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Archive for maggio 2009

Mediterraneo, mare d’arte

Posted by Simona Maggiorelli su maggio 31, 2009


Dal 7 giugno la 53ª Biennale di Venezia si fa porta d’Oriente, invitando a scoprire le tracce di un millenario incontro di civiltà.

di Simona Maggiorelli

Binabine, masque

Binabine, masque

Per secoli Venezia ha costruito la sua identità in un tessuto vivo di rapporti con l’Oriente. I viaggi di Marco Polo ce lo raccontano in chiave immaginifica e potente. Ma basta dare un’occhiata alla storia della Repubblica veneziana, nella lunga durata che va dall’anno Mille fino alla sua caduta alla fine del Settecento, per rendersi conto degli scambi continui con il mondo arabo abbiano sedimentato in lagunam le tracce di un millenario incontro di civiltà ricca e aperta alle suggestioni provenienti da Bisanzio ma anche dalla via carovaniera dell’incenso e delle spezie, dalla Persia e dall’Impero ottomano. La pittura veneta ne reca tracce brillanti, come rivelano i broccati delle trecentesche Madonne di Paolo Veneziano nel museo dell’Accademia. E più ancora certi capolavori del Quattrocento. Emblematico il Ritratto del sultano Mehmed II di Gentile Bellini.

Ma “visioni” di Oriente compaiono anche in Carpaccio mentre Giorgione ne I tre filosofi (1508) sembra lasciarsi affascinare dall’averroismo. Per non dire poi delle ascendenze arabe della cifra più caratteristica della pittura veneta: il colorismo, che maestri come Bellini, Tiziano, Veronese e Tintoretto svilupparono anche attraverso lo studio dei pigmenti delle miniature persiane, aprendosi agli effetti cromatici e alle spettacolari variazioni di toni di quelle opere di piccole dimensioni che arrivano dall’Oriente in opere di raffinta riilegatura. Un incontro di culture che ha lasciato tantissime testimonianze nelle chiese e nei musei di Venezia. E che la 53esima edizione della Biennale d’arte dal 6 giugno invita a riscoprire, disseminando mostre ed eventi collaterali alla rassegna intitolata Fare mondi negli angoli più diversi e suggestivi della città. Con un’attenzione particolare al dialogo fra arte contemporanea d’Oriente e di Occidente.

Emily Jacir, stazione 2008-2209

Emily Jacir, stazione 2008-2209

Così fra i 77 padiglioni nazionali, che quest’anno fanno segnare un record di presenze alla Biennale diretta da Daniel Birnbaum, compaiono per la prima volta gli Emirati Arabi, mentre tornano a essere rappresentati in laguna Iran, Siria e Palestina. E se manifestazioni come Art Dubai o la nona edizione della Sharjah biennal hanno avuto nei mesi scorsi una forte risonanza in Europa, l’effetto spiazzamento che ha prodotto la collettiva Unveiled, new art of the middle East proposta fino al 6 maggio scorso dalla Galleria Saatchi di Londra la dice lunga sui cliché con cui il pubblico occidentale ancora oggi si accosta alla sfaccettata galassia dell’arte araba. «Dopo anni spesi a cercare di trasmettere il mio appassionato interesse per il Medio Oriente e per l’arte araba moderna e contemporanea, l’argomento è diventato di gran moda» commenta la storica dell’arte Martina Corgnati sulla rivista Magazines. Ma da quel momento, nota la studiosa, è diventato tutto un proliferare di “esperti”, di viaggiatori dell’ultima ora, «di mostre e pubblicazioni che, fatte salve come sempre le eccezioni, hannosoltanto contribuito ad accrescere l’immensa confusione che oggi è diventata più densa e impenetrabile delle tempeste di sabbia nei deserti». Fra le confusioni interpretative più comuni e macroscopiche, la riduzione di tutti o quasi gli artisti arabi a una medesima matrice religiosa islamica. Tanto che di fronte alle opere d’arte (figurativa e non) selezionate da un gallerista pur à la page come Saatchi, c’è stato chi si è stupito del loro tono polemico e talvolta provocatorio. Ma se è vero che gli artisti di Unveiled erano soprattutto giovani emigrati in Occidente decisi a tagliare recisamente i ponti con le rispettive culture d’origine, la Biennale di Venezia – almeno sulla carta- dichiara di voler offrire panoramiche approfondite sulla scena artistica di città simbolo del mondo arabo come, per esempio, Marrakech, Teheran e Damasco. Così nel padiglione del Marocco allestito in Santa Maria della Pietà dal 6 giugno si potrà conoscere più da vicino la nuova “onda marocchina” cresciuta dal 2006 intorno al Centro di arte contemporanea di Rabat ma anche il lavoro di due personalità di spicco come l’artista Fathiya Tahiri che rilegge in forme sensuali i gioielli femminili della tradizione berbera, praticando al contempo una pittura astratta, intimista e altamente poetica.legato alla tradizione africana, rielabora l’iconografia delle maschere e dei totem scolpiti l’artista e scrittore Mahi Binebine, usando pigmenti puri stesi con le mani sulla tela oppure realizzando immagini inquiete e dolenti, con interventi che bruciano la tela. Immagini sfocate, indefinite con cui Binebine “completa” l’epos dei suoi romanzi, spesso dedicati all’esilio e all’emigrazione. E se i temi politici e la denuncia dei diritti umani violati sono il filo rosso che lega il lavoro dei sette artisti che a Venezia rappresentano la Palestina, negli spazi del Convento di S. Cosma e S. Damiano accanto a opere di forte impatto emotivo che vogliono dare un volto e una voce alle vittime civili dell’esercito israeliano, troviamo anche le creazioni di Emily Jacir che provano a immaginarsi un futuro multietnico e aperto al dialogo fra culture diverse. Al registro poetico e vitale della giovane artista palestinese fa eco il registro alto ma intriso di dolore della più matura Mona Hatoum. Artista palestinese che ha vissuto per molti anni da esule a Londra. Al suo lavoro trentennale la Fondazione Querini Stampalia dedica la retrospettiva Interior landscape, con 25 opere scelte insieme alla curatrice Chiara Bertola e in cui Hatoum evoca dolenti ”paesaggi interiori” legati a situazioni di sradicamento, di lontanza, di guerra. Solo nel padiglione della Siria, alla fine, ritroviamo la seduzione di un possibile e pieno dialogo fra culture diverse, senza sanguinose lacerazioni.In Ca’ Zenobio dal 7 giugno artisti siriani e italiani s’incontrano sul tema “Mediterraneo, crocevia di arte”. Curata da Spatafora e Dall’Ara la rassegna getta un ponte fra l’arte materica di un maestro come Yasser Hammoud e il realismo magico di Issam Darwich. Con loro si dipana la riflessione di artisti come Franca Pisani, Concetto Pozzati e molti altri.

