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Onde medie cultura alta

Posted by Simona Maggiorelli su agosto 25, 2014

MarinoLa Carta dice che la Repubblica deve rimuovere gli ostacoli al pieno sviluppo della persona. Una sfida che Radio3 non ha mai perso di vista, come racconta il direttore Marino Sinibaldi. Anche in tempi di crisi. E gli ascolti gli danno ragione

La lettura, l’accesso al sapere, alla conoscenza sono un diritto costituzionale. Ma il Paese reale, nella morsa della crisi, sembra aver smarrito questa consapevolezza. La chiusura di numerosi giornali, le testate online che stentano a decollare, gli acquisti di libri molto sotto le medie europee fanno riflettere. Poi però si registrano fenomeni del tutto in controtendenza come i festival di letteratura e di giornalismo che riempiono le piazze, si scoprono programmi di informazione culturale come TerzaPagina condotto da Paolo Fallai su RaiScuola che, sul digitale terrestre, trasmette anche film in inglese. Ma soprattutto c’è Radio3 che riesce a fare ascolti indagando il presente, parlando di libri, di scienza, proponendo musica colta e letture di classici come i Sonetti di Shakespeare e Un anno sull’Altipiano di Emilio Lussu, solo per fare due esempi recenti.

Alla guida di Radio3 dal 2009, il giornalista Marino Sinibaldi nel libro Un millimetro in là. Intervista sulla cultura (Laterza, a cura Giorgio Zanchini) intreccia autobiografia e analisi delle trasformazioni a cui è andato incontro il sistema dell’informazione culturale negli ultimi trenta anni. Erede di Enzo Forcella, racconta di aver imparato «dal Terzo programma più che dall’università» e di aver «amato moltissimo questo mezzo, già prima di poterci lavorare». Poi, nell’era di internet, Sinibaldi non si è arreso, cercando nuovi modi per rilanciare: dal Festival di Radio3 a trasmissioni che si interfacciano con il pubblico tramite i social media.

Alla fine la radio ha risentito della crisi meno di altri media?

Forse la radio ha retto meglio perché ha una sua leggerezza, una sua semplicità d’uso, ti accompagna lungo la giornata, può essere un ascolto secondario. È più compatibile con forme moderne di vita. Può essere ascoltata mentre fai altro.

 Ma la radio può essere anche mero intrattenimento. Rivolgendosi a un pubblico ampio, Radio3 invece non ha mai abbassato il livello.

Non ce n’era bisogno. Questo ci aiuta a capire l’importanza del servizio pubblico.

L’articolo 3 della Carta dice che è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli al pieno sviluppo della persona umana, ce ne siamo dimenticati?

 L’espressione “rimuovere” gli ostacoli fa immaginare un caterpillar che arriva e smantella tutto. Certo sarebbe stato bello che nella nostra storia prima o poi ci fosse stata una capacità così radicale di sanare le disuguaglianze. Per giunta oggi sono perfino aumentate. Oltre a quelle economiche tradizionali ci sono differenze “territoriali”, di competenze, di istruzione. È come se la disuguaglianza fosse una barriera corallina su cui si sono incrostate miriadi di altre disuguaglianze. Accanto a situazioni disagiate oggi c’è anche la ricchezza incolta, nera, priva del rapporto con la bellezza. È alla base di tanta distruzione recente. Per sgretolare la disuguaglianza oggi servono miriadi di interventi piccoli e grandi, sull’istruzione, per la pluralità dell’editoria, per connettere generazioni che hanno linguaggi molto diversi fra loro. Insomma è diventato molto più complesso. Forse nel mio libro racconto l’ultima generazione, la mia, per la quale andare a scuola e leggere significava fare un salto culturale. Oggi tutto questo è diventato più complicato. La scuola e la lettura non sono più così decisive per superare l’emarginazione sociale.

Con una brutta espressione si parla di calo dei consumi culturali, quale ne è la causa?

La cultura non si divora, non sparisce, o almeno non dovrebbe. Una ricerca di Eurobarometro più correttamente parla di partecipazione culturale includendo chi visita le mostre ma anche, per esempio, chi suona uno strumento. Resta il fatto che tutti i dati culturali che riguardano l’Italia sono bassi, rattrappiti. Colpa del disinvestimento pubblico? Certamente. Ma ancora più grave mi pare il segno di marginalità che, in questo modo, si è voluto dare alla cultura. Frutto di precise economie ma ancor più, verrebbe da dire, di una certa concezione antropologica. E ora che il danno è fatto, il problema è che il cittadino diserta le mostre e i musei; il problema è lo stato di abbandono in cui lascia la propria città. Un feroce articolo di Francesco Merlo su Repubblica stigmatizzava l’assenza di visitatori nella ex Centrale Montemartini diventata museo. Alla fine la responsabilità non è del sindaco Marino, ma di chi invece di andare al museo va al supermercato o altrove.

