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Il segno vivo di Leonardo

Posted by Simona Maggiorelli su agosto 29, 2013

Leonardo, tronco d'uomo di profilo

Leonardo, tronco d’uomo di profilo

Fra i maggiori studiosi di Leonardo da Vinci, l’inglese Martin Kemp qualche anno fa scriveva: «Girare per la Gran Bretagna, dalla Cornovaglia a Edimburgo, esaminando i disegni, usando lenti d’ingrandimento, orientando la luce è meglio d’una medicina. Ogni disegno comunica immancabilmente un brivido che nemmeno la miglior riproduzione in facsimile può riprodurre. Le tracce lasciate dalla mano di Leonardo muovendo la matita, il gresso, la punta di metallo o il pennello sulla superficie della carta sono l’espressione del suo tocco vivo».

«Un tocco – sottolineava Kemp nel libro Leonardo, nella mente del genio (Einaudi) – che dà a tutto ciò che egli ha disegnato un senso profondo di vitalità, esterna e interiore».

E al segno vico e vibrante di Leonardo, alla sua capacità di dare con pochi tratti essenziali espressività ai volti e movimento alla rappresentazione è dedicata la mostra Leonardo Da Vinci. L’Uomo universale che si  è aperta il 29 agosto ( fino al primo dicembre, catalogo Giunti editore) alle Gallerie dell’Accademia a Venezia. Una mostra, attesissima, perché la curatrice Annalisa Perissa è riuscita a radunare più di una cinquantina di fogli autografi, grazie a importanti prestiti del Louvre, del British Museum, degli Uffizi e di altre istituzioni museali internazionali.

Ma molto interesse c’è anche per le venticinque opere grafiche conservate proprio nel Gabinetto dei disegni diretto da Perissa e rarissimamente esposti in pubblico, perché per la loro fragilità, necessitano di essere conservati in caveau climatizzati e al buio.

Leonardo tre figure femminili danzanti

Leonardo tre figure femminili danzanti

Fra questi ci sono le splendide figure femminili dette Le danzatrici, studi di botanica (preludio alla grande varietà di piante raffigurate , per esempio, ne La Vergine delle rocce) e poi fogli in cui l’arte incontra la scienza come il celebre Uomo vitruviano che in mostra figura accanto a studi sulle proporzioni del corpo umano provenienti dalle collezioni reali di Windsor e dalla Biblioteca Reale di Torino.

E ancora straordinarie, per urgenza comunicativa e capacità di rappresentare il turbine emotivo dello scontro, sono i dieci disegni preparatori della Battaglia di Anghiari che Leonardo dipinse nel salone dei Cinquecento di Firenze e andata perduto.

Immaginifico, visionario, in questi disegni esposti a Venezia Leonardo mostra la sua vena imprevedibile, la fantasia, la capacità di inventare immagini del tutto nuove. Ma oltre alla “maraviglia” questa mostra veneziana offre la possibilità di comprendere più da vicino “la mente di Leonardo”, potendo osservare  da vicino il suo modo di usare il disegno come strumento di indagine conoscitiva e il suo fare ricerca procedendo in ambiti differenti, in contemporanea, secondo il principio dell’unità nella varietà.
Un disegno per Leonardo doveva essere  sia  funzionale che bello. Doveva svolgere una funzione di rappresentazione quanto di indagine. Una duplicità di aspetti che  Leonardo teneva in gran conto anche  quando si occupava di studi di sul corpo umano come si può evincere dai disegni di anatomia presenti in questa esposizione; studi in cui la forma conta tanto quanto la sua funzione. Non a caso il  genio del Rinascimento  aveva eletto a  sua guida l’esperienza rifiutando dogmi religiosi e superstizion.i (Simona  Maggiorelli)

dal settimanale left Avvenimenti

 

 

 
Corriere 29.8.13
Leonardo da Vinci
Mosso da «paura e desiderio»
Nella caverna delle leggi fisiche. Per creare le sue macchine
di Giulio Giorello

