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Archive for dicembre 2010

Macro in movimento

Posted by Simona Maggiorelli su dicembre 25, 2010

Per la prima volta in Italia le “sculture”disegnate dell’inglese Antony Gormely

di Simona Maggiorelli

Gormerly, Macro

Nel nuovo millennio, l’arte del disegno , specie quello figurativo, sembra essere scomparsa. Non ne incontriamo traccia, o quasi, nei musei che più fanno tendenza, dal MoMa di New York al Pompidou di Parigi. In queste sale internazionali (tutte quante stranamente appiattite su uno stesso tipo di estetica tardo pop o concettuale) primeggiano le installazioni multimediali, le opere di videoarte e le sculture polimateriche di grandi dimensioni: realizzazioni diversissime ma che in comune hanno un forte impatto visivo e altamente spettacolari.

Quanto di più lontano, insomma, da un’arte artigianale, sensibile e discreta come quella che richiede il disegno, che geni del Rinascimento come Leonardo e Michelangelo ancora consideravano indispensabile. Così, con questa consapevolezza e questa inevitabile retroterra culturale, entrando nelle sale del nuovo Macro di Roma dove l’inglese Antony Gormley ha allestito la mostra Drawing space, non si può che rimanere sorpresi e colpiti.

Niente bigness trionfante, niente “opere mondo” che per dimensioni e gusto difficilmente potremmo immaginare in una abitazione privata, ma solo il fluire continuo e danzante di una vitale linea nera con cui Gormley crea originali sculture disegnate. Vorticosi gomitoli di linee che fanno pensare a mondi immaginifici e giocosi. Oppure sculture “elastiche”, dinamiche, che tratteggiano esseri umani in movimento.

Sono le immagini “in movimento” di ottanta tavole che l’artista inglese ha realizzato dal 1991 ad oggi e che, con bella scelta in controtendenza, il direttore del museo Macro Luca Massimo Barbero ha deciso di esporre per la prima volta in Italia, in un grappolo di iniziative espositive che proseguono fino al 6 febbraio 2011.

da left-avvenimenti , 12 novembre 2010

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Pensare libero

Posted by Simona Maggiorelli su dicembre 12, 2010

In Italia venti milioni di persone dichiarano di non leggere nemmeno i titoli dei giornali, mentre chi legge ( il 45 per cento degli italiani), in media legge un libro all’anno. Lo studioso Giovanni Solimine ci aiuta a capire perché.

di Simona Maggiorelli

In Italia solo il 45 % degli adulti legge almeno un libro all’anno. Perlopiù si tratta di lettrici. E a fronte di uno zoccolo duro, ma assai ristretto di “lettori forti”, 20 milioni di italiani non leggono nemmeno una riga (stando ad una recente indagine Istat neanche i titoli dei giornali). E se questa notizia, purtroppo, non ci stupisce, una bella sorpresa è invece scoprire che a tenere alta la bandiera della lettura siano soprattutto i giovani fra gli 11 e i 14 anni, con punte del 65%. Un dato incoraggiante specie se letto nel quadro di quell’Italia «allergica ai libri» documentato da Giovanni Solimine nel libro-inchiesta L’Italia che legge (Laterza). Nel rintracciare le radici di questo deficit, avverte il docente de La Sapienza, non si può dimenticare che un secolo fa l’Italia pativa ancora un forte analfabetismo (nel 1935 solo il 16,50% delle persone leggeva correntemente), né si possono trascurare i bassi livelli di scolarizzazione. «Da noi- ricorda Solimine – solo la metà delle persone tra i 25 e i 64 anni ha un diploma di scuola superiore, rispetto a una media europea del 70%, con punte dell’80% in Germania, Danimarca, Estonia e Repubblica Ceca». È stato stimato che se la quota degli italiani diplomati fosse in linea con la media europea, la percentuale di lettori sarebbe del 58,2%, ben 12 punti in più rispetto a oggi. «E bisogna notare anche -aggiunge lo studioso- che negli ultimi 15 anni, malgrado il numero di diplomati e laureati sia notevolmente cresciuto, la percentuale di lettori resta stagnante».

