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Il ministro Carrozza: “Un nuovo patto con i giovani”

Posted by Simona Maggiorelli su settembre 29, 2013

Il minsitro Maria Chiara Carrozza

Il minsitro Maria Chiara Carrozza

Dopo anni di tagli il governo ricomincia a finanziare la scuola, università e ricerca. “Non è una spesa, è una promessa di futuro. ma resta ancora molto da fare. parla il ministro dell’Istruzione e della ricerca Maria Chiara Carrozza

di Simona Maggiorelli

Laureata in Fisica, esperta di biotecnologie, Maria Chiara Carrozza ha insegnato alla Scuola superiore Sant’Anna di Pisa, di cui è stata rettore. Da quattro mesi è ministro dell’Istruzione del governo Letta. Esponente dei Democratici – alle Politiche Bersani la inserì nel suo “listino” – ha guidato il forum Università e Ricerca del Pd. Nonostante le ristrettezze nel bilancio pubblico, sta provando a invertire
la rotta. Quella che l’Itala segue  da anni: tagli  delle risorse e scarsissima valorizzazione delle competenze.

La scienziata del Cern Fabiola Gianotti, a capo di uno dei due esperimenti che hanno confermato l’esistenza del bosone di Higgs, dice che in Italia il precariato uccide la ricerca. Qual è il suo punto vista ministro Carrozza?

Credo che la precarietà sia uno dei fattori che spinge la maggior parte dei nostri ricercatori a cercare opportunità all’estero. Come governo ne siamo consapevoli ed è per questo che una delle nostre prime iniziative è stato lo sblocco del turnover dal 20 al 50% per le università e gli enti di ricerca. Ma occorre fare di più: credo sia necessario stipulare un vero e proprio patto con i nostri giovani e pensare ad un meccanismo più chiaro e trasparente che delinei il percorso per l’immissione in ruolo nel mondo accademico e della ricerca, nel rispetto della carta europea dei ricercatori. Serve un percorso unico, altamente selettivo, che restituisca piena dignità ai nostri ricercatori e autonomia agli Atenei nelle loro scelte. Dobbiamo anche sviluppare i sistemi di selezione nazionale come i bandi Rita Levi Montalcini che attraggono ricercatori dall’estero e consentono loro di scegliersi l’ente dove andare in servizio.

Il 2014 sarà l’anno dei ricercatori in Italia. Sta lavorando a nuovi progetti che possano rispondere alle loro aspirazioni da molti anni deluse?

Abbiamo deciso per l’anno prossimo di concentrare le risorse sui progetti a cui i giovani possano accedere. Ad esempio daremo massima priorità al bando Firb (il Fondo per la ricerca di base), che ha l’obiettivo di favorire il ricambio generazionale presso gli atenei e gli enti di ricerca pubblici, destinando le risorse al finanziamento dei progetti di ricerca fondamentale proposti da giovani che hanno appena conseguito il dottorato. Daremo una linea di indirizzo su come andranno realizzate le pubblicazioni. Diremo che verrà premiato chi ha dimostrato autonomia e indipendenza. È un sistema già adottato nell’European Research Council dove i ricercatori devono dimostrare di saper pubblicare da soli. Anche nel valore dei progetti di ricerca terremo conto dell’indipendenza e dell’autonomia dimostrate. E privilegeremo gli atenei e i centri di ricerca che hanno ricercatori come responsabili e coordinatori di progetti. I giovani devono diventare i protagonisti della riscossa.

Riportare al centro il tema della formazione è un suo impegno forte. La disoccupazione giovanile in Italia è intorno al 40 per cento. E l’ex ministro del Welfare Elsa Fornero diceva che il problema è che ci sono troppi laureati. Che anche i figli degli operai vogliono fare i dottori.

Sono convinta che l’istruzione sia il principale motore della mobilità sociale. Lo è stato nel dopoguerra in Italia, e deve tornare ad esserlo oggi, in un periodo di crisi così profonda per la nostra economia e per quella europea. Non penso affatto che nel nostro Paese ci siano troppi laureati, il problema vero in Italia sono quei due milioni di ragazzi che non studiano e non lavorano, che hanno perso fiducia nel proprio futuro e nella possibilità di migliorare le proprie condizioni di vita.

Molti Paesi che stanno vivendo un momento di forte sviluppo, dalla Malaysia a Singapore, dall’Indonesia alla Corea del sud hanno scelto di puntare in primis sull’istruzione dei giovani. C’è bisogno di un cambiamento culturale nella classe politica italiana ?

Sì è così. E come governo Letta abbiamo dato il segno di una prima inversione di rotta con il via libera al Decreto ‘L’istruzione riparte’, tornando a finanziare il diritto allo studio degli studenti universitari, puntando ad abbattere i costi per i libri ed i trasporti, rilanciando un piano per le assunzioni degli insegnanti, in particolare quelli di sostegno. Non solo non ci sono stati ulteriori tagli, ma abbiamo rilanciato i finanziamenti in istruzione, pur nelle difficoltà economiche, convinti che i soldi investiti in questo settore non siano una spesa, ma una promessa di futuro per le nuove generazioni.

Se il centrodestra dice che con la cultura non si mangia, il centrosinistra non segna abbastanza la propria differenza su questi temi. Non crede che il Pd dovrebbe impegnarsi di più su battaglie culturali invece di occuparsi solo di questioni congressuali?

Il prossimo congresso del Partito democratico dovrà parlare non solo di persone ma di programmi e contenuti. Per questo scriverò a tutti i candidati alla segreteria, per chiedere loro cosa pensano della scuola italiana, della formazione degli insegnanti, della ricerca e dell’innovazione e soprattutto come intendono porre questo tema al centro della politica del Pd nel prossimo futuro. L’istruzione e la formazione devono avere un ruolo centrale nell’idea di società del Pd e sono temi cruciali per la ricostruzione di questo Paese.