Ansioso di contemplare «varie e strane forme fatte dalla artifiziosa natura», come racconta lui stesso in un appunto del Codice Arundel (British Museum, Londra), Leonardo si addentra «in una gran caverna», provando insieme «paura e desiderio»: il timore è prodotto dalla «minacciosa e scura spelonca» ma è vinto dalla curiosità di «vedere se là dentro fusse alcuna miracolosa cosa». Tali «miracoli» non nascono per prodigi sovrannaturali ma in base a leggi fisiche di cui la mente umana, quando è accorta e sottile, sperimenta gli effetti e talora ne escogita l’imitazione nei congegni meccanici. L’intreccio di paura e desiderio intesse così tutto il cammino dell’ «artista» tra osservazione del mondo e invenzione di macchinari. Come Leonardo ebbe a scrivere altrove: «non vedi tu questi diversi animali e così alberi, erbe, fiori, varietà di siti montuosi e piani, fonti e fiumi», che ci vengono offerti dalla natura, ai cui «artifizi» l’attività degli esseri umani aggiunge «città, edifizi pubblici e privati, strumenti opportuni all’uso, vari abiti e ornamenti»? A Ludovico il Moro, signore di Milano, aveva offerto i suoi servigi con queste parole: «occorrendo di bisogno farò bombarde, mortari e passavolanti di bellissime e utili forme», insomma «varie e infinite cose da offendere e difendere». L’arte dell’uomo è quindi capace di distruzione ma anche di costruzione.Leonardo ha ben meritato il titolo — come ha dimostrato nei suoi studi Carlo Pedretti — di «eccellente architetto» per l’audacia dei suoi progetti, in particolare nella Milano del Duomo e dei Navigli. Affascinato dalle forme naturali, tanto in piccolo quanto nel grande universo, insisteva sulle somiglianze tra le strutture architettoniche e quelle presenti in natura, in particolare nella stessa anatomia umana.Quest’ultimo aspetto è ben documentato nella mostra dedicata allo «uomo universale» alle veneziane Gallerie dell’Accademia. Leonardo lavora al suo Uomo Vitruviano, e qui dà campo libero alla sua magnifica ossessione per le proporzioni numeriche. Scrive infatti che Vitruvio aveva riconosciuto «che le misure dell’omo sono distribuite dalla natura», in modo che siano soddisfatti precisi rapporti matematici. «Tanto apre l’omo ne’ le braccia, quanto è la sua altezza», annota Leonardo. E poi procede nei particolari: «la parte sedente, cioè dal sedere al di sopra del capo, fia tanto più che mezzo l’omo quanto è la grossezza e lunghezza dei testiculi».Sa bene che la mente ha bisogno dell’occhio e della mano. Il primo è «la finestra dell’anima», la seconda è l’esecutrice che traduce nello schizzo sulla carta ciò che la mente ha scorto da quella finestra. A un mondo di forme corrisponde così il lavoro sulle figure. «Se tu poeta o matematico non avessi coll’occhio viste le cose, male le potresti riferire con le scritture» ammonisce nel Codice Atlantico.
Per Leonardo «chi sprezza (cioè disprezza) la pittura non ama la filosofia della natura», e corre il rischio di allontanarsi dalla vera devozione della mente: «poni scritto il nome di Dio in un loco e ponvi la sua figura a riscontro: vederai quale fia più riverita»! Le tradizioni religiose dell’Occidente hanno spesso coltivato la tentazione dell’iconoclastia, vedendo nel trionfo dell’immagine il tradimento della parola se non addirittura il peccato dell’idolatria; Leonardo «omo senza lettere» la pensava diversamente: senza troppo invischiarsi in discussioni teologiche riteneva che una «furiosa battaglia» o l’aspetto di una bella donna potessero terrorizzare o intimorire a distanza solo grazie alla rappresentazione pittorica, poiché il pennello prevaleva sulla penna. Così, i disegni sono veri e propri strumenti per pensare e risolvere problemi concreti, ed è sotto questo profilo che il pittore è davvero «un nipote di Dio» che è padre della natura.Il commento scritto è importante ma è solo un aiuto per l’immagine. Del resto, aggiungeva polemicamente Leonardo, che il nome di qualsiasi cosa cambia con le lingue e le culture mentre la forma permane fino a che questa «non è mutata dalla morte». E se occhio e mano cooperano a fissare la dinamica incessante delle forme non riescono comunque ad aver vittoria definitiva sul mutamento. Il tempo rimane il «veloce predatore delle create cose» e nessuna bellezza è eterna. Il timore non è mai cancellato dal talento, e l’artista umano non è Dio. Egli «disputa e gareggia con la natura» ma può anche perdere la partita. L’unica vera soddisfazione è che valeva la pena comunque di impegnarsi nella gara.