Che fare allora per allargare la base sociale dei lettori? Nel libro L’Italia che legge l’autore, attingendo a esperienze concrete di Forum e manifesti per la lettura, prova a suggerire alcune soluzioni, sfatando al contempo alcuni luoghi comuni. Come l’idea che i festival di letteratura servano a raggiungere nuovi lettori. «A volte si ha la sensazione che queste attività di promozione si rivolgano ai lettori già forti solo per vendere più libri. Va benissimo, sia chiaro – precisa Solimine – ma questa strategia non intacca il problema, innalzando il vertice invece che allargare la base della piramide dei lettori. Invece bisognerebbe raggiungere e consolidare i lettori medi e poi puntare sui lettori deboli, portando i libri fuori dai luoghi deputati, offrendo ai cittadini molte più occasioni per incontrare i libri sul loro cammino».

Un’altra radicata convinzione, che il nuovo lavoro di Solimine smentisce, è quella, come accennavamo, che i ragazzi non amino i libri. «Il fatto che i giovani non leggano è uno dei luoghi comuni che più si sente più spesso ripetere: in realtà – ribadisce l’esperto – leggono molto di più degli adulti e molto di più dei giovani delle generazioni precedenti». Anche se dopo i 14 anni, come rileva una recente indagine Istat, si registra solitamente un calo «dovuto al sorgere di altri interessi, ma forse- suggerisce Solimine – anche a errori nostri. La scuola, per esempio, non sempre riesca a proporre ai giovani letture che corrispondano ai loro interessi. Tanti insegnanti volenterosi cercano di far nascere negli alunni il “piacere della lettura”, ma talora cercando di imporlo o senza che i ragazzi siano liberi di scegliere che libro leggere». Diverso forse sarà il futuro di nuove generazioni “native digitali” potranno scoprire il piacere della lettura attraverso gli ebook o altri strumenti elettronici multifunzionali. E’ questo il campo indagato da un altro interessante libro edito da Laterza: La quarta rivoluzione Sei lezioni sul futuro del libro, un testo uscito sei mesi fa ma che l’autore, Gino Roncaglia, continua ad aggiornare giorno per giorno attraverso un blog, anticipando così gli annunciati dynamic books, i libri interattivi di nuova generazione.

Ma se il passaggio dalla lettura a voce alta a quella silenziosa fu una vera rivoluzione nella storia umana, come del resto lo fu l’invenzione della stampa, cosa ci possiamo aspettare davvero dai libri elettronici? «Siamo di fronte davvero a una nuova rivoluzione – assicura Solimine – come quelle che lei ha ricordato. Anche se ne vedremo gli effetti subito. Nel breve e nel medio periodo l’e-book non sostituirà il libro cartaceo. E’ probabile che l’e-book per qualche tempo ancora avrà un suo mercato parallelo e solo in parte concorrente a quello del libro.

