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Venere clandestina

Posted by Simona Maggiorelli su dicembre 2, 2006

latleta-della-croaziaAdriano La Regina: «L’Atleta non è di Lisippo. Potevamo anche lasciarglielo. Sarebbe stato un gesto di generosità» di Simona Maggiorelli

È stata trafugata dalla Sicilia, dopo uno dei tanti “scavi” illegali di opere d’arte. Ed è riapparsa nel Paul Getty Museum di Malibu, in California. Ora il direttore del museo, Michael Brand, promette che la Venere di Morgantina sarà restituita ma solo se, entro un anno, si riusciranno a trovare prove certe che sia stata rubata. La Venere è uno dei 52 pezzi contesi di cui lo stato italiano ha chiesto la restituzione. Ma il Getty non è disposto a mollarne più di una ventina. La settimana scorsa il ministro dei Beni culturali, Francesco Rutelli, è volato negli Stati Uniti per rilanciare la sua campagna di restituzioni. Il braccio di ferro continua. Ma il professor Adriano La Regina, ex soprintendente ai Beni archeologici di Roma, non è convinto dell’enfasi che accompagna questa operazione.

Professor La Regina, che cosa pensa della proposta di Rutelli di applicare ima glasnost ai musei stranieri, che non dovrebbero più esporre opere rubate?
È importante che abbia trovato ascolto a livello politico una richiesta che veniva da ambienti di studio e da Paesi come la Grecia, l’Italia e la Turchia che hanno subito una forte emorragia di reperti trafugati. Certo, si tratta di una proposta che arriva dopo le azioni della magistratura e dei Carabinieri, ma anche dopo che il governo americano ha dimostrato attenzione a questi temi.

Ma i musei americani non sono i primi indiziati del saccheggio?

Diversamente da quanto accade in Italia, il governo americano non ha potere sulle istituzioni museali, che sono in gran parte private. Ma ha giurisdizione sulle dogane e ha reso i controlli più severi pervenire incontro alle richieste dei Paesi stranieri. Una certa moralizzazione c’è stata anche in Svizzera che spesso è stata terra di transito per le opere rubate. Ripeto, è importante che il governo assuma questo impegno. Il problema ora è che fare.

Lei che strategie attuerebbe?
La soluzione alla quale avevo lavorato all’inizio degli anni Novanta e che divenne ima proposta di legge firmata dal sottosegretario Covatta, cercava di risolvere il problema del traffico illegale adottando una strategia di maggiore liberalità nei confronti dei Paesi stranieri, dando loro la possibilità di tenere in prestito a lungo, anche per 5 o 10 anni, materiali archeologici scavati in Italia. L’obiettivo era favorire la ricerca, lo studio, piuttosto che l’acquisto. Questo avrebbe depresso il mercato alimentato dai musei e dai privati che in Usa beneficiano di forti sgravi fiscali sulle donazioni.

Insomma occorre scoraggiare il business?
Si tratta di alleggerire la pressione sulla domanda del mercato, che incoraggia gli scavi clandestini e, quindi, la devastazione del patrimonio archeologico.

Perché la proposta di legge non ebbe fortuna?
Non fu bene accolta nell’ambiente degli storici dell’arte e degli archeologi. Che hanno una mentalità molto gelosa nei confronti dei materiali archeologici. E la legge non andò avanti. Ma ora leggo che il ministro Rutelli si sta orientando verso una politica di prestiti di più lunga durata. È positivo.

Rutelli ha recuperato la sua proposta?
Non direi questo. Piuttosto ha scelto una strada con divisa da molto tempo. Poi gli darà una sua impostazione. E mi pare giusto.

E sulla campagna di restituzione dei pezzi già migrati clandestinamente?
Non è semplice. Bisogna riuscire a dimostrare che si tratta di opere rubate. E nel caso di scavi clandestini è difficile arrivare a documentarlo. Qualche volta i Carabinieri ci sono riusciti. Ma su una cosa non sono d’accordo…

Quale?
Non si può da una parte chiedere la restituzione dei reperti e dall’altra accettare una sorta di politica di scambio. Per cui se voi mi restituite il mal tolto io sarò più disponibile nei prestiti. Sono due cose diverse. Se si chiede indietro un bene tenuto indebitamente, va fatto senza condizioni. Altrimenti non è serio. Poi si può aprire un rapporto diverso che riguarda una politica di prestiti di maggior durala, non vincolandola alla restituzione. Sennò diventa tutto ridicolo, è una presa in giro.

E quando un’opera come l’Atleta di Fano viene pescato in acque internazionali?

È un’altra questione. Interviene la magistratura, in base al diritto internazionale. Anche questa storia dell’Atleta che il Getty ci dovrebbe restituire mi pare un po’ esagerata.

In che senso esagerata?
Diciamolo, non sono d’accordo sull’esaltazione che si fa di queste operazioni di restituzione. E poi trovo esagerata tutta questa enfasi sull’opera. Intanto non è un Lisippo.

Però tutti lo chiamano l’Atleta di Lisippo.
È un bronzo ben conservato. Un pezzo di pregio, ma non è un Lisippo. Diciamo le cose come stanno, che reclamiamo un’opera di una certa qualità. Ma senza esagerare, perché altrimenti si da la sensazione che si tratti di un trofeo. Di statue così, i nostri musei ne hanno già un gran numero. Non si tratta di opere d’arte eccezionali, sono soltanto dei prodotti artistici di buona fattura.

Dunque meglio lasciar perdere?
A mio avviso, in casi così sarebbe utile adottare decisioni diverse. Invece di vantarsi della pretesa restituzione, per quel tipo di opera si poteva anche fare un bel gesto e lasciargliela in deposito, facendo un gesto di liberalità e generosità. Perché riportare questi reperti in Italia, per poi buttarli in qualche deposito? Diventa una cattiveria. Dovremmo sempre tener presenti quali sono i nostri interessi da tutelare, ma anche quelli del pubblico. D’accordo non subire rapine, ma quando abbiamo la possibilità di valorizzare il nostro patrimonio, la nostra tradizione culturale, con una produzione che altri possono ben curare, vale la pena di lasciarglielo fare.

E i vasi del Fine Art Museum, che in questi giorni sono in mostra in Palazzo Massimo a Roma?

Io li avrei lasciati al museo di Boston. Avrei chiesto che ce ne riconoscessero la proprietà e poi avrei firmato un protocollo d’intesa. La generosità è anche un comportamento che premia.

L’obiettivo è la conoscenza?
Nei musei vanno le scolaresche, ci si può fare lezione. Hanno la funzione di diffondere informazione culturale. Ripeto, è nostro interesse, attraverso strumenti adeguati e rapporti corretti, favorire l’opera dei musei all’estero.

Rutelli denuncia che dagli anni Sessanta agli Ottanta c’è stata una eccessiva trascuratezza nella tutela. Cosa ne pensa?

La trascuratezza non è stata delle istituzioni, è stata politica. Spesso dovuta alla sudditanza italiana nei confronti di Paesi forti e vincitori, che poi erano quelli che facevano i grandi traffici. Ma c’è stata anche una sudditanza verso il mercato. Noi sottostavamo alle posizioni politiche di Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia. Ma anche della Svizzera e della Germania, perché erano forti sul mercato. Dunque eravamo perdenti.

Quali sono state le perdite più importanti?
Le devastazioni sono quelle che purtroppo vediamo in Italia un po’ ovunque, a cominciare dal paesaggio. Ce lo siamo giocato nel nome del profitto, della rendita immobiliare, del mercato. Riguardo all’archeologia, il saccheggio è tuttora molto attivo in Etruria, Puglia e in molte altre zone.

Quanto ha pesato la guerra?

La guerra è un momento critico per antonomasia. Vuoi dire distruzione, minori controlli. Quello che è stato portato via come bottino, in gran parte è stato restituito. L’unica situazione non risolta riguarda la Germania e la Russia, che ha trattenuto delle opere come risarcimento dei danni subiti.