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Dipingere i moti dell’animo

Posted by Simona Maggiorelli su novembre 20, 2011

Nuove scoperte emerse dal restauro de La Vergini delle Rocce e una grande mostra alla National Gallery di Londra riaprono gli studi sul genio del Rinascimento sottolineando l’originalità della sua pittura incentrata sulla rappresentazione della dinamica degli affetti  e sulla realtà interiore dei personaggi ritratti. Intanto due esposizioni a  Roma e a Torino invitano ad approfondire la conoscenza dei suoi disegni in un confronto diretto con Michelangelo.

di Simona Maggiorelli

Leonardo, La dama con ermellino

«E’ la mostra che avrei voluto per Milano, che avevo in mente per l’Expo 2015» confessa Pietro Marani, fra i massimi studiosi di Leonardo, commentando la grande mostra londinese  dedicata a Leonardo aperta dallo scorso 9 novembre al 5 febbraio 2012 alla National Gallery, (e che già registra un pieno di visitatori da ogni parte del mondo).

Di fatto si tratta della prima importante rassegna sugli anni milanesi Leonardo, dagli anni 80 agli anni 90 del Quattrocento, quelli più prolifici, trascorsi a servizio di Ludovico il Moro, quando il genio del Rinascimento fiorentino, tenendo a debita distanza le pressioni di signori e di committenti ecclesiastici, affrescò il suo Cenacolo in Santa Maria delle Grazie. Quello straordinario teatro delle passioni di cui Marani anni fa ha guidato il restauro riportandone alla luce un impensato impianto coloristico.

«La mostra londinese è una bella occasione di confronto internazionale fra gli studiosi» prosegue l’ex soprintendente milanese che a Leonardo, dopo tanti lavori scientifici, ha dedicato il romanzo breve Le calze rosa di Salaì (Skira), Oltremanica si può vedere il risultato del restauro della Vergine delle Rocce del 1480-90, di cui i curatori rivendicano la completa autografia leonardesca (fin qui si pensava un’opera frutto di collaborazione) ma si può vedere anche il da poco ritrovato Salvator Mundi, «una tela – racconta Marani – che ho avuto modo di vedere anni fa a Londra quando riemerse dal mercato americano e in pessime condizioni. Dopo una lunga ripulitura, ora si presenta come una pittura di grande qualità tanto che – dice lo storico dell’arte – potrebbe davvero essere di mano di Leonardo, come è stato annunciato in occasione del lancio di questa esposizione».

La mostra di Londra, dunque,  riapre la discussione sull’attribuzione della tela di proprietà del gallerista newyorchese Robert Simon, anche se ci vorrà tempo e molto studio per risolvere definitivamente la controversia. Comunque sia, con o senza i colpi di scena annunciati dalla cronaca, la mostra Leonardo da Vinci painter at the Court of Milan si segnala già come straordinaria per la serie di ritratti che è riuscita ad avere in prestitoe ad esporre  riuniti. A cominciare dalla Dama con Ermellino- Cecilia Gallerani (1488-1490), proveniente dal Museo Czartoryski di Cracovia e dalla Belle Ferronière (1490-1495) che viene dal Louvre, quadri con cui Leonardo supera la rigida tradizione rinascimentale di ritratti ufficiali di profilo regalandoci l’emozione di presenze femminili vive e misteriose e di giochi di sguardi con il pubblico che, nel caso di Cecilia Gallerani, arrivano ad alludere anche alla presenza fuori campo dello stesso Ludovico il Moro.