Come stimolare il pubblico allora?

Qualche anno fa Alessandro Baricco disse: concentriamoci solo sulla tv e sulla scuola. Sul momento resistevo, ma a guardar bene aveva ragione: in fondo il pubblico si forma lì. Fin qui la tv non ha fatto crescere un pubblico attivo. Quanto alla scuola penso che in qualche modo svolga ancora il suo compito. Semmai il problema sono le famiglie che non “investono” sulla cultura e su quelle competenze che riguardano la rete, che non passano attraverso la scuola.

Nel libro Senza sapere (Laterza) Giovanni Solimine scrive che in Italia l’emergenza è l’ignoranza.

Sono d’accordo, per questo penso che sia importante mettere la responsabilità nelle mani delle persone e delle famiglie. Quando ero giovane io, se eri ignorante, era colpa della società. Oggi se sei ignorante, è colpa tua, perché hai tutto a disposizione, hai tutte le possibilità di attingere a una serie di fonti culturali che una volta erano inaccessibili ai più. Ora servono politiche consapevoli, che rovescino la marginalità simbolica in cui la cultura è stata lasciata. Se personaggi di grande successo nella società e nella politica sono di un’ignoranza disarmante allora dobbiamo ammettere che in Italia la cultura è svalutata al massimo.

Da dove ripartire?

Occorre ricominciare a dire che la cultura dà libertà personale, autonomia, ma anche una certa dose di piacere.

Anche chi fa informazione dovrebbe contribuire. Una trasmissione come Fahrenheit, fatta «con i libri, a partire dai libri, per discutere anche di altro» dimostra che si può invertire la rotta.

Torno a dire che molto si deve alla storia di Radio3, in quanto servizio pubblico. Forse nessun investitore privato avrebbe creato una realtà come questa radio. Con lungimiranza fu fondata nel 1950,  con molto coraggio, pensando che occorresse far arrivare al grande pubblico contenuti alti, allora elitari, come la drammaturgia, la musica colta. Poi le cose sono cambiate, con la scolarizzazione di massa è stato superato il rapporto di riverenza con i libri. Ora magari li disprezzano, ma certamente sono diventati beni accessibili.

La perdita di “aura” che hanno subìto le opere d’arte nell’epoca della riproducibilità tecnica di cui parlavaWalter Benjamin, in questo caso, è stata positiva?

Ci ha aiutato a fare trasmissioni meno paludate. Negli anni Novanta, ancor prima che iniziasse la stagione dei festival, capimmo che si poteva parlare di questi contenuti culturali in modo più amichevole, disinvolto, più giocoso, molto più quotidiano.

Oggi però, come notava Christopher Hitchens, si sta diffondendo uno snobismo al contrario. Nei giornali tutto deve essere pop, leggero, quasi svuotato di senso…

Qui a Radio3 abbiamo dei codici interni che ci fanno da guida nei programmi. Quando diventai direttore scelsi tre parole chiave: bellezza, intelligenza e contemporaneità. Trasmettere bellezza, cercare l’intelligenza, ma contemporanea. Anche occuparsi di Mozart riguarda profondamente l’oggi. Ora quel trittico è diventato 3D: differenza, difficoltà, diffusione. I contenuti culturali non possono non presentarsi come qualcosa di altro, anche rispetto al nostro modo normale di vivere. Solo aprendo nuove finestre, con questo scarto, si riesce a illuminare la nostra realtà quotidiana o a consolarla… Mozart mi consola la sera, come la lettura di un buon romanzo, non disprezzerei questa funzione. Insomma, per dirla con Sandro Penna, la differenza è una sfida. Poi però tu devi essere davvero diverso, non puoi vantare la tua differenza elitaria e adottare metodologie, linguaggi che non corrispondono. Aggiungo: devi essere diverso ma non lo puoi dire, perché altrimenti crei subito un elemento intimidatorio verso gli altri. Questa diversità, deve essere coerente con se stessa perché tanta cultura elitaria è volgare, è pacchiana, usa strumenti di corruzione, i premi, lo scandalo. Essere diversi implica una responsabilità.

