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Saggi d’estate

Posted by Simona Maggiorelli su agosto 25, 2013

Anuouken, Enclosed

Anuouken, Enclosed

 di Simona Maggiorelli

“L’atto della lettura è a rischio. Leggere, voler leggere e saper leggere, sono sempre meno comportamenti garantiti. Leggere libri non è naturale e necessario come camminare, mangiare, parlare o esercitare i cinque sensi», scrive Alfonso Berardinelli in Leggere è un rischio (Nottetempo).

Leggere letteratura, filosofia, scienza, se non lo si fa per professione, è un lusso, una passione che implica cura di sé, «un vizio che la società non censura»,chiosa non senza ironia l’autore di Non incoraggiate il romanzo, Tra il libro e la vita, Cactus, critico letterario fine, iconoclasta e fra i più autorevoli oggi.

Così, rileggendo i suo ultimo pamphlet, abbiamo pensato a qualche lettura “pericolosa” da proporvi per le vacanze: libri che raccontano verità “scomode”, che mettono a soqquadro i luoghi comuni, che osano andare in profondità. In particolare dei saggi, un genere che sta diventando sempre più creativo, cangiante, aperto alla sperimentazione, all’imprevisto. Insomma ecco qualche rischio che, a nostro modesto avviso, val la pena prendersi.

L'americaColombo non scoprì nulla. Anche perché, molto tempo prima furono i Cartaginesi ad approdare in America.Lo sostiene in un libro colto quanto suggestivo L’America dimenticata, rapporti tra le civiltà e un errore di Tolomeo (Mondadori Università) lo studioso Lucio Russo.

Lui stesso figura singolare di geografo, esperto di meccanica statistica e antropologo che, non solo ricostruisce i contatti fra popoli del Mediterraneo e americani nel II secolo a.C., ma mette radicalmente in discussione i preconcetti eurocentrici e colonialisti che, per dirla con le sue parole, «portano a negare l’originalità e l’inventiva della maggioranza delle civiltà umane».

dossier_freudLa leggenda freudiana che il padre della psicoanalisi abbia scoperto l’inconscio e che sia riuscito a curare la malattia mentale è già stata smascherata da tempo. Tanto che lo stesso presidente della Spi Nino Ferro ha dichiarato in un’intervista a Repubblica che è necessario andare oltre Freud, «altrimenti diventa un credo religioso».Il volume Dossier Freud (Freud files) uscito in Italia alla fine 2012 per Bollati Boringhieri offre un succoso ripasso della truffa operata da Freud mentendo sui casi clinici, riscrivendo la storia in chiave di auto canonizzazione, non riconoscendo debiti e prestiti, patologizzando il dissenso ed eliminando i rivali. «La vulgata freudiana veniva ripetuta meccanicamente come le preghiere mattutine dei conventi medievali» scrivono in Dossier Freud Mikkel Borch-Jacobsen (già coautore de Il libro nero della psicoanalisi, Fazi, 2006) e Sonu Shamdasani (che ha scritto libri corrosivi su Jung). Ma perché gli uditori di Freud credettero a ciò che diceva? A partire da questa domanda Dossier Freud taccia una «storia della storia della psicoanalisi», con passaggi interessanti come quello che ricostruisce la forte ostilità al freudismo della psichiatria di lingua tedesca.

DIARI VATICANI def_Layout 1 copia 14Al Salone del libro 2014 il Vaticano sarà il Paese ospite. Dunque per cominciare a incamerare anticorpi contro l’agiografia di papi e cardinali che, sospettiamo, ci verrà propinata oltre a Paradiso Ior di maurizio Turco (Castelvecchi RX) ed a Vaticano massone (Piemme) di Pinotti e Galeazzi di cui left si è già occupato, val la pena di leggere anche i Diari vaticani di John Thavis (Castelvecchi Rx) in cui l’ex giornalista del Catholic News Service ripercorre la storia degli scontri sulla beatificazione di Pio XII, i tentativi della Chiesa di mettere a tacere lo scandalo pedofilia e i crimini commessi dal fondatore dei Legionari di Cristo. Temi che si ritrovano anche in Padri nostri (Manni) di Elisa Pinna che indaga sui retroscena delle dimissioni di joseph Ratzinger.

PisuL’ateismo cinese è uno dei fili rossi che percorre Né dio né legge (Laterza) di Renata Pisu, che dopo tanti reportage qui propone una riflessione sulla filosofia e il modo di vedere il mondo e i rapporti umani in Cina. «Solo in Occidente la religione è tutto e tutto pervade» nota Pisu. Tanto che quasi «non è concepibile un’Europa senza Cristianesimo, senza teologi, senza papato, senza guerre di religione, senza grandi eretici». Per tremila anni, invece, la cultura cinese si è sviluppata a prescindere dalla metafisica. «Presso di loro – scrive Pisu – l’umano non si contrappone al divino. I cinesi non hanno mai posseduto la maestà trascendente di esseri divini. Nella loro costruzione della società armoniosa l’umano non si contrappone al divino e i rapporti sono improntati a un’etica laica». Inoltre la Cina «non conosce la rigidità astratta di leggi coercitive. La loro idea di ordine – spiega Pisu – nasce da un senso sano del buon accordo. Le regole s’impongono in quanto forniscono dei modelli. Questa almeno la teoria generale». A cui, avverte la giornalista e sinologa, il confucianesimo autoritario di epoca imperiale e la rivoluzione maoista, su piani diversi, hanno imposto, pesanti deroghe.

Hack«C’è bisogno di stelle e non di Dio nella vita», ha risposto con una battuta Margherita Hack a Marco Morelli, direttore del Museo di Scienze planetario di Prato che le chiedeva del suo ateismo per un libro che la scienziata fiorentina non ha fatto in tempo a vedere pubblicato. Con il titolo Siamo fatti di stelle è uscito per Einaudi e, in forma dialogica, ripercorre la storia della Hack dai tempi dell’infanzia e della mai troppo amata scuola. «Un conto è imparare le cose a pappagallo. Un altro farsi domande e cercare di capire come funzionano le cose. A me m’importava molto di capire, anche se non andavo matta per lo studio» dice con la sua irresistibile franchezza all’amico e collega che la stuzzica sul tema. Costruito giocando ironicamente con i modi del Dialogo sui massimi sistemi di Galileo questo agile volume ha il merito di restituirci l’immagine di una scienziata dalla straordinaria umanità, di una mente libera dai pregiudizi che fino alla fine non ha mai smesso di essere una “ricercatrice” della verità.

La-voce-del-crepuscolo-Walcott«All’antenato che mi ha venduto e all’antenato che mi ha comprato dico: io non ho padre e non voglio un simile padre, anche se vi capisco fantasma nero e fantasma bianco quando entrambi sussurrate “ la storia”. Ma se provo a perdonarvi cado nella vostra idea di storia» scrive Derek Walcott ne La voce del crepuscolo (Adelphi). Poeta, drammaturgo saggista, che in poemi come in Omeros ha cantato pescatori e Veneri dai sandali di plastica donando un epos colto, struggente, all’arcipelago caraibico oppresso da secoli di colonialismo e oggi meta di un turismo distratto. Ma Walcott non è un moralista. E’ il poeta dei colori, della luce, dal sorriso fragrante, aperto all’incontro con l’altro. Senza tuttavia camuffare l’antico dolore. Come in queste intense pagine, prose liriche, lettere, saggi (dedicati a Naipaul, al sodale Aimé Cèsaire ecc), compreso il discorso “Le Antille, frammenti di una memoria epica” che Walkott pronunciò nel 1992 quando gli fu conferito il Nobel per la letteratura, un omaggio dedicato a un arcipelago dove i più «non leggono, ma sono lì per essere letti, e se vengono letti nel modo giusto, creano la propria letteratura».

Shady Hamadi LibroEd è un grido di denuncia contro la carneficina compiuta da Assad, La felicità araba (Add editore) di Shady Hamadi. Un libro in cui il giovane scrittore e attivista per i diritti umani ripercorre le tappe della crescente violenza di regime in Siria, dove – essendo nato a Milano nel 1988 da madre italiana e padre dissidente siriano – è potuto andare per la prima volta solo nel 1997. In questo originale memoir Hamadi intreccia la ricostruzione della propria storia familiare con testimonianze da reporter sul campo, alternando pagine di toccante autobiografia alla riflessione politica in nome della democrazia, della libertà di parola, della laicità. Che assume la forma anche di un appassionato invito ai lettori occidentali a conoscere la tradizione araba e musulmana punteggiata di libri come Il giardino profumato di Sheik al Nafzawi o come le poesie di Abu Nuwas che inneggiano all’eros, senza alcuna condanna del desiderio femminile (demonizzato invece dalla Chiesa). Preziosi testi letterari che, scrive Hamadi, le frange fondamentaliste pretenderebbero di cancellare.

warbulibLibertà di pensiero e libertà di parola, osteggiate dalle teocrazie, ma quanto davvero praticate oggi in Occidente, benché l’illuminismo ne avesse fatto addirittura un dogma? E’ la domanda da cui prende le mosse la riflessione del filosofo inglese Nigel Warburton nel libro Libertà di parola (Raffaello Cortina) in cui indaga l’uso delle parole come armi per ferire e annullare, ma anche fenomeni insidiosi come l’autocensura (più diffusa di quanto si pensi, al di là del mito della libertà assoluta del Web). L’estremismo postmodernista che svaluta ogni forma di verità, sottolinea acutamente Warburton, rischia di diventare oggi negazionismo. Questo, come è noto, è il paradosso in qui è caduto il pensiero debole in Italia, finendo per portare acqua al mulino di quei poteri forti che cercano in ogni modo di mettere il bavaglio alla stampa. Come ricostruisce Davide Cadeddu nell’introduzione al libro di Warburton, ricordando tra l’altro che Reporters without borders colloca al 57esimo posto l’Italia in una classifica che esamina 179 paesi. Un quadro che è approfondito dal libro inchiesta di due giornalisti del Financial Times, Ferdinando Giugliano e John Lloyd Eserciti di carta (Feltrinelli) che rimproverano al giornalismo italiano di essere troppo vicino al potere politico.