Leonardo, Cartone di Sant'Anna

E se in capolavori come questi Leonardo riesce quasi a farci percepire il movimento della mente e il flusso dei pensieri del soggetto ritratto, nel celebre cartone di Sant’Anna conservato a Londra (e di cui gli studiosi del British Museum ora propongono una retrodatazione alla fine del Quattrocento) Leonardo crea una intimo intreccio di rapporti emotivi fra i personaggi.

E’ uno degli esempi più raffinati e intriganti di quella dinamica degli affetti che Leonardo – inarrivabile in questo fra i pittori del Rinascimento – seppe rappresentare. Non emulato né da Michelangelo, che era interessato ad altro tipo di rappresentazione, più  fisica, epica e religiosa, né dal più giovane Raffaello che, per quanto  dovesse molto a Leonardo riguardo al disegno a matita nera,  era assai più attento al consenso della committenza ecclesiastica che aveva fatto di lui “il divin pittore”.

« Quanto a Michelangelo – approfondisce Marani – con la torsione delle forme, era interessato a rappresentare le idee innate che Dio aveva posto nella mente dell’uomo. Leonardo invece tendeva a rappresentare un ideale di bellezza che veniva concretamente dalla natura». Con questa idea Marani, nei mesi scorsi si è fatto mentore  di una piccola, ma interessantissima mostra in Casa Bonarroti a Firenze in cui erano a confronto disegni di Leonardo e Michelangelo. Con il titolo La scuola del mondo, in collaborazione con Pina Ragionieri,  Marani  aveva realizzato nella casa di Michelangelo un percorso espositivo ( catalogo Silvana editoriale)  che metteva al centro il confronto fra  i disegni realizzati da Leonardo per la Battaglia di Anghiari in Palazzo Vecchio, (l’affresco che fu murato da Vasari dopo il ritorno dei Medici al potere e mai più ritrovato) e i disegni di Michelangelo per l’affresco mai dipinto della Battaglia di Cascina. In versione ampliata e arricchita da disegni provenienti dall’Ambrosiana di Milano la mostra fiorentina (che ha chiuso i battenti l’agosto scorso) ora è ospitata fino al febbraio 2012 dai Musei  Capitolini di Roma.

Lungo il percorso ricreato ad hoc si può leggere in parallelo l’evoluzione personale di ciascuno dei due artisti. In particolare qui Marani mette a valore  la sua ipotesi sui motivi che portarono Leonardo ad abbandonare il tradizionale disegno fiorentino a punta di argento per passare a quello a matita, nera o rossa. «Fu l’esigenza di ritrarre i moti mentali a rivelargli l’insufficienza dei media tradizionali», spiega Marani.

Il tratto d’inchiostro nitido e quasi inciso non gli permetteva di andare in profondità come avrebbe desiderato nel rappresentare gli umori, le passioni, gli affetti che rendono espressivo il volto e la “corrente emotiva” che si crea nei rapporti umani. «La matita – aggiunge lo studioso – gli regala una nuova dolcezza nello sfumato e nel chiaroscuro, un segno morbido manipolabile anche direttamente con i polpastrelli che gli permetteva di rappresentare anche le più sottili vibrazioni luministiche ed emotive». Ne sono prova le straordinarie teste di combattenti disegnate per la Battaglia di Anghiari e che, insieme al ritratto di Isabella d’Este proveniente dal Louvre e ad alcuni profili di “vecchi e di giovani affrontati”, a teste ideali e schizzi di volti grotteschi rappresentano il corpus centrale di questa preziosa mostra transitata da Firenze a Roma

