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Archive for giugno 2005

Scienziati disobbedienti

Posted by Simona Maggiorelli su giugno 22, 2005

Ecco “Che fare” dopo il referendum di Simona Maggiorelli

«Il nostro lavoro è divenuto pressoché impossibile, se non pagando un prezzo inaccettabile: tradire il giuramento di Ippocrate». Così sì legge nella lettera che una sessantina di medici e biologi hanno inviato al presidente Ciampi. Una drammatica presa d’atto che, con la legge 40, per i medici che si occupano di fecondazione assistita è diventato impossibile praticare quell’alleanza terapeutica fra medico e paziente necessaria al successo delle cure. Ma soprattutto denuncia Adolfo Allegra, direttore del centro di fecondazione assistita Andros di Palermo e promotore dell’iniziativa. «per legge i medici sono costretti a praticare terapie inadeguate, se non dannose per i pazienti». I punti di contrasto fra la legge 4o e la deontologia medica sono molti, dal divieto di ricorrere alla fecondazione in vitro per i portatori di malattie genetiche, all’obbligo di trasferire tutti e tre gli embrioni con rischi di gravidanze trigemine, al divieto della diagnosi genetica preimpianto. Tanto da spingere i medici riuniti nell’assemblea dei mille organizzata a Roma dall’associazione Luca Coscioni a lanciare una forte campagna di disobbedienza civile alla legge 40. «Su questa scelta abbiamo avviato un lavoro comune», si legge ancora nella lettera a Ciampi. «Non vogliamo certo eludere la legge o ingannarla, ma sentiamo l’urgenza di affermare, assumendocene la responsabilità, il rispetto della lettera della Costituzione e della nostra coscienza».

Che il quadro in Italia, per pazienti e medici, sia drammatico è notizia che da tempo circola, anche oltre confine. In partenza per il congresso europeo dì fecondazione assistita, che si tiene a Copenhagen, Ettore Barale del nuovo ospedale della Versilia racconta: «La reazione dei colleghi stranieri? Una pacca sulla spalla, mentre ti infilano nel taschino un biglietto da visita per mandargli i pazienti”. «E pensare che in Europa eravamo considerati la punta di diamante della ricerca in questo settore», aggiunge con rammarico. Per lui, come per molti altri, la tentazione di «prendere baracca e burattini e continuare il lavoro all’estero», è fortissima. Ma c’è anche chi – e all’assemblea romana degli scienziati promossa dai Radicali erano in molti – adesso, più che mai, è deciso a dare battaglia. Nel documento finale dei lavori letto dal docente di storia della medicina della Sapienza, Gilberto Corbellini, parole durissime contro «il comportamento diseducativo che hanno avuto le massime cariche dello Stato nell’invitare all’astensione», ma anche proposte per rilanciare, facendo tesoro di un fatto indubbiamente nuovo per la società italiana la partecipazione alla campagna referendaria dì medici e biologi che hanno aperto i laboratori e fatto informazione, di Nobel e scienziati internazionali che hanno firmato documenti contro la legge 40. «Era insolito incontrare i colleghi, che di solito vedi nei congressi internazionali, in uno studio tv o in piazza Duomo – dice Elena Cattaneo, responsabile del laboratorio cellule staminali della Statale dì Milano -, ma, nonostante il tempo sottratto alle ricerche, è stato importante partecipare alla battaglia per i quattro sì». E aggiunge «Dobbiamo continuare per far capire alla gente che chi fa ricerca non è certo qualcuno che progetta Frankestein, ma persone dalla deontologia fortissima, con l’unico obiettivo di trovare una cura per malattie inguaribili, scienziati che, spesso, per il loro lavoro ricevono uno stipendio di appena mille euro».

Un convegno mondiale in autunno per riaprire il dibattito su questi temi, è la proposta del segretario dei Radicali Daniele Capezzone, dal palco dell’hotel Ergife dove campeggia la gigantesca scritta “Che fare?”. Tentare di far entrare questi temi nei programmi elettorali del centrosinistra è la scommessa del diessino Lanfranco Turci e dei parlamentari del comitato referendum presenti all’assemblea dei mille. Mentre i Radicali, dal vertice alla “base”, vanno ri petendo che con il centrodestra ormai è una partita chiusa. «Berlusconi ha lasciato il campo alle forze clericali – commenta il radicale Marco Cappato -. l’appuntamento per noi ora sono le primarie dell’Ulivo».