In Francia il ministro Vincent Peillon ha introdotto nelle scuole, dal 9 settembre, una “carta della laicità”. Gruppi evangelici creazionisti sostengono che la Carta impedisca loro di insegnare teorie in contrasto con l’evoluzionismo. Anche in Italia la Moratti tentò di inserire nei programmi lo studio del creazionismo in alternativa al darwinismo. Che ne pensa?

Non credo che la scuola debba diventare un luogo di battaglie ideologiche, ma un luogo aperto dove le nostre ragazze e i nostri ragazzi possano apprendere e imparare a convivere con le diverse culture e tradizioni. In ogni caso non si possono insegnare teorie non fondate sul metodo scientifico.

Da molti anni in Italia non si faceva un decreto per la scuola. E da tempo non si parlava di nuove assunzioni. Il suo impegno su questo ha ricevuto apprezzamenti. Tuttavia molti problemi restano sul tavolo. Frutto di anni di tagli dei fondi e di provvedimenti sbagliati. Che dire a chi parla di abilitazioni alla deriva? E a quegli insegnanti precari che non hanno avuto nuovi incarichi? O a quelli di ruolo che dovrebbero essere incentivati ad un aggiornamento?

Sono consapevole che il decreto approvato e anche le misure a favore dell’istruzione contenute nei Dl Fare e Lavoro sono soltanto un primo passo, ma abbiamo ripreso un cammino e rimesso questi temi al centro dell’azione del governo. La scuola negli ultimi anni ha sofferto per i troppi tagli alle risorse, ma anche perché è stata privata della sua centralità, è stata allontanata dal dibattito culturale del Paese. Oggi c’è bisogno di investimenti e di progettualità nel lungo termine, che le restituiscano una stabilità e un modello nel tempo. Per questo abbiamo lanciato la Convenzione, in cui tutto il mondo della scuola sarà chiamato a partecipare, intervenire, restituire all’istruzione il ruolo che le spetta nella società italiana.

Il sapere tecnologico, lei ha sottolineato più volte, è importante nella sfida globale della scienza. Ma recenti studi hanno mostrato il fallimento di un sistema di insegnamento Usa che trascura la formazione umanistica. Alla fine, dice la filosofa Martha Nussbaum, una scuola che invita a sviluppare una razionalità strumentale, senza stimolare l’aspetto emozionale, artistico, creativo dei ragazzi fallisce anche nel suo obiettivo primario di formare bravi tecnici.

Penso che oggi sia giusto parlare di sapere, non tanto di sapere umanistico e di sapere tecnologico. Credo molto nella lezione della “antidisciplinarietà” e nella volontà, in un momento di crisi come quello che attraversiamo, di ripensare e rimescolare le nostre conoscenze, le nostre ‘scuole’, per costruire qualcosa di nuovo che abbia un tratto unificante. Dobbiamo dare un orizzonte alla nostra ricerca, soprattutto in campo umanistico, alla storia dell’arte, alla valorizzazione del nostro patrimonio, un orizzonte che sia di rinascita, di progresso ma anche di sviluppo economico per l’Italia.

Non crede che l’istruzione sia qualcosa di diverso che addestrare i giovani a rispondere a dei quiz? E che i test Invalsi possano funzionare solo limitatamente?

L’istruzione è ovviamente un percorso complesso che non si può esaurire con delle risposte ai quiz. L’obiettivo dei test Invalsi non è valutare lo studente, ma aiutarci a conoscere meglio il nostro sistema, le differenze territoriali, il livello delle competenze e darci quindi uno strumento per migliorare. Rappresentano una guida utile per un percorso dove sono e saranno sempre le persone, con il loro impegno, a fare la differenza.

Infine il tema cardine dell’integrazione. Nell’ultimo anno scolastico, gli studenti con genitori non italiani erano circa il 10 per cento: una risorsa per il Paese?

La più grande risorsa e ricchezza per i nostri ragazzi. Ho sempre detto che la nostra scuola è il primo attore dell’integrazione in Italia. Basta andare davanti ad una scuola all’ora dell’uscita per vedere in qui volti il nostro futuro, la società di domani che sarà multietnica e multiculturale. Per questo sento di dover ringraziare i nostri insegnanti che ogni giorno lavorano in silenzio e con passione per far nascere i cittadini di domani.

dal settimanale left-avvenimenti  21 settembre 2013

L’intervista è stata letta lunedì 23 settembre a Pagina 3, la rassegna stampa di Radio Tre. La puntata è riascoltabile qui: http://www.radio3.rai.it/dl/radio3/programmi/puntata/ContentItem-18ae0c14-5a1d-4a3e-a283-8482b8f6fd45.html

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Io, Agnes Heller

Posted by Simona Maggiorelli su settembre 28, 2013

Agnes Heller

Agnes Heller

Il valore di Marx e la fine del marxismo. L’intelligenza poetica di Shakespeare. Il rifiuto della violenza. E  del regime di Orban. A colloquio con la filosofa ungherese

di Simona Maggiorelli

Quando qualcuno le chiede se è marxista lei risponde con bella fierezza: «Io sono Agnes Heller, non posso che essere me stessa». Allieva di György Lukács e fra i massimi esponenti della Scuola di Budapest che “osò” criticare l’ortodossia comunista, la filosofa ungherese di origini ebraiche (classe 1929) da bambina è scampata all’orrore nazista e da giovane studiosa ha avuto il coraggio di schierarsi pubblicamente contro i carri armati sovietici che uccidevano la primavera di Praga. Con coerenza, nei suoi lavori filosofici come in quelli più schiettamente politici, si è sempre battuta per i diritti umani e per la giustizia sociale, rifiutando la violenza, anche quella proletaria «per la conquista del potere».

E se a lungo è stata un personaggio scomodo per i regimi dell’Est, oggi lo è altrettanto per il governo conservatore di Viktor Orban. «L’attuale governo ungherese ha limitato la libertà di stampa, ha eliminato pesi e contrappesi, ha varato una Costituzione infischiandosene dell’opposizione e l’ha modificata già quattro volte. Ed ha anche cambiato la legge elettorale. Questo è un regime bonapartista» dice Agnes Heller a left. E subito aggiunge: «L’unico rimedio possibile è la vittoria dell’opposizione democratica.

