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Archive for maggio 2011

Venezia, a caccia di luce

Posted by Simona Maggiorelli su maggio 31, 2011

Si alza il sipario sulla  Biennale diretta da Bice Curiger. Che apre il dialogo fra passato e presente con la mostra ILLUMInazioni. E fra le opere contemporanee spuntano tre capolavori di Tintoretto

di Simona Maggiorelli

Jack Goldstein, in mostra a Venezia

Identità migranti, aperte al dialogo, che si sono sviluppate entrando in rapporto con culture diverse da quella di origine in cui sono nate. E forse, anche per questo, solide, senza pregiudizi, senza paura dell’altro. Sono giovani e giovanissimi, provenienti da ogni parte del globo, ma con già alle spalle molteplici esperienze creative, gli artisti che la direttrice della 54ª edizione Biennale d’arte di Venezia Bice Curiger ha scelto, in maggioranza, per la sua mostra ILLUMINInazioni che apre ufficialmente il 4 giugno.

Quasi la metà degli 82 invitati, infatti, ha meno di quarant’anni e avrà in laguna la prima importante ribalta internazionale. Dalla iraniana (ma berlinese di adozione) Nairy Baghramian con i suoi fragili ambienti costruiti con esili shanghai colorati, a un duo molto giovane e “cool” come Birdhead che a Shanghai, in senso proprio, è nato nel 2004 scegliendo una ruvida poetica metropolitana. Fino al palestinese trapiantato a New York Seth Prince, nato nel 1973, che con le sue opere realizzate sottovuoto riflette su un’arte concettuale ridotta a solo guscio e, più in generale, su una cultura che ha fatto del vuoto e dello svuotamento di contenuto la sua stessa identità per celebrare solo la superficie. Questo solo per fare qualche esempio, fra una miriade di altri da scoprire.

«L’idea è semplice, è quella che ho cercato di riassumere anche nel titolo della mostra – spiega Curiger -. Le intuizioni, le illuminazioni creative, non conoscono confini, attraversano liberamente le barriere nazionali». Sul concetto di nazione, tuttavia, si è da sempre strutturata la Biennale di Venezia, organizzata in padiglioni (quest’anno le partecipazioni nazionali sfiorano quota novanta). «Dal mio punto di vista – approfondisce la curatrice  svizzera, da vent’anni alla guida della Kunsthaus di Zurigo – ho cercato di leggere questo ineludibile impianto nazionale della Biennale in chiave meno asfittica, dando risalto alla storia, e alla storia dell’arte in modo particolare, che qui a Venezia è presenza forte, diffusa e risonante. Sarebbe stata una pazzia da parte mia chiudermi in un autoreferenziale presente ignorando questo richiamo».

Anche a partire da qui, con una richiesta che inizialmente ha fatto alzare più di un sopracciglio in soprintendenza, Bice Curiger ha ottenuto che tre capolavori di un maestro del secondo Cinquecento come Tintoretto (1519-1594) campeggiassero all’ingresso della sua mostra: parliamo dell’Ultima cena (1592-94) del Trafugamento del corpo di San Marco (1562-’66) e della Creazione degli animali (1551-52). Tre opere provenienti dal museo dell’Accademia e dalla Chiesa di San Giorgio Maggiore e che la curatrice ha scelto per il loro carattere di forte sperimentalismo, per «l’energia visiva che irradiano».

Jacopo Robusti, detto Tintoretto, ricorda Curiger, «fece dello studio sulla luce il suo strumento di ricerca, in chiave antinaturalistica, febbrile, capovolgendo l’ordine classico, tanto che ancora oggi la sua pittura, carica di tensione, ci tocca profondamente». Così accanto ad opere di artisti del nuovo millennio che fanno della luce l’elemento cardine di installazioni, quadri, ambienti, fotografie e opere di videoarte, ecco – d’un tratto, all’ingresso della mostra – l’esplosione di luce di una delle ultime opere di Tintoretto, l’ Ultima cena, con il suo impianto teatrale, carico di pathos, che sovverte la logica razionale della prospettiva rinascimentale. Un dipinto dalla tessitura cromatica vibrante, in cui i personaggi paiono quasi sgranarsi al loro comparire sulla tela. Con una drammatica modalità espressiva che è spia del profondo mutamento umanistico-rinascimentale di fine Cinquecento.

E ancor più straniante, in mezzo a fredde opere concettuali contemporanee, ci appare la visione del Trafugamento del corpo di San Marco in cui Tintoretto usa insolitamente toni scuri per le figure in primo piano e tinte chiare e luminose per rendere irreale lo splendore freddo dell’architettura sullo sfondo. Lontani dalla carnalità di Tiziano, fuori dall’intensa e sfrangiata essenzialità che la sua arte raggiunse nella stagione più  matura, con Tintoretto siamo dentro una ricerca pienamente manierista.