I suoi primi e più forti utilizzatori saranno di due tipi: una quota di lettori forti, che vorranno sperimentare anche questo nuovo modo di lettura, e gli appassionati di elettronica, incuriositi da questo nuovo gadget. L’uso prevalente dell’e-book sarà nell’ambito dello studio e della lettura “funzionale” (manualistica, documentazione tecnico-professionale, ecc.), per un pubblico che apprezza il vantaggio di portare agevolmente con sé materiali utili per il lavoro, più che nella lettura da tempo libero. Sta già avvenendo, poi, che chi ha un lettore di e-book lo usi per leggere quotidiani e riviste, settore nel quale il cambiamento sarà molto più repentino che in altri ambiti editoriali». Questo per quanto riguarda il futuro, sperando che non siano solo i grandi gruppi a gestire il mercato degli e-book. Intanto per contrastare il monopolio berlusconiano e di poche altre major, molte case editrici medie e piccole in Italia- da Fazi a Carocci a Bollati Boringhieri- hanno rinunciato in parte alla propria indipendenza per fare “cartello” con altre. «La piccola e media editoria in Italia è la più coraggiosa nel rischiare su temi di “nicchia” e nell’investire su autori giovani ed emergenti- chiosa Solimine -Ora, però, per gli editori, come per i librai, indipendenti, la situazione è divenuta pesante, per la crisi economica e il calo di vendite, per l’abolizione delle tariffe postali agevolate e a causa della spietata concorrenza dei grossi gruppi editoriali e delle librerie di catena, che fanno sconti mettendo fuori mercato i soggetti più deboli». Come se ne esce? «Servirebbe anche in Italia una regolamentazione, come già esiste in altri paesi, ma- preconizza il professore – temo che la proposta di legge presentata anche in questa legislatura da Riccardo Franco Levi (che lo aveva fatto anche nella precedente) finirà per arenarsi». Ma non bisogna arrendersi. «Un tessuto di librerie anche nei piccoli centri e la difesa della “biblio-diversità” che i piccoli editori garantiscono, sono condizioni essenziali per la diffusione della lettura» rilancia Solimine, al quale prima di congedarci rivolgiamo una domanda che ci riguarda più da vicino: Che cosa indirizza il pubblico nella scelta dei libri? Recensioni, passaparola via internet, i consigli dei librai o cos’altro?
«Questa domanda è stata posta ai lettori – ci dice-. il 69% decide in base all’interesse per il genere e per l’argomento trattato. Solo nel il 41% dei casi conta la fedeltà verso un autore di cui si erano apprezzate le precedenti opere. Seguono altri fattori di scelta, come il passaparola fra amici e conoscenti, con il 36%, che fino al 2007 era al secondo posto fra le motivazioni. Più distanziati, con percentuali inferiori al 20%, gli stimoli provenienti dalla lettura di recensioni sui giornali o in siti web, da programmi radio-tv, dall’aver visto un film». In chiusura dice Solimine «è da sottolineare il ciclo virtuoso libro/film, anche se l’effetto traino è leggermente diverso nei due sensi: il 19% delle persone che hanno acquistato un libro dichiarano di averlo fatto sull’onda di un film; viceversa il 17% va a vedere un film dopo aver letto il libro da cui era tratto».

da left-avvenimenti del 3-9 dicembre 2010

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L’eros che non era peccato

Posted by Simona Maggiorelli su dicembre 3, 2010

Censurate dal Giappone occidentalizzato, riemergono ora opere di una lunga tradizione con radici nei miti arcaici della fertilità. Gian Carlo Calza le ha pubblicate in un libro Phaidon

di Simona Maggiorelli

Hokusai

Nate dalla cultura del mondo fluttuante (ukiyoe) dei quartieri del piacere nella Tokyo premoderna le stampe erotiche sono state fra le espressioni artistiche più longeve e diffuse in Giappone, anche fuori dalle ristrette elite di potere di questo paese dell’estremo Oriente che fino al 1868 ha mantenuto una struttura sostanzialmente medievale. Parliamo di un genere d’arte che ha attraversato quattro secoli di storia, dalla fine del XVI al XX secolo, in varianti originali, grazie a maestri come Hokusai e Utamaro che nel Settecento seppero creare opere uniche entro un canone rigido e standardizzato fatto di lunghe sequenze di immagini raccolte in rotoli o in libri: al centro scene di sesso al tempo stesso stilizzate e iperrealistiche nei dettagli, in cui figure anonime di uomini e donne si stagliano definite da forti linee nere e da ampie campiture di colore senza chiaroscuro.

Immagini all’apparenza seriali ma che ci parlano di una cultura giapponese libera dall’idea di peccato originale e da ogni cristiana condanna del desiderio. E che, nella splendida raccolta che ne ha fatto Gian Carlo Calza per Phaidon nel volume Il canto del guanciale e altre storie di Utamaro, Hokusai , Kuniyoshi e altri artisti del mondo fluttuante, ci trasmettono per la prima volta il senso più profondo della raffinata cultura ukiyoe in cui pittura, teatro kabuki e poesia erano strettamente legate.

