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IL paradosso del tempo libero

Posted by Simona Maggiorelli su settembre 18, 2014

Cattelan

Cattelan

Il benessere non si misura con il Pil. E i consumi non portano la felicità. Ma la soluzione non è neanche la decrescita, dicono gli economisti di Quale crescita. Occorre superare una vecchia antropologia basata sull’Homo oeconomicus

La crescita economica è stata per lunghi anni l’obiettivo da perseguire con ogni mezzo nei Paesi del capitalismo avanzato. Ma il prezzo che si è dovuto pagare anche in termini di distruzione dell’ambiente è stato altissimo. Per non dire dei costi umani. Con l’emergere di nuovi schiavismi e, dall’altro lato, di modi di vita iper consumistici, alienati e alienanti. L’evidente crisi strutturale di questo modello economico può essere, però, anche l’occasione buona per un cambio di marcia; per studiare nuovi e più sostenibili modelli di sviluppo. Ma per riuscire a farlo in modo efficace oggi occorre allargare lo sguardo oltre i confini dell’economia, coinvolgendo anche la filosofia, l’antropologia e la psicologia, suggeriscono gli economisti autori di Quale crescita (L’Asino d’oro edizioni).

Con questo volume, i curatori Anna Pettini e Andrea Ventura, insieme a Ernesto Longobardi e ad altri studiosi, aprono un dibattito multidisciplinare che mette in discussione molti idoli dei nostri tempi. A cominciare dal mito della crescita esponenziale e dalla fede nel Pil. «Il prodotto interno lordo conteggia il valore della produzione delle attività che hanno un controvalore monetario. Non è un indice di benessere», spiega l’economista Anna Pettini. «Basta dire che dal prossimo autunno, per direttiva comunitaria, conteggerà anche l’economia illegale: droga, prostituzione e contrabbando. Senza che nessuno protesti, dal momento che aiuta ad aumentare il Pil», rileva la docente di Economia politica all’Università di Firenze. «L’idea che maggiore attività significhi maggiore movimento e creazione di ricchezza e che, da questa, si crei necessariamente benessere è completamente da rivedere», dice Pettini. «Questa equazione era sensata quando c’erano da comprare il frigorifero e la prima automobile, oggi la questione è più complessa. Come evidenzia da alcuni decenni l’economia della felicità sottolineando la rottura del nesso causale: più ricchezza- più felicità».

Il problema è che abbiamo ancora un modo di pensare che risale al dopoguerra? «Siamo rimasti bloccati a quando ciò che mancava erano i beni di consumo, mentre per le persone oggi contano accesso alle cure, salute e qualità della vita. Parlare di crescita non ha senso se non la qualifichiamo». E in questo quadro, sostengono gli economisti di Quale crescita, la teoria della decrescita felice non offre una soluzione valida. «Non si può riavvolgere il nastro della storia per ritrovare il funzionamento dell’economia “che fu”, che garantiva un miglioramento per tutti», evidenzia Anna Pettini. «È indispensabile guardare avanti, il mondo è cambiato radicalmente, a partire dal senso e dalle forme del lavoro, e da ciò che questo significa in termini di classi sociali. Per non dire della velocità con cui si possono spostare i capitali».

Ma occorre anche un cambiamento culturale, suggerisce Anna Pettini è venuto il momento di mettere radicalmente in discussione il modello di Homo oeconomicus che ha prevalso in Occidente, un’idea di essere umano centrato su una razionalità strumentale, volta all’utile, al guadagno, improntata sul principio vita mea mors tua; un’idea di uomo in fondo povero di umanità e di vere relazioni con gli altri.

«Il fatto è che il modello moderno di Homo oeconomicus non è neanche più quello che viene fatto risalire alla filosofia utilitaristica», precisa Ernesto Longobardi, ordinario di Scienza delle finanze all’Università di Bari. «C’è un abisso tra i filosofi utilitaristi e i moderni economisti. L’utilitarismo era una filosofia etica, e politica, che si poneva il problema della massimizzazione della felicità collettiva. La versione moderna è una macchina calcolante, più vicina, nel comportamento, all’animale che all’uomo. Per questo oggi è importante porre al centro dell’analisi economica una diversa teoria della realtà umana».

«Nella letteratura scientifica – aggiunge l’economista Andrea Ventura – si assume che l’Homo oeconomicus preferisca sempre il più al meno, cioè che non abbia mai abbastanza. Per soddisfare questo strano individuo i nostri sistemi economici dovrebbero dunque produrre sempre una maggiore quantità di merci. La cosa interessante – sottolinea il docente di Economia politica dell’Università di Firenze – è che ciò che gli economisti considerano un tratto fondamentale della natura umana, in psichiatria e in psicologia, è visto come patologico». Dunque occorre liberarsi di una vecchia visione “antropologica”? «Esattamente», risponde Ventura. «Occorre superare un’antropologia assai radicata, quella che dalla favola della api di Mandeville arriva alla celebre massima di Benjamin Franklin per la quale “il tempo è danaro”, per approdare appunto all’Homo oeconomicus moderno. Un’antropologia disumana che costituisce il fondamento dell’accumulazione capitalistica fine a se stessa. Il tempo è denaro per il capitale- sottolinea Ventura – non per gli esseri umani. Ma il capitale è un prodotto umano, una forza sociale che esprime appunto in massimo grado quest’antropologia malata e purtroppo molto radicata nella teoria economica e nella cultura. Non c’è prospettiva di superamento degli aspetti distruttivi dei nostri sistemi economici se non a partire dal riconoscimento di questo fatto».

