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Dürer e i tesori del museo di Budapest

Posted by Simona Maggiorelli su gennaio 26, 2016

Durer, ritratto di giovane

Durer, ritratto di giovane

Ad attrarre lo sguardo, appena varcata la soglia della mostra  Da Raffaello a Shiele in Palazzo Reale a Milano è un ritratto di giovane uomo. L’espressione vagamente malinconica, il sorriso appena accennato, mentre guarda lontano, fuori dal quadro. Per secoli gli studiosi hanno cercato di risolvere l’enigma della sua attribuzione.

In questa collana di 76 capolavori provenienti dal Museo di belle arti di Budapest questo ritratto che fu terminato intorno al 1510 è esposto come opera di Albrecht Dürer. All’epoca il maestro di Norimberga era già stato due volte in Italia e la sua visione nervosa, viva e inquieta aveva perso rigidità e  ora appariva riscaldata da una nuova tavolozza mutuata dai maestri del colorismo veneto. Il rosso dello sfondo, il colore ambrato del volto paiono rimandare direttamente a un coté veneziano.

Ma la pelliccia e l’elaborato copricapo evocano un’ambientazione nordica, facendo ipotizzare che si tratti del fratello dell’artista. A ben vedere, però, come per i misteriosi ritratti di Giorgione, poco importa quale fosse la sua vera identità. Conta la sua presenza viva, come fosse qui e ora, con tutto il suo mondo interiore.

Cranch, Salomè

Cranch, Salomè

Ed è questo che ci ha fatto sostare a lungo, nonostante il richiamo, poco oltre, di opere raramente esposte fuori dall’Ungheria, come la celeberrima Madonna Esterhazy: capolavoro di dolcezza, in cui Raffaello pur mentendo la statica composizione prevista dal canone ecclesiastico, sulla strada aperta da Leonardo  lascia intravedere la dinamica degli affetti che legano la giovane Madonna il bambino e il piccolo San Giovanni.

Un nesso esplicitato dal curatore Stefano Zuffi che le affianca un espressivo disegno di Leonardo, uno schizzo realizzato per La battaglia di Anghiari. L’affresco realizzato dal vinciano in Palazzo della Signoria e andato irrimediabilmente perduto. Il viaggio nella pittura italiana, di cui il Museo di Budapest è ricchissimo, continua poi con ritratti di Tiziano, Veronese e Tintoretto. Ma tantissime sono le opere esposte in questa mostra (accompagnata da catalogo Skira) che varrebbero un pezzo a sé. In poco spazio possiamo solo accennare alla Salomé di Cranach, interprete delle novità luterane, che la immaginò vestita come una donna della nuova, ricca, borghesia tedesca. E ci sarebbe anche molto da dire sulla parte della mostra dedicata all’800 in cui spiccano il Buffet del 1877 di Cézanne e la Donna con ventaglio (1862), ovvero la moglie di Baudelaire che Manet dipinse come una inquietante bambola di cera. Fino al 7 febbraio 2016. (Simona Maggiorelli, settimanale Left)

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Gli scritti partigiani di Luciano Bianciardi

Posted by Simona Maggiorelli su aprile 26, 2015

Luciano Bianciardi

Luciano Bianciardi

Non solo un intellettuale contro. Ma un “uomo libero” che scriveva con l’intento civile di far aprire gli occhi ai lettori. Così Gian Paolo Serino racconta lo scrittore grossetano in un’agile antologia

E’ una piccola, preziosa, summa del “Bianciardi pensiero” quella distillata da Gian Paolo Serino per le Edizioni Clichy di Firenze. Ripercorrendo l’intero corpus delle opere dello scrittore grossetano il direttore editoriale della rivista Satisfiction ne ha tratto tasselli per tracciare uno sfaccettato ritratto dello scrittore grossetano e una mappa della sua Milano bianciardiana: ovvero quella dei quartieri popolari, delle osterie, di bar ritrovo di intellettuali male in arnese e di artisti allora emergenti come Enzo Jannacci, di cui fu mentore e amico.

Una parte della città a cui Luciano Bianciardi, arrivato nel 1954 dalla Maremma per lavorare come traduttore alla Feltrinelli, contrapponeva quella delle banche, degli uffici dirigenziali, della burocrazia asburgica, degli scempi edilizi. Ma dall’agile volume Luciano Bianciardi, il precario esistenziale composto da Serino non emerge solo lo scrittore che, prima del boom e con altri accenti rispetto a Pasolini, smascherava il mito del benessere legato ai consumi, che ha inventato la critica televisiva elogiando (ironicamente) la schietta, lampante, mediocrità di Mike, prototipo dell’italiano medio e demistificando la tv del dolore usata per indottrinare.

Bianciardi non si limitava a stigmatizzare l’uso della tv come strumento di distrazione di massa e a denunciare i meccanismi di un mercato editoriale che già puntava al profitto senza badare alla qualità dei contenuti. Seguendo un ritmo narrativo e una «cronologia emotiva» nella scelta dei brani, Serino sa far emergere «la passione di un intellettuale che si pone contro certi comportamenti dominanti non con un atteggiamento anticonformista di maniera, ma per cercare di aprire gli occhi ai lettori».
Da questi estratti da Il lavoro culturale (Feltrinelli) e da articoli usciti su riviste e giornali (ABC, L’Avanti!, Notizie letterarie, Guerin Sportivo ecc.) emerge anche il tentativo bianciardiano di ripensare il ruolo degli intellettuali nell’Italia del dopoguerra e di darsi un compito politico e civile.

Anche per questo, uscendo dagli uffici sotto vuoto della Feltrinelli frequentati da intellettuali precari come lui, si “perdeva” nella metropoli raccontandone le strade lunghe e scure, la vita dentro grigi palazzi popolari, dove i bambini crescono al chiuso senza aver mai scorrazzato per i campi o visto una mucca.
Gli operai sono invisibili in questa «Milano che non produce nulla, ma vende e baratta». Che pullula di ragionieri con i manicotti e di “colletti bianchi”, disposti «a scriversi in fronte “carogna”» e a prendere a calci i lavoratori. Del resto l’anarchico Bianciardi, che era stato liberal-socialista quando studiava alla Normale di Pisa (improntata allo «spirito risorgimentale, laicizzante di Carducci») e poi azionista, aveva capito molto presto da che parte stare.

Come racconta la figlia Luciana, curatrice dei due volumi dell’Antimeridiano (Isbn e Ex-Cogita) che contiene tutta l’opera dello scrittore scomparso nel 1971, già quando era al ginnasio Luciano Bianciardi prese le distanze dal padre accusandolo di non essersi schierato apertamente contro il fascismo. Perciò decise di fare due anni in uno per fare l’esame di maturità prima possibile e potersene andare da casa.