L’Inaugurazione

La nuova Punta

della Dogana

punta della dogana

punta della dogana

Se ne parla da anni ed è uno dei più attesi eventi d’arte dell’anno: parliamo del recupero del complesso monumentale di Punta della Dogana, restaurato dall’architetto giapponese Tadao Ando, nel rispetto degli spazi originari. «L’edificio di Punta della Dogana – ha spiegato lo stesso Ando – ha una struttura semplice. Il volume crea un triangolo, analogo alla punta dell’isola di Dorsoduro, mentre gli interni sono ripartiti in lunghi rettangoli. Il lavoro di restauro – precisa l’architetto giapponese – è stato eseguito con un profondo rispetto per questo edificio emblematico, tutte le partizioni aggiunte nel corso delle ristrutturazioni precedenti sono state rimosse per ripristinare le forme della primissima costruzione. Riportando alla luce le pareti in mattoni e le capriate. In modo che lo spazio che rimanda alle antiche usanze marinare, ritrovasse le sua propria energia». In queste suggestive sale affacciate sul mare il francese Francois Pinault (che gestisce già Palazzo Grassi) espone opere della sua vastissima collezione d’arte.

Granelli di poesia

Incontro con l’artista iraniano Mosehen Vasiri

«Le immagini della pittura di Vasiri appartengono alla categoria delle impronte, dei segni, cioè, che il nostro essere imprime nell’essere del mondo e per mezzo dei quali costruisce la sua esperienza» scriveva Argan nel 1960 a proposito delle sorprendenti Sabbie interiori con cui l’artista iraniano esordiva nel panorama dell’arte italiana, in quegli anni vivacizzato dallanuova esperienza dell’Arte povera. Arrivato a Roma pochi anni prima, senza conoscere una parola di italiano e con pochi soldi, il giovanissimo Vasiri, fresco di diploma all’Accademia di Teheran, aveva deciso di andare all’estero per crescere artisticamente nel confronto con altre culture. «In Accademia non avevo incontrato maestri in grado di insegnarmi cose nuove – racconta Vasiri che a 85 anni continua ogni giorno a sviluppare la sua ricerca artistica-. Ma soprattutto il modello che ci veniva indicato era un certo realismo sociale mutuato dall’Urss. In pratica realismo di regime. «Benché all’epoca sapessi poco di arte – spiega Vasiri- maturai un istintivo rifiuto verso questo modo di dipingere, perché vedevo che il colore non era mezzo di espressione ma serviva solo a riprodurre la realtà». A fagli cambiare strada di lì a poco sarebbe stato l’incontro, anche se indiretto, con l’arte di Van Gogh e di Cézanne: «Un insegnante dell’Accademia tornò da Parigi con alcune stampe. D’un tratto mi si aprì un orizzonte sconosciuto di libertà di espressione e decisi di seguire quella via». Una strada di ricerca personale che di lì a poco in Italia sarebbe stata corroborata da alcuni incontri, come quello con Toti Scjaloia, che fece conoscere a Vasiri l’action painting di Pollock. Ma importante fu anche conoscere l’arte di Burri e di Fontana. Fino a quella improvvisa intuizione che la sabbia di Castel Gandolfo che ricordava a Vasiri quella del deserto, poteva formare immagini evocative, segni sconosciuti ma che parlavano a chi sapeva lasciarsi andare nel guardarli. Nasce così la prima serie di Sabbie interiori che Vasiri realizzò a Roma tra il ‘60 e il ‘63 e che dal 5 al 30 giugno la storica dell’arte Marina Giorgini presenta nello spazio Studioplano in Fondamenta della Misericordia a Venezia. «Vasiri torna a Venezia dopo cinquant’anni dalla sua prima partecipazione alla 29° edizione della Biennale – annota la curatrice – un appuntamento a cui Vasiri si era presentato con un dipinto ancora figurativo e riecheggiante memorie persiane».

da left-Avvenimenti del 29 maggio 2009

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Anteprima Biennale di Venezia

Posted by Simona Maggiorelli su maggio 31, 2009

Fra luci e ombre è cominciato il count down per l’attesa 53esima edizione curata da Daniel Birnbaum che aprirà il 7 giugno

di Simona Maggiorelli

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Xu Tan per la Biennale di Venezia

Immagini che parlano di un incontro fra architettura e arte nel segno di asciutta e disincarnata geometria, in controtendenza con la dichiarata spettacolarità dell’ultima Biennale di architettura , ma fino al punto da rintanarsi nel segno di un ordinato e strenuo razionalismo. Ci consoliamo solo pensando che l’assaggio di Biennale che ci è stato offerto di certo non rappresenta l’insieme. E di certo non vogliamo procedere a una stroncatura preventiva, ma solo accennare a qualche stilla di delusione per quello che abbiamo visto della ristrutturazione degli spazi del padiglione italiano realizzata dal nostro amatissimo Massimo Bartolini e da Tobias Rehberger.

Michelangelo Pistoletto per la Biennale 52

Michelangelo Pistoletto per la Biennale 53

E più ancora riguardo alle opere scelte da  Daniel Birnbaum di Pistoletto, Roccasalva, Berti, Mir, Starling, Zholud, Fahlstrom, Hefuna, Yongping, fra le più fredde delle rispettive produzioni. Lo diciamo con rammarico, sperando davvero di qui a due mesi di doverci ricredere. Perché dalla prossima Biennale del giovane e talentuoso Birnbaum- dopo la pesante Biennale stelle e strisce di Roberto Storr – ci aspettiamo molto. Sperando, dal prossimo 7 giugno, di poter trovare nei settantasette padiglioni nazionali e nelle trentotto manifestazioni collaterali della 52esima Biennale di Venezia una vivace visione del mondo dell’arte di oggi che ci permetta di dimenticarci all’istante del Padiglione Italia, che già si annuncia celebrativo al massimo grado del protofascismo marinettiano. Alle Tese delle Vergini dell’Arsenale ,infatti, i curatori Beatrice Buscaroli e Luca Beatrice ( scelti dal Ministro Bondi) promettono un inattuale “ritorno alla cosalità dell’opera e al suo essere oggetto”. “La nostra quindicina di artisti italiani capeggiati da Sandro Chia proporrà un omaggio a Marinetti, il maggiore genio del Novecento, italiano e europeo”: Ipse dixit Beatrice Buscaroli, pupilla di Marcello Dell’Utri.

da Left-Avvenimenti del 27 marzo 2009


LA NUOVA GEOPOLITICA DELL’ARTE

Daniel Birnbaum

Daniel Birnbaum

di Simona Maggiorelli

L'installazione di Massimo Bartolini

L'installazione di Massimo Bartolini

Settantasette Paesi rappresentati e un ventaglio di manifestazioni collaterali per dare voce a quelle regioni, come la Catalogna, il Galles, la Scozia, che non si riconoscono nei propri padiglioni nazionali. E poi la compresenza del padiglione israeliano e di quello iraniano. La Biennale di arte numero 53 ridisegna la mappa geopolitica dell’arte. Anche se il giovane e quotatissimo direttore Daniel Birnbaum si schermisce: “Quando mi chiedono se la Palestina sarà rappresentata come area regionale o come Stato nazionale rispondo che la mia aspirazione è raccontare ciò che più di interessante si muove nel mondo dell’arte. E il linguaggio delle immagini non conosce nazionalità e confini”. Così l’attesa rassegna in programma dal 7 giugno al 22 novembre a Venezia, sotto il titolo bandiera “Fare mondi” promette di raccontare il presente, con slanci di apertura verso il futuro, utopico e di speranza. “ Il passato invece – prosegue Birnbaum- sarà rappresentato in mostra attraverso l’opera di alcuni artisti che già negli anni Sessanta hanno preconizzato il fenomeno della globalizzazione e i problemi connessi. Ma in chiave poetica e imprevista, Mi riferisco, per esempio ad artisti come l’austriaco Friedensreich Hundertwasser che per un periodo, incarnando il racconto di Italo Calvino, ha vissuto su un albero documentando questa esperienza”. E se la Biennale del direttore sarà una biennale aperta ad artisti proveniente da ogni parte del mondo e in questa chiave di attenzione ai temi che riguardano l’ambiente, il vivere civile, e, per così dire, un nuovo umanesimo, a farle da pesante controcanto sarà il Padiglione Italia, che si annuncia celebrativo al massimo grado del protofascismo marinettiano. Il nuovo Padiglione Italia alle Tese delle Vergini dell’Arsenale a cura di Beatrice Buscaroli e Luca Beatrice ( scelti dal Ministro Bondi), in controtendenza con il mondo internazionale dell’arte proporrà “ un ritorno alla cosalità dell’opera” dice Beatrice, al suo essere oggetto. Mentre Buscaroli aggiunge: “la quindicina di artisti italiani da noi selezionati, da Basilé a Bertozzi&Casoni, da Nicola Bolla, a Sandro Chia, propongono un omaggio a Marinetti, il maggiore genio del nostro Novecento e di quello europeo”.

