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Archive for giugno 2010

I pronipoti di Cartesio

Posted by Simona Maggiorelli su giugno 26, 2010

I neuroscienziati s’interrogano su mente- corpo e sul libero arbitrio. Ma se per loro il cervello  è una macchina, dov’è  l’autonomia di scelta?

di Simona Maggiorelli

Il libro Che cosa sono io.(Garzanti) il neurologo dell’università di Zurigo Arnaldo Benini traccia un quadro articolato e, per molti versi anche critico, degli assunti delle neuroscienze. Per esempio, con il Nobel Eric Kandel, registra i rischi di «riduzionismo». E con il filosofo Daniel Dennett, considera il fatto che se i neuroscienziati «non avvertono i limiti del loro lavoro corrono il rischio non solo di porsi le domande sbagliate ma anche di interpretare in modo scorretto i risultati degli esperimenti». Ma non solo. «Le neuroscienze – scrive Benini – descrivono per esempio come uno stimolo luminoso raggiunge la corteccia cerebrale visiva ma non spiegano, neppure in maniera approssimativa, come lo stimolo diventi cosciente. Identificano quali aree del cervello sono attive quando si è indignati o bendisposti ma la realtà di quegli stati d’animo e le cause rimangono oscure». Di fatto, mentre una parte delle neuroscienze oggi propone un approccio euristico all’attività mentale, vista in modo globale e non solo in termini meccanicistici, l’ala che sembra andare per la maggiore sui media è, invece, quella di radice positivista e ottocentesca che cerca le cosiddette locazioni, ovvero le aree del cervello presunte sedi delle nostre emozioni .
Prof. Benini, a partire da Cartesio le neuroscienze, in modo riduzionistico, tentano una spiegazione del rapporto mente-corpo e di quello connesso del libero arbitrio. Con quali risultati?
La risposta delle neuroscienze cognitive è semplice nella formulazione e tremendamente complicata nella realtà. Per esse la res extensa, cioè i corpi, compreso quello umano e il cervello, e la res cogitans, cioè la mente, sono organizzazioni diverse della stessa materia. Se il dualismo cartesiano spiegava la differenza fra attività mentale e mondo fisico come regioni ontologiche diverse, lasciava insoluto il problema di come le due regioni entrassero in contatto. Cartesio rispose alla domanda nel modo speculativo prenaturalistico: la regione dell’incontro nel cervello deve essere senza duplicato, perché una e una sola è la res cogitans, che per lui era l’anima. Credette di aver trovato la soluzione nella piccola ghiandola pineale, unica e posta nel mezzo del cervello. Lì anima e corpo si incontrano, lì il corpo trasmette all’anima le sensazioni degli organi di senso. Dio era il creatore e il garante del funzionamento dell’ingegnoso meccanismo.
Ma per Cartesio l’anima, propria degli uomini e degli angeli, non era soggetta alle leggi di natura…
E non era il prodotto del meccanismo deterministico del grande orologio che era il corpo (che, come Gurdulù nel Cavaliere inesistente di Calvino, non sapeva di esserci). Essa era la matrice del pensiero, libera da ogni condizionamento e immortale (sapeva di esserci, come il cavaliere del racconto, ma dov’era mai?). La libertà della mente comporta la responsabilità di ciò che si fa. L’etica ancora oggi si basa sul principio che l’uomo, essendo libero di scegliere, è responsabile. Ciò è possibile solo nel contesto del dualismo che considera la mente libera da ogni condizionamento. Le neuroscienze, avendo ridotto l’anima alla materia del cervello, hanno risolto il problema del rapporto fra mente e corpo ma pongono un dilemma: com’è possibile che il cervello, macchina che lavora elettrochimicamente, produca l’immaterialità della “vita spirituale”? Se la mente è il prodotto di una macchina l’uomo è responsabile? O non è piuttosto il cervello che decide in base a suoi algoritmi? Il libero arbitrio sarebbe illusione. Non facciamo quel che vogliamo ma vogliamo quel che facciamo.
Tanto che un neurobiologo tedesco ha detto che il libero arbitrio e la responsabilità sono illusioni tenaci, assurde e spesso crudeli.
A commettere delitti sarebbero persone col cervello malato, e più efferato è il delitto, più ammalato e più bisognoso di cure – e non di prigione – è il cervello. Pur non avendo alcun dubbio sull’origine materiale della vita mentale, andrei cauto a prendere posizioni così radicali. In realtà oggi, pur avendo a disposizione una mole immensa di dati, non abbiamo alcuna idea di cosa la coscienza (o meglio, l’autocoscienza) sia e come essa venga prodotta dalla materia gelatinosa del cervello. Riusciremo mai a capirlo? Il dubbio è lecito, se è vero che le neuroscienze sono il prodotto del lavoro dei meccanismi cognitivi del cervello che, oltre a studiare il mondo, cercano di capire se stessi. Non è certo che una tale circolarità di cervello, che indaga ed è indagato, possa riuscire. Oggi c’è chi pensa che la memoria sia dovuta alle sinapsi che collegano i neuroni. L’ipotesi è avvalorata da molti dati. Ma come spiegare che alcune sinapsi conservano il ricordo di mia madre che faceva una spettacolosa marmellata e altre l’elenco dei verbi irregolari inglesi? È probabile che l’autocoscienza e anche il problema di quanto l’arbitrio sia libero, siano destinati a rimanere senza risposta.
Lei dice che la poesia non obbedisce a uno scopo evoluzionistico come attività umana priva di fine utilitaristico e di sopravvivenza. Non crede che la dimensione estetica sia un modo con cui si manifesta la nostra dimensione irrazionale e non cosciente, che anche le neuroscienze dicono essere preponderante nelle nostre scelte?
Perché poesia, musica e pittura dovrebbero essere l’espressione della dimensione irrazionale e non cosciente dell’uomo? La musica esprime ciò che dell’animo umano è inesprimibile a parole, ma siamo ben consapevoli di quel che proviamo ascoltandola. Quello stato d’animo può diventare una parte essenziale della vita. Quel che sembra preponderante nelle scelte è il momento affettivo ed emotivo, prodotto del protocervello, del sistema libico. La ragione, cioè le aree prefrontali, interverrebbero per razionalizzare la scelta. L’autocoscienza, che è capacità solo dell’uomo, cioè del suo cervello, di porre sé stesso a oggetto della propria riflessione, ha indagato e poi capito che dentro di sé si muovono momenti inconsci. Qual è il meccanismo di partenza? Recenti studi sembrano dimostrare che il cervello si mette in attività ben 10 secondi prima del momento in cui la nostra autocoscienza crede di avere fatto essa, autonomamente, una scelta. Anche qui occorre arrendersi all’impossibilità di capire i meccanismi fondamentali dell’autocoscienza. Già uno dei fondatori della neuroscienze proclamava, nell’Ottocento, che circa il problema mente-cervello noi ignorabimus.