Basta pensare a quanto è accaduto negli Stati Uniti, scrive Stefano Bartolini in Quale crescita: «Mentre gli Usa si stavano trasformando nel paradiso dell’opulenza consumistica, l’americano medio si sentiva sempre peggio». Una riflessione che fa tornare alla mente il protagonista del romanzo Sei ricco, coniglio (Einaudi): Harry, un venditore di Toyota che lo scrittore John Updike tratteggia come perfetta incarnazione dell’everyman americano drammaticamente in fuga da se stesso. Ma anche in Europa, sul piano sociologico, c’è un dato che colpisce: i più alti tassi di suicidio e di consumo di psicofarmaci si riscontrano negli ordinati ed efficienti Paesi avanzati del Nord. è solo un caso? «È il paradosso della felicità», risponde Longobardi. «Nel libro Quale crescita Stefano Bartolini parla di “crescita endogena negativa”, una spirale, secondo la quale lo sviluppo si basa sui consumi privati, a scapito di beni relazionali, la distruzione delle relazioni porta infelicità, a cui si reagisce con maggiori consumi privati e così via». Come si può uscire allora da questa spirale negativa? «Sul piano delle politiche pubbliche è urgente una radicale inversione di tendenza. Che richiede una dimensione sia nazionale che europea. Abbiamo bisogno di un nuovo “New Deal”», avverte Andrea Ventura. Ma, aggiunge: «Può essere veramente nuovo solo se non è né basato unicamente su modelli economici o sul recupero della religione (i leader della sinistra col rosario in tasca ci portano poco lontano). Il punto cruciale, a nostro avviso, è costituito dalla necessità del superamento di una visione economica e antropologica che ha i suoi effetti devastanti su tutti gli ambiti sociali». Ovvero? «La capacità delle società avanzate di assicurare il progresso civile si misurerà su quanto terranno conto delle esigenze delle persone, una volta soddisfatti i bisogni fondamentali. È qui, nella realizzazione delle esigenze che riguardano la sfera psichica e il rapporto interumano il punto cruciale».

Dunque le politiche economiche dovrebbero guardare con meno sospetto alla cultura, all’arte, a tutto ciò che, per dirla con l’articolo 3 della nostra Costituzione, che favorisce «il pieno sviluppo della persona umana». Ma occorrerebbe forse anche tornare a riflettere su cosa è diventato il tempo libero, nell’era del supercapitalismo. Karl Marx parlava di «tempo liberato» come un tempo di non lavoro, da dedicare allo studio, allo sviluppo del proprio talento, alle relazioni umane. Una conquista che il filosofo del Capitale pensava fosse realizzabile con l’“avvento” della dittatura del proletariato. Iscrivendola in una prospettiva insieme profetica e deterministica tipicamente ottocentesca. Per quanto questo “meccanicismo” della riflessione marxiana mostri la corda , resta il fascino dell’espressione “tempo liberato”, che, paradossalmente, oggi è diventata il titolo di una pagina culturale del giornale della Confindustria.

«Quello del tempo libero è un tema centrale nel lavoro del gruppo di economisti che ha lavorato al volume Quale crescita», afferma Longobardi. «Il tempo libero era visto da Marx come la dimensione della più piena realizzazione umana. Oggi – nota il professore – il tempo libero è sotto attacco in un duplice senso: da una parte, il tempo libero è ridotto al minimo in tutte le aree del nuovo sfruttamento, quella degli working poor, lavoratori anche molto qualificati che lavorano anche dieci ore al giorno; dall’altra l’impiego del tempo libero, per quelli che lo hanno, viene snaturato da consumi pensati per un uomo sempre più terribilmente solo e ripetitivo. Il tema del tempo libero e quello dei beni comuni sono strettamente intrecciati. I beni comuni sono tali in quanto legati allo stare insieme: le relazioni umane richiedono tempo libero e il tempo libero richiede relazioni umane». Quanto alla cultura, oggi in Italia è depauperata di risorse pubbliche e sottovalutata dalla nostra classe politica. Non solo nella concezione di destra, plasticamente rappresentata dall’espressione «con la cultura non si mangia» coniata dall’ex ministro dell’Economia Tremonti. Ma anche nella concezione dei beni culturali come “brand” da sfruttare che impronta la filosofia renziana e che concretamente significa depotenziamento delle soprintendenze e incremento di operazioni di marketing affidate a manager senza specifiche competenze di storia dell’arte e di archeologia. Significa sfruttamento del patrimonio pubblico per avere un ritorno di immagine, incuranti dei rischi che comporta, per esempio, noleggiare il Ponte Vecchio alla Ferrari per una festa privata. «è dilagata una forma deteriore direi di “aziendalismo” più che di economicismo – conclude Longobardi -, lo stesso è successo nella sanità, dove l’impronta di tipo manageriale sta prendendo il sopravvento sulle competenze dei medici, con risultati che saranno disastrosi. Come invertire questa tendenza? è difficile invertirla, ma almeno urliamo a più non posso».

dal settimanale left -agosto 2014

www.qualecrescita.blogspot.com

Quale crescita, Roma

Quale crescita, Roma

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Anna Pettini e Simona Maggiorelli

Ernesto Longobardi, Simona Maggiorelli, Andrea Ventura

Ernesto Longobardi, Simona Maggiorelli, Andrea Ventura di spalle

Simona Maggiorelli, Paolo Cacciari e Diego Piacentino

Simona Maggiorelli, Paolo Cacciari e Diego Piacentino

Blog di Quale crescita con le presentazioni del libro

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Jamie Reid, pittura, #punk e anarchia

Posted by Simona Maggiorelli su settembre 16, 2014

01_150Una provocatoria immagine di “God Save the Queen”, secondo singolo discografico dei Sex Pistols, fu realizzata da Jamie Reid nel 1977. E divenne immediatamente il marchio di fabbrica di un’intera stagione punk.
Ma a lui si devono anche il poster della Regina d’Inghilterra con le svastiche sugli occhi e la lunga serie di bandiere inglesi con spille da balia e scritte anarchiche che continuano a fare la fortuna di stilisti come Vivienne Westwood e John Richmond. Situazionista e fuori dagli schemi, Reid è stato il miglior pubblicitario che Sid Vicious e compagni potessero sognare di avere.
Ma, fatto abbastanza curioso, lui è – ancora oggi che va per i settant’ anni – un anticapitalista convinto, lontano anni luce dall’idea furbetta della musica di Malcom McLaren. Negli anni ruggenti del punk, Reid ha sempre cercato di spingere i Sex Pistols verso una presa di coscienza politica, abbandonando quell’anarchismo balordo e qualunquista dietro il quale amavano trincerarsi.
Come racconta la divertente personale Jamie Reid. Ragged Kingdom che gli dedica, dal 12 settembre al 6 gennaio, la Galleria Civica di Modena. Prodotta dal Gruppo Hera e inserita nel programa di eventi del Festivalfilosofia, l’esposizione ripercorre «la più grande truffa del Rock and Roll» attraverso sessanta disegni, dipinti, collage, opere grafiche e foto. Il percorso parte dagli esordi di Reid, con immagini simbolo come gli autobus con destinazione “Nowhere”, per arrivare al periodo strettamente connesso con i Sex Pistols. Furono anni intensi, dal 1976 al 1980, documentati in mostra da una trentina di lavori, fra i quali spicca un collage di otto metri. Fu attraverso opere di questo genere che Londra divenne l’epicentro di un movimento punk che, da stile per pochi intimi, diventò di massa. Nasceva un nuovo linguaggio musicale, estetico, di vita.
Quattro locali della capitale bastarono per catalizzare le energie delle periferie, dove vivevano i giovani ribelli. A Oxford street c’era il 100 club ma centrali furono il Roxy e il Mraquee. A contendersi la scena, per fortuna, non c’erano solo i Sex Pistols ma anche i più talentuosi e politicizzati Clash. E sempre sulla scia del punk nacquero i Siouxsie and the Banshees, lo stile gothic e dark che ancora oggi caratterizzano Carnaby street. ( Simona Maggiorelli,)