Nel libro tu dici che l’economia non è poi così importante: una volta risolte le questioni materiali di base non ha senso continuare ad accumulare, ci si potrebbe dedicare ad altro e la domanda culturale potrebbe anche crescere…

Ce ne sarebbe davvero bisogno, il mondo è così difficile da capire che forse bisognerebbe dedicare più tempo a questa attività sottraendo ore a impegni più economicamente rivolti. In tempi di crisi può suonare poco rispettoso verso tanti giovani che hanno davanti un futuro incerto, ma alla mia generazione è sembrato di poter fare questo discorso: una volta raggiunta un po’ di sicurezza evitiamo di inseguire supposti bisogni materiali, per guardare ai desideri, per imparare a conoscersi meglio. Ma per far questo dovremmo sottrarre qualcosa all’incubo dell’economia. Negli anni Ottanta il trend era l’accumulo, il consumo, quando invece avevamo la possibilità, il tempo, e anche il denaro per guardare altrove, alla bellezza e all’intelligenza, per cercare di capire un po’ di più la realtà, per sviluppare un po’ di creatività, per aiutarla a crescere dove c’è, avendo fiducia nella creatività e non solo nell’economia e nel Pil.

 

 

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L’impegno civile degli Intellettuali 2.0

Posted by Simona Maggiorelli su maggio 4, 2013

Mario Merz "Che fare?" 1968-73

Mario Merz “Che fare?” 1968-73

 di Simona Maggiorelli

«L’unica capacità che ancora oggi dovrebbe contraddistinguere l’intellettuale è il fiuto avanguardistico per ciò che conta. Ciò richiede virtù tutt’altro che eroiche: il senso per quel che non va e che potrebbe andare diversamente; un pizzico di fantasia per progettare alternative, un poco di coraggio un’asserzione forte e provocatoria per un pamphlet». Così scrive il filosofo Jurgen Habermas ne Il ruolo dell’intellettuale e la causa dell’Europa (Laterza, 2010). Salvo aggiungere: «Più facile a dirlo che a farlo. E lo è sempre stato».

E ancor più difficile è oggi, con il restringersi degli spazi per un dibattito pubblico di alto a livello. A cominciare dalle pagine dei giornali che offrono sempre meno approfondimento e riflessione critica. Come ci raccontano in queste pagine alcuni degli intellettuali più autorevoli della generazione intorno ai quarant’anni. Intanto la politica latita e le amministrazioni locali spendono i pochi soldi a disposizione per eventi che danno un immediato ritorno immagine invece di investire in biblioteche e musei connessi con il territorio. Ma c’è chi non si arrende. E dagli appelli pubblici, ai circoli di lettura, dalle proposte ad alto tasso di creatività di piccoli editori, alle occupazioni dei teatri, fioriscono le iniziative dal basso. Ed è un miracolo tutto italiano, visto che come ci ricorda Roberto Ippolito nel libro Ignoranti (Chiarelettere) l’investimento in Cultura in Italia è pari allo 0,19% del bilancio pubblico.

Sporcarsi le mani

Tomaso Montanari a L'Aquila

Tomaso Montanari a L’Aquila

Non ci sta Tomaso Montanari a svalutare l’impegno civile che, a suo avviso, dovrebbe procedere di pari passo al lavoro accademico. Docente di storia dell’arte all’Università di Napoli, 43 anni, lo studioso fiorentino è stato appena nominato dal presidente Napolitano commendatore dell’ordine al merito della Repubblica per il suo impegno in difesa del patrimonio d’arte. Promotore dell’adunata di storici dell’arte che si tiene a L’Aquila il 5 maggio ( a cui partecipa anche il neoministro Massimo Bray), Montanari interviene nel dibattito di left sul ruolo degli intellettuali cominciando con una precisazione: «Non credo che abbia molto senso parlare oggi di “intellettuali”, come categoria astratta – dice- . Ha senso, invece, parlare di comunità della conoscenza e della ricerca. Beninteso io stesso ho scritto un libro (A cosa serve Michelangelo?, Einaudi , 2011 ndr) sul tradimento etico, scientifico e politico della mia comunità, quella degli storici dell’arte italiani. Ma credo che chi ha il privilegio di lavorare nella ricerca abbia il dovere di fare entrare il metodo e, per quanto possibile, anche i risultati della ricerca nel discorso pubblico generale: dobbiamo incessantemente restituire il più possibile alla comunità civile che ci paga lo stipendio».

