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Parigi, la seduzione dell’arte

Posted by Simona Maggiorelli su dicembre 24, 2005

di Simona Maggiorelli

La riapertura del Petit Palais, il più grande museo comunale parigino è una delle sorprese che la capitale francese offre in questo ultimo scorcio del 2005. Da sempre ricchissima di iniziative, in questo fine anno Parigi diventa particolarmente seducente per una serie di eventi legati al mondo dell’arte.
Così, anche privandosi, per una volta, di un ritorno alle sale storiche del Louvre, non bastano una manciata di giorni per godersi tutte le altre proposte.Provando a tracciarne una mappa, il nostro viaggio, sulle tracce di uno storico flâneur – in omaggio a Walter Benjamin che sulle gallerie dell’Esposizione Universale scrisse saggi suggestivi – non può che partire dal Petit Palais, il palazzo “maraviglia” che ai primi del Novecento Charles Girault pensò come «un inno alla luce» e come pandant degli Champs- Elysées. I lavori di restauro, durati quattro anni, sono costati più di 72 milioni di euro; fra vari intoppi, dovuti alla difficoltà a reperire i fondi e ai cambi di maggioranza politica alla guida della città. Lo scorso 10 dicembre, però, il sindaco Delanoë ha portato a casa il risultato, con il taglio del nastro di un rinnovato Petit Palais: l’area espositiva, fra trasparenze e aperture sul giardino come nel progetto originario, è passata da 15mila a ben 22mila metri quadri, con, in aggiunta, uno spazio fisso dedicato alla collezione permanente. Per Natale e Capodanno, così, torna alla luce l’importante collezione del museo   comunale di Parigi, che copre un arco di tempo che va dall’antichità greco romana fino al 1914, con un nucleo forte di opere di Courbet, Monet e Sisley. E mentre, (a distanza di cinque anni dall’ultima grande mostra dedicata alla Cina degli imperatori) per aprile al Petit Palais si prepara una mostra di arte preispanica del Perù e per l’autunno, un’antologica dedicata alle acqueforti di Rembrandt, fino al 12 febbraio, lo spazio mostre del Petit Palais ospita Quentin Blake e les demoiselles des bords de Sein, omaggio all’illustratore britannico Blake, seguendo il filo rosso della figura femminile nel XIX secolo a partire da Les demoiselles des bords de Seine di Courbet, conservata nel museo.
Ma accanto alla notizia certamente ghiotta della riapertura del Petit Palias, in questo fine anno, non va dimenticato che al Grand Palais, prosegue fino al 16 gennaio la mostra, Mélancolie, génie et folie en Occident, interessantissimo viaggio dall’antichità classica fino alla contemporaneità su come l’arte e gli artisti hanno interpretato il tema della melanconia nei secoli. Curata da Jean Clair, (Europa ne aveva parlato il mese scorso) con 250 opere che vanno dalla celeberrima incisione di Dürer, studiata da Panofsky , a tele di Zurbaran, Friedrich, de Chirico, Giacometti e altri. Sempre al Grand Palais, fi- no al 26 gennaio, c’è anche l’occasione di un viaggio a ritroso nella secessione viennese, con la mostra dedicata alla pittura fra il 1890 al 1918, raccontata attraverso opere di Klimt, Schiele e Kokoschka. E ancora, proseguendo il viaggio intorno al Marais, il quartiere melting pot di artisti e intellettuali, dove l’integrazione fra ebrei, arabi, asiatici è fatto storico, il Museo Picasso festeggia vent’anni da quel lontano – anche culturalmente – anno 1962, quando André Malraux, discusso poeta e ministro della Cultura nel periodo di De Gaulle, promosse, e non a poco prezzo, il recupero i 36 hôtel particulier, nobili dimore private in pietra bianca e mattoni rossi, intorno alla secentesca place des Vosges. Vicino alla casa-museo di Hugo e a quella di Théophile Gautier, fra cortili nascosti, caffè e antiquari e gallerie d’arte contemporanea (come quella di Emmanuel Perrotin, che ora propone anche Maurizio Cattelan), fino al 9 gennaio il Museo Picasso ospita la mostra Picasso. La passion du dessin, dedicata agli schizzi, ai bozzetti e alle opere che raccontano il talento veloce, onnivoro e vitale del pittore spagnolo. Ma per i cultori del Settecento francese, e del richiamo dell’antico motto, “libertà, uguaglianza, fratellanza” (che da qualche tempo, curiosamente, ritorna sulla stampa italiana ) il Louvre e il Musée Jacquemart- André dedicano a David, il pittore neoclassico della rivoluzione finestre e sezioni personali, in cui sono esposti ritratti e scene di storia. E sempre il Louvre promuove anche la retrospettiva di un centinaio di opere di Anne Louis Girodet de Roucy, detto Girodet-Trioson, il maggiore allievo di David, che dopo il restauro napoleonico, si fece interprete di un ritorno integrale alla mitologia fuori dal vivo della storia. Infine, per uscire dal solco strettamente francese, al Musée d’Orsay, fino all’8 gennaio, L’art russe dans la seconde moitié di XIX siècle: en quête d’identité, per raccontare attraverso dipinti, sculture una fase culturale in Russia non molto conosciuta. Mentre al Centre Pompidou continua dalla scorsa estate (fino al 9 gennaio) la più completa mostra mai organizzata sul movimento Dada, dalla Svizzera dei primi Caffè novecenteschi, alla Russia di Lenin.

