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Archive for agosto 2010

I ribelli del pensiero magico

Posted by Simona Maggiorelli su agosto 20, 2010

di Simona Maggiorelli

Giordano Bruno

E’ un fatto curioso, non lascia indifferenti, che il ponderoso Annali 25 della Storia d’Italia Einaudi sia dedicato all’esoterismo.

Tema all’apparenza peregrino, certamente nebuloso per la vastità dell’arco di tempo che incrocia e per i confini mobili della materia sapienziale di cui si occupa. Un ambito di studi che, va detto, conta al più quattro o cinque cattedre universitarie in tutta Europa. Di cui nessuna in Italia. E che, tuttavia, ora la storica casa editrice torinese sembra voler riconoscere e legittimare con questa pubblicazione a più voci. Con questa operazione culturale, infatti, la Storia d’Italia Einaudi invita a rileggere l’importanza che hanno avuto in Europa e nel nostro Paese filoni di pensiero “magico”, pagano, irriducibili alla tradizione cristiana. Così nelle ottocento pagine di questo affascinante volume si incontrano saggi di Gian Mario Cazzaniga, docente di filosofia morale dell’Università di Pisa e curatore dell’opera, a proposito delle influenze sansimoniane ed esoteriche che attraversarono il pensiero politico di Garibaldi. E più in generale analisi dell’anticlericalismo liberal-massonico risorgimentale.

Una storia in cui a vario titolo si trovarono coinvolti anche poeti come Pascoli, Carducci e Foscolo (a una lettura degli elementi esoterici disseminati ne Le grazie, in particolare, è dedicato un saggio di Francesca Fedi). Ma venendo a periodi di storia più recenti in Annali 25 si trova anche un’acuta disamina delle responsabilità dei neoidealisti italiani, di destra e di sinistra, nel soffocare filoni di pensiero riottosi a un progetto di costruzione di una res publica christiana in forme apparentemente moderne.

E se, come è stato notato da Armando Torno alla presentazione romana del libro, si avverte la mancanza di specifici lavori dedicati alle arti figurative e alla musica, con la vistosa lacuna su Mozart massone e rivoluzionario, vasta e appassionante è invece la sezione dell’opera dedicata a ricerche su culture precristiane e preislamiche come lo zoroastrismo e le divinazioni mesopotamiche (Pietro Mander) e che comprende anche studi sul significato dei sogni nell’Egitto antico (Edda Bresciani).

E ancora nella fitta trama di questo lavoro che, a detta dei curatori, avrebbe potuto anche essere più vasto se non ci fosse stato un chiaro stop per esigenze editoriali, troviamo ancora indagini sulla nascita idionale (Bruno Centrone) e sulle origini alessandrine, bizantine e islamiche dell’alchimia occidentale (Pinella Travaglia), che dall’Oriente aveva mutuato non solo l’idea della trasmutazione dei metalli vili in oro ma anche l’idea che l’arte alchemica, segreta, «sia subordinata a un processo di perfezionamento interiore, ovvero di trasformazione di sé che – ricostruisce Travaglia – viene iniziato da un maestro e sostanzialmente produce un contatto con le verità profonde». In questo ambito di trasmissione del sapere da Oriente a Occidente un ruolo importante, in area islamica, svolsero Al-Kindi, Avicenna e Averroé, per quanto la Chiesa cristiana abbia cercato di demonizzare e cancellare l’influenza che questi pensatori esercitarono su poeti e intellettuali nati a Nord del Mediterraneo.

E ancora, fra i molti capitoli stimolanti di questa storia non ufficiale di contatti e circolazione di idee fra Oriente e Occidente un ruolo chiave spetta alle letture tardo medievali e umaniste della «magia sovversiva» di Ermete Trismegisto. Il Corpus hermeticus a lui attribuito, infatti, fu portato nel 1460 a Cosimo de’ Medici da Leonardo da Pistoia suscitando l’entusiasmo di Marsilio Ficino e degli altri protagonisti dell’Umanesimo fiorentino. Ma indirettamente il Corpus pare abbia esercitato un’influenza anche su Giordano Bruno che setacciava fonti eccentriche e fuori dal dogma cristiano alla ricerca di puntelli per la sua visione radicalmente nuova dei mondi infiniti e in senso più generale per il suo  progetto di costruzione di una identità culturale rinnovata.

annali 25 esoterismo

E se come scrive in Annali 25 Vittoria Perrone Compagni «il Giordano Bruno ermetico entusiasta di Frances A. Yates non è mai esistito», essendo stato dimostrato che la studiosa inglese in Giordano Bruno e la tradizione ermetica (Laterza) operò una forzatura delle fonti, è anche vero che il filone di studi sulle fonti magiche presenti nelle opere di Bruno ha avuto poi ulteriori sviluppi, portando alla luce, come scrive Simonetta Bassi «il ruolo che la magia ha svolto nello sviluppo del suo pensiero». Bruno ricorre a tradizioni di pensiero magico in primis per portare avanti la sua critica corrosiva del Cristianesimo. Inoltre «quello che si propone – scrive Bassi – è recuperare organicamente il rapporto con la dimensione naturale». Ma non solo. «La magia bruniana – conclude la studiosa – trova il suo campo di applicazione più innovativo in rapporto alla vita civile e politica: guardare a essa, passando attraverso una critica della religione, rappresenta infatti l’elemento di novità della riflessione bruniniana sulla magia».