E a questa cifra Bice Curiger sembra voler rendere espressamente omaggio attraverso una scelta di artisti contemporanei che variamente paiono poter ricreare oggi quel tipo di estetica. Con drammatici e dinamici contrasti di luce. Esplorando le vibrazioni espressive più profonde del colore. Fuori da ogni rassicurante naturalismo cromatico. E, ancora, sviluppando lo spazio secondo direttrici multiple, come già faceva nella Milano anni Sessanta  un maestro dell’arte cinetica come Gianni Colombo e che la direttrice della Biennale d’arte 2011 ha voluto rappresentato in mostra insieme a una manciata di pochi altri affermati maestri (da Sigmar Polke, da poco scomparso, a Pipilotti Rist, da Cindy Sherman a Urs Fischer e al duo Fischli & Weiss). Pur senza voler forzatamente ridurre ad un unicum le differenti poetiche dei protagonisti di ILLUMInazioni (aperta fino al 27 novembre, catalogo Marsilio) si può certamente ritrovare nel lavoro di alcuni artisti italiani presenti in mostra, e che conosciamo più da vicino, una cifra di inquieto “manierismo” anni Duemila. In primis nel multiforme lavoro di Elisabetta Benassi, di cui in particolare ricordiamo il video Tutti morimmo a stento (2004) in cui la trentenne artista romana indugiava con la telecamera su una stampa di Pieter Bruegel, quasi accarezzandone i particolari, per passare poi senza soluzione di continuità (ricreando quelle tonalità di colore cinquecentesche) a filmare gli oggetti di un loft disabitato e resti di auto e moto in inquadrature di suggestiva composizione pittorica.

L'ultima cena di Tintoretto

Ma una cifra modernamente manierista si può ritrovare anche nel lavoro di Meris Angioletti (classe 1977, vive fra Milano e Parigi) che usa fotografia, scultura installazioni per dare vita a “forme”, a presenze, intrappolate negli oggetti, e che allo spettatore appaiono come epifanie in momenti di rêverie. E in quello della più ribelle e iconoclasta Monica Bonvicini che – al pari di Turrell, Hlobo, Quaytman, Mirza, Gréaud e alcuni altri – ha creato un’opera ad hoc per questa Biennale. Per quanto legata ai video di avanguardia di Bruce Nauman e a certa minimal art, Bonvicini, con Curiger, condivide un’estetica fortemente legata alla storia dell’arte: «Il passato- dice l’artista veneta – permette una profonda lettura e comprensione di situazioni contemporanee e delle loro implicazioni. Ed è essenziale in questi tempi di amnesia culturale e politica».

GLI EVENTI

Leone d’oro a Franz West

Con 89 partecipazioni nazionali e  37 eventi collaterali, dopo tre giorni di vernissage, il 4 giugno alle 10 apre ufficialmente la  54esima Biennale internazionale d’arte di Venezia che resterà aperta fino al 27 novembre. Nella stessa mattinata, l’assegnazione dei Leoni d’oro. La giuria presieduta dall’ egiziano Hassan Khan, artista visivo e musista e dalla vice prsidente Carol Yinghua Lu, curatrice e critica d’arte cinese consegnerà i premi speciali alla carriera a un artista di fama internazionale come l’austriaco Franz West (per aver innovato la scultura  con i suoi Passstücke, piccole sculture maneggiabili che si completano a contatto del corpo dello spettatore) e a Sturtevant, come anticipatrice dell’arte concettuale. Fra i Padiglioni nazionali, quest’anno, da segnalare le new entries di Andorra, Arabia Saudita, Bangladesh, Haiti e Bahrain (che nel 2010 è risultato vincitore alla Biennale di architettura). Dopo una lunga assenza, ritornano l’India, il Congo, l’Iraq, lo Zimbabwe, il Sudafrica, Costa Rica e Cuba.  E se la Gran Bretagna propone Mike Nelson, la Francia offre un assolo di Christian Boltanski, mentre l’Iraq e la Turchia propongono intense riflessioni d’artista sull’acqua bene primario.  Sul web: www.labiennale.org

 da left-avvenimenti del 29 maggio-3 giugno 2011

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In ricordo di Saramago, Nobel ribelle

Posted by Simona Maggiorelli su maggio 22, 2011

 In un intenso libro intervista edito da L’Asino d’oro edizioni un ritratto dello scrittore Josè Saramago visto da vicino. E’ firmato dal giornalista e scrittore Baptista-Bastos, che con il Nobel portoghese ha condiviso la battaglia contro il fascismo di Salazar ma anche passioni letterarie e di vita.

di Simona Maggiorelli

Il Nobel Saramago

«Oltre ad essere un saggio, un erudito che manifestava una solidarietà assoluta nei confronti degli altri, José Saramago è stato uno degli uomini più liberi che ho conosciuto». Con queste parole cariche di emozione e di affetto il giornalista e scrittore portoghese Baptista-Bastos ricorda l’amico di sempre, José Saramago, al quale è stato legato anche da una comune e forte militanza politica. «Ci siamo avvicinati nel corso della lotta contro il fascismo portoghese» ricorda Baptista Bastos che al premio Nobel scomparso l’anno scorso ha appena dedicato il libro José Saramago, un ritratto appassionato ( L’Asino d’oro edizioni). «E in modo del tutto naturale – aggiunge – perché eravamo mossi da una grande complicità politica ma anche da un forte imperativo morale. I tempi, le problematiche, un’enorme affinità culturale ed etica hanno cimentato un’amicizia e un rispetto reciproco, mai sopiti».

«Tutti i miei romanzi sono politici» le dice Saramago nel libro intervista. La letteratura, per lui, era anche un esercizio di responsabilità culturali, etiche, civili?

Tutti i romanzi sono politici. Oppure riflettono malintesi politici. L’arte di Saramago rifletteva non solo le sue preoccupazioni riguardo al momento storico, ma anche l’imperativo etico ed estetico di aiutare gli altri a comprendere il mondo. Grazie a un’immaginazione potente e una creatività non comune, lui forniva gli strumenti per capire la realtà che ci circonda. Il lettore, poi, avrebbe giudicato secondo il proprio intendimento. L’arte di Saramago è un formidabile invito a una libera libertà.

Con lei Saramago torna a dirsi «comunista e scrittore». La trasformazione sociale e la sua idea di uomo nuovo, però, non erano né messianiche né meccanicistiche. Che cosa significava per lui la necessità di «rendere l’uomo più umano»?

