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Archive for dicembre 2008

Con le armi della creatività

Posted by Simona Maggiorelli su dicembre 29, 2008

Da Saramago a Marquez, da Abramovic a Quédraogo. Scrittori, artisti, registi e videomaker insieme per i diritti umani di Simona Maggiorelli

abramovic

Qualche anno fa il filosofo Domenico Losurdo, a proposito di diritti umani, invitava a tornare a riflettere sul nazismo e sulla sua  distruzione sistematica del concetto universale di uomo. Riflessione essenziale anche perché le radici di quel tipo di pensiero nazista, non ancora del tutto lette e interpretate, restano subdolamente ancora attive. In forme più o meno mascherate. Magari nascoste sotto una evangelica battaglia a stelle e strisce contro il terrorismo. Come quella in cui si sono cimentate due generazioni di presidenti Bush e che ancora vede decine di internati nel carcere di Guantanamo, senza diritti, torturati e condannati in base a confessioni estorte con la violenza. In un micidiale combinato disposto di violenza fisica e psichica. Di fronte a tutto questo, le giustissime battaglie in difesa dei diritti umani troppo spesso non bastano, sembrano non incidere. Per questo, con le armi non convenzionali del cinema, della letteratura, delle arti figurative, artisti da ogni parte del mondo in Storie di diritti umani (Electa in collaborazione con l’Alto commissariato per i diritti umani) invitano ad approfondire la riflessione, ad andare avanti nel cercare un modo di parlare di diritti umani che sia potente e incontrovertibile. Garcia Marquez, Kaled Hosseini, Josè Saramago, Assia Djebar, Toni Morrison, Mo Yan a molte altre voci autorevoli della scena letteraria internazionale in questo volume che racconta un’opera filmica a più mani, intrecciano il proprio sguardo con quello di registi e performer come il maestro del cinema Idrissa Quédraogo e l’artista Marina Abramovic che da sempre nel proprio lavoro denunciano, con un’urgenza poetica fortissima, il dramma dei diritti umani violati. In Africa, nella ex Jugoslavia, in Cina, in Thailandia e in moltissimi altri Paesi; compresi gli Stati Uniti. Perché, come emerge in questo libro a più voci, non basta l’affermazione di un generico diritto alla felicità, basato sulla rivendicazione dei diritti naturali come quello che si legge nella Dichiarazione di indipendenza americana del 4 luglio 1776. Affermazione generica e, oltretutto, quanto mai ipocrita se si pensa al genocidio degli indiani ma anche alle stragi di civili che gli Usa hanno fatto in Iraq con armi proibite dai trattati internazionali. Ma forse – come è stato notato da altri – anche la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, di cui si sono da poco celebrati i sessant’anni, pur facendo affermazioni importantissime, manca del tutto di una riflessione su quella identità umana, più profonda, su cui si basa ogni diritto umano, e che permetterebbe di respingere le tesi confuse e religiose di chi parla di diritto naturale o di astratta sacralità della vita. creatMa c’è anche un’altra considerazione da fare. La suggerisce la stessa Abramovic in alcune sue brucianti opere dedicate alla memoria del genocidio nella ex Jugoslavia (ora raccolte in una monografia edita da Phaidon), ma anche in questo suo nuovo video dedicato ai bambini del Laos: la battaglia per i diritti umani non può fermarsi solo alla denuncia e al rifiuto della violenza fisica e della distruttività tangibile della guerra. Dalle sue performance e dai suoi lavori di videoarte emerge in filigrana anche la rappresentazione di una violenza invisibile, che all’apparenza non sparge sangue, ma che può essere più terribile delle bombe. Il filosofo Losurdo ne accennava, appunto, in quel suo libro Heidegger e l’ideologia della guerra (Bollati Boringhieri) quando parlava di quella modalità heideggeriana di “essere per la morte” che implica l’eliminazione (l’annullamento) dell’altro per la propria sopravvivenza. E se la riflessione razionale dei filosofi arriva fino a un certo punto, quella di alcuni artisti, anche se inconsapevolmente, sembra suggerire di più. Left 52-53/08

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Nel segno di Caravaggio

Posted by Simona Maggiorelli su dicembre 29, 2008

Due mostre dedicate al genio del Seicento e la Biennale firmata da Birnbaum fra gli eventi più attesi del 2009 di Simona Maggiorelli