BRUNO,L’ASINO E LA CABALA

«Sforzatevi, sforzatevi, sforzatevi, dunque di essere asini, voi che siete uomini. E voi che siete asini, studiate, fate in modo, adattatevi a procedere sempre di bene in meglio, in modo che perveniate a quella meta, a quella dignità che si acquista non con studi e sforzi, quantunque grandi, ma per fede; si perde non per ignoranza e misfatti, quantunque enormi, ma per incredulità (come dicono secondo l’Apostolo). Se così non vi disporrete, se sarete così e in tal modo vi comporterete, vi troverete iscritti nel libro della vita, chiedete la grazia in questa chiesa militante e otterrete la gloria in quella trionfante, nella quale vive e regna dio per tutti i secoli dei secoli. Così sia».
Giordano Bruno
tratto  da Giordano Bruno, La cabala e l’asino,
pubblicato da Excelsior1881

da left avvenimenti del 23 luglio

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Per una storia laica d’Italia

Posted by Simona Maggiorelli su agosto 19, 2010

di Simona Maggiorelli

Gian Mario Cazzaniga

Gian Mario Cazzaniga

Professor  Cazzaniga, di recente  Huntington ha rinfocolato l’idea di uno scontro fra Oriente e Occidente. Da Annali 25 esoterismo Einaudi   emerge invece l’immagine di una comunicazione carsica con filoni culturali che, nei secoli, hanno attraversato Oriente e Occidente. In correnti esoteriche si trovano elementi di multiculturalismo?
Direi di più. Riscopriamo che la nostra storia europea ha radici nel Mediterraneo. Che non vuol dire semplicemente la Grecia, ma un’area più ampia che va dall’Egitto alla Persia. L’intreccio di cultura, religione, usanze dell’esoterismo ha origine nel mondo ellenistico ma la sua presenza sotterranea risorge in diversi periodi della storia europea. Insomma l’idea di una Grecia che nasce da se stessa, come per una sorta di miracolo  – tesi che permette di svalutare le sue origini orientali – non è fondata e oggi è largamente messa in discussione.
Il cristianesimo ha combattuto l’esoterismo. Fra i motivi di quella che lei chiama un’«incompatibilità totale» c’è l’idea cristiana di peccato originale?
Schematizzando, un nucleo duro dell’esoterismo consiste nell’idea di miglioramento di se stessi. Un processo di crescita interiore che spetta al singolo individuo. Una trasmissione di culture che vive di auto perfezionamento tende a mettere in discussione la presunta corruzione del genere umano derivante da un peccato originale e mette in crisi la funzione della Chiesa di trasmissione della verità rivelata.
E i cristiani risposero con violenza. Basta pensare a come i parabolani, nell’Alessandria d’Egitto del IV secolo, dilaniarono Ipazia, filosofa  neoplatonica.

La durezza delle confessioni cristiane è evidente fin dall’inizio. Va detto anche che i cristiani delle origini che interiorizzarono elementi e pratiche esoteriche non mostrarono maggiore tolleranza. Giacobiti e  nestoriani ebbero un atteggiamento più blando ma solo perché, non avendo potere politico, cercavano di essere tollerati. La Chiesa ortodossa, per quanto divisa al suo interno, ha espresso molte forme di intolleranza. Dunque una cosa è comprendere elementi di esoterismo, un’altra è essere tolleranti. I monoteisti in genere sono intolleranti.
Perché la Chiesa ha usato tanta ferocia con Giordano Bruno arso vivo nel 1600?
Nell’Accademia Platonica ispirata da Gemisto Pletone che trasmetteva la tradizione esoterica neoplatonica, e con pensatori come Cusano,  Ficino e  Pico della Mirandola, c’era stato un incontro fra culture. Dopo la Controriforma questo non fu più possibile. Prima, forse, Bruno avrebbe potuto essere, non dico condiviso, ma tollerato. Con Riforma e Controriforma tutto si chiude. Qui dovremmo parlare dei contenuti di Bruno. Per brevità mi limito a dire che per la Chiesa del Seicento chi va oltre certi limiti culturali e intellettuali è morto.

