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2015, l’addio a tre grandi maestri: Manoel de Oliveira, Mario Dondero e Luca Ronconi

Posted by Simona Maggiorelli su dicembre 29, 2015

Manoel De Olivera, il regista che amava le donne

 Manoel De Oliveira, con Cathrine Deneuve

Manoel De Oliveira, con Cathrine Deneuve

Autore di straordinaria forza poetica, il regista Manoel de Oliveira, scomparso  ad aprile 2015 a 106 anni, ha attraversato ottant’anni di storia del cinema, lasciandoci una quarantina di film, fra i quali molti capolavori. Leone e Palma d’oro alla carriera a Venezia e a Cannes,  è stato premiato con il Leone d’argento a Venezia per La divina commedia (1981) e ha ricevuto il premio della giuria a Cannes per La lettera (1999).

Ma il maggior riconoscimento viene forse dal pubblico e dalla critica più colta che ha saputo apprezzare l’originalità del suo modo di fare di immagini, ma anche lo spessore letterario delle sue storie e la sua capacità di raccontare la vita interiore dei personaggi.

Al centro della filmografia di questo appassionato e gentile cineasta portoghese c’è una profonda “indagine” dell’universo femminile. De Oliveira ha saputo tratteggiarne la complessità. I suoi film portano in primo piano il diverso da sé, affascinante e sconosciuto, la bellezza sensibile delle donne. E, talora, anche la violenza invisibile della pazzia.

De oliveira

Leonor Silveira

Come pochi altri Manol de Oliveira ha saputo rappresentare la violenza invisibile dell’anaffettività, quella algida bellezza, dietro la quale si nasconde una micidiale assenza di emozioni. Basta pensare, per esempio, a un film come Belle toujour, (2006) in cui ha ripreso e rielaborato il tema del celebre film di Buñuel Belle de jour (1967) che aveva come protagonista Catherine Deneuve. Un’opera breve, a macchina ferma, un saggio magistrale di scavo nell’animo dei protagonisti (Bulle Ogier e Michel Piccoli) che per tutta la durata del film si guardano a distanza e sembrano giocare al gatto col topo.

In questo film il regista portoghese immaginava che il vecchio amante riuscisse a ritrovare la donna che viveva chiusa in un albergo a Parigi potendo finalmente parlare con lei durante una cena a lume di candela. La donna “scandalosa” di una volta gli confesserà di volersi ritirare in convento per espiare. Passando così da una vita dissoluta a una vita solo spirituale. Due esperienze all’apparenza opposte ma – ci lascia intuire il regista – ugualmente caratterizzate dall’assenza di ogni “sentire”.

De OliveiraE come non ricordare a questo proposito un capolavoro come Francisca (1981), ultimo capitolo di una tetralogia iniziata con Passato e presente (1971) e proseguita con Benilde e la vergine madre (1974) e Amore di perdizione (1978), in cui tratteggia con uno stile quasi da cinema muto il naufragio nell’oppio di un giovane dandy che rapisce la bella e vergine protagonista. Uno dei fili rossi che attraversa tutta la filmografia di De Oliveira è il vitale, eppure talora sanguinoso, rapporto uomo – donna; che in forma di conflitto di genere e di classe ritroviamo in O principio de incerteza (2002). Ma importante nel suo lavoro di cineasta e nella sua esperienza di vita in quanto oppositore al regime di Salazar è stato anche il tema del recupero della memoria, personale e collettiva. Svolto in chiave intimistica in Viagem ao Princípio do Mundo (Viaggio all’inizio del mondo, 1997) e Porto da Minha Infância (2001) e in chiave di rivisitazione storica e critica in film come, per esempio, Palavra e Utopia (Parole e utopia, 2000).

In particolare è uno straordinario viaggio nella storia delle civiltà del Mediterraneo Un film falado (2003) in cui il regista rilegge in profondità la vicenda dell’Occidente attraverso lo sguardo di una archeologa e altri personaggi femminili a bordo di una nave da crociera che si ferma nei porti storici del Mare Nostrum. E si potrebbe continuare a lungo tanto è ricca l’opera che Manol de Oliviera ci ha lasciato, da quel Faina Fluvial con cui esordì nel 1931 fino all’ultimo corto O velho du restelo, una riflessione sulla sulla letteratura iberica, tra Luis de Camoes e Cervantes, presentato fuori concorso proprio all’ultimo Festival di Venezia. Per questo, volendo rendergli davvero omaggio, non possiamo che concludere invitando i nostri lettori a vedere direttamente o a rivedere i suoi film.