Avvenimenti

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Biennale dell’anno del dragone

Posted by Simona Maggiorelli su giugno 11, 2005

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Il boom dell’arte cinese. Dopo le collettive di Roma e Bologna , l’epicentro è Venezia

di Simona Maggiorelli

caiguoqiangQualcuno l’ha già ribattezzata “Biennale dell’anno del dragone”. Di certo, al di là dei risultati della collettiva organizzata in laguna dall’artista cinese Cai Guo Quiang, è storico lo sbarco della Repubblica popolare alla Biennale di Venezia. Dopo la ventina di artisti cinesi dell’edizione del ’99 diretta da Szeemann e, dopo il successo della sezione cinese intitolata “zona di urgenza”, dell’ultima Biennale di Francesco Bonami, da oggi per la prima volta la Cina ha un suo padiglione permanente nel Giardino delle Vergini. Uno spazio all’aperto dedicato all’arte e all’architettura cinese e che – il direttore della Fondazione Biennale David Croff lo ha già annunciato – sarà allargato negli anni a venire. L’ingresso in Biennale della Cina suona come un riconoscimento ufficiale alla multiforme creatività degli artisti cinesi delle ultime generazioni. Pittori, performers, videomakers che anche in Italia cominciano a interessare un pubblico non più solo di nicchia. In un moltiplicarsi di mostre e iniziative. Dopo la collettiva al Macro di Roma e a Bologna e dopo varie rassegne di fotografia, due mostre aprono i battenti, quasi in contemporanea, a Torino e a Milano. Il torinese palazzo Bricherasio, dal 23 giugno al 28 agosto, ospita le opere di 13 artisti di quella avanguardia cinese che alla fine degli anni Settanta segnò un distacco dallo stile accademico maoista, scegliendo un modo di rappresentazione della realtà spesso ironico, libero, spiazzante. Dal 29 giugno al 2 ottobre, invece, nello spazio Oberdan di Milano, Daniela Palazzoli presenta la mostra La Cina: prospettive d’arte contemporanea: attraverso le opere di 70 artisti emersi fra gli anni Ottanti e Novanta, un articolato tentativo di cogliere e raccontare il movimento che attraversa, da una trentina di anni a questa parte, il panorama dell’arte contemporanea cinese. «Un panorama estremamente multiforme e variegato», racconta Filippo Salviati, docente di storia dell’arte dell’Estremo Oriente alla Sapienza. «Anche se – stigmatizza – arriviamo buon ultimi». Buoni ultimi nell’interesse verso l’arte contemporanea cinese dopo almeno un decennio di importanti mostre e retrospettive promosse dal MoMa di New York, dal Centre Pompidou, ma anche dalle gallerie di Londra e di Amburgo.

woon-kar-wai-in-the-mood_loveCon un interesse crescente, anche sul piano commerciale. Che ha toccato l’acme nelle aste del dicembre scorso con quotazioni di opere cinesi contemporanee da capogiro. Una crescente attenzione verso la Cina che si misura anche in termini di spazi sui giornali. «Negli ultimi anni la Cina è diventata la prima potenza sul piano economico e commerciale – dice il sinologo Federico Masini, preside della Facoltà di studi orientali della Sapienza –. Ora la scommessa riguarda la cultura. Si tratta di vedere se la Cina riuscirà anche ad esportare modelli culturali». Nonostante il cinema di Zhang Yimou o di Kar Wai, il pianeta Cina, sul piano dell’arte e della letteratura, è ancora in buona parte da scoprire in Occidente. «Ma in futuro – spiega Masini – anche attraverso la diffusione di arte giovane e d’avanguardia le cose potrebbero cambiare». E chissà – avverte – forse potrebbe anche risultare imbarazzante per la vecchia Europa, «dal momento che la Cina, come il Giappone mette in circolazione modelli culturali senza un’ideologia religiosa retrostante ». Una cultura quella cinese libera da vincoli ideologici, ma insieme con nessi strettissimi con una tradizione millenaria. «La sperimentazione artistica cinese, negli anni dopo Tiananmen, ha avuto uno sviluppo fortissimo», racconta Filippo Salviati. Una ricerca che ha riguardato un po’ tutti i generi e gli stili: dalla calligra fia alla videoarte. «Dal punto di vista dell’arte il panorama cinese si presenta estremamente sfaccettato – dice lo storico dell’arte che per Electa sta scrivendo il primo manuale guida all’arte cinese contemporanea –, ma con alcune costanti e specificità fortissime. A partire dal nesso scrittura pittura che in Cina affonda le proprie radici nell’antica arte della calligrafia, che oggi si trova declinata e riproposta in forme nuove e di avanguardia». Il rapporto con le immagini è un aspetto fondamentale della cultura cinese, anche a partire dalla scrittura fatta di ideogrammi. «Al di là del fatto che in questo momento favorevole qualcuno provi a cavalcare la tigre producendo opere facili da vendere ma di dubbio valore, la grande arte cinese – spiega Salviati – non è quasi mai ludica, non conosce la decorazione fine a stessa. Spesso gli artisti realizzano immagini così dense di significati da apparire dei rebus agli occhi occidentali». Il segreto per comprenderle? «Bisogna coglierne il nesso con il retroterra culturale – conclude –. Ma se non si hanno le basi linguistiche sfugge moltissimo del messaggio. Per questo credo sia importante che comincino ad uscire, anche in Italia, strumenti di seria divulgazione».