Indagando perché un pensiero laico in Italia non è mai stato egemone,  ricorda che Gentile, Croce e Gramsci avversarono ogni forma di pensiero magico ed esoterico, cosa unì intellettuali così diversi?
Con Jean-Pierre Vernant direi che l’idea di uno Stato moderno come una forma di immanentizzazione del cristianesimo è comune a tutti i filoni che si rifanno a Hegel e al neohegelismo. Io ho sempre visto nel marxismo italiano la sinistra dei neohegeliani. Detto questo è evidente che dal punto di vista etico-politico i tre erano ben diversi. Basta dire che mentre Gentile comandava Gramsci finì in galera. Ma se parliamo di storia delle idee le cose si complicano. L’uguaglianza come tema fondamentale, intesa anche come uguaglianza di fronte alla legge nello Stato moderno, trova anche nell’esoterismo uno dei suoi filoni culturali alti. Ma Gramsci, per esempio, non c’entra  con questa storia. Vi troviamo piuttosto Raffaele Pettazzoni ed Ernesto De Martino impegnati nel partito socialista e comunista. Dunque personaggi di sinistra, ma che in quell’ambito non furono mai ben visti.
Perché il Pci considerò residuale la ricerca di Ernesto De Martino?
De Martino risultava ostico al Pci proponendo un mondo culturale diverso da quello in cui la cultura marxista si riconosceva. Inoltre era stato attivo in società di parapsicologia che tendevano a leggere tutta una serie di fenomeni con i criteri con cui i biologi e medici studiano lo specifico umano. E poi va ricordato che faccende che oggi attribuiamo alla superstizione, come elemento marginale e popolare, hanno avuto un approccio scientista e positivista. Ad esempio lo spiritismo: per noi chi comunica con i morti facendo ballare i tavolini è uno strano o un matto. Andando a vedere le basi filosofiche scopriamo che gli spiritisti erano convinti di  combattere la superstizione delle chiese cristiane con metodi di rilevazione scientifica. Non a caso incontriamo spiritisti in correnti di carattere repubblicano-socialista. La mia è una constatazione. Toccherà agli scienziati valutare quelle correnti, io rilevo che non rientrano nella categoria irrazionalista come comunemente la si intende. Semmai furono rami secchi della medicina.

Con tematiche come la  “crisi della presenza”, Ernesto  De Martino indagava le dinamiche di incontro-scontro fra culture, non astrattamente ma anche dal punto di vista del rapporto psichico più profondo fra persone. Il positivismo della tradizione marxista rese cieco il Pci?
Indubbiamente nella storia del comunismo marxista c’è stata una scarsa sensibilità verso questi temi. Il Pci ha avuto sempre un atteggiamento di diffidenza tenendosi a distanza. O meglio, detto un po’ rozzamente, sulle questioni scientifiche ha sempre preferito stare con la verità scientifica del momento. Riteneva di avere già  abbastanza guai  su altre questioni per occuparsene.

Dall’altra parte c’è chi ha parlato di radici esoteriche del nazismo. Che ne pensa?
Conosco la letteratura, ma non sono uno specialista. A me pare sia stata gonfiata la presenza di elementi esoterici nel fascismo e nel nazismo. Certo, esistevano filoni culturali di questo tipo, ma non hanno mai caratterizzato la linea che ha vinto. Non c’è dubbio che il fascista Evola volesse una resurrezione di una cultura romana, neopagana, contro una cultura monoteista ebraico-cattolica. Ma era isolato, non contava nulla. Semmai un richiamo a tematiche esoteriche lo troviamo in filoni neofascisti del secondo dopo guerra.

E Jung che teorizzò l’inconscio ariano?

è certo che Jung ebbe simpatia per il nazismo. E l’essere convinto che nel profondo dello psichico umano ci siano una serie di archetipi, simboli, che giocano poi diversamente a seconda delle tradizioni culturali richiama alcuni filoni esoteristi. Più che di razzismo biologico qui parliamo di razzismo culturale, per cui la razza, pur partendo dalla biologia, sarebbe una sedimentazione di esperienze culturali e di approcci simbolici trasmessi di generazione in generazione.

Un razzismo anche più vischioso…
Senza dubbio. Perché la versione biologica del razzismo o l’accetti o la respingi, quella culturale è molto più borderline e ha molteplici aspetti non sempre così  facili da afferrare e da distinguere.

Parlando di esoterismo al giorno d’oggi lei accenna anche alla moda delle consulenza filosofica. Siamo alla new age?
No, si tratta piuttosto di un filone che nasce in Germania con radici neoaristoteliche (facendo proprio il concetto di vita buona in senso aristotelico). Ora la consulenza filosofica si è messa sul mercato. In fabbrica i i consulenti filosofici cominciano ad essere assunti dalle divisioni che si occupano di personale.

Un suo giudizio da filosofo?
Non appartengo a nessuna istituzione religiosa. Come diffido della cura delle anime dei preti, diffido anche delle cura delle anime dei filosofi.

da left-avvenimenti

da left avvenimenti del 23 luglio 2010

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La Cina ancora da conoscere

Posted by Simona Maggiorelli su agosto 12, 2010

Letteratura e cinema, negli ultimi anni ci hanno avvicinato al Paese di mezzo. Ma della sua cultura millenaria in Italia si sa ancora mediamente pochissimo. Nonostante la forte immigrazione dal Paese di Mao

di Simona Maggiorelli

Gong Li

E’ una coraggiosa galoppata attraverso duemila anni di storia cinese La rosa e la peonia che la sinologa Valentina Pedone ha scritto con l’italianista Wei Yi per l’Asino d’oro Edizioni. Un libro curiosamente a doppio senso di marcia: mentre da un lato invita il pubblico italiano ad avvicinarsi alla millenaria cultura cinese, dall’altro racconta ai lettori cinesi, nella loro lingua madre, capitoli salienti di storia della letteratura italiana. «Questo volume è stato pensato come strumento di lavoro per chi si occupa di mediazione culturale. Ma anche con l’auspicio che possa entrare nelle biblioteche, nelle scuole, nelle case, in quei quartieri dove italiani e cinesi vivono fianco a fianco, facilitando il dialogo e la conoscenza reciproca», racconta a left una delle due autrici, Valentina Pedone, che all’insegnamento di Letteratura cinese all’università di Urbino e di Firenze affianca lo studio del fenomeno dell’immigrazione cinese in Italia. A questo tema ha dedicato di recente una mostra fotografica nella facoltà di Studi orientali della Sapienza, che si trova nel cuore multietnico di Roma. Una mostra in cui la ricercatrice ha presentato ventidue ritratti di cinesi che hanno scelto l’Italia come Paese dove vivere e lavorare. Nonostante il nostro non possa certo dirsi un Paese ospitale. Proprio da qui è partita la conversazione:Valentina, un vecchio luogo comune vorrebbe che le comunità cinesi in Italia siano gruppi chiusi, poco disponibili a farsi conoscere, è davvero così? «Certo è meno facile fotografare la comunità cinese rispetto ad altri gruppi di immigrati. Ma è falsa la rappresentazione dei cinesi come persone introverse, silenziose. Chiunque sia stato in Cina sa che sono molto loquaci, socievoli, curiosi. Volendo ricorrere a un cliché contro un altro, direi che nei modi di fare ricordano i napoletani».