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Imprendibile Nietzsche. L’ultimo libro di Maurizio Ferraris

Posted by Simona Maggiorelli su settembre 9, 2014

Nietzsche Minch

Nietzsche Minch

Nel suo nuovo libro Maurizio Ferraris opera una ricognizione critica della “gloria” del filosofo tedesco, che fu esaltato dal ’68. E si riapre la discussione

E’ un libro di spessore, anche letterario, quello che Maurizio Ferraris dedica a Nietzsche rielaborando suoi importanti lavori precedenti (come Nietzsche e la filosofia del Novecento) fino a ricrearli in una forma interamente nuova.

Nel suo Spettri di Nietzsche, appena uscito per Guanda, la ricognizone critica del pensiero del filosofo tedesco si apre a nessi inediti con rimandi a Dostoevskij, a Mann, a Conrad, alla pittura di Munch e oltre (fino a chiamare in causa i Doors!). Ma incontra anche tratti di autobiografia. L’indagine serrata dei testi, infatti, s’intreccia alla narrazione di momenti vissuti in quelle stesse strade e palazzi che videro Nietzsche scrivere pagine folgoranti e rapidamente sprofondare nella pazzia.

Professore ordinario di Filosofia teoretica all’Università di Torino era impossibile per Ferraris non imbattersi nel “fantasma” di Nietzsche. Ma è stata certamente una scelta deliberata quella di ingaggiare con il suo rapsodico pensiero un corpo a corpo che dura ormai da trent’anni. Da quando Ferraris era un giovanissimo allievo di Derrida e uno dei primi filosofi in Italia a confrontarsi seriamente con il Decostruzionismo.

Da allora, però, molte cose sono cambiate e il pensiero di Ferraris si è sviluppato fino a prendere una direzione del tutto nuova che lo ha portato negli anni scorsi a tematizzare l’urgenza di un Nuovo Realismo in filosofia, rivalutando il valore dei fatti, la loro concreta oggettività, senza la quale nessuna interpretazione sarebbe possibile.

Ferraris, Guanda

Ferraris, Guanda

Obiettivo polemico dichiarato: il pensiero postmoderno, che ha rinunciato a qualunque ricerca sulla verità storica, filosofica, fattuale, rischiando di cadere nel negazionismo e nel populismo, pur di portare avanti (è questo il caso del Pensiero Debole di Vattimo, Rovatti, ecc) la propria lotta antidentitaria nata nell’alveo del ’68, nelle piazze della rivolta studendesca che nel Maggio francese si lasciò sedurre dal pensiero di Heidegger. Contraddizione feroce, lacerante, mettere insieme Marx e il filosofo della Selva Nera, la rivolta in nome della libertà e il pensiero cattolico-nazista dell’autore di Essere e tempo.

Un corto circuito che rese cieco il movimento, facendolo precipitare nel caos. Gianfranco De Simone ne ha scritto in modo autorevole e puntuale su left. Qui mi premeva solo richiamare brevemente quel contesto per dire della coraggiosa presa di posizione da parte di Ferraris con un pamphlet come Manifesto del Nuovo Realismo (Laterza, 2013) e con riflessioni acuminate che denunciano il nazismo di Heidegger e la sua pericolosa esaltazione da parte di pensatori che si dicono di sinistra .
Ora, con Spettri di Nietzsche, Maurizio Ferraris sembra voler fare un passo ulteriore chiamando in causa anche il filosofo della «volontà di potenza». Riaprendo così un’antica querelle che contrapponeva innocentisti e accusatori. Da un lato Deleuze e Vattimo che celebravano l’autore dello Zarathustra. Dall’altro i detrattori, che si rifacevano a György Lukács e alla sua Distruzione della ragione.

Ovviamente Ferraris va oltre il già detto, approfondisce, provoca, lanciando non poche stoccate alla “Gloria di Nietzsche” (per dirla con il titolo della lectio magistralis che ha tenuto al Festivalfilosofia ).Nel suo nuovo libro il filosofo torinese denuncia l’incontrovertibile strumentalizzazione del pensiero nietzschiano operata dal nazi-fascismo. Ma al contempo ridimensiona il ruolo della sorella Elisabeth nel manomettere le opere dell’ultimo Nietzsche piegandole all’ideologia di destra. Anche se è probabile una falsificazione dell’epistolario da parte della sorella che millantava un ruolo di interlocutrice e confidente che non ebbe mai.

«Il nihilismo della forza», «l’esaltazione della potenza e di ciò che ne segue» sono aspetti che innervano intrinsecamente tutto il pensiero nietzschiano, secondo Ferraris. Difficilmente potrebbe passare per progressista la sua idea di «superuomo dispotico» («un maschio alfa, cioè anche un povero fesso, ma un fesso pericoloso»).

Eppure, ricorda Ferraris, nel 1919 Hugo Bund pubblicò Nietzsche come profeta del socialismo. Un libro dove «non è anacronisticamente accusato di nazismo, ma chiamato a correo come ispiratore del socialismo. Il superuomo e la sua tirannia sarebbero la piena realizzazione del socialismo che – d’accordo con il modello leninista – non si contrapporrebbe più al militarismo, ma ne sarebbe anzi il compimento», scrive Ferraris. Insomma, detto rozzamente, il ribellismo antiborghese di Nietzsche, il suo messianesimo e vitalismo, avrebbero fatto di lui un autore amato dall’avanguardia leninista e non solo.