Se il 2009 sarà l’anno dell’attesa Biennale di Venezia firmata dallo svedese Birnbaum, quello alle porte, dal punto di vista dell’arte, tocca rassegnarsi, sarà anche l’anno del Futurismo e del suo inventore, quel Filippo Tommaso Marinetti che, annusato lo spirito dell’avanguardia parigina, ne fece una traduzione casereccia e fascistoide inneggiando alla nuova era «dell’uomo dalle parti intercambiabili» e al mito di una modernità fatta di sole macchine. Accanto alla ridda di mostre e pubblicazioni – perlopiù a uso romano e milanese e delle rispettive giunte – spiccano, però, oltre alla monografia edita da Skira, alcune iniziative come l’uscita del libro dello studioso di letteratura russa Guido Carpi, Futuriste. L’altra metà dell’avanguardia (Castelvecchi) e la mostra al Mart di Rovereto dedicata alle invenzioni creative del cubofuturismo russo, ben lontano dalla retorica retriva del futurismo nostrano. Ma intanto, in attesa dei cosiddetti grandi eventi, già da gennaio, fioriscono qua e là in Italia esposizioni, apparentemente “in minore” ma che hanno il pregio di invitare il pubblico a tornare a godersi grandi classici. A cominciare dalla mostra che Brera dedica dal 19 gennaio, nell’occasione del bicentenario della sua Pinacoteca, all’opera geniale di Caravaggio e incentrata su alcune opere come La cena di Emmaus del 1606, qui a confronto con un’altra edizione autografa dell’opera conservata alla National Gallery di Londra. Una mostra, quella di Brera che sarà accompagnata da catalogo Electa a cura dell’allieva di Longhi, Mina Gregori e che, idealmente, avrà un seguito a settembre, a Roma, con la rassegna Caravaggio e Bacon alla Galleria Borghese, incentrata su un confronto per molti versi ossimorico, fra il maestro del Seicento italiano e il pittore irlandese ora celebrato in una mostra alla Tate Gallery di Londra; un confronto fra antico e moderno pensato da Claudio Strinati e Michel Peppiatt, in accordo con quella ipervalutazione che le angosciate visioni di Bacon continuano ad avere da alcuni anni in Europa e negli Usa. Ancora fra i “grandi eventi” una proposta Electa nata in collaborazione con il Comune di Urbino, che in primavera ospiterà una mostra dedicata ai lavori giovanili di Raffaello raccogliendo in Palazzo Ducale una ventina di dipinti e altrettanti disegni del pittore urbinate. A Forlì invece, dal 25 gennaio, si ripercorre L’ideale classico tra scultura e pittura di Antonio Canova, con alcuni inediti confronti con opere di Raffaello e Tiziano. Dalla instancabile fucina di Linea d’ombra libri, coprotagonista di tutte le mostre di Marco Goldin, poi, una doppia proposta per la friulana Villa Manin: una mostra dal 26 settembre dedicata all’età di Corot e Monet e, quasi in contemporanea, una rassegna dedicata al simbolismo e alla secessione viennese, raccontata attraverso le opere di Boecklin, Klimt e Schiele. E poi, per approdare al Novecento, al Palaexpo di Roma (ora sotto la guida di Ida Gianelli) una mostra dedicata ad Alexander Calder, e alle sue architetture aeree in lamine colorate che cambiano forma a ogni soffio d’aria e, sempre a Roma, alla Gnam, dal 4 marzo, una retrospettiva dedicata a uno degli artisti americani contemporanei più noti: Cy Twombly. Infine, da non perdere di vista, la grande retrospettiva che la Galleria nazionale dell’Umbria dedica dal 4 aprile ad Alberto Burri, la più importante nella sua terra natale, dopo la grande mostra che gli ha appena dedicato la Triennale di Milano.

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Un anno da prendere con filosofia

Posted by Simona Maggiorelli su dicembre 29, 2008

Libri inchiesta e pamphlet vanno forte in libreria. Ecco le proposte del 2009 di Simona Maggiorelli


