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Posts Tagged ‘Achille Bonito Oliva’

Il sogno di un artista barbone

Posted by Simona Maggiorelli su novembre 9, 2013

Fausto delle Chiaie nel film di Acocella

Fausto delle Chiaie nel film di Acocella

Presentato al Festival internazionale del cinema di Roma “Ho fatto una barca di soldi,  l’opera prima del regista  Dario Acocella.  Un poetico omaggio all’artista di strada  Fausto delle Chiaie

di Simona Maggiorelli

Per quanto sia abbondantemente nutrito di testimonianze raccolte sul campo, di interviste e di frammenti dal vero Ho fatto una barca di soldi, il docufilm di Dario Acocella che  è stato presentato al Festival Internazionale del Cinema di Roma ( al MAXXI, nella sezione prospettive doc Italia) ci appare come un’opera di videoarte originale e poetica, lontana anni luce dal piglio cronachistico tipico del genere documentario.

La sceneggiatura del film prodotto da Zerozerocento Produzioni in collaborazione con Rai Cinema ruota intorno ad un personaggio singolare come Fausto delle Chiaie (classe 1944), artista che da più di quant’anni lavora per strada a Roma, avendo scelto l’esterno dell’Ara Pacis come tela su cui disegnare le proprie fantasie utilizzando se stesso come pennello in carne ed ossa e come protagonista di curiosi tableaux vivants.
Così sul far della sera, quando i marmi del monumentale complesso augusteo biancheggiano sullo sfondo, questo artista un po’ anarchico, un po’ barbone (che assomiglia ad un omino di Folon) dissemina piccoli tesori sul selciato. Qua un finto topo dentro una gabbia disegnata sormontata dalla scritta “Rattu in inganno”, là un mucchietto di gioielli falsi e una borsetta accompagnata da un laconico cartello con su scritto “scippo”.

Se invece di guardare dritti davanti a noi, camminando, ci si concede uno sguardo da flâneur, curioso verso ciò che accade più in basso, si può scoprire anche una solitaria barchetta in plastilina, carica di spiccioli, ovvero quel piccolo e inaspettato vascello che dà il titolo all’intero film.

Fausto dell Chiaie

Fausto dell Chiaie

Regista, sceneggiatore, montatore e molto altro Acocella dà un’impronta personalissima a questo racconto per immagini di una giornata trascorsa con Fausto delle Chiaie e in cui le rare parole contano tanto quanto i silenzi, pieni e vibranti. Per più di un’ora ci ragala di poter abbandonare il ritmo caotico della capitale per farci scoprire il gusto della lentezza e per farci fare un pieno di incontri emozionanti, raso terra.

La telecamera di Acocella ci fa vedere il mondo ad altezza marciapiede, quasi il nostro fosse il punto di vista di un bambino, non più alto di metro e che intorno scopre un universo di incanti e magie, di sculture e pitture naif, di piccole provocazioni ora gentili ora spiazzanti che mirano a rompere il guscio dell’indifferenza e a mettere in connessione chi si sfiora per strada senza vedere e percepire l’altro.

Come fossero tanti piccoli laici ex voto le installazioni di Fausto delle Chiaie tracciano mappe metropolitane inedite, creano percorsi imprevisti in quel grande museo a cielo aperto che il centro storico di Roma. Poi il nostro artista barbone, imbacuccato e frugale, raccoglie le sue poche cose e sale su un treno per raggiungere una stanza di periferia, zeppa di oggetti trovati, di cose desuete, di matite e pastelli. E a rompere il silenzio della notte resta solo il rumore acido dell’attrito che fa il pennarello sulla carta. Come nota giustamente Achille Bonito Oliva nel frammento di intervista che Acocella ha incastonato nel film, l’arte di Fausto delle Chiaie è una domanda aperta sul mondo, una sfida a mettere insieme arte e vita. Forse anche per questo ci cattura, interrogandoci nel profondo.

Dal settimanale left-avvenimenti, numero 44 9- 15 novembre 2013

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Il suono-colore di Nicola De Maria

Posted by Simona Maggiorelli su dicembre 15, 2011

 Una grande antologica al Museo Pecci di Prato restituisce il percorso originale di Nicola De Mari, che è stato ingiustamente ascritto alla Transavanguardia. La sua poetica della “leggerezza” è lontana anni luce dai tenebrismi di Chia, Cucchi e Clemente

 di Simona Maggiorelli

Nicola De Maria, Paesaggio, pensiero notturno

Ritmo, colore, giocosità poetica. Fanno la cifra personale di Nicola De Maria, a cui, dalla scorsa settimana e fino al 4 marzo, il Centro Pecci di Prato dedica una ampia retrospettiva curata da Achille Bonito Oliva, che per primo ne ha riconosciuto il talento, cooptandolo nella Transavanguardia: più che un movimento, un’etichetta da “esportazione” che ha portato molta fortuna ai suoi cinque protagonisti – Sandro Chia, Francesco Clemente, Enzo Cucchi, Mimmo Paladino e Nicola De Maria – rendendo il loro lavoro riconoscibile e assai appetibile nelle aste e nelle gallerie, soprattutto americane. Una etichettatura che, tuttavia, ha finito per imprigionare l’immagine di De Maria in un ambito piuttosto ristretto se guardiamo con sguardo sgombro alla ricchezza e all’originalità della sua ricerca. A porre rimedio a una lettura appiattita di De Maria raccontando il suo intero percorso (dopo l’antologica che gli dedicò Danilo Eccher anni fa al Macro di Roma) interviene ora il “Primum mobile” della Transavanguardia, Achille Bonito Oliva, coadiuvato da Marco Bazzini, da poco riconfermato direttore artistico del Pecci. Due generazioni e due sensibilità diverse che si incontrano proficuamente nel ricreare nelle immense stanze bianche del Pecci l’universo panteistico e fiabesco di questo anarchico dell’arte che gioca con il colore, materico e ricco, come fosse materia viva. Così ecco le gigantesche opere murali che creano ambienti di fantasia, corrompendo il freddo siderale delle sale espositive pratesi concepite come cubi sottovuoto (secondo la moda degli anni Ottanta). Ma ecco anche le romantiche visioni notturne, sensuali e pastose e che non temono di apparire naif. E le irriverenti riletture della pittura di paesaggio che trasformano la tela in un bassorilievo stratificato. E soprattutto le composizioni di colori, apparentemente improvvisati e cacofonici, ma che finiscono per rivelare una bizzarra armonia, ruvida, struggente, come certi blues sgangherati e geniali di Tom Waits, come opportunamente nota Bazzini in un suo scritto pubblicato nel catalogo Prearo che accompagna la mostra.