Shakespeare

Shakespeare

Ma la precondizione assolutamente necessaria è che tutti i partiti di opposizione uniscano le forze in vista delle elezioni che si terranno nella primavera del 2014. Questa è la nostra unica chance». Attesa a Torino dove il 29 settembre tiene una conferenza sul tema del valore della scelta, cogliamo l’occasione per riprendere con lei alcuni fili rossi che percorrono tutta la sua ricerca. A cominciare dall’importanza del rifiuto della violenza. «Oggi è diventato finalmente un pensiero largamente condiviso. Non solo la violenza fisica ma anche quella mentale è considerata inaccettabile – commenta -. In molti Paesi ci sono leggi che puniscono atti di violenza sia nella sfera pubblica che in quella privata. In tutte le nazioni democratiche ci sono leggi contro lo stupro in famiglia e contro la pedofilia. Certo, la questione della violenza psichica è più complessa per un giudice, perché invisibile e talora difficile da dimostrare. Ma va riconosciuto che grossi passi avanti sono stati fatti nella pubblica opinione, è cambiata la comprensione e il giudizio della gente. E questa acquisizione culturale mi fa pensare che lo sviluppo umano sia nella direzione di una sempre minore violenza. Con ciò non voglio dire che credo nella “pace eterna”. Ma per quanto riguarda, ad esempio, un fenomeno macroscopico di violenza come lo è la guerra, penso che in Europa non ce ne saranno in un futuro immediato. E che le guerre locali che, purtroppo, segnano oggi altre parti del mondo, non sfoceranno in nuove guerre mondiali».
Dopo tante battaglie contro il totalitarismo e riflessioni critiche sul capitalismo che offre una caricatura della libertà oggi che senso ha per per lei questa parola?
La libertà è il valore più ricercato. Nella storia però è stato interpretato in modi molto diversi. La libertà può essere intesa come libertà di scelta, come piena indipendenza, come inscindibile dal rispetto delle leggi e molto altro. La modernità è caratterizzata anche dal pensiero che “tutti gli uomini nascono liberi”. Ma il fondamentalismo religioso e le ideologie totalitarie attaccano questa acquisizione. Ciò significa che nelle democrazie moderne niente è “naturale” e dato una volta per tutte. Questo è il motivo per cui le libertà democratiche devono essere praticate, riaffermate ogni giorno, perché rischiamo di perderle con facilità.

Lei è una grande studiosa di Marx. E del Marx giovane in particolare. Anche quando la sinistra si concentrava solo sulla lettura più strutturalista del Capitale. Oggi cosa resta della sua lezione?

Karl Marx

Karl Marx

Karl Marx è stato il primo importante filosofo radicale del XIX secolo. A mio avviso non ha perso questo significato e può essere fonte di ispirazione. Ma le sue previsioni riguardo al collasso del capitalismo non si sono dimostrate valide. Di fatto ha sbagliato anche nel preconizzare la fine dello Stato come istituzione e nel preventivare un messianico avvento del comunismo come mondo dell’abbondanza. Nessuna filosofia può essere falsificata su un terreno empirico concreto. Dunque il marxismo non è più un’opzione teoretica credibile, come del resto non lo sono più molti altri “ismi”. Oggi chi si dice marxista magari non ha nemmeno letto i suoi lavori ma condivide l’agenda politica radicalmente semplificata di un gruppo o di un partito “anticapitalista” e “antiglobalizzazione”.
Negli ultimi anni lei è tornata alla sua passione giovanile, gli studi di estetica e ha dedicato più libri a Shakespeare. Riguardo a ciò che muove l’animo umano i poeti hanno da insegnarci molto più dei filosofi?
Shakespeare per me resta una delle più significative fonti di sapienza nonché di conoscenza di noi stessi e delle altre persone. Credo che non lo batta nessuno da questo punto di vista. Ma non penso che si possa stabilire una gerarchia fra poesia e filosofia. Sono due generi letterari diversi, per me ugualmente importanti.

dal settimanale left-avvenimenti

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Non più costrette a trasmettere malattie (genetiche)

Posted by Simona Maggiorelli su settembre 26, 2013

donna-incintaIl tribunale civile di Roma dà il via libera alla diagnosi preimpianto a spese del sistema sanitario nazionale in applicazione della sentenza Corte di Strasburgo. Che nello scorso febbraio ha respinto il ricorso in appello  avanzato dal governo Monti e ha condannato in via definitiva l’Italia per violazione dei diritti umani poiché la legge 40 sulla fecondazione assistita in vigore dal 2004  non permette a coppie fertili e portatrici di malattie genetiche di poter accedere ad esami diagnostici fondamentali per poter evitare la trasmissione della malattia al nascituro.

A dare questo ulteriore colpo alla legge 40 , (dopo la sentenza europea e quelle italiane pronunciate dalla Consulta e da vari tribunali) è stato il giudice Donatella Galterio, della prima sezione civile del tribunale di Roma, che ha accolto il ricorso con il quale la coppia romana Costa- Pavan, portatrice sana di fibrosi cistica, chiedeva, in vista di una fecondazione assistita, di poter effettuare la diagnosi preimpianto a spese del servizio sanitario nazionale.  Il Tribunale di Roma, in sintesi, ritiene che proprio attraverso la diagnosi preimpianto venga tutelato tanto il diritto all’autodeterminazione dei soggetti coinvolti  quanto il  diritto alla salute  fisica e psichica della donna che se dovesse subire l’impianto di embrioni geneticamente malati potrebbe andare incontro ad aborto o a vere e proprie patologie

“Una sentenza importantissima”, sottoliena  il segretario dell’associazione Luca Coscioni, Filomena Gallo alla vigilia del congresso della associazione per la libertà di ricerca in programma ad Orvieto dal 27 al 29 settembre, “perché per la prima volta la legge 40 viene fattivamente disapplicata facendo seguito alla sentenza della Corte Europea di Strasburgo.E ora non c’è più la necessità di attendere un intervento della Corte costituzionale”.