Nell’Iraq devastato continua lo stillicidio delle opere d’arte. Come soprintendente lei collaborò alla costruzione di un laboratorio di restauro nel museo di Bagdad. Che cosa ne è stato?
Lo stillicidio continua eccome. In situazioni di povertà e di illegalità il patrimonio artistico è esposto a danneggiamenti e rapine. Non tanto nel museo, dove i reperti ora sono stati messi al sicuro e in parte si stanno restaurando con l’aiuto di esperti anche italiani. Ma la situazione di crisi e i furti continuano a un ritmo ben superiore a quello dei recuperi. Left

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L’Europa aspetta i restauratori

Posted by Simona Maggiorelli su ottobre 19, 2006

Cristina Acidini Luchinat «I nostri giovani sono richiesti all’estero: aiutiamoli». La neodirettrice del Polo museale fiorentino spiega l’importanza del ruolo dei diversi istituti che si occupano di restauro per rilanciare il settore, strategico per il nostro paese. Intanto Rutelli chiede a Bruxelles che l’Italia assuma un ruolo guida per coordinare i restauri nel mondo di Simona Maggiorelli

Il restauro è uno dei settori strategici della tutela in Italia. E i vari istituti che si occupano del settore sono un immenso serbatoio di competenze, di conoscenza e di professionalità, riconosciute ormai a livello internazionale, con i restauratori italiani chiamati a “salvare” opere d’arte in ogni parte del mondo. Ne ha parlato anche il ministro Rutelli intervenendo al convegno dell’istituto Brandi, a Roma. «Chiederò ai ministri europei a Bruxelles – ha detto Rutelli – che all’ Italia venga riconosciuto non solo il ruolo guida nel restauro, ma che possa svolgere una sorta di mandato europeo, nella direzione di una vera e propria diplomazia culturale, per coordinare l’impegno europeo dei restauri nel mondo». Se ne parla per il nascente Istituto romano per il restauro, pensato come punto nazionale di eccellenza. E se ne discute all’Opificio delle pietre dure, glorioso e longevo istituto fiorentino per il quale, come ha detto il sottosegretario Andrea Marcucci a Firenze, il ministero immagina uno status di maggiore autonomia, che gli consenta di poter accettare con maggiore agilità sponsor, donazioni e commesse. «Una maggiore autonomia, credo sia fondamentale per salvaguardare il futuro dell’Istituto – commenta la soprintendente dell’Opificio Cristina Acidini Luchinat, dal primo ottobre scorso anche soprintendente del Polo museale fiorentino — Il lavoro italiano è molto seguito all’estero, molto desiderato. Credo che il futuro per un istituto come il nostro sia anche quello di esportare conoscenze».
Il riconoscimento dei titoli di studio dei restauratori italiani in Europa diventa discriminante?
Abbiamo avuto un riconoscimento che dobbiamo mettere a frutto. C’è stata l’equiparazione della nostra scuola per restauratori all’università di cinque anni. È il riconoscimento a lungo atteso del ruolo del restauratore, finalmente alla pari con chi è laureato in altre materie. Ora siamo attrezzati per confrontarci in maniera competitiva con i colleghi europei che si formano nelle università. Occorre valorizzare quanto più possiamo il patrimonio culturale e umano che già esiste.
Ci sarà una migliore circolazione anche in Europa dei giovani che scelgono questo mestiere?
Andrà incoraggiato. I nostri studenti, purtroppo, sono fra quelli in Europa che meno sfruttano la possibilità di spostamento fra i vari atenei, a livello di formazione universitaria. Voglio dire che i nostri giovani non sono smaniosi di andare all’estero a occupare posti e avrebbero le carte in regola per ottenerli. Chissà, forse è un tratto caratteriale, ora che non abbiamo più bisogno di emigrare siamo diventati molto stanziali.
Non amano spostarsi forse perché in Italia c’è tanto patrimonio da curare…
E questa è una delle contraddizioni più laceranti. È vero c’è il patrimonio, ma non d sono le risorse, per curarlo. Se mancano i fondi si può solo stare a guardare il patrimonio mentre va in rovina. E questa è una macchia nera sulla fedina di tutti i governi che si sono succeduti finora. Come Salvatore Settis ha detto spesso, fin qui, sia centrodestra che il centrosinistra non hanno esitato a tagliare i finanziamenti alla tutela. E poi c’è il problema del mancato ricambio generazionale nelle soprintendenze e negli istituti. In molti, a ondate massicce, vanno in pensione, ma non ci sono nuove assunzioni. Da soprintendente dell’Opificio posso testimoniare che ci sono restauratori di un’esperienza altissima, che non ha eguali nel mondo. Ma se non assumiamo dei giovani non ci resta che l’estinzione. E questa è una cosa che la repubblica italiana non deve permettere, perché all’articolo 9 della Costituzione si è assunta la responsabilità della tutela del patrimonio artistico.
Occorrerebbe sbloccare le assunzioni?
Da anni è bloccato l’avvicendamento nella pubblica istruzione e nei beni culturali. Le soprintendenze e gli istituti di restauro sono le vittime di questi provvedimenti. E, ripeto, senza contare che se mando in pensione un maestro restauratore e non lo sostituisco con un giovane che ha imparato presso di lui interrompo la filiera di sapere.
Da qualche settimana è alla guida del Polo museale fiorentino.
In realtà è la seconda volta che io siedo sulla poltrona di Paolucci. Era già accaduto nel”95 e nel ’96, quando lui era ministro; allora le competenze del patrimonio artistico erano ancora congiunte con quelle del territorio. Ma è vero che in questi anni le cose sono molto cambiate, prima era una soprintendenza ora è un polo, un carico di responsabilità addirittura maggiore.
Come sono stati questi primi giorni?
Sono state giornate intense, ricche di incontri informativi e stimolanti. I miei progetti sono a medio termine perché per ora mando avanti la situazione esistente, il potenziamento del settore informatico e del suo utilizzo all’interno e all’ esterno.
Insieme ad altri esperti lei è stata nominata nella nuova commissione prestiti. Si è molto parlato sui media del caso del “Cristo morto” di Mantegna, ma anche del prestito della “Annunciazione” di Leonardo a Tokyo. Avete già stilato delle linee guida?
La commissione ha già lavorato già molto e entro poche settimane presenterà al ministro Rutelli il testo delle linee guida. Linee guida che naturalmente tengono conto dei documenti già elaborati in sede nazionale. Quello dei prestiti è un argomento che appare sovente nel nostro lavoro quotidiano. Esiste una serie di riferimenti normativi. Come commissione noi non dobbiamo produrre una legge. Così come non dobbiamo decidere su casi particolari. Stiamo lavorando a indirizzi, suggerimenti. indicazioni di comportamento e sollecitazioni di sensibilità.
Se fosse già stata alla guida del Polo museale fiorentino avrebbe autorizzato il prestito di Leonardo a Tokyo?
Queste sono decisioni che vanno prese nel rispetto delle norme, caso per caso; ogni opera ha la sua storia, ha le sue condizioni e ogni richiesta nasce da un desiderio, offre un’opportunità, impone dei limiti. Nel caso di Leonardo a Tokyo, essendo una decisione che è stata presa prima della mia nomina, la lascio alla responsabilità di chi ha così deciso. Resta il fatto che, oltre allo stato di salute di un’opera, bisogna anche tener conto del fatto che esistono delle opere che sono elemento identitario per un museo. Ci sono dei nuclei che lo caratterizzano soprattutto nelle aspettative dei visitatori. E non sempre è giusto e utile deluderle.
Una piccola curiosità: è vero che ha scritto un romanzo e che ha accusato Dan Brown di plagio?
Ho scritto molti anni fa un romanzo ambientato nel mondo dei musei e ci sono alcuni elementi di coincidenza, abbastanza impressionanti, con Il Codice da Vìnci. Ho segnalato questa cosa ma Dan Brown non ha mai reagito. Ma non mi importa più di tanto. La mia era solo una curiosità di sapere da dove aveva attinto. Le sue fonti sono tante, dai Vangeli apocrifi ai libri di storia dell’ arte. Mi sarebbe piaciuto sapere come gli era venuta in mente una storia così puntualmente somigliante a quella che io avevo scritto nel ’92 e che negli ambienti degli storici dell’arte ha avuto molta circolazione. Del resto la moglie di Dan Brown è una storica dell’arte, esperta di arte italiana, e avrebbe potuto conoscerlo.