Si diceva comunista e scrittore, non scrittore comunista. Saramago, prima di tutto, era uno scrittore; dopo veniva il resto. La preoccupazione per le strade imboccate dall’umanità gli faceva sentire l’urgenza, la necessità di affermare: «Il ventunesimo secolo sarà il secolo dell’uomo o non sarà». Apparteneva a quella immensa famiglia letteraria che, dall’antichità classica a oggi, considera preziosa l’individualità di ciascuno, senza ingabbiarla rigidamente nelle differenze.

A Torino anni fa, in un elogio di Cassandra, Saramago disse che oggi Cassandre necessarie, capaci di guardare lontano, sono gli scienziati, troppo spesso inascoltati. Ma ricordo anche che in Italia si batté al fianco di Luca Coscioni per la ricerca sulle staminali embrionali.

Ovunque si lottasse per una scienza consapevole, in ogni battaglia per il progresso della conoscenza contro ogni forma di oscurantismo (in particolare l’oscurantismo e la superstizione vaticana), lì era José Saramago. Un uomo e il suo destino, o il destino che Saramago ha voluto per se stesso, ecco la sua definizione.

Nel vostro dialogo Saramago dice che è la mente dell’uomo a creare Dio. Nel Quaderno (Bollati Boringhieri,2008) scriveva: «il pianeta sarebbe molto più pacifico se tutti fossimo atei»: Come si articolava la sua denuncia della violenza esercitata dalle religioni?

Secondo Saramago, l’uomo ha creato gli dei per superare le proprie paure. Ma l’impresa non ha prodotto che nuove paure. Saramago considerava suo compito combattere la paura, costruire forme avanzate di civiltà e solidarietà.

Tornando alla letteratura, lei rileva l’importanza che le immagini femminili hanno nella letteratura di Saramago. In che modo, a suo avviso, sono centrali?

La donna è compagna dell’uomo, non per seguirlo ma per camminare al suo fianco. E le figure femminili nell’opera dello scrittore portoghese assurgono a una dimensione potentissima, sono loro, le donne, a determinare e stimolare le grandi correnti della Storia. Tempo fa mi sono trovato a riflettere sulle somiglianze fra i personaggi femminili in Saramago e in Elio Vittorini, le «garibaldine», nel cui animo risiede tutto il coraggio del mondo.

Nei Quaderni di Lanzarote (Einaudi)-in cui lei compare fra i dedicatari- Saramago scriveva : «sono ancora uno stato di buon funzionamento, per non dire che mi sembrano del tutto intatti i doni di immaginazione e ingegno con cui sono venuto al mondo. Ora, in modo repentino ma non inaspettato, vedo aprirsi davanti a me prospettive nuove». La sua ricerca di uomo e di artista non si fermò mai?

Spesso Saramago si interrogava sull’avanzare dell’età. Lo faceva prendendo le mosse da quell’aristocrazia dello spirito molto vicina a Montaigne. L’idea di domare l’ignoto, l’oscuro, non lo abbandonava mai. Ma bisogna dire che il coraggio di Saramago era di natura morale, oltre che fisica. Credo sia stata l’unione di queste due caratteristiche a rendere lo scrittore portoghese l’uomo speciale che è stato e a permettergli di lasciarci un’opera monumentale per l’ampiezza delle sue proposte.

dal settimanale Left-Avvenimenti

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Chi ha paura dei bambini?

Posted by Simona Maggiorelli su maggio 21, 2011

Un treno dirottato da una scolaresca. Un rocambolesco viaggio verso Bucarest. E il racconto corale della società romena di oggi. nel romanzo della scrittrice romena Florina Ilis  La crociata dei bambini pubblicato da Isbn edizioni.  L’abbiamo incontrata a Torino in attesa del Salone del libro 2012 che vedrà la Romania paese ospite.