 dal settimanale left-Avvenimenti

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Anteprima Biennale di Venezia. Pietromarchi: “il mio padiglione italiano, fra arte e storia”

Posted by Simona Maggiorelli su maggio 2, 2013

Biennale d'arte Venezia, 2013

Biennale d’arte Venezia, 2013

di Simona Maggiorelli

Lontano dall’idea che l’epicentro dell’arte sia, sempre e comunque, in capitali occidentali come New York, Londra e Parigi,  Bartolomeo Pietromarchi, curatore del padiglione Italia 2013 alla Biennale di Venezia è un attento e curioso esploratore anche di culture lontane, come quelle asiatiche.  Come racconta la bella mostra del giapponese Hidetoshi Nagasawa che ha voluto al Macro di Roma da lui diretto e la prossima retrospettiva romana dell’artista Ji Dachun, che riprende l’antica tradizione cinese per leggere il contemporaneo. Ma Bartolomeo Pietromarchi è anche e soprattutto uno studioso di arte italiana contemporanea.

Agli ultimi cinquant’anni della nostra storia il direttore del Padiglione Italia del- la Biennale internazionale di arte 2013 ha dedicato il suo ultimo libro L’Italia in opera, la nostra identità attraverso le arti visive, uscito nel 2012 per Bollati Boringhieri. Un volume in cui, forte dell’esperienza alla Fondazione Adriano Olivetti (che ha diretto dal 2002 al 2007) traccia un’appassionata mappa delle arti visive italiane che narrano il nostro tempo presente. Raccontando come l’Italia sia diventata «il soggetto di opere che con impegno politico e civile scandagliano le cronache quotidiane e i nodi irrisolti della nostra storia». «Opere che – scrive il critico d’arte – s’infiltrano tra le pieghe di realtà sommerse, scuotono le coscienze e aprono squarci di verità scomode o ignorate».

Pietromarchi, il pensiero espresso nel suo libro è anche alla base della collettiva inti- tolata Vice versa nel suo Padiglione Italia alla Biennale che si apre il primo giugno?

Bartolomeo Pietromarchi

Bartolomeo Pietromarchi

E’ un pensiero che giunge da lontano, che fa tesoro della lezione di Olivetti e si è sviluppato in un percorso che ho fatto in questi anni seguendo, con studi e mostre, sia gli artisti della mia generazione, nati intorno al ’68, sia quelli della generazioni precedenti. Il Padiglione italiano rappresenta per me un passaggio ulteriore, un approfondimento ma anche un sostegno e una promozione dell’arte italiana degli ultimi anni. Ci credo moltissimo. Ci sono molti artisti validi nel nostro Paese ai quali però manca un sostegno quantitativo e continuativo. Molto spesso gli artisti italiani devono trovarsi le proprie occasioni andando all’estero. Qui non trovano chi li sostenga con una strategia. Mi piacerebbe che questo mio lavoro potesse essere un segnale di come si può e si deve fare a livello istituzionale. Con un po’ di creatività, che è la cosa fondamentale

Tra il caos della collettiva organizzata due anni fa da Vittorio Sgarbi e l’aristocratica mostra di Ida Gianelli che scelse due soli autori, lei come si collocherà?

Ho scelto 14 artisti. Il progetto Vice versa prevede 7 ambienti: di cui 6 sono all’interno del Padiglione e uno è nel Giardino delle Vergini. Ogni ambiente ospiterà due artisti per volta, accostati in un dialogo ideale sulla base di affinità sia tematiche che processuali. È pensato come una riflessione sulla loro opera. Ma il curatore ha anche il compito di aiutare gli artisti, di metterli nelle condizioni perché possano esprimersi al meglio.

Un esempio di “connessione”?

ca-giustinian-biennale-veneziaQuella fra Fabio Mauri e Francesco Arena sul tema del corpo e della storia, per esempio. Entrambi hanno interpretato passaggi importanti della nostra storia: Mauri, il fascismo, Arena, il terrorismo. Ma filtrati attraverso il proprio corpo.In Mauri la performance. Con Arena ritroviamo quei suoi lavori che fanno riferimento al suo corpo come misurazione delle cose.

L’attenzione al sociale ha sempre connotato fortemente il suo lavoro di curatore. Anche in questo caso?

Sì, per me l’arte è inscindibile da una prospettiva sociale. E i veri artisti interpretano il loro tempo. Questo nel Padiglione sarà estremamente evidente. Da curatore penso sia importante arricchire il lavoro degli artisti con la sociologia, con la storia, con la politica, in senso alto. Anche con la geografia. A Venezia ci sarà, per esempio, Luigi Ghirri che ha lavorato tantissimo sull’idea di paesaggio. Così come Luca Vitone. Saranno insieme nella stessa stanza. In tutto il mio percorso è sempre stato vitale questo tipo di approccio.

Già questo è un elemento di novità rispetto al main stream che va per la maggiore nei musei occidentali…

Forse sono meno visibili di altri ma ci sono artisti che affrontano questioni a livello globale, non solo a livello locale. Parlo di un’arte che ha riflettuto sulle tematiche del territorio, del sociale, a livello politico. Un tipo di arte con cui molti della mia generazione sono cresciuti. Il tipo di arte di cui lei parla è ascrivibile a una dimensione di mercato. E in effetti in questi anni a prevalere sono state altre logiche, legate a derive di quel sistema. Il mercato in sé non sarebbe un male ma negative sono le derive del mercato, quando il mercato diventa speculazione, quando diventa pura finanza e alcuni musei, gallerie e molti collezionisti hanno rivolto l’attenzione a quell’aspetto. Con la crisi, oggi, questo sistema si è molto ritratto. Un tipo di arte di “successo” fa già parte di un panorama passato. E un altro modo di fare arte penso abbia ora la possibilità di essere più visibile.

La crisi, paradossalmente, ha avuto effetti positivi?

Positivi fra virgolette. Virtualmente positivi. Anche questo sarà evidente a Venezia. Gli interventi saranno molto secchi, le opere non voglio dire che siano dure, ma avranno un aspetto di grande impegno. Anche rispetto allo spazio, che sarà molto forte, molto caratterizzato. Gli artisti stanno sviluppando dei progetti che reagiscono al contesto. Visivamente sarà un percorso teso. Di certo non farà leva sulla decorazione.

Nelle ultime tre edizioni della Biennale d’arte, nella mostra internazionale, ha prevalso l’arte concettuale, quella più autoriflessiva, razionale, disseccata. Al confronto le ultime edizioni delle Biennali architettura sono apparse più ricche di fantasia, “calde”, coinvolgenti. Forse perché l’architettura deve tener conto dell’abitare umano.

C’è una distinzione da fare: mentre i padiglioni nazionali presentano delle monografiche o comunque contano su un numero limitato di artisti e lì si può fare un discorso curatoriale, la mostra principale, quella internazionale, ha a che fare con più di cento artisti; ha a che fare con tutto e con tutti, l’obiettivo è far vedere, documentare ciò che sa accadendo. Con titoli molto ampi. Per usare un eufemismo. Titoli del tipo “Fare mondo”, “Illuminazioni”…

Massimiliano Gioni

Massimiliano Gioni

Ma non è responsabilità anche di quelli che Bonito Oliva chiama «curatori camerieri»?

Certo, c’è chi tenta di dare una propria visione e chi fa un lavoro più di servizio. Non è il caso di Massimiliano Gioni (il direttore della Biennale 2013, ndr) a mio avviso, che invece ha individuato un tema molto interessante e guarda anche fuori dal mondo dell’arte recuperando aspetti antropologici, sociologici, intorno al tema dell’archivio e della classificazione.

Con uno sguardo al mondo della moda?

No, decisamente.

Lei ha sempre detto che le piace collaborare. Con Gioni avete avuto modo di confrontarvi in questi mesi?

Collaborare è una parola grossa in questo caso. Il tempo è pochissimo. Però ho trovato molti punti di contatto nella scelta dei temi, c’è un contesto che ci unisce. La collaborazione invece si è sviluppata nel grande team che sta lavorando al padiglione e per la realizzazione del catalogo: ho invitato più autori – fra loro Marco Belpoliti, Elena Volpato e Stefano Chiodi – ad affrontare le tematiche sviluppate dagli artisti nelle varie stanze. Questa riflessione sfocerà in un convegno ad ottobre dove riprenderemo i fili di quanto succederà in Biennale.

dal settimanle left

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Defanti: l’eugenetica non c’entra nulla con la diagnosi preimpianto

Posted by Simona Maggiorelli su settembre 21, 2012

L’eminente neurologo Carlo Alberto Defanti denuncia l’infondatezza delle tesi di chi, acominciare dal ministro della Salute Renato Balduzzi,  vuole proibire la normale diagnosi preimpianto

di Simona Maggiorelli

Carlo Alberto Defanti

Fra i massimi esperti di bioetica e già primario di Neurologia al Niguarda di Milano, Carlo Alberto Defanti è lo specialista che ha avuto in cura Eluana Englaro. Dopo il libro  Soglie. Medicina e fine della vita (Bollati Boringhieri) ora pubblica per Codice edizioni, un saggio che ricostruisce la storia dell’eugenetica (Eugenetica, un tabù contemporaneo), indagando l’uso aberrante e strumentale che il nazismo fece delle idee di Francis Galtong, cugino di Darwin e fondatore dell’eugenetica.