Europa quotidiano

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I musei del nuovo millennio

Posted by Simona Maggiorelli su settembre 15, 2006

Ormai sembrava che il sogno del contemporaneo, a Roma, fosse destinato a svanire. Nonostante la seducente macchina del MAXXI, progettato dall’anglo-iraniana Zaha Hadid, nonostante i grossi annunci, a cui però non sono mai seguiti i necessari investimenti. Progettato nel ’99 il museo del XXI secolo, a agosto, era un cantiere deserto: gli operai in ferie, si diceva, non sarebbero tornati. Ma il ministro Rutelli (ora alle prese con la protesta del suo miglior consulente, il professor Settis, contro il ripristino del silenzio-assenso) almeno una buona cosa l’ha fatta: mettersi in cerca dei circa 60 milioni di euro per completare i lavori. Segnali di disgelo, di ripartita che si leggono anche nel programma di iniziative del direttore del Darc (la sezione architettura del MAXXI) Pio Baldi. In primis l’apertura il 21 settembre, nelle sale di via Reni, della mostra Museums proveniente da Dusseldorf e che, a partire dalla rivoluzione compiuta da Piano e Rogers nel ’77 a Parigi con il Centre Pompidou, racconta il cambiamento radicale del modo di intendere i musei contemporanei nel mondo: non più semplici cubi bianchi, minimalisti, neutri, ma architetture avveniristiche, immagini di fantasia che ridisegnano tutto il paesaggio attorno. Paradigma di questa novità, il Guggenheim progettato da Franck O.Gehry, vorticosa creatura dì titanio che con le sue spirali decostruttiviste è diventata presto un’icona. Tanto da far parlare di “effetto Bilbao”. Ma accanto a progetti come questo, apparentabile per ricchezza di materiali utilizzati al museo del XXI secolo di Dusseldorf, sono nati, più di recente, anche musei capaci di integrarsi nel paesaggio diventando un elemento quasi naturale. È il caso dell’elegante Mart di Rovereto di Mario Botta che ha sconfessato in Italia vecchi pregiudizi sul contemporaneo diventando a tempo di record meta di un turismo culturale attento e che si rinnova di continuo. Seguendo un’ispirazione analoga, accanto alle “grandi cattedrali” come il nuovo Moma newyorkese di Taniguchi e accanto all’astronave in acciaio e cristallo pensata da Coop Himmelb(l)au per Lione, ecco la costruzione “naturale”, con materiali e colori caldi della Catalogna, realizzato da Richard Meir nel ’92 per Barcellona e che è diventata in pochi anni un polo importante di vita culturale e un fòrte centro di attrazione turistica. Attraverso schizzi, bozzetti, plastici e video la mostra Museums racconta questa metamorfosi dei musei, da semplici contenitori, funzionali a spazi d’invenzione, di fantasia, dove il segno degli architetti si fa sempre più forte e originale. Portando i visitatori in un immaginario viaggio intorno al globo, ma anche proiettandoli nell’orizzonte futuro del MAXXI di Hadid, con le sue linee morbide e sinuose, per scoprire, poi, oltre al futuro dei musei più all’avanguardia, anche alcune piccole perle “hyperlocal” che a sorpresa si scovano qua e là in Italia, come il Man, spazio d’arte d’eccellenza del tutto inaspettato in un paesaggio urbano di una piccola cittadina come Nuoro.

Simona Maggiorelli Left

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"La città degli Uffizi"

Posted by Simona Maggiorelli su luglio 8, 2006

Fine studioso di Leonardo e di Andrea Del Sarto, Pontormo e Rosso, a cui una decina di anni fa dedicò un’affascinante mostra: L’officina della maniera. Ma anche direttore di oltre trecento restauri di dipinti e paziente riordinatore delle sale degli Uffizi culminata di recente nel recupero della sala della Niobe. Da venticinque anni Antonio Natali lavora agli Uffizi, ma mai come in questi giorni si è visto sulle cronache dei giornali. Per esserne diventato, con un passaggio del tutto naturale, il nuovo direttore. Ma anche per un fatto più spiccio, quei 1600 euro di busta paga da direttore degli Uffizi che sono finiti in prima pagina del Domenicale del Sole 24 Ore. «Lo stipendio più chiacchierato d’Italia», scherza il professore, con vena un po’ bianciardiana, da maremmano doc. «L’intento dell’articolo era lodevole, andava oltre me, per denunciare una situazione generale, molto dura; per chi lavora nei musei e nelle soprintendenze italiane — commenta Natali — ma non capisco perché essere pagato come un semplice insegnante dovrebbe essere offensivo, come qualcuno ha scritto. Mia moglie, che insegna a scuola, si è arrabbiata moltissimo».

Negli ultimi anni, però direttore, la situazione è peggiorata. Assunzioni bloccate per i giovani e un rapido allentamento di dirigenti di vaglia, alla soglia della pensione. Come, per parlare degli Uffizi, è toccato un paio di anni fa a Anna Maria Petrioli Tofani. Un ministero un po’ ingrato verso chi ha dedicato una vita al patrimonio artistico? Anna Maria è stata un’ottima direttrice, se ne è andata per raggiunti limiti d’età. Ma è vero che sono tempi questi in cui, per ragioni finanziarie, non viene concessa proroga, a nessuno. Parlando degli Uffizi, poi, penso anche che non si debba puntare sulla cronaca ma sulla storia. Perché questo è un edificio che non si misura né con i mesi né con gli anni, ma con l’eterno. Sarà la storia a giudicare quello che ognuno di noi ha fatto o avrebbe potuto fare e non ha fatto. Ma è anche vero che è difficile lavorare bene solo se le strutture mancano o se chi va in pensione non viene sostituito, come spesso capita. Nel nostro ministero, in questo senso, c’è stato un gioco al ribasso, che ha riguardato tutti i livelli e gradi della professione. Il risultato pratico è che i custodi sono sempre di meno, le segreterie sempre più sguarnite e mandare avanti un’istituzione come questa, che pesa come un carro armato e ha il motore di una Vespa cinquanta, è difficile.

Lei conosce a fondo gli Uffizi. Ci lavora dall’81. Tutti s’immaginano che sappia già dove mettere le mani, nel suo nuovo ruolo di direttore…

Dove mettere le mani? Per ora, fra i capelli. Se fossi stato chiamato a dirigere un museo, da straniero, probabilmente avrei avuto quei 4 o 5 giorni di felicità e di gratificazione. Poi magari, una volta sul posto, mi sarebbe venuto qualche pensiero. Qui sapevo già cosa mi aspettava, non ho dovuto scoprire niente. So bene che in tempi brevi bisognerà procedere al riordino della galleria. Cpn una nuova distribuzione delle opere, la ricostruzione di una trama espositiva che renda il più possibile educativa, lieve, il meno possibile impacciata una visita agli Uffizi.

Periodicamente, con la mostra “I mai visti” negli anni passati ha fatto riemergere molte opere dai depositi degli Uffizi, si parla di tanti capolavori accatastati. Cosa contengono veramente?

Come dicevo dinanzi, l’idea è quella di pensare a una diversa distribuzione dei quadri della galleria, a maggiori intervalli fra opera e opera. Un progetto in linea con le direzioni che mi hanno preceduto. Gli Uffizi fra qualche tempo godranno di spazi raddoppiati, e finalmente potranno dare la possibilità di una lettura delle opere che abbia tempi diversi. Oggi ci sono sale in cui capolavori indiscussi sono sistemati a una ventina di centimetri l’uno dall’altro. Dal momento che sono testi poetici, e non feticci turistici, come visitatore devo poter avere agio di vedere il quadro, di poterne per le mie capacità percepire la poesia interna, senza che il mio sguardo sia frastornato, come accade, dal quadro accanto di un altro artista o dello stesso artista ma di un altro periodo. Leggere insieme Foscolo e Leopardi affasteliandone le letture non è utile. In futuro i dipinti che ora si trovano all’ultimo piano passeranno al piano sottostante e recupereremo opere anche dai depositi. Ce ne sono tantissime ma non tutte sono compatibili con il tenore delle sale nobili. I depositi sono dei serbatoi del gusto: quello che oggi si considera importante magari domani non lo sarà più. Nel tempo muta il gusto e servono differenti regie. Nei depositi degli Uffizi ci sono opere che oggi la critica non ha sufficientemente rivalutato, ma non bisogna pensarli come luoghi di poca cura. Sono spazi ben ordinati, dove le opere non hanno tutti i traumi di quelle esposte. Non c’è il via vai dei turisti, c’è un’oscurità costante, non ci sono sbalzi di temperatura. Le opere più importanti, comunque, entreranno in galleria. In parte anche quelle, soprattutto del seicento e del settecento, conservate ora nel corridoio vasariano.

Un’altra ala importante degli Uffizi, che conduce fino a Palazzo Pitti. Che futuro avranno le opere che ora sono lì esposte?

Fatta la premessa che in Italia, diversamente che in Francia o altrove, il direttore di museo ha solo una certa autonomia, esprime dei pareti etici e ideologici che poi devono essere sottoposti al soprintendente con una precisa gerarchia, posso dire che la mia idea sarebbe che il corridoio vasariano fosse un piano nobile in cui non ci sia soltanto un transito aereo attraverso la città per arrivare a Boboli con mura nude o quasi spoglie. Le collezioni degli Uffizi sono talmente vaste che rinunciare al corridoio vasariano significherebbe rinunciare a un luogo dove ci sono circa settecento opere. E che non possono essere sistemate in luoghi d’avventura. Una soluzione potrebbe essere portare una parte di queste opere in galleria e, per quanto riguarda i ritratti, che sono una parte consistente, sul modello della National Gallery di Londra, far nascere qualcosa di simile all’adiacente National portrait gallery, con una ricca sezione iconografi ca di disegni e ritratti di condottieri, di principi di duchi, di scienziati, che qualche volta portano firme importanti. Potrebbero essere un archivio poetico di memorie, fatto non solo di carte fredde.

Dove potrebbe nascere questo ideale musei dei ritratti?

Dietro agli Uffizi si sta per liberare il Palazzo di Giustizia, elegante, austero, mi sono chiesto se una parte non potrebbe essere dedicata a queste collezioni che altrirnenii rischiano di restare poco viste. Oltretutto si tratta di un edificio fra il Bargello e gli Uffizi, in una sorta di strettoia, magari potrebbe essere raggiungibile passando dal sottosuolo. Io penso che il futuro dei musei nelle città di oggi sia molto nei sotterranei, come accade al Louvre. Sarebbe un polmone importante anche per il Bargello, un museo di una bellezza fuori dell’ordinario, ma costipato, che non può accogliere più nemmeno uno spillo.