da Terra, 24 marzo 2009

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Il teatro della pittura

Posted by Simona Maggiorelli su maggio 31, 2009

Tele che appaiono e vaniscono nell’ombra. Renzo Piano crea una ribalta per la ricerca artistica di Emilio Vedova

di Simona Maggiorelli

Emilio Vedova, al lavoro ai dischi (1985)

Emilio Vedova, al lavoro ai dischi (1985)

Non un museo statico e freddo. Ma una grande ribalta pensata ad hoc per le opere di Emilio Vedova (1919-2006).Tele astratte dominate da rossi, gialli, verdi e neri potenti. Opere fatte di segni vibranti che in questa speciale wunderkammer ricavata da Renzo Piano nei Magazzini del Sale di Venezia, d’un tratto, compaiono alla luce, per poi  sparire nell’ombra. Un suggestivo gioco di epifanie con cui l’architetto genovese ha cercato di ricreare il modo  con cui Vedova amava mostrare i suoi lavori. «Quando Emilio voleva farmi vedere nuovi quadri – ricorda Piano – mi faceva sedere a metà dello spazio e, con l’aiuto del suo assistente, andava in una stanza vicina e lentamente tirava fuori i dipinti che disponeva sulla parete.

Emilio Vedova, Da dove 1984

Emilio Vedova, Da dove 1984

A volte i dipinti si accumulavano uno sull’altro, con un effetto di sovrapposizione spettacolare». Ma non è l’unico riferimento denso di significato. Nel colloquio con Germano Celant  pubblicato in occasione dell’inaugurazione di questa nuova sede della Fondazione Emilio e Annabianca Vedova che aprirà  ufficialmente i battenti il 3 giugno, Piano aggiunge anche un altro elemento. La macchina scenica dei Magazzini del Sale (spazio che Vedova negli anni 70 contribuì a salvare dal degrado) si lega anche alla collaborazione fra il pittore e Luigi Nono. E all’idea che il compositore ebbe di mettere il pubblico al centro della scena, mentre i musicisti comparivano e poi sparivano nella buca dell’Orchestra.

Ma al di là del gioco di analogie e di richiami, l’impressione che si ha è che veramente questo speciale antro d’artista sia quel luogo della “maraviglia” in cui al meglio può andare in scena la personalissima ricerca di Vedova sul movimento delle forme e dei colori animati dal fluire dell’ “energia vitale”. Una ricerca, la sua, che in gioventù si nutrì di letture di Bergson e di riferimenti al dinamismo futurista per poi sfociare nell’informale (definizione che però Vedova detestava) in serie di tele dai forti contrasti cromatici, contrassegnate da violente e inquiete pennellate. Fino ad arrivare poi, in anni maturi, ad abolire il colore, per sviluppare appieno il movimento dell’immagine pittorica attraverso il dinamismo e l’essenzialità della linea. Il pennello allora diventa come uno speciale sismografo del mondo interiore dell’artista.

Mentre con litografie e lastre Vedova andava sviluppando una sorta di scrittura murale che testimonia la sua intensa partecipazione agli eventi politici e sociali del suo tempo. Ma nei Magazzini del sale, come per incanto, la cronologia salta, lasciando spazio a una simultaneità e compresenza di opere di diversi periodi che mette in primo piano la grande coerenza della ricerca artistica di Vedova.

da Left-Avvenimenti del 29 maggio 2009

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Elogio dell’incertezza

Posted by Simona Maggiorelli su maggio 31, 2009

Incontro  con lo scrittore  e navigatore Björn Larsson, che il 23 giugno sarà ospite al Festivaletterature di Roma

di Simona Maggiorelli

Larsson sul Rustica

Larsson sul Rustica

Mettersi in gioco fino in fondo, dare tutto di sé per la ricerca. Per la conoscenza. Sacrificare il tempo libero e anche la vita privata, se occorre. Pur di trovare quel vaccino per una malattia incurabile. Pur di scovare quella argomentazione stringente che spazzi via l’oscurantismo religioso. Pur di mettere a punto quella formula che permetta un balzo avanti dello sviluppo scientifico. I protagonisti del nuovo romanzo di Björn Larsson Otto personaggi in cerca (con autore) (Iperborea) sono scienziati, linguisti, filosofi illuministi uniti dal filo rosso della passione per la ricerca, animati da una tensione, da uno streben verso la scoperta, verso il raggiungimento di obiettivi alti, nell’interesse di tutti.

Personaggi affascinanti perché vivono di intuizioni, amano molto, rischiano pensieri nuovi. Ma anche perché, lungo questo percorso, hanno il coraggio di mettersi in crisi. Così lo scrittore e navigatore svedese che ha fatto appassionare il pubblico a straordinarie avventure di mare con romanzi come Il cerchio celtico, La vera storia del pirata Long John Silver e che si è raccontato in libri come La saggezza del mare o Bisogno di libertà (tutti pubblicati in Italia da Iperborea) in questo nuovo romanzo mette al centro della narrazione una straordinaria serie di avventure intellettuali. Fatte di successi, ma anche di molta fatica e talvolta di grossi scacchi.