Professor Defanti, come nasce l’eugenetica?

Nasce in stretta connessione con la teoria darwiniana dell’evoluzione della specie anche se non c’è un rapporto diretto di derivazione. Francis Galtong, il fondatore, la definì «la scienza che tratta di tutte le influenze che migliorano le qualità innate di una razza e di quelle che le sviluppano per il massimo vantaggio». Allora si temeva che il venir meno del meccanismo della selezione naturale nelle società umane potesse condurre a un declino della specie. Se ne vedevano esempi nella popolazione delle città industriali e nella diffusione dell’alcolismo e della criminalità. Nei Paesi in cui le idee di Galtong si tramutarono in legge, come gli Stati Uniti, i Paesi scandinavi e soprattutto la Germania hitleriana, esse portarono a provvedimenti inaccettabili di sterilizzazione delle persone con ritardo mentale. E ciò ha fatto crescere un discredito del movimento eugenetico, tanto che oggi chi  si oppone a qualsiasi intervento sul processo procreativo, anche se per prevenire la nascita di bimbi con gravi malattie, lo condanna come “deriva eugenetica”.

Il ministro della Salute Renato Balduzzi, politici cattolici  e quotidiani come l’Avvenire dicono, appunto, che la diagnosi preimpianto apre all’eugenetica, cosa ne pensa?

L’eugenetica galtoniana non c’entra proprio nulla. La diagnosi preimpianto è una pratica che la genetica umana moderna ha messo a punto da non molti anni e che viene regolarmente eseguita in molti Paesi europei. Le malefatte dell’eugenetica storica vengono usate per impedire l’accesso delle coppie consapevoli a procedure mediche collaudate e accettate.

Eugenetica

Volere un figlio sano, perché non debba patire inutilmente e morire presto per malattie genetiche devastanti e incurabili, può essere paragonato all’idea nazista di selezione della razza che, come lei scrive nel suo libro, ha dietro  un’idea di morte, di sterminio?

Sicuramente no. Anche qui entra in gioco quello che nel mio libro ho chiamato il ricorso scorretto al “tabù dell’eugenetica”.

La diagnosi prenatale e la diagnosi preimpianto dovrebbero essere considerate esami per la tutela della salute della madre e del nascituro, come accade per l’amniocentesi?

Non ho dubbi su questo, come non ne hanno le principali società scientifiche di genetica umana, che anzi lo suggeriscono nel quadro del counseling genetico delle coppie a rischio.

Ma se la diagnosi prenatale è eugenetica allora dovrebbe essere condannato come tale anche l’aborto terapeutico? 

In teoria con l’aborto terapeutico si ottiene lo stesso risultato che con la diagnosi preimpianto, ma, è ovvio, si tratta di un modo assai meno accettabile per la donna. Il paradosso italiano è che, mentre l’aborto terapeutico è consentito (dalla legge 194), non lo è la diagnosi preimpianto (dalla Legge 40).

Paventando «l’uomo bionico creato in laboratorio», il vescovo Mogavero ammoniva agli scienziati  che secondo l’alto «non dimenticare mai che esiste un solo creatore».

La posizione dei vescovi si rifà all’idea di “lasciar fare alla natura”; in altre parole, mentre la natura è “buona”, l’artificio è cattivo e pericoloso. Ma se fosse così la medicina moderna dovrebbe essere abbandonata, trattandosi di un enorme processo artificiale che, en passant, ha debellato le gravi malattie del passato ed ha contribuito all’allungamento della vita. Certo bisogna essere prudenti e sapere distinguere: ogni intervento sulla vita umana è passibile di essere usato a fin di bene ma anche per scopi non accettabili. Ma condannare in blocco ogni intervento non ha alcun senso.

da left-avvenimenti nunero 36 dell’8 settembre 2012

da La Stampa 12.9.12
L’eugenetica maledetta dal tabù nazista
La disciplina è figlia del darwinismo, ha influenzato scrittori, antropologi e politiche di welfare. Un saggio ne ripercorre la storia
di Oddone Camerana

Fin dal titolo il nuovo libro di Carlo Alberto Defanti Eugenetica: un tabù contemporaneo. Storia di un’idea controversa (Codice edizioni), evoca l’emarginazione cui è stata sottoposta l’eugenetica storica sul piano conoscitivo. Purgatorio dovuto al fatto di aver identificato riduttivamente quest’idea con la sua manifestazione più clamorosa, il razzismo nazista della prima metà del Novecento. Identificazione che le è costato il prolungato silenzio critico e storico da cui detta idea ha cominciato a uscire solo di recente.
L’aver rinchiuso l’eugenetica nel baule delle vergogne, dimenticando le manifestazioni più problematiche di quell’idea, ha rischiato di favorire chi ha cercato in seguito di seguirne le tracce sotto le mentite spoglie della genetica. Fenomeno, questo, evidente nei titoli di alcuni testi citati da Defanti: quello del sociologo americano Tony Duster Backdoor to Eugenics («La porta posteriore dell’eugenetica») 1990 e un articolo di Diane Paul Is Human Genetics Disguised Eugenetics («la genetica sugli umani è eugenetica camuffata? »). Ma al di là del pericolo descritto, rischio che riguarda l’attualità, sta di fatto che da un punto di vista più generale la lettura della cultura dell’Ottocento e del primo Novecento da cui l’idea eugenetica è stata rimossa perché indegna è una lettura purtroppo impoverita. Per sbagliata e perversa che sia stata, l’idea eugenetica ha comunque mosso una cospicua parte del pensiero otto-novecentesco uscito dal cappotto di Darwin. Lo sconvolgimento prodotto dal naturalista inglese è stato, per ciò che riguarda la perduta centralità dell’uomo rispetto alla natura, pari allo shock prodotto da Copernico per ciò che ha riguardato a suo tempo la perduta centralità del pianeta terra rispetto all’universo. In soccorso dell’uomo privato del suo ruolo tradizionale, smarrito a seguito del fatto di essere stato gettato nel coacervo dell’evoluzione naturale che lo riguardava insieme al resto del creato animale e vegetale, si sono espressi i più celebri nomi dell’eugenetica storica.
In questa luce i testi di scienziati, antropologi, filosofi come A. B. Morel e O. Spengler per limitarci ai pessimisti, o quelli di F. Galton, H. Spencer e G. Vacher de Lapouge e financo i romanzi di E. Zola e H. G. Wells, acquistano peso per la visione eugenetica in cui sono immersi. Il sospetto suscitato dalla teoria evoluzionistica darwiniana che la fase della selezione naturale si fosse conclusa, unito al timore che i meccanismi di protezione dei più deboli potessero sostituirsi alla selezione stessa, inceppando così il motore evolutivo, furono sufficienti ad attivare il darwinismo sociale, potente motore dell’eugenetica. Tra il ricovero in istituti come La Piccola Casa della Divina Provvidenza del Cottolengo dei disabili e il programma eugenetico delle «vite indegne di essere vissute» da eliminare, occorreva trovare una mediazione che facesse dimenticare il patto faustiano tra scienza medica e regime totalitario, la prima bisognosa di autorità e potere per affermarsi, il secondo pronto a offrirlo in cambio di legittimità scientifica.
Ciò detto per quanto riguarda il ruolo determinante dell’eugenetica storica, resta da far presente come non vadano dimenticati i campi di azione in cui quest’ultima fece sentire la sua influenza sebbene in maniera indiretta o in tono minore di quanto non avvenne per il razzismo. Senza il contributo dell’eugenetica storica, infatti, l’intervento dello Stato nell’igiene pubblica, nella sanità e nel welfare non avrebbero preso la dimensione assunta nel corso del tempo. Lo stesso dicasi per ciò che riguarda l’impulso dato alla biologia, alla scienza e alla tecnica, in genere al progresso di cui l’industria e la proletarizzazione delle masse urbanizzate non tardarono a mostrare i volti della degenerazione e della decadenza, gli incubi rappresentati dagli scrittori naturalisti come Zola e Dickens per fare due nomi tra i più noti. Di qui la nostalgia per la perduta purezza delle razze sentita da Gobineau, il senso del tramonto dell’Occidente descritto da Spengler, l’auspicata riforma della Giustizia per fronteggiare l’emersione degli atavismi criminali delineati da Lombroso, il sorgere del bisogno di separare la sessualità dalla procreazione, la voluttà e il piacere dalla riproduzione, come richiesto da Vacher de Lapouge e l’accanirsi del confronto tra natura e cultura, tra qualità innate (ereditate) e ambiente in senso lato.Se il pericolo di rimuovere l’idea eugenetica vale per il passato nei modi sopra descritti, in diversa misura vale anche per oggi sebbene in presenza di un contesto sociale, scientifico e culturale completamente mutato. Se infatti l’affermarsi dei diritti individuali, umani, soggettivi dei disabili e delle garanzie come quella del consenso medico informato da una parte e la realtà dei passi da giganti compiuti dalla biomedicina, dalla genetica dall’altra, sono insieme una rassicurazione che gli orrori razziali trascorsi prodotti dall’eugenetica sono solo un ricordo, questo non toglie che l’idea eugenetica sia del tutto sconfitta. La pratica del counseling genetico, per fare un esempio, può nascondere forme di imposizione demografiche legate alla concessione di licenze matrimoniali vantaggiose. La possibilità della manipolazione della vita resta pertanto una minaccia che il business procreativo è in grado di coprire dietro promesse di qualità della vita. La massima confuciana secondo la quale la vita non inizia prima della nascita lascia molte strade aperte alla biopolitica.