E quel suo argomentare oracolare e «messianico» ne avrebbe fatto, via Heidegger, un eroe di quel ’68, che praticava il marxismo come religione. L’operazione ermeneutica compiuta da Deleuze e in Italia da Vattimo completò il lavoro di annessione di Nietzsche alla sinistra. Incuranti della sua idea di «inconscio geologico», dice Ferraris, e del suo nihilismo assoluto. Lungi dal dire che Nietzsche fosse nazista (non poteva esserlo per ragioni storiche, perché i nazisti erano anti semiti e cristiani mentre lui era anti cristiano e contro la razionalità lucida, apollinea esaltata in ambiente universitario tedesco), Ferraris tuttavia mette radicalmente in discussione la possibilità di vedere nel teorico dell’Übermensch un pensatore rivoluzionario e Giamettaprogressista.
Riaffermendo la necessità di leggere l’opera di Nietzsche nel suo insieme, Sossio Giametta, storico traduttore del pensatore tedesco, nel libro Cortocircuiti (Mursia, 2014) invita alla cautela e a non riudurre Nietzsche a un «bue squartato di cui ognuno si ritaglia una bistecca che poi si cucina a modo suo».

In questa raccolta di saggi (in parte già noti, in parte inediti) rilancia la sua interpretazione di Nietzsche come spirito libero, che coraggiosamente attaccava ogni forma di pensiero sclerotizzato, rimettendo al centro l’autodeterminazione dell’essere umano, Vozzapreso atto della crisi irreversibile del Cristianesimo e della «morte di Dio».

E se Giametta poeticamente vede nel superuomo nietzschiano, non solo l’«oltreuomo danzante» dello Zarathustra, ma anche il viandante, Marco Vozza, nel libro Il nuovo infinito di Nietzsche (Castelvecchi, 2014) invita a leggerlo come filosofo del profondo, che «trasvaluta i valori mettendo al centro l’interiorità del soggetto», contro un Logos ormai devitalizzato. Il filosofo torinese Vozza propone dunque una lettura quasi diametralmente opposta a quella del concittadino Ferraris e sarebbe interessante chiamarli ad un confronto dal vivo.

( Simona Maggiorelli)

Dal settimanale left del 6 settembre 2014

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Il pensiero delle immagini

Posted by Simona Maggiorelli su settembre 8, 2014

Maria Callas Medea

Maria Callas Medea

Che fine ha fatto la critica? Anche quella che non è prosa d’arte (che necessita di talento e di un uso creativo del linguaggio), ma anche la “semplice “recensione di una mostra? Sui quotidiani mainstream è, con tutta evidenza, un genere in via di estinzione. Sostituita con presentazioni parapubblicitarie e inserti pagati dagli stessi organizzatori dell’evento, dell’esposizione, del vernissage. Così inevitabilmente viene meno il giudizio critico ma anche il servizio al lettore che ha diritto ad essere informato correttamente.

Emblematico è anche quello che sta accadendo alla critica cinematografica, sui maggiori quotidiani spesso surrogata da stelline, da punteggi o dall’entusiasta pollice di Fonzie. La velocità del web, lo zapping tv, il linguaggio sincopato dei social media (i 140 caratteri di twitter) l’infotainment sono diventati un must per molti editori anche di settimanali. Che in questo modo perdono di vista la propria identità e funzione: offrire spazi di approfondimento, di riflessione, di pensiero critico.

Ma non tutti sono disposti ad arrendersi a questa omologazione. E mentre i giornali contraggono gli spazi destinati alle recensioni pensando di emulare le logiche del web, a sorpresa, la critica d’arte, anche quella più colta e argomentata trova rifugio sulla Rete, in riviste specializzate come, ad esempio, Doppiozero.com, che è animata da 700 scrittori, critici, giornalisti culturali e ricercatori. Fra loro ci sono intellettuali affermati e giovani studiosi determinati a portare avanti la critica culturale facendo rete.

Come racconta Stefano Chiodi che è tra i fondatori della rivista. Curatore di mostre e autore di numerosi saggi, Chiodi firma anche la postfazione di un interessante volume pubblicato da Donzelli che ricrea su carta questo modello rizomatico e multidisciplinare di fare ricerca e critica delle arti visive.

nell'occhioIntitolato Nell’occhio di chi guarda. Scrittori e registi di fronte all’immagine, il volume ( curato da Clotilde Bertoni, Massimo Fusillo e Gianluigi Simonetti) si presenta come un’opera polifonica. Scrittori come Walter Siti, Domenico Starnone, Tommaso Pincio, Alessandra Sarchi, letterati come  Nadia Fusini e Guido Mazzoni, registi (Tiezzi e Andò ) e artisti come Laura Pugno, insieme ad altri, qui si cimentano in originali descrizioni (secondo il topos dell’ekphrasis), in letture inedite e interpretazioni di quadri, di affreschi, di foto e fotogrammi che hanno colpito la loro immaginazione. Così, per esempio, il regista Federico Tiezzi, artefice di un teatro fortemente visivo e attento all’iconografia colta, rilegge il duecentesco Trionfo della morte di Bartolo di Fredi e La Maestà del Duomo di Siena ( 1308-11 ) di Duccio di Buoninsegna in un testo che ha il sapore letterario di un racconto di formazione.

Memorie di infanzia emergono anche nel testo di Nadia Fusini che rievoca lo spavento per lo sguardo furente di Maria Callas -Medea nel film di Pasolini del 1969. Uno sguardo che a lei, ragazzina, cresciuta in una famiglia matriarcale, fece vedere/intuire la pazzia di una madre che decide di uccidere i figli. «Le immagini sono pensieri» che possono illuminare il latente, il non detto, dei rapporti umani, suggerisce Fusini. «Da quel momento capii – scrive – che le vere immagini non si afferrano che in controluce e ci affacciano su un mondo di invisibilia».