In attesa di nuovi Saviano capaci di sedurre i pigri lettori italiani appassionandoli a libri denuncia, le casa editrici italiane più attente e impegnate per i primi mesi dell’anno nuovo continuano a battere il campo di ottimi libri inchiesta. Chiarelettere, in particolare, prosegue nel suo puntuale lavoro di pubblicazione di ficcanti pagine di storia recente e dei nostri giorni con libri come quello di Grimaldi e Scalettari (atteso per febbraio) che ricostruisce gli eventi del 1994, «l’anno che ha cambiato l’Italia. Tra piani eversivi e mafia politica». Su analoga traccia politica si muove la collana di saggistica di Newton Compton che a febbraio manda in libreria il saggio Destra estrema e criminale di Caprara e Semprini. Ma tra i saggi che indagano fenomeni di pazzia criminale c’è anche un importante titolo di Raffaello Cortina: Atti impuri. La piaga dell’abuso sessuale nella chiesa cattolica a cui fa eco, per Malatempora, Lasciate che i pargoli vengano a me, storie di preti pedofili di Paolo Pedote. Fra scienza e riflessione filosofica, invece, il saggio di Orlando Franceschelli L’anima e Darwin. L’evoluzione della natura umana e i suoi nemici (Donzelli) che si inserisce nel recente dibattito sull’evoluzionismo, così come il libro a due voci di Boncinelli e Giorello La scimmia intelligente, dio, natura e libertà (Rizzoli). Per i tipi di Laterza si lanciano in appassionati pamphlet Stefano Rodotà con Perché laico e Vladimiro Polchi con Da aborto a Zapatero, un vocabolario laico. Ma ciò che più colpisce spulciando i cataloghi dei libri in uscita nei prossimi mesi è la quantità di testi di filosofia che si segnalano all’attenzione dei lettori: si va dai saggi che rileggono il pensiero di filosofi innovatori come Giordano Bruno a cui Edoardo Ripari dedica il suo Pensare un orizzonte post cristiano (Liguori) all’ostinato recupero di Spinoza che Quodlibet persegue con la pubblicazione de L’abisso dell’unica sostanza. Fioccano, anche nel 2009, i titoli sul pensiero di Heidegger (Martin Heidegger 30 anni dopo, Il Nuovo Melangolo, e Heidegger di Fabris per Carocci) e sulla controversa relazione con la sua allieva Hannah Arendt (Grunenberg per Longanesi). Il Saggiatore torna a pubblicare un’opera fondamentale di Merleau Ponty, Senso e non senso ma soprattutto i filosofi italiani si presentano all’appuntamento con il 2009 con una ridda di nuovi titoli. Severino addirittura con tre, a cominciare da Il destino della verità (Rizzoli). Antonio Gnoli e Franco Volpi, invece, per Alboversorio discettano sul tema “onora il padre e la madre” con tanto di dvd. hannaarendtsudomenica16ye8E se Fazi continua con la pubblicazione di nuovi capitoli della monumentale controstoria della filosofia di Onfray, Remo Bodei per Feltrinelli si occupa di Destini personali nell’età della colonizzazione delle coscienze, Maurizio Ferraris esce con il saggio Ridere e piangere davvero. In tempi di conclamata crisi della psicoanalisi, insomma, la filosofia sembra volersi candidare definitivamente a prenderne il posto. Le case editrici italiane sembrano prenderne atto e anche Bollati Boringhieri rinuncia a pubblicare Freud optando per la riedizione dell’opera di Elvio Facchinelli. Einaudi, dal canto suo, se la “sbriga” con la summa Psiche: 700 pagine di dizionario storico di psicologia, psichiatria, psicoanalisi e neuroscienze. Per fortuna resiste l’intramontabile grande letteratura, e ci si può rifugiare in libri come David Golder il romanzo con cui si rivelò il talento di Irene Némirovsky e, sempre per Adelphi, optando per tre perle di saggistica: la riedizione di Friedrich Hölderlin, vita, poesia e follia di Waiblinger ma anche i Saggi di letteratura francese di Sergio Solmi e il libro Un anno degno di essere vissuto di un grande italianista come Dante Isella, scomparso nel 2007. Per il giorno della memoria, poi, Garzanti sceglie la voce di Edith Bruck con Quanta stella c’è nel cielo, mentre noi, per il nuovo anno, con il Narratore audiolibri, consigliamo i versi di Pablo Neruda. Left 52-53/08

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La rivoluzione di Giotto

Posted by Simona Maggiorelli su dicembre 19, 2008

Dal 2 gennaio 2009 Assisi festeggia i settecento anni da quando l’artista dipinse il ciclo della basilica di San Francesco. Due nuovi studi ne reinterpretano l’opera di Simona Maggiorelli