Uno scenario affascinante ma rischia di scontrarsi poi con gli inceppi della burocrazia. È già successo con la Loggia progettata da Isozaki. Cosa ne pensa? Penso che vada fatta. Per ora il retro degli Uffizi è equiparabile al retro di un cinema di seconda categoria, davanti bellissimo dietro molto meno, anche maleodorante. Sarebbe nobilitato da una grande loggia. E poi se si fa un concorso a cui partecipano i più importanti organi dello Stato poi non si può dire abbiamo scherzato.

A Firenze è molto forte la tradizione del Rinascimento, ma certe opere, per i turisti, rischiano di diventare feticci?

Lo sono già per quei turisti che non si fermano nemmeno a dare uno sguardo alle altre opere che ci sono nella sala per vedere la Venere di Botticelli.

Occorrerebbe allargare lo sguardo?

Il bene con gli Uffizi coincide con il bene di Firenze. Se gli Uffizi sono ingolfati occorre che la città tutta, in ogni suo angolo diventi un polo di attrazione culturale. E può farlo. Quando ero un giovane collaboratore di Luciano Berti, una figura per me fondamentale dal punto di vista morale, di studio e di trasporto per questa città, pensai a un titolo agostiniano per una mostra “La città degli Uffizi”. Non a caso. C’è un rapporto davvero osmotico con la città. Non si tratta di un museo in una piana americana riempito con opere del Trecento e Quattrocento che arrivano da molto lontano. Le opere degli Uffizi vengono da palazzi e chiese della città. Basta dire che seguendo la linea dell’Arno, dalle finestre della galleria si intravede il complesso conventuale di San Bartolomeo da cui proviene l’Annunciazione di Leonardo. È lì accanto mentre noi guardiamo l’opera. Bisogna mantenere vivo questo rapporto. Chi fa la fila per vedere il David all’Accademia va informato che a pochi passi c’è il chiostrino dei voti dell’Annunziata dove ci sono le origini della Maniera moderna: il giovane Andrea del Sarto, l’ancor più giovane Rosso Fiorentino e il parimenti giovane Pontormo, uno snodo culturale fondamentale non solo per l’arte italiana.

Un rapporto più stretto fra patrimonio e territorio. Fa venire in mente la casa natale di Pontormo, a Empoli che lei ha appena inaugurato.

Un luogo straordinario della memoria di uno dei massimi artefici della pittura del Cinquecento. È un esempio concreto di recupero che dimostra come l’arricchimento culturale di quello che c’è intorno non sia un impoverimento di quello che c’è qui agli Uffizi e che comunque ci sarà sempre.

Simona MaggiorelliEuropa

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Beni culturali non petrolio, ma anima dello sviluppo

Posted by Simona Maggiorelli su giugno 17, 2006

Incontro con Salvatore Settis, nuovo presidente del Consiglio superiore dei Beni culturali.

Arte, bellezza, ambiente non sono né “giacimento” né Patrimonio Spa, ma inalienabile ricchezza di tutto il paese. La legge Tremonti va cambiata e bisogna tornare alla Costituzione in una visione dinamica dell’interesse nazionale. Le mostre devono valorizzare i musei non sostituirli.

Una foltissima passione civile attraversa tutto il percorso di Salvatore Settis, che non è solo archeologo di rango e fautore di importanti edizioni scientifiche come quella del papiro di Artemidoro che sta lavorando in questi mesi. Fuori dalle aule della Normale di Pisa (di cui è rettore), il professore si è sempre tuffato nella discussione pubblica, in difesa del patrimonio artistico italiano. Con articoli, pamphlet, libri. Ma anche accettando di tenere una certa dialettica con la politica. In posizione critica, da outsider, come consulente di Urbani per il Codice e ora, in modo più diretto, raccogliendo l’invito di Rutelli a ricoprire la carica di presidente del Consiglio superiore dei Beni Culturali del ministero.

Professor Settis nel libro Italia S.p.a, denunciava l’assalto al patrimonio culturale compiuto con la creazione della Patrimonio S.p.a. Che cosa ha prodotto dal 2002 quella società voluta da Tremonti?

Quell’operazione è stata un fallimento. Quello che ha prodotto di introiti per lo Stato è stato infinitamente inferiore a ciò che ci si aspettava. E mi piacerebbe sapere quanto è costato metterla in piedi. Spero che questo governo faccia chiarezza rendendo pubblici dati ufficiali certi. Per fortuna la parte più aggressiva della norma che rendeva vendibile l’intero patrimonio pubblico è stata arginata da un decreto congiunto fra il demanio e il direttore generale dei Beni culturali. Ma è ancora una legge dello Stato e, a mio avviso, andrebbe modificata in modo radicale. In base a un principio per cui il patrimonio pubblico si può vendere solo quando non abbia valore culturale. Ciò che ha valore culturale deve ricadere nell’assoluta inalienabilità, come dice peraltro il codice civile.

Un suo recente articolo sul Sole 24 Ore ha acceso un dibattito sul cosiddetto “benculturalismo”. Che impressione ha avuto dalla reazione dei giornali?

In realtà era un articolo dal tono scherzoso. L’ho scritto per divertirmi e per divertire il lettore. Ma c’è qualcuno a cui, evidentemente, non piacciano le battute di spirito, e che ha preso alla lettera come, non so quale manovra della sinistra. Devo dire che ho trovato tutto ciò assolutamente esilarante. Riguardo alla dizione beni culturali va ricordato che si è scelto questo termine cercando una definizione il più possibile neutra. Ma da un certo punto in poi ha cominciato, invece, ad indicare il valore economico del patrimonio. Quando fu creato il primo ministero dei Beni culturali presieduto da Spadolini, nel 74-75, lo si fece dicendo che il patrimonio culturale meritava più investimento, poi il discorso si è degradato e c’è stato chi, assimilando i beni culturali al petrolio, li ha considerati come oggetti del salvadanaio che quando serve si rompe. Questa concezione troppo economicistica di beni culturali ha prodotto dei danni. Ma non è la parola che non funziona, ma l’uso che se ne fa. Va riempita di contenuti. E in questo abbiamo un compito facilitato, perché i contenuti sono quelli dell’articolo 9 della Costituzione. Non c’è niente da cambiare.

Con questa concezione economicistica si sono spolpate di competenze le soprintendenze territoriali, affollando di manager e posizioni di vertice gli uffici del ministero. Come si cura questo squilibrio?

Ripristinando la priorità della competenza. Nessuno si affiderebbe ad un medico che non sia un medico. Così non capisco perché un sociologo, per fare un esempio, debba prendere decisioni vitali per l’archeologia. È completamente insensato: è uno degli elementi molto negativi della riforma Urbani che va assolutamente corretto.

Anche sbloccando le assunzioni?

La media degli addetti oggi è di 55 anni, le nuove assunzioni sono necessarie, ma vanno fatte sulla base di competenze reali, di dati concorsuali di sicurissima qualificazione, eliminando la tentazione demagogica di fare assunzioni ope legis, che non garantiscono qualità.

I giovani storici dell’arte oggi, anche se preparati, fanno fatica a inserirsi nel mondo del lavoro. Che fare?

Negli ultimi quindici anni c’è stata un’assoluta schizofrenia. Gli stessi governi – quelli di centrodestra hanno particolarmente brillato in questo – da un lato hanno incoraggiato la formazione di nuove facoltà di beni culturali invitando le persone a studiare storia dell’arte, l’archeologia eccetera, dall’altro lato hanno completamente bloccato le assunzioni. Così hanno creato delle fabbriche di disoccupati. Certo riaprire le assunzioni risolverebbe il problema, purtroppo però riforme universitarie sempre più infelici, da quella Berlinguer a quella del ministro Moratti, hanno portato a differenziare i curricula universitari in un modo drammatico. Ora bisogna davvero ripristinare la priorità della competenza, chiarire quali sono i profili professionali di cui abbiamo bisogno. Si è creata una straordinaria confusione che danneggia il paese ma anche i migliaia dei giovani, spesso molto preparati, nonostante lo spezzettamento del sapere nelle università da cui provengono.

In questo quadro come dare nuova incisività al Consiglio di cui è diventato presidente?

Occorre riguardare competenze e composizione del Consiglio, che da alcuni anni è stato di fatto esautorato. La decisione politica di ridargli vitalità, fiato, funzionalità è del ministro Rutelli. Spero molto, nelle nuove competenze che il ministro vorrà dare a questo organo, di poter giovare a questa opera di rilancio dei beni culturali. Abbiamo quasi dimenticato che questo può essere uno dei settori trainanti per lo sviluppo del paese. Dobbiamo tornare a questa auto-consapevolezza anche attraverso una fierezza professionale di chi lavora in questo settore. Credo che in questo il Consiglio superiore potrà dare una mano al ministro quando lo avrà resuscitato dal letargo in cui giace.

La proliferazione di mostre ha fetta parlare di un’Italia malata di “mostrite”. Non sarebbe più opportuno investire per riattivare una rete museale di più largo respiro?