da Europa 24 dicembre 2005

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L’ora di religione

Posted by Simona Maggiorelli su dicembre 22, 2005

Avvenimenti, 22.12.05

Privilegi porporati e programmi scolastici dettati dalla Cei. Dove è finito lo Stato laico?
di Simona Maggiorelli

L’inizio è nelle pagine di storia: l’insegnamento della religione cattolica fece il suo ingresso ufficiale nelle scuole italiane nel 1923 con la riforma Gentile. Una scelta rafforzata poi dal Concordato del 1929. Ora però, a più di cento anni di distanza, il ministro dell’Istruzione Letizia Moratti insiste su un inattuale ritorno a un modello confessionale della scuola pubblica. Lo raccontano l’assunzione in ruolo di 10mila insegnanti di religione varata dal governo Berlusconi e il fatto che le assenze degli studenti all’ora di religione ora vengono segnate e interpretate come penalità, eludendo il “particolare” che si tratta pur sempre di una materia facoltativa. Ma non solo. La commissione guidata da monsignor Tonini, incaricata dalla Moratti di stilare un manuale deontologico, ha appena concluso i suoi lavori e, presto, ne avremo il pensum ad uso di tutti gli insegnanti, non solo quelli dell’ora di religione. Mentre il vicepresidente del Cnr, lo storico Roberto De Mattei, con il compito di riformare la ricerca nel settore delle materie umanistiche, lancia proclami per un riscatto della società cristiana e contro i progressi della scienza, come fondatore dell’associazione Lepanto. E non si tratta, purtroppo, di un film in costume sul ritorno dei crociati. Basta andare sul sito http://www.lepanto.org per rendersene conto. Si tratta di scelte vere e pesanti, di cui si colgono già le ricadute sui programmi scolastici e sulla ricerca. Lo si è già visto con il tentativo del ministro Moratti di fare spazio al creazionismo nei programmi di biologia, ostracizzando l’evoluzionismo di Darwin. Un tentativo fermato dalle dure accuse mosse dall’Accademia dei Lincei già nell’aprile del 2004, ma poi approdato alla nomina ministeriale di una commissione presieduta da Rita Levi Montalcini e incaricata di decidere dell’utilità dell’insegnamento di Darwin, i cui documenti finali sono stati pesantemente manomessi, come aveva denunciato ad Avvenimenti il professor Vittorio Sgaramella, docente di biologia molecolare dell’università della Calabria e membro della commissione Montalcini e come racconta MicroMega nel nuovo numero “Chi ha paura di Darwin?”.
Abbiamo chiesto a Mario Staderini, insieme all’associazione radicale anticlericale.net, attento studioso di cose vaticane e autore di un libro sull’8 per mille, di raccontarcene radici e conseguenze.
«In questo viaggio, partiamo dall’insegnamento della religione cattolica all’interno della scuola pubblica – suggerisce Mario Staderini -. Si tratta di un privilegio concesso dallo Stato in base al Concordato, una norma di favore riservata alla sola Chiesa cattolica con cui si fa della scuola uno strumento di promozione di una confessione religiosa, peraltro discriminando tutte le altre».

Come si traduce in concreto?
Lo Stato è obbligato ad inserire l’insegnamento della religione cattolica all’interno dell’orario scolastico, e paga i docenti. Oggi sono circa 20mila ed è il vescovo a designarli, rilasciando (e revocando) il certificato d’idoneità in virtù di un giudizio etico e morale. C’è, dunque, un potere di controllo nei confronti di dipendenti statali da parte della diocesi e della Cei, la Conferenza episcopale, che dà le direttive.

L’intesa firmata nel 2003 fra ministero e Cei ha aggravato questa situazione?
Si è consentito alla Cei di fissare gli obiettivi dell’insegnamento, controllandone così i contenuti. Negli ultimi anni è in corso una vera e propria deriva clericale. Dopo numerosi tentativi di eludere la facoltatività dell’ora di religione, sono state approvate leggi unilaterali, come quella varata dal governo Berlusconi per l’immissione in ruolo degli insegnanti di religione. Ne sono già stati inseriti 10mila e si arriverà a 15.383 entro l’anno prossimo. Ma il Concordato non prevedeva nulla del genere.