Serino_ bianciardi

Serino_ bianciardi

«Non è stato difficile, nella provincia in cui sono nato e cresciuto, capire abbastanza chiaramente, pur senza la scelta di un partito politico, come stanno le cose in Italia, chi ha ragione e chi ha torto», scriveva in “Lettera da Milano” apparsa su Il Contemporaneo nel febbraio del ’55. «Basta muoversi appena un poco, vedere come questa gente vive (e muore) e la scelta viene da sé. Sui libri poi si troverà, semmai, la conferma di quel che si è visto e di quel che si è deciso e si stabilirà da quel momento in avanti, di servirsi dei libri per aiutare chi ha ragione ad averla nei fatti, oltreché nei diritti. Non c’è dubbio». Una testimonianza analoga si trova in un testo tratto da Belfagor e antologizzato nel libro di Serino, critico e direttore di Satisfiction.
Lettore appassionato di Gramsci, vicino al sindacalista Di Vittorio, non prese mai la tessera del Pci, ma fu sempre scrittore militante. Basta pensare all’inchiesta-reportage scritta con Carlo Cassola sui minatori in Maremma e a pagine toccanti come “Ira e lacrime a Ribolla”: articolo uscito nel 1954 su Il Contemporaneo, dopo l’esplosione in una miniera in cui morirono 43 lavoratori del gruppo Montecatini. ( Simona Maggiorelli)

dal settimanale Left

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#Rodin, il marmo, la vita

Posted by Simona Maggiorelli su dicembre 12, 2013

Rodin, il bacio

Rodin, il bacio

Con un percorso che squaderna sessanta sculture, la mostra Rodin, il marmo, la vita in Palazzo Reale a Milano  si presenta come una delle retrospettive italiane più ampie  dedicate allo scultore francese che rinnovò radicalmente le arti plastiche tra Ottocento e Novecento, mandando definitivamente in soffitta la scultura accademica che, a confronto con le sue creazioni vibranti, dinamiche, cariche di tensione, appariva immediatamente rigida, inespressiva, pesante, letteralmente ingessata.

Ma come si può ben immaginare la rivoluzione dei canoni estetici imposta da August Rodin (1840-1917) con i suoi emozionanti bozzetti e le sue potenti statue sempre “in divenire”, non fu vista di buon occhio dall’establishment dell’epoca che se ne sentì scalzato. E tanti furono i rifiuti, i tentativi di emarginarlo, di impedire che ottenesse riconoscimenti. Con grande tenacia Rodin – per quanto non venisse dalla Parigi abbiente – seppe a poco a poco farsi strada trovando un proprio pubblico. Dapprima accettando anche di mettersi a servizio di altri artisti già affermati come Ernest Carriere Belleuse, che Rodin seguì fino in Belgio. Ben presto, però, i rapporti fra i due si deteriorarono e Rodin si ritrovò praticamente in mezzo a una strada. Finché la produzione di una serie di piccoli gruppi di terracotta finalmente trovò degli acquirenti.

Con i pochi soldi ricavati da quella vendita Rodin poté realizzare un sogno: fare un viaggio nella penisola per conoscere dal vivo le opere di Michelangelo e degli altri scultori e pittori che hanno fatto grande la storia dell’arte italiana. Quello compiuto nel 1876 fu un viaggio in totale anonimato, avendo solo pochi spiccioli per mangiare e dormire, un viaggio rapido e concitato, ma ugualmente strutturante per la messa a punto della poetica originalissima di Rodin che molto deve alla eroica monumentalità di Michelangelo e più ancora al “non finito” dei Prigioni che sembrano ingaggiare una lotta sovrumana per emergere dalla pietra. Un aspetto che la mostra milanese (aperta fino al 26 gennaio 2014, catalogo Electa) racconta in una sezione dedicata e intitolata “La poetica dell’incompiuto”: vi figurano bozzetti connotati da un forte pathos romantico ma anche sculture in cui la tecnica del non finito accentua il dinamismo e la “freschezza” del risultato finale.

È il fascino dell’imperfetto e di quel certo modo di fare arte che lascia trasparire la tensione creativa piuttosto che il dettaglio analitico e le rifiniture. Quasi che l’opera potesse restare aperta a ulteriori significati e assorbire col tempo nuove sfumature attraversando temperie culturali diverse. Una qualità del “non finito” del “durare” e “ricrearsi” nella storia che Rodin intuì giovanissimo.

Ma come ci raccontano opere celeberrime come Il bacio,  (presente a Milano) la sua speciale maestria si esprimeva anche in un modellato capace di catturare riflessi di luce e tratteggiare drammatici e intensi chiaro-scuri,lontani dalle levigatezze accademiche e dalla leziosità della scultura francese del Settecento. Dopo Milano la mostra realizzata in collaborazione con il Museo Rodin di Parigi sarà a Roma. (Simona Maggiorelli)

 Dal settimanale left-avvenimenti

RODIN NOSTRO CONTEMPORANEO, intervista al curatore Flavio Arensi

“Rodin è un grande innovatore come pochi altri chiude un’epoca e si apre a  quella successiva gettando dei semi ” dice a left  Flavio Arensi, curatore della mostra milanese Rodin, il marmo, la vita  insieme a Aline Magnien del Musée Rodin di Parigi. In Palazzo Reale  la retrospettiva   aperta fino al 26 gennaio 2014 presenta una sessantina di opere del maestro francese, raccontate anche attraverso un catalogo Electa.Quando dico che Rodin fu un grande innovatore non intendo solo artisticamente – approfondisce Arensi – .Perché, dopo Michelangelo, è lo scultore che più ha rinnovato l’arte plastica,  ma anche concettualmente. Rodin anticipa i grandi maestri della  contemporaneità, inizia una lunga riflessione sul materiale della scultura e  capisce che lì sta la chiave per rompere col passato, gestisce un atelier ampio  come farebbe oggi un artista londinese o newyorkese, sa fare relazioni  pubbliche, ma sopratutto intuisce che la scultura come si è concepita da  Michelangelo in poi è giunta a un capolinea e chiede di essere rifondata. Da  lui lavorano molti artisti che poi sarebbero diventati grandi autori, Brancusi,  Bourdelle, Pompon, non dimenticando Camille Claudel. Tutte le avanguardie guardano a  Rodin, alla sua scultura, al suo usare in maniera anticipatoria il ready-made, al suo cercare l’ombra come la luce.

Quale influenza ha avuto la scultura di Michelangelo e la sua “l’arte del  levare” nel percorso artistico di Rodin?
Possiamo dire che Rodin conosce Michelangelo fin da studente, ma comprende  Michelangelo solo quando affronta il primo viaggio in Italia nel 1875. In  questa occasione capisce e assimila la grande statuaria italiana e il portato  del genio fiorentino in particolare. Quando torna in Francia cambia il suo modo  di concepire la scultura, cambia concettualmente prima che tecnicamente. I  marmi riflettono più del bronzo la poetica del non finito, che non è  assolutamente fine a se stessa piuttosto segue un’intenzione estetica e teorica  precisa: serve a illuminare la scultura, a far germinare le forme. Lo spunto  michelangiolesco non è copiato ma sfruttato in chiave totalmente nuova, quasi  pittoricamente, e a questa ragione bisognerebbe rivedere i pochi quadri di sua  mano, quelli che per la prima volta abbiamo esposto nella mostra legnanese.
Quale è stato il percorso per realizzare  questa mostra?
Da oltre sei anni frequento il Musée Rodin e mi confronto con Aline Magnien,  capo conservatore delle collezioni, nonché anima di questa mostra. Nel 2010  abbiamo curato insieme un’esposizione di centoventi opere fra dipinti, disegni,  sculture dedicate agli inizi di Rodin fino alla Porta dell’Inferno, il suo  capolavoro, nel museo di Legnano che allora dirigevo. Quando il Musée  Rodin ha deciso di studiare i marmi del maestro è stato normale chiedere di  poter collaborare e portare la mostra in Italia, prediligendo le sedi di Milano  e Roma dove le collezioni d’arte ci offrono dei legami importanti fra l’opera  dell’artista francese e i suoi riferimenti culturali (la Pietà Rondanini e  l’epopea michelangiolesca romana). Credo che una collezione tanto ampia di  opere fuori dai confini francesi – o dello stesso Musée Rodin – sarà difficile  poterla vedere per lungo tempo. (Simona Maggiorelli)