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Pompei vive. A Londra

Posted by Simona Maggiorelli su settembre 23, 2013

_66609319_66609318Sul sito archeologico vesuviano si allunga l’ombra nera di infiltrazioni camorristiche, mettendo a rischio il grande progetto da 105 milioni cofinanziato dalla Unione Europea.

Mentre la magistratura indaga, una notizia positiva viene da Oltremanica, dove la mostra Life and death inPompii and Herculaneum registra il tutto esaurito fino alla chiusura prevista per il 29 settembre. Parliamo di una esposizione nata dalla collaborazione straordinaria fra la soprintendenza dei Beni archeologici di Napoli e Pompei con la storica istituzione museale londinese.

Ma anche straordinaria in sé per la qualità dei 450 reperti selezionati dal curatore Paul Robert che è riuscito a far incontrare e a fondere impatto scenografico e rigorosi contenuti didattici. Come è nello stile della grande divulgazione britannica, che va dalla storia al giornalismo in stile Bbc.

Affresco, Pompei

Affresco, Pompei

Così già all’ingresso veniamo catturati in uno spazio-tempo suggestivo e lontano, in cui si odono voci fuori campo di bambini e il suono dello scorrere dell’acqua nelle fontane. Come per incanto siamo catapultati in un momento di vita quotidiana a Pompei durante un tranquillo giorno di fine estate come probabilmente fu quello del 79 d.C. prima dell’improvvisa eruzione del Vesuvio. Davanti a noi frammenti di affreschi in cui sono raffigurati uccelli, piante e sculture immersi in curatissimi  giardini. E al centro della sala un riverbero azzurro di luci che ricrea idealmente una sontuosa vasca-fontana. Con pochi, preziosi, reperti e una sapiente scenografia il curatore Robert riesce concretamente a dare al visitatore l’idea di come poteva essere l’interno di una ricca villa pompeiana e a trasmettere informazioni approfondite su quella che fu una vera e propria invenzione dell’arte romana: il giardino dentro casa, dipinto come una “fantasia”. Un raffinato tavolino ritrovato ad Ercolano campeggia accanto al frammento di un affresco in cui appare riprodotto quasi in forma identica.

Terentius e sua moglie

Terentius e sua moglie

Più in là, la stanza delle pitture erotiche. E poi grottesche sculture di fauni impegnati in giochi erotici con una capra. Fuori da ogni pruderie, ma anche riportando in primo piano il significato apotropaico che questo tipo di rappresentazioni senza veli aveva nella cultura romana, Paul Robert offre al visitatore, anche il meno informato, gli strumenti per comprendere la totale mancanza di senso del peccato che connotava la cultura pagana.

Ma interessante è anche il modo in cui, attraverso opere celeberrime di IV stile come il ritratto di Terentius Neo e di sua moglie ( I secolo d.C,) lo studioso riesce ad offrire informazioni su come era organizzata la società romana, anche dal punto di vista dei ruoli sociali dell’uomo e della donna. Che a Pompei, ad Ercolano come a Roma, non erano poi così diversi quando si trattava di affari. Così ecco la moglie di Terentius, nell’affresco appartenente al Museo archeologico nazionale di  Napoli eora in mostra al British, con in mano una tavoletta di cera che di solito veniva usata per tenere i conti. Sopravanzando il marito che appare come in secondo piano. Con oggetti di uso quotidiano e frammenti di arredi, l’affresco diventa così l’elemento centrale di un tridimensionale tableau vivant.

( Simona Maggiorelli, da Londra)

Pubblicato sul settimanale left-Avvenimenti

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Grand Tour d’autunno. Da Pollock a Antonello e Cézanne

Posted by Simona Maggiorelli su settembre 21, 2013

Pollock, Number 27(1950)

Pollock, Number 27(1950)

Pollock  a Milano e Antonello da Messina al Mart. Il siglo de oro della pittura spagnola a Ferrara e le avanguardie russe a Firenze e Cézanne a Roma. Si apre una grande stagione di mostre in Italia 

di Simona Maggiorelli

In tempi in cui sui giornali la critica viene confinata in spazi sempre più esigui, pare un peccato dedicare lo spazio della recensione settimanale ad un carnet di vernissage. Ma la stagione di grandi mostre che si prepara è talmente ricca di proposte da meritare, per una volta, una deroga. Così cogliendo l’impegno con cui molti musei pubblici stanno cercando di reagire alla crisi, eccoci pronti a squadernare le tappe di questo ideale Grand Tour. Che non può che partire da Milano, dove il 24 settembre si apre la mostra Pollock e gli irascibili. Curata da Carter Foster e da Luca Beatrice la rassegna allestita in Palazzo Reale ruota intorno a Number 27, opera cardine del maestro dell’action painting americana.

Antonello da Messima, ritratto di giovane (1475-8)

Antonello da Messima, ritratto di giovane (1475-8)

In contemporanea, in un’altra ala di Palazzo Reale, MondoMostre e Skira editore in collaborazione con il Centre Pompidou di Parigi presentano più di ottanta ritratti e autoritratti di maestri come Matisse, Modigliani, Brancusi, Picasso, Giacometti, Baselitz, de Lempicka, Kupka, Beckmann e molti altri.

Ad un altro esponente delle avanguardie storiche, il pittore modernista Josef Albers, che fu uno dei protagonisti del Bauhaus, è dedicata una monografica, dal 26 settembre, alla Fondazione Stelline. Mentre il 5 ottobre, sempre a Milano, per la giornata del contemporaneo indetta dalla rete dei musei del contemporaneo (Amaci) al Pac si apre una retrospettiva Vite in transito dell’artista di origini albanesi Adrian Paci che dal 1997 ha scelto il capoluogo lombardo come sua città di adozione sviluppando un’intensa riflessione sui temi dell’emigrazione attraverso la pittura, la scultura e la videoarte. Uscendo da Milano, in direzione Trento, una tappa imperdibile del nostro tour riguarda il Mart di Rovereto, dove il 5 ottobre si apre una attesa retrospettiva di Antonello da Messina, straordinario maestro del Quattrocento italiano che Ferdinando Bologna e Federico De Melis tornano a studiare mettendo a confronto, anche in un denso catalogo Electa, la sua complessa e originale poetica con quella dei suoi contemporanei.