Qualche anno fa, però, il sinologo francese François Jullien presentando al pubblico del Festival di filosofia di Modena il suo libro Elogio dell’insapore (Raffaello Cortina) raccontava l’immigrazione cinese in Francia come silenziosa, flessibile, quasi felpata, leggendovi in controluce elementi di pensiero tradizionale cinese. «In Cina – ricostruiva Jullien – il reale è sentito come un processo in continuo mutamento. Non c’è la scissione fra realtà oggettiva e soggetto tipica dell’Occidente». Seguire il corso degli eventi, farli arrivare a maturazione e coglierne i frutti, ecco il punto. Con questa “filosofia”, assecondando la processualità continua, i cinesi sanno trovare la chance per imporsi, spiega Jullien. Così le loro comunità si sarebbero a poco a poco insediate a Parigi aprendo negozi e attività, in modo capillare. Un modello che ci riporta alla mente i modi pacati, quasi sotto traccia, con cui la prima generazione di immigrati è approdata a Prato, a Campi Bisenzio e nelle altre cittadine toscane dove oggi un abitante su due è di origine cinese, senza però, purtroppo, aver avuto da parte italiana un riconoscimento di cittadinanza.

La rosa e la peonia

«Questo modello silenzioso di immigrazione esiste certamente – commenta Valentina Pedone – ma è tipico soprattutto di coloro che provengono da una parte della Cina, dal Sud-Est del Paese. Ma è vero – aggiunge la sinologa – che tratti di pensiero tradizionale e confuciano, in particolare, si ritrovano anche nei cinesi di seconda generazione. Anche all’università molti di loro conservano una grande attenzione al proprio ruolo di studente, sforzandosi al massimo di essere appropriati a ciò che viene loro richiesto. Alcuni, per educazione, non guardano mai negli occhi l’insegnante. Ma questo dagli italiani non di rado viene recepito come sfida. Ed è molto doloroso per questi ragazzi cinesi, che per lo più hanno fatto un grosso lavoro su se stessi e hanno consapevolezza del loro appartenere a più culture». Ma questo tipo di incontro-scontro culturale per chi, per esempio, è nato in Italia non dovrebbe essere un fatto già superato? «Il problema – spiega Pedone – è che la prima generazione di immigrati per una decina di anni ha pensato soprattutto alla sussistenza e a farsi una posizione economica. I loro figli sono cresciuti più a contatto con gli italiani ma avvertendo attorno a sé forti pregiudizi. Per molti di loro l’interfaccia con l’Italia, di fatto, resta ancora difficile». Nel suo libro La rosa e la peonia lei scrive che il popolo cinese non ha mai subito il fascino del monoteismo, né della metafisica. è ancora vero nella Cina di oggi? «Assolutamente sì. I cinesi sono ancorati alla vita terrena; sono poco inclini al trascendente. Fra i cinesi che vivono a Roma però – approfondisce Pedone – si trova un discreto numero di cristiani. Ma la maggioranza dei cinesi semmai conserva il culto tradizionale degli antenati, oppure prega Buddha come un santo, con una modalità “pagana” e popolare». Una mescolanza sincretistica di pensiero tradizionale cinese, confuciano ma anche taoista, del resto, ha connotato pure molta letteratura cinese del Novecento. Dagli anni Ottanta poi il confucianesimo ha conosciuto una forte rinascita di studi nell’ambito accademico, tanto che, come spiega John Makeham nel saggio “La filosofia cinese del XX secolo” (ne La Cina verso la modernità, Einaudi) «per tutto il decennio successivo si è parlato addirittura di febbre confuciana (per analogia con la febbre culturale che era divampata nel decennio precedente)».