171_Larsson-OttopersonaggiNon di rado accade nell’esperienza di questi otto ricercatori usciti dalla penna di Björn Larsson che un imprevisto li faccia derogare dalla strada intrapresa, che eventi esterni, nuovi incontri e cambiamenti interiori impongano loro un nuovo inizio. «La ricerca non è avulsa dalla vita e il cuore della scienza, così come di ogni altro sapere, non consiste in una serie di dogmi, di certezze inconfutabili», dice lo scrittore che il prossimo 23 giugno sarà ospite del Festival Letterature di Roma. «Semmai la scienza è una esplorazione senza fine che non approda a rassicuranti certezze, ma offre una gamma di probabilità, di ipotesi, una serie di approssimazioni». E in questo percorso di avvicinamento alla verità richiede di saper esercitare costruttivamente l’arte del dubbio. «L’idea stessa di scienza comporta il rifiuto di ogni determinismo di ogni astratto scientismo- approfondisce Larsson-, altrimenti lo scienziato si ridurrebbe a un tecnocrate. Ma c’è di più. Il ricercatore ha il diritto di poter fallire. Fa parte del gioco. Ma questo oggi non viene accettato. Per cui nell’università, sempre di più, si punta sulla ricerca applicata, quella che porterà certamente utili, e non sulla ricerca pura, quella di base». Ma se le storie di questi otto personaggi si presentano come una grande metafora del cercare più che del trovare, sono anche costruite come poetici apologhi sull’incertezza: «La gente preferisce darsi una spiegazione purché sia. L’astrologia nasce per questo- nota Larsson-. Io invece penso che, nell’incertezza, sia importante continuare a cercare. In scienza come in letteratura serve immaginazione ma non si può mentire». Scienza e letteratura, due mondi apparentemente lontanissimi, ma che Larsson dice invece di voler avvicinare, tenendo a mente un esempio importante: quello di Primo Levi, al quale idealmente è dedicato questo suo nuovo libro, nonostante il titolo giocosamente pirandelliano.«Primo Levi ha cercato un modo per farle convivere – spiega Larsson-. La scienza per lui era uno strumento per conoscere la realtà, per essere presente nella vita civile, un mezzo per cercare capire il perché delle cose. Molti scrittori sono sordi alle tematiche di scienza. Invece avere curiosità scientifica, cercare di capire Darwin, per esempio, è importante per aprirsi a una certa concezione della vita e dell’universo». Un’operazione di avvicinamento di scienza e letteratura che in Italia fu tentata anche da Italo Calvino, specie nei suoi ultimi anni.
«Sì per Calvino la scienza è stata molto importante però- sottolinea Larsson- gli è mancata quella passione che invece Primo Levi aveva». Levi, Calvino, Pirandello, in un italiano perfetto, Larsson, ne parla da scrittore e da studioso di letteratura, con sguardo cosmopolita. «L’andar per mare – spiega – mi piace anche perché non ti fa sentire di appartenere a un luogo. L’esilio è sempre stato considerato dagli scrittori come perdita di radici, ma può essere anche una ricchezza. Quando arrivo in un paese mi piace impararne la lingua, per partecipare, per non essere solo un osservatore». Un impegno preso così sul serio che quando Larsson ha scritto Bisogno di libertà in francese (la lingua che insegna da tanti anni all’Università di Lund) ha raccolto i complimenti della critica parigina per il suo «francese classico», ma curiosamente ha dovuto fare i conti con la riottosità dell’editore svedese che alla fine si è rifiutato di pubblicarlo perché il libro, a suo dire, sarebbe stato «troppo poco svedese». Non si poteva immaginare insulto peggiore per uno scrittore come Larsson che ha fatto della libertà, anche in senso geografico, la sua bandiera. «In realtà- commenta lo scrittore – io non mi sento il cantore della libertà tout court. Io tengo a una certa idea di libertà, che è quella interiore, quella che c’è nell’incertezza, nel non avere tutto determinato razionalmente a tavolino». E la libertà che sperimenta per mare? «In mare non si è poi così liberi- abbozza Larsson, che a bordo del suo Rustica ha vissuto interi anni – Provi ad andare in Scozia con una piccola barca, per lungo tempo non vedrà che acqua senza potersi fermare. Quella in mare è una libertà relativa. No io semmai parlo della libertà che c’è nella ricerca. Il vero significato di questo libro, in fondo, è che il Paradiso è un inferno». Prego?«Pensi a quanto possa essere noiosa la vita là. Nel paradiso non c’è ricerca, non c’è mistero, tutto è tremendamente chiaro. Ma poi come farebbero quelli in Paradiso a dire io sono felice se non conoscono nessun’altra condizione? Per fortuna è tutta una invenzione».

dal quotidiano Terra del 31 maggio 2009

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Clemente e il naufragio dell’avanguardia

Posted by Simona Maggiorelli su maggio 31, 2009

di Simona Maggiorelli

Francesco Clemente, Tandori Satori

Francesco Clemente, Tandori Satori

Della Transavanguardia, brand coniato sorprendentemente da un critico progressista come Achille Bonito Oliva, si è molto discusso: tenebrismo, nuovi selvaggi,furbesca caduta in un finto irrazionale intriso di icone cattoliche (che sul versante di croci e merletti poi, via Basquiat, avrebbe portato alla pop star Madonna). Ma tant’è, oggi la Transavanguardia figura non solo nei musei statunitensi, ma anche nei più seri e attenti musei del contemporaneo europei. A cominciare dal Castello di Rivoli.

Ma forse è vero anche che, a trent’anni di distanza dal suo esordio, potrebbe  essere  fare qualche distinguo riguardo al differente esito artistico del nucleo storico della Transavanguardia: da un lato c’è la maniera figurativa di Sandro Chia (diventato nel frattempo viticoltore di alto bordo) con il neo ascetismo seriale e miliardario di Sandro Cucchi. Dall’altro ci sono le desolate montagne di sale di Mimmo Paladino da cui spuntano resti di cavalli inerti a rappresentare, drammaticamente ,l’assenza di vitalità di ogni tentativo di trasporre l’antico nel moderno.

Ma forse anche certe inquiete figurazioni di  Francesco Clemente hanno il coraggio di rappresentare questo irricomponibile iato.  Tanto che, riprendendo una felice titolo del filosofo Hans Blumenberg,  la curatrice Pamela Kort ha intitolato  “Naufragio con spettattore” l’antologica che il Madre di Napoli dedica a Clemente fino al 12 ottobre ( catalogo Electa). Il riferimento chiaramente è al naufragio dell’avanguardia anni Settanta, che ha creduto di potersi tenere a galla aggrappandosi a lacerti di repertorio iconocrafico antico. Che per Clemente è stato prima greco-romano poi indiano come raaconta  la recente collaborazione con lo scrittore Salman Rushdie.

Un naufragio  di cui Clemente non ha mai occultato la drammaticità, evitando – questa è la tesi della curatrice –  di fare della storia dell’arte un serbatoio di citazioni stereotipate per abbellire una pittura moderna di tipo convenzionale. L’impegno di Kort è proprio quello di fare emergere gli elementi progressisti che ci sarebbero nella sua arte. Un bell’impegno.

dal quotidiano Terra del 30 maggio

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Quel Cagliostro di Yves Klein

Posted by Simona Maggiorelli su maggio 29, 2009

A Lugano una mostra dedicata all’inventore dei monocromi blu. In dialogo con l’opera della sua compagna Rotraut. Mentre esce un suo testo inedito in Italia