«Per secoli in Giappone c’è stata una notevole produzione di arte erotica che conservava un legame con i miti arcaici della fertilità e con l’antica tradizione scintoista nella raffigurazione gli organi sessuali in primo piano; un genere artistico che solo ora riemerge compiutamente – racconta lo studioso milanese a left -. Perché dopo l’occidentalizzazione il Giappone l’ha censurata, mutando da noi un senso di condanna». Tanto che Il canto del guanciale, appena uscito per i tipi dell’ inglese Phaidon, è di fatto la prima ampia raccolta di stampe erotiche giapponesi pubblicata da un editore internazionale. «Al contrario che in Giappone, nella storia dell’arte occidentale troviamo poca produzione erotica e molto nudo – approfondisce Calza -. Sì certo, ricordiamo le illustrazioni di Marcantonio Raimondi per i libri dell’Aretino ma si tratta di casi isolati. Nell’arte fluttuante nata dalla borghesia giapponese, invece, troviamo stampe, grandi dipinti, lunghi rotoli, numerose tavole che illustrano gli atti dell’amore. Perlopiù senza ricorrere al nudo. Nell’ Occidente cristiano, dove il nudo era proibito, si ricorreva al mito e agli “dei falsi e bugiardi” per poter rappresentare una bella donna svestita. In Giappone, invece – spiega il professore -, non se ne sentiva l’esigenza, perché c’era un rapporto più disinvolto con il corpo e persone nude si vedevano ogni giorno nei bagni pubblici come negli attraversamenti di corsi d’acqua e di fiumi». Allora che cosa cercava il pubblico borghese dei quartieri del piacere in questo tipo di rappresentazione del rapporto sessuale fra uomo e donna? «Cercava la trasgressione. Non è un caso – sottolinea Calza – che molte scene riprodotte in questo libro rappresentino amori fugaci o illeciti. Fino alla scena dei due giovani che fanno l’amore e poi si suicidano. Non va dimenticato che la rigida etica samuraica non era favorevole al sesso che, si pensava, distogliesse dalla disciplina. E più la borghesia con cui i samurai erano indebitati prendeva piede, più loro irrigidivano il proprio codice» .

Così mentre le cortigiane erano dette “rovina castelli”in Giappone, le ragazze di buona famiglia dovevano rigare dritto se non volevano guai. E se come ci ha raccontato lo stesso Gian Carlo Calza in libri come Genji il principe splendente (Electa) e Utamaro e il quartiere del piacere (Electa) il primo romanzo psicologico giapponese fu scritto nel 1008 da una donna di corte e nel Seicento le grandi cortigiane erano donne colte che sapevano suonare e improvvisare versi, la realtà femminile in Giappone restava in gran parte in ombra e sottomessa. «E’ da notare, infatti- aggiunge lo studioso milanese – che nel Seicento compaiono famose cortigiane nelle stampe erotiche. Poi sempre più raramente. Qualche volta troveremo ancora negli antefatti queste donne che nella loro epoca erano assai famose. Le giovani donne che vediamo in primo piano nelle stampe erotiche sono perlopiù delle prostitute. E vi compaiono tristemente come corpi usati. Ma in altri casi no, come accennavamo, vengono rappresentate delle scene d’amore». E in questo caso artisti come Hokusai toccano il massimo dell’espressione, anche solo attraverso la rappresentazione di un appassionato scambio di sguardi.

da Left-avvenimenti

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Utamaro, nella città senza notte