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Sculture come magneti di storia

Posted by Simona Maggiorelli su luglio 8, 2012

Muri di valigie di chi non tornò mai dal lager. Monocromi e  scabre opere grafiche. A Milano una retrospettiva dedicata a Fabio Mauri

di Simona Maggiorelli

Fabio Mauri, Muro occidentale o del pianto 1993

La ferita aperta dal fascismo non si rimarginò mai in lui. E, con spietato coraggio, per tutta la vita continuò a interrogarsi su come fosse potuta accadere quell’immane tragedia. Lo fece con opere grafiche scabre, graffiate e, a loro modo, poetiche.

Con quadri laceri e arsi come le tele di Alberto Burri. E ancora con opere monumentali come una parete di valigie appartenute a chi non tornò mai a casa. Quel Muro occidentale o del Pianto  presentato alla Biennale di Venezia del  1993 ora svetta in Palazzo Reale a Milano al centro della mostra Fabio Mauri The End (dal 18 giugno al 23 settembre, catalogo Skira) richiamando alla mente la memoria dei deportati nei campi di concentramento ma anche l’immagine dei migranti di oggi, venuti dal Sud del mondo per morire di lavoro in un cantiere o ancor prima di arrivare, naufraghi in mare.

Un tema quello della denuncia del razzismo che percorre carsicamente tutta l’opera di Fabio Mauri, fin dalla performance L’Ebrea del 1971, con una donna, sola e nuda, al centro di una scena asettica. «In Ebrea il razzismo ebraico (anti) sta per quello negro, come per ogni altra specie o sottospecie di razzismo» annotava in quello stesso anno, in un frammento ora raccolto nel libro Fabio Mauri, Ideologia e memoria appena uscito per Bollati Boringhieri. E ancora, tornando a scavare le radici marce del regime e la falsa coscienza dell’ideologia: «Mi rendevo conto che il fascismo e il nazismo non erano eventi obbligatori, non erano un fatto geografico e quasi naturale come si voleva credere allora. Ma che erano attraversamenti arbitrari, terrificanti, falsi e mortali, privi di pensiero». Così rifletteva Fabio Mauri  in una delle sue ultime conversazioni con Achille Bonito Oliva. E poi aggiungeva con lucidità: «La stupidità genera morte, l’ho visto con i miei occhi».

Da questa bruciante consapevolezza nasceva una delle sue opere più note Che cosa è il fascismo, un lavoro performativo che distillava in scrittura drammaturgica l’esperienza giovanile di trovarsi d’un tratto,  suo malgrado,  fra giovani Balilla «stolidamente militarizzati».

Un teatro straniante quello di Fabio Mauri, tragico, ma che non conosceva catarsi. Alimentato com’era da un corrosivo esistenzialismo che a tratti sembrava precipitare nel  nihilismo. Come quando, per liberarsi da una cultura uccisa dagli stili o per protestare contro le piatte immagini della televisione, ostentava schermi bianchi e cercava «il grado zero dell’immagine», come si diceva allora con linguaggio aridamente strutturalista.

Fabio Mauri

E se i suoi “oggetti trovati”, microfoni, vecchi corni, orologi, zaini, come reperti di epoche passate, sono ancora oggi magneti che ci restituiscono il senso della storia, questa produzione più freddamente avanguardistica fatta di monocromi e di schermi nudi è quella che risulta più datata dell’opera di Mauri che questa mostra milanese curata da Francesca Alfano Miglietti ha comunque il merito di riproporre per intero in questa prima, vera, retrospettiva dalla morte dell’artista avvenuta nel 2009. Approfondire la personalità di Fabio Mauri, non solo come artista ma anche come editore, del resto, permette di comprendere più a fondo la temperie di gruppi intellettuali pre e post sessantottini (come quelli che si riunivano intorno alla rivista Quindici) che con il loro esistenzialimo intriso di cattolicesimo hanno segnato – e non sempre in positivo – la cultura italiana.

da left-avvenimenti

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In ricordo di Saramago, Nobel ribelle

Posted by Simona Maggiorelli su maggio 22, 2011

 In un intenso libro intervista edito da L’Asino d’oro edizioni un ritratto dello scrittore Josè Saramago visto da vicino. E’ firmato dal giornalista e scrittore Baptista-Bastos, che con il Nobel portoghese ha condiviso la battaglia contro il fascismo di Salazar ma anche passioni letterarie e di vita.

di Simona Maggiorelli

Il Nobel Saramago

«Oltre ad essere un saggio, un erudito che manifestava una solidarietà assoluta nei confronti degli altri, José Saramago è stato uno degli uomini più liberi che ho conosciuto». Con queste parole cariche di emozione e di affetto il giornalista e scrittore portoghese Baptista-Bastos ricorda l’amico di sempre, José Saramago, al quale è stato legato anche da una comune e forte militanza politica. «Ci siamo avvicinati nel corso della lotta contro il fascismo portoghese» ricorda Baptista Bastos che al premio Nobel scomparso l’anno scorso ha appena dedicato il libro José Saramago, un ritratto appassionato ( L’Asino d’oro edizioni). «E in modo del tutto naturale – aggiunge – perché eravamo mossi da una grande complicità politica ma anche da un forte imperativo morale. I tempi, le problematiche, un’enorme affinità culturale ed etica hanno cimentato un’amicizia e un rispetto reciproco, mai sopiti».

«Tutti i miei romanzi sono politici» le dice Saramago nel libro intervista. La letteratura, per lui, era anche un esercizio di responsabilità culturali, etiche, civili?

Tutti i romanzi sono politici. Oppure riflettono malintesi politici. L’arte di Saramago rifletteva non solo le sue preoccupazioni riguardo al momento storico, ma anche l’imperativo etico ed estetico di aiutare gli altri a comprendere il mondo. Grazie a un’immaginazione potente e una creatività non comune, lui forniva gli strumenti per capire la realtà che ci circonda. Il lettore, poi, avrebbe giudicato secondo il proprio intendimento. L’arte di Saramago è un formidabile invito a una libera libertà.

Con lei Saramago torna a dirsi «comunista e scrittore». La trasformazione sociale e la sua idea di uomo nuovo, però, non erano né messianiche né meccanicistiche. Che cosa significava per lui la necessità di «rendere l’uomo più umano»?

Si diceva comunista e scrittore, non scrittore comunista. Saramago, prima di tutto, era uno scrittore; dopo veniva il resto. La preoccupazione per le strade imboccate dall’umanità gli faceva sentire l’urgenza, la necessità di affermare: «Il ventunesimo secolo sarà il secolo dell’uomo o non sarà». Apparteneva a quella immensa famiglia letteraria che, dall’antichità classica a oggi, considera preziosa l’individualità di ciascuno, senza ingabbiarla rigidamente nelle differenze.

A Torino anni fa, in un elogio di Cassandra, Saramago disse che oggi Cassandre necessarie, capaci di guardare lontano, sono gli scienziati, troppo spesso inascoltati. Ma ricordo anche che in Italia si batté al fianco di Luca Coscioni per la ricerca sulle staminali embrionali.

Ovunque si lottasse per una scienza consapevole, in ogni battaglia per il progresso della conoscenza contro ogni forma di oscurantismo (in particolare l’oscurantismo e la superstizione vaticana), lì era José Saramago. Un uomo e il suo destino, o il destino che Saramago ha voluto per se stesso, ecco la sua definizione.

Nel vostro dialogo Saramago dice che è la mente dell’uomo a creare Dio. Nel Quaderno (Bollati Boringhieri,2008) scriveva: «il pianeta sarebbe molto più pacifico se tutti fossimo atei»: Come si articolava la sua denuncia della violenza esercitata dalle religioni?

Secondo Saramago, l’uomo ha creato gli dei per superare le proprie paure. Ma l’impresa non ha prodotto che nuove paure. Saramago considerava suo compito combattere la paura, costruire forme avanzate di civiltà e solidarietà.

Tornando alla letteratura, lei rileva l’importanza che le immagini femminili hanno nella letteratura di Saramago. In che modo, a suo avviso, sono centrali?

La donna è compagna dell’uomo, non per seguirlo ma per camminare al suo fianco. E le figure femminili nell’opera dello scrittore portoghese assurgono a una dimensione potentissima, sono loro, le donne, a determinare e stimolare le grandi correnti della Storia. Tempo fa mi sono trovato a riflettere sulle somiglianze fra i personaggi femminili in Saramago e in Elio Vittorini, le «garibaldine», nel cui animo risiede tutto il coraggio del mondo.

Nei Quaderni di Lanzarote (Einaudi)-in cui lei compare fra i dedicatari- Saramago scriveva : «sono ancora uno stato di buon funzionamento, per non dire che mi sembrano del tutto intatti i doni di immaginazione e ingegno con cui sono venuto al mondo. Ora, in modo repentino ma non inaspettato, vedo aprirsi davanti a me prospettive nuove». La sua ricerca di uomo e di artista non si fermò mai?