Da Europa 11 giugno 2005

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Un sì per chi viene alla luce

Posted by Simona Maggiorelli su giugno 7, 2005

di Gabriella Gatti, docente di neonatologia e psicoterapeuta, Università di Siena

Qualunque tentativo di considerare l’embrione come persona giuridica fa riferimento implicito alla norma fondamentale del diritto naturale, cioè il diritto alla vita. In prima istanza il diritto dell’embrione come persona sarebbe diritto alla vita: non a caso nell’ideologia cattolica l’aborto viene spesso equiparato all’assassinio. La discussione sulla legittimità dell’assenso alla abrogazione è chiaro porta alla inevitabilità di definire il concetto stesso di vita. L’onere di questa definizione tradizionalmente demandata ai filosofi sicuramente spetta anche al medico, nella fattispecie al neonatologo che ha un punto di osservazione molto particolare e privilegiato. La scienza moderna si è sviluppata nel senso che la biologia si è dotata di uno statuto scientifico autonomo. Nel termine stesso di Biologia c’è questo legame fra il Bios ed il Logos è ciò esprime l’idea di un’indagine razionale, condotta con metodiche della scienza sperimentale su gli organismi viventi la cui esistenza si basa su leggi che sono le stesse che regolano il funzionamento del corpo umano. Si potrebbe dire che la biologia considera la vita nei suoi aspetti più generali arrestandosi però di fronte a quello che per secoli è stato un enigma: la specificità della vita umana. Nella misura in cui il biologo, medico o ricercatore che sia, cerchi di risolvere l’enigma con la razionalità egli va incontro ad un riduzionismo biologico così come coloro che prescindono dai risultati acquisiti dalla scienza cadono in uno spiritualismo astratto. Questa antinomia caratterizza lo stato attuale della discussione su ciò che va considerato specificamente umano. Il neonatologo parte da precise conoscenze biologiche ed osservazioni cliniche.

Le conoscenze biologiche sono quelle dell’embriologia umana che considera lo sviluppo iniziale del feto come un moltiplicarsi iniziale di cellule indifferenziate. L’esperienza clinica sui parti prematuri indica che solo a partire dalla 24ª settimana il feto ha una possibilità di vita autonoma. Precedentemente a questa data non c’è nessuna possibilità di sopravvivenza. Quindi si potrebbe pensare che c’è un momento preciso a partire dal quale più che di vita si possa parlare di una potenzialità di vita. Perché è ovvio per il medico neonatologo che si può considerare vivo il bambino solo alla nascita… Nessun cattolico d’altronde battezza un feto pur considerando vita un embrione, né peraltro viene battezzato un feto morto: nel Medioevo esistevano luoghi consacrati all’osservazione dei bambini nell’attesa di movimenti, a volte solo cadaverici, che potessero consentire la somministrazione del sacramento e la sepoltura in luogo consacrato. Il neonatologo non si limita a considerare la vita generica, che è quella della cellula e degli organismi scarsamente differenziati, ma si spinge a individuare lo specifico della vita umana. a partire da quel momento in cui lo sviluppo morfologico e funzionale del feto è tale da permettere una nascita e non solo un prodotto abortivo.

Questo momento coincide con una maturazione corticale che rende possibili i processi primari aspecifici della sensibilità e lo strutturarsi di riflessi fra cui quello quello pupillare alla luce. Come non ricordare che nel famoso film “Blade runner” al replicante non umano mancava proprio questo riflesso? L’osservazione clinica del neonatologo mette in discussione quindi l’idea astratta di vita che prescinde dallo sviluppo biologico ed embriologico per contraddire la conclusione che è “vita” la morula come è “vita” il neonato. Questa conclusione, erronea, inficiata da un presupposto spiritualistico, postula un “continuità” della vita umana che una volta instauratasi avrebbe sempre lo stesso valore e significato. La neonatologia, basandosi sulla ricerca medica e quindi anche psichiatrica, parte dall’idea che lo sviluppo della vita fetale, a partire da un preciso momento, può, sotto l’influenza di stimolazioni specifiche fra cui quelle cutanee e della luce, che studi neurofisiologici, come quelli di Wiesel considerano fondamentali per l’inizio della maturazione corticale, andare incontro ad una trasformazione. Se noi consideriamo la vita neonatale non solo sotto il profilo del “bios” e del “logos” potremmo poi spingerci a presupporre alla nascita l’attivarsi un pensiero alogico, irrazionale come matrice comune della vita mentale di tutti gli esseri umani. Avvenimenti