di Simona Maggiorelli

Attenzione al binario tre! E’ in arrivo l’accelerato speciale proveniente da Oradea», avverte la scrittrice  Florina Ilis ad incipit del romanzo La crociata dei bambini (Isbn edizioni) . E’ un treno speciale con un carico di bambini diretti in  colonia, in una località estiva della Romania. Un treno che, per più di 800 pagine, trasporterà il lettore in una realtà parallela,  onirica e potente, fatta  di avventure rocambolesche, di  incanti e prime cotte da cuore in gola.  Ma anche fatta di continui attentati alla fantasia infantile  perpetrati da  premurosi genitori, ligi  insegnanti,  preti pii e  poliziotti corrotti, che se ne sentono direttamente  o indirettamente minacciati. Al punto che il lucido giornalista Pavel, cresciuto a pane e  Sant’Agostino, a pagina 560 del romanzo, si mette a pontificare sulla «rapidità con cui nell’inconscio infantile, il bambino passa dall’innocenza alla violenza e alla perversione». Ma per fortuna, su questo bizzarro Train de vie anche le sue farneticazioni vengono portate via dal fiume di una narrazione che scorre travolgente, quasi senza  punteggiatura, passando da una voce narrante all’altra come in una affascinante polifonia alla Dostoevskij.   Così ecco  Calman, il capo di una banda di ragazzi che vive nei sottosuoli di Bucarest, letteralmente disarmato dalla bellezza incarnata dal sorriso di una ragazzina. Ecco  Denis, l’Harry Potter del gruppo, che finalmente sul treno dei bambini  non ha più bisogno di indossare la maglietta che lo rende invisibile agli occhi del patrigno. Ed ecco Sonia scoprire per la prima volta la ruvida dolcezza di un bacio maschile.  Il treno del racconto di Florina Ilis procede sul binario segreto  delle emozioni, delle scoperte, dei sogni di questi ragazzini. Fra soste improvvise e subitanee accelerazioni. Come quando  il gruppo degli adolescenti decide di dirottare il mezzo, per farne il treno dei diritti dei bambini. Da strappare ai grandi. «Primo!  Vogliamo la regolamentazione delle adozioni internazionali» dicono i bambini scampati alla malavita di Bucarest.  «Secondo! Vogliamo diritti per non andare più a rubare».  «Terzo! Niente più ore di religione», annuncia un ragazzino che frequenta le medie. Il  mondo alla rovescia della tradizione carnevalesca si mescola  qui alla meraviglia delle fiabe, senza che la Ilis, in questo romanzo giudicato dalla critica internazionale uno dei più importanti della letteratura romena contemporanea, perda mai di vista la realtà  della Romania di oggi, fra rapida modernizzazione e persistenze di una cultura contadina , magica e religiosa. Fra sviluppo tecnologico e l’indigenza delle fasce sociali più deboli. Fra nuove agognate libertà guadagnate con l’abbattimento del regime di Ciausescu e il dilagare di abusi su minori a causa del turismo sessuale internazionale. «Fra luci e ombre con questo libro ho voluto fare un affresco della Romania contemporanea – racconta a left  Florina Ilis -, ma  non nella forma di un romanzo di tipo sociologico. Quello che conta per me è la fantasia, è la letteratura».
 L’incanto, la meraviglia, un modo di guardare le cose  dalla parte dei bambini.Dove nasce  questa sua originale poetica ?
In realtà  La crociata dei bambini  nasce come  romanzo multivocale. Per raccontare la Romania di oggi ho cercato di far sì che ogni personaggio e ogni classe sociale avesse una propria voce per dire la propria realtà. Ma è vero che emergono soprattutto due voci: quella dei bambini e  quella degli adulti. Al contempo però non ho voluto che fossero del tutto in contrapposizione. Così a volte i bambini parlano come se fossero la voce dei genitori, altre volte i genitori si comportano in modo infantile, come se fossero essi stessi  i bambini. Ho cercato di rendere questa complessità.

Florina Ilis

Nel libro gli ufficiali che furono spediti dal regime  a sedare la rivoluzione nell’89, vengono schierati per reprimere la crociata dei bambini. Perché tanto odio?
Non so se odio sia la parola giusta. Quando gli adulti perdono il controllo sui più piccoli c’è una reazione contro di loro. Un certo mondo adulto ha paura dei bambini.
Qual è  la situazione dei bambini di strada?
Il romanzo è stato pubblicato nel 2005 in Romania. E il problema dei  bambini di strada allora era enorme. Nel frattempo sono stati avviati programmi di recupero dal punto di vista  sociale. Ora non ci sono più gli orfanotrofi che tutti abbiamo visto in tv. I bimbi che erano abbandonati  sono stati affidati a famiglie e lo Stato le sostiene. Certo, non tutto è risolto. Non tutte le famiglie sono accoglienti. Forse oggi dovrebbero intervenire soprattutto gli psicologi per aiutare questi ragazzi.
I personaggi più  anziani  nel libro  hanno una certa nostalgia per la dittatura di Ceausescu. Accade anche nella realtà?
Sì effettivamente molti anziani oggi in Romania hanno  nostalgia per il passato comunista. La prima cosa che si dimentica di quel periodo è  l’assenza di libertà.  I vecchi rammentano che lo Stato pensava a tutto e nel  vuoto attuale si trovano spersi. La mia generazione ( all’epoca eravamo studenti) ha potuto apprezzare di più il passaggio alla libertà, non ci importava la mancanza di  cose materiali. Le generazioni più giovani oggi si sentono del tutto libere, hanno conquistato veramente qualcosa rispetto al passato.
L’idea della crociata dei bambini  viene dal racconto che Marcel Schwob scrisse nel 1896?
Non avevo letto Schwob; sapevo della crociata dei bambini  del XIII secolo. Da quell’episodio storico ho preso l’idea di base da cui è partito il libro. Nel medioevo quella crociata fu indetta  perché i bambini avrebbero dovuto salvare il cristianesimo. Nel mio romanzo le domande intorno alla crociata dell’innocenza sono altre e più complesse. Mi domando  in che modo un movimento di bambini possa salvare il mondo  e se il mondo abbia bisogno di essere salvato da qualcosa.
Il suo romanzo ci mostra  una “realtà latente”,  un mondo dalla coloritura onirica. Ma gli adulti razionali si ostinano a chiamarla magia o religione?
Viviamo in un mondo concreto ma esiste anche una parte invisibile, che qualcuno appunto chiama spirituale o in altro modo. Alla mia maniera ho cercato di dare espressione a questo latente.  Sono sempre stata tentata di dare un senso a questi significati nascosti della vita. Ma non trovando una  risposta univoca  cerco di darne molte. Senza per questo voler fare della filosofia. E  soprattutto evitando  ogni didatticismo.
(Traduzione di Mauro Barindi)

Il  caso
nuova onda transilvana
Una vera e propria onda romena si è alzata nel panorama europeo della letteratura. Con nomi  di maestri come Norman Manea e Gabriela Adamesteanu. Ma anche con scrittori più giovani come Dan Longu ,Filip Florian e la stessa Florina Ilis, classe 1968, che la critica internazionale considera una delle voci più importanti  della letteratura romena di oggi.  Insieme formano un panorama letterario complesso e variegato che  nuovi studi  ora ci aiutano a comprendere più da vicino. A cominciare dall’importante opera a più mani Geografia e storia della civiltà romena nel contesto europeo (Edizioni Plus, a cura di Bruno Mazzoni) che ci guida inel cuore della narrativa e della poesia romena che , specie durante il regime di Ceausescu,  è stata il vero “polmone” attraverso cui una  società soffocata dalla censura ha potuto  respirare. Ma  ricco di spunti è anche il volume che le Edizioni Plus dedicano alla nuova scena  contemporanea.