Posted by Simona Maggiorelli su dicembre 3, 2010

Mentre in palazzo Reale  Milano prosegue fino al 31 gennaio la mostra Shunga: arte e letteratura nell’erotismo giapponese, lo studioso Gian Carlo Calza torna a esplorare il mondo fluttuante

di Simona Maggiorelli

Utamaro, un disegno

Dopo Genji il principe splendente, in cui Gian Carlo Calza ricostruisce la storia dell’omonimo romanzo giapponese e della sua geniale autrice vissuta intorno all’anno Mille nella città di Heian (Kyoto), lo studioso di storia e arte asiatica esce con un nuovo libro illustrato nella collana Pesci rossi di Electa. Un raffinato volume Utamaro e il quartiere del piacere in cui ricostruisce la storia e la fortuna de Gli annali delle case verdi, in cui l’artista giapponese celebra il mondo fluttuante (ukiyo-e) e le sue eroine, creando una serie straordinaria di ritratti femminili.

«Il libro – racconta Calza – fu concepito per far sognare chi non poteva vivere quel mondo di piaceri che veniva descritto o, in qualche più raro caso, per ricordare». Di fatto, insieme all’ex samurai ed editore Jippensha Ikku (1765-1831), Kitagawa Utamaro creò agli inizi dell’Ottocento una delle opere simbolo di quella cultura – condivisa da colte cortigiane, nobili e ricchi mercanti – dalla quale  maturarono innovazioni culturali profonde, importantissime per un Giappone ingessato in un interminabile Medioevo.

Utamaro , Ukiyoe

Due volumi che mentre descrivevano il corredo notturno delle cortigiane e il debutto in società delle loro assistenti, oppure la cerimonia del tè e quella delle lanterne, diffondevano i contenuti di una filosofia e di uno stile di vita in cui la consapevolezza dell’impermanenza di tutte le cose, anche le più belle, si mescolava a disciplina e studio assiduo delle arti.

Unica ancora nel mondo fluttuante, la passione amorosa. Nella rappresentazione che ne dà, la letteratura nasce da piccoli gesti, da apparizioni furtive e veniva coltivata attraverso allusioni e sotterfugi per sfuggire al rigido cerimoniale delle corti. Di fatto, amori mercenari in cui le cortigiane non conoscevano diritti. Ma Utamaro, in omaggio alla femminilità, non si stancava di offrirne ritratti idealizzati, in figure slanciate ed eleganti, dall’espressione distaccata e assorta.

da left-avvenimenti 5 dicembre 2009

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Immagini dal mondo fluttuante

Posted by Simona Maggiorelli su dicembre 3, 2010

 

La stampa di Hiroshige e a destra il quadro di Van Gogh

La stampa di Hiroshige e a destra il quadro di Van Gogh

L’arte stilizzata del  giapponese Hiroshige, che piaceva a Van Gogh

 

di Simona Maggiorelli

 

 

 

Chi abbia avuto la fortuna di vederle accanto, da vicino- come ci è capitato al Museo Van Gogh di Amsterdam – il paragone fra le due opere risulta piuttosto imbarazzante. Tanto la potenza del colore e l’invenzione d’immagine del Susino in fiore (1887) di Vincent Van Gogh sovrasta l’originale xilografia realizzata dal maestro giapponese Utagawa Hiroshige nel 1857 e su cui l’opera del pittore olandese era esemplata: omaggio di un allievo che non aveva piena consapevolezza del proprio genio a un maestro che, tuttavia, ne restava irrimediabilmente aduggiato.

 

Ma ora, incontrando di nuovo questa xilografia originale de L’albero di susino nella casa del tè a Keimedo nell’ambito della coerente ricostruzione dell’arte di Hiroshige curata da Gian Carlo Calza nelle sale del Museo Fondazione Roma in via del Corso (fino al 7 giugno, catalogo Skira) si riesce a vederla in un’altra ottica, riuscendo a ricollocarla nel suo contesto storico originario e apprezzandone i valori di immediatezza, di precisione, in un ventaglio di colori, a un tempo vastissimo e calibrato. Al centro della scena  un ramo fiorito su uno sfondo albeggiante, virato al rosso. Una composizione apparentemente semplice, ma che si staglia potente come una pittura di arte astratta.