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Edoardo Boncinelli: La clonazione umana? Un bluff

Posted by Simona Maggiorelli su giugno 5, 2005

“Non è possibile produrre due persone identiche. La loro psiche sarebbe comunque differente” di Simona Maggiorelli

I molti centri di fecondazione assistita all’avanguardia in Italia, da un anno, dacché è entrata in vigore la legge 40, lavorano a scartamento ridotto. I laboratori di ricerca sulle celule staminali embrionali sono fermi al palo, mentre gli scienziati italiani sono a un bivio: trasferirsi all’estero per continuare le ricerche oppure accettare di vedersi a poco a poco emarginati dalla comunità scientifica internazionale. Ma perché la ricerca fa così tanta paura a questa maggioranza? E da quali scenari di progresso scientifico l’Italia rischia di essere tagliata fuori? Lo abbiamo chiesto a Edoardo Boncinelli, docente di Biologia e Genetica presso l’Università Vita-Salute di Milano. Professor Boncinelli quanto è importante la ricerca sulle cellule staminali e in particolare quella sulle staminali embrionali?

Tutti sono convinti, chi più chi meno, che il futuro della medicina, e quindi della salute, passa largamente per l’uso delle cellule staminali embrionali. Ma qui si pone un quesito. Ci sono tanti tipi di staminali: le embrionali, le fetali, quelle del cordone ombelicale e le adulte. Qualcuno dice che con le staminali adulte si può raggiungere ogni obiettivo. Se fosse vero, non varrebbe la pena discutere così tanto sulle cellule staminali embrionali. La verità è che nessuno oggi sa se questo è vero o falso. L’unico modo per saperlo è fare esperimenti. Certo quelle embrionali, per definizione, devono essere capaci di fare tutto, perché quello è il loro mestiere, diciamo così, istituzionale.

Tutti sono convinti, chi più chi meno, che il futuro della medicina, e quindi della salute, passa largamente per l’uso delle cellule staminali embrionali. Ma qui si pone un quesito. Ci sono tanti tipi di staminali: le embrionali, le fetali, quelle del cordone ombelicale e le adulte. Qualcuno dice che con le staminali adulte si può raggiungere ogni obiettivo. Se fosse vero, non varrebbe la pena discutere così tanto sulle cellule staminali embrionali. La verità è che nessuno oggi sa se questo è vero o falso. L’unico modo per saperlo è fare esperimenti. Certo quelle embrionali, per definizione, devono essere capaci di fare tutto, perché quello è il loro mestiere, diciamo così, istituzionale. Per ora il tentativo di far regredire le cellule adulte non ha dato grandi risultati o sbaglio?

Dipende molto da chi parla, ognuno porta l’acqua al suo mulino. Bisogna distinguere anche qui, perché purtroppo c’è molta confusione. Infilare qualche cellula in un tessuto malato, nel cuore o in un nervo, dà grandi speranze. Non è detto, però, che l’efficacia immediata sia duratura. La vera speranza per il futuro, e di cui purtroppo si parla poco, non è seminare una cellulina qua e una là, ma fare in laboratorio parti di organo o interi organi. Per questo le adulte hanno probabilità piuttosto basse di funzionare. Negli animali, soprattutto nel topo, le embrionali si sono rilevate estremamente produttive. A priori, se non ci fosse la disputa ideologica, uno punterebbe tutto proprio sulle staminali embrionali.

Nel dibattito sulla legge 40 c’è chi, come il ministro Giovanardi, ha paragonato la fecondazione assistita all’eugenetica. Quanto a sproposito?

L’eugenetica è stata tirata in ballo contro la diagnosi preimpianto. Vietare questo tipo di esame è, a mio avviso, la parte più sbagliata della legge. È un presidio importantissimo, quasi miracoloso, rinunciarci lo trovo assurdo. Dicono che con la diagnosi genetica si sacrificano degli embrioni – in realtà a questo stadio molto precoci, sono solo di otto cellule – per fare dell’eugenetica, intendendo per eugenetica la scelta di certi individui piuttosto che altri. Ma se far nascere bambini non malati può essere inteso come un capitolo di eugenetica, si tratta, a mio avviso, di una pratica sacrosanta. Tutti più o meno consapevolmente tentano di dare ai propri figli il meglio possibile. Comunque sia non siamo minimamente a questo livello. La diagnosi preimpianto oggi serve solo a evitare persone sicuramente malate, non a produrre persone con questa o quella caratteristica biologica desiderata.