Kandinsky, avanguardie russe a Firenze

Kandinsky, avanguardie russe a Firenze

E ancora: dopo il terremoto, dal 14 settembre, Ferrara è  teatro di una nuova stagione di mostre ospitando in Palazzo dei Diamanti una monografica dedicata a Zurbarán che insieme a Velázquez e Murillo dette vita al Siglo de oro della pittura spagnola. Firenze, invece, dal 27 settembre, si segnala per la mostra L’Avanguardia russa, la Siberia e l’Oriente che raccoglie in Palazzo Strozzi opere di Kandinsky, Malevic, Filonov, Goncarova e altri in un percorso che punta ad approfondire le fonti orientali ed eurasiatiche nel Modernismo russo.

Continuando a scendere lungo la penisola, arriviamo a Roma dove l’8 ottobre si apre una retrospettiva di Marcel Duchamp che nelle sale della Gnam ne rilegge l’opera alla luce dell’influenza che ha esercitato sugli artisti del secondo Novecento e oltre. Restando nella capitale, ma spostandoci al Vittoriano, dal 4 ottobre, la mostra Cezanne e gli Artisti del XX secolo permette di comprendere più da vicino l’influenza che il maestro francese esercitò su artisti diversissimi fra loro come Boccioni e Morandi.

Last but not least a Genova, per i centocinquant’anni dalla nascita di Edvard Munch, a novembre una grande retrospettiva dedicata al pittore norvegese  continuando la staffetta delle celebrazioni che fino al 13 ottobre, a Oslo, proseguono con una antologica articolata in più spazi, dalla Galleria nazionale al Museo Munch, all’Università ( su questo vedi il precedente post Gli spettri di Munch).

FOCUS:  IL CENTRE POMPIDOU A MILANO

Con ottanta capolavori scelti provenienti dal Centre Pompidou di Parigi, il 25 settembre si è aperta in Palazzo Reale a Milano un’esposizione dedicata al tema del ritratto e dell’autoritratto: la forza rivelatrice dell’autoritratto a cui gli artisti nella storia hanno affidato la propria biografia più intima è raccontata attraverso una serie di exempla novecenteschi. Dai consunti e quasi arsi autoritratti di Giacometti a quelli angosciosamente scomposti di Bacon. Mentre la trama segreta dei rapporti fra pittore e modella, nella mostra Il volto del ‘900. Da Matisse a Bacon. I grandi capolavori del Centre Pompidou, è affidata dal curatore Jean-Michel Bouhours a statuari ritratti di Jeanne, la pittrice che fu la compagna di vita Modigliani, alle sensuali odalische di Matisse e agli scomposti ritratti cubisti che Picasso dedicò crudelmente alle sue amanti.

L’arte del ritratto è fra le più antiche d’Occidente e, nel corso dei secoli, ha conosciuto enormi mutamenti, fino a diventare altro di sé, rinnovandosi completamente, in coincidenza con la scoperta del mezzo fotografico. Dall’Ottocento in poi il ritratto dipinto perde ogni necessità descrittiva, si affranca dalla piatta visione retinica, lasciando emergere sulla tela qualcosa di più profondo: una forma latente, alludendo a quell’immagine interiore che rende vitale, mobile, espressivo, unico e irripetibile, un volto umano. Lo sapevano bene gli artisti delle avanguardie storiche e prima ancora i pittori coevi al fotografo francese Félix Nadar. Ma non solo.

«In questa nostra società dell’immagine, dominata da icone piatte e svuotate di senso è importante, oltre che affascinante, poter riflettere sui nuovi significati che la rappresentazione della figura umana ha acquisito nel corso del ‘900» ha detto l’assessore alla Cultura Filippo Del Corno, presentando la mostra che resterà a Palazzo Reale fino al 9 febbraio 2014. «L’avvento della fotografia – approfondisce Del Corno -, ha prodotto nel secolo scorso un nuovo modo di rappresentare il volto umano, provocando un potente fluire di originalità creativa nelle opere di ritratto, che sono diventate al tempo stesso più complesse e più libere, perché svincolate dalle committenze e dalle esigenze di documentazione e celebrazione». Questa mostra offre opportunità di comprendere questo percorso, dal vivo attraverso opere dei maestri già citati accanto a ritratti e autoritratti di Zoran Music, Suzanne Valadon, Maurice de Vlaminck, Severini, Delaunay, Brancusi, Julio Gonzalez, Derain, Max Ernst, Mirò, Léger, Adami, De Chirico, Fautrier, Baselitz, Marquet, Tamara de Lempicka, Kupka, Dufy, Masson, Max Beckmann. Il saggio del critico Flaminio Gualdoni contenuto nel catalogo Skira offre una valida guida e uno stimolo a proseguire la ricerca sul ritratto oltre il percorso espositivo offerto dalla mostra.

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Messico e rivoluzione nell’arte

Posted by Simona Maggiorelli su settembre 19, 2013

Diego Rivera

Diego Rivera

Quando parliamo della grande svolta dell’arte occidentale che avvenne negli anni Dieci del Novecento ci riferiamo alla Parigi cubista, al genio di Picasso, oppure all’astrattismo del cubo-futurismo russo o al più al Cavaliere Azzurro di Kandinsky in Germania. Raramente pensiamo a un altro tellurico epicentro del cambiamento quale fu il Messico negli stessi anni. Dove l’avanguardia di artisti come Diego Rivera, David Siqueiros e José Clemente Orozco s’incontrava con la rivolta sociale, con la rivoluzione contadina da Zapata in poi.