Oggi c’è questa strana idea per cui da un lato ci sarebbe il museo come pura e passiva conservazione, dall’altra le mostre come pura attività. Ma non è affatto così. La quantità di cose che si possono e si dovrebbero fare nei musei e nel territorio è gigantesca. Ed è lì che servono le competenze. Faccio un esempio, un archeologo può occuparsi del rapporto fra le città che crescono e le preesistenze archeologiche, pensare a come valorizzarle, in modo che i cittadini siano consapevoli che sotto casa loro una volta c’era una villa romana o una città greca come succede in Sicilia. Io credo che le nuove professionalità debbano forgiarsi anche in una nuova capacità di dialogare con il cittadino. Questo non si fa solo attraverso le mostre. Le mostre ci vogliono ma devono avere una funzione, l’effimero deve servire al permanente, non il contrario. Stiamo arrivando al paradosso per cui i musei sono i serbatoi da cui si traggono le mostre, invece le mostre dovrebbero servire a rivitalizzare i musei.

E cosa fare, invece, per la rete del contemporaneo che in città come Roma o Firenze appare ancora come una tradizione un po’ debole?

È uno dei grandi paradossi del nostro paese. Per tutto il Novecento l’Italia è stata ai margini della scena internazionale rispetto alla Francia e agli Usa, quando invece ha avuto momenti importanti come il futurismo, l’arte povera o come lo straordinario laboratorio fiorentino di videoarte in cui si è formato Bill Viola negli anni 70. L’Italia ha sempre avuto grande vitalità nell’arte contemporanea, ma non si è tradotta in una presenza museale sufficiente. Negli ultimi anni si comincia a vedere un cambiamento di segno, basta pensare a esperienze come quella del Castello di Rivoli o al Mart di Rovereto, ma anche a iniziative campane come la certosa di Padula, al MAXXI di Roma, che promette di essere una realtà assai interessante. Una vera inversione di tendenza. Ora non dobbiamo correre dietro agli altri per recuperare il tempo perduto. La sfida è creare qualcosa che sia collegato alla nostra tradizione. E poi dovremmo valorizzare l’esperienza della Biennale di Venezia, che ha straordinari archivi che pochi conoscono.

Accanto ai grandi centri d’arte sta crescendo in provincia una rete di piccoli musei del contemporaneo, molto attivi. Come la Gam di Bergamo, per esempio.

Bergamo, ma anche Sassari, e c’è da registrare un crescente collezionismo di arte contemporanea, di singoli privati, ma anche di banche, di imprese. Sta nascendo una nuova sensibilità per forte contemporanea che fa ben sperare.

Un altro fenomeno che colpisce è l’interesse pubblico che stanno suscitando libri come il suo Battaglie senza eroi o Gli storici dell’arte e la peste con presentazioni affollatissime. Citando l’Italia che impressione ne ha avuto?

Noto che l’interesse è molto alto. Quando si dice che gli italiani non si interessano del loro patrimonio artistico si sbaglia. Semmai è vero che questo è stato un tema molto marginalizzato dalla politica, in parte perché a certi politici non importa nulla, in parte perché c’è sempre qualche tema più importante, dalle pensioni alla guerra in Iraq. Però il cittadino italiano è molto interessato. Alle presentazioni di librino trovato straordinaria passione, presenza e voglia di partecipare, di dire la propria e in modo molto sensato. È molto raro che il cittadino comune tiri fuori delle idee bislacche come vendersi i monumenti o il patrimonio d’arte. Queste sono idee che vengono in mente solo ad alcuni politici perversi.

Simona MaggiorelliEuropa

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Gli storici dell’arte al contrattacco

Posted by Simona Maggiorelli su giugno 3, 2006

Lei è una studiosa di rango, per un decennio la direttrice della Galleria d’arte moderna di Roma, e ex soprintendeote dei beni artistici del Piemonte. Lui è un giovane curatore della collezione ottocentesca della Gnam, che si è fatto le ossa nella piccola soprintendenza modello di Matera. Insieme, Sandra Pinto e Matteo Lanfranconi hanno scritto un libro affascinante che ha creato un piccolo terremoto nel mondo culturale, facendo uscire allo scoperto storici dell’arte e accendendo sui giornali un dibattito intorno ai temi della tutela e della valorizzazione del patrlinonio d’arte. A poco più da un mese dall’uscita, Gli storici dell’arte e la peste (Electa, 269 pagine, 19 euro) è un caso editoriale. Contro la cultura da blockbuster e dell’effimero. Riportando alla ribalta una principessa all’apparenza decaduta come la storia dell’arte. «Con questo libro abbiamo voluto chiamare alla riscossa i colleghi, tentando un’operazione di recupero, rispetto alla situazione disgraziata in cui versano l’università e le soprintendenze», racconta Sandra Pinto. «Come storici dell’arte vorremmo essere un po’ meno innocui» rilancia Lanfranconi. Nonostante la distanza generazionale Pinto e Lanfranconi, insieme a molti altri studiosi d’arte, si sono trovati di fronte a uno stesso bivio: «Vogliamo chiamarci fuori rispetto alla crisi del “beniculturalismo”? Chiuderci in una torre d’avorio? Arrenderci dicendo che chi ne ha voglia continua, chi non ne ha più cambia lavoro? Oppure riconosciamo che dobbiamo fare qualcosa per cambiare questo stato di cose? Anche come autori — racconta Pinto — ci siamo accorti che per prima cosa dovevamo superare la lunga desuetudine a lavorare nel corpo vivo della società, superare il rischio di essere diventati un po’ autoreferenziali». Così siete partiti per questo vostro viaggio alla riscoperta delle eccellenza italiane. Scegliendo una forma accattivante quella della narrazione, strutturata in dieci giornate. Una brigata di storici dell’arte che cercano di sfuggire alla peste del degrado culturale? Lanfranconi: Ci piaceva l’idea di svolgere il nostro discorso in una forma dialogica. Pinto: Dopo una quarantina di interviste abbiamo deciso di fermarci. E dando una partizione alla materia ci siamo accorti che ne venivano fuori dieci capitoli, da qui l’idea delle dieci giornate. – Ma anche la scelta di raccontare storie e situazioni positive, resistenti non solo mali culturali… Non volevamo fare la solita lamentazione. Rendere all’onor del mondo una realtà di livello europeo come la biblioteca di Palazzo Venezia, per esempio, ci è sembrato contribuire alla rimonta di una gloriosa istituzione culturale. Questa è stata un po’ la scella di metodo. Questo tentativo di riportare alla luce i gioielli dell’arte e della nostra cultura quanto si scontra con la concezione dei beni culturali» emersa nella politica italiana, dalla famigerata frase di De Michelis, «l’arte il petrolio d’Italia», fino alle cartolarizzazioni della Patrimonio spa? Lanfranconi: Personalmente sono cresciuto negli anni 70 e ho assistito al formarsi di una artificiosa spaccatura: “beni culturali’ versus “opere d’arte, cultura, patrimonio”. Oggi in molti stanno riconoscendo, finalmente, che questa strada di scorporare dalla cultura in senso vasto il tema dei beni culturali, in virtù di una ipotetica tripartizione fra conservazione, conoscenza e valorizzazione, non regge. Perché la valorizzazione rischia di scivolare pericolosamente verso la redditività. E questo parametro è indipendente dal crescere o meno della conoscenza. Pinto: Quando ero giovane si parlava di Antichità e belle arti. Si disse: non funziona. Peccato, dico oggi. E lo dico come si può rimpiangere un bell’abito dell’Ottocento. Proprio parlando della disciplina, giovani storici dell’arte che fine hanno fatto? Sembrano diventati stranamente invisibili, mentre è salita alla ribalta una nuova figura, quella del curatore, con molti giovani talenti. È in corso una trasformazione? Lanfranconi: L’emergenza della figura del curatore è avvenuta soprattutto nell’arte contemporanea. Oggi il curatore sostituisce anche, in parte, le funzionalità dello storico dell’arte antica legata alla creazione di mostre. Dunque la sua figura sembra al pubblico qualcosa di più sostanzioso e di più visibile, rispetto a quella dello storico dell’arte che non fa mostre. E anche questo mi pare negativo, perché sembra che chi è fuori dal giro delle mostre non abbia una funzione culturale e sociale. Mentre invece i giovani storici dell’arte oggi hanno una preparazione forte e rigorosa, costruita nel lungo periodo di formazione a cui costringono i tempi geologici che occorrono per avere un posto. Ma questa difficoltà di inserimento, però, deprime anche ogni ambizione.
Pinto: A questo posso aggiungere che i funzionari sono anziani e anche piuttosto gelosi e preoccupati di un eventuale ingresso di nuove linfe. Questo sistema dovrebbe essere corretto. E se è vero che i giovani storici dell arte oggi sono preparati anche per il fatto che dopo la laurea, come diceva Matteo, prendono la specializzazione, il dottorato, il master, eccetera, è anche vero che qualcosa sta mutando proprio sotto i nostri occhi. il pericolo è per quelli che stanno studiando adesso con la riforma dei crediti. Finiranno per perdere solo gli ultimi sprazzi della disciplina. Si dà la laurea a persone che non hanno la minima base urnanistica che è rinviata, non si sa perché, alla specializzazione, quando dovrebbe essere il contrario. Dire che i tre anni intanto preparano delle figure intermedie che servono come figure ausiliarie ai livelli scientifici più alti è una menzogna, anche perché nelle nostre università non c’è chi insegna queste nuove materie come, per esempio, l’informatizzazione dei dati. Con questo sistema vedo l’analfabetismo culturale salire gradino dopo gradino, a partire dal liceo. E se i giovani incontrano difficoltà, dall’altra parte, negli ultimi anni non si è neanche valorizzata l’esperienza del “veterani”. Soprintendenti di rango come Jadranka Bentini e direttrici di museo come Anna Maria Petrioli Tofani sono stati prepensionati senza troppi complimenti. Pinto: Per mia esperienza posso dire che quelle sono state scelte politiche. Senza contare come sono stati reclutati coloro che poi sono entrati al loro posto. Con il ministro Urbani sono emerse figure dal mondo esterno e la cui competenza non è stata in alcun modo valutata. Lafranconi: Si fa sempre più chiara la scomodità di alcune figure che difendono la disciplina nella sua interezza, nella sua complessità. Con il rischio che si formi una schiera pronta all’assalto, disposta a sposare le esigenze più snelle, ma anche più manageriali. Con il neologismo “mostite” avete anche denunciato la deriva di mostre effimere e da Blockbuster. Cosa sta accadendo? Lafranconi: La proliferazione di mostre di scarso rilievo è un fenomeno collegato alla globalizzazione, al turismo di massa ma, mentre in altri paesi già questo boom si sta affievolendo perché non produttivo, in Italia si continua sull’onda della parcellizzazione massima. E questa polverizzazione d’iniziative non aiuta a trasmettere un messaggio culturale. Va tutta a detrimento della formazione del pubblico che è disorientato da questo proliferare di piccole mostre, di mostre che hanno la pretesa di essere grosse ma che non producono nulla.
Pinto: Appare male attuata una giusta intenzione di fare didattica da parte delle istituzioni, piccole e grandi E questo discorso vale anche per certa pubblicistica da edicola, dall’aspetto molto appagante, ma che però dà pochissimo, salvo familiarizzare il pubblico con dei feticci Lanfranconi: Il problema più grave riguarda la liquidazione della didattica. Pinto: E se questo è il punto chiave, gli storici saranno sempre considerati sussiegosi se non si mettono a fare comunicazione, per dirlo con una brutta parola. Altrimenti il museo viene visto come un luogo difficile. A meno che non sia un museo di tutti capolavori, per cui prevale la logica: più ne ingoio più sto bene e quando non ne posso più me ne vado. In questa congiuntura come dove intervenire lo storico dell’arte? Pinto: Aiutando a realizzare le mostre che servono o per introdurre nuovi problemi o per rileggere in chiave diversa fatti storici già studiati. Evitando spettacolanirzazioni fini a se stesse come quella a cui abbiamo assistito al museo Egizio. E ancora facendo un lavoro di critica serrata. Altrimenti passa il messaggio che una mostra come Gli impressionisti e la neve che si potrebbe citare come esempio massimo di negatività, viene considerata un iniziativa di successo solo perché ha venduto molti biglietti, mentre una mostra bellissima, scientificamente importante, come Le corti e la città, alla Promotrice delle Belle Arti di Torino, resta nell’ombra, perché non ha avuto un adeguato lancio pubblicitario. Lafranconi: Ripartire dalle mostre di valore, anche dalle soprintendenze come uffici, come sportello pubblico, che in Italia inun arco sensibile di tempo hanno costituito unprirnato rispetto a altri paesi europei. Un patrimonio che è un vero peccato sperperare così.