Il ministro Bray ad Onna

Il ministro Bray ad Onna

Un esempio? «Una delle cause della progressiva rovina del patrimonio storico e artistico della nazione – spiega Montanari – è proprio l’incapacità degli storici dell’arte di parlare ai cittadini. Ora dobbiamo chiederci abbiamo fatto tutto ciò che potevamo per spiegare “quanti e quali valori si trattava di proteggere” come scrisse Roberto Longhi all’indomani del bombardamento di Genova, nel 1944? Abbiamo provato ad essere davvero “popolari”, per farci capire dai cittadini che del patrimonio d’arte sono gli unici padroni’? Abbiamo fatto in modo che la storia dell’arte non serva solo agli storici dell’arte? Senza una nuova alfabetizzazione figurativa degli italiani, il patrimonio non si salva, e l’articolo 9 della Costituzione non si applica». Ma c’è anche un altro dovere che gli intellettuali non possono trascurare secondo Montanari: «Ogni ricercatore è anche, e prima di tutto, un cittadino. E oggi è il momento in cui ogni cittadino che ne è capace deve prendere la parola in pubblico, deve agire in prima persona “politicamente”: il che non vuol dire candidarsi a qualcosa, ma contribuire a costruire la “polis” con le proprie idee. Chi fa ricerca lo farà, si spera, condividendo con gli altri un modo meno conformista di guardare al mondo. Non perché è un’ “intellettuale”, ma perché come ricercatore è pagato per cambiare il mondo attraverso la conoscenza». Da qui la sua scelta di firmare l’appello di Settis, Bodei e altri? «Quando Barbara Spinelli mi ha chiesto se volessi firmare un appello al Movimento 5 Stelle perché si impegnasse a formare un governo ho detto sì. Personalmente pensavo a un governo a termine guidato da una personalità come Stefano Rodotà, che mi pare ancora l’unica via d’uscita possibile». Paolo Mieli, però, ha detto che voi firmatari eravate degli ingenui. «Certo rispetto a Mieli, lo sono – dice Montanari -. Mi chiedo, però, se in un Paese distrutto anche dal cinismo di alcuni squali navigatissimi sia proprio un gran difetto essere ingenuo. Ma la questione è un’altra. E chiedo a Mieli: per capire ciò che sarebbe successo alle elezioni era più utile leggere gli editoriali dei principali giornali italiani, o leggere un libro come Azione popolare di Salvatore Settis? Chi ha oggi strumenti migliori per capire il Paese? Dopo di che, ognuno deve fare il suo mestiere, e un appello non ha l’ambizione di produrre direttamente effetti in politica: ha il fine di spingere al pensiero critico individuale, di fare un graffio sulle coscienze».

La miopia della politica

Nicola Lagioia

Nicola Lagioia

«D’accordo Settis, Montanari, Rodotà. Difficile non concordare con quanto propongono» chiosa Nicola Lagioia, scrittore, blogger, conduttore di Radiotre e editore per conto di Minimum Fax. «Quando con il sito Minima et Moralia abbiamo proposto Rodotà come presidente della Repubblica abbiamo avuto un’infinità di contatti. Ma sono pochissimi gli intellettuali come lui che parlano direttamente a tutti noi». Futuro gramo per gli intellettuali italiani? «Devo dire che sono piuttosto pessimista – ammette Lagioia – .Quando gli intellettuali scendono nell’agone pubblico si prestano a farlo secondo i codici di comunicazione della Tv,e dei grandi media; nolente e volente, si trovano a parlare il linguaggio del potere. E’ successo anche a Cacciari con Sgarbi a Servizio pubblico.

Anche se dicevano cose diverse, alla fine il linguaggio era lo stesso, quello della baruffa Tv. A cui Cacciari si è prestato involontariamente. Anch’io quando sono andato in tv mi sono accorto che alla fine ero costretto a parlare la lingua della comunicazione che non ha niente a che fare con la letteratura e con la cultura, perché sei costretto a parlare per slogan». E allora cosa resta? Scrivere la propria opera, fare un blog «anche se in Italia è difficilissimo bucare il cono d’ombra o di luce degli addetti ai lavori».

scuola_nuova_3 E non dipende solo dagli intellettuali: il problema più grosso in Italia, dice Lagioia, è la mancanza di interlocutori politici. «Se non ora quando, il movimento TQ, al Valle Occupato c’è stato nell’ultimo anno un bel fermento dal basso, ma non c’è stata risposta politica».

E se allarghiamo lo sguardo vediamo che «in Europa i Paesi che riescono ancora a tenere sul piano dello sviluppo sono quelli che più hanno investito in cultura e ricerca. Hanno politici che sono dei veri statisti, fanno investimenti di lungo periodo, guardando alle generazioni future, non alle prossime elezioni». Al contrario di quanto accade in Italia. «Da elettore di sinistra noto purtroppo che questi partiti non sanno neanche dove mettere le mani quando si tratta di scommettere sulla cultura – constata Lagioia -. Credono che la cultura siano i talk show, i programmi tv di Fazio, di Saviano, della Dandini, i pezzi di Scalfari.