Simona Maggiorelli

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Via libera delle Regioni all’eterologa. Ma gli “ultimi giapponesi” fanno le barricate

Posted by Simona Maggiorelli su settembre 5, 2014

  fecondazione01gLa Conferenza delle Regioni dà  il via libera all’eterologa. Sul modello della Toscana. Rompendo gli indugi del Governo nel dare piena attuazione alla sentenza della Corte Costituzionale. Una sentenza che l’avvocato Gianni Baldini, docente di Biodiritto all’Università di Firenze e consulente della Regione Toscana, non esita a definire «un manifesto di libertà».

Ma fra i consiglieri del ministro della Salute Beatrice Lorenzin ci sono paladini oltranzisti della Legge 40 come Eugenia Roccella e i cattolici che siedono in Parlamento promettono battaglia. In nome della difesa dell’origine biologica, dei rapporti di sangue. E della famiglia tradizionale.

La Consulta ha riconosciuto che per ben dieci anni, con la legge 40/2004, sono stati negati diritti civili, costituzionali, a persone che chiedevano l’accesso a terapie mediche. E lo scenario che si apre ora in Italia per le coppie sterili è anche quello di potersi rivalere per il danno subìto, conferma l’avvocato Gianni Baldini, docente di Biodiritto all’Università di Firenze, che ha assistito molte coppie che, con coraggio, hanno scelto di battersi nelle Aule di tribunale contro gli antiscientifici divieti imposti dalla legge 40. Una norma – lo abbiamo scritto tante volte – degna di uno Stato etico che spia sotto le lenzuola, che violenta la donna fisicamente e psichicamente (basta pensare all’iniziale obbligo di impianto di tre embrioni anche se malati), discriminante e razzista, (vedi il divieto di eterologa cancellato dalla Consulta) ma anche piena di dogmi religiosi dal momento che tutela il concepito come fosse una persona. Come ha rilevato censurando l’Italia la Corte europea dei diritti dell’uomo. Dopo che la legge 40 è stata smontata pezzo dopo pezzo nelle aule di tribunale, ma soprattutto dopo la sentenza della Consulta del 9 aprile scorso che l’avvocato Baldini non esita a definire un manifesto di libertà si potrebbe anche prospettare l’occasione per far evolvere la cultura giuridica in Italia riguardo a diritti fondamentali della persona, erroneamente detti eticamente sensibili. Vediamo perché.

«La questione della legge 40 non si era mai posta in questi termini», dice Baldini che insieme all’avvocato Filomena Gallo, segretario dell’Associazione Coscioni, è stato il primo a sollevare il dubbio di legittimità costituzionale della norma. «La sentenza della Consulta parla chiaro e la recente ordinanza del tribunale di Bologna ne ha ribadito integralmente il contenuto. Le “autorità giuridiche” dicono che l’eterologa si può fare, che il diritto esiste ed è immediatamente eseguibile. Mentre i politici tergiversano, invocando una legge di recepimento della direttiva. Ma si tratta di una scusa (perché la direttiva è già stata recepita con i Dc.Lvi 191/07 e 16/10) per rivedere in senso reazionario la legge 40, per esempio eliminando l’anonimato ai donatori di gameti.

Gianni baldini, con Filomena Gallo , Rodotà e altri

Gianni baldini, con Filomena Gallo , Rodotà e altri

Avvocato Baldini, quale significato assume la sentenza di Bologna alla luce di questo scontro fra la Consulta e il Consiglio dei ministri che, dopo il ritiro del decreto Lorenzin, invoca una discussione in Parlamento?

Molto importante, direi. Non solo perché in base al diritto di autodeterminazione, al diritto alla salute e al principio di uguaglianza nell’accesso alle terapie, letta la sentenza della Consulta, il tribunale ha detto che non c’è bisogno di una nuova legge. Ma anche perché l’ordinanza afferma che le scelte terapeutiche devono essere fatte dal medico, tarandole sul caso concreto (previo consenso del paziente). Non dal legislatore. Riportandoci così in modo lineare alla giurisprudenza della Consulta in materia. Nonostante i furori ideologici di certa politica.
La Toscana si è avvalsa del suo lavoro di giurista per deliberare il via libera all’eterologa, senza attendere il Parlamento. I Nas potrebbero bloccare le terapie?
Se già il giudice – come ha fatto nelle due ordinanze il tribunale di Bologna – si rimette alle migliori competenze mediche e a questo si aggiungono le Direttive da parte di una istituzione pubblica come la Regione (competente in materia), il quadro è ben chiaro e direi tranquillizzante. Inoltre la legge 40 disciplina l’attività dei centri che, per esempio sono obbligati, tutelando la privacy, a conservare per 30 anni i dati relativi alla tracciabilità del materiale genetico. In Toscana i centri devono anche trasmettere i loro dati dell’ufficio della Regione dando soluzione ad alcuni problemi evocati dal ministro (donazioni plurime, esami per garantire sicurezza del materiale genetico, ecc) .
Come si configura la possibilità di chiedere i danni causati dal decennale divieto di eterologa?
La coppia di cui si è occupato il tribunale di Bologna, per esempio, nel 2006 è andata all’estero, ma senza successo. Ora che il diritto all’eterologa viene loro restituito, non hanno più 37 anni ma 45. Il danno subìto riguarda la perdita di chance di poter avere un figlio. In altri Paesi europei sono arrivate a sentenza cause per responsabilità della pubblica amministrazione nei confronti del cittadino (per cosiddetto illecito legislativo o costituzionale). È ormai pacifico che la violazione di una direttiva o di un regolamento europeo da parte di una legge nazionale, se lede i diritti del cittadino, apre la strada al risarcimento del danno. Perché non dovrebbe essere altrettanto quando una legge viola la Costituzione?
Potrebbero nascere anche delle class action?
Assieme ad alcune associazioni di pazienti stiamo studiando l’ipotesi: c’è la numerosità, la comunanza di interesse e la possibilità di perseguirlo da parte di chi si trova in condizione analoghe. Quanto agli esiti, ci si rimette ai giudici. Che, speriamo, abbiano voglia di innovare e di far evolvere il nostro ordinamento dando ingresso a nuove forme di tutela. Altre richieste di rimborso, invece, possono essere legate alla questione transfrontaliera e all’assistenza indiretta (in base alla direttiva del 9 marzo 2011 così come recepita dal D.Lvo n. 38 del 4 marzo 2014). Il paziente che si cura all’estero in questo caso, previa autorizzazione della propria Asl, anticipa i soldi e deve chiedere tempestivamente il rimborso al proprio sistema sanitario. Ma le cure rimborsabili sono solo quelle che non possono essere fatte in Italia in tempi utili per patologie.  In questo caso sarà possibile rimborsare il valore equivalente al costo della prestazione in Italia.  Ma solo se la patologia è stata inserita nei livelli essenziali di assistenza.L’eterologa lo è in Toscana, ma non ancora a livello nazionale, anche se il ministro Lorenzin aveva assunto un preciso impegno in questo senso.