Anche nei settori alti della cultura cinese fu una reazione alla galoppante globalizzazione che, per quanto cercata sul piano economico, sul piano dell’identità culturale era avvertita come minaccia e rischio di occidentalizzazione. Ma se questo tipo di reazione conservatrice in letteratura ha portato al cosiddetto “ritorno alle radici” e a un’ampia fioritura di romanzi che raccontano una Cina rurale e magica, quasi per reazione negli anni Ottanta, annota Pedone nel suo libro, si è avuto pure un massiccio ritorno al realismo. Un esempio di neoralismo diretto, a tratti anche crudo, ci ricorda la studiosa, è per esempio quello di Su Tong. Dal suo Moglie e concubine del 1990 il regista Zhang Yimou trasse il celebre film Lanterne rosse che lanciò Gong Li sulla scena internazionale. Un altro capolavoro del cineasta cinese, Sorgo rosso, invece era tratto da un romanzo di un maestro di realismo magico come Mo Yan, «e il cinema – sottolinea Pedone – ha avuto grande importanza nel far conoscere all’estero la letteratura cinese». Intanto la censura sui fatti di Tian’anmen ha fatto sì che solo alcuni scrittori cinesi della diaspora, per anni, abbiano voluto e potuto farne un tema da letteratura alta e di denuncia. E oggi? «Più che la censura – spiega Valentina Pedone – pesa l’autocensura. O meglio, è come se oggi si raccogliessero i frutti della cultura di Deng. Persa ogni spinta ideale, dopo il maoismo, si è passati a una forte disillusione. Letteratura di consumo, come i romanzi di cappa e spada, vanno per la maggiore. Ma ci sono anche autori più creativi e interessanti. Ciò che accomuna tutti quanti però è la sfacciataggine: dicono di scrivere solo per soldi».

Sullo scaffale. Percorsi di lettura

Se il libro La rosa e la peonia de l’Asino d’oro Edizioni ha il dono della sintesi nell’offrire un primo documentato e avvincente assaggio, La Cina di Einaudi, invece, affronta la storia della cultura cinese con importanti approfondimenti. Dei tre libri che compongono l’opera curata da Maurizio Scarpari per la casa editrice torinese è uscito nel 2009 il terzo volume, La Cina verso la modernità, con saggi, tra gli altri, di Federico Masini sulla riforma della lingua e di Nicoletta Pesaro sulla letteratura cinese moderna e contemporanea. Mentre Corrado Neri si occupa di cinema, Iwo Amlung di scienza e John Makeham affronta la vexata quaestio se «esista una filosofia cinese» o piuttosto il termine filosofia porti con sé un’accezione troppo occidentale e inadatta a descrivere lo sviluppo del pensiero cinese. A distanza di un anno esce ora il secondo volume La Cina. L’età imperiale dai Tre Regni ai Qing (a cura di Mario Sabattini e Maurizio Scarpari) con interventi di Nicola di Cosmo sugli imperi nomadi nella storia della Cina imperiale, saggi sul buddismo cinese  di John Mcrae e di Francesca Tarocco e sul daoismo a firma di Livia Kohn; senza dimenticare, fra i molti altri lavori, lo splendido intervento su arte e archeologia di Nicoletta Celli. E ancora la rinnovata attenzione verso il colosso Cina da parte di Einaudi si segnala anche attraverso una serie di monografie, saggi di storia e opere letterarie. Fra le uscite più recenti c’è l’agile volume di Maurizio Scarpari sui fondamenti e i testi del confucianesimo ma anche la monografia di Maurice Meisner Mao e la rivoluzione cinese, che rilegge la figura di Mao Zedong indagandone  sia il volto da rivoluzionario che quello di tiranno. In Cina, ventunesimo secolo, invece Guido Samarani analizza le sfide che aspettano il Paese nel nuovo millennio. Tra inarrestabile ascesa economica e negazione dei diritti umani, come denuncia il fatto che la Cina sia in testa alle classifiche mondiali per numero di persone mandate a morte. Su un versante completamente diverso, ovvero quello della poesia, si segnala infine la pubblicazione di Con il braccio piegato a far da cuscino del maestro taoista del XIII secolo Bai Yuchan. Uscendo da casa Einaudi, poi, fra le moltissime pubblicazioni di romanzi ci limitiamo qui a ricordare il toccante Un mattino oltre il tempo (Fazi editore) della cinese Yang Yi che oggi vive a Tokyo. Attraverso la storia di un’amicizia fra adolescenti, si racconta il soffocamento nel sangue della rivolta studentesca in piazza Tian’anmen.

da left-avvenimenti 6 agosto 27 agosto 2010

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Graphic Novel. E’ vera ricerca

Posted by Simona Maggiorelli su agosto 10, 2010

Tina Modotti, graphic novel

Anche chi (come chi scrive) non ha mai avuto grande fiducia nella decompartimentazione dei generi letterari praticata negli anni Settanta da una critica inneggiante alla commistione fra alto e basso (e che nei manuali includeva, alla pari, Dante e fumetti, poesia e canzonette) si trova ora piacevolmente a fare i conti con un fenomeno culturale che si pone esattamente su un crocevia fra generi diversissimi: la narrativa e l’illustrazione, incrociando talvolta persino la storia e l’inchiesta giornalistica.

Il fenomeno è quello del graphic novel, genere di cui left si è già occupato in precedenza raccontando opere e autori, a cominciare da quella dell’americano Will Eisner che, con Art Spiegelman, è considerato un maestro del settore.

Ma quella che poteva sembrare solo una curiosità o una scelta di nicchia, ovvero che Einaudi, proprio con Eisner (e ora con libri dal segno modernissimo come I quattro fiumi di Fred Vargas), si aprisse al graphic novel, è diventato nel frattempo un fenomeno diffuso nell’editoria italiana, non riguardando più solo case editrici underground. Prova ne è, di recente, la riscoperta da parte di Adelphi di un piccolo gioiello come L’arpa muta dell’americano Edward Gorey. Sceneggiatore, scrittore, artista, il poliedrico Gorey nel 1953 creò questo inusuale libricino sulle avventure e disavventure di uno scrittore alle prese con la pubblicazione di un romanzo. Con stile grafico elegantemente retrò, disegnato come se fosse uno storyboard per cinema muto, ecco un’operina che non si smetterebbe mai di tornare a sfogliare.