Simona MaggiorelliEuropa

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Arte: critici e storici all’Unione

Posted by Simona Maggiorelli su marzo 25, 2006

Ormai è fatta. La legislatura è finita. E i danni lasciati sul campo sono palesi. Quello che una volta, sciaguratamente, Gianni De Michelis indicava come il petrolio d’Italia, ovvero i beni culturali, sono stati abbondantemente saccheggiati e svenduti. Grazie a invenzioni di “finanza creativa” come la Patrimonio spa, ai condoni, ma anche grazie al famigerato Codice dei beni culturali varato dal ministro Urbani. Senza dimenticare i danni prodotti dai tagli dei finanziamenti pubblici. Tagli drastici perfino del settanta per cento dei trasferimenti nell’ultima finanziaria di Tremonti che hanno colpito gli anelli più deboli del sistema dell’arte: gli archivi, le soprintendenze territoriali, i centri d’arte contemporanea. Portando molti enti sull’orlo della chiusura, mentre il ministro dei Beni culturali Rocco Buttiglione minacciava le dimissioni, guardandosi bene dall’attuarle. Di fronte al sacco, poche le voci limoide che si siano levate contro. Pochissime fra i politici. Molte fra gli intellettuali e storici dell’arte, voci competenti, ma rimaste a lungo inascoltate e che, ora – chiamate a dare consigli al centrosinistra in vista delle elezioni – si levano qualche sassolino dalle scarpe. Le politiche per i beni culturali del centrosinistra, «un disastro», denuncia Lea Vergine, firma di spicco della critica d’arte più engagé. «La “sinistra” – dice – continua a preferire politici e burocrati a studiosi e intellettuali alla guida delle istituzioni pubbliche. Con il risultato che tutto il sistema dell’arte italiano è andato ingessandosi, perdendo di vitalità di slancio». Basta mostre (in testa Monet e la Senna, la Biennale di Venezia e I capolavori del Guggenheim) con più di 100mila visitatori. «In questo proliferare di mostre locali, piccole e di scarsa rilevanza culturale – commenta Achille Bonito Oliva — la tecnica è quella di utilizzare un grosso nome, ad esempio Caravaggio per squadernare poi solo opere molto minori». Ma la colpa non è rutta dei politici, secondo il più eccentrico, ma anche il più prolifico dei critici italiani, da sempre riottoso a chiudersi nella torre d’avorio di studi separati dalla realtà. «Accanto a enti che praticano una politica culturale miope e appiattita sul già esistente – dice – ci sono anche amministrazioni sensibili che investono in progetti produttivi di arte pubblica». Qualche esempio? «Tanti, Gibellina, Napoli, città con molti problemi, ma che svolgono un’importante ruolo di committenza pubblica chiamando critici e artisti a intervenire in zone degradate, in quartieri anonimi». Come quello di Napoli dove è sorto “Il museo necessario”, un grande museo nella metropolitana che con un centinaio di opere di artisti emergenti da una nuova identità a un “non luogo” di passaggio. Ma di esempi di strutture per l’arte contemporanea nate con molto coraggio e che potrebbero funzionare da esempio, rilancia, Achille Bonito Oliva ce ne sono sempre di più in Italia. «Dal Castello di Rivoli, al Mart di Rovereto, al Macro di Roma – dice -, senza dimenticare una rete di gallerie e di Kunsthalle giovani che vanno dalla GameC di Bergamo a Quarter di Firenze, al Man di Nuoro e che, in assenza di politiche statali a supporto delle nuove generazioni svolgono un lavoro culturale importantissimo nel lanciare e sostenere i giovani artisti». «La politica dovrebbe tornare a riflettere sul valore civile e sociale che ha l’arte e la ricerca in genere – rilancia Sergio Risaliti, direttore del Quarter di Firenze -, Settori strategici per la formazione, per lo sviluppo del paese. Anche per costruire una nuova e più aperta cittadinanza. Perché i progetti d’arte oggi sono sempre più internazionali e studiare l’arte da una grande lezione di tolleranza, aiutando ad abbattere barriere culturali e pregiudizi. Per questo – conclude il curatore del più importante centro d’arte contemporanea fiorentino – la missione di chi lavora in questo settore è sempre eminentemente pubblica. E una seria politica di centrosinistra non può e non deve dimenticarlo.

da Europa 25 marzo 2006

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Ma la vera chimera è il museo

Posted by Simona Maggiorelli su gennaio 21, 2006

Simona Maggiorelli

“La Costituzione non è un ferrovecchio. e l’articolo 9 che parla di tutela non è fra i meno importanti». La denuncia di Salvatore Settis è dura e precisa. Dalle pagine di Repubblica e, dal vivo, nel ciclo di conferenze sul papiro di Artemidoro che sta facendo in giro per l’Italia (il 26 gennaio sarà a Roma), il professore punta il dito sulla deriva del sistema dei beni culturali. «Fra lotte di potere, spartizioni, favoritismi che alimentano il gigantismo burocratico del ministero» e sempre più scarsi interventi sul territorio, con le soprintendenze locali messe in ginocchio da continui tagli, «il ministero – avverte Settis – diventa un mostro con una testa sempre più grande e un corpo sempre più gracile». E spesso, come accade al Museo Egizio di Torino, il rimedio rischia di essere peggiore della male: con la trasformazione della struttura pubblica, in fondazione privata, guidata da un consiglio di amministrazione senza nemmeno un egittologo. Ma il caso del primo museo archeologico italiano, intorno al quale si è acceso, finalmente, un ampio dibattito, è solo la punta di un iceberg di crisi che tocca anche molti altri prestigiosi musei italiani, se non ancora svenduti a fondazioni, abbandonati a se stessi.

