall’architetto Raffaele Martinelli. L’architetto Marina Cesira D’Innocenzo è invece il responsabile unico del procedimento. Dopo il crollo del novembre 2010 che portò alla decisione del governo Berlusconi (ministri Galan e Fitto) – sollecitati dal commissario europeo Johannes Hahn – poi perfezionata dal governo Monti (ministri Barce e Ornaghi) – di avviare un progetto straordinario di messa in sicurezza e di manutenzione degli scavi, l’area venne sottoposta a sequestro dalla procura di Torre Annunziata. Il Grande progetto Pompei da 105 milioni di euro fu inviato all’Ue a dicembre 2011 e approvato a febbraio 2012, i primi bandi pubblicati ad aprile. Ma per lunghi mesi la Schola è rimasta così, recintata e inaccessibile, coperta da teli bianchi. ( fonte: Repubblica Napoli)

 

 

 

 

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#Majakovskij il poeta suicidato dal regime.

Posted by Simona Maggiorelli su ottobre 23, 2015

Majakovskij futurista

Majakovskij futurista

«A tutti. Se muoio, non incolpate nessuno. E, per favore, niente pettegolezzi. Il defunto non li poteva sopportare... Non è una soluzione (non la consiglio a nessuno), ma io non ho altra scelta. Lilja, amami…Come si dice, l’incidente è chiuso. La barca dell’amore si è spezzata contro il quotidiano. La vita e io siamo pari. Inutile elencare offese, dolori, torti reciproci. Voi che restate siate felici». Così Vladimir Majakovskij lasciava scritto prima di suicidarsi il 14 aprile 1930. Ma molti aspetti di quel gesto restano ancora oscuri. Perché quel biglietto d’addio potrebbe essere un collage di versi precedenti. Perché la pistola non era la sua Mauser. Perché c’è chi dice aver visto una scala esterna, poi sparita, che arrivava allo «studio-barchetta» dove fu trovato il cadavere. Perché agli incontri della Lef fondata nel 1923 dal poeta e alle sue serate prendevano parte anche sinistri uomini dei servizi di Stalin. Come Agranov che frequentava – e sorvegliava segretamente – l’intelligencija moscovita. E ancora, perché la versione di Veronika che era con lui quella mattina mostra molte incongruenze. Perché gli amici Šklovskij, Rodcenko, Pasternak, Tatlin, non se l’aspettavano. «Negli ultimi giorni non mostrava alcun segno di disagio psichico, e nulla faceva presagire la tragedia» ricostruisce Serena Vitale nel libro Il defunto odiava i pettegolezzi (Adelphi). E molto altro ancora si scopre leggendo questo volume, pieno di indizi che invitano a interrogarsi su quel suicidio. La slavista si è finta “detective”facendo una ricerca a tappeto negli archivi e tuffandosi nei giornali dell’epoca. Ma non si è limitata a scrivere un avvincente libro-inchiesta. La sua prosa incalzante e febbrile invita a riscoprire questo «immenso poeta» che era diventato assai scomodo per il regime stalinista. In testi come La cimice (1928) e Il bagno (1929) Majakovskij stigmatizzava il filisteismo di ex rivoluzionari diventati burocrati e denunciava il ritorno all’ordine che aveva ucciso la bella utopia del socialismo e la ricerca.

Rodčenko, Aleksandr Michajlovič (1891-1956)

Rodčenko, Aleksandr Michajlovič (1891-1956)

Lui si era gettato con entusiasmo nella lotta di liberazione dallo zarismo, aveva lasciato la Georgia perché non sopportava l’immobilismo della provincia, si era trasferito a Mosca cogliendone i più vivi fermenti politici (finì in carcere a soli 14 anni per attività clandestina) ma anche e soprattutto artistici. A Mosca le novità dell’avanguardia parigina erano più conosciute che nel resto d’Europa, come notava Angelo Maria Ripellino in Majakovskij e il teatro russo d’avanguardia (Einaudi, 1959), e più di recente Remo Faccani nella prefazione a La nuvola in calzoni di Majakovskij (Einaudi, 2012).
La ricerca pittorica iniziata con Van Gogh e Cézanne che con Picasso e Matisse si apriva a un nuovo modo di fare immagini, abbandonando la fredda visione razionale della realtà, era giunta come una onda travolgente anche a Mosca arrivando a lambire l’Istituto d’arte dove studiava Majakovkij (dal quale poi fu espulso). Lui, con un’ardita blusa gialla, nel 1912, si era dato al teatro futurista e cercava forme nuove, fuori dalla rigida accademia. Poi la passione per il cinema, per il foto montaggio, per la grafica e, insieme, l’incontro con l’attrice Lilja Brik che divenne la sua musa e amante, mentre suo marito, il commerciante Osjp Brick, divenne editore pubblicando La nuvola in calzoni. Tre anni dopo, nel 1919, cominciò la loro convivenza, in una kommunalka. «Io ero la moglie di Volodja, lo tradivo come lui tradiva me. E tutte le chiacchiere sul triangolo e sull’amour à trois non hanno niente a che vedere con quello che in realtà c’era fra noi», disse poi Lilja. Majakovskij aveva letto Che fare? di Cernyševskij che metteva in discussione il modello della famiglia borghese e sapeva di Ol’ga Pavlova Lopuchova, antesignana della «donna nuova» che in pieno Ottocento cercava di liberarsi «da secolari catene».