La mente in festival

Dopo le presentazioni del libro Che cosa sono io  (Garzanti) al Salone del libro di Torino e al Caffè letterario di Ravenna, altri appuntamenti attendono Arnaldo Benini in autunno. Nel frattempo, a luglio, il filo del dibattito pubblico sulle neuroscienze, con Edoardo Boncinelli, passa per il Ravello festival 2010, dedicato alla follia. E per il Festival della mente di Sarzana dal 3 al 5 settembre. Ma di neuroscienze si parlerà anche a margine del Festivalfilosofia di Modena, Carpi e Sassuolo, che per il suo decennale ha scelto la dea bendata come immagine guida. è la “fortuna”, infatti, la parola chiave della prossima edizione in programma dal 17 al 19 settembre. Il festival, che lo scorso anno ha registrato oltre 150mila presenze, vedrà  tra i protagonisti Roberto Esposito, Massimo Cacciari,  Carlo Galli, Salvatore Natoli, Michela Marzano, Piero Coda, Marcello Veneziani, Sergio Givone, Enzo Bianchi, Elena Esposito e Remo Bodei, supervisore scientifico del festival. Molti anche i filosofi stranieri, da ogni parte del mondo: tra loro, i francesi Jean-Luc Nancy, Jean Pierre Dupuy, Francois Jullien e Marc Augé, i tedeschi Peter Sloterdijk, Jürgen Moltmann e Gerd Gigerenzer, l’americano Niles Eldredge e due sociologi che hanno trovato asilo in Gran Bretagna: il polacco Zygmunt Bauman e l’ungherese Frank Furedi.

Simona Maggiorelli

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Ru486 e pillola del giorno dopo. Dalla parte delle donne

Posted by Simona Maggiorelli su giugno 26, 2010

Nonostante il via libera dell’Aifa alla pillola Ru486, il governatore regionale, Renata Polverini, vara autonome linee guida  per la sua somministrazione. Intanto con una proposta di legge regionale si vuole imporre per legge la difesa del diritto alla “vita” nei consultori

di Simona Maggiorelli

Ru486

«Le donne hanno atteso a lungo un farmaco che le facesse abortire in modo insieme sicuro e privo di effetti collaterali, per fortuna è arrivato il mifepristone». Con queste parole lo studioso americano Adam Schaff ha siglato un’importante ricerca sul farmaco abortivo pubblicata sulla rivista scientifica Contraception. Lo ricorda il ginecologo Carlo Flamigni a incipit del suo Ru486, non tutte le streghe sono state bruciate (L’asino d’oro edizioni) scritto con Corrado Melega. Un libro di cui left si è già occupato e che qui non esitiamo a riproporre. Non solo per l’autorevolezza dei due autori ma anche per il suo significato politico e civile nel fare piazza pulita delle molte fandonie che si ascoltano nel nostro Paese su questo farmaco. Anche da componenti del governo Berlusconi. A cominciare dalla sottosegrataria alla Bioetica, Eugenia Roccella.

Ma proprio interventi ideologici come quelli di Roccella che non ha esitato a parlare di «kill pill» per indicare la Ru486 e a usare altre definizioni che poco si attagliano a una pillola validata dall’Oms e dalla comunità scientifica internazionale. Ma fare terrorismo e ostruzionismo per impedire che le donne possano abortire senza dolore e senza sentirsi dare delle assassine sembra la priorità di un centrodestra genuflesso ai diktat vaticani. Nonostante la legge 194. Trovando illegalmente i modi per disapplicarla. E in scia con tutto questo il governatore regionale Renata Polverini ha varato le linee guida della Regione Lazio per la somministrazione della Ru486 in regime ospedaliero. Chiedendo a ciascuna struttura di mettere a disposizione due posti letto per casi di aborto farmacologico.

Un provvedimento che la ginecologa Mirella Parachini dell’ospedale San Filippo Neri e dirigente dell’Associazione Luca Coscioni non esita a definire «schizofrenico», in un momento di tagli alla sanità come questo. «Tenere fermi dei letti per interventi che sarebbero da day hospital è un controsenso – spiega – specie quando non ce ne sono abbastanza per chi ha patologie ginecologiche da ricovero». Intanto nelle settimane scorse una signora che ha scelto la Ru486 per abortire, dopo essersi rivolta all’ospedale Grassi di Ostia, ha dovuto attendere i tempi che richiede l’acquisto ad personam del farmaco, secondo la procedura usata prima che l’Aifa desse il via libera alla commercializzazione. Le linee guida non erano ancora state varate e nessuno, di fatto, si è preso la responsabilità di somministrare la Ru486. «Come è possibile che la classe medica non possa usare farmaci registrati?» si domanda indignata la ginecologa Parachini.

E la marcia contro la 194, nel Lazio, avanza ancora. Anche con quattro firme del maggior partito di opposizione, il Pd. Figurano sulla proposta di legge regionale presentata da Olimpia Tarzia di Scienza e vita. Una norma che propone di ristrutturare i consultori, aprendo a quelli privati d’impostazione religiosa per difendere valori etici (quali?) e il diritto alla vita del figlio concepito, «già considerato membro della famiglia». Purtroppo l’equiparazione che la legge 40 stabilisce fra embrione e persona ha fatto scuola. Qui, in barba a ogni evidenza scientifica, l’embrione o feto che sia, viene detto «figlio» e «membro della famiglia». Il tentativo è di riportare il Paese nella condizione di arretratezza e di mancanza di diritti in cui si trovava prima di conquiste civili fondamentali come la legge 194 che liberò le donne dai ferri delle mammane.

da left-avvenimenti del 25 giugno 2010

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Una risposta ad Assuntina Morresi

Posted by Simona Maggiorelli su giugno 26, 2010

di Simona Maggiorelli

Cara Morresi,

Ru486

la ringrazio per la lettera e la sua attenzione per il nostro lavoro sul quotidiano Terra. Ben lieta di offrire maggiori elementi ai nostri lettori riguardo a quanto scrivevo nell’editoriale del 31 luglio, eccomi qui a risponderle. Anche se, mi permetta, trovo alquanto strano il tono del suo messaggio: fino a prova contraria in questo Paese, si possono ancora criticare libri e argomentazioni. Querele e censure non sono ammissibili in questo ambito. Fino a prova contraria siamo ancora una democrazia. Ma veniamo al libro La favola dell’aborto facile che lei scrisse e pubblicò nel 2006 con la giornalista Eugenia Roccella oggi segretaria al Welfare del governo Belusconi e strenua avversaria della commercializzazione in Italia della pillola abortiva Ru486, già in uso, come lei sa, da più di dieci anni in tutto il progredito occidente.