di Simona Maggiorelli

blu Klein

blue klein

Della «meteora» Yves Klein che ha attraversato fulminea l’avanguardia del Novecento è stato detto pressoché di tutto. E il contrario di tutto. Sussunto tout court nel Nouveau réalisme dal critico Restany, che fu suo primo mentore, è stato poi ascritto all’astrattismo per i suoi monocromi di intenso blu Oltremare, un vibrante tono di colore, passato alla storia come “blu Klein”.
Ma c’è stato anche chi lo ha etichettato «artista zen», per la sua passione per le arti orientali e per certe sue enigmatiche «ricerche sul vuoto». Per non parlare poi di quella critica che, alla fine degli anni Sessanta  lo ridusse a mero anticipatore delle performance dell’action painting e della pop art americana. Definizioni queste (ma se ne potrebbero citare molte altre) che, anche quando non alterano del tutto il contenuto della ricerca di Yves Klein, bloccano la sua poliedrica avventura nell’arte in un singolo “fotogramma”. Una parabola artistica che nell’arco di pochi anni (Klein era nato nel 1928 e morì prematuramente nel 1962) si sviluppò fra tecniche e generi diversi, passando dai monocromi ai monogold, dai rilievi planetari alle fontane di acqua, alle sculture con il fuoco, alle architetture di aria, alle antropometrie, in un continuo tentativo di fondere arte e vita. Non in senso meramente estetizzante alla Oscar Wilde. Ma facendo dell’arte e della ricerca la propria vita. E al tempo stesso tentando di non far fuori la creatività dalla vita quotidiana. Elementi della biografia e della poetica di Yves Klein che, fuori da ogni mitizzazione, emergono con chiarezza dalla mostra che il direttore del Museo d’arte di Lugano, Bruno Corà, ha voluto dedicare alla sua opera, facendola “dialogare” con quella di Rotraut, la scultrice tedesca che fu sua compagna di arte e di vita. Un paso doble che porta nelle sale del museo svizzero (fino al 13 settembre, catalogo bilingue Silvana editoriale) un centinaio di opere di Klein e 22 sculture di Rotraut: forme essenziali in ferro e colore che evocano immagini stilizzate di donne che danzano, cavalli in corsa, forme giocose e vitali che Rotraut pensa per spazi en plain air. Nella parte dedicata a Klein e realizzata in collaborazione con Daniel Moquay dell’archivio Klein di Parigi, di fatto, sono ripercorsi tutti i cicli più importanti della sua opera. A cominciare dai suoi magnetici monocromi frutto di una originale ricerca sul colore puro, lontana dalla marmorea fissità dei monocromi di Malevich e tanto più dalle razionalissime campiture di colore tipiche di Mondrian.

Yves Klein

Yves Klein

Nella conferenza tenuta alla Sorbona nel 1959 – che ora l’editore O barra O edizioni pubblica in italiano insieme ad altri scritti nel volume Verso l’immateriale dell’arte, Klein mette in relazione i suoi monocromi con la ricerca sulla luce e sul colore di Delacroix, ma soprattutto con il blu di Giotto. «Considero Giotto come il vero precursore della monocromia» annota Klein in questo suo illuminante testo trascritto dalla registrazione, chiamando in causa certi “ritagli di cielo” degli affreschi di Assisi definiti «affreschi monocromi uniformi». Ma in questo prezioso volumetto si incontrano anche suggestivi frammenti di autobiografia. In uno scritto del 1960, intitolato con autoironia Yves il monocromo, Klein ricorda i giochi che faceva da bambino con il colore, il gusto di inzuppare le mani nella tinta e stamparle sulle pareti, come facevano gli uomini preistorici nelle grotte francesi che conservano straordinarie pitture rupestri. «Poi, però – ammette Klein – ho perso l’infanzia… e, adolescente, ho incontrato il nulla. Non mi è piaciuto. Ed è così che ho fatto la conoscenza del vuoto, il vuoto profondo, la profondità blu!». è l’inizio della sua avventura nell’arte. «La pittura non è più per me in funzione dell’occhio… – scrive Klein – la vera qualità del quadro, il suo essere, una volta creato, si trova oltre il visibile, nella sensibilità pittorica allo stato della materia prima». Klein detesta il rozzo materialismo, contro il quale scrive frasi fulminanti. Ma avverte anche i pericoli di una ricerca che rischiava di diventare assoluta, troppo astratta. «Monocromizzavo le mie tele con accanimento, poi si liberò il blu onnipotente che regna ancora e per sempre – scrive -. È a quel punto che non mi sono più fidato. Ho ingaggiato delle modelle nel mio studio, per dipingere non davanti a loro, ma con loro. Passavo troppo tempo in studio, non volevo restare così, solo soletto, nel meraviglioso vuoto blu che vi stava crescendo…». Parole in parte autocritiche, in parte rivelatrici di altro, che lasciano intendere che la dittatura del blu cominciava ad andargli stretta. E nella ricerca di Klein si aprì d’un tratto un nuovo ciclo, quello delle antropometrie, ricreando i giochi infantili con modelle spalmate di colore, che si muovevano «come pennelli umani». Un divertissment, ma anche una ricerca sul tema della presenza-assenza, dell’impronta, della traccia, in cui contavano, dice Klein, «non solo la forma del corpo e le sue linee» ma anche «il clima affettivo» di chi si prestava al gioco. «Quei segni pagani nella mia religione dell’assoluto monocromo – ammette Klein – mi hanno subito ipnotizzato». Opere che, al pari dei monocromi della prima ora, non mancarono di suscitare scandalo fra i benpensanti.
Nel libro di O barra O edizioni compare anche una spassosa recensione firmata da Dino Buzzati della mostra che Klein fece a Milano nel 1957. Con il titolo Blu Blu Blu fu pubblicata sul Corriere d’Informazione. Buzzati, in calce alla cronaca degli sghignazzi del pubblico, racconta che Klein a Milano vendette due opere al «modestissimo prezzo di 25mila lire al quadro». Uno dei due acquirenti era Lucio Fontana.

Quando molti anni dopo, nel 1968, la rivista Art et Création chiese a Fontana un ricordo di Yves Klein, l’artista italo-argentino ripose di getto: «Klein era una cosa incredibile. Non era solo una simpatia epidermica, ma tutta la sua personalità mi interessava». E alla domanda fatidica: che cosa rappresentava la sua opera? «Yves Klein rappresentava lo spirito nuovo. Diverso dai pittori espressionisti come Rothko, che si occupa della vibrazione luminosa dello spazio. Diverso da Pollock che vuole distruggere lo spazio, farlo esplodere, rompere il quadro. Diverso da me che cerco uno spazio altro. Lui era per l’infinito». Una riflessione che meriterebbe un intero saggio.

dal left- Avvenimenti   22 maggio 2009

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Le sette vite di Shahrazad

Posted by Simona Maggiorelli su maggio 27, 2009

di Simona Maggiorelli

mani

Shirin Neshat

Odalische in vesti diafane, uomini con il naso adunco che brandiscono scimitarre, geni e minareti. Un armamentario di figurine degne di Walt Disney. «Quando anni fa giocavo a flipper con uno storico modello della Williams “Tales of the Arabian nights” era proprio questo il panorama di personaggi che mi trovavo davanti» racconta ne La favolosa storia delle mille e una notte l’arabista Robert Irwin. Il suo libro appena uscito per Donzelli – non ingannino le parole dell’autore – è un dottissimo invito a liberarsi delle stereotipie che hanno accompagnato in Occidente la diffusione popolare dei racconti di Shahrazad.  «Oggi- scrive lo studioso inglese – sia da noi che nel mondo islamico, la straordinaria ricchezza delle Mille e una notte è stata ridotta a una manciata di immagini kitsch. Molti occidentali conoscono solo il minaccioso mondo arabo dei titoli giornalistici, che parlano di talebani di fatwa, di kamikaze…». Ma assicura Irwin (che sulla scorta del palestinese Said ha scritto pagine acuminate contro l’Orientalismo), «c’è un altro Medio Oriente ancora da scoprire sugli scaffali di ogni libreria occidentale che si rispetti: un luogo fatto di incanto, passione e mistero». Così in questo suo ultimo libro Irwin ci introduce in questo mondo fantastico, facendo chiarezza sulle traduzioni, sulle manipolazioni e sulle censure che questo grande libro ha subito nei secoli. Una vicenda che, nel nostro Paese, l’editore Donzelli ha contribuito a sbrogliare, pubblicando qualche anno fa la prima traduzione italiana delle Mille e una notte fatta direttamente dall’arabo, sulla base dell’edizione critica stabilita nel 1984 da Muhsin Mahdi. Ma ora tornando a tuffarci in quel mondo di principi tolleranti, donne intelligenti e combattive e maghi misteriosi che ci avevano affascinato da piccoli, impariamo qualcosa di più della cultura araba medievale che è alla base di questa raccolta di storie che i cantori tramandavano oralmente: scopriamo, con Irwin, una cultura araba sorprendentemente «ottimista, tollerante e pluralista». E che proprio per questo – anche in anni non lontani- è stata bersaglio della censura religiosa. Basti dire che nel 1985 un capo della commissione “moralità” del ministero dell’interno egiziano promosse una crociata contro un’edizione libanese del libro, accusata di attentare all’integrità della gioventù egiziana.  E fu proprio il Nobel Nagib Mahfuz – a cui idealmente è dedicata la Fiera del libro 2009  – uno degli scrittori che si batté di più contro l’assurda censura delle Mille e una notte.