E la clonazione tanto paventata?

Un termine esecrando, in nessun laboratorio si parla di clonazione, si parla di clonaggio. Se ne parla da 30 anni ma i media se ne sono accorti ora. La clonazione è uno spauracchio agitato perché si confonde la cosiddetta clonazione riproduttiva dalla cosiddetta clonazione terapeutica che sono, peraltro, due dizioni inventate dai media. Uno scienziato non utilizzerebbe mai termini così babbei.

Proviamo allora a fare chiarezza.

Per clonazione riproduttiva s’intende fare un bambino o una bambina partendo da una o poche cellule. Non è detto che fra dieci anni non sia possibile, ma non è lo scopo che interessa davvero agli scienziati. Per clonazione terapeutica s’intende produrre, non un bambino, ma tessuti o parti di organo o organi interi. La parola clonazione è la stessa, ma ci si può accoltellare quanto si vuole, sono e restano due concetti completamente diversi. Chi non è mai entrato in un laboratorio e non sa come funziona può dire: ma se noi autorizziamo queste procedure finalizzate alla clonazione terapeutica e qualcuno, sotto banco, prosegue le ricerche e arriva alla clonazione riproduttiva? Io non credo che ciò sia possibile, né probabile, ma se questo dovesse accadere bisogna proibirlo come si fa per altre cose. Ma non posso, poiché qualcuno potrebbe usare un martello per ammazzare il vicino, impedire la vendita dei martelli.

Arrivare a fare due individui identici sarà mai possibile?

Facciamo un’ipotesi di scenario. Supponendo che fosse possibile fare una clonazione umana; cosa che ancora non è. Si prende una mia cellula e da lì si comincia. Ma devo – cosa non facile – trovare una mamma compiacente, che ospiti questo bambino nell’utero visto che, per ora questo passaggio, non è evitabile. Alla nascita poi questo bambino avrà avrà 65 anni di meno di me. Dovrò aspettare che abbia una certa età per vedere come è fatto, come si comporta, cosa pensa. Che garanzia ho che mi somigli? Certo se ne faccio un milioni di cloni ne troverò uno che mi somigli. Ma se ne faccio uno, due, tre o anche dieci con ogni probabilità non mi somigliano neanche fisicamente. Ma soprattutto non avrà mai una psiche identica alla mia, perché si sviluppa negli anni. Alla fine osa ci avrei guadagnato? Avrei un figlio, semplicemente un figlio, il quale tenderebbe a differenziarsi, come fanno tutti i figli che si rispettino. Sarebbe una clonazione per ridere. Certo una coppia che non ha avuto figli o che ne ha perso uno da poco, potrebbe voler fare una sostituzione, ma sarebbe un feticcio. Come chi gli muore il cagnolino e ne compra un altro, come un giocattolo e che non sarà mai identico al precedente. Qualcuno contrario alla clonazione potrebbe dire che non si tratterebbe di un’azione a favore del figlio ma per se stessi. Ma in questo caso allora vorrei sapere quanti genitori “normali

Avvenimenti 21/05

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Nella fabbrica del doppio

Posted by Simona Maggiorelli su giugno 5, 2005

Boncinelli: «La clonazione umana? Un bluff» “Non è possibile produrre due persone identiche. La loro psiche sarebbe comunque differente” di Simona Maggiorelli

I molti centri di fecondazione assistita all’avanguardia in Italia, da un anno, dacché è entrata in vigore la legge 40, lavorano a scartamento ridotto. I laboratori di ricerca sulle celule staminali embrionali sono fermi al palo, mentre gli scienziati italiani sono a un bivio: trasferirsi all’estero per continuare le ricerche oppure accettare di vedersi a poco a poco emarginati dalla comunità scientifica internazionale. Ma perché la ricerca fa così tanta paura a questa maggioranza? E da quali scenari di progresso scientifico l’Italia rischia di essere tagliati fuori? Lo abbiamo chiesto a Edoardo Boncinelli, docente di Biologia e Genetica presso l’Università Vita-Salute di Milano.

Professor Boncinelli quanto è importante la ricerca sulle cellule staminali e in particolare quella sulle staminali embrionali?