Il risultato in pittura non fu solo la creazione di giganteschi murales che riuscivano a parlare anche alle persone meno istruite senza scadere nella banale propaganda. Ma furono anche quadri di grande forza espressiva che, in modo originale riuscivano a far incontrare la ricerca più innovativa con la tradizione modernista, talora evocando anche memorie antiche dell’arte pre-colombiana.

Pensiamo a quadri come Ballo a Tehuantepec (1928) dello stesso Rivera, accesi da una tavolozza di terre rosse e toni solari dove campeggiano figure scultoree di donne e uomini che danzano, oppure ai quadri volutamente primitivisti e picareschi di Chavez Morado che rappresentano contadini e lavoratori che lottano per i diritti di tutti in atmosfere senza tempo, quasi da poema antico. Sono straordinarie scene di un’epica messicana e popolare quelle che ci vengono incontro lungo il sorprendente percorso della mostra Messico una rivoluzione nell’arte 1910-1940 aperta fino al 29 settembre alla Royal Academy di Londra.

Una esposizione in cui spiccano perle nere come l’autoritratto di Frida Khalo, la compagna di Rivera, che in pittura seppe fare del suo corpo sfregiato e ferito a causa di un grave incidente una vibrante immagine di bellezza e di selvaggia femminilità.

Ma ecco anche le Donne di Oaxaca (1927) , una teoria di figure colorate e “antiche”, quasi greche, della pittrice Henrietta Shore, flessuose come giunchi sotto il peso delle bottiglie che portano in testa; femminili nel movimento eppure senza volto, come certi contadini anonimi e al tempo stesso “universali” dipinti da Van Gogh.

Mani di Tina Modotti

Mani di Tina Modotti

Particolarmente coinvolgente è anche la parte documentale e fotografica di questa mostra londinese, scandita da locandine e pagine di giornali d’epoca ma anche da celebri scatti di maestri della fotografi come Paul Strand, Robert Capa e Henri Cartier Bresson che attraversò il Messico in lungo e in largo per raccogliere scene di vita in strada. Naturalmente ritroviamo qui anche le ruvide mani dei lavoratori che Tina Modotti seppe immortalare in stampe seppiate e altamente poetiche ma anche la selva di cappelli che caratterizza i suoi celebri Lavoratori che leggono El machete (1929). Meno noti sono invece certi scatti messicani di Edward Weston, allora amante della fotografa italiana, fra i quali un ritratto dello scrittore D.H. Lawrence, dallo sguardo bruciante contro l’immenso cielo messicano. E che ci ricorda la straordinaria fascinazione che la rivoluzione messicana esercitò su un‘ampia cerchia di intellettuali, artisti e scrittori europei. ( Simona Maggiorelli)

Dal settimanale left-avvenimenti

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Il viaggio di Kounellis

Posted by Simona Maggiorelli su settembre 14, 2013

Kounellis Trieste

Kounellis Trieste

Nell’antica pescheria di Trieste il maestro  dell’Arte Povera, Janis Kounellis, presenta una nuova installazione. left lo ha incontrato

di Simona Maggiorelli

Antichi banchi di pesce e relitti di vecchie imbarcazioni. Su cui dall’alto piovono pietre, pesanti come le tempeste che colgono i pescatori al largo d’inverno. È anche una metafora del viaggio per mare e dei pericoli che i migranti devono affrontare la nuova, grande, installazione che Janis Kounellis ha realizzato nella sala degli incanti della ex pescheria di Trieste, progettata nel 1913 dall’architetto Giorgio Polli. «Uno spazio bellissimo, illuminato da grandi finestre. Ma soprattutto uno spazio “preciso”. Perché – spiega l’artista – un luogo può essere bello ma se non è preciso per un progetto, resta solo un bello spazio». Qui Kounellis ha trasportato delle vecchie barche che giacevano in depositi, «rottami che a Trieste si trovano facilmente», e le ha disposte al centro della sala con un gesto pittorico e teatrale che al nostro sguardo pare creare una scena epica alta e popolare.

«Epos? Non saprei – si schermisce lui – quello che posso dire è che, finito il lavoro, mi sono accorto che evocava una deposizione». Non una deposizione dell’amato Caravaggio o di Mantegna, autori altre volte indirettamente richiamati nelle opere di questo maestro dell’arte di origini greche. «Non c’è qui un riferimento preciso ad una tela o ad un’altra – precisa -. La storia dell’arte italiana è costellata da centinaia di deposizioni. Qui invece che un corpo viene “deposta” una barca. Sulla nuda pietra del banco del pesce. Ma il significato è lo stesso». E ugualmente tragico. «L’elemento tragico è consustanziale alla tradizione cristiana, segnata dalla brutta morte del figlio di Dio» ha detto Kounellis in una recente intervista ad Alfabeta Due: «Una storia violenta connota il cristianesimo mentre la tradizione asiatica e quella cinese, per esempio, mettono al centro filosofi come Buddha e Confucio».

Janis Kounellis a Trieste

Janis Kounellis a Trieste

Ma durante questo nostro incontro il discorso prende un’altra strada: «Quello che mi interessava qui – spiega – era l’andamento drammaturgico della deposizione. Noi abbiamo una cultura drammaturgica. E se vai a vedere tutta l’iconografia dell’arte italiana è fortemente drammaturgica». La scena teatrale è evocata in questa installazione anche da una serie di sedie vuote, poste a latere. Come raccontano i curatori di Kounellis Trieste, Davide Sarchioni e Marco Lorenzetti, nel catalogo Skira che è uscito il 7 settembre in contemporanea con l’inaugurazione di questa installazione, Kounellis torna a confrontarsi con un tema a lui da sempre caro: l’uscita dal quadro per “conquistare” una visione e una spazialità più ampia, senza tuttavia cancellare la storia della pittura. «Ho cominciato a lavorare sull’uscita dal quadro negli anni Sessanta» ci ricorda questo longevo maestro del contemporaneo che, poco più che ventenne, approdò in Italia alla fine della guerra civile greca. Mentre lavorava a una propria innovativa poetica, di fatto, continuava a studiare la tradizione, cercando il modo per rinnovarla.