Un libro, che già nella scelta del linguaggio rivela il filtro ideologico con cui sono stati letti i fatti. Basta dire che in più parti del vostro lavoro la Ru486 viene indicata come “kill pill”: la pillola che uccide. Un’espressione niente affatto neutra e oggettiva. Dal momento che nel suo libro manca del tutto un’informazione di base: che l’aborto farmacologico, al pari di quello chirurgico, non uccide nessuno. Le donne che decidono di abortire non sono delle assassine. L’embrione, dal punto di vista medico scientifico è un agglomerato di cellule. E, come ho già scritto, sulla scorta di quanto afferma la moderna neonatologia, il feto è un organismo biologico in evoluzione che solo intorno alla ventiquattresima settimana ha possibilità di vita autonoma fuori dall’utero della madre. Oltre che “kill pill”, l’espressione che ricorre spesso nel suo libro è “aborto chimico”, usato in senso dispregiativo. L’effetto di un qualunque altro farmaco non è altrettanto chimico? Ma nessuno parla di trattamento chimico dell’ulcera gastrica. Come fa notare la ginecologa Mirella Parachini, presidente della Fiapac, la Federazione internazionale dei ginecologi.

E a lei proprio in quanto medico lasciamo la parola anche riguardo ad alcuni punti del La favola dell’aborto facile. Già nell’introduzione, per esempio, lei e Roccella scrivete che nell’opinione di chi è a favore come di chi è contro la Ru486 ci sarebbe un comune equivoco: ovvero che l’aborto farmacologico sia veloce e indolore. «Fiumi di letteratura da anni descrivono le modalità con cui si svolge l’aborto medico – precisa Parachini -. Da nessuna parte si potrà mai leggere che si tratti di una procedura “veloce”. Di fatto comporta un coinvolgimento della paziente e degli operatori del centro dove viene seguita molto maggiore, sia in termini di tempo che di impegno, sia rispetto a quelli impiegati nell’atto chirurgico, che è un intervento di piccola chirurgia che può essere eseguito in pochi minuti. Tanto che viene raccomandato ai centri di interruzione volontaria di gravidanza la modalità con cui seguire un councelling del tutto diverso da quello adottato nell’aborto chirurgico». Ma, prosegue Parachini: «La consapevolezza di chi conosce questo percorso viene invece scambiata per preoccupazione». Così, le seguenti parole di Silvio Viale: «Molte donne si rivolgono all’ospedale pensando che si tratti di prendere una semplice pillola e tornare a casa, ma non è così», vengono impropriamente usate da Morresi e Roccella a conferma della propria tesi. Alla storia del dottor Viale, che al Sant’Anna di Torino avviò la sperimentazione della Ru486 per l’Italia le due autrici dedicano svariate pagine, mettendo “in luce” che Viale non solo è esponente Radicale, ma si è anche candidato nelle liste della Rosa del Pugno. Quasi a dire che la sua candidatura politica dovrebbe far sospettare delle sue parole e del suo operato medico. Ma viene da chiedersi perché una giornalista come Roccella e una docente di Chimica fisica come Morresi dovrebbere essere più attendibili nell’analisi di faccende strettamente mediche di un ginecologo?

Quanto alla tanto discussa (nel libro) sicurezza del farmaco «lo stesso comunicato dell’Aifa sulla delibera della autorizzazione alla commercializzazione del Mifepristone (Mifegyne) – ricorda Parachini – in conclusione dell’iter registrativo di mutuo riconoscimento seguito dagli altri Paesi europei in cui il farmaco è già in commercio scrive: la decisione assunta dal Cda rispecchia il compito di tutela della salute del cittadino che deve essere posto al di sopra e al di là delle convinzioni personali di ognuno». In realtà i passaggi criticabili de La favola dell’aborto facile sarebbero ancora moltissimi, ma per motivi di spazio ci limitiamo a segnalarne alcune esplicite contraddizioni. Nel libro (a pagina 12) si dice che, come quando le interruzioni di gravidanza si facevano clandestinamente, «oggi con una operazione di candeggiatura dell’immaginario, che rimette a nuovo la consapevolezza sociale, ancora una volta solo nel segreto si saprà del sangue e della pena. Solo alle donne toccherà macerarsi, guardare l’assorbente cento volte al giorno, vomitare chiuse nel bagno e farsi domande angoscianti in solitudine». Poche righe prima era stato detto che «è difficile definire privato un metodo che richiede da tre a cinque – o anche più – appuntamenti in ospedale, ciascuno con una permanenza di alcune ore». Insomma, commenta Parachini, «se da una parte si punta il dito sulla sbandierata semplicità del metodo da parte dei suoi sostenitori, con le pazienti vittime di ginecologi ansiosi di “liberarsi dalla tristezza infinita degli aborti” ( pagina 83), dall’altra si accusa la tecnica di comportare un numero eccessivo di controlli ospedalieri e di essere “il metodo veloce che dura 15 giorni” ( pagina 20)». Infine, prosegue la ginecologa, quanto alla faccenda della sicurezza del farmaco contestata dalle due autrici, «nel marzo 2007 il Chmp (Commitee for medicinal products for human use) dell’Agenzia europea del farmaco ha terminato un lavoro di revisione del mifepristone iniziato nel dicembre 2005. Le conclusioni del Comitato sono state queste: i dati disponibili confermano l’efficacia del mifepristone a vari dosaggi in associazione con analoghi di prostaglandina, con la raccomandazione di informare sul rischio di infezioni fatali quando 200mg di mifepristone vengono associati alla somministrazione non autorizzata per via vaginale di compresse di misoprostolo per uso orale”. Questo dato successivo alla pubblicazione del libro conferma la validità del farmaco se usato correttamente, ed è stato approvato in seguito anche dalla commissione europea all’unanimità facendo proprio il parere positivo dell’Emea nel giugno 2007». Senza dimenticare che già nel 2005 l’Organizzazione mondiale della sanità aveva incluso la Ru486 nella lista dei farmaci essenziali. In sintesi, con un altro eminente ginecologo ci sentiamo di ribadire che nel libro Morresi e Roccella «interpretano la letteratura scientifica come chi non si interessa di problemi della medicina. Le cose che scrivono – prosegue Flamigni – sono testimonianza della loro personale posizione e mancano di quello spirito critico distaccato e laico che consente invece di poter valutare la letteratura medica con onestà e buon senso». Il punto è, sottolinea Flamigni, «che dalla letteratura non si può prendere solo quello conviene. E una persona che legge la realtà con gli occhiali di una forte ideologia fa proprio questo. In secondo luogo per parlarne con competenza bisogna essere persone esperte di medicina. A Roccella e Morresi andrebbe ricordato il motto latino che diceva nec sutur ne ultra crepidam, ciabattino non andare al di là delle scarpe».