Una è una fine storica dell’arte, l’altra una studiosa di storia medievale che nel suo lavoro di ricerca ha sempre dato grande importanza alla lettura delle immagini. Serena Romano e Chiara Frugoni, partendo da differenti percorsi, s’incontrano idealmente nel tenace e appassionato studio del più grande artista del Trecento. A Giotto, il pittore che seppe dare alla rigidità del gotico un respiro più umano, la profondità della prospettiva ma anche il ritmo e la forza espressiva del colore, le due studiose dedicano altrettante monografie che si impongono all’interesse non solo degli studiosi. Va a scavare nella formazione giottesca Serena Romano con il saggio La O di Giotto (Electa) cercando le radici di quelle intuizioni che permisero all’artista toscano di scardinare gli schemi bizantini, introducendo un nuovo senso dello spazio e del volume, ma anche una nuova tecnica narrativa e di rappresentazione della figura umana. Assisi e Padova sono i cantieri dove prende vita questo nuovo linguaggio rivoluzionario.
È qui, dice Romano sulla scorta di Berenson, che la pittura di Giotto regala «valori tattili» al repertorio dei rilievi architettonici della tradizione classica. Giotto rilegge l’antico dando nuova vitalità al presente. E se a Padova inventa una sua cifra di colore (il blu di Giotto) per rendere vibrante la pittura, ad Assisi usa il rosso per dare ritmo alle sequenze prolungando lo spazio scenico. Sul piano più strettamente storiografico, invece, intrecciando fonti testuali e iconografiche, Chiara Frugoni nel suo L’affare migliore di Enrico (Einaudi) aggiunge nuove interpretazioni agli affreschi della cappella degli Scrovegni che Giotto aveva già dipinto in quel 1316 quando Dante scrisse la sua Commedia. Il poeta fiorentino, come è noto, precipitò Rainaldo Scrovegni nell’inferno fra gli usurai e anche per questo si è sempre pensato che il figlio Enrico avesse commissionato gli affreschi per “espiare”. Ricostruendo il testamento dello Scrovegni e le iscrizioni sotto le rappresentazioni di vizi e virtù, la Frugoni porta alla luce ben altro scopo: banchiere e uomo politico che aspirava a governare Padova, Enrico Scrovegni aveva chiaro che «investire in arte» era il miglior modo di guadagnare buona fama. Sono gli inizi di una committenza privata che di lì a poco, finalmente, avrebbe permesso agli artisti nel Rinascimento di cominciare ad affrancarsi dal rigido canone iconografico imposto dalla committenza ecclesiastica.
Left 51/08

Quello sguardo di donna

Fuori dalla piattezza delle icone medievali Giotto anticipa l’umanesimo. La mostra di Roma attesta che non era un genio isolato

di Simona Maggiorelli

Giotto Madonna, Ognissanti, Firenze

Giotto Madonna, Ognissanti, Firenze

Quello sguardo vivo di una Madonna dagli occhi vagamente orientali è uno dei segni concreti dell’altezza dell’arte di Giotto (1267-1337), che difficilmente si dimenticano una volta usciti della mostra Giotto e il Trecento, “il più sovrano maestro in dipintura” (fino al 29 giugno, nel complesso del Vittoriano a Roma). Uno sguardo femminile che, per intensità, è anni luce lontano dal vuoto e dall’assenza che comunicano le stereotipate figure dell’arte medievale. Anche se in questo polittico proveniente dal North Carolina Giotto usa ancora il classico fondo oro di matrice bizantina, la figura della Madonna rivela un movimento interiore nello sguardo che ha poco a che fare con la piattezza delle icone antiche. La sensazione è di essere davanti al capolavoro di un maestro che anticipava qui la ricchezza di contenuti dell’umanesimo.

Ma da questa mostra curata da Alessandro Tomei e accompagnata da due importanti volumi su Giotto editi da Skira (che fanno il punto sulle nuove acquisizioni critiche e sulle ultime ipotesi di attribuzione di alcune opere ancora incerte), si esce anche con il pensiero che Giotto non sia stato un genio isolato. Accanto alle sue sculture e ai suoi dipinti è impossibile non notare la forza espressiva di una scultura (benché solo in parte ricostruita) di Nicola Pisano dedicata alla regina Margherita di Lussemburgo, o la splendida Madonna della natività di Arnolfo di Cambio,  che fu artefice nel XIII secolo di una geniale fusione fra architettura e scultura. Insomma, al di là dei dubbi amletici “Giotto o non Giotto”, che analiticamente il curatore annota lungo il percorso, da questa mostra romana si esce con la piena consapevolezza che le 150 opere esposte di Giotto, Cimabue, Pietro Cavallini, Simone Martini, Pietro e Ambrogio Lorenzetti, Nicola, Giovanni e Andrea Pisano, e ancora di Arnolfo di Cambio, di Orcagna, Jacopo Torriti e degli artisti minori della cosiddetta scuola di Giotto formavano una koinè culturale così innovativa e coesa da rappresentare un autentico salto di paradigma nella storia dell’arte occidentale.