is50164lMa che cosa contengono di tanto scandaloso questi antichi racconti della tradizione araba, noti con alcune varianti dal Mali al Marocco, dal Nord Africa, all’India, alla Cina? La studiosa che più si è dedicata a questa ricerca, come è noto, è la  marocchina Fatema Mernissi. In libri che sono già dei classici, come L’harem e l’Occidente (Giunti) ma anche nel recente Le 51 parole dell’amore (Giunti) Mernissi fa piazza pulita dei pregiudizi  che campeggiano nella pittura occidentale da Ingres a Matisse,che ci hanno sempre fatto vedere l’harem come un luogo pacificato di odalische passive e perennemente disponibili. Ma l’obiettivo più appassionato della studiosa di Fes è sempre stato quello di riscattare il personaggio della narratrice Shahrazad da quella etichetta di donna astuta e ingannatrice che le è stata cucita addosso dall’Occidente.  Minacciata di morte dal saltano impazzito di gelosia, il suo parlare gentile nella notte ( in arabo “samar”) suggerisce Mernissi, era un modo per cercare un rapporto più profondo con l’altro, per dialogare su un piano diverso da quello diurno, cercando di capire e di fermare la pazzia. Altro che mera astuzia! Shahrazad usa la sua cultura, la sua sensibilità e la sua intelligenza per leggere la mente dell’altro provando a “curarlo”.  Contrariamente a ciò che lasciano intendere le fantasie occidentali sull’harem «in Oriente- scrive Mernissi – il solo uso del corpo, ovvero del sesso privo della mente, non aiuta minimamente la donna a cambiare la sua situazione. Shaharazad insegna alle donne che la sola arma è coltivare l’intelletto e la sensibilità, acquisire conoscenza, per dialogare con gli uomini invitandoli a confrontarsi con il diverso da sé». Di fatto grazie all’originale lavoro di comparazione fra cultura occidentale e mediorientale, che Mernissi svolge da trent’anni, alcune delle nostre più ferree convinzioni, per esempio, riguardo al modo di vedere la donna e di intendere il desiderio nelle due diverse tradizioni, finiscono a carte quarantotto.

Così, mentre con la raccolta e lo studio di storie orali dalle più remote zone montane dell’Atlante e del deserto del  Sahara, Mernissi porta in luce un patrimonio culturale pre islamico che diversamente dalla legge coranica, non stabilisce affatto il diritto degli uomini di dominare le donne, dalla comparazione fra la tradizione letteraria e iconografica di Oriente e di Occidente la studiosa deduce che, se gli arabi hanno costruito gli harem perché temevano «la forza incontrollabile che c’è nelle donne», l’occidente razionale, nonostante libertà e diritti, l’identità e la diversità delle donne la nega interamente.

Ancora una volta Le mille e una notte e il modo in cui Shahrazad è stata letta in Occidente può aiutarci a capire qualcosa di più.  Il suo “primo viaggio” in Occidente fu grazie a Jean Antoine de Galland, primo traduttore del grande libro di racconti arabo. L’interesse del pubblico colto occidentale fu immediato quando i 12 volumi furono pubblicati tra il 1704 e il 1717. Ma per oltre un secolo, ricostruisce Irwin, furono solo le avventure di Sinbad, di Aladino e Alì Baba a catalizzate l’attezione. Lei avrebbe dovuto aspettare fino a quel 1845 quando Edgar Aallan Poe pubblicò The Thousand and second tale of Shahrazad ma cambiando il finale, e facendola morire. E se l’erotismo fu un elemento di attrazione per un pubblico occidentale «stretto – scrive Mernissi – fra i divieti dei preti e una rigida razionalità», l’immagine che passa, per esempio, attraverso Nijinsky nella Shéhérazade dei Balletti russi fu un misto di «esotismo, androginia, schiavitù e violenza», quando «al contrario- sottolinea Mernissi – l’antico e risoluto messaggio di Shahrazad implicava proprio l’insistenza sulla differenza tra i sessi».

Poi sarebbero venuti gli anatemi talebani e la censura a cui accennavamo, ma la sopravvivenza delle Mille e una notte, per fortuna, segue percorsi carsici e riemerge- ad esempio – anche nelle pagine di scrittrici di oggi, nei racconti delle autrici iraniane che Anna Vanzan ora ha raccolto nel volume Figlie di Shahrazad (Bruno Mondadori). Ma quel che più colpisce, a dire il vero è la sopravvivenza e la penetrazione che ha avuto in Occidente una tradizione meno nota al grande pubblico, ovvero la letteratura medievale sull’amore scritta da maestri sufi (vedi Il Sufismo di William C. Chittick, appena uscito per Einaudi) e la poesia erotica della tradizione araba antica, quella che la scrittrice siriana Salwa Al-Neimi ci ha fatto conoscere attraverso le pagine del suo romanzo La prova del miele (Feltrinelli). Caso letterario esploso in Francia l’anno scorso, il libro sarà presentato alla Fiera del libro il 16 maggio con una conferenza della scrittrice dedicata all’eros  nel mondo arabo. Curiosamente lo stesso titolo della conferenza tenuta dalla protagonista del romanzo . E se la realtà, qui a Torino, invera la fantasia, il gioco di rimandi fra l’autrice e il suo alter ego narrante si fa ancora più serrato, rafforzando la sensazione che La prova del miele sia in parte autobiografico. Al centro del libro un incontro con un uomo che fino alla fine manterrà per il lettore una immagine indefinita, misteriosa Del resto la protagonista stessa non lo chiama mai per nome, ma si riferisce a lui come il Pensatore, facendone una presenza fisica e sensuale, ma senza descrizioni. Il lettore sa quello che basta,ovvero che quello è l’uomo che ha fatto ritrovare il desiderio alla protagonista, colta bibliotecaria di un dipartimento di arabistica (esattamente come Salwa Al-Neimi), ma anche che le ha fatto ritrovare la memoria dell’infanzia a Damasco e il gusto per l’antica letteratura erotica della tradizione araba, letta fin da ragazzina clandestinamente. Un interesse per la filosofia islamica sull’amore che la scrittrice trasmette a sua volta al lettore,che si trova così sedotto ad andare a leggere direttamente Abu Hashin ( autore sufi fra i più antichi che morì nel 772  d.C)  e al -Daylami che teorizzò l’amore come luce sfolgorante, «colui che ama- scriveva – è rischiarato dal suo genio e illuminato nella sua natura», ma anche e soprattutto il pensatore andaluso Ibn Hazm che otto secoli fa scrisse un  trattato che ha influenzato profondamente il pensiero occidentale. E se Mernissi con altri studiosi ipotizza una precisa influenza dei mistici sufi sulla nascita della poesia trobadorica e sul Dolce stil novo, Al-Neimi ci fa conoscere le riflessioni di mistici come Ibn al-Azraq che affermava: «Ogni desiderio che l’uomo asseconda gli indurisce il cuore, eccetto l’atto sessuale» . «Le mie letture segrete mi fanno pensare che gli arabi siano l’unico popolo al mondo per i quali il sesso è una grazia di cui essere riconoscenti a Dio- scrive Salwa Al-Neimi nel romanzo-. L’insigne e prode shykh Sidì Muhammad al- Nifzawì, sia pace all’anima sua, comincia così la sua opera il Giardino profumato: sia gloria a Dio che ha voluto che il più grande piacere dell’uomo fosse la vulva delle donne e che per esse fosse il pene degli uomini.  Che la vulva trovi pace, che si plachi, che trovi soddisfazione solo dopo aver conosciuto il pene e viceversa…».
Ancora nel XIV secolo, il sapiente di Damasco Idn Qayyim al Jawziyya nel trattatto Il giardino degli amanti, scriveva che la lingua araba ha 60  parole per esprimere l’amore e la passione,compresa quella fisica. In barba a Platonee ai suoi discendenti.