«In tutti i Paesi la modernità è fatta di tradizione – dice Kounellis a left -. Altrimenti sarebbe modernismo, non sarebbe modernità. E dunque non si può negare la tradizione, fa parte della logica del nuovo ma anche del mio tentativo di pormi sempre in modo dialettico. La tradizione, per me, entra a piano titolo in questo clima di novità». Novità che per Kounellis non è mai stato nuovismo. Fine a stesso. Negli anni in cui imperava la Pop Art, insieme a Merz, Pistoletto, Fabro, Paolini, Penone e altri artisti riuscì a dare vita a un articolato progetto che Germano Celant definì Arte Povera. Un movimento che attraverso la scelta di materiali “naturali” e la ricerca di una spazialità tridimensionale rimetteva al centro l’umano, la poesia, la ricerca di un senso profondo della vita, in contrapposizione con la stolida celebrazione del mercato e della società consumistica inaugurata da Warhol e dalla sua Factory.

E oggi cosa pensa Kounellis del concettualismo autoreferenziale e delle opere gadget di artisti come Damien Hirst e Jeff Koons, che grazie a collezionisti miliardari, vanno per la maggiore nei più importanti musei del mondo? Questo tipo di globalizzazione dell’arte finisce per determinare un appiattimento  delle proposte? «Un’arte globalizzata di questo tipo evidenzia la perdita del pittore, la fine della sua creatività – risponde Kounellis -. Se la gente potente impone la propria visione, il pittore è ben lontano dall’epoca dlle Demoiselles d’Avignon. Ma io non credo che questo possa succedere davvero. Certo, c’è un’iniziativa che nasce nella globalizzazione, ma quest’ultima deve essere vissuta in senso dialettico. Ognuno ha la propria identità e la deve mettere in gioco, in dialettica con gli altri. Questo è l’obiettivo. Il resto è una riduzione dell’arte a decorazione».

Non a caso Kounellis si è sempre definito internazionalista per sfuggire all’omologazione della globalizzazione? «La mia generazione è stata internazionalista e io continuo ad esserlo – approfondisce – Perché mi piacciono le persone. E’ più forte di me. E l’altro che mi attrae, che vado a trovare, ha il suo metro di cui devo sempre tenere conto». Un confronto con l’altro che di recente ha portato Kounellis anche a confrontarsi con una cultura lontana dalla nostra come quella cinese.«A Pechino sono stato 4 mesi. Sono partito con le mani vuote. Volevo andare a vedere la Cina, le sue enormi possibilità. In un mercato della Capitale – racconta – ho comprato delle ceramiche rotte: frammenti colorati risalenti a varie epoche e in particolare all’epoca del Maoismo, quando i militari entravano nelle case e rompevano tutti i serviti”borghesi” Io ho pensato di usarle per farne una scrittura ermetica fatta di frammenti». E mentre Kounellis già progetta di continuare il suo viaggio verso Oriente andando a Seul, prosegue a Roma fino al 12 settembre, la bella personale curata da Bruno Corà nella Galleria Guidi. E nella Capitale il 25 settembre lo aspetta anche l’apertura una nuova mostra alla Fondazione Volume. «Dopo un po’ che siamo in giro, nasce sempre il desiderio di tornare».

dal settimanale left-avvenimenti

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Lo sguardo liberato

Posted by Simona Maggiorelli su settembre 8, 2013

Tintoretto, Venere e Marte sorpresi da Vulcano

Tintoretto, Venere e Marte sorpresi da Vulcano

Raramente capita di leggere pagine di critica che abbiano la “leggerezza” e la capacità di “far vedere” che caratterizza quelle di Danie Arasse (1944 – 2003), fine conoscitore d’arte e studioso eclettico che, per quanto facesse parte dell’establishment intellettuale francese ai più alti livelli (avendo diretto l’École des hautes études en sciences sociales di Parigi e l’Istituto francese di Firenze) aveva saputo mantenere la curiosità, l’immediatezza e la passione contagiosa di un giovane ricercatore.

Memorabili le sue conferenze, vivaci, imprevedibili, mai paludate. Ma anche certi suoi saggi scritti in forma dialogica e talora proprio come lettera indirizzata ad amici oppure a colleghi con i quali amava polemizzare con piglio giocoso ma senza rinunciare ad argomentazioni serrate. Alcuni di questi scritti sono ora raccolti nel volume Non si vede niente pubblicato da Einaudi. Un libro sorprendente per come Arasse riesce, con freschezza, a mettere in crisi e addirittura a ribaltare interpretazioni sedimentate, date ormai per scontate.

È questo il caso di un’insolita opera di tema mitologico come Marte e Venere sorpresi da Vulcano che Tintoretto dipinse nel 1550 e che è sempre stata letta come una condanna dell’adulterio. Attraverso una ficcante indagine indiziaria sui dettagli (alla Giovanni Morelli), senza lasciarsi irretire dai fiumi di inchiostro che sono stati spesi su questo quadro, Arasse ce ne offre una lettura inedita, mettendone in luce la vena ironica e corrosiva che avrebbe come bersaglio proprio il matrimonio: tomba dell’eros secondo Tintoretto che qui ci mostra un Eros dalle frecce spuntate che addirittura dorme alla grossa. Un particolare su cui nessuno prima aveva posto l’accento.