Tutti sono convinti, chi più chi meno, che il futuro della medicina, e quindi della salute, passa largamente per l’uso delle cellule staminali embrionali. Ma qui si pone un quesito. Ci sono tanti tipi di staminali: le embrionali, le fetali, quelle del cordone ombelicale e le adulte. Qualcuno dice che con le staminali adulte si può raggiungere ogni obiettivo. Se fosse vero, non varrebbe la pena discutere così tanto sulle cellule staminali embrionali. La verità è che nessuno oggi sa se questo è vero o falso. L’unico modo per saperlo è fare esperimenti. Certo quelle embrionali, per definizione, devono essere capaci di fare tutto, perché quello è il loro mestiere, dichiamo così, istituzionale.

Per ora il tentativo di far regredire le cellule adulte non ha dato grandi risultati o sbaglio?

Dipende molto da chi parla, ognuno porta l’acqua al suo mulino. Bisogna distinguere anche qui, perché purtroppo c’è molta confusione. Infilare qualche cellula in un tessuto malato, nel cuore o in un nervo, dà grandi speranze. Non è detto, però, che l’efficacia immediata sia duratura. La vera speranza per il futuro, e di cui purtroppo si parla poco, non è seminare una cellulina qua e una là, ma fare in laboratorio parti di organo o interi organi. Per questo le adulte hanno probabilità piuttosto basse di funzionare. Negli animali, soprattutto nel topo, le embrionali si sono rilevate estremamente produttive. A priori, se non ci fosse la disputa ideologica, uno punterebbe tutto proprio sulle staminali embrionali.

Nel dibattito sulla legge 40 c’è chi, come il ministro Giovanardi, ha paragonato la fecondazione assistita all’eugenetica.Quanto a sproposito?

L’eugenetica è stata tirata in ballo contro la diagnosi preimpianto. Vietare questo tipo di esame è, a mio avviso, la parte più sbagliata della legge. È un presidio importantissimo, quasi miracoloso, rinunciarci lo trovo assurdo. Dicono che con la diagnosi genetica si sacrificano degli embrioni -in realtà a questo stadio molto precoci, sono solo di otto cellule – per fare dell’eugenetica, intendendo per eugenetica la scelta di certi individui piuttosto che altri. Ma se far nascere bambini non malati può essere inteso come un capitolo di eugenetica, si tratta, a mio avviso, di una pratica sacrosanta. Tutti più o meno consapevolmente tentano di dare ai propri figli il meglio possibile. Comunque sia non siamo minimamente a questo livello. La diagnosi preimpianto oggi serve solo a evitare persone sicuramente malate, non a produrre persone con questa o quella caratteristica biologica desiderata.

E la clonazione tanto paventata?

Un termine esecrando, in nessun laboratorio si parla di clonazione, si parla di clonaggio. Se ne parla da 30 anni ma i media se ne sono accorti ora. La clonazione è uno spauracchio agitato perché si confonde la cosiddetta clonazione riproduttiva dalla cosiddetta clonazione terapeutica che sono, peraltro, due dizioni inventate dai media. Uno scienziato non utilizzerebbe mai termini così babbei.

Proviamo allora a fare chiarezza.

Per clonazione riproduttiva s’intende fare un bambino o una bambina partendo da una o poche cellule. Non è detto che fra dieci anni non sia possibile, ma non è lo scopo che interessa davvero agli scienziati. Per clonazione terapeutica s’intende produrre, non un bambino, ma tessuti o parti di organo o organi interi. La parola clonazione è la stessa, ma ci si può accoltellare quanto si vuole, sono e restano due concetti completamente diversi. Chi non è mai entrato in un laboratorio e non sa come funziona può dire: ma se noi autorizziamo queste procedure finalizzate alla clonazione terapeutica e qualcuno, sotto banco, prosegue le ricerche e arriva alla clonazione riproduttiva? Io non credo che ciò sia possibile, né probabile, ma se questo dovesse accadere bisogna proibirlo come si fa per altre cose. Ma non posso, poiché qualcuno potrebbe usare un martello per ammazzare il vicino, impedire la vendita dei martelli.

Arrivare a fare due individui identici sarà mai possibile?