E con quali costi per lo Stato?
Non c’è ancora una stima precisa, ma lo si può facilmente calcolare considerando uno stipendio medio di 2mila euro lordi: moltiplicato per 20mila si arriva a 500 milioni di euro a carico dello Stato ogni anno. Questo solo per gli insegnanti, senza contare il valore e le spese per le strutture.
Gli insegnanti di religione entrano nei consigli di classe. Quanto incide il loro giudizio?
Con la riforma Moratti si tenta di equiparare anche il valore didattico, inserendo la valutazione in pagella. I sindacati denunciano che, da qui al 2008, ogni tre docenti assunti dalla scuola pubblica, uno sarà di religione. La loro immissione in ruolo, poi, apre scenari paradossali: ammettiamo che non venissero più giudicati idonei all’insegnamento e revocati dal vescovo, perché divorziati o perché, supponiamo, hanno votato sì al referendum sulla fecondazione assistita, essendo di ruolo, passerebbero a insegnare quelle materie umanistiche in cui la loro formazione confessionale giocherebbe un preciso peso. Già adesso nell’ora di religione non si studiano le crociate o la controriforma, spiegandone il peso storico. Si studiano i Vangeli, la figura di Gesù e la vita della Chiesa cattolica, mentre le altre confessioni religiose sono considerate solo in rapporto subalterno a quella cattolica. È un insegnamento confessionale proprio perché segue un preciso carattere religioso e identitario. Ad esempio, tra gli obiettivi specifici stabiliti nell’Intesa vi è quello di far “comprendere che il mondo è opera di Dio”.
Con la riforma Moratti il pensiero religioso impronta i programmi di più materie?
Indubbiamente c’è un tentativo. Lo stesso Cardinal Ruini, nel messaggio di saluto per i nuovi insegnanti di religione di ruolo, disse esplicitamente che quello era il primo passo per far uscire l’insegnamento della religione cattolica da un ruolo marginale nella scuola pubblica, ed assumere finalmente un ruolo determinante nella crescita globale dei bambini e dei ragazzi. Un obiettivo che ha trovato appoggio nelle scelte del ministro Moratti e di una lunga serie di ministri cattolici che l’hanno preceduta. Gli strumenti utilizzati sono l’ora di religione, il codice deontologico dei docenti affidato al cardinal Tonini, l’ostracismo alla storia precristiana e all’evoluzionismo in biologia, così come la presenza di riti religiosi cattolici che ancora si celebrano, a vario titolo, nelle scuole pubbliche italiane. Un aumento di imput confessionali, dunque, a fronte invece di una quasi totale scomparsa dell’insegnamento dell’educazione civica. Non c’è poi da stupirsi se nel paese si va perdendo il senso civico e istituzionale, la conoscenza stessa dell’istituto referendario ad esempio, mentre aumenta, complice lo strapotere mediatico, l’attenzione ai messaggi criminalizzanti su aborto e fecondazione assistita delle gerarchie vaticane e delle associazioni integraliste. La scuola ha una precisa responsabilità.
In questo quadro, allora, è tanto più grave il finanziamento concesso dallo Stato alle scuole private cattoliche.
Al meeting di Comunione e liberazione dell’agosto 2001, il ministro Moratti affermò che non deve più esistere il monopolio pubblico dell’istruzione. Personalmente non avrei pregiudizi rispetto all’affidamento anche a soggetti privati del servizio pubblico scolastico. Il problema è che la libertà di insegnamento, negata nella scuola pubblica agli insegnanti di religione, è ancor più compressa nelle scuole confessionali. Finanziare le scuole private, in Italia, significa finanziare soprattutto le scuole cattoliche, di qui la strumentalità di questi provvedimenti. Nel 2004, il finanziamento pubblico alle scuole non statali, introdotto nel 2000 dal governo D’Alema, è stato di 527 milioni di euro. L’esenzione dall’Ici disposta dall’ultima legge finanziaria è un ulteriore tassello di una strategia per fare delle scuole cattoliche private delle scuole d’élite, in cui formare le future classi dirigenti del paese. Ma anche nell’università la situazione è privilegiata.

In che senso?

L’articolo 10 comma 3 del Concordato stabilisce che le nomine dei docenti dell’Università cattolica del Sacro Cuore (che gode di finanziamenti pubblici) siano subordinate al gradimento, sotto il profilo religioso, della competente autorità ecclesiastica. Ciò significa vincoli per i professori ed una formazione particolare per gli studenti, della facoltà di medicina ad esempio; non senza conseguenze esterne: basti pensare che il Policlinico Gemelli è parte integrante della Università Cattolica. La messa sotto tutela dell’insegnamento, dell’università e della ricerca ha sempre una ricaduta sulla vita pubblica e dei cittadini. Tanto che l’Italia si colloca agli ultimi posti nell’utilizzo della terapia del dolore, nelle garanzie per i cittadini rispetto ai medici obiettori, mentre anche l’utilizzo della Ru486 è pervicacemente ostacolato. E dal 2004 ci ritroviamo con la legge sulla fecondazione assistita più proibizionista del mondo.Ma il paese reale si ha la sensazione non sia poi così cattolico integralista come la Cei.
Infatti. Il filosofo cattolico Pietro Prini, in un suo libro, parla di “scisma sommerso” per descrivere la distanza tra la dottrina ufficiale e la coscienza dei fedeli. Ma non è detto che, con il ripetersi di politiche e strategie clericali, la distanza non si riduca.

E in Europa, c’è qualche paese che viva una situazione come quella italiana?

Sul fronte scolastico, la riforma di Zapatero sta liberando la scuola pubblica spagnola da influenze confessionali; in Germania è ancora forte la dimensione pubblica della Chiesa, così come in Portogallo. L’ Inghilterra, dove la religione anglicana è religione di Stato, ci fornisce un modello opposto: lo Stato non dà un penny alla Chiesa. Stati “a rischio”, per cosi dire, sono i nuovi paesi della Ue, specie quelli dell’ex Urss e dell’ex Jugoslavia. Il Vaticano, infatti, da anni sta conducendo una politica neoconcordataria con l’obiettivo di ottenere il riconoscimento di norme speciali.

Attraverso il meccanismo dell’ 8 per mille si finanziano le scuole religiose?

Non tutte. Con i fondi dell’8 per mille vengono finanziate facoltà teologiche e istituti di scienze religiose, nonché associazioni cattoliche come Age e Agesci, che ritroviamo poi presenti nelle commissioni ministeriali. Complessivamente, con l’8 per mille, 1 miliardo di euro finisce ogni anno nelle casse della Cei, nonostante oltre il 60 percento dei contribuenti italiani non esprima alcuna volontà in tal senso. Chi non firma l’apposito modulo, infatti, si vede prelevato comunque l’8 per mille delle sue imposte e destinato alla Cei in base alla percentuale delle scelte espresse dalla minoranza di italiani che hanno firmato. Insomma, una questione di ignoranza indotta.