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Klimt, il sogno dell’opera totale

Posted by Simona Maggiorelli su febbraio 1, 2012

Per i 150 anni dall nascita di Gusv Klimt, una ridda di mostre a Vienna e in altre città. Dal 4 febbraio è Milano  a dare il via alle celebrazioni con una rassegna di disegni organizzata intorno alla ricostruzione del Fregio di Beethoven

di Simona Maggiorelli

klint, Fregio di Beethoven, particolare

Ancora nella Vienna di fine Ottocento e di inizi Novecento l’arte non aveva perso la propria aura. Benché l’epoca della riproducibilità tecnica di quadri e sculture raccontata dal filosofo Walter Benjamin fosse già cominciata, la capitale austriaca offriva ancora a pittori e intellettuali un ambiente in cui poter inseguire l’utopia modernista di un’arte totale che informasse ogni aspetto della vita, come stile, come ornamento, arredo, come creazione di ambienti che favorissero e stimolassero la ricerca intellettuale.

Più piccola e appartata di Parigi, Vienna fu la bolla magica in cui gli artisti ancora alle soglie del XXI secolo inseguivano l’idea wagneriana del Gesamtkunstwerk, integrando tutte le forme e i linguaggi, dalle arti visive, alla musica, cercando quella sinestesia vagheggiata da Baudelaire. È in questo clima che uno degli artisti più affascinanti della Vienna fin de siècle, Gustav Klimt (Vienna, 1862 – Neubau, 1918) cercò di tradurre le composizioni di Beethoven in un’opera figurativa che faceva incontrare la novità dello Jugendstill con il cromatismo dei mosaici bizantini, la stilizzazione della pittura egizia, con la pittura vascolare greca e con l’uso della linea  tipico delle antiche stampe giapponesi.

Il Fregio di Beethoven che, dal 4 febbraio al 6 maggio, per festeggiare i 150 anni dalla nascita dell’artista mitteleuropeo sarà ricostruito nello Spazio Oberdan di Milano era il sogno realizzato di far incontrare tradizioni pittoriche diverse e lontanissime fra loro in una sorta di “opera mondo”, originale e organica. Ma curiosamente, pur nascendo sulla spinta di miti modernisti che presto le avanguardie novecentesche avrebbero rottamato, conteneva in nuce l’idea contemporanea e oggi molto di moda dell’installazione e dell’opera multimediale.

Con grande eclettismo, Klimt metteva in risonanza le sue complesse allegorie pittoriche con le note della Nona di Beethoven. Fu forse proprio questo il frutto più interessante di quel milieu intellettuale che a Vienna, a inizio Novecento, era tenacemente ancorato ai miti ottocenteschi dell’artista vate, che coltivava una ricerca alta ed elitaria, sottolineando l’importanza dello stile personale e dell’auto riflessione fin quasi all’esasperazione.

Klimt, nudo di donna

Parliamo di un ambiente culturale in cui scrittori come Hugo von Hofmannsthal, come Karl Kraus, come Arthur Schnitzler e poi come Robert Musil, ben al di là di Freud (e nonostante i suoi scritti) cercavano in letteratura e in poesia di ridefinire la soggettività moderna. Che nell’ultimo lacerto dell’impero asburgico si raccontava come turbata, fragile, scheggiata. Ma anche malata di introversione.

Così  ecco le atmosfere torve e decadenti, ma anche le dee ieratiche e “demoniache” del pittore Franz von Stuck e le seducenti sirene di Max Klinger, immerse in una natura selvaggia, mitica e senza tempo. Ecco la ricerca esasperata del sublime, dell’ineffabile, che in alcuni artisti da fine impero divenne capziosità intellettualistica mentre in musica si apprestava a diventare distruzione di ogni forma di  armonia. In un contesto simile, non a caso, nacque l’iconoclastia musicale di Arnold Schönberg.
Come se avesse arrestato l’orologio e lo scorrere del tempo, come se non avesse avvertito i richiami di quella avanguardia che già nei primi anni del Novecento aveva prodotto una rivoluzione come il Cubismo in Francia, Klimt – come ci racconta la mostra milanese Gustav Klimt, disegni intorno al Fregio di Beethoven – continuava a perseguire il sogno di una luminosa armonia. Benché sempre più lontana e sfuggente, in quadri che nonostante il tripudio di ori, la sensualità del cromatismo e l’ostentazione di forme preziose ed eleganti, si rivelano percorse da una sempre più profonda inquietudine. Tanto che quella Danae che Tiziano aveva immaginato di una bellezza prorompente e dallo sguardo bistrato e vivo, diventa una dea dormiente, avvolta su stessa e dalle mani sinistramente accartocciate. Pensare che Klimt ha dipinto questa celebre tela nel 1907, lo stesso anno in cui Picasso dipingeva le sue modernissime Demoiselles d’Avignon, fa davvero impressione. Tanto attardato pare il modo di dipingere di Klimt rispetto a quello di Picasso che apriva la pittura europea alla ricerca di una quarta dimensione, a un modo del tutto irrazionale di fare “ritratti”.

Uno iato temporale e di  modo di dipingere che, per certi versi, rende ancor più enigmatiche, ieratiche e irraggiungibili le donne raffigurate da Klimt. Come la splendida Adele Bloch Bauer tramutata dal pittore viennese in una modella di pietra, in una temibile concrezione di gemme e metalli preziosi.

da left-avvenimenti

VIENNA, DIECI MOSTRE PER KLIMT

Danae di Klimt 1907-8

Dieci musei viennesi nel 2012 ospitano una fitta rete di mostre dedicate a Gustav Klimt in occasione dei 150 anni dalla sua nascita. Al Wien Museum che conserva quasi 400 opere dell’arista, dal 16 maggio prenderà il via la retrospettiva più corposa, con dipinti, disegni e bozzetti, manifesti e altre opere grafiche. La fase centrale dell’attività artistica di Gustav Klimt, quella che va dal 1886 al 1897, sarà messa a fuoco invece dal Kunsthistorisches Museum, dove sono conservati tredici significativi dipinti ed i relativi cartoni che il pittore eseguì per le scalinate ( tra cui, per esempio, La fanciulla di Tanagra, 1890/91) . Dando un segno radicalmente nuovo, in stile liberty, che lo segnalava già come un talento originalissimo rispetto al fratello Ernst Klimt e Franz Matsch, che dal punto di vista stilistico erano piuttosto conservatori. Ma interessante sarà vedere dal vivo anche i disegni di Klimt per questi dipinti e che sono stati mostrati in pubblico, l’ultima volta nel 1992 a Zurigo