Fatto è che la tragicomica vicenda del malcapitato Mr Earbrass, che Gorey racconta con humour sottile, fa tutt’uno con lo stile delle immagini, facendo de L’arpa muta un unicum irripetibile. Forse, dovendo indicare un minimum comun denominatore nel mare magnum del graphic novel -che annovera libri illustrati, romanzi in strisce, illustrazioni con parole e molto altro – sceglieremmo proprio questo aspetto: tutti gli autori di graphic novel sono dotati di un singolare modo di comporre testo e immagini, sfuggendo così alla logica ripetitiva e seriale del fumetto. Quasi che il graphic novel derogasse del tutto dalle rigide caratteristiche della letteratura di genere. Qualche esempio? Assoluta originalità di composizione di parole e immagini caratterizza la visionaria riscrittura della favola di Hansel e Gretel firmata da Lorenzo Mattotti per Orecchio acerbo. Ma un personalissimo modo di mettere insieme testo e strisce connota anche le tavole autobiografiche di Persepolis della giovane iraniana Marjane Satrapi. Solo per citare due cult anni Duemila che più diversi fra loro non potrebbero essere. Ma veniamo al presente, cercando di percorrere, seppur in rapida panoramica, le proposte più interessanti degli ultimi mesi. Sulla linea di Mattotti, cioè sul versante alto che sfiora il libro d’arte, si iscrive il racconto che Irene Cohen-Janca fa della tragica vicenda di Anne Frank nel Libro di Anne (Orecchio acerbo).

Qui l’illustratore Maurizio Quarello sposa il punto di vista della bambina, con sguardi sbalorditi e indifesi che, da sotto in su, osservano il disumano mondo dei nazisti. E sul versante della rilettura per immagini di vicende biografiche importanti della nostra storia, non possiamo non citare il sorprendente La nebbia e il granito di Caci Gambotto Surroz (001 Edizioni), che ripercorre la vicenda umana e politica di Altiero Spinelli: dagli anni Venti della lotta antifascista e clandestina nel Partito comunista all’approdo fra i socialisti, fino all’arresto e al confino a Ponza dove entrò in contatto con Colorni e Rossi. E poi alla stesura del manifesto per un’Europa libera e unita che apriva un’idea moderna di Europa federalista. E se sul versante della controinformazione e del giornalismo d’inchiesta uno degli esempi più importanti e impegnati è il libro di Luca Moretti e Toni Bruno Non mi uccise la morte (Castelvecchi) sulla uccisione in carcere di Stefano Cucchi, sul versante più didattico, ecco Il carcere spiegato ai ragazzi della Manifestolibri, in cui Patrizio Gonnella e Susanna Marietti fanno ricorso al disegno per denunciare la situazione delle prigioni italiane. Uno studioso di Filosofia della scienza come Giulio Giorello, intanto, si presta a sostenere la straordinaria storia della filosofia “a fumetti” Logicomix (Guanda), in cui Alecos Papadatos e Annie Di Donna tratteggiano nientepopodimeno che le avventure intellettuali nella logica di Russel di Frege, Wittgenstein e Gödel. La torinese 001Edizioni, invece, ingaggia il matematico Piergiorgio Odifreddi per presentare Ultima lezione a Gottinga di Davide Osenda, in cui si racconta l’opposizione del grande matematico David Hilbert alla purga nazista verso la «fisica ebrea» di Einstein e Bohr.

Fueye, il suono del tango

Ma a questa piccola e coraggiosa casa editrice, 001edizioni, che del graphic novel ha fatto la propria scelta di vita, si devono anche tre delle opere più affascinanti degli ultimi anni, ovvero Fueye, il suono del tango, in cui Jorge Gonzàlez con segno pittorico nutrito di penombre e chiaroscuri tratteggia le atmosfere passionali del tango e la nostalgia degli emigrati italiani in Argentina nei primi anni del ’900. E poi i due volumi sulla vita e sulla passione politica della fotografa Tina Modotti, disegnati dallo spagnolo Angel de la Calle. Mentore Paco Ignacio Taibo II che, nell’antefatto di questo racconto, appare disegnato fra i personaggi. Fantasia da brivido è il registro de La governante (Orecchio acerbo) di Edouard Osmont grazie alle illustrazioni stilizzate, quasi da teatro delle ombre di Sara Gavioli (autrice della tavola su cui stiamo scrivendo). Nipote d’arte ed ex modella, la giornalista Sophie Dahl offre un tuffo in una favolosa (alla lettera) storia d’amore ne L’uomo dagli occhi danzanti edito in Italia da Donzelli. Decisamente meno sognante è invece la love story fra Adamo ed Eva secondo un maestro come Mark Twain, che nel 1883, con la complicità dell’illustratore Lester Ralph, scrisse quello che a buon diritto si può considerare un incunabolo di graphic novel. Stiamo parlando de Il diario di Adamo ed Eva (Cavallo di ferro) che gli editori di Twain all’epoca, si rifiutarono di pubblicare, per il tono caustico e irriverente che il romanziere americano riservava ai due “protagonisti sacri”. Eccone qualche assaggio: «Dal diario di Eva: Per tutta la settimana gli sono stata dietro cercando di fare amicizia. Sono stata io ad attaccare discorso perché lui è timido… sembrava contento di avermi lì e io ho usato non so quante volte il socializzante noi perché sembrava potesse lusingarlo il fatto di essere incluso in qualcosa!». Ma poi Twain annota, sbirciando fra le righe del diario di Adamo del lunedì: «Lunedì. Questo nuovo essere di pelo lungo è un bastone fra le ruote. Mi sta sempre intorno… il nuovo essere dice che si chiama Eva». E alla celeberrima costola Mark Twain, con piglio divertito, lascia l’ultima parola: «Dal diario di Eva domenica: Ho cercato di prendere qualcuna di quelle mele per lui… Sono proibite, quelle mele. Lui dice che potrebbe accadermi qualcosa di male. Ma se dovesse succedermi qualcosa di male per cercare di essere carina con lui, beh, allora, è un male di cui non me ne importa un bel niente».