Ma la cultura è molto più vasta. Non c’è solo Riccardo Muti per la musica, non c’è soloUmberto  Eco per la letteratura». C’è un distacco fra intellettuali e politica? «C’è uno iato enorme. I partiti, Pd compreso, hanno perso del tutto il polso della situazione, si accontentano della spettacolarizzazione. Allora ecco Lidia Ravera alla Regione Lazio e non importa quanto ne sappia di politica locale, ecco Nanni Moretti che alla chiusura della campagna elettorale urla “da Lunedì gli italiani non saranno più ostaggio di Berlusconi”. E poi sappiamo come è andata…»

Nostalgia del Novecento

Matteo Marchesini

Matteo Marchesini

Se nell’Ottocento e nel Novecento almeno fino alla Resistenza si poteva parlare di una élite di intellettuali che erano riconosciuti come tali da un pubblico, in rapporto a un’impresa di portata più ampia, che era poi quella della società in generale, oggi questo patto è venuto meno, nota il filosofo Rino Genovese nel suo nuovo libro Il destino dell’intellettuale (Il Manifesto libri): ora a prevalere è perlopiù l’esperto e il comunicatore di massa, mentre i meccanismi dell’industria culturale si fanno sempre più pervasivi e si riduce lo spazio per la dissidenza. Un’analisi su cui in parte sembra concordare anche il più giovane dei nostri interlocutori, lo scrittore e critico Matteo Marchesini, classe 1979, ma che in libri come Soli e civili (Edizioni dell’Asino, 2012) non nasconde una certa nostalgia per tipi intellettuali come Fortini, come Bianciardi o come il poeta Noventa.

«Gli appelli vanno anche bene, purché liberi dalla retorica e linguisticamente sorvegliati – dice Marchesini – ma prima di tutto bisogna capire come si configura la scena pubblica oggi e cosa significa essere reclutati come intellettuali: dagli anni Cinquanta in poi con la crescita dell’industria culturale significa in primis essere esaltati dal potere mediatico, a prescindere dalla qualità e consistenza del proprio lavoro intellettuale. Per questo – spiega lo scrittore bolognese – mi è molto cara la distinzione che faceva Fortini fra funzione intellettuale (che hanno tutti universalmente dal momento che fanno un lavoro intellettuale) e intellettuale come ruolo, che dà l’idea di un notabilato»

Franco Fortini

Franco Fortini

. Chi sono oggi gli intellettuali di “ruolo”? «Quegli autori che accettano di essere ridotti a divi Tv, quelli che sui giornali fingono di fare critica ma fanno pubblicità editoriale, quelli che ti offrono analisi da bar appena un po’ più raffinate invece di tentare una disamina dei meccanismi patologici del mercato editoriale. Più che invenzioni dei media come i Baricco, che ormai sono cosa vecchia, o gli Ammanniti – approfondisce Marchesini – mi colpiscono i tipi alla Michele Serra che mentre denunciano giustamente la corruzione morale e intellettuale dell’era berlusconiana accettano di scrivere certe trasmissioni tv e non si preoccupano di questa palese contraddizione. Molti di loro sono di provenienza marxista e dovrebbero aver sentito parlare di critica dell’ideologia, ma non dicono niente sui compromessi del loro lavoro. Se penso ai tipi alla Fazio e Saviano, poi, mi sembra davvero che sulla linea di Fortini abbia vinto quella del suo amico e avversario Pasolini, che puntava sulla mitizzazione della propria figura e chiedeva adesione totale o rifiuto. E allora come uscire da questo impasse? Dedicandosi con impegno al proprio lavoro di scrittura, torna a dire Marchesini, ma anche ricominciando a incontrarsi fuori da i riflettori. «La letteratura non è spettacolo. Intanto gli enti pubblici spendono per festival ed eventi cifre che basterebbero dieci anni alle biblioteche di quartiere. Con questo non demonizzo i festival ma a me piacciono le iniziative in cui le persone si incontrano e a mani nude per parlare di libri. Qui a Bologna l’associazione dell’Elefante, per esempio, organizzava serate di lettura in cui chiunque poteva proporre un testo da discutere e poi lo si faceva tutti assieme».

Viva la perdita di aura

Andrea Di Consoli

Andrea Di Consoli

«Chi sono, oggi, gli intellettuali? Sono la somma degli scrittori, architetti, filosofi, musicisti, registi, artisti, teologi, blogger, giornalisti, storici, docenti universitari, direttori di istituzioni culturali, antropologi, ecc. cioè la somma di tutti coloro che maneggiano quotidianamente idee, ideologie, pensieri, parole, materiali dell’immaginario, del pensiero, della cultura» dice lo scrittore e critico letterario Andrea Di Consoli.