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L’autonomia tradita

Posted by Simona Maggiorelli su dicembre 16, 2005

Pensiero critico, ricerca, diritto a una formazione alta. Parla Luigi Berlinguer di Simona Maggiorelli

“La sinistra oggi non può non farsi carico di idealità progressiste, pensando a un nuovo progetto educativo» avverte l’ex ministro dell’Istruzione Luigi Berlinguer, padre di quella riforma varata dal governo di centrosinistra che per la prima volta apriva all’autonomia scolastica. Oggi, membro laico del Csm, e docente universitario, il professore stuzzica e stimola l’Unione perché arrivi alle elezioni attrezzata, con idee chiare, su un punto cardine come la scuola. «Il fatto è – dice Berlinguer – che non possiamo più permetterci di fermarci a una ideologia ottocentesca di Stato burocratizzato. È un problema che riguarda complessivamente le scelte di un partito di sinistra che oggi deve avere una visione complessiva del mondo, aprirsi al nuovo, al confronto delle idee».
Che tipo di rinnovamento a sinistra?
Il socialismo, in origine è nato con connotati di ateismo, e comunque di forte razionalismo. Oggi il suo orizzonte si è arricchito, non escludendo una sfera dell’umano fin qui trascurata come l’irrazionale. Le emozioni, l’esigenza di felicità, l’apporto della donna. Sono le rappresentanze più alte di una visione più ricca dell’idea di comunità che una volta aveva una caratterizzazione prevalentemente collettivistica. Ora al centro c’è il rispetto della persona e occorre aggiornare l’analisi che non è certamente più quella del capitalismo nascente da cui si è originata la strategia di Marx.
In che modo può tradursi in nuovo progetto di scuola pubblica?
Sto parlando di una filosofia di vita che non proviene dall’alto, ma che nasce dal basso. C’è nella tradizione marxiana, c’è nel modo in cui si sono organizzati i lavoratori, ponendosi in antitesi a un capitalismo che aveva usato lo Stato per governare i processi economici. Certo lo Stato ha sempre una funzione di riequilibrio. Un’idea di società tutta dominata dal mercato porterebbe a una condizione di homo homini lupus. Ieri lo Stato, oggi il potere pubblico, non più statale – dal momento che parliamo di dimensioni locali o di sovranazionali con l’Unione europea – ha una funzione di riequilibrio nei riguardi di questi processi che producono disuguaglianza. In questo quadro la novità di una politica educativa è data da questo affievolirsi del ruolo statual-nazionale, ma anche dal fatto che l’accesso all’education è sempre più un diritto di tutti e non solo di una parte, per cui nei paesi evoluti si va a scuola fino a 18 anni. Con forme di emarginazione sempre più parziali, ma che pure ci sono: riguardano i soggetti più deboli, gli immigrati. Ma l’istruzione di massa, il bisogno del singolo ad esistere diversamente dal passato, s’intrecciano con il bisogno della società di avere personale più preparato, con un’offerta educativa che prima era stata prevalentemente statale.
Mi faccia capire meglio. Pensa a un servizio pubblico o a maggiori privatizzazioni?
Penso a un’assoluta prevalenza del pubblico. La funzione educativa potrà, in alcuni casi, avere un gestore privato, ma non lo deve essere il servizio. Qualunque attività educativa
deve avere una caratterizzazione pubblica. Nessuna imposizione di un credo. Educazione significa confronto di idee. Non devono esistere ghetti, ma neanche porti franchi in cui ognuno possa fare ciò che vuole. Una funzione pubblica deve avere la forza di imporre ovunque queste regole.
Questo scenario di autonomia, anche di pensiero, come si concilia con la massiccia immissione in ruolo di insegnanti di religione?
L’ora di religione è la prova che lo Stato, così come è oggi, non è in grado di garantire il massimo di laicità. La religione a scuola ha un senso solo se diventa cultura, altrimenti è catechesi, da praticare nei luoghi di culto.
Nel progetto di riforma Moratti per la prima volta si dice insegnamento di “religione cattolica”. Lo denuncia la commissione Montalcini, auspicando maggiore apertura interreligiosa. Lei che ne pensa?
Sarebbe necessario garantire che a scuola si studiasse cultura e storia delle religioni. È un problema ancora da risolvere.
Mettere in discussione il Concordato offrirebbe una strada?
Le radici della costituzionalizzazione del Concordato risalgono alla Resistenza. I cattolici hanno fatto parte del movimento dando anche una loro impronta. E il compromesso che ne è derivato è che i Patti lateranensi non si possono cambiare se non con un’azione comune delle due parti.
Ma si potrà avviare un confronto?
Credo sarebbe opportuno avviare una discussione. Ma nelle forme giuste, per giungere ad un accordo. Altrimenti non avrebbe valore legale. Ma l’obiettivo fondamentale è che, in una visione di sinistra rinnovata, si riesca a garantire a tutti il diritto al successo formativo. Deve passare l’idea dell’education come diritto. Persino il concetto di obbligo dovrebbe essere via via superato.
Lei, però, fece una legge sull’obbligo. Che poi è stata drammaticamente cancellata.