dal quotidiano Terra luglio 2009

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l’aborto non è assassinio

Posted by Simona Maggiorelli su giugno 26, 2010

intervento all’Università Roma III, 17 maggio 2008

di Simona Maggiorelli

Ru486

Pochi giorni fa, proprio in occasione del
trentesimo anniversario della approvazione della legge 194,Benedetto XVI è tornato a proclamare la posizione della Chiesa di Roma sull’interruzione della gravidanza. L’occasione  per questa sua ennesima ingerenza negli affari dello Stato italiano da parte del capo dello Stato vaticano è stata, il 12 maggio scorso, l’udienza accordata a esponenti del Movimento della Vita.  «Se guardiamo ai tre decenni trascorsi –  e consideriamo la situazione attuale, dobbiamo riconoscere che difendere la vita oggi è diventato più difficile perché si è creata una mentalità di svilimento progressivo del suo valore», ha detto il Pontefice, secondo quanto riportato dalle agenzie di stampa.
L’aborto, per il sommo pontefice, sarebbe una piaga, un flagello da combattere nella società . In particolare quella italiana.  Tralasciando per un attimo l’ legittimità di un tale intervento a gamba tesa nella legislazione di uno stato straniero come lo è l’Italia, per lo Stato Vaticano, va detto che si tratta di un’affermazione del tutto falsa. Trent’anni fa in Italia, secondo stime dell’Organizzazione mondiale della sanità(Oms), gli aborti erano circa un milione e duecentomila, oggi gli aborti legali sono circa centomila. Un decino di trenta anni fa. Un dato che parla da solo.  E  a trent’anni della sua approvazione,  la legge 194 continua ad essere una buona legge.

Le ricerche ufficiali dell’Istituto superiore di Sanità ( pubblicate ufficialmente, di anno in anno sul suo sito) dicono che , da allora, in Italia gli aborti legali sono diminuiti del 44%. E se poi  agli aborti legali si sommano quelli clandestini il calo risulta essere del 75% . In pratica si è passati dai circa 585mila aborti del 1982 ai 150mila del 2006. Ad abortire,  negli ultimi anni, sono state soprattutto le immigrate provenienti da Paesi dove l’aborto è vietato e mancano informazioni sulla contraccezione. Ma studi recenti ci dicono anche che quelle stesse immigrate, dopo qualche tempo che vivono in Italia, ricorrono meno all’interruzione di gravidanza e  al tempo stesso e fanno meno figli.

Così, in barba ai discorsi ideologici e assai poco scientificamente fondati del nuovo governo Berlusconi che, per bocca della sottosegretaria Eugenia Roccella chiede di fare un tagliando della legge 194, ci sentiamo di poter dire – insieme con la Federazione nazionale dell’Ordine dei medici – che la 194 è una buona legge. A distanza di 30 anni ancora solida e moderna.

A partire da quell’articolo 15 che raccomanda “l’uso delle tecniche più moderne, più rispettose dell’integrità psicofisica della donna e meno rischiose per l’interruzione di gravidanza”. Che implica già – per esempio – la possibilitàdell’aborto farmacologico, come tecnica meno invasiva per le donne, rispetto all’aborto chirurgico. Con buona pace di chi, come Francesco Storace quando era ministro della Salute, ha cercato di imporre in Italia una anacronistica e immotivata nuova sperimentazione della Ru486, un farmaco che è in uso in Europa da dieci anni ed è indicato dall’Organizzazione mondiale della sanità fra i farmaci essenziali.
Ma c’è anche un altro aspetto di modernità della legge, che val la pena di ricordare: la 194 non fissa un limite temporale per l’aborto
terapeutico. Il legislatore nel ‘78 fu assai più avveduto e aperto di quanto ci prospetti il dibattito politico attuale. Basta pensare al recente indirizzo
applicativo della legge 194 raccomandato dalla Regione Lombardia. Il presidente Roberto Formigoni non si è limitato a  invitare le donne che abortiscono a fare il funerale all’embrione di poche settimane (il che potrebbe anche far sorridere chi, non del tutto ignorante, sa bene che a quello stadio si tratta di poco più che un agglomerato di cellule) ma pretende di fissare un limite all’aborto terapeutico alla 21esima settimana. O, tutt’al più, dalla 22esima e 3 giorni.

Decisione , proprio la settimana scorsa dichiarata illegittima dal Tar della Lombardia e che già molti ginecologi avevano definito “una  vera e
propria canagliata”, proprio perché in quel torno di settimane matura la possibilità di capire con più chiarezza, con gli strumenti diagnostici attuali,
la vera entità del deficit del feto. Ma soprattutto perché, come dimostra la moderna  neonatologia  solo intorno alle 24 settimane il feto comincia ad avere possibilità di vita autonoma, fuori dell’utero. Un seme di una pianta, caduto casualmente sul terreno, –  assicurano gli scienziati-  avrebbe più
possibilità di vita  di un feto che non abbia ancora raggiunto i sei mesi nella pancia materna.
Ma Ratzinger  insiste invocando – fuori da ogni realtà di scienza –  una tutela per l’essere umano, a suo dire, “già pieno e completo
fin dal concepimento, benché informe nell’utero materno”. “Essere informe – continua il papa- “sul quale si pone già lo sguardo benevolo e amoroso degli occhi di dio”. E così Giuliano Ferrara, mettendosi in scia con il suo capitano Achab di bianco vestito, ha varato la sua lista pro life, proponendo un’odiosa moratoria contro l’aborto – odiosa perché falsa , antiscientifica – in analogia con la pena di morte, mentre il premier  Berlusconi, facendo a chi la spara più grossa, ha annunciato già da alcuni mesi di voler addirittura cambiare lo statuto dei diritti dell’uomo suggerendo all’Onu di fare propria la tutela del diritto alla vita, fin dal concepimento.