Spesso Saramago si interrogava sull’avanzare dell’età. Lo faceva prendendo le mosse da quell’aristocrazia dello spirito molto vicina a Montaigne. L’idea di domare l’ignoto, l’oscuro, non lo abbandonava mai. Ma bisogna dire che il coraggio di Saramago era di natura morale, oltre che fisica. Credo sia stata l’unione di queste due caratteristiche a rendere lo scrittore portoghese l’uomo speciale che è stato e a permettergli di lasciarci un’opera monumentale per l’ampiezza delle sue proposte.

dal settimanale Left-Avvenimenti

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Editoria. La tentazione del cartello

Posted by Simona Maggiorelli su dicembre 3, 2009

Dopo molti anni di crescita costante (anche se lenta) il mercato editoriale italiano nel 2009 segna una significativa battuta di arresto legata, in parte, alla congiuntura di crisi economica che il Paese sta attraversando. Ma a ben guardare, quel meno 4,2 per cento di libri venduti registrato dall’Associazione italiana editori (Aie) rispetto al 2008 potrebbe non essere poi così negativo.
Non si arrabbino gli editori ma scoprire tra le recenti rilevazioni di Nielsen Bookscan che la diffusione della lettura, anche grazie alle iniziative di biblioteche e di nuovi circoli di lettura, è passata dal 44 per cento del 2008 al 45,1 per cento del 2009 risulta incoraggiante; anche in vista del lungo cammino che l’Italia deve percorrere per avvicinarsi, per esempio, a Paesi europei come Francia e Spagna dove la passione per la lettura di libri contagia, rispettivamente, il 60 e il 72 per cento della popolazione. Come sia potuto accadere che in Italia si legga di più nonostante si comprino meno libri è la prima domanda a cui l’ottava edizione di Più libri più liberi tenterà di rispondere. La fiera romana della piccola e media editoria, in programma dal 5 all’8 dicembre al Palazzo dei Congressi dell’Eur, dedica a questo tema un convegno in cui interverranno, tra gli altri, Miria Savioli di Istat e Renata Gorgani de Il Castoro, con l’obiettivo di indagare anche il processo che ha portato i “lettori forti” in un anno dal 13,2 per cento al 15,2 per cento e quelli occasionali (che leggono da uno a tre libri l’anno) dal 47,7 per cento al 44,9. L’analisi di ciò che sta accadendo in Italia a raffronto con il resto d’Europa, infine, viene affrontato il 5 dicembre, in una tavola rotonda organizzata dall’Aie e dall’Osservatorio permanente europeo sulla lettura diretto da Michele Rak dell’università di Siena.

Ma capire come stia cambiando il pubblico dei lettori pur essendo importante non basta per fotografare il momento che sta attraversando l’editoria italiana, segnata com’è da sempre più forti presenze monopolistiche. Anche perché pare già tramontata la fase in cui da una parte c’era il colosso Mondadori con tutta la sua potenza economica e dall’altra una miriade di piccole e medie case editrici indipendenti, forti delle proprie idee. Nel corso degli ultimi due anni il panorama dell’editoria italiana si è fatto assai più ingarbugliato e difficile da leggere. Quel che emerge a occhio nudo è che, stretti nella morsa delle grandi concentrazioni, alcuni marchi prestigiosi della piccola e media editoria hanno cominciato ad ammainare la bandiera dell’indipendenza decidendo di apparentarsi a holding di grandi dimensioni. E se il fatto che la casa editrice Carocci sia entrata nell’orbita de Il Mulino non ha fatto troppo scalpore, (dal momento che si tratta di due case editrici “omogenee” nella scelta di ambito scientifico e universitario) diverso è il caso di uno storico marchio come Bollati Boringhieri e ancor più quello di una casa editrice che fa tendenza come Fazi, entrambe entrate questo autunno nel gruppo Mauri-Spagnol (GeMS). Parliamo in questo caso di una holding che dal 2005 a oggi ha acquisito una lunga fila di marchi: Longanesi, Garzanti, Guanda, Corbaccio, Vallardi, Tea, Nord, oltreché Ponte alle Grazie e Salani che già erano per metà controllate dalla famiglia Spagnol. Ma GeMs vanta nella sua “scuderia” anche una casa editrice “corsara” e di controinformazione come Chiarelettere (di cui detiene il 49 per cento).

Così, incontrando l’editore Elido Fazi per fare il punto sullo stato di salute della piccola e media editoria in occasione della fiera romana, la domanda sorge inevitabile: che cosa spinge un editore che non ha il bilancio in rosso a cedere il 34 per cento della proprietà a una holding esterna? «Nel mio caso volevo liberarmi di alcune competenze tecniche per concentrarmi di più sulle strategie editoriali, sulla parte più creativa del mio lavoro » confessa Fazi, editore di saggi coraggiosi come Il libro nero della psicoanalisi e di letteratura alta (dal premio Pulitzer, Straut, a Pahor a Manseau), ma anche eclettico saggista (sta scrivendo un libro sul poeta Keats che uscirà in primavera).
«Ma al di là delle mie esigenze personali  la decisione di entrare in GeMS- spiega Fazi – è dettata dal fatto che volevamo un’alleanza con un gruppo editoriale che ci permettesse di mantenere l’autonomia ma al tempo stesso ci fornisse il know how, le competenze necessarie per fare un ulteriore salto di qualità.  Insomma – chiosa l’editore – GeMS ci è sembrato la scelta migliore, è un gruppo estremamente vitale. Da parte nostra siamo cresciuti anche quest’anno. Siamo sani come un pesce». Tanto più allora: perché vendere? «Quando si è in buona salute una quota si vende meglio. è quando si è in difficoltà che si ottiene poco »abbozza l’editore romano che prima di mettersi a fare questo mestiere a quarant’ anni aveva alle spalle anni di lavoro all’Economist. «L’obiettivo – ribadisce – è mantenere l’autonomia all’interno di un gruppo in cui entriamo come uno dei marchi di punta, acquisendo al contempo competenze che in un medio editore sono un po’ scarse».

In un mondo editoriale in cui giganteggiano “majors” che possono controllare tutta la filiera – dalla produzione alla distribuzione, alla vendita – anche per un medio editore può risultare difficile riuscire a raggiungere il proprio pubblico e far sopravvivere i propri titoli al feroce turn over della vetrina. Anche per questo Feltrinelli un anno fa ha deciso di acquistare Pde (Produzione distribuzione editoria). Avendo già dalla sua il valore aggiunto di molte librerie sparse per la penisola. «Io non so se nel tempo quella di Feltrinelli si rivelerà la scelta giusta. Anche la loro dimensione non è sufficiente oggi per operare in piena autonomia. E tanto meno riesce a farlo un editore medio piccolo. Da solo non può giocarsela alla pari con i grandi editori». La situazione italiana da questo punto di vista è ben nota, Mondadori possiede il 30 per cento del mercato. «E tutti – stigmatizza Elido Fazi – vogliono andare lì per i soldi. Gran parte della sinistra va sulle ali di Berlusconi: tranquilla, perché paga bene. Perfino gli antiberlusconiani più accaniti come Vauro, quando si tratta di pubblicare, lo fanno con il Cavaliere. è una cosa italiana: tengo famiglia, i soldi fanno comodo a tutti».
Simona Maggiorelli

da Left-Avvenimentii del 4 dicembre 2009

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Saramago, indignazione da Nobel

Posted by Simona Maggiorelli su ottobre 9, 2009

Lo scrittore portoghese è in Italia per presentare le sue acute riflessioni affidate a un blog. E ora a un libro. Eccone un piccolo assaggio

di José Saramago

Saramago

Saramago

Una buona notizia, diranno i lettori ingenui, supponendo che, dopo tanti disinganni, ve ne siano ancora. La Chiesa anglicana… ha annunciato una importante decisione: chiedere perdono a Charles Darwin, ora che si commemorano i duecento anni  della sua nascita, per il modo in cui lo ha trattato dopo la pubblicazione dell’Origine delle specie e, soprattutto, dell’Origine dell’uomo... Anche se Darwin fosse vivo e disposto a mostrarsi benevolo, dicendo «sì, perdono», la generosa parola non potrebbe cancellare un solo insulto, una sola calunnia, una sola manifestazione di disprezzo dei molti che gli caddero addosso. L’unica a trarne beneficio sarebbe la Chiesa anglicana, che avrebbe aumentato, senza spese, il suo capitale di buona coscienza. Ringraziamola comunque del suo pentimento, che forse spingerà il papa Benedetto XVI a chiedere perdono… a Giordano Bruno, cristianamente torturato, con molta carità e perfino al rogo su cui fu bruciato. Questa richiesta di perdono non sarà gradita ai creazionisti nordamericani. Fingeranno indifferenza ma è evidente che si tratta di un ostacolo ai loro piani. Un ostacolo per quei repubblicani che, come la loro candidata alla vicepresidenza, inalberano la bandiera di questa aberrazione pseudoscientifica chiamata creazionismo (settembre 2008).

Ateismo militante
(…) le religioni non solo non avvicinano gli esseri umani, ma vivono, loro stesse, in stato di permanente mutua inimicizia, nonostante tutte le arringhe pseudo-ecumeniche ritenute vantaggiose da una parte e dall’altra per occasionali e passeggeri motivi di ordine tattico. Le cose stanno così da che mondo è mondo e non si vede alcun indizio di un possibile cambiamento. Salvo l’ovvia idea che il pianeta sarebbe molto più pacifico se tutti fossimo atei. (febbraio 2009).