. Intanto mentre al Belvedere di Vienna che possiede la più vasta raccolta di dipinti di Klimt al mondo già si lavora alla grande retrospettiva che sarà aperta dal12 luglio 2012  al 6 gennaio 2013, mentre prosegue fino al 4 marzo la rassegna Gustav Klimt/Josef Hoffmann. Pionieri del Modernismo che racconta la collaborazione fra i due artisti che prese il via con la Secessione di Vienna nel 1897 e durò  fino alla morte di Klimt avvenuta nel 1918 . Nell’ambito di questa rassegna sarà esposto anche il celeberrimo Il bacio, che Klimt dipinse nel 1907/08. E ancora. all’Albertina 170 lavori su carta d’ispirazione erotica ( a partire dal 14 marzo) mentre al Leopold Museum il 24 febbraio si inaugura un percorso intrecciato di opere pittoriche, ritratti, lettere e documenti autografi dell’artista raccolti sotto il titolo Klimt personalmente : un invito a conoscere più da vicino la vita dell’artista viennese ma anche il suo modo di lavorare. Il museo conserva, tra l’altro, il lascito di Emilie Flöge con centinaia di cartoline, fotografie e lettere che Klimt ha scritto in quasi due decenni alla sua compagna di vita. Tra queste anche cartoline artistiche della Wiener Werkstätte, telegrammi e un variegato epistolario che Klimt ha spedito alla sua famiglia e ai suoi amici di Vienna nel corso dei suoi viaggi.

Non solo un modo per mettere insieme opera e biografia dell’artista che si racconta punteggiata da molti amori e da circondata da un’aura ancora ottocentesca da “ artista vate”, ma anche un modo per entrare nel suo atelier creativo e per capire come  gestiva in autonomia la rete di rapporti con committenti e mercanti porta ancora in primo piano la sfera privata del pittore.

da left-avvenimenti 27 gennaio2011

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Dipingere i moti dell’animo

Posted by Simona Maggiorelli su novembre 20, 2011

Nuove scoperte emerse dal restauro de La Vergini delle Rocce e una grande mostra alla National Gallery di Londra riaprono gli studi sul genio del Rinascimento sottolineando l’originalità della sua pittura incentrata sulla rappresentazione della dinamica degli affetti  e sulla realtà interiore dei personaggi ritratti. Intanto due esposizioni a  Roma e a Torino invitano ad approfondire la conoscenza dei suoi disegni in un confronto diretto con Michelangelo.

di Simona Maggiorelli

Leonardo, La dama con ermellino

«E’ la mostra che avrei voluto per Milano, che avevo in mente per l’Expo 2015» confessa Pietro Marani, fra i massimi studiosi di Leonardo, commentando la grande mostra londinese  dedicata a Leonardo aperta dallo scorso 9 novembre al 5 febbraio 2012 alla National Gallery, (e che già registra un pieno di visitatori da ogni parte del mondo).

Di fatto si tratta della prima importante rassegna sugli anni milanesi Leonardo, dagli anni 80 agli anni 90 del Quattrocento, quelli più prolifici, trascorsi a servizio di Ludovico il Moro, quando il genio del Rinascimento fiorentino, tenendo a debita distanza le pressioni di signori e di committenti ecclesiastici, affrescò il suo Cenacolo in Santa Maria delle Grazie. Quello straordinario teatro delle passioni di cui Marani anni fa ha guidato il restauro riportandone alla luce un impensato impianto coloristico.

«La mostra londinese è una bella occasione di confronto internazionale fra gli studiosi» prosegue l’ex soprintendente milanese che a Leonardo, dopo tanti lavori scientifici, ha dedicato il romanzo breve Le calze rosa di Salaì (Skira), Oltremanica si può vedere il risultato del restauro della Vergine delle Rocce del 1480-90, di cui i curatori rivendicano la completa autografia leonardesca (fin qui si pensava un’opera frutto di collaborazione) ma si può vedere anche il da poco ritrovato Salvator Mundi, «una tela – racconta Marani – che ho avuto modo di vedere anni fa a Londra quando riemerse dal mercato americano e in pessime condizioni. Dopo una lunga ripulitura, ora si presenta come una pittura di grande qualità tanto che – dice lo storico dell’arte – potrebbe davvero essere di mano di Leonardo, come è stato annunciato in occasione del lancio di questa esposizione».

La mostra di Londra, dunque,  riapre la discussione sull’attribuzione della tela di proprietà del gallerista newyorchese Robert Simon, anche se ci vorrà tempo e molto studio per risolvere definitivamente la controversia. Comunque sia, con o senza i colpi di scena annunciati dalla cronaca, la mostra Leonardo da Vinci painter at the Court of Milan si segnala già come straordinaria per la serie di ritratti che è riuscita ad avere in prestitoe ad esporre  riuniti. A cominciare dalla Dama con Ermellino- Cecilia Gallerani (1488-1490), proveniente dal Museo Czartoryski di Cracovia e dalla Belle Ferronière (1490-1495) che viene dal Louvre, quadri con cui Leonardo supera la rigida tradizione rinascimentale di ritratti ufficiali di profilo regalandoci l’emozione di presenze femminili vive e misteriose e di giochi di sguardi con il pubblico che, nel caso di Cecilia Gallerani, arrivano ad alludere anche alla presenza fuori campo dello stesso Ludovico il Moro.

Leonardo, Cartone di Sant'Anna

E se in capolavori come questi Leonardo riesce quasi a farci percepire il movimento della mente e il flusso dei pensieri del soggetto ritratto, nel celebre cartone di Sant’Anna conservato a Londra (e di cui gli studiosi del British Museum ora propongono una retrodatazione alla fine del Quattrocento) Leonardo crea una intimo intreccio di rapporti emotivi fra i personaggi.

E’ uno degli esempi più raffinati e intriganti di quella dinamica degli affetti che Leonardo – inarrivabile in questo fra i pittori del Rinascimento – seppe rappresentare. Non emulato né da Michelangelo, che era interessato ad altro tipo di rappresentazione, più  fisica, epica e religiosa, né dal più giovane Raffaello che, per quanto  dovesse molto a Leonardo riguardo al disegno a matita nera,  era assai più attento al consenso della committenza ecclesiastica che aveva fatto di lui “il divin pittore”.

« Quanto a Michelangelo – approfondisce Marani – con la torsione delle forme, era interessato a rappresentare le idee innate che Dio aveva posto nella mente dell’uomo. Leonardo invece tendeva a rappresentare un ideale di bellezza che veniva concretamente dalla natura». Con questa idea Marani, nei mesi scorsi si è fatto mentore  di una piccola, ma interessantissima mostra in Casa Bonarroti a Firenze in cui erano a confronto disegni di Leonardo e Michelangelo. Con il titolo La scuola del mondo, in collaborazione con Pina Ragionieri,  Marani  aveva realizzato nella casa di Michelangelo un percorso espositivo ( catalogo Silvana editoriale)  che metteva al centro il confronto fra  i disegni realizzati da Leonardo per la Battaglia di Anghiari in Palazzo Vecchio, (l’affresco che fu murato da Vasari dopo il ritorno dei Medici al potere e mai più ritrovato) e i disegni di Michelangelo per l’affresco mai dipinto della Battaglia di Cascina. In versione ampliata e arricchita da disegni provenienti dall’Ambrosiana di Milano la mostra fiorentina (che ha chiuso i battenti l’agosto scorso) ora è ospitata fino al febbraio 2012 dai Musei  Capitolini di Roma.