Più spesso, però, è una nota musicale alta, limpida e squillante a dominare il quadro. Come nella Biblioteca incantata che sembra ricreare immaginifici découpage alla Matisse o come nella Testa orfica che sussume, in una brillante e sghemba tessitura di rombi, la lunga tradizione di Arlecchini che va da Cézanne a Picasso a Severini. Quella di De Maria, insomma, – come ben evidenzia questa mostra pratese – è una poetica della “leggerezza” (nell’accezione di Italo Calvino), lontana anni luce dalle tensioni religiose, dai tenebrismi e dai criptici simboli di Chia, Cucchi e Clemente.

da left-avvenimenti

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Il nuovo volto della Cina

Posted by Simona Maggiorelli su agosto 18, 2011

di Simona Maggiorelli

Phoenix International Media Center Shao Weiping

Linee sinuose, luccicanti d’acciaio e grandi aperture di luce, attraverso intere pareti a vetri. I palazzi progettati dall’ultima generazione di architetti cinesi offrono una suggestiva visione di leggerezza, sfidando lo skyline con costruzioni immaginifiche, che appaiono come delle gigantesche sculture incastonate nel tessuto urbano. Cercando di emulare le creazioni delle archistar occidentali (da Gehry a Foster a Calatrava) ma con una cifra poetica originalissima, che al nostro inesperto sguardo occidentale richiama affascinanti segni della cultura orientale antica. Così nel Paese che ha già investito oltre un trilione di dollari in nuove costruzioni, le nuove generazioni di architetti cinesi cercano una propria strada, tentando di tenere insieme spettacolarizzazione e una nuova, crescente, attenzione allo sviluppo sostenibile . Un tendenza ben documentata dalla mostra di progetti, fotografie, video, installazioni multimediali aperta dallo scorso 28 luglio al MAXXI. Con il titolo Verso Est. Chinese Architectural Landscape, la rassegna curata da Fang Zhenning, che resterà a Roma fino al 23 ottobre, fa vedere come progetti di architetti occidentali e orientali stiano rapidamente cambiando il volto del paesaggio cinese, specie nelle grandi città, sempre più punteggiate da creazioni futuribili ed evocative. In primo piano al MAXXI trentatré artisti-designer con una quarantina di progetti. Fra loro nomi di grido come Zaha Hadid (con il progetto del complesso polifunzionale di Pechino), Rem Koolhaas (con la la sede della tv di Pechino) e Doriana e Massimiliano Fuksas (con il Terminale 3 dell’aeroporto di Shenzhen). Accanto a loro architetti cinesi emergenti come Wang Shu che ricrea le tecniche tradizionali di costruzione in zone umide o come Qi Xin che progetta eleganti edifici nascosti in paesaggi paludosi. Curiosamente nella selezione dei progetti in mostra non figura nulla di Ai Weiwei, osannato per le sue creazioni ai giochi olimpici del 2008 e poi arrestato per le severe critiche rivolte al governo cinese. Il curatore Fang Zhenning si è giustificato dicendo di voler far conoscere altri progetti di artisti cinesi meno noti, ma l’assenza di Ai Weiwei appare un fatto macroscopico in odore di censura o di autocensura. Intanto il miracolo di un Paese come la Cina che in poco più di trent’ anni ha visto crescere il proprio Pil novanta volte e che all’inizio del terzo millennio ha già conosciuto un decennio d’oro continua a colpire l’immaginazione, per le sue punte di eccellenza, ma anche per le sue molte contraddizioni come fa notare Maurizio Scarpari nel primo volume dell’enciclopedia La Cina appena uscito per Einaudi. Così per toccare con mano quanto sia stato grande il salto culturale compiuto dal Paese di Mao che oggi conta un miliardo e 300 milioni di abitanti, a Roma basta spostarsi dal MAXXI a Palazzo Venezia dove, fino al 15 settembre, sono esposte un centinaio di opere di sei maestri dell’arte moderna cinese provenienti dal National art museum of China (Namoc) di Pechino. Accanto ai ritratti di Ren Bonian si troveranno qui opere di taglio quasi fotografico firmate da Pan Tianshou e opere realiste di Jiang Zhaohe, a testimoniare come il tentativo di superare l’antica e alta tradizione di arte calligrafica cinese, nel secolo scorso, si fosse nutrito di un confronto con l’Occidente, arenatosi in percorsi tristemente imitativi. Quanto alle estreme e d effervescenti propaggini dell’arte contemporanea per conoscerle più da vicino, non resta che attendere (Un)Forbidden City, La post-rivoluzione della nuova arte cinese, che Rossi e Lora stanno preparando con Gao Zhen e Gao Qiang. In occasione della Biennale della via della seta che si terrà ad ottobre a Roma la mostra racconterà le nuove tendenze della scena artistica contemporanea. Compito a cui sta lavorando anche Achille Bonito Oliva con l’attesa rassegna La Grande astrazione celeste sulle trasformazioni dell’arte astratta cinese, dal 1973 agli anni 90 quando con la cosiddetta minimal art si è fatto stretto il rapporto con quella tradizione occidentale che, secondo Abo, sarebbe nata con pittori come Leonardo da Vinci quando scriveva l’arte è “cosa mentale”.

dal settimanale left-avvenimenti

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Cattelan non ha inventato nulla

Posted by Simona Maggiorelli su agosto 12, 2011

di Simona Maggiorelli

Gino de Dominicis teschio

Imprendibile Gino De Dominicis, personaggio enigmatico e irriverente che ha attraversato come una meteora l’arte italina del secondo Novecento. Precorrendo molte trovate di artisti di oggi. Dopo la retrospettiva al MAXXI curata da Achille Bonito Oliva, ora Skira pubblica il primo catalogo ragionato della sua opera. Imprescindibile eppure paradossale ricordando che De Dominicis non aveva mai voluto cataloghi che documentassero le sue mostre.

Molto prima dei teschi tempestati di diamanti che hanno reso famoso (e ricco) Damien Hirst. Molto prima di installazioni provocatorie come i bambini fantoccio impiccati in piazza a Milano con cui Maurizio Cattelan ha fatto scandalo, c’era un artista saltimbanco, enigmatico e imprendibile, come Gino de Dominicis (1947-1998) che – con scheletri sui pattini, teschi dal naso di Pinocchio e opere invisibili – aveva fatto dello spiazzamento dello spettatore (obbligandolo a pensare in proprio) la cifra della propria poetica.