LiljaBrik&Maiakovskij

LiljaBrik&Maiakovskij

«La stessa Aleksandra Kollontaj che lottò per liberare il rapporto uomo donna dal bigottismo si ispirò alla loro vicenda nel presentare un decreto sui danni della gelosia», ricorda Vitale. Ma la sua iniziativa fu ben presto bloccata da Lenin. Nonostante lui stesso, benché sposato, quando era all’estero avesse avuto un’amante. «Il primo provvedimento legislativo che fu preso dopo l’ottobre 1917 riguardava il matrimonio che veniva spogliato di ogni significato religioso ma anche statale, tanto che era facilissimo divorziare. Ben presto però si tornò a celebrare la famiglia tradizionale e negli anni Trenta la Russia diventerà un Paese ultra puritano», nota la scrittrice. Intanto «nel 1919 si era insediata la Ceka, la commissione creata da Lenin e Dzeržinskij “per combattere la controrivoluzione e il sabotaggio”, che operava come una sorta di gladio, di scudo della dittatura proletaria».

Lijia e Vladimir

Lijia e Vladimir

Con l’arrivo di Stalin al potere, la stretta autoritaria diventò una morsa mortale. Non solo per Majakovskij ma anche per molti altri artisti. Al suicidio di Sergej Esenin seguiranno altre sparizioni e casi di morte violenta fra gli scrittori, repressioni, “purghe”. Intanto sul piano dell’arte l’imposizione di un piatto naturalismo come stile di Stato farà sì che gli spazi per Majakovskij si restringano molto. Cominciano gli attacchi, il poeta viene isolato e calunniato. Il perfido Gor’kij (che nel ‘34 figurerà fra i fondatori del realismo socialista) mise in giro la voce che il poeta fosse affetto dalla sifilide, «malattia del capitalismo». È in questo clima che avviene il suicidio.

Ma anche dopo la sua scomparsa il regime non smetterà di accanirsi sulla sua memoria. In risposta ad una lettera a Stalin di Lilja Brik nel 1935, Majakovskij fu imposto nelle scuole come poeta di regime, in versione censurata, adattata, stravolta. Ma già all’indomani della sua morte si erano messi a dissezionarne il cervello. Per studiarlo era stato creato il Gim, diretto dal tedesco Oskar Vogt. Con una cieca ideologia materialista e riduzionista che annullava la realtà psichica e l’identità umana, «la scienza sovietica tentò lungamente di carpire il segreto della grandezza e della genialità. Invano. Né le esangui fettine del parencefalo di Majakovskij fecero la benché minima luce sul mistero della poesia» scrive l’autrice di questo bel libro (e dall’affascinante Il bottone di Puškin, Adelphi).

Mayakovsky-with-Scottie-1924

Mayakovsky-with-Scottie-1924

«Il cervello di Lenin veniva usato come unità di misura. Era l’epoca in cui il positivismo pensava che le sue dimensioni contassero. Oggi sappiamo che non dimostrano nulla. Ma allora in Russia c’era una scuola tedesca che pensava di fabbricare l’uomo nuovo in un modo che ricorda l’eugenetica nazista. Ciò che mi ha sempre colpito – rimarca Serena Vitale – è che dopo quell’intervento gli studi su Majakovskij hanno taciuto. Dopo la riabilitazione postuma, che è stata una sorta di consacrazione, sono rimasti questi cervelli che sono a Mosca, in un museo… degli orrori». Una mummificazione per tentare di ingabbiare Majakovskij, la poesia, l’irrazionale? «Potevano affettare tutto quello che volevano, ma uno la poesia c’è l’ha o non ce l’ha. E Majakovskij era la poesia allo stato puro, incandescente, magma, lava». Perciò prima di scrivere questa inchiesta l’ha tradotto ? «Il Majakovskij che perlopiù si conosce in traduzione è molto sbiadito. Ne trasmettono una versione grigia, ideologizzata. Inaccettabile per me. Poi per cucire questo libro ho usato come filo rosso una passione per Majakovskij che spero di trasmettere. È stato davvero uno dei grandi del Novecento. Era un uomo-poeta, il monumento è ciò che gli si addice di meno».