da Left-Avvenimenti 15 maggio 2009

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La rabbia che nasce da certi ricatti “umanitari”

Posted by Simona Maggiorelli su maggio 26, 2009

Alan Drew

Alan Drew

Fra le macerie del terremoto che colpì Istanbul nel 1999.  Lo scrittore Alan Drew indaga le radici della diffidenza verso l’Occidente, denunciando gli interventi “pelosi” di Ong Usa che barattano aiuti con conversioni’autore del romanzo Nei giardini d’acqua: «Non possiamo dimenticare che molti villaggi curdi furono rasi al suolo  dal governo turco  con armi americane»

di Simona Maggiorelli

Fra le macerie del grande terremoto che colpì Istanbul del 1999 s’intrecciano le vite di persone, che forse non si sarebbero mai incontrate. Nei giardini d’acqua (Piemme) l’appassionato romanzo d’esordio dello scrittore americano Alan Drew,  la storia del piccolo Ismael, scampato alla morte dopo essere rimasto giorni sotto i detriti, e quelle di sue padre Sinan, curdo inurbato con la forza dal governo turco, per caso e per necessità, dopo il disastro, si legano a quelle di Markus, un americano che lavora con un’associazione umanitaria evangelica e a quella di altri suoi connazionali che da ospiti si faranno occupanti, barattando aiuti con conversioni, alla propria religione e all’“American way of life”. «Sinan per molti versi è il personaggio cardine di questa vicenda – racconta al quotidiano Terra il giovane scrittore californiano – . È un uomo non più giovane che con il sisma ha perso i parenti e la casa. E aveva già perduto tutto una prima volta quando fu costretto a lasciare l’Anatolia, durante le deportazioni di massa con cui il governo turco intendeva sradicare il Pkk dalle campagne. «Di fatto operazioni fatte con armi americane e in cui interi villaggi curdi sono stati rasi al suolo» denuncia Drew .
Ma poi tornando a parlare del romanzo, «mi interessava esplorare la situazione di estrema vulnerabilità in cui si trova Sinan e insieme di rabbia verso gli americani, che gli avevano ucciso il padre e dai quali, ora, era costretto a farsi aiutare».

cover Drew Un interesse che Drew ha sviluppato da romanziere, nel dare profondità psicologica ai suoi personaggi, ma anche da attento conoscitore della Turchia e di Istanbul in particolare, città amatissima («per la sua unicità  e il suo essere crocevia di differenti culture») dove lo scrittore ha vissuto per tre anni insegnando letteratura in un liceo privato. «Con la mia compagna siamo arrivati a Istanbul esattamente tre giorni prima del terremoto – ricorda Drew -. Quella notte la palazzina tremò forte, ma non ci furono danni. Era antisismica, un edificio costruito ad hoc per gli ospiti americani della scuola». Ma nel cuore storico di Istanbul, invece, fu una vera devastazione con migliaia di morti. «Ricordo ancora le parole di un giornalista della Cnn- chiosa Drew -. Davanti alle macerie disse: “Un terremoto non fa distinzioni, colpisce democraticamente”. Non era vero. Noi stranieri avevamo dei privilegi, eravamo stati protetti. Non così la gente dei quartieri popolari».  Ma poi nei giorni della difficile ricostruzione quello che colpì il giovane insegnante (oggi docente universitario e scrittore di successo) fu vedere quanto poco “disinteressate” fossero le campagne di aiuti dell’esercito e di certe organizzazioni umanitarie Usa.

La storia di  un personaggio come Markus, in questo senso, è emblematica. È un americano che vive a Istanbul da diciannove anni e continua a rivolgersi ai turchi come se fossero persone immature, come se dovessero essere guidati verso una «cultura occidentale superiore». Ma non solo. Tipi come Markus sfruttano il rapporto con i terremotati  per cercare di convertirli. «Persone di fede  musulmana ricevevano aiuto da persone che volevano imporre loro la strada per il paradiso cristiano. Non è difficile immaginare quanta rabbia possa suscitare un ricatto del genere. Personalmente sono stato sopraffatto da quella esperienza – ammette Drew –  così ho cercato di mettermi dalla parte di Sinan».  Leggendo si sente  con chiarezza da che parte batte il cuore dell’autore. La passione è la linfa di questo libro, il suo principale motore. «Quando scrivevo – dice Drew – pensavo soprattutto ai lettori Usa  che non conoscono come stanno davvero le cose in Turchia».

da Terra del 3 giugno 2009

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L’epos raggae di due gemellini rasta

Posted by Simona Maggiorelli su maggio 25, 2009

Letteratura migrante In larga parte autobiografico, Due volte è un travolgente romanzo di formazione di due bambini di colore in fuga da un orfanotrofio delle suore. Scanzonato, ironico, ma soprattutto ad alto tasso di poesia

di Simona Maggiorelli

Dreadlock da rasta sono il loro orgoglio. Ma sono anche il bersaglio preferito delle forbici delle suore. Perché «portare i capelli lunghi fino alla scuola è da bambine». Ma i due gemellini, David e Daniel, non si arrendono facilmente. E, fra fughe da messa e cotte da paura, nell’orfanotrofio emiliano dove sono stati lasciati costruiscono tutto un loro mondo di giochi e di fantasia che procede al ritmo contagioso della musica reggae. Un mondo dove i colori della bandiera giamaicana diventano “scudo magico” contro la tristezza dell’abbandono e antidoto allo squallore di camerate di luci e neon e crocifissi. Non che il dolore non abiti il loro mondo.