Al di là di ogni diatriba più strettamente scientifica e che andrà avanti per anni, questo nel frattempo ci pare un buon servizio offerto agli appassionati d’arte.


da Left-Avvenimenti del 20 marzo

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I fantasmi di Lacan e Foucault

Posted by Simona Maggiorelli su dicembre 19, 2008

La riflessione di Attali sulla sessualità e il libro di Lancelin e Lemonnier sui filosofi e l’amore ci invitano a riflettere intorno al pensiero debole e all’eredità scarsamente progressista del ’68 di Simona Maggiorelli

L’uscita dell’edizione italiana di Amori (Fazi) di Jacques Attali ci offre lo spunto per riprendere il filo del discorso che su left avevamo avviato in occasione della giornata contro la violenza sulle donne. Sul numero 47 del nostro settimanale provammo ad articolarlo in un confronto a più voci con una psichiatra, una studentessa dell’Onda, una medievista e una filosofa. Un libro per molti aspetti intrigante quello di Attali ma in cui traspare in filigrana una riflessione sul “desiderio”, tipica di una certa cultura francese che ha visto protagonisti personaggi come Foucault e Lacan. Alla fine del suo excursus storico Attali preconizza che la liberazione della sessua-lità dai ceppi della repressione porterà in futuro a una «nuova tipologia di relazioni simultanee». Ciascuno potrà avere più partner sessuali indifferentemente omosessuali o eterosessuali nell’ambito di quello che Attali definisce come poliamore, polifamiglia o polifedeltà. Dietro, fa capolino l’idea lacaniana che l’oggetto del desiderio e la sua soddisfazione non possano esistere. E questo in linea con Freud che ha sempre sostenuto la perenne mutevolezza delle forme “inevitabilmente” polimorfe della sessualità. Ma dal libro di Attali emerge anche un legame con un certo Nietzsche il quale – come ricostruisce l’interessante I filosofi e l’amore di Aude Lancelin e Marie Lemonnier appena uscito per Raffaello Cortina – denunciava con nettezza il cristianesimo in quanto tentativo di cristallizzare e soffocare la sessualità nella istituzione monogamica. Un Nietzsche, però, nel libro di Attali, in certo modo adulterato, perché riletto (certo non nella chiave filonazista della sorella Elisabeth che manipolò l’opera dell’autore de La gaia scienza) ma in quella subdolamente perniciosa di Foucault che denunciava la violenza del cristianesimo in nome di una libertà sessuale, che di sessuale non aveva nulla, dacché teorizzava un pensiero criminale come la pedofilia. Come si può leggere in un libro di qualche anno fa di Michel Foucault, Follia e psichiatria (Raffaello Cortina).

A livello più palese c’è poi nell’opera di Attali un esplicito riferimento all’antropologia strutturale francese di Claude Lévi-Strauss che ha scritto dell’esistenza di oltre duemila “culture”, ciascuna con un proprio sistema di valori. Secondo Lévi-Strauss, che ha appena compiuto cento anni, le relazioni sessuali e della parentela troverebbero una diversa «invenzione» e regolamentazione secondo dei modelli strutturali non equiparabili. Dal suo punto di vista la poliandria non si può dire sia migliore della poliginia e della monogamia, l’eterosessualità della omosessualità. Raccogliendo questo pensiero e in accordo con il pensiero debole francese degli anni Ottanta e Novanta Attali si situa dalla parte di un relativismo che azzera le differenze. L’indagine sul rapporto fra uomo e donna di Attali, attraverso la raccolta di materiali storici, esemplifica proprio questo tipo di pensiero. Da una parte si avrebbe quindi il polimorfismo della sessualità come derivato del relativismo e della molteplicità delle culture umane, dall’altro il tentativo storicamente legato al cristianesimo di imporre un’idea universale di uomo e un’etica “sessuale” generalizzabile cui dovrebbero sottomettersi tutti gli esseri umani. Ma la morale monogamica e sacramentale della sessualità, di fatto, coincide con il suo annullamento dato che – a partire da Paolo di Tarso e sant’Agostino – l’astinenza diventa valore supremo per evitare il disordine che la donna e il desiderio che suscita potrebbero introdurre nella vita spirituale del cristiano.