  Addio a Luca Ronconi, grande mago del palcoscenico

Luca Ronconi

Luca Ronconi

Ne ho fatte di tutti i colori…” diceva Luca Ronconi in un recente incontro con il pubblico. Ricordando le immaginifiche macchine sceniche con cui ha rivoluzionato la scena, non solo italiana. Basta pensare ai cavalli di lamiera che avanzavano in mezzo al pubblico nello storico Orlando furioso del ’69 a Spoleto, alla zattera che faceva da palcoscenico sul lago di Costanza, oppure la scena semovente, che si faceva piscina, nell’Orfeo di Monteverdi con cui nel 1998 riaprì a Firenze il Teatro Goldoni. Uno spettacolo che in quel teatro scrigno ci parve ricreare l’antica “maraviglia” delle rappresentazioni di corte ma coinvolgendo il pubblico, vicino ai protagonisti in scena, rendendo più intensa quella speciale corrente di emozione che si crea fra attori e pubblico solo nello spettacolo dal vivo.

Per realizzare quella scena ad effetto Ronconi usò tutto il teatro, platea compresa, inondandola d’acqua, e portò gli spettatori sul palcoscenico a sedere su un vero prato, mentre la musica spuntava dal foyer con squilli di tromba.

Luca Ronconi (Susa, Tunisia 1933- Milano, 2015) è stato un grande mago del palcoscenico e con la sua scomparsa, dopo quella di Massimo Castri e di Giorgio Strehler, si chiude uno dei più importanti capitoli del teatro di parola in Italia: un tipo di prosa che sapeva farsi anche visione da vivere collettivamente, almeno per il tempo della messinscena. Un tempo della rappresentazione che nel teatro di Ronconi si è spesso dilatato fino a superare di gran lunga la classica ora e mezzo. Fin dall’Orlando Furioso che a Spoleto dilagava nel centro storico spoletino, aprendolo ad un’avventura tra il meraviglioso e il fantastico, anche grazie ad attori che sarebbero presto diventati famosi per il loro talento come Ottavia Piccolo, Edmonda Aldini, Daria Nicolodi, Massimo Foschi, Duilio Del Prete e Mariangela Melato, che poi, per lui, si sarebbe perfino calata nei panni della straniante bambina protagonista di Quello che sapeva Maisie di Henry James.

 Lehman Trilogy

Lehman Trilogy

Ma indimenticabili sono anche certi suoi spettacoli-romanzo, cinematografici, come Gli ultimi giorni dell’umanità di Karl Kraus ideato nel 1991 per il reparto presse del Lingotto a Torino, in un rapporto fra arti sceniche e spazi da archeologia industriale che lanciava un filone di ricerca negli anni Novanta. Proprio di recente Luca Ronconi era tornato a misurarsi con questa durata dilatata che rende i suoi spettacoli una sorta di opera-mondo che vuol contenere tutto, la parola e l’immagine, la finzione e la verità, la storia e la riflessione sul presente…

Come accade nelle cinque ore di Lehman Trilogy, il suo ultimo spettacolo, andato in scena al Teatro Grassi di Milano e tratto dal testo che il drammaturgo Stefano Massini ha pubblicato l’anno scorso con Einaudi. Al centro di questo lavoro che ha vinto il Premio Ubu 2015 c’è la storia infranta del sogno americano finito in una crisi abissale, anche di valori e di umanità. (Simona Maggiorelli, Left)

l bianco e nero il colore della verità. Per ricordare Mario Dondero

Mario Dondero, con Angelo Ferracuti

Mario Dondero, con Angelo Ferracuti

Per ricordare un grande fotoreporter come Mario Dondero, da poco scomparso, riproponiamo qui alcune dei 150 gli scatti che lui stesso aveva selezionato per la mostra alle Terme di Diocleziano, a Roma, pensata come un compendio di tutto il suo lavoro, conosciuto soprattutto per i  suoi memorabili scatti in bianco e nero, con cui è riuscito a raccontare la storia italiana con occhio poetico, sempre attento ai soggetti, non importa se fossero personaggi noti o persone che silenziosamente lavoravano alla ricostruzione dell’Italia dopo la guerra e nelle grandi battaglie per i diritti poi negli anni Settanta.Classe 1928, Dondero è stato  un fotoreporter di fama internazionale. Nella  mostra organizzata nel 2014 dalla Soprintendenza Speciale per i Beni Archeologici di Roma con Electa -che tanti spettatori hanno avuto modo di apprezzare fino al marzo 2015 – i curatori  Nunzio Giustozzi e Laura Strappa avevano organizzato il percorso in quattro sezioni per poter ripercorrere attraverso lo sguardo di Dondero i momenti storici che hanno segnato il secolo scorso, così come i luoghi e i personaggi alla ribalta sulle pagine di quotidiani e periodici che hanno scandito i cambiamenti da quegli anni ad oggi.