 

Di stampe giapponesi ci eravamo già occupati su left a proposito della ristampa del libro Stampe giapponesi. Un’interpretazione di Frank Lloyd Wright, ma vale la pena di fare ancora una scappata nel Sol levante con questa ampia mostra organizzata nell’ex Museo del Corso a Roma da Calza, docente dell’università Ca’ Foscari di Venezia e curatore di una recente mostra sull’arte del Giappone alla Fondazione Cini di Venezia. Con il suo libro e con questa mostra il professore invita a un viaggio in un Giappone antico: quello della cultura Ukiyo-e, fra immagini dal “mondo fluttuante”, secondo l’impetuosa cultura giovane che fiorì fin dal XVII secolo nelle città di Edo (oggi Tokyo) e di Osaka e Kyoto. Prima documentata in opere in inchiostro cinese, poi in stampe colorate a mano e successivamente in stampa policrome, di fatto  un’arte raffinatissima che si sviluppò come un percorso parallelo di pittura e poesia ( Hiroshige stesso fu anche poeta).  Era l’impronta culturale di una nascente borghesia giapponese, che avrebbe avuto un’influenza fortissima sugli artisti d’Occidente: dagli impressionisti a van Gogh, come dicevamo, e successivamente dall’architettura organica al beat.

 

Così in un percorso espositivo allestito come  un viaggio di fantasia nel Giappone antico sfilano immagini di una natura indomita e potente, onde vertiginose di tsunami, ma anche – intercalati di versi poetici- schizzi delicati di giardini,  uccelli, vedute fiorite. Ma che incredibilmente non hanno nulla di decorativo. L’assenza di chiaroscuro, l’uso di colori piatti, lo studio della composizione fanno di queste stampe un esempio di arte originalissima. “Hiroshige visse in un’epoca del Giappone socialmente e artisticamente molto ricca di fermenti”, spiega Gian Carlo Calza. Il paese era uscito tardivamente dal medioevo ma fra la fine del Settecento e nella prima metà dell’Ottocento l’arte delle stampe divenne un’arte insieme raffinata e popolare, non più esclusivo appannaggio di una elite. Il rapporto con la natura – prosegue Calza- fu uno degli aspetti centrali di una cultura che aveva radici antichissime: secondo i miti delle origini in cui uomini e dei, piante e animali, rocce e oceani erano sorti da un’unica fonte che li rendeva parimenti degni di rispetto”.

 

Ma-facendo un passo indietro nel tempo – a Calza si deve anche una bella introduzione alla antica letteratura giapponese, pubblicata per i tipi di Electa, nella collana Pesci rossi. Diversamente da quando accadeva nelle regioni dell’Europa cavalleresca, l’antica letteratura giapponese era in gran parte scritta da donne come si evince da Genji il principe splendente, il libro in cui Gian Carlo Calza ricostruisce la genesi del celebre romanzo Genji scritto nel 1008 a Heian (Kyoto) dalla dama di corte Murakasi Shikibu e che rappresenta “la massima espressione del filone letterario femminile in lingua volgare”. Al centro della vicenda, l’immagine ideale di un principe, Genji, che in un’epoca medievale assai misogina quale quella in cui era ambientato il romanzo, aveva una profonda lealtà verso tutte le donne della sua vita. Considerato il primo “romanzo psicologico” della letteratura non solo giapponese, il romanzo ha avuto una circolazione anche al di là delle barriere linguistiche grazie alla più antica illustrazione rimasta del racconto: rotoli dipinti di circa un secolo posteriori alla stesura del romanzo e che avrebbero impresso un’immagine potente nella storia della pittura giapponese. Tanto da influenzare profondamente anche l’arte ottocentesca di Hiroshige come si può ben vedere in questa retrospettiva romana.