Convinto che «in principio era l’immagine» e non il verbo, Gino de Dominicis rifuggiva le astratte pontificazioni teoriche, si esprimeva per aforismi poetici e non voleva cataloghi per documentare le sue mostre, lasciando che fossero solo le proprie opere – sculture, disegni, installazioni- a parlare, nel rapporto diretto con il pubblico.

catalogo De Domincis

Frugando in libri e cataloghi che poi, malgré lui, sono stati pubblicati nel corso dei suoi trent’anni di carriera, si possono incontrare solo sue rarissime interviste. Fra cui una davvero singolare in cui Achille Bonito Oliva formulava domande molto articolate e De Dominicis rispondeva solo con un sì o con un no.

Così come deprecava la descrizione delle sue opere, De Dominicis non amava che fossero fotografate. «La fotografia non crea riproduce o interpreta l’esistente» diceva. E poi aggiungeva: «Erroneamente ritenute documentative le fotografie non hanno alcuna relazione con le mie opere».

Chissà – viene da chiedersi- come avrebbe accolto ora la notizia della pubblicazione del catalogo ragionato della sua opera in un monumentale volume edito da Skira: curato da Italo Tomassoni, attraverso 632 opere schedate, la monografia fotografa passo dopo passo ogni sua realizzazione. Di fatto per gli storici dell’arte (e non solo) questa è una pubblicazione importantissima, imprescindibile per tutti i futuri studi su De Dominicis. Senza per questo voler svelarne il “mistero”, né imbrigliare in categorie il lavoro di quest’artista marchigiano che volle sempre rimanere distante dalle mode e dai movimenti consolidati, compresa l’Arte povera.

Come e più di Cattelan, di fatto, De Dominicis da artista rifletteva criticamente su tabù sociali, sull’evoluzione della scienza, sulla cultura dominante. E come ci ricorda la mostra che Vittorio Sgarbi ha curato alla Galleria Giorgio Franchetti di Venezia (fino al 30 settembre, catalogo Silvana editoriale) De Dominicis, soprattutto, s’impegnò per contrastare l’omologazione che già dopo le avanguardie storiche intossicava il mondo dell’arte. Basta pensare alla sua famosa mozzarella in carrozza con cui, sbeffeggiando Duchamp faceva vedere che una mozzarella resterà sempre tale, anche se messa in una preziosa teca di museo.

da left -avvenimenti

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Nuove tribù creative dall’Africa

Posted by Simona Maggiorelli su febbraio 4, 2011

Alla Biennale di Malindi, fino al 28 febbraio, la nuova onda africana, nomade e vitale

di Simona Maggiorelli

George-Lilanga

Le sue composizioni addensate di figure, uomini e animali che danzano in una foresta di colori brillanti, sono diventate il simbolo orgoglioso di una nuova Tanzania, giovane e consapevole dei propri tesori naturali; gioielli da far sapientemente balenare agli occhi dei turisti, insieme ai ritmi ribelli del nuovo rap e alle seduzioni di una viva e multiforme scena artistica. Così tele di un maestro degli anni del post colonialismo come George Lilianga (Kikwetu 1934-Der es Salaam 2005) occhieggiano già dalle colonne dell’aeroporto di Der es Salaam e di Zanzibar accanto a opere più seriali di pittori delle ultime generazioni che scelgono una via quasi fumettistica per raccontare, con divertita ironia, vecchi e nuovi incontri fra il “buon selvaggio” africano e “conquistadores” in tenuta da safari. E mentre il flusso del turismo consumistico, dalle capitali del Kenya  e della Tanzania, armato di macchine fotografiche, sciama verso parchi e villaggi Alpitour, c’è un atro flusso di viaggiatori che si dirige invece verso le capitali culturali dell’Africa, dalla piccola Stone Town tanzana alla keniota Malindi.

Qui in particolare, fino al 28 febbraio, è aperta la terza Biennale d’Arte, un appuntamento che in sei anni ha saputo guadagnare una forte attenzione internazionale. Anche grazie a una sua caratteristica specifica, quella di affiancare ad una ampia selezione di opere di artisti africani, alcune opere di giovani artisti occidentali ispirate alle tematiche poetiche ma anche politiche che attraversano questo immenso continente. Seguendo questa scia, con il titolo Safari (artisti e sciamani) l’attuale Biennale di Malindi curata da Achille Bonito Oliva

Esther Mahlangu

esplora le assonanze, i richiami interni che più o meno involontariamente attraversano il fare artistico di chi in Africa è nato e di chi l’ha eletta come propria patria creativa. Così accanto ai paesaggi umani di Lilanga, senza fondo e senza prospettiva (quasi a voler reinventare la pittura medievale) ecco i racconti per immagini di una Africa magica firmati da Bush Mikidadi. Accanto alle geometrie di linee e colori della celebre artista sudafricana Esther Mahlangu ecco le modernissime e sensibili pitture astratte su legno di Endgaget Legesse, talentuoso artista etiope nato nel 1971. E via di questo passo, in un mosaico di forme e colori che ci dice di nuove affascinanti tribù dell’arte, nomadi e imprendibili.

da left-avvenimenti del 4 febbraio 2011

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ABO e i portatori di tempo

Posted by Simona Maggiorelli su settembre 2, 2010

di Simona Maggiorelli

Picasso, disegni di luce

E’ dedicato a tutti i grandi «portatori del tempo» il nuovo progetto editoriale del curatore e critico d’arte Achille Bonito Oliva. Ovvero a tutti quegli artisti, scienziati, filosofi, registi, compositori e scrittori che nel corso del Novecento hanno inaugurato un modo nuovo di sperimentare la dimensione del tempo. Che per le avanguardie storiche, per esempio, diventò d’un tratto simultaneità, sinestesia, improvvisa connessione di senso, alla velocità fulminea dell’intuizione. E questo non solo nel dinamismo della pittura futurista e nei primi esperimenti cinematografici di Balla e Bragaglia. O nelle danzanti composizioni astratte di Kandinsky.

Ma anche in settori come la musica che, con la dodecafonia, rompe la linearità di una partitura classica iscritta in un movimento ritornante e prevedibile. Per non dire poi del romanzo che, da Kafka a Joyce, abbandona la grande narrazione descrittiva ottocentesca per aprirsi a improvvise epifanie, per farsi torrenziale racconto interiore (il cosiddetto stream of consciousness). E molto oltre.  Andando ancora più a fondo con la visionarietà potente di prose liriche che trascolorano i contorni intagliati e secchi della percezione razionale.