E tutto questo mentre l’Europa va in tutt’altra direzione. Non solo i singoli Paesi come l’Inghilterra, la Spagna e perfino il Belgio, ormai all’avanguardia nella ricerca scientifica sulle staminali embrionali e sulla clonazione terapeutica. Ma  L’Europa tutta dopo che, alla metà di aprile, la Commissione Pari Opportunità del Parlamento Europeo ha proposto  con successo un documento per favorire l’accesso delle donne all’interruzione di gravidanza . In pratica il documento del Parlamento europeo  sollecita gli Stati membri del Consiglio d’Europa che ancora non l’hanno fatto – Andorra, Irlanda, Malta e Polonia – a depenalizzare l’aborto, ma denuncia  anche che , nei Paesi in cui l’aborto è legale, “le condizioni non
sono sempre tali da garantire alla donna l’effettivo esercizio di questo diritto”. Tra gli ostacoli indicati dal rapporto redatto dalla europarlamentare
austriaca del partito socialista Gisela Wurm: “la mancanza di dottori che accettino di praticare l’interruzione di gravidanza, i ripetuti e obbligatori
consulti medici, il periodo di tempo concesso per la riflessione e i lunghi tempi di attesa”. In più il rapporto approvato a larga maggioranza dalla
Commissione pari opportunità sottolinea anche la necessità di rendere  la contraccezione “facilmente agibile, anche dal punto di vista economico” e “di introdurre l’educazione sessuale e alla contraccezione nelle scuole”.

Per contrasto risultano ancora più netti i contorni del violentissimo attacco alla 194 in atto in Italia. Che poi, a questo punto possiamo dirlo, è un attacco all’identità stessa della donne e alla loro libertà. Ma in Italia non è faccenda di questo ultimo anno di storia, nonostante negli ultimi mesi si siano registrati fatti indegni di un Paese civile come il blitz della polizia nel reparto di ginecologia dell’ospedale di Napoli.

Volendo fare un minimo di storia  vadetto che la genesi di quello che stiamo vivendo oggi risale almeno al 2004, ovvero all’entrata in vigore della legge 40, sulla fecondazione medicalmente assistita. Ma a essere più precisi si potrebbe tornare più indietro ancora ovvero a quel febbraio 1999 quando nell’aula di Montecitorio una maggioranza trasversale approvò un emendamento alla proposta di legge sulla fecondazione assistita che introduceva il diritto soggettivo del concepito. «Questo significa che un embrione ha gli stessi diritti un bambino appena nato» disse
subito il capogruppo della Lega, Alessandro Cè.

Comunque la si pensi,questo fu un brusco cambio di rotta rispetto alle conquiste della legge 194. Basta ricordare per questo che la legge sull’aborto fu anticipata da una famosa sentenza della Corte Costituzionale del 1975 che chiariva, senza possibilità di equivoci, che non esiste equivalenza fra i diritti dell’embrione e quelli della donna. Quella sentenza, che rese possibile poi la 194, stabiliva una gerarchia fra donna e embrione a favore della prima e in nome della tutela della sua salute e integrità psico-fisica. Al contrario, la legge 40, che all’articolo 1 equipara l’embrione a una persona, basando poi, su questo punto, tutto l’ impianto di legge, riporta la donna a un medioevo in cui lei sarebbe un semplice contenitore di un’entità sacra, intangibile, il “concepito”.

Assunto fra le figure titolari di diritti. La legge 40, di fatto, considera l’embrione persona giuridica alla stregua dei soggetti già nati. Andando contro il nostro codice civile in cui “l’acquisizione di diritti è subordinata alla nascita”. Così la maternità  tornerebbe a essere un destino, non sarebbe più una scelta, maturata nel rapporto con un uomo, rapporto creativo non solo dal punto di vista del fare figli.  Dacché con la legge 40 la donna è costretta, per legge, a farsi trasferire in utero tutti anche gli embrioni  anche se malati, le è proibita l’ eterologa che perfino alla Madonna fu concessa, (come stigmatizzava una geniale copertina del settimanale “Diario” qualche anno fa che). Non sto a ricordarvi tutti gli assurdi e crudeli divieti contenuti in questa norma, mercé anche le sue linee guida, a cui l’ex ministro Livia Turco, in corner, negli ultimi dieci giorni del suo mandato ha cambiato solo alcune virgole. Tanto che a fronte della possibilità di accesso alle tecniche di fecondazione assistita da parte di coppie portatrici di malattie infettive come l’hiv resta ancora in piedi  il divieto di accesso alla fecondazione  assistita per  chi è portatore di malattie genetiche. Una storia di provvedimenti cavillosi  che affonda le radici, appunto, in quel 2005 che nonostante la valanga di firme per andare al
referendum, partorì quattro quesiti così arzigogolati e capziosi che,  cardinal Camillo Ruini o meno la gente ne fu scoraggiata. E questo gioco a confondere è oggi all’acme. Basta dare uno sguardo a come i media nazionali raccontano le vicende di cui stiamo parlando.  Con notizie  sugli anatemi del papa contro l’aborto, date prima di quelle che riguardano i provvedimenti del nuovo governo italiano.