Lungo il percorso ricreato ad hoc si può leggere in parallelo l’evoluzione personale di ciascuno dei due artisti. In particolare qui Marani mette a valore  la sua ipotesi sui motivi che portarono Leonardo ad abbandonare il tradizionale disegno fiorentino a punta di argento per passare a quello a matita, nera o rossa. «Fu l’esigenza di ritrarre i moti mentali a rivelargli l’insufficienza dei media tradizionali», spiega Marani.

Il tratto d’inchiostro nitido e quasi inciso non gli permetteva di andare in profondità come avrebbe desiderato nel rappresentare gli umori, le passioni, gli affetti che rendono espressivo il volto e la “corrente emotiva” che si crea nei rapporti umani. «La matita – aggiunge lo studioso – gli regala una nuova dolcezza nello sfumato e nel chiaroscuro, un segno morbido manipolabile anche direttamente con i polpastrelli che gli permetteva di rappresentare anche le più sottili vibrazioni luministiche ed emotive». Ne sono prova le straordinarie teste di combattenti disegnate per la Battaglia di Anghiari e che, insieme al ritratto di Isabella d’Este proveniente dal Louvre e ad alcuni profili di “vecchi e di giovani affrontati”, a teste ideali e schizzi di volti grotteschi rappresentano il corpus centrale di questa preziosa mostra transitata da Firenze a Roma

Leonardo la vergine delle rocce

Leonardo La Vergine-delle-rocce-Londra

LE NUOVE SCOPERTE EMERSE DAL  RESTAURO DELLA VERGINE DELLE ROCCE

Liberata dalla vernice giallastra che la ricopriva fin da una ripulitura degli anni Quaranta del Novecento, l’opera è stata riportata a un aspetto, il più vicino possibile a com’era in origine». Così Lerry Keith, direttore dei restauri della versione della Vergine delle rocce conservata al British Museum racconta i lavori appena ultimati. «In questo modo- aggiunge – è emerso lo straordinario uso del contrasto luce ombra con cui Leonardo dava tridimensionalità ed evidenza scultorea alle figure». Ma non solo. «L’esame tecnico riflettologico – prosegue Keith – ci ha permesso di vedere meglio come lavorava: facendo continui aggiustamenti, modificazioni e ritocchi come se fosse riluttante a fissare sulla tela un’immagine fissa e definitiva, una volta per tutte». Discorso affascinante che ci riporta agli studi di Leonid Batkin ( Leonardo da Vinci, Laterza) quando ipotizzava un programmatico “non finito” leonardesco, frutto di un processo creativo in cui l’ideazione era assai più importante della realizzazione dell’opera in una forma definita e ipostatizzata. Con lui un altro noto studioso, Martin Kemp (La  mente di Leonardo, Einaudi) ha messo in evidenza come, specie negli anni più maturi, Leonardo tratteggiasse l’essenziale, «il resto rimane sempre non finito e lasciato all’immaginazione». Ma c’è ancora un’altra scoperta che il restauratore ci invita a considerare: «Con tecniche avanzate – dice – siamo stati in grado di scoprire qualcosa di più sui pigmenti usati da Leonardo. Per esempio abbiamo individuato un pigmento rosso di lago; è descritto nelle fonti dell’epoca ma non siamo riusciti a trovare nulla di simile della National Gallery».

Qui torna in primo piano Leonardo sperimentatore di tecniche nuove, che per lui non erano solo ricerca di maggiore efficacia pittorica ma parte di una ricerca continua sugli strumenti messi a disposizione dalla natura, per chi la sa comprendere, fuori dal dogmatismo religioso. Con i «trombetti e i dommatici», si sa, Leonardo non andava molto d’accordo.

Leonardo, autoritratto

Per lui non c’era nulla nella sapienza libresca che potesse farlo rinunciare alla “sperienza” diretta. Sperimentazione diretta, studio della natura, ma come si evince anche dalla Vergine delle rocce, quando poi si trattava di dipingere un tratto di paesaggio non si trattava di farne una copia dal vero, ma di ricrearla con fantasia, secondo un’immagine di bellezza, tutta interiore.

INTANTO ALLA REGGIA DI VENARIA la mostra Leonardo, il genio, il mito

La Scuderia Grande della Reggia di Venaria ospita dallo scorso  17 novembre  al 29 gennaio 2012 la mostra Leonardo. Il genio, il mito, ponendo al centro del percorso il celebre Autoritratto di Leonardo, conservato nel caveau della Biblioteca Reale di Torino. Intorno all’opera,in cui Leonardo rappresenta se stesso come un elegante vecchio saggio  sono esposti il Codice sul volo degli uccelli ed una trentina di importanti disegni di Leonardo, provenienti da collezioni italiane ed europee, sul tema dell’anatomia umana e del volto, delle macchine, della natura nonché altri interessanti ritratti riferibili ad allievi per un confronto diretto ed inedito con lo stesso Autoritratto. La mostra è arricchita  da una curiosa e variegata selezione di opere di artisti  -da  Vasari e Sodoma a Duchamp, Warhol, Spoerri, Nitsch e tanti altr -i che raccontano come nei secoli si sia articolato il mito di Leonardo.

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Dare forma all’invisibile

Posted by Simona Maggiorelli su giugno 3, 2011

di Simona Maggiorelli

Anish Kapoor Rotonda della Besana, foto Melzi

Dopo l’omaggio ad Ai Wei Wei al Grand Palais di Parigi con un’opera politica che vuole accendere l’attenzione sulla sorte dell’artista cinese arrestato nei mesi scorsi e di cui non si hanno più notizie, Anish Kapoor è in Italia con due nuove installazioni e una retrospettiva. Per il suo ritorno alla Biennale di Venezia, che lo lanciò nel 1990,l’artista anglo-indiano ha pensato di riproporre una delle sue prime opere realizzate per Artecontinua di San Gimignano, stabilendo così un filo di continuità con la sua storia di scultore e architetto raccontata fino al 9 ottobre alla Rotonda della Besana di Milano da una bella mostra curata da Gianni Mercurio e Demetrio Paparoni.

Nella milanese Fabbrica del vapore, invece, Kapoor propone fino all’8 gennaio, una nuova installazione site specific, dal titolo Dirty corner, Un’opera monumentale, di forte impatto emotivo, che attraversa il grande spazio da archeologia industriale della fabbrica. E che ricorda gli spazi specchianti, opere in luminoso acciaio e dalle superfici ricurve, che Kapoor, negli anni, ha realizzato per città come Londra e Chicago dove si trova il suo celebre “fagiolo”, una scultura in acciaio che sembra un’enorme goccia di mercurio vivo nel cuore del Millennium Park.

Anish Japoor Dirty Corner

Ma nell’accogliente bocca di Dirty corner che attira il visitatore ad entrare dentro un tunnel c’è anche un chiaro rimando a tutta l’elaborazione che Kapoor ha compiuto negli ultimi vent’anni su forme primarie e primordiali, che rimandano alla differenza fra maschile e femminile, alla sessualità, al continuo cambiamento  nel rapporto profondo fra uomo e donna, così come nel continuo divenire della vita biologica. Un tema che l’artista ha cercato di rappresentare nella scultura When I’m Pregnant e che non rimanda semplicemente alla gravidanza in senso stretto.