mario-dondero«Fotografo e fotoreporter sono due termini che definiscono un modo di fare fotografia opposto» diceva Dondero, che ha lungamente lavorato per  quotidiani e  periodici per raggiungere «la gente comune e colloquiare con il mondo».  La fotografia per lui era un modo «per andare oltre la parola» e poter fare cronaca con un taglio più profondo e il linguaggio universale delle immagini che non conosce barriere linguistiche e culturali. Il bianco e nero per lui era il «colore della verità» e a questo fiolone della sua opera era dedicata la parte più suggestiva della mostra, arricchita da fotografie a colori, per la maggior parte inedite.

 Beckett fotografato da Dondero

Beckett fotografato da Dondero

Da giovane, dopo aver partecipato alla Resistenza, Mario Dondero era rimasto molto colpito dal lavoro di Robert Capa. Al grande fotografo dell’agenzia Magnum aveva reso omaggio  con una sua fotografia di quella collina, in Spagna, dove Capa scattò la famosa foto del miliziano colpito durante la guerra civile.

I suoi primi passi, Dondero li mosse nella Milano di Luciano Bianciardi, una città ancora popolare che ancora non aveva fatto il grande balzo economico. Nel 1954 poi si trasferì a Parigi. Risale a quel periodo  la foto in cui ritraeva i protagonisti del Nouveau Roman, «in cui immortalava tutti gli intellettuali del gruppo ancor prima che fossero consapevoli di aver creato una nuova forma di scrittura», come ricordano i curatori. In questo suo lavoro quotidiano Dondero  maturò un altro modo di fare giornalismo, come raccontano Uliano Lucas e Tatiana Agliani nel volume La realtà e lo sguardo, storia del fotogiornalismo in Italia (Einaudi, 2015). Per lui diventò un “viatico per incontrare uomini e donne di origini e paesi diversi, gente famosa e non, ma carica di una speciale umanità”. Poi Dondero coraggiosamente raccontò la guerra algero-marocchina e  il processo Panagoulis. L’Italia degli anni Sessanta  ma anche la Francia degli Settanta e poi fino agli anni Novanta sono state al centro della sua attenzione e della sua passione intellettuale e politica. Insieme al grande continente africano  a cui Dondero  dedicò la serie di fotografie dal titolo “Verso il mondo”.

Ma non solo.Dondero è stato un grande testimone della guerra a Cuba,  del genocidio in Cambogia e delle trasformazioni del Brasile. Indimenticabile il suo reportage sulla caduta del muro di Berlino,  sulla  Russia di Putin e l«’Afghanistan senza pace». Come dimostra il volume Electa che, dopo aver accompagnato la mostra, ora diventa un testo importante per ricordare e trasmettere la conoscenza del suo lavoro.  Insieme al suo libro testimonianza Scatti umani uscito per i tipi di Laterza. @simonamaggiorel

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Il potere delle immagini. Cinque saggi di Carlo Ginzburg

Posted by Simona Maggiorelli su dicembre 27, 2015

David, la morte di Marat

David, la morte di Marat

«Perché secondo lei metto una data su tutto quello che faccio? Chiese un giorno Picasso al fotografo ungherese Brassaï che era andato a trovarlo allo studio. «Perché conoscere le opere di un artista non basta- rispose lui stesso -. Bisogna sapere anche quando le ha fatte, perché, come, in quali circostanze. Un giorno ci sarà senza dubbio una scienza dell’uomo che cercherà di capire qualcosa di più sull’uomo in generale attraverso l’atto creativo».