dal left-avvenimenti del 5-25 agosto 2010

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Marilyn, la sposa bambina

Posted by Simona Maggiorelli su agosto 4, 2010

Esce per la prima volta in edizione italiana, e con 47 scatti restaurati, l’autobiografia in cui l’attrice raccontava la sua durissima infanzia

Marilyn Monroe

E’ una storia struggente e durissima quella che Marilyn Monroe (1 giugno 1926 – 5 agosto 1962) racconta nella sua autobiografia scritta a  28 anni con l’aiuto di Ben Hecht, sceneggiatore di capolavori cinematografici come Notorius e A qualcuno piace caldo. Un libro che, con il titolo La mia storia e corredato di 47 scatti restaurati del fotografo Milton H. Greene, esce ora per la prima volta in traduzione italiana grazie a l’editore Donzelli. Il volume, che in America non vide la luce prima del 1974 per paura di querele e scandali, nacque in un giocoso lavoro di equipe, fra Marilyn, Hecht e Greene. L’attrice  allora aveva da poco vinto una causa contro la Twentieth Century Fox che l’aveva sfruttata come una schiava. E, proprio grazie all’aiuto di Greene, Marilyn aveva appena fondato una casa di produzione di cui era socia di maggioranza. In questo momento di “grazia” e di rara indipendenza (anche mentale) lei si prestò a questo giocoso lavoro corale che la  portava alla ribalta in una luce irresistibile. Come aveva sempre desiderato. Così ogni momento di pausa delle riprese di Bus stop era l’occasione per andare con Greene a frugare nei cassoni dei costumi di scena.

Inventare nuovi personaggi, darsi nuove vite di fantasia era ciò che Marilyn amava fare di più. «Da piccola non facevo che sognare ad occhi aperti» racconta nell’autobiografia. «Anche quando dovevo servire a tavola, da bambina, fantasticavo di lavorare come cameriera in una casa elegante». Ma se le foto inventate con Greene (come quella celeberrima in tutù slacciato perché le andava stretto) raccontano attimi di spensieratezza, le parole che Hecht registrò rivelano ferite profonde e mai sanate. E che venivano da lontano. L’infanzia di Marilyn trascorse fra orfanotrofi e temporanei affidi in famiglie poverissime che la sfruttavano per i lavori di casa. La madre biologica, da impiegata, non guadagnava abbastanza per tenere con sé Norma Jean (questo era il vero nome di Marilyn). Il padre della futura star di Hollywood, invece, era fuggito quando lei era piccolissima. Per uscire da miseria, solitudine e fame, quando era ancora a scuola, su consiglio della “zia” Grace (un’amica di famiglia che si prese cura di Marilyn quando sua madre fu internata in manicomio) a poco più di 16 anni Norma Jean decise di sposarsi con un vicino «dall’aria elegante e gentile». Ma le cose andarono di male in peggio. «Sposai Jim Dougherty – annota Marylin in questo suo diario dettato a Hecht-. e fu come essere rinchiusa in uno zoo. Il primo effetto che il matrimonio ebbe su di me fu aumentare la mia mancanza di interesse per il sesso. A mio marito non interessava, oppure non ne era cosciente. Eravamo entrambi troppo giovani per discutere apertamente di un argomento così imbarazzante».

Era l’America puritana che precipitava verso la guerra, un mondo moralistico e religioso di cui Marilyn coglieva tutta l’ipocrisia. Quando, a tredici anni, un pensionante di una famiglia che l’aveva presa in affido aveva tentato di violentarla, Norma Jean lo disse in famiglia ma nessuno volle crederle. Per tutta risposta «la settimana seguente la famiglia, incluso il signor  Kimmel andò a una riunione religiosa che si teneva in un tendone» ricorda Marilyn ne La mia storia.

da left-avvenimenti

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Paolo Rossi, il mio cinema all’improvviso