Con l’uso del colore, (all’inizio, soprattutto, il giallo e il rosso di puro pigmento) con l’uso di materiali malleabili come la cera (vedi My Red Homeland del 2003 ora riproposta a Milano), ma anche cavando forme dinamiche da granito, marmo e ardesia, Anish Kapoor è riuscito a fare “un uso allargato” del mezzo scultoreo, aprendo la scultura a una molteplicità di nuove forme, ma anche facendo diventare «la scultura tutt’uno con lo spazio» come giustamente rilevano Mercurio e Paparoni nel saggio contenuto nel catalogo Skira. La filosofia buddista, i miti e le forme dell’arte indiana più antica, così come il lavoro di artisti delle avanguardie storiche come Brancusi sono spesso tirati in causa per raccontare la complessità e la densità di significati dell’opera di Kapoor. Ma certamente non bastano per spiegare il fascino e l’intensità delle sue sculture, come abbiamo provato ad argomentare, in altre occasioni, anche su queste pagine.

da left-avvenimenti

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Un archivio di memorie vive. Firmato Boltanski

Posted by Simona Maggiorelli su giugno 24, 2010

All’Hangar Bicocca Boltanski ricrea Personnes, la montagna di “stracci” del Grand Palais

di Simona Maggiorelli

Boltanski, Personnes

La nascita e la morte, le due cesure forti della nostra vita. Il trascorrere inesorabile dei giorni e il nostro sentire, pensare, amare e continuo cambiare. Ma anche gli intrecci fra storia personale e collettiva. E le storie individuali che non trovano posto in quella ufficiale.
E ancora: la memoria viva che si crea nello iato fra fotografie ingiallite e il nostro vissuto più intimo. è una riflessione profonda sul tempo umano quella che il cosmopolita Christian Boltanski ha sviluppato nell’arco di cinquant’anni, fin da quando era ragazzino e artista autodidatta nella Parigi del dopoguerra. Una riflessione realizzata perlopiù attraverso grandi cicli di opere che usano materiali poveri e installazioni multimediali. L’ultimo ciclo si chiama Monumenta e ha avuto una suggestiva tappa invernale al Grand palais di Parigi prima di approdare, dal prossimo 23 giugno, nell’Hangar Bicocca di Milano appena restaurato. Sotto la copertura di vetro del Grand Palais, come dentro la scabra e austera archeologia industriale dello spazio d’arte milanese diretto da Chiara Bertola, l’artista francese ha creato un paesaggio umano fatto di abiti smessi e abbandonati.

Un’enorme montagna colorata che cambia continuamente sagoma per mano di una gigantesca gru di ferro. Ogni vestito, ogni pezzo di stoffa, ogni bottone si fa traccia di un vissuto. Quasi una pagina strappata dal diario di una persona a noi sconosciuta ma qui potentemente evocata. Frammenti di un discorso personale che, come le maniche di queste giacche e maglioni, si intreccia a quello di altri, tessendo la trama cangiante e complessa della storia. Giocando sul doppio senso di Personnes in francese, Boltanski ha ricreato per Milano una delle sue elegie più potenti. Adattandosi  agli spazi fisici dell’Hangar, senza temere che nuovi contesti possano snaturare la sua opera. Perché è il processo creativo, è l’idea, ciò che conta per Boltanski (in questo sodale di Yves Klein) non i dettagli della sua concretizzazione finale. Tanto che, si narra, quando la Tate gallery di Londra una volta gli chiese di accorciare e modificare una sua installazione, lui non ebbe obiezioni di sorta. E se a Milano, come è accaduto a Parigi, dei bambini si metteranno a giocare con quella montagna di abiti, lui ne sarà contento, lo scopo sarebbe pienamente raggiunto.

Perché, come ha raccontato lo stesso Boltanski, Personnes non vuole essere uno statico archivio storico, né tanto meno una riflessione sulla morte come una vanitas di arte sacra, ma al contrario «un archivio vivo» di racconti del passato, da “riusare”. Ma intorno a questa idea Boltanski, da cinque anni, sta realizzando anche un altro utopico e provocatorio progetto: Gli archivi del cuore che presenterà in anteprima all’Hangar. Si tratta di un’immensa collezione di registrazioni dei battiti del cuore del pubblico raccolte in ogni parte del mondo, con cui l’artista crea stranianti partiture sonore per le sue installazioni.
Anche a Milano Boltanski inviterà i visitatori della mostra a registrare le pulsazioni del proprio cuore in una cabina. Chi vorrà potrà portarsene a casa una copia, registrata su un cd.
Dal luglio 2010, poi, gli archivi del cuore saranno conservati nell’isola giapponese di Teshima, nel mare interno di Seto, per la bizzarra volontà di un mecenate locale.

da left-Avvenimenti 11 giugno 2010

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La ricerca schiva di un maestro

Posted by Simona Maggiorelli su maggio 29, 2010

Una personale di Ettore Spalletti inaugura il nuovo spazio milanese della Gallleria Lia Rumma. Nella sua opera si legge un’esigenza di bellezza, intesa anche come valore civile

di Simona Maggiorelli

Ettore Spalletti

Artista schivo che non ama il clamore mediatico, Ettore Spalletti dagli anni Settanta a oggi continua a dipanare la sua opera come un fluire di variazioni sul tema, sensibili e delicate.

Quasi fosse una partitura ininterrotta, costruita per note geometriche e monocrome. Dopo la sinfonia di colori dispiegata quattro anni fa in una bella personale all’Accademia di Francia a Roma, ora il percorso carsico del pittore e scultore abruzzese riemerge negli spazi della Galleria Lia Rumma a Milano in una mostra che sembra pensata ad hoc per far vivere e “accendere di luce” la nuova struttura espositiva di via Stlicone, ricavata da una fabbrica dismessa e da poco ristrutturata dalla gallerista napoletana in uno stile minimalista che ricorda quello, oggi molto in voga, dell’architetto giapponese Tadao Ando.

Quia Milano,in questo cubo dalle pareti a vetro, con opere dalle tinte chiare, quasi diafane, Spalletti reinventa in termini moderni la pittura tonale di Veronese e Tiepolo. In certo modo la ricrea regalando infinite sfumature e variazioni di timbro all’impasto del colore fatto di gesso e pigmenti e steso per strati successivi. Un procedimento che richiede sapienza artigianale e una perfetta padronanza dei differenti tempi necessari per essiccare gli “ingredienti”.

E alla tradizione antica – in questo caso toscoemiliana – si rifà anche il suo ricorso al disegno. Ogni volta Spalletti lo riporta meticolosamente su carta, legno o pietra, prima di iniziare a dipingere. Ma alla fine di questo lungo lavoro, davanti allo spettatore che vede solo l’opera finita, ci sono solo forme astratte, primarie, suggestive, potenti.