da left-avvenimenti

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I nuovi demoni russi

Posted by Simona Maggiorelli su maggio 16, 2011

 Una interessante  panoramica degli scrittori russi della dissidenza ha sfilato al Salone del libro di Torino, che ha appena chiuso i battenti. Il comunismo sovietico non c’è più, ma i nuovi governi da Eltsin a Putin non si sono affatto dimostrati democratici. E ancora oggi in Russia si muore si osa dire il vero sulla guerra in Cecenia e sulla mancanza di informazione attendibile.

di Simona Maggiorelli

Chagall il suonatore di violino

Oggi la Russia «è un Paese che ha imparato che cos’è la libertà. E questo è impagabile. Ma c’è troppa corruzione e il profitto è diventato un dio». Parola di Sasha Sokolov che con libri-denuncia come La scuola degli sciocchi (Salani) è diventato un simbolo della nuova letteratura russa di opposizione. In sintonia con letterati affermati e maturi come Sokolov,  cercando strumenti per comprendere l’oggi, autori più giovani come Aleksandr Terechov scavano in vicende censurate  come quella di alcuni figli dell’apparato stalinista  che nel 1943 diventarono “lupacchiotti” filo nazisti. (Il ponte di pietra, Edizioni e/o) oppure più direttamente raccontano  come il vuoto lasciato dal crollo dell’ideologia sovietica sia stato riempito dalla dittatura di poteri forti addestrati dal Kgb.

Il volume  12 che hanno detto no. La battaglia per la libertà nella Russia di Putin (Edizioni e/o) curato dal giornalista Valerij Panjuskin ne è un esempio ficcante, raccogliendo dodici testimonianze di intellettuali che denunciano il feroce regime poliziesco e corrotto che attanaglia la vita quotidiana  in Russia.

Intanto non si ferma l’esplosione sanguinosa dei conflitti e l’inferno della guerra in Cecenia. Lo ha raccontato l’esule Nicolai Lilin in una serie di libri dal fondo autobiografico, usciti di recente per Einaudi e molto discussi. Ma a Torino si è fatta sentire anche la voce di Zachar Prilepin, ex membro dei corpi speciali antiterrorismo dell’ esercito russo e autore dell’incisivo e spiazzante Patologie (Voland) che ambienta la sua storia nelle strade della città di Groznyi devastate come nella seconda mondiale.  E al Lingotto c’è stata  anche la testimonianza della giornalista Yiulia Latynina che con coraggio ha raccolto il testimone di Anna  Politkovskaja assassinata mentre stava rincasando una sera di ottobre del 2006 per mettere a tacere il suo lavoro di inchiesta in Cecenia e che accusava Putin e il suo governo.

Anche per evitare problemi con l’attuale governo e con la censura diretta e indiretta, per raccontare ciò che ha visto in Cecenia, Yulia ha scelto questa volta la chiave di una narrazione fantastica nel bruciante Il richiamo dell’onore (Marco tropea editore), in cui appare “trasfigurato” ciò che la giornalista ha documentato nel Caucaso degli anni Novanti e che non ha potuto raccontare nei suoi articoli.

Realismo aspro e crudele e dall’altra parte narrazione fantastica ma non di evasione, mai del tutto avulsa dalla vita concreta. Sono questi  i due filoni di ricerca che oggi sembrano incontrare maggiore attenzione sulla scena letteraria russa.  Che qui di seguito cerchiamo di raccontare anche attraverso le parole del  regista e scrittore Pavel Sanaev. Di fatto a Torino, alla ventiquattresima edizione del Salone del libro andata in scena al Lingotto dal  12 al 16 maggio, le occasioni di approfondimento non sono davvero mancate.

Per conoscere più da vicino queste e molte altre nuove voci della letteratura russa contemporanea. Ma anche per tornare a studiare Dostoevskij, al quale è  stato dedicato un convegno  il 14 maggio con un intervento, fra gli altri, di Andrey Shishkin oppure la poesia di Osip Mandel’stam, la cui opera è stata al centro di una tavola rotonda sulla quale speriamo di poter dare presto ulteriori notizie.

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L’iconografia sacra di Stalin