Una “faccenda” ancora una volta ben esemplificata il libro I filosofi e l’amore nel capitolo dedicato a Kierkegaard: «L’incontro con Regina fu per lui l’occasione per mettere in discussione il suo doloroso rapporto con dio e con il cri- stianesimo che gli era stato inculcato fin dalla più tenera giovinezza». Ma all’emergere del desiderio il filosofo rispose con un freddo annullamento. E la ragazza tentò il suicidio. Tornando al libro di Attali ciò che colpisce è il suo carattere quasi ossimorico. Per il consigliere di Sarkozy l’unica evoluzione umana possibile sarebbe l’accettazione dell’aspetto già originariamente ibrido e polimorfo della sessualità. Che nell’Homo sapiens sapiens si sarebbe espressa fin dall’inizio in una molteplicità e variabiltà di forme che nell’epoca attuale, andrebbe solo accettata, sposando in toto il pessimismo postmoderno di certa cultura francese contemporanea. Ma Amori tuttavia lascia aperti una serie di interrogativi. Interrogativi non di poco conto, del genere: esiste un fondamento naturale e universale della sessualità umana? E questo al di là della apparente diversità dei comportamenti nella storia? Rispondere a domande simili, per chi scrive, è molto difficile senza far riferimento a un ricerca sulla realtà umana che non si limiti a una descrizione di comportamenti ma che si addentri nel cuore più profondo del rapporto con il diverso da sé. Di certo quella speranza transitata nel ‘60, attraverso Reich, di una “ rivoluzione sessuale” finì nella regressione, nel delirio dell’abolizione dei generi sessuali, nell’apparente eversività del pensiero transgender. Che – forse varrebbe la pena di dirlo ad Attali – è cosa ben diversa da un rapporto di desiderio fra uomo e donna. Rapporto dialettico, irrazionale e potenzialmente creativo, al di là di fare dei figli. Per questo massimamente eversivo agli occhi di ogni raziona-lista, religioso o post sessantottino che sia.
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La battaglia di Arnaldo

Posted by Simona Maggiorelli su dicembre 5, 2008

Dall’opera dedicata alla lotta dei partigiani alle colonne che sfidano il cielo, come nello Yemen della regina di Saba. Le grandi sculture di Arnaldo Pomodoro reinterpretano lo spazio pubblico. Con passione civile
di Simona Maggiorelli

Un pilastro di acciaio inossidabile è conficcato nel cuore di una piramide tronca. Come se fosse stato fatto cadere da un’altezza vertiginosa. E i segni che si irradiano dalle fessure del bronzo dicono tutta la violenza di un colpo mortale. Ma il monumento nel suo insieme non racconta solo il dramma di una cieca violenza, ma anche di uno sforzo immane nel cercare di resistere. Con questa scultura nel 1971 Arnaldo Pomodoro rendeva un appassionato omaggio alla resistenza e alla lotta dei partigiani. Un’immagine imponente, ma che non ha aloni di retorica. Così come tutti i monumenti dell’artista marchigiano che, possenti, si stagliano in cima ad alture o in mezzo a piazze, riuscendo ad apparire sempre del tutto antimonumentali. Svettano eleganti a sfidare il cielo le sue colonne intessute di misteriose figure geometriche. Come quelle del Tempio di Saba – che colpirono profondamente la fantasia dell’artista durante un viaggio in Yemen nel 1996 – sono senza capitello e, ritmiche ed eleganti, appaiono come intarsiate di affascinanti iscrizioni pagane. Mentre il suo Disco in forma di rosa del deserto sembra evocare l’immagine di quelle formazioni minerali di cristalli che emergono misteriosamente dalle sabbie dei deserti africani. Anche qui Pomodoro riesce a dare un movimento interno alla materia portando alla luce le nervature del bronzo grazie all’uso sapiente di un’antica tecnica di fusione. E il “miracolo” di grandi opere concepite per spazi pubblici ma che riescono a inserirsi perfettamente nell’ambiente, regalandogli un nuovo significato, si ripete con opere come Il labirinto che, quasi fosse creatura viva e pulsante, cresce di giorno in giorno negli spazi della Fondazione Arnaldo Pomodoro di Milano dove è allestita, per la prima volta, una mostra dedicata alle grandi opere realizzate dall’artista dal 1972 a oggi (catalogo Skira). A gennaio 2009, quando questa retrospettiva chiuderà, il labirinto ispirato alla saga di Gilgameš (il più antico poema epico a noi pervenuto) sarà completato e resterà come installazione permanente nella cavea del teatrino della Fondazione. Ma ancora in questi giorni di dicembre si può continuare a seguire il suo affascinante prendere forma attraverso la continua aggiunta di nuove tavolette che evocano quelle antichissime di argilla su cui era incisa la saga in caratteri cuneiformi. Ma il viaggio nell’immaginario artistico di Arnaldo Pomodoro non potrebbe dirsi concluso se, usciti da questo affascinante ex capannone industriale abitato da steli, monumentali papiri e sfere sgranate che lasciano intravedere l’interno, non ci rimettessimo in viaggio per andare a Orta San Giuliano, il paese del novarese dove, fino al 12 gennaio, sono esposte altre importanti opere di Pomodoro. Nelle vie e nelle piazze del borgo affacciato sul lago sono disseminate sedici sculture monumentali. Ed è qui che s’incontrano opere chiave del percorso artistico di Pomodoro come Le due colonne del viaggiatore; una delle due sotto la “pelle” lucida e riflettente fa trapelare la bellezza della sua struttura più intima e nascosta.
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Come ti ripulisco l’Italia