da Left-Avvenimenti del 13 febbraio 2009

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Il fascino della linea

Posted by Simona Maggiorelli su dicembre 3, 2010

Hiroshige

Hiroshige

Cromia spregiudicata e forme essenziali. Un’interpretazione delle stampe giapponesi firmata da architetto ribelle come Frank Lloyd Wright

di Simona Maggiorelli

Senza apparente ricercatezza. Forme ridotte all’essenziale. Al punto che paesaggi, ritratti e perfino scene intime e erotiche arrivano a sembrare creazioni astratte. Lontane da ogni mimesis, le stampe di Hiroshige (1797-1858) appaiono come invenzioni di fantasia. E più ancora le vedute del ribelle Hokusai (1760-1849) che, in una società feudale rigida come quella del Giappone del XIX secolo, intuì la potenza di questa arte popolare e, in chiave polemica, la rivolse contro la supremazia della tradizione classica. Facendone un’arte “d’avanguardia”.Nella serie dedicata al monte Fuji di Hokusai, a ogni nuovo punto di vista corrisponde un cambio di tono; e il monte visto dal fiume Sumida si tinge di rosso, ma se è visto dal ponte, al crepuscolo, diventa blu come l’acqua profonda.

 

La linea – come notava Frank Lloyd Wright – è il fulcro di questa antica arte;è la corda musicale che fa risuonare l’insieme. Linee nette, definite,“che rimangono impresse sulla carta delicata quando questa riceve il colore dalla matrice in legno incisa”. Linee che fanno immagini distillate, realizzate per decantazione, libere da ogni superfluo. Mentre una cromia spregiuducata, a base di colore piatto, senza ombre o chiaroscuri,diventa l’altro elemento fondamentale della composizione. Due aspetti quello della semplificazione e della ricerca intorno colore puro che attrassero anche Vincent Van Gogh, che dalla Provenza scriveva che al Meridione “si vede con un occhio più giapponese, si sente il colore in modo diverso”. Alla continua ricerca di una tecnica pittorica che gli permettesse di esprimere appieno la propria originale “visione”,Van Gogh ravvisava nelle stampe giapponesi un’arte fatta di regole e infinita attenzione alla natura, ma da cui potevano scaturire straordinarie invenzioni. E le sue stesse sue copie da Hiroshige ( nella foto) si dimostrano potenti reinvenzioni.

 

Proprio questa serrata dialettica fra forma, canone e libera fantasia agli inizi del Novecento – sull’altra sponda dell’Oceano e in un contesto culturale del tutto diverso da quello di Van Gogh – colpì profondamente un architetto come Wright. Spirito libero e anticonformista, il leggendario architetto della casa sulle cascate si innamorò delle stampe giapponesi per quella loro capacità di suscitare emozioni profonde al di là di ogni comprensione razionale. Come se in quei segni e in quelle forme essenziali rimanesse qualcosa di profondamente umano, “una qualità psichica”, qualcosa della fantasia più profonda, della personalità e del calore emotivo dell’artista. Durante i suoi numerosi viaggi in Giappone (non solo per la costruzione del celebre Imperial Hotel) Wright diventò uno dei più fini conoscitori delle stampe giapponesi. Ne divenne collezionista, mercante, ma soprattutto sensibile interprete. Come si evince da Le stampe giapponesi, una interpretazione, il saggio del 1912 recuperato e ora pubblicato da Electa con interventi di Margo Stipe e Francesco Dal Co. Un saggio quasi rapsodico nell’andamento e ricco di intuizioni. Wright capiva quanto fosse importante per l’arte americana malata di troppo razionalismo confrontarsi con una cultura e con forme completamente estranee alla tradizione Usa ed europea. “L’arte giapponese – scriveva – è poeticamente simbolica, quella occidentale tende a un realismo che finisce per essere pateticamente letterale”. Nelle stampe giapponesi Wright vede qualcosa che si avvicina al suo modo di sentire l’architettura come un modo di progettare forme “organiche”, con un organizzazione ben definita degli elementi in un insieme vitale. Quell’ideale estetico e insieme di vita che come, ha raccontato ne La fonte meravigliosa la scrittrice Ayn Rand, Wright cercò sempre senza scendere a compromessi.

Da Left-Avvenimenti

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