Posted by Simona Maggiorelli su maggio 15, 2011

di Simona Maggiorelli

Realismo socialista, Stalin

Mentre in Russia Putin minaccia di ripristinare le statue di Stalin alcune interessanti uscite editoriali e una mostra a Milano invitano a tornare riflettere sulla “svolta culturale” che il dittatore russo impose negli anni ‘30 inaugurando la stagione del realismo socialista. A colpi di censura e di epurazioni come ricorda Gian Piero Piretto ne Gli occhi di Stalin (Raffaello Cortina). L’attacco feroce alla Lady Macbeth del distretto di Mcensk di Šostakovic nel‘35  ne fu un segno emblematico. Insieme alle tante accuse di “formalismo” e di tradimento degli ideali della rivoluzione con cui Stalin cercò di silenziare artisti come Bulgakov. Ogni modernismo e sperimentazione, anche quella cinematografica di Ejzenštejn, per il contadino Stalin, erano nemiche del popolo. Salvo sfruttarne le tecniche, svuotate di contenuti. Alla ricerca delle avanguardie, in primo momento ingaggiate da Lenin, il dittatore georgiano che aveva imparato i suoi modi polizieschi in seminario (vedi Simon S. Monteforte ne Il giovane Stalin, Longanesi), sostituì quello che Piretto chiama il «kitsch totalitario», ovvero una ridda di seriali immagini di propaganda, riprodotte in soprammobili, francobolli, poster, scatole di fiammiferi, lattine pop ante litteram e ogni genere di merci. L’obiettivo dichiarato era celebrare le magnifiche sorti e progressive dell’uomo nuovo comunista. Mentre a dominare in modo schiacciante era la figura del dittatore, fissa come un’antica icona della tradizione russa, immagine piatta da contemplare, dalla forte connotazione religiosa. E al posto delle opere dei grandi romanzieri russi, storie edificanti circolavano in milioni di copie, raggiungendo ogni angolo del paese, come testo di dottrina. Il modello era quello teatrale dei predicatori medievali e del lubok, la stampa popolare russa. L’estetica staliniana imponeva il ritorno all’antico, in barba alle istanze utopistiche della rivoluzione di ottobre, al punto che nel 1936 fu ripristinato anche il Natale. «Vedere tornò ad essere credere, non interpretare e leggere con spirito critico» nota acutamente Piretto nel suo libro. Gioia di vivere di Stato, odio dei nemici del popolo, dominio dell’uomo sulla natura erano le colonne su cui poggiava la mitologia degli anni ‘30. Come si evince dalla mostra Nudi per Stalin,il corpo nella fotografia sovietica alla Fondazione Matalon di Milano (fino al 30 marzo) il singolo doveva annullarsi nel collettivo. L’operaio sovietico era raffigurato bello, biondo, forte, giovane e sano. Non troppo dissimile dal tipo dell’ariano nazista. La donna era mascolina, scultorea e desessualizzata. Cancellata la complessa e articolata idea di bellezza russa (krasota) si optava per un immobile e granitico neoclassicismo estetico e per il più freddo e ottuso positivismo.

da left-Avvenimenti, 26 febbraio 2010

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Riscoprire Tancredi

Posted by Simona Maggiorelli su maggio 14, 2011

Una parabola artistica breve e quanto mai intensa. Prima di quel salto dal parapetto, a soli 37 anni. Nella sua città natale, Feltre, una mostra invita a studiare l’opera di Tancredi. A cominciare dalla sua opera grafica a cui lui dava grande importanza come mezzo per arrivare a rappresentare la profondità dell’essere umano.

di Simona Maggiorelli

un'opera di Tancredi esposta a Feltre

Corpose pennellate dai forti contrasti cromatici, con un effetto quasi da action painting. Ma il drammatico uso dei neri di Trancredi tradisce ben altra fonte, e più impegnata, di quella dell’americano Jackson Pollock (che il pittore veneto conobbe alla Biennale di Venezia del 1948).

Il suo vero maestro di pittura astratta fu piuttosto Emilio Vedova, incontrato da giovanissimo, dopo l’esperienza partigiana. Anche da questa amicizia nacque l’adesione di Tancredi al Fronte nuovo delle arti che a Venezia si batteva contro l’opprimente autarchia della cultura fascista.

Ma poco più che adolescente il pittore di Feltre era anche andato alla scuola di nudo di un altro maestro dell’arte italiana che aveva intensamente preso parte alla Resistenza: Armando Pizzinato. Con lui Tancredi condivideva l’amore per le esplosioni pittoriche di Tiziano e per le deflagrazioni di luce di Tintoretto. Ma non la scelta figurativa che portò Pizzinato a restare vicino alle forme del realismo socialista. Inquieto, informato su tutte le novità di rango internazionale, a cominciare dal cubismo, nella sua breve vita e nei dieci, folgoranti, anni di carriera come pittore, non smise mai di sperimentare. Dai primi autoritratti tormentati, di profondo scavo psicologico e realizzati con pennellate materiche alla Van Gogh, fino agli ultimi essenziali disegni, in cui si può leggere in filigrana i segni di quella corrosiva  malattia  interiore che lo portò, a 37 anni, a gettarsi nel Tevere.

Lo racconta la bella mostra che la Galleria d’arte moderna di Feltre gli dedica fino al 28 agosto e affidata alla cura di Luca Massimo Barbero. Una retrospettiva che raccoglie un centinaio di opere fra dipinti e disegni  accompagnata da un catalogo Silvana editoriale, denso di contributi critici significativi, a cominciare da quelli firmati dallo stesso Barbero, da Fabrizio D’Amico e da Francesca Pola. Ed proprio la studiosa a riportare in primo piano un aspetto della produzione di Tancredi spesso rimasto in ombra: la sua ricca produzione grafica. Tancredi disegnava ovunque. Sulla carta da pacchi (merce rara in tempo di guerra), sul retro di fatture e perfino su tovaglioli. Regalando poi lo schizzo a chi gli stava seduto accanto a tavola. Lo strumento grafico era quello che sentiva più efficace nell’arrivare a una forma sintetica. Perlopiù si trattava di ritratti dalle figure deformate,  plastiche, ma senza ombreggiature. Realizzati con una linea continua, che non conosce soluzioni di continuità. «Era profondamente convinto – scrive Pola – che questo fosse il modo per esprimere il contenuto umano più profondo».

da left-avvenimenti

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Joseph Beuys, il rabdomante

Posted by Simona Maggiorelli su maggio 13, 2011

di Simona Maggiorelli

Beuys visto da Warhol

Uno sciamano in abiti moderni più che un artista che crea immagini nuove. Un rabdomante delle tensioni e delle inquietudini sociali più che uno scultore capace di rappresentarle in forme originali e universali (non a caso era amico e alter ego di Andy Warhol). Performer prima che pittore. Guru più che reale ricercatore.