«Dunque – prosegue – sono intellettuali tutti coloro che pensano in senso lato, cioè tutti coloro che lo fanno in maniera sistematica e non episodica». E in uno scenario sempre più allargato. «Di fatto il benessere moderno ha comportato una straordinaria proliferazione numerica degli intellettuali, perché la principale caratteristica delle società avanzate è la possibilità, da parte della massa, di abbandonare il lavoro manuale per il lavoro intellettuale».

twittE cosa porta con sé questo allargamento della cerchia degli intellettuali in Italia? «Comporta orizzontalità, pluralismo, frammentazione, affollamento. Ma perché dovrebbe essere un male? A mio avviso la perdita dell’alone ieratico e solenne che un tempo circondava alcuni intellettuali non è affatto da deprecare. Secondo me è un bene che in una società ci sia ricchezza di punti di vista, di argomenti e discipline, e pluralismo delle idee. Certo, questo comporta l’esperienza della solitudine per quasi tutti gli intellettuali (a parte per le poche figure superstiti di tipo novecentesco: come Eco, Magris, Saviano, Fo, Asor Rosa). Ecco – rilancia Di Consoli – è bello e liberatorio che ci sia tutta questa ricchezza intellettuale, ma sarebbe un errore, per invidia o per rancore, far passare l’idea ingenerosa e improduttiva che tutti gli intellettuali hanno lo stesso peso. Cambia in base alla caratura del proprio lavoro». Ma esiste uno spazio per gli intellettuali in Italia? «Sì a condizione che non si abbia in testa il dominante modello del successo mediatico. Gli intellettuali devono immaginare il loro lavoro e il loro impegno come tasselli di un infinito mosaico che tutti gli intellettuali concorrono a creare.

Poi, certo, ci sono quelli che riescono a piazzare cento tasselli, oppure tasselli bellissimi, e quelli che ne riescono a piazzare pochi, e magari poco cruciali per il disegno. Ma, una volta accettata fino in fondo questa umiltà e questa solitudine – rifiutando il pessimismo del “non contiamo nulla”, “la gente non legge”, “i giornali non ci cercano mai” – io credo che ciascun intellettuale possa fare con dignità e serietà la propria parte all’interno di un processo culturale che comunque è collettivo, corale»

 dal settimanale left-avvenimenti

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Ferlinghetti bombarda Genova

Posted by Simona Maggiorelli su luglio 4, 2002

L’intervista. Centomila poesie scritte su volantini sono stati lanciati dalla terrazza più alta di Palazzo Ducale. Per un giorno intero versi brucianti, su quanto è successo un anno fa, planano sulle case, sugli uffici, sui marciapiedi della città. Il poeta beat spiega come nasce l’idea del festival internazionale di poesia di Genova di Simona Maggiorelli

Erano firmate da nomi di spicco del canone occidentale, ma anche da Ferlinghetti, Jodorwsky, e poi da Pozzani e Giannini, i poeti che hanno inventato il festival internazionale di poesia di Genova. “Poesia di strada, come azione concreta di comunicazione”, “poesia come mezzo per scuotere le coscienze”. Erano i motti del poeta “beat” Lawrence Ferlinghetti già più di quarant’anni fa. E ora, questi vecchi slogan tornano ad avere un senso, o almeno a cercare una nuova verifica nella realtà concreta di una Genova che non sembra aver ancora portato alla luce tutti i suoi cadaveri. Di acqua sotto i ponti, certo, ne è passata dal quel 1919 quando Ferlinghetti nacque in America da madre ebrea e da padre italiano, battitore d’aste Oltreoceano. La storia anni’30 e ’40 racconta di un ragazzo costretto a trascorre diversi anni in orfanotrofio e che un giorno scopre, abbastanza per caso, i romanzi di Hemingway, di Dos Passos, di Miller. Uno schiudersi di sguardi su un nuovo mondo, una finestra su universi raccontati dalla poesia e della letteratura. “Forse non sono cambiato da allora – ammette Ferlinghetti, in Italia per questa insolita avventura di “rivoluzione poetica” genovese ma anche per gli stretti rapporti che lo legano alla libreria di Firenze, unica succursale mondiale della mitica City Lights di San Francisco prima casa editrice di Allen Ginsberg. “Credo ancora che la poesia, l’arte possano essere un modo per toccare in profondità racconta Ferlinghetti – un mezzo certamente non violento ma che può provocare sommovimenti profondi”. Gli fa eco la “carta” ufficiale del movimento di rivoluzione poetica presentato a Genova nei giorni scorsi a bordo di una nave. “Ci rivogliamo – recita il manifesto – a tutti quelli che credono che sogni e quotidiano debbano danzare insieme”, già prefigurando e mettendo in cantiere altri bombardamenti poetici sulla Borsa di New York e sulla sede Ue di Bruxelles. “Questo manifesto di Genova rappresenta un risveglio per i poeti del mondo – dice Ferlinghetti – e spero che sia un risveglio per Genova, per Bruxelles, per la Francia e che risvegli tutti gli intellettuali addormentati degli Stati Uniti”.