Prova ne è lo stato in cui versa l’archeologico di Firenze, per importanza il secondo museo egizio d’Italia. Con una vasta collezione darte greca, etrusca e romana mediceo-lorenese.Qui è conservata la potente Chimera del V, VI secolo avanti Cristo, scoperta nel 1553 e restaurata dal Cellini. Ma anche la statua bronzea del nobile etrusco detto l’Arringatore. E poi il grande cratere di Ergofimos dipinto da Kleitiras, l’idolino ritrovato nel ‘500 e le teste di filosofi greci ripescate dalle acque della Meloria. Mentre decine di opere e reperti di questo museo, per mancanza di spazi e di sale attrezzate, restano stipate, nei depositi. Da anni si parla del restauro delle sale in piazza Santissima Annunziata per dare respiro alla collezione conservata nella storica di via della Colonna. Ma quelle sale che ospitarono i restaurati bronzi di Riace non sono state più riaperte al pubblico. E sono trascorsi venticinque anni. «Non c’è stato nessun impegno serio di investimento da parte del ministero, questo è il punto, e le risorse della soprintendenza sono ridotte all’osso», denuncia la direttrice Carlotta Cianferoni. Che da qualche settimana è anche, ad interim, soprintendente dei beni archeologici della Toscana. Per non lasciare scoperto il ruolo lasciato da Angelo Bottini da quando è stato trasferito a Roma per prendere il posto di Adriano La Regina. Intanto nello storico museo fiorentino, fondato nell’Ottocento e sopravvissuto al disastro dell’alluvione del ’66, i disagi e i problemi si assommano. Le 50mila persone che, all’anno, visitano il museo (gli Uffizi e l’Accademia ne hanno circa un milione) sono costrette a un percorso a ostacoli. Nei giorni di festa trovano la porta chiusa. D’estate poi il clima torrido delle sale sconsiglia del tutto le visite. «Quest’anno non abbiamo potuto accendere i condizionatori – racconta costernata la direttrice -. Il motivo è banale: mancavano i soldi». E quanto a un orario più in sintonia dei musei d’Europa? «Non abbiamo abbastanza personale. Siamo sotto organico di almeno un venti per cento -racconta-. Su 39 custodi, almeno 12 sono precari. Gli altri, per lo più part time». Di nuove assunzioni, poi, neanche a parlarne: sono bloccate da anni. E in queste condizioni diventa davvero difficile fare progetti di valorizzazione del patrimonio. Ma la soprintendente non si arrende. «Abbiamo appena riaperto il laboratorio di restauro – rilancia — e fra qualche mese potremo riaprire il secondo piano, riallestendo una parte delle collezioni medicee. Insomma qualcosa si riesce a fare, anche se il museo avrebbe bisogno di interventi ben più strutturali, in vista di un rilancio. Ma – avverte Cianferoni – i problemi più grossi restano per la soprintendenza. Il nostro ruolo di controllo sul territorio è a rischio. Sono molti gli scavi, i cantieri da ispezionare, ma solo nei casi più urgenti riusciamo a mandare i nostri tecnici». E su questo il governo drammaticamente tace. Nessuna risposta dal ministro dei Beni culturali Rocco Buttiglione. Mentre curiosamente si fa sentire il ministro Alemanno, lanciando un’idea per fare cassa: trasformare i bookshop in supermercati. L’iniziativa è già partita agli Uffizi. Fra le monografie di Botticelli, di Leonardo e di Michelangelo spuntano il Brunetto, l’olio Laudemio, il vin santo, l’aceto, la grappa. E 54 etichette di vini, acquistabili anche on line. La gestione è affidata a Buonitalia, una società creata dal ministero delle politiche agricole per valorizzare i prodotti dell’agroalimentare italiano. Quando si dice che il cibo è arte.

Europa, 21 gennaio 2006

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Torna a splendere Villa Medici

Posted by Simona Maggiorelli su dicembre 3, 2005

Ingres, (1808)

Ingres, (1808)

Dopo anni di appannamento riapre l’Accademia di Francia a Trinità dei Monti

di Simona Maggiorelli

Una storia gloriosa di mostre. Da quando il ministro della cultura André Malraux decise di romperne il dorato isolamento, per oltre quarant’anni, Villa Medici, sede dell’Accademia di Francia, è stata un fulcro vivissimo della vita culturale romana, un luogo impareggiabile di incontri culturali, in un panorama mozzafiato come quello che dal Pincio e da Trinità dei Monti vola fin verso San Pietro. Con un nuovo direttore, ma anche grazie a una serie di leggi che in Francia incoraggiano i privati a farsi mecenati (riduzione fiscale del 90 per cento sugli investimenti per l’acquisto di beni culturali a favore dei musei nazionali), l’Accademia di Francia ora punta a un rilancio, riscoprendo la propria storia di luogo di studio e residenza speciale per gli artisti francesi che venivano a studiare a Roma, ma anche riaccendendo lo scambio vivo con il pubblico che negli ultimi anni si era appannato. Dopo che l’ex direttore di Villa Medici, Bruno Racine, è salito alla direzione del Centre Pompidou, Richard Peduzzi è l’uomo del rilancio. Sulla carta, figura ideale, poliedrica, di scenografo e designer con molti contatti internazionali, che potrebbe riportare Villa Medici al centro dell’attenzione intrecciando le proposte d’arte figurativa ad altre discipline, il teatro e il cinema, in primis, che per il sessantenne Peduzzi sono sempre stati privilegiato ambito di lavoro: è collaboratore stretto, da trent’anni, di uno dei maggiori registi francesi, Patrice Chéreau.
Ottenuto l’incarico l’estate scorsa, Peduzzi ha raccontato così i suoi progetti a Frederic Edelmanna di Le Monde: «Innanzitutto proseguire il lavoro di rinnovamento avviato da Bruno Racine e poi sviluppare il legame che ha saputo instaurare con la società italiana. Per quel che mi riguarda – ha aggiunto – mi piacerebbe lavorare sulla linea del mio lavoro alla Scuola superiore nazionale di arti decorative: fare della Villa l’epicentro della vita artistica e culturale, rafforzando i legami con le scuole e le università francesi, ricercando ancora e sempre l’apertura». La parola d’ordine per Peduzzi è interdisciplinarità, «intesa – spiega l’artista francese – come il contrario di una conoscenza superficiale, ma come acquisizione di un sapere come fabbricare un mobile o costruire una scenografia.
In una scuola d’arte contano i sentimenti, quanto l’occhio, lo sguardo, il pensiero. Sia che si utilizzi una matita o un computer, il solo vero e proprio strumento, come dice Chardin, sono i sentimenti.
Ma prima è necessario possedere una tecnica il più avanzata possibile. E alla fine la tecnica non si deve né sentire né vedere».
Nella “scuola” a cui Peduzzi sta lavorando in Villa Medici parteciperà un élite di borsisti (circa 300 all’anno) che, per periodi più o meno lunghi (dai sei mesi ai due anni), vivranno nei diciotto appartamenti con atelier, da poco ristrutturati, che affiancano villa Medici. Una nuova edizione, rivista e ammodernata, della lunga storia di “scuola” che l’Accademia di Francia ha sempre avuto fin dalle sue origini seicentesche, quando lo Stato francese cominciò a fare del mecenatismo pubblico, dando possibilità di formazione romana ai suoi talenti. Non era ancora l’epoca del grand tour, ma l’imago urbis romae era fortissima nell’immaginario collettivo francese ed europeo. E poter trascorrere alcuni anni a Roma dove studiare la cultura classica rappresentava già un investimento     investimento importante. Fu Colbert, il potente ministro di Luigi XIV, nel 1666, a fondare quest’idea di Accademia. Da allora, nel corso di duecento anni, nelle stanze affrescate sono passati pittori come Ingres (che fu anche direttore di Villa Medici), Deschamps, Fragonard, David, compositori come Debussy, Bizet, Berlioz, Gounod, e scrittori e filosofi come Derrida.
Ma il nuovo corso di Peduzzi promette anche, con il pieno recupero degli spazi espositivi, di riaprire integralmente Villa Medici al pubblico. Il percorso, sebbene un po’ in sordina, è già cominciato, con le serate dedicate al film L’abécédaire di Gilles Deleuze e poi con le mostre di disegni rinascimentali e barocchi italiani acquisiti l’anno scorso dal governo francese per il Museo del Louvre: opere di Correggio, Lotto, Fra Bartolomeo, Parmigianino, Veronese, Tintoretto, Giulio Romano, Polidoro di Caravaggio, Perin Del Vaga acquistate per lo Stato dal Gruppo Carrefour (grazie alla politica di sgravi fiscali di cui dicevamo).
E ancora, mostre di fotografia, che indagano il tema della foto come quadro con opere di Yto Barrada, Patrick Faigenbaum, Jean-Baptiste Ganne, Valérie Jouve, Suzanne Lafont, Jean-Luc Moulène e Paola Salerno.Mentre si è appena chiusa la retrospettiva dedicata a Graziella Lonardi Buontempo, straordinaria collezionista che a Roma, dal 1968, seppe intuire talenti e tendenze dell’arte che poi si sarebbero sviluppate negli anni successivi, raccogliendo dai dipinti informali di Alberto Burri e Lucio Fontana, alle opere di Pistoletto, Merz e a altri maestri dell’arte povera, fino al grande wall drawing di Sol LeWitt.
Quella dedicata alla Lonardi Bontempo, dal titolo Incontri, sarà il conio e il prototipo delle mostre che Villa Medici proporrà nel nuovo anno dedicando un quinto del suo budget di 5,5 milioni di euro alla creazione di eventi aperti al pubblico.