Dogmi
I dogmi più nocivi forse non sono quelli che come tali sono stati espressamente enunciati, quale è il caso dei dogmi religiosi, perché quelli fanno appello alla fede e la fede non sa né può mettere in discussione se stessa. Il guaio è che si sia trasformato in dogma ciò che, per sua natura, non ha mai aspirato ad esserlo. Marx per esempio, non ha dogmatizzato, ma sono subito spuntati pseudo-marxisti pronti a convertire Il capitale in un’altra Bibbia…(novembre 2008).
Berlusconi e Co.
Secondo la rivista nordamericana Forbes il gotha della ricchezza mondiale, la fortuna di Berlusconi ascenderebbe a quasi diecimila milioni di dollari. Onoratamente guadagnati, è chiaro, sebbene con non pochi aiuti esterni, come ad esempio il mio. Essendo io pubblicato in Italia dall’editrice Einaudi, proprietà di Berlusconi, qualche soldo glielo avrò fatto guadagnare. Una infima goccia d’acqua nell’oceano, ovviamente, ma che gli sarà servita almeno per pagarsi i sigari, ammettendo che la corruzione non sia il suo unico vizio… Ebbene, come di solito si sente dire, i popoli sono sovrani, ma anche saggi e prudenti, soprattutto da quando il continuo esercizio della democrazia ha fornito ai cittadini alcune nozioni utili a capire come funziona la politica e quali sono i diversi modi per ottenere il potere. Ciò significa che il popolo sa molto bene quel che vuole quando è chiamato a votare. Nel caso concreto del popolo italiano – perché è di questo che stiamo parlando e non di un altro (ci arriveremo) – è dimostrato come l’inclinazione sentimentale che prova per Berlusconi, tre volte manifestata, sia indifferente a qualsiasi considerazione di ordine morale. In effetti, nel paese della mafia e della camorra, che importanza potrà mai avere il fatto privato che il primo ministro sia un delinquente? In un paese in cui la giustizia non ha mai goduto di buona reputazione che cosa cambia se il primo ministro fa approvare leggi a misura dei suoi interessi, tutelandosi contro qualsiasi tentativo di punizione dei suoi eccessi e abusi di autorità? ( settembre 2008).

Che fare con gli italiani?
… è appena giunta la notizia delle dimissioni di Walter Veltroni. Ben vengano, il suo Pd è cominciato come una caricatura di partito ed è finito,senza parole né progetti, come un convitato di pietra sulla scena politica… Veltroni è responsabile, certo non l’unico, ma nell’attuale congiuntura, il maggiore, dell’indebolimento di una sinistra di cui era arrivato a proporsi come salvatore. Pace all’anima sua. ( febbraio 2009).
Tratto da José Saramago, “Il Quaderno” (Bollati Boringhieri)

l’intervista: ITALIA SVEGLIATI

Un quaderno di riflessioni acuminate. Nate in margine a fatti di cronaca. Ma non solo. Prima affidate con passione da blogger  all’immediatezza della Rete. Poi distillate in libro che, come è noto, ha avuto una travagliata vicenda editoriale. Rifiutato da Einaudi, vede ora la luce grazie a Bollati Boringhieri con il titolo Il Quaderno. E mentre si parla di un trasferimento in blocco di tutta la sua opera nel catalogo Feltrinelli (a partire dal prossimo romanzo Caino), Saramago arriva in Italia per presentare il suo nuovo libro e incontrare il pubblico. Prima tappa il 9 ottobre proprio a Torino, la città di Bollati Boringhieri ma anche dello storico marchio enaudiano acquisito dalla Mondadori di Berlusconi. Alle 21 il Nobel è al circolo dei lettori e il giorno dopo all’università. E poi ancora ad Alba, a Milano ( 12 ottobre) e a Roma (14 ottobre, al Teatro Quirino, con Marramao). In attesa di questi incontri dal vivo, left ha rivolto a Saramago qualche domanda via mail.
Il Partito del premier si chiama Partito della libertà. Che tipo di libertà propone agli italiani?
La libertà di aprire il cammino al fascismo. Molti italiani credono di vivere in paradiso, ma forse si sveglieranno all’inferno. Se, purtroppo, ciò accadesse che non cerchino altri colpevoli.
Freedom House e l’ Economist denunciano che libertà di stampa è venuta meno in Italia. Che ne pensa?
Qualsiasi persona, perfino la meno attenta, lo confermerà. Fredoom House e Economist non ci hanno detto niente di nuovo.
Perché la reazione degli italiani e del Partito democratico alle continue bugie del premier è ancora così debole?
Non chieda a un semplice scrittore portoghese che dica ciò che gli italiani dovrebbero essere i primi a sapere. Sono loro che hanno messo Berlusconi dov’è. Che decidano adesso cosa fare
C’è uno svuotamento della cultura?
La cultura italiana sta resistendo e continuerà a resistere. Si prendano come esempio Saviano, Eco, Fo, Magris, Flores D’Arcais e tanti altri che difendono la fortezza della dignità e della sapienza.
Simona Maggiorelli
(traduzione di Sonia Castillo)

da left-avvenimenti 9 ottobre 2009

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Non è più tempo di disincanto

Posted by Simona Maggiorelli su settembre 17, 2009

Dal 18 al 20 settembre 2009 torna la più importante kermesse italiana dedicata alla filosofia. A Modena, Carpi e Sassuolo oltre duecento incontri e  50 lezioni magistrali dei maggiori pensatori europei sul tema del rapporto fra io e l’altro e i nuovi orizzonti dell’idea di comunità in un orizzonte globalizzato.

di Simona Maggiorelli

festivalfilosofia di Modena

festivalfilosofia di Modena

Tramontata rapidamente la stagione in cui i filosofi, di fronte al palese fallimento della psicoanalisi, sembravano volersi riciclare come consiglieri di vita e districatori di dilemmi esistenziali, oggi i più noti pensatori sembrano tornare a sentire l’urgenza del presente e di una dimensione di riflessione pubblica e collettiva. Lo provano le numerose uscite editoriali degli ultimi mesi che riguardano i temi della democrazia, della laicità e della bioetica, dei nuovi diritti. Ma anche l’accendersi del dibattito sui giornali su temi come  l’immigrazione e sulle conseguenze dei processi di globalizzazione. Così, dopo edizioni dedicate ai “sensi” e alle “passioni”, il festival di filosofia di Modena, Carpi e Sassuolo – dal 18 al 20 settembre – punta l’attenzione sul sociale, invitando filosofi di primo piano, soprattutto europei, a riflettere sulle forme del vivere collettivo e a proporre riflessioni politiche sulla polis del futuro. Da Savater a Severino, da Rodotà a Marramao, da Nancy a Balibar ad Augé, a Bodei e a molti altri, tutti invitati a pensare nuove forme di “comunità”.

Reincantare la politica. La proposta di Giacomo Marramao:

Oggi è il compito del filosofo per una nuova civitas, come società aperta, basata su un universalismo non astratto e sulla differenza fra uomo e donna e il confronto con differenti culture. è la proposta che Giacomo Marramao il 19 settembre farà all’agorà del Festivalfilosofia, quest’anno dedicato al tema della comunità.
Professor Marramao, ma lei non era il teorico del disincanto?
Lo ero nell’epoca delle ideologie. Allora il disincanto di Max Weber era uno strumento fondamentale. Oggi, invece, insistere sul disincanto significa portare acqua al mulino dell’esistente, dei poteri consolidati. Penso anche che non si possa più parlare di comunità in termini impolitici, paradossali, heideggeriani come fanno ancora Jean Luc Nancy o Roberto Esposito. Reincantamento della politica non significa neanche cercare simboli e feticci come lo erano la razza, la famiglia, la patria per la destra del Novecento. O il successo, il guadagno e l’uso del corpo femminile per la neo destra di Berlusconi. Reincantare la politica, all’opposto, significa praticare la concreta esperienza delle passioni, del desiderio, degli amori, dei legami. Politica è l’agire in comune che ha a che fare con la dimensione dell’identità personale più profonda. Certa ideologia intesa come promessa di futuro palingenetico ha fallito. Prendendo il 1989 come data simbolica, con la caduta del muro di Berlino è diventato evidente che quella politica produceva solo un “futuro passato” in cui era tutto era già predeterminato, senza creatività, senza invenzione. Nel ’68 tentammo di operare una rottura con quei partiti ormai burocratizzati ma anche noi eravamo intrisi di ideologia, anche se più futurista. E non fu vera liberazione. Un futuro vero si apre quando è legato alla potenza dei progetti di donne e uomini che operano nella realtà concreta.
L’accelerazione dei processi di globalizzazione sta cambiando gli assetti globali. Paesi giovani, per esempio nel Sudest asiatico, sono in rapida crescita e propongono culture diverse. Ma aumentano anche i migranti dai Paesi poveri. Risposte violente, come quella italiana verso chi sbarca pacificamente alla ricerca di un lavoro sono già, di per sé, un segno del “tramonto dell’Occidente”?
L’Occidente deve cominciare a considerarsi una parte del mondo e non la storia del mondo. è una zona ricca e per ora egemonica dal punto di vista economico, ma come ho scritto in Passaggio a Occidente (che ora Bollati Boringhieri pubblica in nuova edizione, accresciuta ndr) sta diventando terra di passaggio. L’Occidente non puòpiù pensare di controllare il mondo con la Coca cola, come se le merci potessero creare una connessione di senso, una dimensione simbolica forte in cui gli umani si possano riconoscere e unificare, omologandosi. Sì, tutti usano i jeans e internet ma non hanno rinunciato alle proprie identità. Anzi accentuano le proprie identità differenziali rispetto all’Occidente. Tendendo a radicalizzarle. Questo significa che se vogliamo trovare una dimensione simbolica che possa unificare il genere umano non può essere quella del mercato.

Il problema, lei dice, è l’indifferenza, in che senso?

Prendiamo la violenza fondamentalista, ad esempio. Non è dovuta come nelle epoche passate a odio fra gruppi differenti ma a una mancata conoscenza, a un meccanismo securitario di indifferenziazione. I kamikaze delle twin towers hanno ucciso non sapendolo anche individui di etnie arabe. Con la stessa indifferenziazione dei bombardieri Usa in Vietnam ieri e oggi in Iraq e Afghanistan. è una violenza indifferenziata che nasce dalla chiusura pregiudiziale a qualunque forma di esperienza sull’alterità e non da una ostilità determinata.