Grazie a un effetto di somma sprezzatura che le fa apparire semplici e naturali. Le figurazioni, echi lontani delle madonne e dei paesaggi urbani di Piero della Francesca, appaiono come sussunte in monocromi vibranti, che non recano traccia del precedente se non nel colore che pare assorbito dalla superficie porosa della pittura. Mentre le vedute teatrali di Veronese sono idealmente trasformate in spazi ritmati da colonne, sculture concave e convesse, bassorilievi.

I silenzi, le pause, le distanze in queste “architetture” di Spalletti sono altrettanto importanti dei pieni nel dare forma a un’idea di bellezza, umana e civile. Un ideale realizzato in opere eleganti ma che nulla hanno a che vedere con l’aurea misura imposta dall’arte classica. Come nota Nicola Spinosa, curatore di questa mostra milanese che resterà aperta fino al 30 settembre, non ha nulla a che vedere con la «divina proporzione». Nel caso di Spalletti parliamo di un ideale di bellezza che nasce prima di tutto come esigenza interiore. Che ha a che fare con la qualità della vita e dei rapporti con gli altri. Anche per questo le sue opere sono, non di rado, delle vere e proprie “sculture abitabili”.

da left-avvenimenti del 28 maggio 2010

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La nuda verità secondo Goya

Posted by Simona Maggiorelli su marzo 18, 2010

In Palazzo Reale a Milano fino al 27 giugno una grande mostra dedicata al maestro spagnolo

di Simona Maggiorelli

Goya, autoritratto, 1815

Liberare Goya dai vecchi e logori schemi interpretativi che ne fanno un maestro ermeticamente chiuso in suo mondo silenzioso, abitato da cupe visioni notturne. Cercando di restituire la trama complessa delle tensioni e delle inquietudini che percorrono la sua pittura e che la rendono ancora oggi viva, capace di toccare profondamente lo spettatore. Nasce con questa intenzione critica alta la mostra Goya e il mondo moderno che si apre il 17 marzo in Palazzo Reale a Milano (fino al 27 giugno, catalogo Skira). Un’iniziativa nutrita di prestiti importanti dal Prado e dal museo di Saragozza (in tutto si contano una cinquantina di opere del maestro spagnolo fra le quali L’autoritratto del 1815 e numerose stampe dai Disastri della guerra).

Di fatto una mostra “kolossal” che in cinque sezioni a tema si propone di ripercorrere le principali invenzioni artistiche di Goya, quelle  destinate a una lunga durata nella fantasia e nelle rielaborazioni di pittori e scultori dei secoli successivi. A cominciare dal modo di dipingere il nudo di donna. Basta ricordare qui che la Maya desnuda di Goya sedusse perfino Picasso a tentarne una ricreazione in forme nuove. Ma, restando ai quadri esposti a Milano, una lunga e fertile influenza sull’arte del XX secolo ebbero anche i corrosivi ritratti di nobili e re che Goya dipinse in pose convenzionali e in abiti sfarzosi, lasciando però affiorare sui volti e nelle espressioni la loro assoluta vacuità interiore.

Goya, La lattaia di Bordeaux (1826)

Tele, come quella in cui campeggia uno spettrale Carlo II, formalmente rispettose dei canoni tradizionali della ritrattistica settecentesca ma, a uno sguardo attento, crudelmente rivelatrici per l’immagine latente che portano in primo piano. Così opere come il Ritratto del duca de San Carlos o come il Ritratto di don Juan Martin Goicoechea di Goya in Palazzo Reale sono esposte accanto a dipinti coevi dell’illuminista David in un confronto schiacciante: da un lato penetranti ritratti che fanno aprire gli occhi sulla natura parassitaria della corte borbonica e sull’inconsistenza umana dei suoi rappresentanti che chiedono a Goya di essere “eternati” con l’arte. Dall’altra ritratti monumentali, idealizzati, retorici, con cui il rivoluzionario David celebra il tiranno Napoleone. E sarà proprio questo speciale talento di “scavo psicologico” a fare di Goya un pittore amatissimo da quegli artisti che fra fine Ottocento e primi del Novecento rivoluzioneranno la ritrattistica affrancandola definitivamente dalla piattezza fotografica. Ma non solo.

La mostra Goya e il mondo moderno suggerisce anche nessi più arditi, ipotizzando che certi sferzanti ritratti di Grosz abbiano tratto linfa proprio da quella fedeltà alla verità più profonda delle cose che Goya anteponeva a tutto, da quella sua capacità di «guardare ciò che tutti hanno davanti agli occhi e fingono di non vedere» per dirla con le parole di Claudio Strinati. Un coraggio di vedere e di rappresentare ciò che si è visto o intuito che in Goya come in Grosz diventa gesto politico di denuncia. Anche se il pittore espressionista tedesco scelse la strada di una secca semplificazione caricaturale. Proprio quella scorciatoia che Goya aveva sempre rifiutato anche quando si era dedicato all’incisione e alla stampa di scenette grottesche di gusto popolare. E ancora alla dura verità dei quadri di Goya, secondo i curatori della mostra Valeriano Bozal e Concepción Lomba, si sarebbe rivolto poi anche Francis Bacon nell’ideazione dei suoi scomposti e angosciati ritratti. Un accostamento che può far storcere il naso a qualcuno ma che, di fatto, mostrando dal vivo ritratti di Goya e di Bacon fianco a fianco fa immediatamente risaltare quel carattere di profonda umanità e di fiducia nei propri simili che, al fondo, Goya non perse mai, anche nei momenti più cupi della restaurazione imposta da Ferdinando VII, della guerra, del ripristino dell’inquisizione. Anche quando immagina i Disastri della guerra, la sua visione non è mai nihilista. Perfino quando, ormai sordo, concepì le pitture nere, i suoi mostri e incubi notturni restano un monito contro una violenza e una distruttività che Goya non avvertiva come un destino ineluttabile per gli uomini. Nella sua pittura ritroviamo un interesse verso l’umano che, per esempio, il visionario Bacon non ebbe mai, attratto com’era dalla raffigurazione di corpi in disfacimento, e che non rimandano ad altro oltre se stessi, se non a un’astratta idea di un’angoscia esistenziale che secondo il pittore irlandese sarebbe universale. Qui come nelle aree della mostra milanese dedicate all’irrazionale, al sogno, o in quelle dedicate alla “violenza”, al grido”, per differenza con opere di simbolisti e romantici (Klinger, Daumier, Rops, Hugo), di espressionisti (Kirchner, Kubin, Dix, Grosz), fino all’informale De Kooning, appare declinata una rilettura di Goya in chiave “progressista” e che trova il suo climax in un quadro che il pittore spagnolo dipinse quando aveva più di 80 anni e con uno stile completamente nuovo. Talmente originale da far ipotizzare ad alcuni studiosi che non fosse suo ma opera di sua figlia, Rosario (che però nel 1826 aveva 12 anni). Certo è che l’improvviso schiarirsi della tavolozza, l’aria trasparente e mattutina, il movimento del corpo e quell’espressione vagamente velata di tristezza della donna rappresentano un cambiamento totale rispetto alla Quinta del sordo di poco precedente. Goya nel frattempo si era trasferito in Francia. «Sordo, vecchio, malato e senza sapere una parola di francese» ma, raccontava il suo amico Maratin, ancora «contento e ansioso di conoscere il mondo».