Lei ha parlato della sentenza della Consulta come di un manifesto di libertà, che rimette al centro la salute psico-fisica della donna e della coppia. Calpestate dalla legge 40. «La più ideologica che sia mai stata fatta in Italia», ha detto Rodotà.
È in atto uno scontro fra chi ritiene che in uno Stato laico il diritto debba rispettare la libertà di tutti i cittadini e chi invece vuole piegare il diritto alla propria etica, come è accaduto con la legge 40 o il ddl Calabrò sul biotestamento. Ma il diritto non può essere lo strumento di un’etica che evidentemente ha perso forza di persuasione e per questo ha bisogno di essere imposta per legge. Scegli un’etica perché sei persuaso del suo valore non perché una legge te lo impone. Il diritto deve essere uno strumento di garanzia per tutte le etiche con il limite del rispetto dei principi di “libertà nella dignità” della persona umana. Vedi le leggi sul divorzio e l’aborto. Tanto più nella società multiculturale e multietnica di oggi. Io posso fare l’eterologa oppure no, ma non posso imporre agli altri un mio punto di vista, negando il diritto di scegliere. Lo ha affermato la Consulta ma anche la Corte europea dei diritti dell’uomo che ha ripetutamente condannato l’Italia a causa della legge 40. Parliamo qui di diritti fondamentali come il diritto alla salute e all’autodeterminazione. In tal senso vorrei ricordare l’ultimo comma dell’art 32 della Carta, una vera e propria clausola di habeas corpus: la legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto (della dignità) della persona umana. Il legislatore non può invadere questi campi, che attengono alla sfera più intima e personale del soggetto. La Costituzione, la Carta dei diritti dell’uomo e i principi della Carta dei diritti fondamentali Ue contenuti del Trattato di Lisbona vengono prima della singola legge. Sono ambiti sottratti alla discrezionalità del legislatore che deve limitarsi a garantire senza possibilità di conformare, tanto meno, rispetto a propri convincimenti etico-morali.
La legge 40 violenta la donna, ma rappresenta anche un attacco al rapporto uomo donna?
Sì, la Corte costituzionale, infatti, non parla solo di integrità psicofisico della donna, ma nella sentenza 162 parla anche della salute della coppia intesa come benessere psico-fisico e sociale.
Una cattolica come la senatrice Paola Binetti sposa addirittura il materialismo pur di farsi paladina della matrice genetica. Perché questa classe politica teme così tanto l’eterologa?
Dietro alle barricate contro l’eterologa c’è una morbosità tutta italiana. Noi siamo il Paese della famiglia che diventa familismo. Siamo il Paese della sottolineatura esasperata dei rapporti di sangue, di stirpe, che non ha eguali in Europa. Da noi sì che la genitorialità è una questione di affetti, ma alla fine l’importanza che talvolta viene attribuita all’aspetto genetico rasenta il patologico. È un tema che riguarda l’adozione ma l’eterologa la evidenzia in maniera paradigmatica. Essere padre o madre non è un fatto biologico, genetico, ma di scelta, di affetti. E poi se superiamo la prospettiva meramente terapeutica (cosa che in Italia non è possibile) l’eterologa potrebbe essere lo strumento che permette una pluralità di progetti familiari.

Più in generale se per avere un figlio posso rivolgermi alla provetta appare sempre più chiaro che la sessualità umana non è legata alla procreazione come quella degli animali?

Ma infatti questo tentativo di bloccare l’eterologa appare sempre di più come una ‘tempesta in un bicchier d’acqua’ artificiosamente scatenata per negare che il diritto di autodeterminarsi nelle proprie scelte procreative e familiari spetta all’individuo a prescindere dal modello di famiglia nel quale esso si colloca. La metafora dei ‘quattro giapponesi’ che non si sono ancora accorti che la guerra è finita mi pare in tal senso calzante. Dopo la pronuncia della Consulta, il recente intervento del suo Presidente, Tesauro (che è stato anche il relatore della sentenza 162/14), la Delibera della Regione Toscana e le ordinanze del Tribunale di Bologna che ritengono che non vi è alcun vuoto normativo e dunque il diritto alla fecondazione eterologa risulti immediatamente eseguibile – rinviandosi ad una normativa tecnica di dettaglio ovvero alle migliori pratiche mediche la soluzioni delle questioni tecniche per assicurare l’esercizio dello stesso in condizioni di massima sicurezza (numero donazioni possibili, esami da svolgere e criteri di selezione dei donatori, tracciabilità)- ci si chiede su quali basi, giuridiche prima di tutto, i tecnici del Ministero possano continuare a sostenere l’esigenza di una legge senza la quale addirittura l’eterologa non si potrebbe fare….. Ben diversamente come è stato ripetutamente suggerito al Ministro e come i fatti hanno dimostrato, prima che le Regioni che lo vorranno seguano l’esempio della Toscana, sarebbe opportuno intanto aggiornare rapidamente le Linee Guida stabilendo le norme tecniche e di dettaglio sopra ricordate in modo da avere una disciplina uniforme in tutto il territorio nazionale. Poi, ove si ritenga che l’attuale disciplina in tema di tracciabilità che prevede la tutela di un rigoroso anonimato del donatore, ovvero i protocolli medici internazionali che stabiliscono che vi debba essere una comunanza dei caratteri biologici fondamentali tra donatore e riceventi colore della pelle, gruppo sanguinio, caratteri fenotipici essenziali), non vada bene, il Ministro potrà investire il Parlamento delle relative questioni che verranno definite con i tempi che dato la natura del tema, è facile intuire non saranno brevi.