Capì che una vera rivoluzione ha bisogno di un linguaggio nuovo? «Ebbe questa idea prima della rivoluzione di ottobre, da futurista. Poi cercò di indirizzare questa carica iconoclasta verso qualcosa di costruttivo, mettendola al servizio della rivoluzione. E fu leale. Chi vuole farne una specie di vittima, di dissidente, non dice il vero. Non sopportava che la rivoluzione si stesse impietrendo, in una dimensione di routine, fissa. La «vita dei giorni» per lui doveva essere sempre sulle barricate. La vita tristanzuola, ormai piccolo borghese, non faceva per lui. Ma va anche detto – sottolinea Vitale – che non era facile capire cosa stava accadendo. A parte Pasternak e Mandel’štam, che avevano fiuto politico, in molti non compresero. E Majakovskij non ne aveva. Lui era poesia e rivoluzione, l’ideologia gli era totalmente estranea».

Ma non voleva rinunciare all’idea di un’umanità nuova, basata sull’uguaglianza, al sogno di una società più giusta. «Non voleva rinunciare a quegli ideali. Era come se dicesse superiamo questo momento terribile. Ricorda un po’ Le tre sorelle di Cechov: «Fra cento o duecento anni la vita diventerà più bella». E lui scriveva: «Fra cent’anni io alzerò i miei libretti come il libretto del partito». Il suo requiem è stato il poema A piena voce: era un messaggio al futuro. Se si svegliasse oggi Majakovskij, poveretto! Lui credeva davvero che ci sarebbe stata una società migliore, senza storpi, monchi e mendicanti. Il mio libro nasce per rendergli omaggio, per farlo parlare con i posteri». Oggi si troverebbe davanti Putin che, fra molto altro, ha chiuso il museo Majakovskij. «In questo molta responsabilità ha l’oligarchia di Mosca, perché quel palazzo al centro di Mosca ora vale miliardi. Non oso immaginare cosa potrà accadere a tutte le cose meravigliose che conteneva, libri, documenti, quadri dell’epoca». (Simona Maggiorelli, left)

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Un immaginario viaggio nell’Henan

Posted by Simona Maggiorelli su ottobre 21, 2015

acrobatiE’ un affascinante viaggio immaginario nell’Henan la mostra Tesori della Cina Imperiale, L’età della rinascita fra gli Han e i Tang (206 a.C. – 907 d.C.), aperta fino al 28 febbraio 2015 nelle sale quattrocentesche di Palazzo Venezia a Roma.
Curata da Tian Kai, direttore del Museo provinciale dello Henan, invita a conoscere la regione del Regno di mezzo che fu la culla dell’arte cinese all’epoca della dinastia Han, arrivando poi a toccare il suo massimo splendore durante la dinastia Tang. Nell’Henan, lungo la via della seta, si trovano spettacolari pitture rupestri di tradizione buddista che si dipanano in una sequenza di 1350 grotte e poi in un’infinita serie di nicchie e pagode.

Queste affascinanti e gigantesche pitture policrome sono raccontate (necessariamente) solo attraverso fotografie nel percorso espositivo romano. Mentre lo sviluppo all’epoca della dinastia Han di un’estetica, per la prima volta autonoma da principi morali, celebrativi e didattici, viene esemplata attraverso la selezione di un centinaio di ceramiche, sculture e di reperti funerari: riproduzioni in miniatura delle dimore dei defunti, che venivano deposte nelle loro tomba e impressionanti vesti funerarie composte da oltre duemila tessere di giada cucite con filo d’oro. Quella in mostra a Roma apparteneva a un nobile della dinastia Han, che regnò tra il 206 a.C. e il 25 d.C. in questa vasta pianura centrale della Cina.
r1x3hxFzQnOpO_4hb_oAmb9MR5j0XBq-pcDJtaFvAAoSe sotto la dinastia Han, come scrive Nicoletta Celli, nel saggio “Arte e archeologia”, pubblicato nel secondo volume de La Cina (Einaudi) si svilupparono pittura e calligrafia come forme autonome d’arte, insieme ad una nuova sensibilità verso il paesaggio come immagine del microcosmo individuale, sotto la dinasta Tang fiorì una raffinata statuaria, in ceramica e in altri materiali, che vedeva per la prima volta le donne diventare protagoniste, rappresentate mentre fanno musica e si prendono cura di sé, in abiti eleganti e con elaborate acconciature.

Come si può notare dal vivo, confrontando sculture di epoche diverse, nel passaggio dall’epoca Han a quella Tang, a poco a poco la figura umana – quella femminile in modo particolare – perde rigidità e piattezza. Le delicate sculture Tang presentano immagini femminili morbide e in movimento. Dame a cavallo, prese da attività artistiche e letterarie o in conversazione. Sempre con movimenti eleganti ma mai affettati, mentre gli sguardi sono rivolti allo spazio circostante, regalandoci la sensazione che lo scorrere del tempo sia poeticamente sospeso. (Simona Maggiorelli, Left)

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