Per non dire poi dei molti punti bui della sua biografia in cui si è incoraggiati ad entrare anche dalla sua esplicita volontà di fondere arte e vita. E in cui scoviamo la giovanile adesione alla Hitler-Jugend e la partecipazione attiva alla guerra prima di una profonda crisi che lo portò a mettere in discussione tutti i valori giovanili, salvo la religione cattolica. Lacerti di un’ideologia di destra e religiosa connoteranno poi l’intera sua opera incentrata sull’esaltazione della natura come forza primigenia e senza tempo. Eppure, nonostante la profonda ambigutà della sua figura e della sua opera, l’onda lunga dell’interesse per Beuys non accenna a spegnersi. E gran parte della critica internazionale continua ad esaltarne «la sensibilità precorritrice  della moderna ecologia».

Anche per questo, per uscire dal mito e cominciare a ridare alla personalità di Joseph Beuys (1921-1986) una dimensione più vera segnaliamo la  retrospettiva Joseph Beuys.Difesa della Natura che la Kunsthaus di Zurigo dedica all’artista dal 13 maggio, ma anche la monumentale monografia che gli ha dedicato Lucrezia De Domizio Durini e appena uscita per Electa col titolo Beuys Voice. Con dovizia di testimonianze dal vivo raccolte dall’autrice durante il suo lungo sodalizio con Beuys. E a che, se lette in filigrana parlano chiaro.

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Il sogno aborigeno

Posted by Simona Maggiorelli su maggio 13, 2011

di Simona Maggiorelli

Usano i colori caldi della terra. E trasformano le aride sabbie dei deserti in pittura materica, ”soffice” e vivace. Una danza di neri, marroni, gialli, rossi che vorticosamente percorrono la tela tracciando forme astratte. Altre volte sono opere figurative che ricordano ancestrali pitture rupestri con animali totemici e stilizzate figure umane. Ogni area geografica dell’Australia aborigena ha il suo vocabolario iconografico che giovani artisti oggi ricreano in segni personali e originali. Come la pittrice Paola Balla, fra le protagoniste della mostra Dreamtime lo spirito dell’arte aborigena curata da Giovanna Gotti e Davide Sandrini al Man di Nuoro (fino al 28 agosto, catalogo Marsilio); una artista che si muove liberamente fra differenti mezzi espressivi e che fonde ricerca artistica e antropologica con un preciso messaggio politico. Nata nel 1974 a Echuca nella regione australiana di Yorta Yorta da una famiglia che ha radici aborigene, italiane e cinesi, Balla recupera nel suo lavoro la memoria e le testimonianze di «straordinarie donne che sono sopravvissute e continuano a sopravvivere di fronte al razzismo, alla perdita della loro terra, della loro lingua e del diritto di essere rispettate come legittime proprietarie e depositarie della tradizione e come madri dall’Australia dei bianchi». Di fatto in una Australia che oggi conta venti milioni di abitanti gli aborigeni sono ridotti al 2,5 per cento della popolazione. Ma tutta una nuova generazione di nuovi artisti – di cui fanno parte pittori come Rekko Renni e come Trevor “Turbo” Brown – sta riscoprendo l’ampio repertorio di racconti del “Dreaming”, un patrimonio orale che storicamente è stato condiviso da artisti, scrittori e cantastorie. Parliamo di un repertorio di narrazioni di origine esoterica e mitologia che fa di aspetti della natura e del volo degli uccelli, in particolare, uno dei suoi simboli ricorrenti di forza e di libertà. Così anche nelle pitture di “Turbo” Brown esposte al Man ritroviamo il piumaggio dell’aquila nella forma delle nuvole oppure  rappresentazioni in primo piano di una figura mitologica come il Bunjil, il “grande antenato” che Brown dipinge come aquila immaginifica dalla coda cuneiforme, mostrandone solo la parte anteriore per non rivelare le radici della sua potenza. Lo stile minimalista, invece, domina la pittura ispirata alla tradizione aborigena del deserto. E in questa mostra sarda, che per la prima volta in Italia offre un quadro sfaccettato dall’arte australiana di ieri e di oggi, questo filone è rappresentato da maestri maturi, nati intorno agli anni Quaranta come George Tjungurrayi, Cerchi concentrici come rappresentazione stilizzata del serpente gigante della mitologia locale sono la sua cifra inconfondibile.

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McCracken, non solo minimal art

Posted by Simona Maggiorelli su maggio 9, 2011

di Simona Maggiorelli

McCracken Cosmos frontal

Un primo traguardo importante, dopo tante discussioni intorno alla sua direzione, il Castello di Rivoli pare proprio ora averlo raggiunto con questa antologica dedicata all’artista californiano John McCracken (aperta fino al 19 giugno, catalogo Skira). Una mostra che, riprendendo i fili dell’indagine sul Minimalismo cominciata qui da un curatore come Rudi Fuchs con personali di Andre e di Judd, riporta questo signorile centro d’arte direttamente al centro dei circuiti internazionali.