Parole importanti, ci spieghi meglio…

“Oggi la civiltà occidentale è in declino, perché si è lasciata dominare dalla monocultura americana di oggi”.

Ha in mente un passato più democratico o più vivo della cultura amercana?

“Mi sentirei di dire, per averli vissuti, che negli anni Sessanta negli Usa c’era coscienza politica e poetica, ma è anche vero che quella rivoluzione politica che noi alimentavamo poi ha abortito. E il risultato è che oggi siamo immersi in un disastro tragicomico”.

Quali strategie potremmo utilizzare per rimettere in movimento, per scuotere l’opinione pubblica, che sembra da qualche anno ormai sempre più acquiescente ai poteri forti, disposta ad accettare le bugie di chi promette milioni di posti di lavoro, demagogici abbassamenti delle tasse, mentre sotto banco toglie ogni ammortizzatore sociale?

“Sono davvero sempre più convinto che uno degli strumenti sia la poesia, perché i poeti, se sono veramente tali, non sono compromessi, sono puri e rappresentano davvero una speranza”.

Ma non crede che di questi tempi di culto della produttività, in questi anni di storia basati sull’utile e sul guadagno la parola poesia rischi l’incomprensione?

“Di più, rappresenta un modo di essere e di sentire assolutamente bandito dalle società in cui viviamo. L’altra parola dimenticata e ostracizzata è “socialismo”, nel suo senso originario. C’è un anatema contro quest’idea, socialismo è diventato una parola tabù, negli Stati Uniti e in gran parte dell’Occidente non puoi nemmeno pronunciarla, perfino fra le persone che si dicono di sinistra”.

Avvenimenti

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Montalbano? Un comunista arrangiato

Posted by Simona Maggiorelli su maggio 7, 2002

Porta la firma di Andrea Camilleri “L’ombrello di Noè”, il nuovo saggio sul teatro by Rizzoli. E’ un libro di ricognizione e di ricordi dall’incontro con Pirandello all’insegnamento di Orazio Costa, fino agli anni trascorsi come insegnante di regia all’Accademia Silvio D’Amico
Montalbano? “Un comunista arrangiato”

E’ uno degli autori più prolifici della scena letteraria italiana, scrittore di gialli, di romanzi storici, autore di teatro e non solo. Come regista, Andrea Camilleri, ha curato la messinscena di almeno un centinaio di testi e come intellettuale ha sempre rivendicato un suo particolare impegno a sinistra, un impegno che la nuova onda di movimenti sembra aver ancor più acceso.
Basta leggere l’intervento accalorato che, di recente, ha consegnato alle pagine di Micromega sulla Primavera dei movimenti.
Fra pochi giorni andrà in libreria L’ombrello di Noè, edito da Rizzoli. L’uscita del libro ci offre l’occasione di un incontro per parlare a tutto tondo di letteratura, di teatro, di politica.

E’ un ritorno al suo primo amore, il teatro?
“E’ un libro che racconta soprattutto rapporti per me fondamentali con registi, autori, attori. Del resto il teatro è qualcosa che si fa. E da quando ho cominciato a scriverlo non faccio altro che tributare un addio a una cosa che non posso più fare. Per me il teatro è sostanzialmente un vizio”.

Un nome che ricorre spesso nelle pagine del nuovo libro è quello del regista Orazio Costa.
“Sono stato suo allievo alla scuola di arti drammatiche. A lui devo tutto. E’ stato lui a dirottarmi sul teatro ma anche a farmi capire cose fondamentali che poi mi avrebbero favorito nell’architettare romanzi e racconti. Un fatto buffo è che non sono mai riuscito a dargli del tu, per me era un genio assoluto”.

E i maestri del teatro antico, che lei spesso cita?
“Eschilo, Sofocle e Euripide sono vissuti in età diverse eppure tutti i tre avevano una profonda e uguale cognizione del dolore. Non del proprio, ma di quello altrui. Nei Persiani Eschilo chiede ai suoi concittadini di piangere non solo per i Greci morti in battaglia ma anche per i Persiani che hanno perso la vita. Ecco, questo credo sia stato per me un grande insegnamento: imparare a guardare il dolore degli altri, come fatto etico prima ancora che come fatto poetico. Non ho mai creduto che fra gli uomini si tratti banalmente di vita mea mors tua”.