Il lessico antiscientifico e le immagini comparse sulle maggiori testate italiane negli ultimi anni parlano di un bombardamento al napalm alla mente dei lettori, appena un poco distratti. Sui giornali di centrodestra c’è di che sbizzarrirsi da questo punto di vista. Purtroppo però non solo su quelle pagine. Si leggono quotidianamente articoli in cui si parla genericamente di vita, senza distinguere fra la vita di una pianta, di un animale e di un essere umano. Sono entrate nella routine  giornalistica locuzioni quotidiane icome “ dolce morte” per parlare di eutanasia o , ancora più impropriamente di testamento biologico.
Si parla di “tutela del concepito”, ma non è chiaro se questo “concepito” sia una morula, una blastocisti o cosa altro. In occasione dei fatti di Genova, e ancor più gravemente nel caso di Napoli, si è letto sui giornali un inaudito linciaggio pubblico delle donne che hanno abortito. Il Giornale, sulla scorta di Ferrara, ha scritto “un bambino ucciso per un reality”, quando si trattava di un aborto fatto a cinque settimane dall’inizio della gravidanza. Il corollario di sottotesto, del resto, pare, chiaro: le donne meglio a casa a fare figli. Il Foglio poi, ha fatto una campagna per la tutela della privacy
dell’embrione che  sarebbe disturbata dagli strumenti di diagnosi prenatale (resta da capire come il feto abbia potuto far sapere a Ferrara che si sentiva importunato) e ne ha fatta un’altra per denunciare un presunto dolore del feto, quando la scienza ci dice che a quello stadio non ci può essere che una reazione per riflesso e non in relazione a un sentire, dal momento che il feto non ha nessunissima attività psichica, che si realizza solo alla nascita.
L’Avvenire con i vari inserti di Scienza e vita diffusi capillarmente nelle parrocchie si è inventato la sindrome del boia, a cui sarebbero destinate tutte
le donne che abortiscono. Mentre la Ru486 viene chiamata pregiudizialmente, in modo del tutto antiscientifico, Kill pill dalla neo  sottosegretaria al
ministero del Welfare, Eugenia Roccella. E ancora nelle pagine sul recente caso di Pisa si leggevano articoli che confondevano la Ru486 con la pillola del giorno dopo (la Norlevo) che non è affatto un abortivo e sulla quale è illegale fare obiezione.
E ancora si legge di apparentemente democratiche proposte di “adozione degli embrioni orfani”, quando la parola adozione e l’aggettivo orfano afferiscono a un bambino, non certo a un agglomerato di cellule. Per non dire della bassa propaganda  vaticana che si sente sui media italiani quando ci si addentra nei temi che aprono al futuro della scienza. Un vero can can: per cui esperimenti di clonazione terapeutica, ovvero di trasferimento del nucleo di una cellula diventano esperimenti di una (del resto impossibile) clonazione umana. Gli embrioni ibridi (da cui anche Papa Woytila, pare, trasse giovamento) diventano immaginifici embrioni chimera. E questo con la complicità dei soliti,
emeriti esperti. Così il genetista Bruno Dallapiccola, fondatore di Scienza e vita ha definito “ammucchiata in provetta” gli esperimenti di alcuni
ricercatori britannici, che utilizzando materiale genetico (gameti e mitocondri) di tre soggetti con tecniche di trasferimento del nucleo, avrebbero
creato embrioni che potrebbero in futuro essere indenni dalle 40 e oltre malattie (epilessia, distrofia muscolare ecc.) ereditabili proprio dai difetti
del mitocondrio.  E pochi giorni fa si è letto: quindicenne obbligata ad abortire,  speculando sul caso di questa ragazzina che aveva già avuto una
gravidanza  a 13 e dunque bisognosa di aiuto. I giornali hanno preferito invece scagliarsi contro  la 194 che non prevede affatto l’aborto coatto. E via di questo passo. Scusate l’insistenza. E questo non senza la connivenza dei giornali di cosiddetta sinistra a cominciare da certi  specchietti riassuntivi
di Repubblica che vanificano qualunque tentativo l’articolista abbia fatto per argomentare la questione in termini di approfondimento. Ma mi viene in mente anche una storica copertina dell’Espresso che per invitare a votare quattro sì al referendum sulla legge 40 pubblicò in cover una serie di bambini racchiusi in provetta che avanzano come un esercito di homuncoli nello spermatozoo, proprio come nelle raffigurazioni medievali. L’immagine scelta dice il contrario del messaggio che, sulla carta, si vorrebbe far passare.

E qui veniamo al punto, forse il più doloroso, nel constatare le armi spuntate dei giornali nei confronti di questa massiccia campagna di disinformazione e, insieme, di colpevolizzazione delle donne rispetto all’aborto.  Dire “siamo tutte assassine”  certamente non ci offre strumenti di via d’uscita. In filigrana si può leggere: siamo tutte matte e nessuna è matta, a negare la realtà delle cose. Allora mi dico che non basta, per affrontare  la situazione in cui siamo venute a trovarci, il vecchio discorso del diritto all’autodeterminazione.  I tempi sono maturi ormai perché ci possano essere una consapevolezza e un sapere scientifico diffuso che ci permetta, finalmente, di liberarci dal giogo  di un senso di colpa lungo centinaia di anni.

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La scultura è morta. Viva la scultura

Posted by Simona Maggiorelli su giugno 25, 2010

di Simona Maggiorelli

Maurizio Cattelan

Ormai da vari decenni la parola scultura è diventata desueta nel mondo dell’arte. In Italia a praticarla in linea con la tradizione, in un senso poetico alto, di fatto sono rimasti Arnaldo Pomodoro e pochi altri appartati maestri. Cercando perlopiù di riattualizzarne il significato di intervento civile nel tessuto urbano. Per il resto, come esemplifica bene la panoramica internazionale contenuta in Scultura oggi di Judith Collins uscita di recente per Phaidon, questa pratica antichissima di creare forme nuove con scalpello e lime è diventata qualcosa di radicalmente altro. Incontrando l’architettura, la videoarte e la performance, la scultura si è fatta intervento ambientale, installazione, percorso plurisensoriale, esplorazione di una spazialità nuova, non più intesa solo in senso fisico, ma anche come apertura di uno “spazio” interiore.

Un processo cominciato già con i primi, avanguardistici, ambienti di Lucio Fontana che pure veniva da una solida  pratica di ceramica tutta tradizionale. Nella prima metà del Novecento proprio nelle mani di artisti e anticipatori del contemporaneo come lui la scultura si è liberata da ogni rigida convenzione. Ma anche e soprattutto da ogni accento retorico e ideologico. Poi ad alcuni fatti di cronaca, per quanto non attinenti strettamente all’arte, alcuni critici e artisti hanno voluto attribuire un significato in relazione a questo passaggio.

Agli inizi del nuovo millennio, per esempio, l’abbattimento della statua di Saddam Hussein in Iraq è stato letto anche come la fine di un certo modo di intendere la scultura. Nell’immaginario collettivo, insomma, quella sequenza di immagini rimbalzata sui media da un capo all’altro del mondo non avrebbe incarnato solo un sogno di democrazia, ma avrebbe simboleggiato anche la definitiva impraticabilità di un genere di scultura che ha cantato le lodi di ideologie dittatoriali diventandone totem e feticcio. Proprio da qui, dalla morte della scultura come monumento, è partita la riflessione che il curatore Fabio Cavallucci svolge con la XIV edizione della Biennale internazionale di scultura di Carrara, intitolata, non a caso, Postmonument e raccontata in un omologo catalogo Silvana editoriale.