Sono venuti gli Unni e hanno deciso una damnatio memoriae. Nonostante questo, però, resto convinto che il concetto dell’obbligo debba essere sopravanzato dal concetto di diritto, inteso come diritto a sviluppare fino in fondo la propria personalità e la cultura, secondo le proprie capacità. Quindi ad avere successo.
I ragazzi devono poter sviluppare un pensiero critico, autonomo?
Questa è la premessa di qualunque cosa. Il senso critico è fondamentale. Se io sono in grado di rendere cinquanta, devo essere messo in grado di poterlo fare. Ma il punto è che non dobbiamo far camminare alla stessa velocità chi rende cinquanta e chi ottanta. Chi è più lento non deve essere emarginato. Ma anche chi ha più potenzialità ha diritto a non essere mortificato in una livellazione verso il basso. La società è fatta di differenze ma tendere all’uguaglianza non vuol dire fissare uno stampo. Sarebbe un grave danno. Bisogna creare le situazioni per cui ognuno renda al massimo di sé stesso. E non si può fare con una scuola statalizzata secondo il modello ministeriale, irreggimentata dentro le classi tradizionali, in una scuola che ignori le potenzialità enormi della scienza e del nuovo mezzo tecnologico. Il punto è creare una comunità educante, aperta, mobile. Fermo restando un minimo comun denominatore di sapere. Questa è l’autonomia. E la grande sfida della scuola del nuovo millennio.
Ma il progetto di autonomia non è minato da schizofrenia se poi si obbligano i ragazzi a accettare dogmi religiosi?
La catechesi nella scuola pubblica è proibita. Si può anche insegnare il Vangelo purché lo si affronti come storia culturale. Chi non lo fa, è fuori dalla legge 62 che porta la mia firma. E le leggi occorre farle rispettare.
Come, se è il vescovo a nominare l’insegnante di religione?
Ma c’è un dirigente scolastico e un collegio dei docenti. Perché non potenziare questi momenti di dimensione pubblica della scuola? Perciò difendo l’autonomia. Soltanto mi chiedo se la sinistra si sia fatta carico di far attuare queste leggi.
Che risposta si è dato?
Che non l’ha fatto abbastanza. Perché una certa sinistra vive nella presunzione che l’unico modo sia escludere la scuola non statale per relegarla in un ghetto. E poi perché pone la questione dell’insegnamento di religione in forma ipostatizzata, puramente ideologica.
E perché la sinistra non punta al cambiamento?
La sinistra è fatta di molte anime. Una cultura che voglia cambiare deve avere ideali altrimenti è meglio che vada a casa. Ma non basta declamarli. Bisogna avere la capacità di trovare un’operatività. C’è invece chi si limita alla propaganda degli ideali. Questo è il confronto da fare.
Perché questa sinistra ha paura della ricerca? Margherita Hack denuncia che nell’università non si fa più ricerca pura.
Il nuovo programma dell’Unione pone la ricerca di base al centro. Ma credo che su questo la discussione si faccia molto calda. Ritengo che ci sia bisogno sia di ricerca di base che applicata. Ma sono anche convinto che l’Italia abbia maggiori potenzialità nella ricerca di base.
E come si può fare una libera ricerca, supponiamo, in storia, se la riforma del Cnr per le materie umanistiche è di uno storico confessionale come Roberto De Mattei, fondatore dell’associazione Lepanto?
Occorre vedere quanto egli conti realmente. Ma è indubbio che ci sia stato un abbassamento di livello l’Italia non meritava questi ultimi cinque anni di penitenza. Però sono anche convinto che nell’università italiana la ricerca abbia spazi e che ci sia chi la sa fare. È un patrimonio che mi auguro nella prossima legislatura venga valorizzato e sostenuto al massimo.
Intanto, i giovani ricercatori precari, con la riforma Moratti, si vedono cancellato d’un tratto il proprio ruolo.
Il problema è il ricambio generazionale, la mancanza di quadri giovani. È un fatto gravissimo che chiede un immediato cambiamento di rotta.
E che basi avranno i futuri ricercatori, se fin dalle superiori hanno studiato programmi di scienze censurati?
Quest’idea di esclusione dello studio dell’evoluzionismo dalla scuola credo sia una malattia che vada combattuta con la massima energia. Guai a chiudere o a mettere il bavaglio alla conoscenza scientifica. Bisogna che i ragazzi siano messi nella condizione di imparare tutto, che conoscano l’evoluzionismo come una delle correnti di pensiero più importanti del panorama moderno. Io credo, però, che anche chi non è d’accordo abbia diritto di parlare. Guai però a fare una scelta, come sta tentando di fare Bush.
Cosa farebbe se fosse ministro?
Intanto occorre un corpo docente che affronti la scienza e la cultura con metodo critico. Con il dovere deontologico di insegnare in modo che lo studente viva in piena autonomia nel momento in cui apprende. Non si deve indottrinare. Ma occorre anche che questi elementi di criticità del sapere siano garantiti da norme precise. Se dovesse sopravvivere una linea morattiana a favore del creazionismo bisognerebbe cancellarla con un tratto di penna. Senza esitare neanche un istante. Perché è la negazione della cultura. Chiunque la faccia.