Posted by Simona Maggiorelli su agosto 1, 2010

Tra un instant film su Pomigliano, un libro e una regia lirica, il comico milanese è di nuovo giullare on the road. Il 5 agosto a Genova e l’8 sulle Dolomiti

di Simona Maggiorelli

Paolo Rossi

Tra un instant film sulla vertenza di Pomigliano d’Arco e la regia lirica de Il matrimonio segreto di Domenico Cimarosa che lo attende a Spoleto alla ripresa autunnale, Paolo Rossi torna a vestire i panni del giullare on the road: scendendo giù al Porto Vecchio di Genova per fare, sull’acqua, Il meglio di Paolo Rossi il 5 agosto. E poi arrampicandosi su fino alla conca fiorita di Prà Martin per riproporre il Mistero Buffo di Dario Fo «in umile versione pop» l’8 agosto nell’ambito della rassegna Suoni delle Dolomiti.  Del resto, il teatro popolare, è la sua prima e grande passione. La sua molla originaria. Tanto più in tempi di tv irreggimentata e di pesanti tagli alla cultura che lo fanno sommamente indignare. Perché «tagliando i fondi alla cultura – avverte – si impedisce ai giovani persino di immaginare di dire le cose. È una censura micidiale, silente, che non porta allo scandalo perché non è repressiva. E così crea vuoti generazionali». Senza contare che un processo di regressione culturale procede imperterrito in Italia ormai da una ventina di anni. «La tv commerciale – sottolinea il comico milanese – ha compiuto una “rivoluzione culturale”, ci ha fatto diventare tutti tifosi e spettatori. Di fatto ha tramutato il popolo in pubblico. E anche quando si parla di politica, in senso alto, gli italiani  oggi sembrano diventati tutti spettatori». Una situazione di narcolessia «generale e generalizzata» che nel teatrante Paolo Rossi ha fatto tornare la voglia  di ripensare il teatro popolare e gli strumenti che offre per stimolare nuovi pensieri. («Sarà che proprio nei periodi più neri – chiosa – quando tutti sono pessimisti, io sono ottimista: toccato il fondo, non si può che risalire»). Così Paolo Rossi si rimbocca le maniche non risparmiandosi in scena, ma lo fa anche sul piano più “teorico” mandando in libreria con la regista di Mistero Buffo Carolina de la Calle Casanova (sì, si chiama proprio così) un appassionato libro a più voci, La commedia è finita! (Elèuthera) in cui  Rossi dialoga intorno a una moderna idea di teatro popolare,  squadernando gli strumenti, i trucchi del mestiere, ma anche invitando idealmente il lettore nel backstage e nelle cene fra saltimbanchi nel dopo-spettacolo durante le quali, non di rado, «nascono le idee migliori». Ma Rossi con questo libro riesce a far entrare in scena anche le chiaccherate a notte fonda e gli incontri casuali con baristi, fan, benzinai, colleghi attori e albergatori, insomma tutto ciò quel mondo che ruota intorno al palcoscenico e che fa la vita e il lavoro del teatrante. Infilando fra una sigaretta e un autografo qualche piccola perla del genere: «Il potere, ‘o sistema, racconta falsità, menzogne. L’artista del teatro pop ne racconta di migliori». Oppure: «Sarà stato per il personaggio che interpretavo in una compagnia (un comico che studiava da ribelle), sarà stato per il periodo storico (questi anni settanta che secondo me devono ancora cominciare) o per il successo che ci accarezzava… ho avvertito subito il progetto di trasformarci tutti in marionette. Allora l’avevo intuito. Ma solo passato il giro di boa, quasi trent’anni dopo, ho capito che la mia intuizione era giusta e che anzi era già realizzata». E poi calando ogni maschera, con il coraggio che dà, talvolta, il parlare di notte, Paolo Rossi aggiunge: «Io ho avuto fortuna. Sono caduto. Cadere è come quando ti fanno i tarocchi e ti esce la carta della morte. Mica vuol dire sempre che si muore in senso fisico, magari ci vai vicino, ma poi è anche molto divertente riuscire a organizzare e assistere al funerale di una parte di te stesso. Del defunto rimane sempre il meglio… e poi come si fa a parlare male di un morto?».  Ed è davvero una rinascita artistica quella che il poliedrico Rossi sta vivendo fra progetti apparentemente molto distanti fra loro ma che lui riconduce sempre a un unico comun denominatore: il teatro popolare. Anche se a settembre al Lirico sperimentale Belli di Spoleto lei si darà alla regia lirica? «Il melodramma è teatro popolare in senso stretto» ci dice al telefono da Pomigliano in una pausa delle riprese del film  R.C.L.- Ridotte Capacità Lavorative prodotto da Mauro Berardi e Agenzia Multimediale Italiana (Ami), per la regia di Massimiliano Carboni. E questo docu-film sulla vertenza Fiat? «Un metodo di cinema all’improvviso si è sposato bene con un metodo di teatro all’improvviso. Vediamo se sarà così anche in fase di montaggio. Ora tutto passa a Massimiliano (Carboni ndr). Certo fare un film in quattro giorni non è cosa da poco…». Insomma Paolo Rossi ha inventato un nuovo genere cinematografico? «Non esageriamo – si schermisce -. Già altri registi si sono dedicati a lavorare sul canovaccio e non su una sceneggiatura compiuta. Non siamo certo i primi». L’importante, insomma, è farlo alla propria maniera.  Anche perché per dirla con Dario Fo: «Prendere ispirazione è cosa buona, copiare è da imbecilli».

da left-avvenimenti 30 luglio 2010

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