Proprio ricercando i segni di una diversa dimensione del tempo nelle arti del XX secolo,  Achille Bonito Oliva ha ideato per Electa una Enciclopedia delle arti contemporanee, di cui il 3 settembre al festival della mente di Sarzana presenta il primo libro, dedicato al tempo comico; un volume a più mani (tutta l’opera si avvale di un team di giovani esperti) sulla cui copertina campeggia il celebre telefono di Dalì con una rossa aragosta al posto della cornetta. Un lavoro letteralmente sconfinato dacché studia come sono mutate la letteratura, la musica, la pittura, l’architettura, la videoarte, il cinema, la musica, il teatro in base «all’incursione di una nuova temporalità nel processo creativo e nella fruizione dell’opera».

Ma non è un’enciclopedia di tutto lo scibile, mette le mani avanti ABO. «Piuttosto è un progetto direzionato – dice – concepito seguendo il filo di un pensiero elaborato in vent’anni di studi che mi hanno fatto rendere conto di quanto il tempo sia il “frullatore” di ogni specificità linguistica, producendo una rivoluzione non solo linguistica, direi proprio antropologica nel contemporaneo». A questo si intreccia l’analisi dei cambiamenti apportati dallo sviluppo delle tecniche e delle tecnologie nel Novecento e che, nelle mani degli artisti, sono diventate mezzi per dilatare e accorciare la sensazione del tempo. E più in generale strumenti per allargare le potenzialità espressive «facilitando – ricorda ABO – l’avvicinamento fra discipline umanistiche e scientifiche ma anche esperimenti di commistione dei linguaggi».

Fra le sue declinazioni della temporalità spicca «il tempo interiore» affermato da alcuni artisti, ribelli alla mimesi. Picasso ne fu “il campione”?
Certamente ma anche alcuni surrealisti hanno esplorato questo ambito, evocando una fantasia che promana dal profondo. Ma nel caso di Picasso senz’altro ci troviamo davanti a una soggettività molto forte. In lui c’è quasi un furor, una straordinaria capacità scompositiva e compositiva – pensi al periodo del cubismo analitico -. Il suo è un modo personalissimo di rappresentare il tempo interiore.

Un modo di rappresentare che obbliga lo spettatore a un cambiamento?
L’irruzione del tempo interiore elimina ogni elemento di contemplazione, spinge al movimento, favorisce “una guardata curva”. C’è una voluta incompiutezza nell’arte contemporanea. Che non ha nulla a che vedere con il non finito di Michelangelo (dovuto al pensiero che l’uomo è un demiurgo terreno che non ha la forza del divino). L’arte contemporanea chiede allo spettatore una partecipazione attiva, nel creare  la sua visione completa.

Per questo primo volume sul tempo comico dice di aver preso spunto da Nietzsche.  In che modo?
Nietzsche parlava di un tempo comico come tempo dell’irrilevanza, della fine del valore della cosa in sé, come tempo della vita immediata, opposto allo spirito assoluto. Da qui ho ricavato lo spunto per l’esplorazione di alcune figure del tempo comico.

Cita anche Giordano Bruno come anticipatore di molti di questi temi.
Tornando a leggerlo mi sono reso conto che, pur nella sua concezione neoplatonica, dà importanza alla vita. C’è un forte privilegio della materia. è una strana figura Bruno, di santo e di eversore. Il suo linguaggio ha una nota di erotismo. Ama trasfigurare. E poi Bruno è caparbio. Finì al rogo per non voler dire una parolina che Galileo, invece, si lasciò sfuggire subito. Bruno ricorre alla follia per uscire dal logos occidentale.

Alla follia dell’arte, intesa come coraggio creativo, lei dedica una mostra a Ravello. In questo sistema globalizzato dell’arte dominato da un’estetica occidentale che lei stigmatizza come «puritana, razionale, asettica» c’è ancora spazio per chi fa ricerca?
Sì, ma a prezzo di una inevitabile solitudine. In questo senso parlo di follia. Come capacità di un artista di prodursi in nuove forme che intercettano e bucano l’immaginario collettivo, oggi, sempre più anestetizzato, votato a una sensibilità superficiale. Viviamo ancora in tempi di post modernità. Sono cadute le vecchie ideologie ma domina il sistema dell’arte delle sette sorelle (il circuito che va dal MoMa alla Tate, al Centre Pompidou ndr). E tutti aspirano ad andare a esporre in quei sancta sanctorum, secondo quegli standard. Con le mostre, con questa enciclopedia, da parte mia, non smetterò di massaggiare i muscoli  atrofizzati della sensibilità del pubblico.

da left-avvenimenti del 26 agosto 2010

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Il mondo dell’arte nel 2010: ritorno alla ricerca

Posted by Simona Maggiorelli su luglio 15, 2010

Mentre Parigi e Londra puntano sulla cultura per battere la crisi, il Belpaese resta al palo. Nonostante l’apertura del MaXXI e alcune mostre di pregio. Ecco lo scenario che si prospetta per il nuovo anno

di Simona Maggiorelli

Kandinsky

Lasciati alle spalle gli anni zero dell’euforia dei mercati internazionali dell’arte e, specie per quanto riguarda l’Italia, gli anni di “mostrite” acuta (che nell’ultimo decennio ha prodotto una ridda di mostre già finite nel dimenticatoio) l’anno nuovo si apre all’insegna di esposizioni che tornano ad esplorare le avanguardie storiche e l’opera dei maestri che hanno segnato importanti svolte nei due secoli passati: da Goya a Van Gogh, da Gauguin a Kandinsky a Picasso. Ma il 2010 dell’arte, in molta parte d’Europa, si annuncia anche all’insegna di un concetto chiave come la valorizzazione dei beni culturali. Solo per fare un esempio basta dire che il presidente francese Sarkozy, anche per reagire alla crisi economica, nell’anno che si è appena aperto ha in programma di realizzare un grosso processo di riforma e di rilancio del Grand Palais e della Rmn (Réunion des musée nationaux) con l’obiettivo di “fare di Parigi una delle prime sedi di mostre a livello internazionale”. E mentre Londra, con un forte rilancio delle due sedi della Tate e con il ricco programma di esposizioni dedicate alle civiltà antiche della National gallery e del British punta a scippare a Berlino il primato di capitale dell’arte contemporanea e dell’archeologia, Barcellona e Amsterdam, investono su mostre scientifiche di studio e di approfondimento dell’opera di Picasso e Van Gogh.