IL LIBRO. IN CERCA DEL TESCHIO DI GOYA

«Dovendo qui fare la storia di un teschio, storia già definita orripilante, mi sembra giusto e coerente presentarvelo fin dall’inizio, quando era ricoperto di pelle e conteneva uno dei più ricchi cervelli di cui mai abbia potuto godere un uomo». Comincia così L’orripilante storia del teschio di Goya , l’omaggio spassoso e coltissimo che lo storico Juan Antonio Gaya Nuño ha dedicato al geniale pittore spagnolo, partendo da un fatto di cronaca dal sapore necrofilo: ovvero la scomparsa del teschio di Goya dalla sua tomba nella chiesa di San Antonio della Florida a Madrid.  Un teschio rubato, forse smarrito, forse sottratto per antiche superstizioni (impossessarsi del teschio di un defunto significava assorbirne lo “spirito vitale”) alla resa dei fatti poco importa. Il fatto curioso  nel libro di Gaya Nuño (che dal 25 marzo Skira manda in libreria ) diventa un eccellente espediente narrativo per un affresco storico di cui Goya è protagonista. Mettendo così a segno una insolita e divertente biografia d’artista,  che ora esce corredata da un ricco apparato di  acquerelli e incisioni.

da left-avvenimenti, 12 marzo

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Nel diario inedito, la pazzia di Schiele

Posted by Simona Maggiorelli su febbraio 5, 2010

L’anticipazione: Accusato di pedofilia il pittore autriaco si raccontò in un centinaio di pagine dal carcere

di Simona Maggiorelli

egon schiele, autoritratto

«Finalmente! Finalmente un sollievo alla pena! Finalmente carta, matite, pennelli, colori per scrivere, per disegnare». Colori e matite per uscire dall’inerzia delle giornate nelle celle sotterranee di Neulengbach. Ad incipit del suo diario dal carcere il 16 aprile 1912 Egon Schiele (1890-1918) ne parla come di raggi di sole per uscire dal buio della reclusione e dell’angoscia interiore.

Arrestato con l’accusa di aver rapito e violentato una minorenne (fu poi assolto) e di aver diffuso arte pronografica avendo ospitato bambini nel suo atelier dove erano appesi disegni erotici, il ventunenne Schiele si dichiarava innocente denunciando l’ingiustizia di una carcerazione preventiva che lo teneva in condizioni igieniche disumane. Esemplato sull’edizione originale curata da Arthur Roessler (che fu amico personale di Schiele) questo drammatico documento sta per uscire anche in Italia edito da Skira. Il volume intitolato semplicemente Diario dal carcere sarà in libreria il 25 febbraio in coincidenza con l’apertura della mostra Schiele e il suo tempo che Palazzo Reale di Milano ospiterà fino al 6 giugno. A queste pagine brucianti l’artista affidò la sua rabbia.

«Nello stato in cui sono, sradicato dal terreno della mia creatività – scriveva – con dita tremanti intinte nella saliva amara dipinsi per non diventare pazzo, servendomi delle macchie dell’intonaco creavo paesaggi e teste sulle pareti della cella, poi osservavo il loro lento asciugarsi fino ad impallidire… come fatti sparire dall’invisibile potenza di una mano incantata». E ancora il 19 aprile 1912: «Ho dipinto il letto della mia cella. In mezzo al grigio sporco delle coperte un’arancia brillante è l’unica luce che risplenda in questo spazio…». Ma accanto a questi frammenti che richiamano alla mente i colori terrosi e i rossi di alcuni paesaggi di Schiele oppure le tinte squillanti dei suoi contorti ed esasperati ritratti, affiorano anche schegge di pensieri via via sempre più alterati. Segni di quella malattia mentale che attanagliava Schiele fin da giovanissimo.

«Da bimbo – scrive Federica Armiraglio nella postafazione – aveva sviluppato un legame tanto significativo quanto ambiguo con la sorellina Gertie, minore di 4 anni… Nel 1907, quando lei aveva 13 anni erano scappati a Trieste per passare una notte in albergo». Il primo maggio 1912 Schiele scrive nel diario: «Ho sognato Trieste, il mare, paesi lontani. Nostalgia, ardente desiderio! Per consolarmi mi sono  dipinto una barca panciuta e colorata come quelle che si dondolano nell’Adriatico». Più in là freddamente annota: «Amo la vita. Amo penetrare nel profondo di tutti gli esseri viventi ma detesto la coercizione che ostilmente mi incatena a una vita piegata a basse finalità e all’utile. Senza Arte, senza Dio». Poi in un climax di pensieri violenti l’“autoassoluzione”: «Non è vero che abbia mostrato intenzionalmente quei disegni a dei bambini… ciononostante so che esistono molti bambini perversi. Ma in realtà che cosa significa perverso? Gli adulti hanno dimenticato la terribile passione amorosa che da piccoli gli ardeva dentro e li tormentava? Io non l’ho dimenticata perché mi ha fatto soffrire orribilmente. E credo che l’uomo debba soffrire per il tormento del sesso finché è capace di sensazioni sessuali».

da left-avvenimenti del 5 febbraio 2009

LA MOSTRA

L’inquietudine di Schiele e la Vienna débt siècle

Così Schiele parlava della propria vita. All’insegna di una febbrile attività creativa, ma anche caratterizzata da crisi violente e da un eccesso di lucidità che lo spingeva a esplorare ossessivamente il proprio volto e scarnificare e torcere il corpo delle sue amanti sulla tela. Nella pittura di Schiele, per quanto nata nel segno dell’ammirazione per lo stile di Klimt, non si trova più traccia della fertile stagione della Secessione con la sua ricchezza di stili e di forme nuove. Il sogno dell’opera totale, di un’arte pittorica che incontri l’architettura e porti la “bellezza” nella vita quotidiana, sembra essere d’un tratto svanito. L’oro e i riflessi di luce sono diventati toni bruniti e terragni, oppure tinte elettriche. L’eros femminile celebrato da Klimt e compagni è diventato immagine di morte nelle visionarie pitture e nei disegni di Schiele. Dove linee secche, come incise con la lama di un coltello, rendono i soggetti rappresentati un fascio di nervi, che non rimandano nulla se non angoscia. Eppure in quel volto giovanile, allucinato e dallo sguardo in tralice, dell’Autoritratto con camicia a righe (1910), così come nell’Autoritratto con alchechengi del 1912 Schiele riesce a immettere miracolosamente stille di verità, a raccontare con una folgorante immagine la malattia che lo tormenta fin da piccolo. Come se in queste opere esposte a Milano nella mostra Schiele e il suo tempo (in Palazzo Reale, fino al 6 giugno) il pittore fosse riuscito a parlare della pazzia con il linguaggio universale dell’arte e della rappresentazione. Qui e in un’altra manciata di opere Schiele riesce a rompere il guscio di un granitico solipsismo; una stilla di passione incendia ancora la sua opera, la rende mobile, “comunicativa”. Poi, come si evince dalle pagine del suo drammatico Diario dal carcere il delirio prenderà il sopravvento. Skira lo pubblica ora in italiano in concomitanza di questa mostra che porta per la prima volta in Italia un nucleo importante di opere della collezione del Leopold Museum di Vienna. S. M

dal quotidiano Terra del 20 marzo 2010

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