Lo storico Carlo Ginzburg riporta questa citazione nel saggio dedicato a Guernica di Picasso, l’ultimo dei cinque che compongono il suo nuovo libro Paura, reverenza, terrore edito da Adelphi. Ma questa citazione picassiana funzionerebbe bene anche come esergo dell’intero volume. Perché in questo suo  nuovo lavoro il docente della Normale di Pisa interroga la storia attraverso le immagini, cercando di leggerne i significati latenti e profondi, che ci permettono di conoscere la realtà umana degli uomini e delle donne del passato più dei datari e delle aride cronache dei fatti.

«Anche le immagini sono un documento, consentono di guardare alla storia di sbieco, da una prospettiva nuova», sottolinea Ginzburg che il 9 settembre 2015 ha presentato questa sua nuova opera al Festivaletteratura di Mantova dialogando con l’archeologo e storico dell’arte Salvatore Settis.

Antonello da Messina Salvator mundi

Antonello da Messina

Dopo Indagini su Piero (Einaudi, 2001) e Tre figure (Feltrinelli), scritto nel 2013 con Settis, Catoni e Giuliani, l’attenzione dello studioso torna a posarsi sull’arte: da un vaso in argento scolpito nel 1530 ad Anversa al Marat di David per arrivare a Guernica di Picasso. Cercando di indagare il senso politico di queste immagini, il messaggio che trasmettono anche attraverso le forme espressive che l’artista ha scelto. Nella prefazione Ginzburg fa riferimento  ad Aby Warburg, che parlava di pathosformeln,ovvero formule del pathos fissate dal canone occidentale, modalità iconografiche precise utilizzate da artisti di epoche diverse per esprimere determinati sentimenti e che ritornano fra costanti o variati (a seconda del talento individuale) lungo secoli di storia dell’arte.

Ma più che l’ossessione tassonomica dello storico dell’arte tedesco – che tentò di curarsi, senza successo, andando a Kreuzlingen dallo psichiatra Ludwig Binswanger – in questo affascinante lavoro di Ginzburg ritroviamo piuttosto la lezione di un conoscitore come Giovanni Morelli che invitava a osservare bene i dettagli più nascosti e l’insegnamento di Roberto Longhi, attento a leggere i rapporti profondi fra l’opera e il contesto storico, culturale e politico.
Così le tensione fra morfologia e storia che Carlo Ginzburg individua ne La morte di Marat di David ci fa scoprire quanto fosse ambigua e solo di superficie la secolarizzazione operata dalla rivoluzione francese.

Picasso, Guernica

Picasso, Guernica

«In questo quadro David riprese il gesto tipico dell’iconografia pagana, fatto proprio da quella cristiana». Dopo lo scoppio della rivoluzione il pittore si ritrovò al centro della scena artistica e politica. «Divenne una specie di coreografo politico, preparò feste politiche e funerali, disegnò sigilli e monete», ricostruisce lo storico. L’assassinio del giacobino Marat il 14 luglio 1793 colpì molto l’opinione pubblica. E David che ne aveva curato il funerale, con questo quadro che citava un gesto dell’iconografia cristiana ne fece un martire, un’icona santificata, creando un’immagine «che parlava il linguaggio classico con accento cristiano». Così il pittore francese siglò la nascita di un vero e proprio culto del giacobino Marat. «Non siamo dunque di fronte a un quadro politico ma ad un atto politico» conclude Ginzburg, citando Thomas Crow che parlava di «un compromesso implicito fra il rifiuto della Chiesa da parte della Rivoluzione e l’ostilità di Robespierre nei confronti dell’ateismo».
coverMa interessantissima in Paura, reverenza, terrore è anche l’indagine che porta Ginzburg a connettere il gesto del Cristo benedicente, che Antonello da Messina aveva mutuato da più antiche immagini del Salvator Mundi, al “dito puntato” nel manifesto di guerra con cui Lord Kitchener chiamava i giovani alle armi, ricorrendo a un gesto precisamente codificato nell’iconografia cattolica e implicitamente dicendo “Dio ti chiama”.
E ancora: studiando un quadro celeberrimo come Guernica (datato 11 maggio 1937), Carlo Ginzburg individua nell’addensata composizione un dettaglio interessante quanto eloquente: «la violenta giustapposizione di antico e contemporaneo operata da Picasso accostando una spada spezzata e una lampadina». E, in effetti, ossimorica appare a tutta prima la sua scelta di un linguaggio classicheggiante, con citazioni implicite di Pegaso e altri miti antichi, in mezzo a un tumulto di figure fatte a pezzi. Ma proprio l’antica spada spezzata potrebbe rivelare il messaggio nascosto di questo murale dipinto su commissione dall’artista spagnolo filo repubblicano e schierato contro l’oppressione di regime.  La presenza di un braccio con la spada evoca antiche statue d’accademia, una vetusta idea di patria e la figura del padre. Segnali non casuali secondo Ginzburg. «La spada rotta, il cui anacronismo è sottolineato dalla presenza della lampadina, suggerisce che di fronte all’aggressione fascista le armi della tradizione sono pateticamente inefficaci».