( Simona Maggiorelli)

dal settimanale left 30 agosto, aggiornato il 5 settembre 2014

Filomena Gallo con attivisti dell'Associazione Coscioni

Filomena Gallo con attivisti dell’Associazione Coscioni

 La Conferenza delle Regioni ha approvato all’unanimità le linee guida sulla fecondazione eterologa. L’accordo prevede che la fecondazione eterologa sia gratuita o preveda al massimo un ticket ma anche che il fenotipo del neonato possa essere simile a quello dei genitori. Il bambino potrà, se vuole, conoscere i donatori, ma solo una volta cresciuto e raggiunti i 25 anni. E solo se i donatori accetteranno di rivelare la propria identità. I donatori devono avere tra i 20 e i 35 anni, se donne. Tra i 18 e i 40 anni, se uomini. Il documento stilato dal coordinamento degli assessori regionali alla Sanità, infine, chiede al ministro Lorenzin di inserire l’eterologa nei Livelli essenziali di assistenza (Lea), come promesso. Un segnale forte per il Parlamento che il Governo Renzi ha chiamato ad esprimersi di nuovo sulla Legge 40

La Consulta e il tribunale di Bologna hanno posto fine a un divieto istituito nel 2004 con la legge 40 restituendo alle coppie sterili il diritto alla fecondazione eterologa. In arrivo una pioggia di ricorsi individuali e collettivi

Ha avanzato una richiesta di risarcimento danni la coppia a cui il tribunale di Bologna il 14 agosto ha riconosciuto il diritto immediatamente esigibile all’etero

loga. E adesso potrebbero essere molti altri a imboccare questa via, considerando che sono circa 20mila le persone che, dall’entrata in vigore della legge 40 nel 2004 a oggi, sono andate all’estero per fare la fecondazione assistita con gameti ricevuti da donatori esterni alla coppia. Mentre altre 9mila ancora attendono in Italia.

Non solo azioni individuali a pioggia, ma anche un’azione collettiva, una class action. Questa possibilità è stata prospettata, all’indomani della decisione della Consulta, dagli avvocati Gianni Baldini e Filomena Gallo. E subito ripresa dalla stampa specializzata di settore. «Sono migliaia – ha scritto il Quotidiano sanità – le coppie che potrebbero decidere di fare una class action contro lo Stato italiano per colpa della legge 40 che per 10 anni ha vietato loro il ricorso alla fecondazione assistita eterologa».

La sentenza che lo scorso 9 aprile ha cancellato il divieto di eterologa, ha “valore sub costituzionale” (cioè non può essere superata nemmeno dal Parlamento attraverso modifiche legislative) ed è immediatamente eseguibile e retroattiva. Questo senza determinare alcun vuoto normativo, come ha chiarito lo stesso presidente della Corte Giuseppe Tesauro. «Da aprile ad oggi ho ricevuto moltissime telefonate e tanti messaggi su facebook da coppie che vorrebbero fare ricorso per accedere all’eterologa» dice il segretario dell’associazione Coscioni Filomena Gallo, in questi giorni al lavoro per preparare l’XI congresso dell’associazione che si terrà a Roma dal 19 al 21 settembre sul tema delle libertà civili. «Se non si partirà presto con queste tecniche, ormai legali e lecite, saranno i tribunali a decidere, proprio come è avvenuto a Bologna. In molti fra coloro che mi hanno contattato in queste ore – spiega Gallo – si sono rivolti ai centri di fecondazione e sono in lista d’attesa. I centri si stanno attrezzando e stanno valutando il da farsi. Ho consigliato alle coppie di farsi indicare tempi certi. In assenza di questi elementi, infatti, si configura una chiara lesione dei loro diritti». Il tergiversare della politica nel recepimento della sentenza della Consulta e la decisione del Consiglio dei ministri di affidare la materia al Parlamento non contribuiscono certo a sbloccare la situazione. E i tempi si allungheranno a dismisura. Basta ricordare le annose discussioni, ideologiche e prive di basi scientifiche che i cattolici, di destra e di sinistra, ingaggiarono in Aula nel 2004 e nel 2005 all’epoca del referendum.

Unica Regione italiana ad aver dato il via all’eterologa e ad avere delle linee guida della legge 40 (quelle nazionali sono scadute dl 2008) è la Toscana. Mentre nella Penisola il panorama si presenta assai frastagliato. Frena riguardo alla scelta della Toscana di rompere gli indugi dando piena attuazione alla sentenza della Consulta, il presidente della Conferenza delle Regioni Sergio Chiamparino: «Non c’è fretta e non c’è necessità di accelerazioni. Occorre un quadro normativo nazionale» ha dichiarato. «In attesa che il Parlamento si pronunci serve un atto di indirizzo unitario, concordato con il ministro Lorenzin e il governo», dice analogamente la governatrice umbra Catiuscia Marini. Ma i radicali di Perugia contestano questo suo temporeggiare: «Dopo la sentenza della Consulta le coppie sterili hanno diritto di accesso all’eterologa» si legge nella nota firmata da Andrea Maori e Antonio Ventura. «Di conseguenza un centro ospedaliero pubblico non può rifiutarsi di eseguire questa tecnica. Lo stesso vale per gli ospedali umbri. Se un centro si rifiutasse potrebbe essere portato in tribunale per interruzione di pubblico servizio».

«Credo che ormai sia urgente e indispensabile stringere i tempi sull’eterologa. Anche per evitare qualunque rischio e ogni possibilità di ricorsi e tentativi di rivalersi sulle Regioni» afferma l’assessore alla Sanità della Sardegna Luigi Arru. E aggiunge: «Abbiamo visto cosa succede, si va dinanzi ai giudici e non è mai una cosa che dovrebbe accadere ai cittadini. La Sardegna, insieme alle altre Regioni, porterà la questione sul tavolo romano per avviare il necessario confronto». A sollecitare una rapida soluzione è anche l’elevato numero di richieste di fecondazione eterologa che si registrano in Sardegna dove è particolarmente alto il rischio di trasmissione di malattie genetiche come la talassemia maior. «In assenza di indicazioni nazionali chiare – prosegue Arru – in alcune regioni l’eterologa non sarà accessibile. Le coppie residenti andranno in altre regioni e saranno autorizzate a chiedere il rimborso, vista la sentenza della Consulta. E questo determinerebbe dei costi molto più elevati, considerando anche il diritto dei cittadini di essere rimborsati di viaggio e soggiorno, oltre a non essere eticamente corretto».
Auspicano, anche per questo, un rapido accordo fra le Regioni gli assessori alla Salute della Liguria Claudio Montaldo e quello dell’Emilia Romagna, Claudio Lusenti che si dice pronto a varare linee guida “emiliane” se la Conferenza delle Regioni – che è stata annunciata per la prima settimana di settembre – non si muoverà rapidamente. L’incontro servirà anche a delineare i contorni di una divisione che attraversa non solo il Pd. «La Corte costituzionale ha stabilito che esiste un diritto all’eterologa, senza alcun vuoto legislativo, e tale diritto deve essere reso esigibile anche attraverso il servizio pubblico», ha dichiarato a la Stampa, un esponente del centrodestra, il coordinatore degli assessori alla Sanità della Conferenza, Luca Coletto (assessore alla Sanità del Veneto) che considera prioritario l’aggiornamento delle linee guida nazionali della legge 40.