Daniel Arasse

Daniel Arasse

Così come era fin qui sfuggito ai più il dettaglio del cane che ringhiando verso il malcapitato Marte ne svela il maldestro tentativo di nascondersi sotto una panca (per quanto sia un dio e indossi elmo e armatura!). Una scena da vaudeville, insomma. Tanto più che Vulcano, il marito tradito, neanche se ne accorge mentre si getta su Venere con la brama di un vecchio e ridicolo fauno. L’acutezza e l’intelligenza dello sguardo di Arasse qui sopravanza d’un balzo il polveroso apparato di citazioni squadernato dalla critica accademica. Una messe di testi e riferimenti esterni al quadro che, nota Arasse, «diventa una sorta di filtro solare per proteggersi dal bagliore dell’opera e preservare le abitudini acquisite». Segnalando come a volte la tradizione critica rischi così di diventare schermo protettivo che raffredda il rapporto emotivo e diretto con l’opera. Diventando un paravento dietro cui nascondersi. Come quei giudizi moralistici di Mark Twain che hanno a lungo impedito di cogliere il gesto esplicito della Venere di Urbino che, nel quadro di Tiziano destinato alla camera privata di Guidobaldo della Rovere, allunga la mano verso il proprio sesso. Senza questo precedente non si capirebbe la scandalosa Olympia di Manet sottolinea Aresse. Come si è potuto constatare anche dal vivo in Palazzo Ducale a Venezia dove la bella retrospettiva dedicata al pittore francese e appena conclusa ha permesso di confrontare i due capolavori. (Simona Maggiorelli)

dal settimanale left-avvenimenti

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Gli spettri di Munch

Posted by Simona Maggiorelli su settembre 5, 2013

Munch, autoritratto 1886

Munch, autoritratto 1886

di simona Maggiorelli da Oslo

«Camminavo lungo la strada con due amici, il sole tramontava, il cielo si tinse d’improvviso di rosso sangue. Mi fermai, mi appoggiai stanco morto a un parapetto. Sul fiordo nerazzurro e sulla città c’erano sangue e lingue di fuoco quando sentii un grande urlo infinito che attraversava la natura».

Così Edvard Munch descrive sul suo diario l’episodio che avrebbe poi cercato di rappresentare con L’urlo (1893) condensandolo in un volto deformato dall’angoscia. Un primo piano straniante senza tratti riconoscibili, avvolto in striature ondeggianti di colore dalle tonalità violente, quasi espressionistiche. In pochi tratti, una scena che sembra racchiudere tutta la disperazione del pittore, che a trent’anni scriveva di sé: «Ho ricevuto in eredità due dei più terribili nemici dell’umanità: la tubercolosi e la malattia mentale.

La malattia, la follia e la morte erano gli angeli neri che si affacciavano sulla mia culla». Cultore del filosofo esistenzialista Kierkegaard e di Nietzsche, e soprattutto sodale di Strindberg, Munch in una pagina del diario dice di aver sentito parlare di Freud, ma di fatto il pittore non si interessò mai di psicoanalisi. Piuttosto preferiva cercare nell’arte un modo per riuscire a rappresentare quel dolore psichico che altrimenti, scrive in un passaggio del diario, «non sapevo esprimere a parole».

Munch, L'Urlo 1983

Munch, L’Urlo 1983

A partire da questo stretto rapporto fra arte e vita e intorno al celeberrimo Urlo, Oslo ricorda i 150 anni dalla nascita di Munch con la più vasta retrospettiva che gli sia mai stata dedicata. Intitolata semplicemente Edvard Munch 1863-1944 e accompagnata da un denso catalogo Skira, la mostra al Nasjonalgalleriet e al Munch-museet di Oslo fino al 13 ottobre presenta 220 dipinti e 50 opere su carta che permettono di ripercorrere tutti i 60 anni di carriera di Munch attraverso una straordinaria scelta di ritratti e autoritratti (alcuni pochissimo noti) di paesaggi visionari, di claustrofobiche scene familiari ma anche di feste di società in cui, come fossero marionette, gli esponenti della borghesia norvegese, consumano vacui riti sociali.

Nel Fregio della vita , in particolare, Munch rappresentava quella borghesia di cui lui stesso faceva parte come puritana e chiusa nell’asfittico e provinciale mondo di Kristiania (oggi Oslo). Ed è uno spietato teatrino di ibseniani spettri quello che Munch tratteggia in feste notturne al mare e passeggiate in città in cui le atmosfere glaciali non sono solo dovute alla neve. Proprio in occasione di questa importante antologica è stato ricostruito filologicamente l’allestimento del Fregio della vita così come Munch lo aveva pensato per la Secessione di Berlino nel 1902.

Così sulle pareti colorate della Nasjonalgalleriet, dove sono esposti i lavori eseguiti tra il 1882 e il 1903, scorre un nastro di potenti visioni incorniciate di bianco, sono immagini che tratteggiano un’infanzia malata e soffocante, che rievocano i primi turbamenti adolescenziali e soprattutto che parlano di un sanguinoso e alla fine impossibile rapporto fra uomo e donna. Al Munch-museet (dove sono esposti i quadri datati dal 1904 al 1944) spiccano intere sequenze di quadri che raccontano una mortale guerra dei sessi, dove la donna appare come femme fatale, una sorta di vampiro che lascia l’uomo cadaverico ed esangue, impriginandolo nella sua rete tentatrice.

Munch, Amore e psiche,1907

Munch, Amore e psiche,1907

Qui e alla Nasjonalgalleriet ritornano anche rappresentazioni di baci che Munch immagina come angoscianti incontri fusionali in cui entrambi i partner finiscono per perdere la propria identità. Il rapporto con il femminile è visto dall’artista come lotta e sofferenza, passione e gelosia, tensione e violenza.

Solo nei quadri dell’ultimo periodo in cui Munch rilegge il topos del pittore e la modella le giovani figure femminili appaiono belle e idealizzate, anche se rappresentate sempre in contrapposizione al pittore anziano che, nel quadro, le osserva con sguardo rapace. La sua pittura intanto si è fatta più sintetica, più essenziale. La figurazione appare più sfrangiata ed evocativa, ed esplode il colore. Nonostante questo però i quadri di Munch in questa ultima fase finiscono per assomigliare ad un’ossessiva ripetizione di varianti sugli stessi temi. Ma il percorso esplorativo della sua opera non si ferma qui (il programma completo è sul sito www.munch150.no) e si annunciano interessanti occasioni di approfondimento anche in Italia: dal 4 ottobre in Palazzo Ducale a Genova Marc Restellini, direttore della Pinacotheque de Parigi e già ideatore di una importante retrospettiva su Munch presenta una nuova monografica realizzata con Arthemisia Group e 24 ORE Cultura.

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