Facciamo un’ipotesi di scenario. Supponendo che fosse possibile fare una clonazione umana; cosa che ancora non è. Si prende una mia cellula e da lì si comincia. Ma devo – cosa non facile – trovare una mamma compiacente, che ospiti questo bambino nell’utero visto che, per ora questo passaggio, non è evitabile. Alla nascita poi questo bambino avrà avrà 65 anni di meno di me. Dovrò aspettare che abbia una certa età per vedere come è fatto, come si comporta, cosa pensa. Che garanzia ho che mi somigli? Certo se ne faccio un milioni di cloni ne troverò uno che mi somigli. Ma se ne faccio uno, due, tre o anche dieci con ogni probabilità non mi somigliano neanche fisicamente. Ma soprattutto non avrà mai una psiche identica alla mia, perché si sviluppa negli anni. Alla fine osa ci avrei guadagnato? Avrei un figlio, semplicemente un figlio, il quale tenderebbe a differenziarsi, come fanno tutti i figli che si rispettino. Sarebbe una clonazione per ridere. Certo una coppia che non ha avuto figli o che ne ha perso uno da poco, potrebbe voler fare una sostituzione, ma sarebbe un feticcio. Come chi gli muore il cagnolino e ne compra un altro, come un giocattolo e che non sarà mai identico al precedente. Qualcuno contrario alla clonazione potrebbe dire che non si tratterebbe di un’azione a favore del figlio ma per se stessi. Ma in questo caso allora vorrei sapere quanti genitori “normali” mettono al mondo un figlio solo per il figlio stesso. Il discorso, insomma, andrebbe allargato a una riflessione generale sulla genitorialità.

In Italia pare ci sia già chi fa sperimentazione su embrioni comprati all’estero. Con l’obbligo di cedere, però, i ricavi di eventuali brevetti.

Questo è possibile se si parla di linee cellulari, più che embrioni veri e propri. Ci sono molte linee cellulari in commercio. E tutti fanno finta di non saperlo, ecco un altro paradosso. Che ci possano essere dei brevetti mi pare dura. Non ho nessuna stima della ricerca nel nostro paese. O l’Italia dà una sferzata e cambia direzione, oppure parlare di ricerca italiana penalizzata diventa una barzelletta. Beninteso l’attacco alla ricerca oggi c’è ed è fortissimo. Ma in Italia né destra né sinistra hanno interesse che la situazione cambi. Il fatto è che la scienza produce nuove idee, produce novità e può dare una visione del mondo e dell’uomo che ai tradizionalisti proprio non piace.  Avvenimenti

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Biennale Zapatera

Posted by Simona Maggiorelli su giugno 4, 2005


Il 12 giugno a Venezia la 51. edizione della grande kermesse dell’arte «La sua funzione – per la curatrice Rosa Martinez – non è preservare il passato ma inventare il presente ed esplorare i confini dell’arte. Qualcosa di mutante, che si costruisce attraverso la contaminazione con la vita». Perciò aggiunge la cocuratrice Maria de Corral:«A Venezia non solo “stili”, ma artisti che rappresentano una qualche rivoluzione».

di Simona Maggiorelli

maria-de-corral-e-rosa-martinez1Difficile, a volte, commisurare progetti e pensieri: mentre in laguna c’è chi pensa in grande e allarga lo sguardo dell’arte al Mediterraneo e oltre, cercando di dare alla Biennale di Venezia un respiro veramente internazionale, i quotidiani più conservatori – Il Giornale in primis – sembrano voler fare di tutto per riportare la riflessione sull’arte a misura del nostro italico particulare.


Da un lato le due curatrici spagnole di questa cinquantunesima edizione che apre le porte il 12 giugno, Rosa Martinez e Maria De Corral, impegnate far emergere ciò che di più nuovo e vitale si muove nelle arti visive tra Occidente e Oriente. Dall’altro, un manipolo di critici e di giornalisti nostrani che continuano a fare e a rifare la conta di quanti artisti italiani figurano nelle due sedi ufficiali della mostra, all’Arsenale e ai Giardini. Con una raccolta firme vorrebbero costringere il presidente della Fondazione Biennale David Croff e il vicepresidente, il sindaco Massimo Cacciari, a fare marcia indietro e a ripristinare una lettura del panorama dell’arte ricondotta nei confini nazionali, più domestica e normalizzata. Prospettiva che, del resto, all’orizzonte già prende forma concreta, con la nomina dell’americano Robert Storr alla direzione della Biennale del 2007, allargata a progetto triennale. Da “curator” del MoMa, e in Italia da direttore della Biennale internazionale dell’arte contemporanea di Firenze, Storr non ha lasciato molti dubbi sulla sua propensione verso un tipo di arte figurativa d’antan che piace a un mercato dei grandi numeri e verso una statuaria di stampo neoclassico e di gusto molto americano, sostenendo le opere di Gina Lollobrigida. Ma tant’è. L’orizzonte del 2007 è, per fortuna, ancora molto lontano, e molto nel frattempo si agita in laguna: dallo sbarco nei giorni scorsi del magnate francese François Pinault a Palazzo Grassi (nuova sede della sua collezione privata), al progetto di Croff di creare, forse a Ca’Corner della Regina, una sede della Biennale delle arti visive da vivere e abitare tutto l’anno, con archivi, librerie, caffetterie, sul modello della Tate Modern di Londra.
Nel frattempo resta ancora tutta da scoprire e da godere questa Biennale 2005, già battezzata dalla stampa “Biennale Zapatera”, per la forte impronta di passione e di impegno civile che le due blasonate curatrici hanno voluto darle, allargando il cerchio dei paesi a 73, con il recente ingresso di Afghanistan, Albania, Marocco, Repubblica del Belarus, Kazakhistan e Uzbekistan, ospitando per la prima volta un padiglione cinese, ma soprattutto andando a caccia, ognuna con il proprio stile, di opere che raccontano il presente.