E nel Belpaese?

Quanto a valorizzazione del patrimonio tutto procede, purtroppo, in ben altra direzione. Dopo un anno di fortissimi tagli al Fus alla tutela e alle soprintentendenze il responsabile della neonata direzione generale della valorizzazione dei beni culturali, il super manager ex Mc Donald’s Mario Resca ha appena varato una campagna pubblicitaria in cui il Colosseo appare smontato pezzo dopo pezzo mentre il David di Michelangelo, imbracato, si invola in cielo. Sotto scorre una minacciosa scritta: “se non lo visitate lo portiamo via”. Chi ha avuto modo di viaggiare durante queste festività ha visto senz’altro modo di notare questa geniale sortita del nostro ministero dei Beni culturali che circola on line nel circuito tv dei più importanti aeroporti nostrani. Ma tant’è. Continuando a sperare che gli italiani prima o poi si decidano a dare il ben servito a questa classe politica di centrodestra che, fra le altre pensate, ha concepito anche una Spa per la cartolarizzazione e la vendita di importanti pezzi del patrimonio nazionale, nell’anno che si apre gli amanti dell’arte antica e contemporanea avranno alcuni appuntamenti per rinfrancarsi, almeno un po’. Appuntamenti dovuti- è quasi pleonastico dirlo- alla tenacia di singoli studiosi non certo alle “ politiche” di questo governo.

Man Ray nudo di Meter Hoppenheim

Fra i vari eventi pensiamo in modo particolare dalla mostra ideata da Claudio Strinati per i quattrocento anni dalla morte di Caravaggio alle Scuderie del Quirinale a Roma, ma anche della duplice rassegna dedicata a Giotto e Assisi (marzo-settembre 2010) e al cantiere della Basilica e all’arte umbra tra il Duecento e il Trecento. Ma parliamo anche e soprattutto, della definitiva apertura del MaXXI, il museo del XXI secolo disegnato da Zaha Hadid, che dopo 11 anni di gestazione e 6 di costruzione aprirà a maggio con cinque mostre: da Spazio! dedicata alle collezioni permanenti di arte e architettura alla antologica dedicata a Gino De Dominicis curata da Bonito Oliva. Per il resto in Italia si produce poco e si importa molto. Seppur non di rado con profitto, come nel caso della grande mostra dedicata ai maestri dell’arte astratta che approderà al Guggenheim di Vercelli dal 20 febbraio sotto l’egida del curatore (nonché direttore del Macro di Roma) Luca Massimo Barbero. O anche come nel caso della mostra Utopia matters, che dal primo maggio, a cura di Vivien Greene, inaugura la nuova ala museale del museo Peggy Guggenheim di Venezia.Ma pensiamo anche alla mostra Goya e al mondo moderno che si aprirà il 5 marzo al palazzo Reale di Milano con la collaborazione di Skira. In questo quadro di collaborazione fra l’editore di origini svizzere e Palazzo Reale preceduta dalla rassegna Schiele e il suo tempo che si aprirà il 25 febbraio.

Su e giù per lo stivale

Mentre a Villa Manin a Passariano di Codroipo (Udine) prosegue con successo di pubblico fino al 7 marzo la mostra L’età di Courbet e Monet. La diffusione del realismo e dell’impressionismo nell’Europa centrale e orientale il prolifico e, comunque sia, bravissimo Marco Goldin con Linea d’ombra annuncia già la mostra Munch e lo spirito del Nord, in programma sempre a Villa Manin: 40 dipinti del pittore norvegese intercalati ad altri 80 dipinti che raccontano della pittura in Norvegia, Svezia, Finlandia e Danimarca nel secondo Ottocento.

dalla mostra aristocratic

E ancora a Parma, dal 16 gennaio Novecento arte fotografia moda design, una grande mostra che indaga il secolo passato inseguendone tutti i rivoli, grazie alle molte donazioni che gli artisti stessi hanno fatto al centro di documentazione creato da Arturo Carlo Quintavalle e Gloria Bianchino. In mostra opere di Schifano, Burri, Boetti, Fabro, Ceroli, Guttuso, Fontana, Sironi e molti altri.

Hong Kong tradional trandy

E ancora celebrando il Novecento, a Venaria reale e al museo del cinema di Torino la mostra 400 anni di Cinema: dal film paint alle lanterne magiche, in co-produzione con la Cinémathèque frainçaise di Parigi. Per quanto riguarda la fotografia, dal 29 gennaio al 5 febbraio 2010, in veste di evento off di ArteFiera 2010 di Bologna segnaliamo la proposta della rassegna Aristocratic The new experience. Una mostra che racconta un’esperienza caratterizzata da un forte desiderio di interagire con la realtà e che tuttavia porta a una trasformazione delle immagini in chiave assolutamente personale, anche attraverso la sperimentazione di nuove tecniche, strumenti e materiali.

Spagna. Dal genio di Picasso in poi

Al museo Picasso di Barcellona si indaga l’influenza cruciale che l’artista catalano Santiago Rusiñol esercitò sul giovane Picasso comparando l’opera dei due artisti dal punto di vista biografico e iconografico. Dal 15 ottobre al 16 gennaio 2011 poi il museo Picasso di Barcellona organizzerà una mostra che esplora i rapporti fra Picasso e Degas affidandola alla cura di una delle maggiori studiose dell’artista spagnolo Elizabeth Cowling dell’ University of Edinburgh. Un confronto basato sul fascino che Degas esercitò su Picasso e sul diverso uso che i due artisti fecero di pastelli pittura, scultura stampe e fotografia. Una mostra che punta a esplorare le risposte esplicite di Picasso a Degas ma anche i nessi concettuali più nascosti fra i due artisti. Al Prado,invece, nel 2010 approderà la mostra dedicata all’esplorazione della luce del romantico Turner,già passata per il Grand Palais e che mette a confronto i suggestivi paesaggi del pittore inglese con opere del XVI e XVII firmate da Brill, Carracci, Lorraine e Poussin. Intanto si lavora già a una importante mostra dedicata all’ultimo Raffaello e che sarà esposta al Prado e al Louvre nel 2012. Nell’anno che si apre ricchissimo è anche il programma del museo Guggenheim di Bilbao dove per dicembre è attesa una retrospettiva del pittore americano Robert Rauschenberg scomparso nel 2008.Ma anche e soprattutto una importante antologica dell’artista indiano Anish Kapoor,una delle personalità più sensibili e interessanti della scultura contemporanea. La mostra ricalca in parte quella organizzata dalla Royal Academy of Arts di Londra lo scorso anno e che ha avuto un notevolissimo successo di pubblico e di critica.