«Violenza indotta dall’indifferenza» ma anche dovuta a un incontro con l’altro basato su un fondamento religioso. Dunque astratto e disumano?
Accade quando si trova nelle religioni un elemento di identificazione. Se si chiede alla Lega di dare una cifra culturale la risposta è: noi siamo cristiani. Non è neanche un fatto di fede, ma di appartenenza.
La parola stessa comunità ha uno sfondo religioso poco progressista…
Ha una ambivalenza molto forte. Oggi possiamo recuperare questa categoria solo in un senso che la proietti al di là di questa dimensione: pensare a un essere in comune di individui, donne e uomini liberi, che partendo non da astratti progetti razionali ma dalle proprie esperienze di desiderio e di legami effettivi riescono a stabilire una forma di incontro che possa proiettare l’umanità nel futuro.

da left-avvenimenti  11settembre 2009

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Una questione di civiltà

Posted by Simona Maggiorelli su agosto 7, 2009

Torna in libreria l’originale ricerca del filosofo francese Jean Fallot sul pensiero e sull’arte dell’antico Egitto

di Simona Maggiorelli

142774318_8bdb8800fb«Non si possono in alcun modo usare le categorie logiche della Grecia per avvicinarsi alla comprensione dell’Egitto» scriveva Jean Fallot, nel libro Il pensiero dell’Egitto Antico, che ora Bollati Boringhieri recupera nel suo catalogo, dopo che l’edizione del 1992, caldeggiata da Sebastiano Timpanaro, era da lungo tempo esaurita. E ancora rifiutando l’idea di Nietzsche che la tragedia greca fosse nata dal culto di Dioniso e dei misteri di Eleusi aggiunge: «Non comprenderemmo l’Egitto invocando o sottovalutando le idee dell’identico e dell’altro, la contrapposizione fra natura e società, animale e uomo, ragione e irrazionale, scienza e mito, tutte distinzioni che i Greci concepirono…».

Di formazione marxista, studioso di Epicuro e di Nietzsche, ma anche lettore di Heidegger, il pensiero di Fallot, per quanto fuori dall’establishment risentiva del groviglio di contraddizioni feroci della filosofia francese del Novecento. Ma all’epoca di questo suo ultimo libro cercava una svolta; una via d’uscita dal logos astratto e dall’angoscia di morte dell’ esistenzialismo. E credette di  intravederla nella cultura e nell’arte egizia, un universo non ancora adeguatamente esplorato; un modo di pensare per immagini che non può essere sbrigativamente classificato come pre-filosofico. Così, dopo anni di viaggi nelle terre dei faraoni e di studi, come in un diario intimo, si mise a scriverne con linguaggio nuovo. «L’Egitto resta legato alla sensazione. Per lui – annotava- è importante sentire, non concepire». Ma nell’arte egizia, che prima «raggiunge la pienezza sculturea» come testimonia lo scriba accovacciato del Louvre (2575-2323 a.C.) e mille anni più tardi la stilizzazione della forma nei raffinati rilievi d Abydos, Faillot vede una logica diversa da quella tragica di Sofocle che inventa l’enigma della sfinge («in Egitto non si è mai parlato di enigma della Sfinge») e al tempo stesso differente da quella di Platone che taglia le ali alle immagini e procede per concetti astratti. «La ripetizione della stessa figura o di un medesimo geroglifico – scrive Fallot – rimanda all’evocazione di un senso». In quelle figure geomerizzanti, dice , non c’è piatto realismo. E l’animismo e il «sensismo egizio» che ispirarono l’atomismo di Democrito non fu rozzo materialismo. Lettura affascinate, la sua. Anche se guardando certe pitture egizie ieratiche e seriali, a noi resta ancora una domanda: fino a che punto si può parlare di immagini e non di figure razionali?

da left-avvenimenti del 7 agosto

Alla scoperta di civiltà scomparse

Se Salgari e Jules Verne e poi poeti e scrittori come Gozzano e Possoa hanno fatto nascere in noi una struggente nostalgia per un Oriente e un Oltreoceano, che neanche loro avevano mai visto, studiosi di civiltà antiche, di archeologia e arte, dagli scaffali delle librerie invitano numerosi – in questi mesi – a seguirli in viaggi di carta alla scoperta di luoghi, epoche e culture lontane e scomparse.Così riscoprendo la tradizione degli scrittori in poltrona dalla parte del lettore, ecco più di una occasione per farsi un tuffo nel tempo. In concomitanza delle due grandi mostre dedicate all’arte egizia, (di cui una in corso fino all’8 novembre al Castello del Buoncosiglio di Trento) Allemandi pubblica il volume Egitto. I tesori sommersi che documenta il recupero di oltre 500 reperti dal fondo del mare da parte dell’archeologo Frank Goddio e del suo team di archeologi subacquei.La scoperta risale al 1992 e ha prodotto da allora una mostra itinerante fra Berlino, Parigi, Bonn, Madrid e la torinese Reggia di Venaria, ma anche una ricca messe di studi che hanno permesso di catalogare sculture, steli, gioielli e monete riportati alla luce da Goddio come databili fra il 700 a.C. e l’800 a.C. e provenienti dalle città di Thonis, Canope e Alessandria. Una civiltà quella egizia che, diversamente da quelle occidentali coeve, ebbe anche regine in posti di potere e di prestigio, come ci racconta la vicenda di Cleopatra, ma anche quella meno nota di Nefertiti. In forma di romanzo storico Michelle Moran la ricostruisce ne La regina dell’eternità. Il romanzo di Nefertiti (Newton Compton) tratteggiando la forte personalità della giovane donna «che fu data in sposa a Amenofi IV nella speranza che potesse distoglierlo dall’ossessione religosa per il dio Aton». Proseguendo il viaggio, dalle terre dell’antico Egitto a quelle dell’antico Oriente, troviamo un’altra guida illustre: quella dello storico e archeologo Mario Liverani. Festeggiato di recente con un convegno di studi in suo onore all’Università La Sapienza di Roma, il professore ha appena mandato in libreria un denso volume dal titolo Antico Oriente (Laterza) in cui ripercorre il suo trentennale studio delle culture della Mesopotamia, con straordinari focus, per esempio, sul mondo di Ebla, dei Fenici, dei Sumeri, degli Assiri. Dal Vicino Oriente alla nostra penisola, lungo la fitta rete di traffici che hanno sempre animato il Mediterraneo, Electa pubblica un lavoro multidisciplinare sugli Etruschi. «Venivano dal mare e si dicevano Tirreni. Ma i Romani che riuscirono a soggiogarli e a dissipare la loro cultura li chiamavano Etruschi », raccontano Davide Locatelli e Fulvia Rossi. Un popolo ai nostri occhi ancora misterioso che in Etruschi (Electa) i due ricercatori invitano a studiare, attraverso i siti archeologici e delle necropoli scavate nell’Italia centrale.

Dal quotidiano Terra

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In principio non fu il logos

Posted by Simona Maggiorelli su luglio 22, 2009

Dal pensiero  per immagini dell’epos  di Omero all’astrazione filosofica. Alle origini di un complesso passaggio della storia occidentale. Quando, scrive la filosofa Maria Michela Sassi ” Allo studio della natura  fisica si intrecciò l’interesse per ciò che diciamo anima e che i Greci chiamavano psyché»

di Simona Maggiorelli

Quattro elementi, stampa XV secolo

Quattro elementi, stampa XV secolo

Pitagora “sciamano” di Bukert e l’Empedocle magico di Kingsley. Ma forse, anche qualche suggestione dal nietzschiano Giorgio Colli accanto alla crescente importanza di studi sui contesti storici in cui i presocratici concepirono le loro opere (di cui ci restano solo dei frammenti), hanno spinto una attenta studiosa di filosofia antica come Maria Michela Sassi dell’università di Pisa a un’impresa intellettuale affascinante: provare a ripercorrere le origini della filosofia occidentale fra il VI e il V secolo a.C., uscendo dall’immagine ipostatizzata di una cultura greca tutta razionale e iscritta in un aureo equilibro, secondo i dettami del classicismo. Nel suo nuovo libro Gli inizi della filosofia: in Grecia (Bollati Boringhieri) – testo dottissimo ma dalla chiarezza appassionante – emerge così un mondo presocratico “contaminato” dal mito, aperto alle culture della Mesopotamia, in cui il passaggio dal mythos al logos appare molto più graduale, articolato e complesso di quanto  si sia scritto fino a oggi.

Professoressa Sassi, se per filosofia si intende un’attività teoretica sistematica, i presocratici sfuggono? In che modo logos e mythos connotano il loro pensiero?
In realtà il progetto di una filosofia come sistema, con delimitazioni di ambiti (logica, fisica, etica etc.) e scrittura “saggistica” non nasce prima di Aristotele. Lo stesso Platone affida alla mobilità dei dialoghi un pensiero in cui i piani si intersecano in un gioco spiazzante che fa pensare, per così dire, alle prospettive di Escher. Nella Repubblica, per dire, l’intreccio di ontologia e politica è inestricabile. è nell’età di Platone, d’altronde, che si definisce l’idea che l’“amore di sapere” (questo il senso del conio philosophia) sia un’attività specifica praticabile da una categoria di persone a essa dedicate. I primi pensatori greci non fanno “filosofia” consapevolmente e il nome filosofia non esiste ancora. La sophia arcaica era nozione fluida che si applicava ai poeti ma anche agli studiosi di matematica. Si trattava certo di una sapienza con nuovi oggetti (il mondo della natura, ad esempio) e un piglio critico peculiare ma non aveva una forma di scrittura standard: la prosa giuridica di Anassimandro, gli aforismi di Eraclito, gli esametri di Parmenide e di Empedocle sono altrettanti tentativi di trovare il più adatto registro espressivo per contenuti sentiti, questo sì, come inauditi.