(Simona Maggiorelli, Left)

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Nel regno della libertà. Le commedie di Shakespeare

Posted by Simona Maggiorelli su dicembre 19, 2015

Molto rumore per nulla Branagh

Molto rumore per nulla Branagh

Le commedie di Shakespeare, regno della libertà e della fantasia. Incontro con Ekkehart Krippendorff
di Simona Maggiorelli

Che un politologo di professione, dopo aver lungamente insegnato in università europee, americane e in Giappone, si occupasse dei drammi shakespeariani non sembrò strano quando nel 2005 uscì il suo Shakespeare politico. Ora il tedesco Ekkehart Krippendorff ha fatto un passo ulteriore pubblicando un brillante saggio intitolato Le commedie di Shakespeare, come il precedente, edito in Italia da Fazi. In cui  racconta l’universo caleidoscopico di questi testi shakespeariani centrati sulla capacità di immaginare, come l’dentità più profonda degli esseri umani. In Sogno di una notte di mezza estate, in Molto rumore per nulla, così come ne La Tempesta e negli altri testi più “leggeri” del corpus shakesperiano, la fantasia gioca un ruolo fondamentale. E per dirla con Giordano Bruno (autore che il Bardo ben conosceva) non è un’ombra maligna, ma possibilità di conoscere “per vestigia” e possibilità di aprirsi al nuovo.

La bisbetica domata Burton-Taylor

La bisbetica domata Burton-Taylor

«Sono sempre stato affascinato da opere come Macbeth e da drammi storici come Giulio Cesare per il modo in cui analizzano i giochi di potere e ne denunciano la distruttività. Ma a un certo del mio percorso – dice Krippendorff – ho cominciato a interrogarmi sulle commedie. Anch’esse fanno parte dell’universo shakespeariano e non sapevo bene come collocarle. Finché un giorno, arrampicandomi ancora su questa immensa montagna che è l’opera del drammaturgo inglese, ho scoperto che sono in un certo senso lo specchio o, per meglio dire, l’alternativa ai testi politici in senso stretto». Protagonista delle commedie non è l’uomo di potere, l’eroe solitario ma, come sottolinea lo studioso, «l’uomo innamorato e libero». Uscendo dalla dimensione tragica, Shakespeare s’interroga su come sarebbe l’essere umano se non fosse prigioniero di un potere oppressivo. «Per questa via – dice Krippendorff – ha aperto il suo teatro alla fantasia, alla bellezza e alla complessità del rapporto fra uomo e donna. Ha scoperto la serietà e la multi dimensionalità della passione amorosa. Al centro delle commedie c’è l’amore, l’eros, il perdersi e il ritrovarsi degli amanti. E i personaggi delle commedie appaiono particolarmente ricchi di sfaccettature. Non sono figure artificiali, ma estremamente vive e vitali. Tra loro intrecciano una complessa trama di relazioni, all’apparenza brillanti. Tanto che sarei tentato di dire che le commedie sono più intricate e serie degli stessi drammi politici.

(l to r) TOM CONTI, HELEN MIRREN, DAVID STRATHAIRN, ALAN CUMMING, CHRIS COOPER

La tempesta Helen Mirrer

Dunque professore come possiamo inquadrare questa parte del percorso Shakespeariano?

Ho tentato di farlo nel sottotitolo, scrivendo che l’essere umano è libero nelle commedie. Esse schiudono una possibile via di uscita da una brutta realtà politica di oppressione. Il che non vuol dire che tutto sia risolto e che non sorgano problemi. Anzi. La libertà è una dimensione molto difficile da raggiungere e da vivere, come si evince dal rutilante gioco dei personaggi che cambiano di continuo, ruoli e situazioni. Per questo siamo affezionati alle commedie, perché ci fanno ridere, gioire, ma soprattutto perché accendono la fantasia!