Cai Guo-Qiang head on

E ancora nell’orizzonte bianco delle cave di marmo da cui Michelangelo trasse interi blocchi intonsi per i suoi capolavori ecco ardere le capanne rosso fuoco fotografate da Giorgio Andreotta Calì e galleggiare, come in levitazione, le sagome umane rivestite d’oro di Liu Jianhua oppure ecco comparire fantasmagorie di animali firmate dal cinese Cai Guo Quiang. E ancora sculture di bottoni che miniaturizzano scenari urbani, archi costruiti con staccionate di sedie intrecciate, mulini che fendono l’aria nel cuore dell’agorà pubblico. Tutto si mescola e acquista nuovi significati in questi antichi contesti. Sotto la guida di Castellucci la Biennale 2010 si fa immaginifica Wunderkammer. Amplificata da fiabeschi percorsi paralleli nel Castello Ruspoli di Fosdinovo dove giovani videoartisti come Emanuele Becheri e Riccardo Benassi reinventano gli spazi con filmati e installazioni. Nel frattempo, insieme al grande artista cileno Alfredo Jaar, questi stessi giovani sperimentatori accendono di nuove luci e significati anche la Cattedrale e il Battistero di Carrara.

da left-avvenimenti del 25 giugno 2010

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Un archivio di memorie vive. Firmato Boltanski

Posted by Simona Maggiorelli su giugno 24, 2010

All’Hangar Bicocca Boltanski ricrea Personnes, la montagna di “stracci” del Grand Palais

di Simona Maggiorelli

Boltanski, Personnes

La nascita e la morte, le due cesure forti della nostra vita. Il trascorrere inesorabile dei giorni e il nostro sentire, pensare, amare e continuo cambiare. Ma anche gli intrecci fra storia personale e collettiva. E le storie individuali che non trovano posto in quella ufficiale.
E ancora: la memoria viva che si crea nello iato fra fotografie ingiallite e il nostro vissuto più intimo. è una riflessione profonda sul tempo umano quella che il cosmopolita Christian Boltanski ha sviluppato nell’arco di cinquant’anni, fin da quando era ragazzino e artista autodidatta nella Parigi del dopoguerra. Una riflessione realizzata perlopiù attraverso grandi cicli di opere che usano materiali poveri e installazioni multimediali. L’ultimo ciclo si chiama Monumenta e ha avuto una suggestiva tappa invernale al Grand palais di Parigi prima di approdare, dal prossimo 23 giugno, nell’Hangar Bicocca di Milano appena restaurato. Sotto la copertura di vetro del Grand Palais, come dentro la scabra e austera archeologia industriale dello spazio d’arte milanese diretto da Chiara Bertola, l’artista francese ha creato un paesaggio umano fatto di abiti smessi e abbandonati.

Un’enorme montagna colorata che cambia continuamente sagoma per mano di una gigantesca gru di ferro. Ogni vestito, ogni pezzo di stoffa, ogni bottone si fa traccia di un vissuto. Quasi una pagina strappata dal diario di una persona a noi sconosciuta ma qui potentemente evocata. Frammenti di un discorso personale che, come le maniche di queste giacche e maglioni, si intreccia a quello di altri, tessendo la trama cangiante e complessa della storia. Giocando sul doppio senso di Personnes in francese, Boltanski ha ricreato per Milano una delle sue elegie più potenti. Adattandosi  agli spazi fisici dell’Hangar, senza temere che nuovi contesti possano snaturare la sua opera. Perché è il processo creativo, è l’idea, ciò che conta per Boltanski (in questo sodale di Yves Klein) non i dettagli della sua concretizzazione finale. Tanto che, si narra, quando la Tate gallery di Londra una volta gli chiese di accorciare e modificare una sua installazione, lui non ebbe obiezioni di sorta. E se a Milano, come è accaduto a Parigi, dei bambini si metteranno a giocare con quella montagna di abiti, lui ne sarà contento, lo scopo sarebbe pienamente raggiunto.

Perché, come ha raccontato lo stesso Boltanski, Personnes non vuole essere uno statico archivio storico, né tanto meno una riflessione sulla morte come una vanitas di arte sacra, ma al contrario «un archivio vivo» di racconti del passato, da “riusare”. Ma intorno a questa idea Boltanski, da cinque anni, sta realizzando anche un altro utopico e provocatorio progetto: Gli archivi del cuore che presenterà in anteprima all’Hangar. Si tratta di un’immensa collezione di registrazioni dei battiti del cuore del pubblico raccolte in ogni parte del mondo, con cui l’artista crea stranianti partiture sonore per le sue installazioni.
Anche a Milano Boltanski inviterà i visitatori della mostra a registrare le pulsazioni del proprio cuore in una cabina. Chi vorrà potrà portarsene a casa una copia, registrata su un cd.
Dal luglio 2010, poi, gli archivi del cuore saranno conservati nell’isola giapponese di Teshima, nel mare interno di Seto, per la bizzarra volontà di un mecenate locale.

da left-Avvenimenti 11 giugno 2010

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Nuove luci sulla storia

Posted by Simona Maggiorelli su giugno 23, 2010

Dynys accende l’Archivio di Stato  di video e installazioni. In un dialogo fra  passato e presente