Intanto, nei mesi a venire, sono attese nuove sentenze: la Corte costituzionale dovrà esprimersi ancora una volta sulla legge 40, in particolare sul divieto di donazione alla scienza degli embrioni non idonei alla gravidanza e sul divieto di accesso alle tecniche di fecondazione per le coppie portatrici di malattie genetiche. ( dal settimanale left del 30 agosto, aggiornato il 5 settembre 2014)

La sessualità oltre la legge 40.

Correggio, Giove ed Io

Correggio, Giove ed Io

Lo scontro culturale sulla procreazione medicalmente assistita , è stato centrale nella politica dell’ultimo decennio: pronunciandosi sulla legge 40 si affronta il punto nodale del rapporto fra realtà biologica e la realtà psichica cioè dell’identità umana. La mentalità cattolica da una parte afferma il dovere di rispettare la “naturalità” del biologico, assimilato al sacro, dall’altra, con l’opposizione all’“eterologa” si pensa di difendere l’identità della famiglia. I cattolici non riescono a comprendere il passaggio dal biologico al mentale, che caratterizza la nascita umana. Pensano che lo zigote sia “persona” o, genericamente “vita” solo in base al genoma. Il genoma da solo, non fa la “persona”, non definisce né un’identità umana né un’identità biologica: i gemelli omozigoti formano cervelli anatomicamente diversi già in utero, quando non può essere presente un’attività mentale. All’esame morfologico esterno i feti omozigoti potrebbero apparire identici ma non lo sono per effetto dell’epigenetica. L’interazione dei geni con l’ambiente biologico intrauterino e la selezione casuale delle linee cellulari neuronali orientano lo sviluppo e determinano la variabilità della corteccia cerebrale. Quest’ultima come un’impronta digitale è diversa in ciascun individuo. Il patrimonio genetico è una sequenza di nucleotidi che viene letta progressivamente: il risultato finale non è determinabile a priori. E’ pertanto infondato affermare che lo zigote, pura potenzialità, sia già vita e persona.
La vita umana comincia alla nascita quando si costituisce, nei primi istanti il fondamento dell’essere. La luce attiva la sostanza cerebrale: entra in azione immediatamente un insieme di geni, prima silenti e si ha l’emergenza del pensiero nel substrato biologico. La dinamica della nascita determina una cesura radicale fra prima e dopo. Il contenuto mentale che ne deriva è lo stesso per tutti indipendentemente dalla variabilità morfologica delle strutture cerebrali. Pensare la vita umana presuppone individuare un’uguaglianza fondamentale all’origine che rende possibile la creazione di un mondo condiviso.
La mentalità religiosa opera in direzione antiscientifica, per cui si pretende di far pronunciare ancora il Parlamento sulle conclusioni della Corte Costituzionale che ha accolto la legittimità dei ricorsi e dei pronunciamenti Europei su questo tema. Viene così ignorata la falsità dei presupposti della legge 40. Le valutazioni morali e religiose non possono sostituirsi alla conoscenza dei processi biologici ed entrare nel merito delle linee guida che, partendo da evidenze scientifiche, regolano il rapporto medico paziente. Dietro l’opposizione alla fecondazione eterologa e la preoccupazione che essa possa prestarsi a derive eugenetiche, c’è sempre l’idea che l’identità umana sia inscritta nella sequenza del DNA. La genitorialità sarebbe legata alla condivisione dei geni fra genitori e figli cioè, estensivamente, all’appartenenza non solo a un nucleo familiare ma a un’etnia. La variabilità biologica non esclude però un’uguaglianza di base sul piano mentale: la nascita è per ciascuno il punto di partenza della realizzazione d’un’identità personale. Annullare la nascita, come realtà psichica universale, porta a sostenere come nell’ideologia razzista, che la variabilità genetica, quando modifica il colore della pelle, degli occhi o la forma del cranio, assume il significato di “alterità” ed “estraneità”. Per i nazisti chi non condivideva i geni della “razza” ariana era considerato non umano, cioè “untermensch”. Tutta l’operazione politica che ha portato all’approvazione della legge 40, la complicità della sinistra subalterna all’antropologia cattolica, ha avuto il significato di un attacco alla libertà di scelta delle donne. La sessualità femminile però non è finalizzata alla procreazione come sostiene la mentalità religiosa: l’enfasi che è stata posta sugli aspetti genetici e puramente biologici della fecondazione ha occultato il senso più profondo del rapporto uomo-donna ed ha impegnato l’opinione pubblica in un dibattito che distoglie dal vero obiettivo: è necessaria una nuova antropologia, che riconosca il diritto a una sessualità libera dall’obbligo della procreazione.
Nella cultura cattolica, che ha ereditato dalla filosofia greca l’idea della superiorità del pensiero razionale, lo stereotipo rimane la donna madre. Il desiderio è ancor oggi confuso con l’istinto o la bramosia cieca da sublimare per raggiungere con l’astinenza la perfezione della vita spirituale. E’ necessario al contrario pensare a una sessualità che dall’adolescenza sia realizzazione della fusione fra la realtà materiale del corpo e la realtà non materiale della mente senza perdersi nelle derive di un materialismo cieco o di una spiritualità astratta. La dialettica con il diverso da sé, uomo o donna, è allora ricerca sulla propria e altrui dimensione non cosciente non più pensata come “inconoscibile” o espressione del male. ( Maria Gabriella Gatti)

 

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