Che risultò contagiosa anche per Giuseppe Verdi, come lei racconta in un capitolo di questo suo nuovo libro…

Per tutta la vita Verdi aveva cercato di scrivere una commedia, senza successo. Avrebbe voluto raggiungere il regno della libertà, ma era rimasto sempre legato alla banalità della vita matrimoniale. Fin quando, a più di 90 anni, ha scritto Falstaff. Questa è stata la sua grande vittoria intellettuale: riuscire a trovare la libertà creativa che si respira in quest’opera. Crudelmente è accaduto che Verdi ci riuscisse solo negli ultimi anni, mentre Shakespeare fece questa realizzazione già all’inizio della sua carriera di drammaturgo.

Prospero's book, Greenaway

Prospero’s book, Greenaway

E Mozart in che modo si lega a Shakespeare?

Mozart ha la leggerezza delle commedie shakespeariane. Questa mattina ascoltavo una nuova registrazione di Così fan tutte, è un’opera che gioca con l’allegria e la sofferenza, con gli imprevisti della dialettica amorosa. Come in Shakespeare, anche in Mozart, la passione è un sentimento che tocca molte corde. E la leggerezza piacevole, a ben vedere, rivela un sottofondo serio.

La passione nelle commedie shakespeariane introduce una carica di potenziale emancipazione e una critica indiretta a istituzioni come la famiglia e la Chiesa?

Sì, senz’altro, c’è questo potenziale rivoluzionario, nel senso di rovesciare i vecchi discorsi, quelli più tradizionali. Sotto questo profilo addirittura Mozart ci sfida. Perciò il contenuto delle sue opere è sempre stato ignorato, perché giudicato frivolo, restando alla superficie, senza leggere la storia in profondità.

I personaggi femminili, in particolare, creano scompiglio sottraendosi alla tradizione e ai riti domestici. Caterina, la Bisbetica domata, addirittura se ne infischia. Anche se il padre la stigmatizza come irascibile, selvaggia, litigiosa. Del resto Shakespeare era un uomo del proprio tempo…

beatrice-emma-thompson-reading-sigh-no-more-ladies-while-eating-grapes-in-tuscanyLa bisbetica è un testo che lascia molto alle scelte drammaturgiche e alla sensibilità del pubblico. Se stiamo alla lettera delle parole di Petruccio, per esempio, il personaggio appare come un pretendente maschilista. Con modi da super macho. Ma se si osserva meglio non è esattamente così. Perché alla fine accetta che sia la donna a prevalere. La questione dunque non così scontata come si potrebbe pensare. Shakespeare avrebbe potuto farla facile con l’atteso trionfo del muscolare Petruccio… sarebbe stato facile.Invece sceglie di far vedere in profondità l’ immagine. Un amico mi ha fatto notare per esempio che alla fine Petruccio non vince ma stabilisce un nuovo rapporto fra uomo e donna. Shakespeare non si accontenta di un happy end da farsa. Forse sarebbe stato ugualmente divertente, ma non è ciò che gli interessa. Lui punta ad aprire nuovi orizzonti. E il machismo è solo la scorza.

Nella trama delle commedie importanti sono anche le relazioni sociali dei personaggi, mai isolati e solipsisti come invece appaiono Amleto o Macbeth.

Un tema importante è anche l’amicizia; è centrale in una commedia che amo molto e che purtroppo viene rappresentata di rado,I due gentiluomini di Verona. L’antica amicizia fra due giovani uomini dovrebbe finire in tragedia, Invece Shakespeare fa vedere che resiste al banale primeggiare di uno di questi due ragazzi., facendoci riflettere. Quasi sempre le commedie fanno pensare..

Un filo rosso che attraversa le commedie è anche la “realtà dell’invisibile”, a cui lei dedica uno dei capitoli più appassionati del libro

Ne Il sogno di una notte di mezza estate, Shakespeare dice che ciò che vediamo non è la verità. Come a dire che ciò che veramente conta è la nostra realtà interiore. Dipana questo tema a vari livelli. Anche sul piano politico. Il luogo dove si svolge il dramma è Atene, la città dove è nata la democrazia. Ma a questo si sovrappongono altre realtà. Oppure, per fare un altro esempio, nel sogno si incontra la principessa che fa l’amore con l’asino. E ciò non è assurdo. Non lo è perché non è un sogno realistico ma reale. Come a dire che la verità non è quella che vediamo , ma quella che sentiamo e che fa parte della nostra realtà più profonda. Spietata autenticità @simonamaggiorel

Dal settimanale Left

 

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