La dossografia che va da Platone a Diogene Laerzio agli autori cristiani ci ha fatto da tramite per i presocratici. Ma ne ha alterato la comprensione? In un passo del libro lei scrive che agirono da normalizzatori.
Trascurando i problemi di una storiografia di genere come quella di Diogene Laerzio, estrarre quello che “un filosofo ha veramente detto” dai riferimenti di Platone, Aristotele o Clemente Alessandrino richiede molta acribia. Pensiamo che Eraclito è per noi il filosofo del “tutto scorre” perché Platone, con l’efficacia di cui era capace, ha circoscritto nel pensiero di questo suo predecessore il tema del continuo fluire del sensibile, che tanto gli interessava. Ma in Eraclito è altrettanto importante il motivo della stabilità di fondo che regge il cosmo in un’armonia tesa di opposti. Grazie alla filologia, comunque, siamo sufficientemente attrezzati per distinguere elementi di pensiero originale dalle concrezioni dell’interpretazione filosofica successiva.
Talete, Anassimandro, Anassimene erano avulsi dalle scissioni e compartimentazioni che il sapere filosofico poi avrebbe prodotto. Quando nasce, ad esempio, la dicotomia mente-corpo?
è importante rilevare che la dicotomia mente-corpo è ignota a tutto il pensiero antico, per lo meno nei termini in cui l’ha tematizzata Cartesio per l’età moderna. Per esempio il termine psyché indica l’anima sia come principio vivificatore del corpo sia come principio di conoscenza. Le funzioni mentali sono normalmente poste in continuità con quelle vitali, dunque con il corpo. Anche Platone, cui viene attribuita una concezione dualistica del rapporto anima-corpo, insiste su questa contrapposizione nella discussione sull’immortalità dell’anima contenuta nel Fedone ma altrove si mostra ben consapevole della matrice corporea dei processi cognitivi. La filosofia presocratica, in ogni caso, sviluppa un pensiero sull’anima attento da un lato ai processi fisiologici della conoscenza, dall’altro (nel movimento filosofico-religioso in cui si contano i Pitagorici, gli Orfici e Empedocle) alla natura divina e immortale dell’anima: non senza contraddizioni e tensioni.
Cosa si guadagnò e cosa si perse nel passaggio da un pensare per immagini a un pensare per concetti?
In realtà questo passaggio (che coincide più o meno con il passaggio dal mythos al logos) è tutt’altro che lineare. Il pensiero cosmologico dei presocratici è intriso di immagini. Pensiamo ad Amore e Contesa, le forze divine che muovono gli elementi di Empedocle. (Lui le chiamava «radici» pensando il cosmo organismo vivente come è tipico delle cosmologie arcaiche). Anche qui c’è stata una normalizzazione, da parte dei soliti Platone e Aristotele. Al primo dobbiamo la distinzione netta fra il carattere persuasivo dell’immagine mitica e il carattere dimostrativo del discorso razionale, al secondo l’espunzione della metafora dal discorso scientifico. In proposito consiglio di leggere uno dei libri di Geoffrey Lloyd, il più grande storico contemporaneo della scienza antica, dal titolo significativo Smascherare le mentalità (Laterza). Sono operazioni forti, quelle di Platone e Aristotele, di cui  si deve tenere conto per risalire, a monte, alle modalità concrete dell’operare dei presocratici.
Talete «primo filosofo», dice Warren ne I Presocratici. E con lui molta tradizione. Perché lei aggiunge un punto interrogativo?
Esaminando le intuizioni di studiosi come Walter Burkert e Francis Cornford nel libro ricordo che l’aprirsi delle scienze dell’antichità alla comparazione antropologica nonché la costante crescita della nostra documentazione sulle culture del Vicino Oriente ha rivelato paralleli incredibili fra le cosmogonie greche più antiche (a partire dalla Teogonia di Esiodo) e le teo-cosmogonie orientali. Ciò ha imposto di rivedere il ruolo di capostipite della scienza della natura che Aristotele ha assegnato a Talete per avere «per primo» individuato il principio delle cose nell’acqua. è molto probabile che un Talete, che le fonti antiche dichiarano di ascendenza fenicia, nato e vissuto in un porto commerciale fervido di scambi intellettuali come Mileto fra il VII e il VI secolo a.C., fosse a conoscenza di quadri cosmogonici dominati da divinità marine, come nelle grandi civiltà fluviali dell’Egitto e della Mesopotamia. Va detto che, nonostante molta attenzione ai precedenti orientali del pensiero greco più antico, io tengo molto a rivendicare il carattere greco della filosofia, intesa come pensiero critico, fin da Talete stesso.
Platone condanna la poesia omerica. I presocratici gli aprirono la strada a cominciare da Senofane che si scagliò contro  l’epos che rappresentava gli dei come figure umane»?
Qui ha un ruolo cruciale Senofane che fa della sua professione di rapsodo un’occasione di critica, a dir poco incendiaria, di quella rappresentazione antropomorfica degli dèi che, sancita dall’epos omerico, è un cardine della religione greca. Nella sua battaglia contro i poeti propagatori di un’immagine non elevata della divinità, il Platone della Repubblica deve molto a Senofane. Bisogna aggiungere che anche le riflessioni di Senofane sulla natura unitaria e suprema del dio, interpretate come espressione di una fede monoteistica, eserciteranno grande influenza nello sviluppo del pensiero teologico.
Parmenide ed Empedocle usano l’esametro quando si richiamano a una rivelazione di segno religioso. Tuttavia, lei scrive, l’appello a una rivelazione non esclude il ricorso a procedure di tipo razionale. In che modo?
A conclusione del mio discorso, nell’ultimo capitolo, insisto sulla necessità di riconoscere che la filosofia nasce in Grecia grazie alla collisione e interazione di molteplici stili di razionalità o, come scrivo, di “razionalità multiple”. La ragione critica che ritengo cifra essenziale della filosofia e che nasce nella Mileto di Talete è una ragione che non si esprime solo (e all’inizio non si esprime affatto) nei modi dell’argomentazione. Può appunto appoggiarsi all’autorità di una rivelazione divina, come in Parmenide, o addirittura alla proclamazione della propria origine divina, come in Empedocle. Entrambi ricorrono non a caso all’esametro, la forma metrica della tradizione epica atta a rappresentare un mondo di dèi ed eroi, ma in esametri erano formulati spesso anche i responsi oracolari. Anche Eraclito modella sapientemente i suoi detti secondo un modulo espressivo enigmatico perché “profetico”. Ma linguaggio e attitudine da veggente ispirato, in tutti questi pensatori, convivono con una riflessione sul mondo e sull’anima, sul modo in cui vengono percepite dagli uomini e sul modo in cui un individuo più attento degli altri può andare oltre, e coglierne i principi non manifesti.
Grazie a Dodds e Cornford sono stati rivalutati elementi di un pensiero “irrazionale” come la vitalità dell’immaginario antico nei presocratici. La tradizione illuminista ci aveva impedito di vedere più a fondo?
A quest’ultimo interrogativo mi sento di rispondere con un netto sì: la tradizione illuminista ha in effetti circoscritto una nozione di ragione lineare e argomentativa, che non corrisponde certo a quella messa in pratica dai più antichi pensatori greci. Vorrei aggiungere che condivido pienamente l’invito di Yehuda Elkana a «ripensare» la tradizione illuministica (In Issues of Our Common Future, a cura di W. Krull, 2000). Secondo Elkana, la complessità del moderno costringe a rivedere quell’identificazione di razionalità e logicità che costituisce la più forte eredità del pensiero illuminista, e a portare l’attenzione sui momenti di tensione dialettica e la compresenza di alternative che la realtà esibisce. Intreccio di argomentazioni logiche e immaginario significa apertura alla complessità: il pensiero filosofico ai suoi inizi non merita forse di attrarci proprio per questo?

Per proseguire la ricerca:

I presocratici in libreria, fra novità e recuperi

Con un’impostazione tradizionale che procede per medaglioni, passando in rassegna le personalità più forti della filosofia presocratica, da Talete a Senofane, a Eraclito a Parmenide (ma analizzando con grande cura i contesti in cui vissero e operarono) James Warren dell’università di Cambridge costruisce il suo ultimo lavoro, I presocratici : un agile saggio uscito in Inghilterra nel 2007 e che ora Einaudi pubblica in italiano. Interessanti in particolare le pagine che Warren dedica al pensiero di Senofane di Colofone, analizzando l’influenza che la sua teologia iconoclasta ebbe sui filosofi greci che vennero dopo di lui. Ma nel fiorire di pubblicazioni sul pensiero dei presocratici, in cui ricordiamo anche il Meridiano Mondadori che Giovanni Reale ha curato sulla base  della classica edizione di Hermann Diels  (rivista da Walther Kranz), da segnalare  la recente uscita per Adelphi  del libro di Giorgio Colli Filosofi sovrumani. Un volume in cui – nell’ambitodella pubblicazione delle sue opere complete – si ritrovano  quelle riflessioni giovanili su alcuni presocratici, che accanto al Platone politico formavano la sua tesi di laurea discussa nel ‘39. Un pensiero il suo a cui  Sassi (pur evidenziandone le forzature nietzschiane) riconosce il merito di aver contribuito a sollevare una domanda cruciale: la filosofia nacque come esercizio autonomo della ragione critica, venuta a farsi spazio in un panorama dominato dal sapere mitico o questo stesso sapere  ne fu «la fonte più propulsiva e intima»?

da left-avvenimenti del 24 luglio 2009

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