Nella ventina di anni in cui è stato diretto da Ida Gianelli, quello di Rivoli era diventato uno dei più innovativi musei del contemporaneo in Italia; il primo ad affiancare un programma espositivo cosmopolita e aperto alle nuove tendenze ad una meditata collezione permanente che insieme alla già storicizzata Arte povera propone opere di artisti delle ultimissime generazioni. Poi, dopo la dipartita di Gianelli per Roma, un lungo periodo di stasi rotto solo da un paio di belle e immaginifiche mostre curate da Carolyn Christov-Bakargiev, direttrice della prossima Biennale di Kassel. Ma a distanza di un anno dalla sua nomina alla direzione di Rivoli (insieme a Beatrice Merz) Andrea Bellini  ora si scrolla di dosso definitivamente la fama di ex enfant prodige, che si è fatto le ossa in circuiti mercantili come Artissima, cominciando a firmare mostre di spessore scientifico e storiografico. Come questa retrospettiva di McCracken (Berkeley, 1934) che ci fa conoscere più da vicino un artista che ha segnato la storia della Minimal Art americana fin dagli anni ‘60 affermando al contempo un proprio percorso originale e autonomo, per quanto schivo. Emotivamente distante dall’ala più algidamente geometrica e disseccata del Minimalismo made in Usa. Prova ne è questo allestimento torinese in cui le sculture totemiche e sfaccettate di McCracken riescono a modulare ritmicamente le ampie sale di Rivoli. Le sue strutture primarie diventano luminose note di colore nella settecentesca partitura architettonica di questo nobile e antico castello sabaudo.

Anche le sue tele “segnaletiche” o di gusto vagamente etnico ci appaiono lontanissime dalla fatuità sgargiante della Pop art e dal mitragliamento percettivo della Op art, due movimenti da cui trasse ispirazione il minimalismo di Donald Judd, Dan Flavin, Sol LeWitt e Robert Morris fin dai suoi  esordi. Il gusto stesso per la geometria che è stato il principale trait d’union della Minimal Art in McCracken si apre all’imprevisto di piani specchianti e inclinati, mentre le dimensioni gigantesche tipiche dell’enviroment d’Oltreoceano diventano eleganza classica, distanza pacata, respiro degli spazi. Una mostra, insomma, con cui il Castello di Rivoli riprende decisamente a fare notizia.

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Sculture vulnerabili

Posted by Simona Maggiorelli su maggio 7, 2011

Dopo anni di grandeur dell’arte. Di opere gadget alla Jeff Koons. A Firenze a Miano l’arte riscopre la fragilità e  l’interiorità come valore

di Simona Maggiorelli

Saraceno in mostra a EX3

Un manifesto di leggerezza, un inno alla sensibilità, ma anche un chiaro richiamo all’instabilità, alla debolezza, al trascorrere incessante delle cose che talora resta incompiutezza. E’ la mostra Suspense, sculture sospese allestita fino all’8 maggio nel Centro per l’arte contemporanea EX3 di Firenze. Una collettiva di artisti da ogni parte del mondo che si fa leggere anche come un invito a riflettere sui rischi che corre il pianeta (vedi le fragili sfere-serra a mezz’aria di Saraceno e le delicate tessiture di foglie di Morgan) e come una chiara denuncia delle ferite ancora aperte dei molti territori di guerra sparsi nel globo (ecco il pianeta suturato con il nastro adesivo di Putrih). Ma forse alcune di queste opere propongono qualcosa di più della denuncia della violenza fisica e palese.

Passeggiando fra le reti ricucite di Birken o fra i rami disseccati di Campbell, così come in mezzo agli instabili circuiti domestici costruiti in giunco da Menicagli, si coglie uno sguardo introspettivo, un gioco di metafore sull’interiorità, un tentativo di riflettere sulle proprie interne fragilità e sulle trappole che si possono celare anche in ambienti familiari. Così facendo questa mostra curata da Lorenzo Giusti e da Arabella Natalini (e che riporta Firenze sulle strade internazionali dell’arte contemporanea) ci suggerisce un rimando a un’altra importante iniziativa: al lavoro che su temi analoghi sta svolgendo Chiara Bertola a Milano con la rassegna in progress Terre vulnerabili, della quale il 6 maggio è stata inaugurata una quarta tranche.

Hangar Bicocca, Milano

Quasi nello stesso torno di ore, fra Milano e Firenze, sembra di assistere a un passaggio di testimone fra due eventi che non hanno tangenze ufficiali ma che curiosamente suggeriscono percorsi intorno alle stesse tematiche. Quasi che comuni fossero le radici della riflessione sulla contemporaneità e il bisogno di segnalare una svolta. Opponendosi alla grandeur di installazioni plurimiliardarie (che in questi giorni campeggiano a Punta della Dogana nel museo veneziano del tycon François Pinault), ma anche al gigantismo spiazzante alla Cattelan e alla ottusità di opere gadget alla Jeff Koons. Passata l’euforia dell’arte che celebra il mercato anche quando sembra criticarlo (Andy Warhol docet) ecco che la strada imboccata dagli artisti delle ultime generazioni appare all’insegna di una ricerca più intima, tormentata e profonda. Più aperta al divenire che alla costruzione granitica di spazi.

Più all’insegna dell’understatement che alla ricerca del sorprendente. La scultura oggi scende dal piedistallo, come sottolineano i curatori di Suspence nei saggi pubblicati nel catalogo Damiani che accompagna la mostra fiorentina. Della ricerca delle avanguardie storiche resta l’interesse per la polimatericità (mutuata da Picasso ma anche da Boccioni) e l’attenzione al movimento (andando oltre Calder) ma nella gran parte dei lavori esposti in EX3 non c’è quel tratto gioioso di apertura al nuovo che connotava questi illustri precedenti. Analogamente a quanto suggerito dalle diafane opere-batufolo create da Löhr, dalle scarpe slacciate fotografate da Ondak, dalle composizioni di palloncini sgonfi di Tayou esposte a Milano, la bussola delle emozioni della mostra fiorentina è orientata sull’inquietudine e su un movimento che non conosce catarsi.

da left avvenimenti

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