Avvenimenti 49/05

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Privilegi porporati e sempre più soldi alle scuole cattoliche

Posted by Simona Maggiorelli su dicembre 16, 2005

di Simona Maggiorelli

L’inizio è nelle pagine di storia: l’insegnamento della religione cattolica fece il suo ingresso ufficiale nelle scuole italiane nel 1923 con la riforma Gentile. Una scelta rafforzata poi dal concordato del ’29. Ora però, a più di cento anni di distanza, la ministra dell’Istruzione Letizia Moratti insiste su un inattuale ritorno a un modello confessionale della scuola pubblica. Lo raccontano l’assunzione come insegnanti di ruolo di 10mila insegnanti di religione varata dal governo Berlusconi e il fatto che le assenze degli studenti all’ora di religione ora vengono segnate e interpretate come penalità, eludendo il “particolare” che si tratta pur sempre di una materia facoltativa. Ma non solo. La commissione guidata da monsignor Tonini incaricata dalla Moratti di stilare una manuale deontologico ha appena concluso i suoi lavori e, presto, ne avremo il pensum ad uso di tutti gli insegnanti, non solo quelli dell’ora di religione. Mentre il vicepresidente del Cnr, lo storico Roberto De Mattei, con il compito di riformare la ricerca nel settore delle materie umanistiche, lancia proclami per una riscatto della società cristiana e contro i progressi della scienza, come fondatore della associazione Lepanto. E non si tratta, purtroppo, di un film in costume sul ritorno dei crociati. Basta andare sul sito http://www.lepanto.org per rendersene conto. Si tratta, purtroppo, di scelte vere e pesanti, di cui si vedono già le ricadute sui programmi scolastici e sulla ricerca. Lo si è già visto con il tentativo della ministra Moratti di fare spazio al creazionismo nei programmi di biologia, ostracizzando l’evoluzionismo di Darwin. Un tentativo fermato dalle dure accuse mosse dall’Accademia dei Lincei già nell’aprile del 2004, ma poi approdato alla nomina ministeriale di una commissione presieduta da Rita Levi Montalcini e incaricata di decidere dell’utilità dell’insegnamento di Darwin i cui documenti finali sono stati pesantemente manomessi, come aveva denunciato ad Avvenimenti il professor Vittorio Sgaramella, docente di biologia molecolare dell’università della Calabria e membro della commissione Montalcini e come ora racconta MicroMega nel nuovo numero Chi ha paura di Darwin?

Abbiamo chiesto a Mario Staderini, insieme all’associazione radicale anticlericale.net, attento studioso delle cose Vaticane e autore di un libro sull’8 per mille, di raccontarcene radici e conseguenze. “In questo viaggio, partiamo dall’insegnamento della religione cattolica all’interno della scuola pubblica- suggerisce Mario Staderini -. Si tratta di un privilegio concesso dallo Stato in base al Concordato, una norma di favore riservata alla sola Chiesa cattolica con cui si fa della scuola uno strumento di promozione di una confessione religiosa, peraltro discriminando tutte le altre”.

Come si traduce in concreto?

Lo Stato è obbligato ad inserire l’insegnamento della religione cattolica all’interno dell’orario scolastico, e ne paga i professori. Oggi sono circa 20mila ed è il Vescovo a designarli, rilasciando –e revocando- il certificato di idoneità in virtù di un giudizio etico e morale. C’è, dunque, un potere di controllo nei confronti di dipendenti statali da parte della Diocesi e della Cei, la Conferenza episcopale, che dà le direttive.

L’intesa firmata nel 2003 fra Ministero e Cei ha aggravato questa situazione?

Si è consentito alla Cei di fissare gli obiettivi dell’insegnamento, controllandone così anche i contenuti. Negli ultimi anni è in corso una vera e propria deriva clericale. Dopo numerosi tentativi di eludere la facoltatività dell’ora di religione, sono state approvate leggi unilaterali, come quella varata dal governo Berlusconi per l’immissione in ruolo degli insegnanti di religione. Ne sono già stati inseriti 10mila e si arriverà a 15383 entro l’anno prossimo. Ma il Concordato non prevedeva nulla del genere.

Con quali costi per lo Stato?

Non c’è ancora una stima precisa, ma lo si può facilmente calcolare considerando uno stipendio medio di 2000 euro lordi: moltiplicato per 20mila si arriva a 500 milioni di euro a carico dello Stato ogni anno. Questo solo per gli insegnanti, senza contare il valore e le spese per le strutture.

Gli insegnanti di religione entrano nei consigli di classe, partecipano alla valutazione scolastica degli alunni. Quanto incide il loro giudizio?

Con la riforma Moratti si tenta di equiparare anche il valore didattico, inserendo la valutazione in pagella. Sotto il piano numerico, i sindacati denunciano che, da qui al 2008, ogni tre docenti assunti dalla scuola pubblica, uno sarà di religione cattolica. La loro immissione in ruolo, poi, apre scenari paradossali: ammettiamo che non venissero più giudicati idonei all’insegnamento e revocati dal vescovo, perché divorziati o perché, supponiamo, hanno votato sì al referendum sulla fecondazione assistita; essendo di ruolo, passerebbero a insegnare filosofia, storia, letteratura, proprio quelle materie umanistiche in cui la loro formazione confessionale giocherebbe un preciso peso.

Già adesso nell’ora di religione non mi risulta che si studino le crociate o la controriforma, spiegandone il peso storico.

Si studiano i Vangeli, la figura di Gesù e la vita della Chiesa cattolica, mentre le altre confessioni religiose sono considerate solo in rapporto subalterno a quella cattolica. E’ un insegnamento confessionale proprio perché segue un preciso carattere religioso e identitario. Ad esempio, tra gli obiettivi specifici stabiliti nell’Intesa vi è quello di far “ comprendere che il mondo è opera di Dio”.

Con la riforma Moratti il pensiero religioso impronta più massicciamente le scelte dei programmi?