Ma i due irresistibili ragazzini protagonisti del romanzo Due volte (edizioni e/o) sanno come tenerlo a bada raccontando storie e inventandosi sempre nuove avventure. Da soli o con i robot comprati di nascosto e subito sequestrati dalle suore. Ingaggiando proverbiali partite di calcio o immaginando rocamboleschi piani di fuga. Fino a quando nel mondo di Daniel entra quella bambina dagli occhi dolci e tristi che trema al pensiero di dover trovare a casa, “dall’orco”. Dietro le mura di casa di Agata si avverte una voragine di violenza, una tragica vicenda di abusi che lo scrittore Jadelin Mabiala Gangbo ci fa cogliere in tutta la sua tragicità attraverso linguaggio potente delle fiabe, affidandoci allo sguardo del piccolo Daniel e di Agata, che non hanno perso la tenerezza.

E’ il piccolo grande miracolo di questo sorprendente libro scritto per immagini, poetico, ironico, disarmante. Di fatto un romanzo di formazione in senso classico, ma anche un picaresco spaccato di vita in provincia.
Come suo fratello gemello, Gangbo la provincia nostrana l’ha conosciuta sulla pelle e oggi racconta: «Due volte si basa su esperienze autobiografiche. Io e mio fratello siamo nati in Benin ma siamo cresciuti fra Imola e Bologna». E anche se l’Emilia Romagna, fino agli anni 80 e 90, è stata fra le più culturalmente vive «non mancano le chiusure verso gli stranieri. Colpisce – sottolinea Gangbo – il modo in cui i giornali parlano degli stranieri. I media continuano a trasmetterne un’immagine distorta. Non parlano dello straniero che fa una vita normale, studia, lavora. Si parla dello straniero come criminale o come clandestino, con i soliti esperti italiani chiamati a rapporto per commentare casi drammatici. Insomma – conclude Gangbo – in Italia c’è una precisa volontà di occultamento della realtà dello straniero. Una tendenza che ha messo radici. E che non si può ignorare: si continua a negare la presenza di nuovi italiani». Gangbo da qualche tempo vive a Londra e nel formulare il suo pensiero mette a confronto due mondi: «In Inghilterra la riflessione sul multiculturalismo è molto avanzata. I media, gli intellettuali ma anche le persone mediamente colte non si sognerebbero mai di dire cose razziste. Vige il politically correct, anche se poi la tensione fra neri e bianchi in certi quartieri si avverte chiaramente». Il fenomeno della letteratura inglese scritta da immigrati, però, da decenni è non solo accettata, ma in cima alle classifiche. Basta pensare al caso Kureishi o a quello di Zadie Smith. Anche in Italia – il caso dello stesso Gangbo ne è la riprova – immigrati e figli di immigrati, oppure stranieri che hanno scelto di scrivere nella lingua di Dante, stanno largamente contribuendo alla nuova letteratura italiana, ma il fenomeno dal punto di vista dell’attenzione del pubblico resta ancora sotto traccia. «Manca ancora – chiosa Gangbo – la consapevolezza della piega nuova che potrebbero prendere la letteratura, il cinema, la musica se venisse accettata la mescolanza fra culture diverse».
dal quotidiano Terra

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La vera storia d’Italia degli ultimi anni

Posted by Simona Maggiorelli su maggio 24, 2009

Da Carlotto a Dazieri a Fois le Edizioni Ambiente schierano le più belle penne del noir per denunciare le ecomafie: Mentre giornalisti “dalla schiena dritta” indagano sulle pagine più buie della cronaca italiana

di Simona Maggiorelli

Miran Hrovatin e Ilaria Alpi

Miran Hrovatin e Ilaria Alpi

Quando gli arrivò la notizia che la giornalista Ilaria Alpi e il suo collega Miran Hrovatin erano stati uccisi in Somalia Gianni Minà si trovava sul palco del grande concerto di piazza S. Giovanni. Davanti aveva mezzo milione di ragazzi. «Così presi la mano di Piero Pelù e gli chiesi di uscire con me sul palco… Pelù capì il momento» scrive Minà in Carte false (Verdenero Edizioni Ambiente). «Uscimmo e io detti la notizia tutta d’un fiato… calò un silenzio assordante»: da quel silenzio partecipe, nacque un nuovo impegno a cercare di scoprire la verità sull’assassinio dei due giornalisti. Un impegno serio e totale come quello che Ilaria e Miran misero nella loro inchiesta sui rifiuti tossici in Somalia «andando a cercare la verità anche quando era scabrosa, nei posti dove si poteva trovare e documentare». Così dopo le inchieste di Rai News 24 e di Famiglia cristiana, Roberto Scordova, con un team di giornalisti ed esperti torna a indagare: che cosa avevano scoperto i due giornalisti? Perché dopo 15 anni non si è ancora riusciti a riportare alla luce il vero? Carte false è uno degli importanti libri inchiesta che Verdenero Edizioni Ambiente ha mandato in libreria nell’ultimo mese. Fra questi anche l’inchiesta di Brogioni, Miotto e Scanno sui casi dei soldati italiani che si sono ammalati di tumore dopo aver operato in zone bombardate con armi all’uranio impoverito, ma anche il libro di Carlo Vulpio su leucemie e inquinamento industriale a Taranto. Titoli a cui, in autunno, si aggiungeranno un volume curato da Peace reporter sulle guerre per le risorse ambientali e un importante libro inchiesta di Stefania Divertito sull’amianto. Testi che, nella collana diretta da Marco Moro, sono pensati come tasselli fondamentali per leggere criticamente la storia degli ultimi anni. «In un momento in cui a scuola si studia la storia poco e male, questi libri inchiesta – racconta Moro – nascono per leggere in profondità il passato recente e vedere gli effetti che ancora produce sull’oggi». Un compito che le Edizioni Ambiente portano avanti anche entrando direttamente nel mondo della scuola con iniziative come un concorso dedicato a piccoli saggi di studenti a partire dal rapporto di Ecomafie. «Da poco abbiamo premiato i 300 lavori migliori – racconta Alberto Ibba – e il risultato è stato davvero sorprendente. Per la qualità dei lavori ma anche per l’interesse per questi temi che abbiamo riscontrato fra ragazzi e insegnanti». Intorno al rapporto annuale di ecomafie stilato da Legambiente, poi, si muove anche l’originale collana noir di Verdenero che ha visto alcune delle più belle penne – da Massimo Carlotto a Sandrone Dazieri – cimentarsi con filoni d’inchiesta che riguardano ambiente e illegalità. Un titolocome quello, già storico, di Dazieri sulla zoomafia, per esempio, mentre si lascia leggere come un romanzo, denuncia fatti poco noti come il commercio della bile degli orsi a uso medico che, in Cina, ha provocato vere e proprie stragi di animali. «Un aspetto particolarmente apprezzato dai lettori di questa collana – spiega il curatore Alberto Ibba – è che la narrazione romanzesca è ogni volta accompagnata da una accurata scheda che ricostruisce l’oggettività dei fatti». Sempre sfruttando questo doppio binario di letteratura e inchiesta, presto vedrà la luce anche un nuovo libro di Marcello Fois dedicato alla Sardegna e agli scempi ambientali. Ma il cerchio dell’iniziativa poi si svilupperà ancora. «Stiamo mettendo in cantiere una collana dedicata al romanzo sociale- dice Ibba – che denunci l’illegalità ma anche la mancanza di diritti e la scarsa qualità della vita. Una collana, per dirlo in due parole, dedicata all’ambiente umano».

dal quotidiano Terra

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