Posted by Simona Maggiorelli su dicembre 1, 2008

euphronios_krater_side_b_met_l200610Relazioni pericolose fra musei collezionisti e trafficanti. Un libro inchiesta smaschera il modo in cui si riciclano i reperti trafugati  e mette sotto accusa il Getty e altri musei

di Simona Maggiorelli

Un tavolo di cristallo sostenuto da capitelli antichi all’ingresso. E nelle stanze, in teche illuminate, circa quattromila reperti trafugati. Così si presentava la “show room” che Giacomo Medici aveva messo su nei depositi del Porto Franco di Ginevra. In quei locali intestati alla società Edition Service che faceva capo al mercante italiano i Carabinieri e la Polizia svizzera ritrovarono anche centinaia di polaroid. Scatti che mostravano reperti ancora incrostati di terra, poi in fase di restauro e pronti per la vendita. Immagini che raccontano di opere importanti uscite clandestinamente dall’Italia. Fra queste anche un affresco romano di area vesuviana di cui erano state staccate e rubate tre intere pareti. E poi la tavola votiva in marmo con grifoni che azzannano un daino, venduta alla metà degli anni Ottanta  al Getty, il busto di Vibia Sabina rubato a Villa Adriana e il Kylix di Eufronio oggi a Villa Giulia. Accanto ai reperti, decine e decine di documenti scritti. Comprese alcune lettere inviate a Medici dall’archeologa Marion True, curatrice per le antichità del Getty Museum di Malibu, Los Angeles. In una di queste, cominciando con “Caro Giacomo”, la signora dell’archeologia americana, ora sotto processo in Italia, chiedeva da quale necropoli provenissero esattamente alcuni pezzi acquistati.

Perché lo chiedeva a un trafficante come Medici? Si è domandata la giornalista Cecilia Todeschini quando, con il fotografo inglese Peter Watson, ha cominciato le sue ricerche per il libro inchiesta The Medici conspiracy, pubblicato dall’editore newyorkese Public Affairs. «Evidentemente la True sapeva che Medici era in possesso di queste informazioni e forse in contatto diretto con i tombaroli che avevano scavato quelle tombe», ipotizza Todeschini. E perché Marion Treu, ora accusata di associazione a delinquere e ricettazione, si rivolgeva a lui e non a Robert Hecht, il grande mercante dal quale aveva acquistato i pezzi in questione? «Qui entriamo nel vivo dei meccanismi di riciclaggio di pezzi d’arte trafugati, una catena di cui fanno parte tombaroli, trafficanti, grandi antiquari case d’aste e musei prestigiosi» denuncia la giornalista italiana, che in passato ha realizzato inchieste su Ustica e sulla mafia per la Bbc ed altri media stranieri.