Indubbiamente c’è un tentativo. Lo stesso Cardinal Ruini, nel messaggio di saluto per i nuovi insegnanti di religione entrati in ruolo, disse esplicitamente che quello era il primo passo per far uscire l’insegnamento della religione cattolica da un ruolo marginale nella scuola pubblica, ed assumere finalmente un ruolo determinante nella crescita globale dei bambini e dei ragazzi. Un obiettivo che ha trovato appoggio nelle scelte del Ministro Moratti e di una lunga serie di ministri cattolici che l’hanno preceduta. Gli strumenti utilizzati sono l’ora di religione, il codice deontologico dei docenti affidato al Cardinal Tonini, l’ostracismo alla storia precristiana e all’evoluzionismo in biologia, così come la presenza di riti religiosi cattolici che ancora si celebrano, a vario titolo, nelle scuole pubbliche italiane. Un aumento di imput confessionali, dunque, a fronte invece di una quasi totale scomparsa dell’insegnamento dell’educazione civica. Non c’è poi da stupirsi se nel Paese si va perdendo il senso civico e istituzionale, la conoscenza stessa dell’istituto referendario ad esempio, mentre aumenta, complice lo strapotere mediatico, l’attenzione ai messaggi criminalizzanti su aborto e fecondazione assistita delle gerarchie vaticane e delle associazioni integraliste. La scuola ha una precisa responsabilità.

In questo quadro, allora, è tanto più grave il finanziamento concesso dallo Stato alle scuole private cattoliche?

Ad un Meeting di Comunione e Liberazione dell’agosto 2001, il Ministro Moratti affermò che non deve più esistere il monopolio pubblico dell’istruzione. Personalmente non avrei pregiudizi rispetto all’affidamento anche a soggetti privati del servizio pubblico scolastico. Il problema è che la libertà di insegnamento, negata nella scuola pubblica agli insegnanti di religione, è ancor più compressa nelle scuole confessionali. Finanziare le scuole private, in Italia, significa finanziare soprattutto le scuole cattoliche, di qui la strumentalità di provvedimenti in tal senso. Nel 2004, il finanziamento pubblico alle scuole non statali, introdotto nel 2000 dal Governo D’Alema, è stato di 527 milioni di euro. L’esenzione dall’Ici disposta dall’ultima legge finanziaria è un ulteriore tassello per coloro che vedono delinearsi una strategia volta a fare delle scuole cattoliche private delle scuole d’elite, in cui formare le future classi dirigenti del Paese. Ma anche nell’Università la situazione è privilegiata.

In che senso?

L’articolo 10 comma 3 del Concordato stabilisce che le nomine dei docenti dell’Università cattolica del Sacro Cuore (che gode di finanziamenti pubblici) siano subordinate al gradimento, sotto il profilo religioso, della competente autorità ecclesiastica. Ciò significa vincoli per i professori ed una formazione particolare per gli studenti, della facoltà di medicina ad esempio; non senza conseguenze esterne: basti pensare che il Policlinico Gemelli è parte integrante della Università Cattolica. La messa sotto tutela dell’insegnamento, dell’università e della ricerca ha sempre una ricaduta sulla vita pubblica e dei cittadini; così l’Italia si colloca agli ultimi posti nell’utilizzo della terapia del dolore, nelle garanzie per i cittadini rispetto ai medici obiettori, mentre anche l’utilizzo della pillola abortiva è pervicacemente ostacolato. E dal 2004 ci ritroviamo con la legge sulla fecondazione assistita più proibizionista del mondo.

Ma il paese reale si ha la sensazione non sia poi così cattolico integralista come la Cei.

Infatti. Il filosofo cattolico Pietro Prini, in un suo libro, parla di “scisma sommerso” per descrivere la distanza tra la dottrina ufficiale e la coscienza dei fedeli. Ma non è detto che, con il ripetersi di politiche e strategie clericali, la distanza non si riduca.

E in Europa, c’è qualche paese che viva una situazione come quella italiana?

Sul fronte scolastico, la riforma di Zapatero sta liberando la scuola pubblica spagnola da influenze confessionali; in Germania è ancora forte la dimensione pubblica della Chiesa, così come in Portogallo. L’ Inghilterra, dove la religione anglicana è religione di Stato, ci fornisce un modello opposto: lo Stato non finanzia la Chiesa e l’insegnamento delle religioni non ammette idoneità da autorità acclesiastiche. Stati “a rischio”, per cosi dire, sono i nuovi paesi della Ue, in particolare quelli dell’ex blocco sovietico e dell’ex Jugoslavia. Il Vaticano, infatti, da anni sta conducendo una politica neoconcordataria con l’obiettivo di ottenere dagli Stati il riconoscimento di norme speciali in suo favore.

Attraverso il meccanismo dell’ 8 per mille si finanziano le scuole religiose?

Non tutte. Con i fondi dell’8 per mille vengono finanziate facoltà teologiche e istituti di scienze religiose, nonché associazioni cattoliche di promozione della responsabilità educativa quali l’Age e l’Agesci, che ritroviamo poi presenti nelle Commissioni ministeriali. Complessivamente, con l’8 per mille, 1 miliardo di euro finisce ogni anno nelle casse della Cei, nonostante oltre il 60% dei contribuenti italiani non esprima alcuna volontà in tal senso. Chi non firma l’apposito modulo, infatti, si vede prelevato comunque l’8 per mille delle sue imposte e destinato alla Cei in base alla percentuale delle scelte espresse dalla minoranza di italiani che hanno firmato. Una questione di ignoranza indotta, insomma.