Con gusto elegante, estetizzante, più decantato, nel padiglione italiano ai Giardini, Maria De Corral presenta la sua rassegna intitolata: L’esperienza dell’arte.Con scelte più sanguigne, concrete, legate alla vita e alla mescolanza dei linguaggi all’Arsenale Rosa Martinez, in omaggio al veneziano Hugo Pratt e al suo Corto Maltese ha voluto intitolare la propria mostra: Sempre un po’ più lontano. Per entrambe, lo stesso proposito:  proposito: far vedere concretamente quanto l’equazione: Occidente uguale civilizzazione sia ormai superata. «L’utopia della democrazia – ha dichiarato la Martinez – si concretizza in una Biennale ideale che per me significa soprattutto un evento politico e spirituale». Per poi aggiungere con una esplicita dichiarazione d’intenti: «La Biennale, con la sua energia e fluidità, deve essere un modello che si rinnova ad ogni esposizione. La sua funzione non è preservare il passato ma inventare il presente e esplorare i confini dell’arte.


È qualcosa di mutante, che non si costruisce con i nomi dei big di turno ma attraverso la contaminazione con la vita, esplorando territori transnazionali e transgenerazionali». Parola di chi, come lei, Rosa Martinez, dopo essersi formata nella casba degli stili di Barcellona, ha diretto nel 1996 Manifesta 1 e l’anno dopo la Biennale di Instanbul intitolata, non a caso, On Life, Beauty, Translations per approdare poi, dopo le esperienze di Site di Santa Fé e della Biennale di Pusan in Corea, alla cura del padiglione spagnolo e alla rassegna veneziana del 2003. Nella Biennale diretta da Francesco Bonami, quella della Martinez, era una delle sezioni di più forte impatto, con l’ingresso letteralmente murato dall’artista Qui Santiago Sierra per far sperimentare allo spettatore il senso di una respingente frontiera. Evitando i rischi della vertiginosa proposta di Bonami e dei suoi 12 coautori che, nel 2003, seducevano e insieme procuravano un senso di spaesamento nel pubblico, all’Arsenale quest’anno si vedranno le proposte solo di una cinquantina di artisti, giovani ma già emersi; nomi con i quali Rosa Martinez ha già lavorato in passato (da Olafur Eliasson a Mona Hatoum, da Mariko Mori a Pascale Marthine Tayo) e che a Venezia la curatrice catalana ripropone attraverso le loro opere più dirompenti. A cominciare da quelle dichiaratamente femministe del collettivo americano Guerrilla Girls, che armate di video, foto, installazioni si sono date l’obiettivo di mandare a gambe all’aria ogni sorta di pregiudizio che riguardi il sesso o la razza. Più orientata verso uno sguardo più femminile che femminista, la madrilena Maria de Corral, direttrice dall’ ’81 al ’91 del Caixa di Barcellona e poi del programma mostre del Reina Sofia di Madrid (nonché, nel 1986, curatrice del padiglione spagnolo della Biennale con la mostra De varia commensuraciòn) ai Giardini tenta un percorso anche retrospettivo sulle novità più importanti che hanno segnato la scena dell’arte internazionale a partire dagli anni Settanta, scegliendo autori già “classici”,da Francis Bacon a Dan Graham, da Donald Judd a William Kentridge, fino a Antoni Tàpies e a Bruce Nauman. Artisti che nell’ultimo scorcio del Novecento, nel bene e nel male, sono stati presi a modello dalle generazioni più giovani.


«Indipendentemente dalle tecniche e dagli stili – scrive Maria De Corral, – mi interessa proporre alla Biennale quegli artisti che rappresentano una qualche rivoluzione». «Nulla di definitivo – avverte – ma i miei criteri sono rigorosi, anche se inseguono le emozioni ». Da parte di entrambe è proprio questa la promessa: esplorare i territori dell’intimo, i desideri, le passioni, ma anche le contraddizioni e i drammi che oggi attraversano il globo. Senza mai perdere di vista ciò che è più profondamente umano.

Da Europa 4 giugno 2005

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