Leonardo la vergine delle rocce

Leonardo La Vergine-delle-rocce-Londra

LE NUOVE SCOPERTE EMERSE DAL  RESTAURO DELLA VERGINE DELLE ROCCE

Liberata dalla vernice giallastra che la ricopriva fin da una ripulitura degli anni Quaranta del Novecento, l’opera è stata riportata a un aspetto, il più vicino possibile a com’era in origine». Così Lerry Keith, direttore dei restauri della versione della Vergine delle rocce conservata al British Museum racconta i lavori appena ultimati. «In questo modo- aggiunge – è emerso lo straordinario uso del contrasto luce ombra con cui Leonardo dava tridimensionalità ed evidenza scultorea alle figure». Ma non solo. «L’esame tecnico riflettologico – prosegue Keith – ci ha permesso di vedere meglio come lavorava: facendo continui aggiustamenti, modificazioni e ritocchi come se fosse riluttante a fissare sulla tela un’immagine fissa e definitiva, una volta per tutte». Discorso affascinante che ci riporta agli studi di Leonid Batkin ( Leonardo da Vinci, Laterza) quando ipotizzava un programmatico “non finito” leonardesco, frutto di un processo creativo in cui l’ideazione era assai più importante della realizzazione dell’opera in una forma definita e ipostatizzata. Con lui un altro noto studioso, Martin Kemp (La  mente di Leonardo, Einaudi) ha messo in evidenza come, specie negli anni più maturi, Leonardo tratteggiasse l’essenziale, «il resto rimane sempre non finito e lasciato all’immaginazione». Ma c’è ancora un’altra scoperta che il restauratore ci invita a considerare: «Con tecniche avanzate – dice – siamo stati in grado di scoprire qualcosa di più sui pigmenti usati da Leonardo. Per esempio abbiamo individuato un pigmento rosso di lago; è descritto nelle fonti dell’epoca ma non siamo riusciti a trovare nulla di simile della National Gallery».

Qui torna in primo piano Leonardo sperimentatore di tecniche nuove, che per lui non erano solo ricerca di maggiore efficacia pittorica ma parte di una ricerca continua sugli strumenti messi a disposizione dalla natura, per chi la sa comprendere, fuori dal dogmatismo religioso. Con i «trombetti e i dommatici», si sa, Leonardo non andava molto d’accordo.

Leonardo, autoritratto

Per lui non c’era nulla nella sapienza libresca che potesse farlo rinunciare alla “sperienza” diretta. Sperimentazione diretta, studio della natura, ma come si evince anche dalla Vergine delle rocce, quando poi si trattava di dipingere un tratto di paesaggio non si trattava di farne una copia dal vero, ma di ricrearla con fantasia, secondo un’immagine di bellezza, tutta interiore.

INTANTO ALLA REGGIA DI VENARIA la mostra Leonardo, il genio, il mito

La Scuderia Grande della Reggia di Venaria ospita dallo scorso  17 novembre  al 29 gennaio 2012 la mostra Leonardo. Il genio, il mito, ponendo al centro del percorso il celebre Autoritratto di Leonardo, conservato nel caveau della Biblioteca Reale di Torino. Intorno all’opera,in cui Leonardo rappresenta se stesso come un elegante vecchio saggio  sono esposti il Codice sul volo degli uccelli ed una trentina di importanti disegni di Leonardo, provenienti da collezioni italiane ed europee, sul tema dell’anatomia umana e del volto, delle macchine, della natura nonché altri interessanti ritratti riferibili ad allievi per un confronto diretto ed inedito con lo stesso Autoritratto. La mostra è arricchita  da una curiosa e variegata selezione di opere di artisti  -da  Vasari e Sodoma a Duchamp, Warhol, Spoerri, Nitsch e tanti altr -i che raccontano come nei secoli si sia articolato il mito di Leonardo.