da Europa, 3 dicembre 2005

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È su piazza la cultura italiana

Posted by Simona Maggiorelli su aprile 23, 2004

di Simona Maggiorelli

La storia dell’«assalto al patrimonio culturale» comincia a fine 2001, quando circola la prima Finanziaria del governo Berlusconi che ventila la possibilità di un massiccio intervento dei privati nel settore dei beni culturali. La notizia si diffonde anche oltre confine e 37 direttori di musei firmano a New York un appello al governo italiano. Ma il ministro dell’Economia Tremonti, come nota Settis, si comporta come quel ministro lituano protagonista delle correzioni di jonathan Franzen che organizza via internet la vendita a pezzi del proprio paese, creando la Lithuania Incorporeted, «una nazione for profit». Così, con un decreto del 15 aprile 2002, il ministro dell’Economia da vita alla Patrimonio spa «per la valorizzazione, gestione ed alienazione del patrimonio di Stato». Scatta l’allarme . Al ministro arriva anche una lettera di Ciampi. Ma dopo qualche leggero aggiustamento, a giugno, il decreto diventa legge. Comincia a circolare la parola “cartolarizzazione”, termine fin qui ignoto agli italiani. Alla Patrimonio spa d’ora in avanti potranno essere trasferiti «tutti i beni immobili del patrimonio disponibile e indisponibile dello Stato». Ma un decreto del ministro dell’Economia precisa che i beni potranno essere trasferiti in proprietà anche all’altra società per azioni, la Infrastrutture spa, aperta a capitale privato. In questo modo si crea un grosso fondo di beni che potranno essere «controllati mediante pacchetti azionari, ma anche venduti e dati in affitto». Anche il patrimonio culturale italiano entra a far parte di questo fondo, con l’unica garanzia in più che, per la sua vendita, ci vorrà anche la firma del ministro dei Beni culturali. Un principio del resto presto sconfessato. Il 24 dicembre 2003, ultimo giorno di finanziaria, viene approvato il decreto che introduce la dismissione urgente degli immobili pubblici, mettendo in vendita in tre giorni decine di palazzi e strutture, senza consultare il ministero dei Beni culturali. Fra questi l’ex Manifattura tabacchi di Firenze, edificio monumentale vincolato dal ministero, che sarebbe dovuto diventare la nuova cittadella della cultura e dell’arte contemporanea. Un altro esempio è la Manifattura di Milano, già destinata alla scuola nazionale di cinema. Stesso acquirente, la Fintecna. società privata controllata dallo stesso ministero dell’Economia. Sul Giornale dell’arte del febbraio 2003, intanto, l’archeologo e docente dell’University College di Londra, Gaetano Palumbo, scrive: «Sono 35 le proprietà vincolate messe in vendita nella prima fase delle aste Scip, la società di cartolarizzazione degli immobili pubblici creata, prima della Patrimonio spa. Sono già stati venduti Palazzo Correr a Venezia, un palazzo storico al centro di Palermo, e un edificio a Milano, costruito sulla zona dell’anfiteatro romano, mentre ancora invenduti risultano Palazzo Artelli a Trieste, la residenza termale dei Granduchi di Toscana a San Giuliano Terme, e Villa Manzoni a Roma. Questi ultimi – spiega Palumbo – essendo stati battuti già due volte, verranno messi in vendita con uno sconto del 25 per cento. Se anche in quel caso le proprietà non saranno vendute, sarà battuta un’altra asta con base scontata del 35 per cento. L’asta finale sarà a base libera, quindi teoricamente qualcuno potrebbe portarsi via queste proprietà per pochi euro». È andata male a Villa Manzoni a Roma, ma per fortuna il comune di San Giuliano è intervenuto impedendo lo scempio. Il fatto che tutta l’operazione gli sia passata sopra la testa fa pensare al ministro Urbani di aver bisogno di consiglieri. Nomina così un comitato scientifico di consulenza sulla tutela; ne fanno parte anche Salvatore Settis e l’ex ministro Antonio Paolucci. Nel frattempo, Urbani si mette a scrivere un nuovo codice dei beni culturali. Il lavoro sulle diverse edizioni delle bozze si protrae per mesi. Il 3 marzo, sul numero 52 della Gazzetta Ufficiale, viene pubblicato il decreto del 6 febbraio, firmato dal ministro dei Beni culturali, per la verifica dell’interesse culturale dei beni da ven-dere.Alla metà di marzo, il ministro Urbani, rispondendo alle interrogazioni sui criteri di vendibilità del patrimonio pubblico, giura di essersi svincolato dal rampante liberismo di Tremonti. «Non è il Demanio a proporre a noi quali beni possono essere alienati, siamo noi come ministero – assicura- a predisporre un elenco di beni cosiddetti non culturali, che potrebbero essere venduti». Lo spostamento di baricentro, secondo il ministro, sarebbe attribuibile proprio alla spada di Damocle del meccanismo del silenzio-assenso, di cui si dice fiero. Peccato che il 17 marzo si sia tenuta la prima riunione operativa dell’Agenzia del demanio per la messa a punto di una lista di beni che potrebbero, da qui a poco, essere venduti. Secondo una prima proiezione del Demanio, riportata sul Corriere della Sera del 17 marzo potrebbero essere I Smila i beni immobili interessati dalla privatizzazione nei prossimi tre anni. «Il Demanio – scrive Paolo Conti, nell’articolo – ha messo a punto on line una scheda per fornire tutte le indicazioni tecniche per completare l’istruttoria. Le schede verrano inviate alle soprintendenze che dovranno motivare il parere sulla cessione ai privati». E aggiunge: «Da tempo il rilevante del nostro patrimonio verrà svenduto ai privati. Ma associazioni culturali e ambientaliste continuano a temere il peggio, cioè una dismissione selvaggia». Nuove promesse smentite del ministro Urbani in una comparsata a “Che tempo che fa” di Fazio, subito rintuzzata da un soprintendente di chiara fama come Vittorio Emiliani che sull’Unità scrive: «In base alla legge Bottai del 1939 recepita nel testo unico del 1999 i beni immobili pubblici erano inalienabili in quanto tali. Non è vero quello che ha detto il ministro Urbani in tv e cioè che potevano essere venduti» Nelle votazioni alla Camera per la finanziaria del 2000 la Lega infilò un emendamento che ribaltava il principio della inalienabilità, «L’intero polo – scrive ancora Emiliani – votò quello, anche parte dell’Ulivo». Spitz, direttore dell’Agenzia del demanio, incaricata di un programma di vendita annuncia: saranno presto sul mercato gli immobili demaniali conferiti alla Patrimonio Spa. Entro aprile sarà pubblicato il bando pubblico per la vendita di 29 dei 39 cespiti conferiti con un decreto del 21 luglio del 2003. Non ci sono stime esatte sull’incasso che la società potrebbe ottenere dalla vendita di alberghi, terreni, aree fabbricabili e addirittura un isolotto nella laguna veneziana. Gli avvisi di vendita compariranno sui giornali e poi il via alle aste. Italia Nostra, insieme a molte altre associazioni, promette battaglia denunciando la possibile dismissione del Poligrafico della Zecca dello Stato oltre che del palazzo del servizio geologico nazionale a Roma. Tanto per cominciare. Il primo maggio intanto entra in vigore il nuovo codice. Secondo il soprintendente delle Marche, Francesco Scoppola, con il meccanismo del silenzio assenso, il lavoro delle soprintendenze, soltanto per i beni demaniali, si moltiplicherà per sette. «Il must sarà “fare cassa”- scrive Titti De Simone -. allarme c’è. perché il susseguirsi dei provvedimenti fin qui prodotti dal comitato di affari di questo governo rischiano di trasformare in un colabrodo quel museo a cielo aperto, unico al mondo, che è il nostro paese».

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