La grande Francia

L’anno francese si apre all’insegna di una grande rassegna dedicata alle icone sacre dei territori della Russia cristiana (dal 3 maggio al Louvre) con una mostra che scandaglia la tradizione che va dal IX al XVIII secolo.Al Centre Pompidou, da aprile a luglio Attraversando nazioni e generazioni Crossing nations and generations, Promises from the past con cinquanta artisti dall’Europa centrale e dell’Est , a più di vent’anni dalla caduta del Muro di Berlino cercando di individuare continuità e punti di rottura nel lavoro delle generazioni di artisti più giovani.

E ancora, per quanto riguarda l’archeologia, in primavera al Louvre, Meroë, impero sul Nilo. Di fatto si tratta della prima mostra dedicata esclusivamente alla capitale egizia, con più di duecento reperti che raccontano dell’influenza africana egizia e greco romana che si intrecciò in questa area di 200 chilomentri a nord dell’attuale Khartoum. La capitale reale Meroë è diventata famosa nei secoli per le piramidi dei re e delel regine che dominarono la regione tra il 270 a.C e 350 d.C. Un tema quello dell’esplorazione delle civiltà antiche che ritroviamo al centro anche della mostra Strade verso l’Arabia. Tesori archeologi dall’Arabia saudita. Una mostra che permette di conoscere più da vicino la storia artistica di questo paese che a causa del regime fondamentalista che lo governa rende difficile l’accesso agli occidentali.

Sua maestà la ricerca scientifica

Senza perdere troppo tempo con gli eventi da cassetta la National Gallery punta sulla ricerca scientifica ed il restauro. Così tra le mostre più interessanti proposte dai musei inglesi per il 2010 c’è a partire da fine giugno la rassegna dedicata alle recenti scoperte riguardo ad attribuzioni e nuovi studi su opere di grandi maestri conservate alla National Gallery. Un esempio abbastanza emblematico: nel 1845, il quadro dal titolo Uomo con teschio fu attribuito a Hans Holbein. Una recente analisi dell’opera con mezzi aggiornati e scientifici ha dimostrato che l’opera risale e a un periodo successivo alla morte dell’artista.

Esplorando un altro ambito poco sotto i riflettori come quello del disegnoo antico, dal 22 aprile, sempre alla National Gallery si apre una grande mostra dedicata al disegno rinascimentale italiano, da Verrocchio a Leonardo a Michelangelo e Raffaello. Per quanto riguarda le civiltà antiche e l’arte di altri continenti, dal 4 marzo, la National ospita una grande retrospettiva dedicata alla scultura africana nigeriana che conobbe una particolare fioritura tra il XII e il XV secolo. E poi con un salto di molti secoli ancora dando uno sguardo alla fitta programmazione della Tate si segnalano nel 2010 la mostra dedicata all’avanguardia europea di Theo van Doesburg (1883-1931) protagonista del movimento olandese di artisti, architetti e designers De Stijl. Ma anche e soprattutto la retrospettiva di Arshile Gorky (1904-1948) dal 10 febbraio, in un confronto serrato con la diversa ricerca di Rothko, Pollock e de Kooning. E ancora dal 30 settembre l’antologica dedicata a Gauguin con un centinaio di opere da collezioni pubbliche e private del mondo per uno sguardo nuovo su questo maestro della modernità.

dal quotidiano Terra del 2 gennaio 2010

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Finalmente MAXXI

Posted by Simona Maggiorelli su Mag 27, 2010

Dal 28 maggio il museo del XXI secolo progettato dall’archistar anglo-irachena Zaha Hadid apre ufficialmente i battenti in via Guido Reni a Roma. Con un pieno di mostre ed eventi.

di Simona Maggiorelli

K.Ataman - Dome02, al MAXXI

Dopo aver aperto al pubblico i sinuosi e labirintici spazi del Maxxi ancora vuoti, finalmente venerdì 28 maggio 2010 il grande museo romano progettato dall’architetto Zaha Hadid viene inaugurato ufficialmente con una serie di mostre che aprono in contemporanea. In uno spettacolare dialogo fra culture e generazioni diverse.

Basta dire che un raffinato artista come l’indiano Anish Kapoor espone una delle sue eleganti sculture dalle forme morbide e “primordiali” accanto a un giovane e (ipercelebrato) videoartista come Francesco Vezzoli che al Maxxi porta una delle sue creazioni che citano ironicamente gli schemi visivi dalla tv e dalla cartellonistica pubblicitaria. E in uno stesso spazio si può passare dalla scultura essenziale e poetica, in materiali poveri, di Giuseppe Penone alle installazioni futuribili e stellari di Grazia Toderi.

Così mentre i tappeti dalla tessitura barocca con cui negli anni Settanta Alighiero Boetti ridisegnava fantasticamente la mappa del globo, nelle sale del Maxxi, fanno la loro comparsa accanto alle colorate geometrie di un minimalista come Sol Lewitt, che più di ogni altro ha rappresentato la cultura americana degli anni Ottanta. E ancora, per dare il senso di come negli scenografici spazi del MAXXI (così come nel mondo globalizzato dell’arte internazionale) le distanze si accorcino vertiginosamente ecco le stilizzate figurazioni in bianco e nero con cui il sudafricano William Kentridge costruisce le sue narrazioni per immagini intercalate da istallazioni site specific create da studi di architettura internazionali fra cui Diller, Scofodio e Renfro.