Ma per andare più a fondo occorre fare un passo indietro. Torniamo agli inizi degli anni 90. Siamo a Londra e il fotografo Peter Watson “riceve una soffiata” da un amico, che lavora al British Museum: durante una colazione gli consiglia di tenere d’occhio una partita di reperti archeologici che stanno per essere messi all’asta da Sotheby’s. È l’inizio della grande inchiesta di Todeschini e Watson che porta a una raffica di licenziamenti e alla chiusura della piazza d’aste londinese di Sotheby’s riguardo alla compravendita di reperti archeologici (spostata poi sulla piazza americana). «Su incarico di Channel 4 facemmo un’inchiesta – ricorda Todeschini – entrando nella casa d’aste con telecamere nascoste. In questo modo potemmo filmare tutto. Ricostruendo il modo in cui un pezzo trafugato veniva “ripulito”».

Il fatto che aveva incuriosito la giornalista italiana era che alcuni pezzi ritrovati nel 1995 nel deposito Porto Franco di Ginevra avessero ancora appeso il cartellino che riportava la data in cui erano stati battuti all’asta. «Fatto strano – dice Todeschini – perché se io voglio rivendermi qualcosa per guadagnarci su cerco di non far sapere al mio acquirente quando l’ho comprato e quanto l’ho pagato». Ma per Medici e gli altri trafficanti d’arte quel cartellino è importante: è una sorta di bollino di garanzia, che dà una nuova verginità e apparenza di provenienza legale a quella statua o a quel vaso trafugato e che così può essere più facilmente rivenduto a grossi antiquari o collezionisti che a loro volta poi faranno da intermediari per importanti musei in giro in America, in Giappone, in Svizzera, in Germania e ovunque in giro per il mondo ci siano fondazioni o  gallerie poco propense a fare indagini approfondite sulla reale provenienza dei reperti che vengono loro proposti. Un meccanismo dove il guadagno cresce in maniera esponenziale, strada facendo. Tanto che a lucrarci poco alla fine è prorio chi scava la terra.

«Nell’Italia del centro-sud – racconta Todeschini – e in modo particolare nel meridione, operano non tanto singoli tombaroli, quanto vere e proprie squadre organizzate, stipendiate dai compratori». Compratori che si fanno committenti e che, spesso, si mettono d’accordo fra loro per calmierare i prezzi dei tombaroli. Le quotazioni dei reperti rubati saliranno in modo vertiginoso solo dopo essere stati battuti all’asta. Dai faldoni che la Sotheby’s consegnò alla magistratura e che contenevano tremila pagine sull’attività di vendita della Edition Service di Medici tra la fine degli anni ’80 e il 1994, i prezzi risultavano aumentati anche di dieci volte. Così Giacomo Medici, ufficialmente “esperto d’arte” e consulente presso il Tribunale penale e civile di Roma e in realtà esperto di “riciclo”, è stato l’anello determinante perché il Metropolitan arrivasse, nel 1972, ad acquistare per un milione di dollari dalle mani (apparentemente più pulite) di un noto antiquario come Hecht il Cratere di Eufronio, il famoso vaso con dipinte scene dell’Iliade a figure rosse trafugato da una tomba di Cerveteri. Una cifra record trent’anni fa.

Oggi Medici, sessantacinquenne aspetta l’appello, dopo una condanna in primo grado a 10 anni di reclusione, a una multa di 16.000 euro, all’interdizione perpetua dai pubblici uffici e al risarcimento di 10 milioni di euro in favore del ministero dei Beni culturali per i danni subiti. La sanzione più alta mai comminata in Italia per un caso di questo genere. A  mo’ di anticipo gli è stata sequestrata la Maserati e la villa, guarda caso, proprio nei pressi di Cerveteri. L’archeologa Marion True, responsabile degli acquisti a Villa Getty dalla metà degli anni 80 a tutti gli anni 90, invece, è venuta in Italia lo scorso 18 luglio per la prima udienza del suo processo. La prossima sarà a gennaio. Con lei è chiamato a comparire anche Hecht. Intervestato dal New York Times, dice di aver continuato la sua attività da casa, a New York, in questi mesi, nonostante il processo, lamentandosi di aver subito un calo di profitti e di aver perso grossi clienti come Shelby White, collezionista e intermediario del Metropolitan. «Oggi nesun museo in America comprerebbe più da me – ha detto Hecht al giornale Usa – ma lo hanno fatto in passato. E poi perché non avrebbero dovuto?».

da left -Avvenimenti 1 dicembre 2006

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