Nel libro quattro capitoli sono dedicati a Pirandello.
“Un’altra figura, per me, fondamentale. Mi ricordo quando lo incontrai la prima volta. Avevo dieci anni e non sapevo chi fosse, nonostante lui fosse famosissimo. Seppi solo dopo che era un amico di famiglia e che veniva dai miei nonni a farsi raccontare le storie. Lui mi ha insegnato che l’immaginazione non basta se non supportata dall’attenzione verso i propri simili. Ho capito da lui che è la capacità di ascoltare a fare uno scrittore”.

E lei si ritiene capace di ascoltare?
“Fa parte della mia enorme curiosità verso il genere umano. Ho sempre avuto un orecchio selettivo, un po’ come i gatti che sono capaci di orientare le orecchie. In un bar affollato riesco a captare una conversazione fra due persone. Mi piace il rumore della gente. Mia moglie dice che io sono un corrispondente di guerra perché scrivo benissimo in mezzo agli altri. La mia casa di campagna è sempre invasa dai nipoti e quello per me è l’ambiente ideale”.

Nessuna torre d’avorio o sacralità della scrittura…
“Per carità. La materia prima dello scrittore sono i suoi simili e non tanto gli eroi, ma le persone cosiddette normali. Nella normalità si può trovare una ricchezza infinita”.

Questa è un po’ la ricetta di Montalbano, il protagonista dei suoi gialli. Come nascono i suoi personaggi?
“Non riesco a scrivere un personaggio se non me lo vedo passeggiare per la stanza. Deve essere una figura che si alza dalle pagine dei libri, che deve prendere corpo a tutto tondo. Dopo aver scritto La forma dell’acqua, il primo libro in cui compariva Montalbano, credevo di aver chiuso con lui e invece poi è diventato una specie di serial killer, un personaggio che è riuscito via via a far fuori gli altri miei personaggi”.

Montalbano un po’ le somiglia?
“Qualcuno mi ha detto che assomiglia molto a me, ma anche molto a mio padre”.

E come lei è un uomo di sinistra?
“Direi che Montalbano è un comunista arrangiato di quelli che considerano cose come “non uccidere”, “non rubare” come fatti che dovrebbero essere normali. Che il non lavoro sia la peggiore condanna, che ci debba essere un po’ di giustizia sociale, sono cose elementari per cui uno non può non dirsi comunista”.

Nell’ultimo numero di Micromega dedicato alla Primavera dei movimenti lei ha usato parole forti di denuncia del governo Berlusconi…
“Ho scritto che questo governo a mio avviso rappresenta un pericolo per la società e le istituzioni”.

Parlerebbe di regime?
“Regime o non regime sta di fatto che il governo Berlusconi cerca di fare sue giustizia e informazione. Da un punto di vista storico non possiamo dimenticare che questo fu uno dei modi di procedere del fascismo”.

Quanto è importante per lei la storia per capire l’oggi?
“E’ fondamentale. Sono un siciliano con un forte senso dello stato e quando mi capita di scrivere romanzi storici finisco sempre per fare questo tipo di discorsi”.

Come li costruisce?
“Parto da una fonte storica, da un fatto che mi ha colpito e intorno a questo faccio crescere una narrazione d’invenzione. I fatti, per me, sono importanti. Mi ricordo una volta sentii Togliatti rimproverare a un critico teatrale dell’Unità di non aver raccontato i fatti dell’Amleto. Sul momento mi parve assurdo, poi una volta chiese di raccontargli i fatti dell’Agamennone e scoprii che aveva ragione lui: quando racconti un fatto in realtà viene fuori come tu lo interpreti, e questo è l’importante. Quello che racconti non rimane confinato nel passato. In questo senso credo di poter dire che tutti i miei romanzi storici siano rapportabili all’oggi”.

Dopo un lungo periodo di separatezza oggi intelletuali come lei, Tabucchi, Ginsborg sembrano scendere più direttamente in campo.
“Credo che questa voglia di prendere direttamente la parola su questioni sociali e politiche sia un fatto essenziale, anche se poi persone come me, per aver dimostrato il proprio interesse civile per il paese vengono chiamate dall’estabilishment attuale “seminatori d’odio”… Insomma, non dimentichiamoci che se Berlusconi è riuscito a ottenere tanti consensi è anche perché ha sfruttato certa arretratezza culturale italiana. Ha raccolto quello che aveva seminato con vent’anni di tv privata, a cui poi si è accodata anche la Rai”.

Crede che l’impegno di un intellettuale di sinistra oggi possa trovare anche nuovi canali con i movimenti che stanno nascendo un po’ ovunque di opposizione al governo Berlusconi?
“Mi sembra che i movimenti offrano una possibilità positiva non solo perché già milita a sinistra. Essendo movimenti fluidi, tematici aprono le porte anche a chi magari scontento del governo Berlusconi non se la sentirebbe di schierarsi apertamente con un partito di sinistra”.

da Avvenimenti 7 maggio 2002

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