Va in scena così il primo, prezioso assaggio di quella che potrebbe presto diventare la collezione di arte contemporanea più importante d’Italia. Tra le mostre temporanee, invece, dal 28 maggio al Maxxi apre la prima importante personale di Gino De Dominicis, con il titolo Immortale (in perfetta sintonia con la sua ironica grandeur). Achille Bonito Oliva ha raccolto 130 opere dell’irriverente artista marchigiano scomparso nel 1998. Spazio agli artisti emergenti dal Sud del Mediterraneo, infine, con Mesopotamian dramaturgies, otto opere video del turco Kutlug Ataman per tornare a riflettere sul rapporto fra Oriente e Occidente. E questo solo per dare un assaggio. Gli spazi sono immensi, e altrettante le proposte. Se si vuole arrivare attrezzati per comprendere la tessitura i nessi con cui Anna Mattirolo direttrice di MAXXI arte e e il suo staff hanno costruito i vari percorsi delle mostre è utilissimo munirsi di un autorevole Baedeker, il catalogo MAXXI-Electa.

dal settimanale left-avvenimenti 21 maggio 2010

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Gli anni zero dell’arte

Posted by Simona Maggiorelli su gennaio 26, 2010

di Simona Maggiorelli

Punta della dogana, venezia

Jeff Koons, tulips

Nell’ultima decina d’anni il mondo dell’arte ha conosciuto una vita frenetica. Una crescita esorbitante del mercato, che ha risentito relativamente della bolla economica perché l’arte è stata vista dalle élite come bene rifugio.

Ma al tempo stesso- ecco il fatto positivo- con le nuove biennali del Sudest asiatico e africane, (che hanno rafforzato la tendenza glocal delle Biennali di Venezia e di Berlino)  il circuito delle proposte si è internazionalizzato e molte frontiere sono cadute. Così molti artisti di talento provenienti da Paesi poveri hanno potuto farsi conoscere all’estero: dalle Filippine all’Africa nera.

Un fenomeno di allargamento del canone internazionale dell’arte che ha coinvolto grandemente anche un paese in ascesa economica come la Cina, anche se  in questo orizzonte globalizzato del nuovo millennio  l’Impero celeste si è limitato a riversare sul mercato occidentale e orientale una piatta e seriale produzione new pop.

E non pare un fatto  causale. Se è vero, infatti, che il mondo dell’arte si è allargato geograficamente è altrettanto vero che il pensiero egemone nel mondo dell’arte degli ultimi dieci anni è stato, pervasivamente, quello anglo-americano: fra assordanti riedizioni della pop art e nuove ondate di razionalismo puritano dal Nord Europa in veste di minimalismo concettuale. Curiosamente…. come opposte facce di una stessa medaglia.

 

Biennale Venezia diretta da Birnbaum

Le sette sorelle. Nell’orizzonte globalizzato- nota Achille Bonito Oliva – Metropolitan, Whitney, MoMa, Guggenheim, Tate Modern, Centre Pompidou e Ludwig in Germania, le cosiddette sette sorelle impongono il pensiero unico dell’arte degli anni duemila. “I curatori di queste istituzioni – prosegue Abo- si passano gli artisti e stabilizzano così un movimento senza movimento… di fondo il prodotto che emerge in questa circolazione bloccata è sempre analitico, astratto, tecnologico, legato alla cultura puritana anglosassone, ad una sensibilità per cui il genius loci è azzerato e ad emergere è sempre il segno forte dell’arte e della cultura americana”. L’ultima Biennale di Venezia curata nel 2009 dallo svedese Daniel Birnbaum, nonostante le migliori intenzioni che emergevano fin dal titolo Fare mondi,ne è stata un esempio lampante: negli spazi della Biennale il respiro bloccato di una esposizione politically correct, quanto anemica, ecumenica quanto frutto di una raggelata e spinoziana geometria delle passioni. Mentre negli spazi di punta della Dogana andava in scena il volto glamourous, sprezzante delle misure e dei costi, dell’arte -gadget  di marca anglo americana.

 

Marc Queen Kate Moss as Syren

Ma, al fondo, che cosa è davvero accaduto in questo primo decennio degli anni zero del nuovo millennio?

Se l’angelo di Klee, mentre è rapinosamente trascinato verso il futuro, guardasse alle macerie che gli ultimi anni hanno lasciato dietro di sé vedrebbe soprattutto cumuli di cadaveri e  scene di distruzione. Dalle bombe “intelligenti” di Bush, all’11 settembre, dalla guerra Usa in Afghanistan agli attentati di Mumbay e di Londra… Uno scenario tragico che l’arte contemporanea che ha dominato le scene delle gallerie, delle riviste e delle aste negli ultimi dieci anni (abdicando a se stessa) perlopiù ha bellamente ignorato – e non parliamo di cronaca che non pertiene all’arte – ma  nella rappresentazione allegorica e traslata. E nelle gallerie che fanno tendenza e poi al Moma come da Christie’s è stato tutto un tripudio di grandeur, di cieca euforia, di scelte estetizzanti e sorde alla complessità e alla drammaticità del reale. Così, eccezion fatta per alcuni artisti giovani o provenienti da aree di crisi del mondo (dall’iraniana Shirin Neshat alla serba Marina Abramovic, all’albanese Adrian Paci, solo per fare qualche esempio) a tenere la scena dal Duemila a oggi sono stati una manciata di ricchi artisti globtrotter come Damien Hirst, Jeff Koons, Maurizio Cattelan e Marc Queen. A loro è andata pressoché tutta l’attenzione dei media.

E il teschio tempestato di diamanti ideato da Hirst  ( ancora nell’anno 2011 celebrato in Palazzo Vecchio a Firenze) è andato sulle copertine delle riviste patinate, così come un decennio prima le foto delle top model Naomi Campbell e Cindy Crawford. Per tutta risposta, in questo gioco di specchi, Marc Queen ha “incartato” in foglia d’oro zecchino la sua statua-ritratto della modella Kate Moss. Compiacere il pubblico con icone a uso e consumo del nuovo millennio oppure cercare lo scandalo. Il vecchio e consunto Andy Wharol ancora docet. E soprattutto fa vendere.