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Un enigmatico Leonardo

Posted by Simona Maggiorelli su novembre 26, 2009

A Milano è in mostra il San Giovanni del Louvre. Con nuove ipotesi sulla sua genesi e storia

di Simona Maggiorelli

Leonardo, San Giovanni Battista Louvre

Lo sguardo magnetico che richiama quello della Sant’Anna nel celebre cartone di Londra. E il sorriso enigmatico che contrasta visibilmente con il gesto della mano, tradizionalmente utilizzato nella pittura sacra per indicare l’Altissimo. Ma che nella concezione umanistica di Leonardo potrebbe anche alludere a una nuova umanità futura.

Gli studiosi per secoli si sono rotti la testa per interpretare questa criptica rappresentazione che Leonardo fece del Battista. E lungamente incerta è rimasta anche la genesi di questa opera conservata al Louvre insieme alla Gioconda, alla Belle ferronnière e a una delle due versioni della Madonna delle rocce, dove un San Giovanni ancora bambino richiama il gesto di questo San Giovanni Battista che, invece, ha l’aria di un giovane Ganimede o di un Bacco pagano (per la pelle di pantera che ha addosso).

Dal 27 novembre al 27 dicembre, eccezionalmente, l’opera sarà esposta in Palazzo Marino a Milano. Le storiche dell’arte Valeria Merlini e Daniela Storti le hanno dedicato una mostra dal titolo Leonardo a Milano.Esposizione straordinaria del San Giovanni Battista di Leonardo da Vinci, che offe l’occasione per fare il punto sugli ultimi trent’anni di studi leonardeschi.

Ne emerge che il quadro probabilmente fu iniziato a Firenze, come ha sostenuto fin dal 1977 Jean Rudel, il quale, studiando le prime radiografie del quadro, rilevava: «L’effetto generale di monocromo scuro, reso più ampio dal fondo unito, rafforza l’impressione di un avvolgimento d’ombra, ancora accresciuto dall’invecchiamento delle vernici superficiali: ciò aumenta il senso di mistero, velando alcune indiscutibili imperfezioni, rese meno percepibili, a prima vista, da una superficie spesso riflettente». Uno strato di pittura retrostante, con effetti di morbido e avvolgente chiaroscuro, contribuiva, secondo l’autrice di Leonardo. La pittura (Giunti), a rendere chiara l’autografia dell’opera. Che lungo la sua tribolata storia, fra sparizioni e riapparizioni in collezioni private, più volte era stata messa in discussione. Così, mentre avanzava fin dalla fine degli anni Settanta l’ipotesi di un’anticipazione della datazione del dipinto ai primi anni del Cinquecento – come ricostruisce Pietro Marani nel saggio pubblicato nel catalogo Skira che accompagna la mostra milanese – Rudel aveva aperto la strada al lavoro fondamentale di Martin Kemp.

In Leonardo da Vinci e mirabili operazioni della natura e dell’uomo (Phaidon e ora Mondadori) lo studioso inglese ha suggerito un’ipotesi affascinante, ovvero che il vero tema del dipinto fosse la luce. Servendosi del chiaroscuro Leonardo cercava «di inserire il rilievo nella superficie dipinta» e al tempo stesso di dare movimento alla figura, con una rotazione dai «mutamenti, potenzialmente infiniti».

Oltre a distinguere i danni reali che maldestri tentativi di restauro nei secoli hanno causato al quadro (che si era andato progressivamente scurendo), Kemp ha avuto anche il merito di fissare definitivamente la datazione del dipinto attorno al 1510, cogliendo il nesso con le ricerche sulle velature atmosferiche che Leonardo fece proprio in quegli anni.

Riguardo alle rocambolesche vicissitudini del quadro – che dopo la morte dell’artista in Francia “sparì” per tornare alla ribalta solo nel 1630 – nuovi studi ipotizzano che la tela sia rimasta sempre a Firenze. Leonardo non l’avrebbe portata con sé a Milano come si pensava. E neanche nella residenza francese Clos Lucé a Cloux nella quale visse gli ultimi due anni della sua vita.

da Left-Avvenimenti del  27 novembre 2009

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