Avvenimenti

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Torna a splendere Villa Medici

Posted by Simona Maggiorelli su dicembre 3, 2005

Ingres, (1808)

Ingres, (1808)

Dopo anni di appannamento riapre l’Accademia di Francia a Trinità dei Monti

di Simona Maggiorelli

Una storia gloriosa di mostre. Da quando il ministro della cultura André Malraux decise di romperne il dorato isolamento, per oltre quarant’anni, Villa Medici, sede dell’Accademia di Francia, è stata un fulcro vivissimo della vita culturale romana, un luogo impareggiabile di incontri culturali, in un panorama mozzafiato come quello che dal Pincio e da Trinità dei Monti vola fin verso San Pietro. Con un nuovo direttore, ma anche grazie a una serie di leggi che in Francia incoraggiano i privati a farsi mecenati (riduzione fiscale del 90 per cento sugli investimenti per l’acquisto di beni culturali a favore dei musei nazionali), l’Accademia di Francia ora punta a un rilancio, riscoprendo la propria storia di luogo di studio e residenza speciale per gli artisti francesi che venivano a studiare a Roma, ma anche riaccendendo lo scambio vivo con il pubblico che negli ultimi anni si era appannato. Dopo che l’ex direttore di Villa Medici, Bruno Racine, è salito alla direzione del Centre Pompidou, Richard Peduzzi è l’uomo del rilancio. Sulla carta, figura ideale, poliedrica, di scenografo e designer con molti contatti internazionali, che potrebbe riportare Villa Medici al centro dell’attenzione intrecciando le proposte d’arte figurativa ad altre discipline, il teatro e il cinema, in primis, che per il sessantenne Peduzzi sono sempre stati privilegiato ambito di lavoro: è collaboratore stretto, da trent’anni, di uno dei maggiori registi francesi, Patrice Chéreau.
Ottenuto l’incarico l’estate scorsa, Peduzzi ha raccontato così i suoi progetti a Frederic Edelmanna di Le Monde: «Innanzitutto proseguire il lavoro di rinnovamento avviato da Bruno Racine e poi sviluppare il legame che ha saputo instaurare con la società italiana. Per quel che mi riguarda – ha aggiunto – mi piacerebbe lavorare sulla linea del mio lavoro alla Scuola superiore nazionale di arti decorative: fare della Villa l’epicentro della vita artistica e culturale, rafforzando i legami con le scuole e le università francesi, ricercando ancora e sempre l’apertura». La parola d’ordine per Peduzzi è interdisciplinarità, «intesa – spiega l’artista francese – come il contrario di una conoscenza superficiale, ma come acquisizione di un sapere come fabbricare un mobile o costruire una scenografia.
In una scuola d’arte contano i sentimenti, quanto l’occhio, lo sguardo, il pensiero. Sia che si utilizzi una matita o un computer, il solo vero e proprio strumento, come dice Chardin, sono i sentimenti.
Ma prima è necessario possedere una tecnica il più avanzata possibile. E alla fine la tecnica non si deve né sentire né vedere».
Nella “scuola” a cui Peduzzi sta lavorando in Villa Medici parteciperà un élite di borsisti (circa 300 all’anno) che, per periodi più o meno lunghi (dai sei mesi ai due anni), vivranno nei diciotto appartamenti con atelier, da poco ristrutturati, che affiancano villa Medici. Una nuova edizione, rivista e ammodernata, della lunga storia di “scuola” che l’Accademia di Francia ha sempre avuto fin dalle sue origini seicentesche, quando lo Stato francese cominciò a fare del mecenatismo pubblico, dando possibilità di formazione romana ai suoi talenti. Non era ancora l’epoca del grand tour, ma l’imago urbis romae era fortissima nell’immaginario collettivo francese ed europeo. E poter trascorrere alcuni anni a Roma dove studiare la cultura classica rappresentava già un investimento     investimento importante. Fu Colbert, il potente ministro di Luigi XIV, nel 1666, a fondare quest’idea di Accademia. Da allora, nel corso di duecento anni, nelle stanze affrescate sono passati pittori come Ingres (che fu anche direttore di Villa Medici), Deschamps, Fragonard, David, compositori come Debussy, Bizet, Berlioz, Gounod, e scrittori e filosofi come Derrida.
Ma il nuovo corso di Peduzzi promette anche, con il pieno recupero degli spazi espositivi, di riaprire integralmente Villa Medici al pubblico. Il percorso, sebbene un po’ in sordina, è già cominciato, con le serate dedicate al film L’abécédaire di Gilles Deleuze e poi con le mostre di disegni rinascimentali e barocchi italiani acquisiti l’anno scorso dal governo francese per il Museo del Louvre: opere di Correggio, Lotto, Fra Bartolomeo, Parmigianino, Veronese, Tintoretto, Giulio Romano, Polidoro di Caravaggio, Perin Del Vaga acquistate per lo Stato dal Gruppo Carrefour (grazie alla politica di sgravi fiscali di cui dicevamo).
E ancora, mostre di fotografia, che indagano il tema della foto come quadro con opere di Yto Barrada, Patrick Faigenbaum, Jean-Baptiste Ganne, Valérie Jouve, Suzanne Lafont, Jean-Luc Moulène e Paola Salerno.Mentre si è appena chiusa la retrospettiva dedicata a Graziella Lonardi Buontempo, straordinaria collezionista che a Roma, dal 1968, seppe intuire talenti e tendenze dell’arte che poi si sarebbero sviluppate negli anni successivi, raccogliendo dai dipinti informali di Alberto Burri e Lucio Fontana, alle opere di Pistoletto, Merz e a altri maestri dell’arte povera, fino al grande wall drawing di Sol LeWitt.
Quella dedicata alla Lonardi Bontempo, dal titolo Incontri, sarà il conio e il prototipo delle mostre che Villa Medici proporrà nel nuovo anno dedicando un quinto del suo budget di 5,5 milioni di euro alla creazione di eventi aperti al pubblico.

da Europa, 3 dicembre 2005

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