 

Damien Hirst

Questa è la new religion di Hirst e degli ex Young british artists (YBAs) scoperti alla fine del secolo scorso dal pubblicitario Charles Saatchi, nel frattempo, diventato potente gallerista. E se Hirst si spaccia per il cantore moderno della britannica triade letteraria «la morte, la carne, il diavolo», alla resa dei conti, appare piuttosto come un abile confezionatore di scintillanti oggetti “taumaturgici” per placare la paura di morire di tycoon e finanzieri di alto bordo. La sua, più che arte è “artefattualità”, annota Gillo Dorfles in Fatti e fattoidi (Castelvecchi). «Nei nostri tempi adulterati e massmedializzati – scrive il grande decano della critica – l’importante non è più il vero ma il verosimile. Se guardiamo all’arte degli ultimi anni scorgiamo una quantità di pratiche che sono dubbie». Evidente, sottolinea Dorfles, il camuffamento operato dalla body art (da quella anni Settanta e Ottanta di Orlan a quella cyborg): ci si fanno incisioni sul corpo oppure ci si munisce di elettrodi «per alterare la vera personalità senza acquisirne una nuova». E poi riguardo alle «strategie simulazionali» di Hirst o di Koons, Dorfles sbotta: «Dobbiamo avere il coraggio di dire che si tratta di feticci più che opere d’arte». Del resto come altro giudicare lo squalo in formaldeide di Hirst? «Per coprire un deficit di iniziativa personale – spiega Dorfles – l’arte si fa massimamente spettacolare». E oggi richiede che l’artista sia anche e soprattutto un abile mercante. Il giapponese Murakami in questo caso surclassa tutti con opere come The oval Buddha, una scultura di cinque metri in platino e costata quanto un film hollywoodiano indipendente. Ma per entrare nel gotha degli artisti-re mida della prima decade del XXI secolo, non servono tanto le idee quanto avere fiuto da finanziere. Per cui il solito Hirst ha direttamente venduto all’asta le sue opere (prima che le sue pecore sotto spirito si squaglino) saltando il sistema dei galleristi. Feticizzazione dell’oggetto, il mercato che prende il posto della critica d’arte nel decretare ciò che vale e da parte degli artisti degli anni zero dell’arte perfetta conoscenza di quel processo di mitizzazione che fa di un oggetto uno status symbol. Ma per questo urgono collezionisti con portafoglio “a organetto”.

 

Cattelan, Hitler

I collezionisti di zeri. «Oggi ai collezionisti d’arte non interessa tanto l’opera ma il suo valore» scrive Francesco Bonami in Irrazionalpopolare (Einaudi). E questo non riguarda solo un tycoon come Pinault proprietario di marchi come Gucci e Ysl, nonché patron di Punta della dogana e di Palazzo Grassi a Venezia (dove espone la sua collezione privata fatta di opere monumentali, impossibili da mettere in casa). E non si tratta di un caso isolato nel ristretto quanto facoltoso mondo del collezionismo anni duemila.«Lo spirito di emulazione dilaga» avverte Bonami. Per cui due oligarchi ucraini si sono contesi la tela di un giovane pittore canadese sconosciuto, fino a 13 milioni di dollari «solo per dimostrare chi fra i due era più ricco e idiota». Ecco la logica dei ricchissimi happy few che hanno tenuto in piedi il drogato sistema dell’arte degli anni zero: «Se Pinault ce l’ha, lo voglio anch’io».

 

Cattelan, l'amore salva la vita

Il cattelanesimo, ci spiega ancora Bonami, è stata l’altra religione che ha contribuito al gioco degli art addicted degli anni zero. Il suo idolo è Maurizio Cattelan, quello che si è fatto conoscere con l’asino all’università di Padova per la sua laurea honoris causa e con i fantocci di bambini impiccati in piazza a Milano. Grande provocatore, sapiente manager di se stesso, Cattelan ha riportato l’arte italiana sulla scena internazionale (a ruota sono emersi poi i più giovani Francesco Vezzoli e Vanessa Beecroft). «Maestro indiscusso nel dragare e risputare immaginari», ricorda Andrea Lissoni ne Gli anni zero 2001-2009 (Isbn edizioni) ha diretto con Massimiliano Gioni la Biennale di Berlino del 2006, caposaldo d’invenzione e innovazione. «Il Fiorello delle arti plastiche» sarà il guru dell’arte anche della prossima decade? Gratta gratta, in questo quadro rischia che ci sia da augurarselo dal momento che, in questo circo barnum di nuovo millennio è, stando a Bonami, uno dei pochi «che sa rompere le scatole a una società che dà molto per scontato, violenza ai minori compresa, ma che si ribella quando la rappresentazione di quella violenza gli arriva sotto casa, disturba il traffico e fa rabbrividire le mamme e i babbi con le tasche piene di ovetti kinder e videogiochi dove più se ne ammazzano meglio è».

da left-avvenimenti

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Clemente e il naufragio dell’avanguardia

Posted by Simona Maggiorelli su Mag 31, 2009

di Simona Maggiorelli

Francesco Clemente, Tandori Satori

Francesco Clemente, Tandori Satori

Della Transavanguardia, brand coniato sorprendentemente da un critico progressista come Achille Bonito Oliva, si è molto discusso: tenebrismo, nuovi selvaggi,furbesca caduta in un finto irrazionale intriso di icone cattoliche (che sul versante di croci e merletti poi, via Basquiat, avrebbe portato alla pop star Madonna). Ma tant’è, oggi la Transavanguardia figura non solo nei musei statunitensi, ma anche nei più seri e attenti musei del contemporaneo europei. A cominciare dal Castello di Rivoli.

Ma forse è vero anche che, a trent’anni di distanza dal suo esordio, potrebbe  essere  fare qualche distinguo riguardo al differente esito artistico del nucleo storico della Transavanguardia: da un lato c’è la maniera figurativa di Sandro Chia (diventato nel frattempo viticoltore di alto bordo) con il neo ascetismo seriale e miliardario di Sandro Cucchi. Dall’altro ci sono le desolate montagne di sale di Mimmo Paladino da cui spuntano resti di cavalli inerti a rappresentare, drammaticamente ,l’assenza di vitalità di ogni tentativo di trasporre l’antico nel moderno.

Ma forse anche certe inquiete figurazioni di  Francesco Clemente hanno il coraggio di rappresentare questo irricomponibile iato.  Tanto che, riprendendo una felice titolo del filosofo Hans Blumenberg,  la curatrice Pamela Kort ha intitolato  “Naufragio con spettattore” l’antologica che il Madre di Napoli dedica a Clemente fino al 12 ottobre ( catalogo Electa). Il riferimento chiaramente è al naufragio dell’avanguardia anni Settanta, che ha creduto di potersi tenere a galla aggrappandosi a lacerti di repertorio iconocrafico antico. Che per Clemente è stato prima greco-romano poi indiano come raaconta  la recente collaborazione con lo scrittore Salman Rushdie.

Un naufragio  di cui Clemente non ha mai occultato la drammaticità, evitando – questa è la tesi della curatrice –  di fare della storia dell’arte un serbatoio di citazioni stereotipate per abbellire una pittura moderna di tipo convenzionale. L’impegno di Kort è proprio quello di fare emergere gli elementi progressisti che ci sarebbero nella sua arte. Un bell’impegno.

dal quotidiano Terra del 30 maggio

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