di Simona Maggiorelli

Chiara Dynys Doppio sogno

Percorsi di luce e schermi di videoarte si accendono, inaspettatamente, nei corridoi e sulle scalinate dell’Archivio centrale di Stato a Roma, aprendo l’orizzonte a squarci di realtà quotidiana, di vita metropolitana, come finestre su culture diverse e lontane. Generando improvvise epifanie di senso o comunque una salutare sensazione
di straniamento e di presa
di distanza dal computo razionale dei faldoni che qui sono conservati a migliaia. Affacciandosi nella sala centrale, poi, una grande scala con le ruote, mobile fra i piani di libri, catalizza la nostra attenzione. Sotto, non senza ironia, campeggia la frase eraclitea “Tutto scorre”, scritta in lettere di vetro policromo; quasi a voler demistificare la riverenza che ispira la sterminata raccolta di documenti sulla storia d’Italia qui conservati. La monumentale scala a chiocciola che porta nei depositi, invece, se vista dall’alto, dipana il motto: “Il futuro dell’umanità è una libreria a mo’ di corrimano, come fosse un filo di Arianna per l’uscita dal labirinto. Il classico scripta manent, così rimodulato dall’artista Chiara Dynys, suona come un monito per la nostra memoria corta. Lavorando su continui rovesciamenti di prospettiva, ora zoomando sull’oggi, ora riportando in primo piano il valore del passato, con la mostra Labirinti di memoria, più luce su tutto (fino al 25 settembre) l’artista mantovana compie il piccolo grande miracolo di aprire l’Archivio di Stato alla quotidianità, portando il pubblico degli appassionati di arte contemporanea nelle stanze di questa importante istituzione che ai più – eccezion fatta per i ricercatori e gli addetti ai lavori – può sembrare un universo vagamente kafkiano, fuori dal tempo, abitato silenziosamente solo da tonnellate di scritti. E proprio la presenza pervasiva di quantità enormi di carta e di testimonianze scritte dà a Chiara Dynys lo spunto per una sorta di viaggio alchemico «per esplorare quella sottile linea che idealmente separa passato e presente offrendo – sottolinea il curatore della mostra Fortunato D’Amico – un’opportunità di incontri inediti tra storia e mondo contemporaneo». Così le parole “memoria” e “oblio”, forgiate in acciaio, sono installate sullo scalone d’ingresso dell’Archivio mentre una scultura abitabile, una doppia spirale luminosa, invita il visitatore a un percorso diverso, sognante e meditativo, all’interno di questo ambiente istituzionale. E ancora: tre videoinstallazioni, radunate sotto il titolo Sfoglia la carne in petali, in forma di libri digitali interattivi, rilanciano passi di diario e lettere di persone la cui vicenda personale si è legata a quella collettiva in momenti decisivi di storia culturale, sociale e politica del nostro Paese. In filigrana con questo percorso espositivo, Dynys propone anche una riflessione sul rapporto tra libertà creativa e committenza istituzionale. Un rapporto da sempre non facile per un artista e che è stato radicalmente contestato dalle avanguardie. Ma, nota Dynys nella monografia Labirinti di memoria (Skira), non serve essere antistituzionali per principio preso, «l’arte è il momento forte di quella che una volta si chiamava in modo convenzionale “rivoluzione”. è il momento di rottura concretizzato tramite un’operazione consapevole e, non con una bomba gettata a caso per creare sensazionalismo. L’arte rompe gli schemi per riedificare altri sistemi che guardano al futuro».

Da left-avvenimenti del 18 giugno 2010

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Cercasi critica militante

Posted by Simona Maggiorelli su giugno 22, 2010

Anticipazioni spettacolarizzate, interviste sdraiate, stellette. L’informazione letteraria è sparita dalle maggiori testate. La denuncia del critico Gian Carlo Ferretti e di un team di studiosi

di Simona Maggiorelli

Tullio Pericoli, illustrazione

Forse, come ora si suggerisce da più parti, non sono da rimpiangere gli anni in cui una critica letteraria neoavanguardista e ideologizzata sentenziava giudizi. Mentre la critica accademica, strutturalista o narratologica che fosse, rovesciava colate di piombo sulle terze pagine dei quotidiani, orgogliosa della propria separatezza e incurante della propria autoreferenzialità. Né tanto meno – ovviamente – andando più indietro nel tempo, sono da rimpiangere gli elzeviri cari al fascismo, di cui certe articolesse accademiche hanno finito poi, involontariamente, per essere figlie. Ma certo in questa Italia di pagine culturali appiattite, seriali, genuflesse davanti agli input del mercato editoriale e ai fabbricanti di best seller (tanto che capitano giorni in cui le maggiori testate nazionali paiono fatte in fotocopia) si sente viva e pungente, quanto mai, l’urgenza di penne dotate di spirito critico, capaci di smascherare il vuoto e la violenza di una certa cultura dominante, berlusconiana e vaticana. Anche se oggi, dopo molti anni dalla discesa in campo del Cavaliere con i suoi Drive in e i suoi Fede (che oggi imperversano anche in Rai), espressioni come “acquisire strumenti critici” o “sviluppare una propria autonomia di pensiero” si sentono sempre più di rado. Perfino nella scuola dove i ragazzi vengono allenati a essere “efficaci” ed “efficienti” secondo la fraseologia oggi più in uso nei giudizi degli insegnanti. Qualche giorno fa lo ricordava opportunamente Massimo Raffaelli alla tavola rotonda che si è tenuta alla Biblioteca nazionale di Roma per presentare la Storia dell’informazione letteraria in Italia (Feltrinelli) di un brillante decano della critica come Gian Carlo Ferretti e del giovane ricercatore Stefano Guerriero. Un libro importante, frutto di un proficuo confronto intergenerazionale e che viene a colmare una lacuna. Non che mancassero saggi e pamphlet su questo argomento. Basta pensare ad acuminati libri di Berardinelli come L’esteta e il politico (Einaudi) e Tra il libro e la vita (Bollati Boringhieri), oppure a La ragione in contumacia (Donzelli) di Massimo Onofri o al Dizionario della critica militante (Bompiani) di La Porta e Leonelli, ma anche a Il giornalismo culturale (Carocci) di Zanchini, solo per citarne alcuni. Nessuno di questi titoli però ha la completezza e l’esaustività di questa Storia dell’informazione letteraria. Che, nel ricostruire il lungo percorso che va dalla nascita della terza pagina nel 1905 sul Corsera ai giorni d’oggi, documenta acutamente tutte le trasformazioni e, non di rado, le degradazioni che ha subito il mondo culturale italiano. In primis sotto la dittatura del fascismo e adesso, seppur diversamente, nel mercato unico dei monopoli editoriali. Una congiuntura che specie negli ultimi anni, scrivono i due autori, ha visto non solo la progressiva scomparsa dai giornali del ruolo della critica militante ma anche di quella più semplicemente di servizio al lettore. Entrambe sostituite da anticipazioni spettacolarizzate, interviste sdraiate, presentazioni para pubblicitarie e stellette. Nel frattempo, va detto, avanza la critica “fai da te”, nei blog, nei social network, in siti come Anobii dove i lettori intervengono direttamente per esprimere un proprio giudizio. Segnali che qualcosa sta cambiando in questa Italia che, rispetto al resto d’Europa, legge poco o niente? Se da un lato questi fenomeni testimoniano una crescita dei lettori, come rileva Guerriero, dall’altro, nota Filippo La Porta, «sono l’esempio di una critica esclamativa», che più che sviluppare una riflessione, «agisce un riflesso». Quello che serve oggi è, soprattutto, «far parlare chi ha veramente competenza ed esperienza», dice Marino Sinibaldi di Fahrenheit. Di fronte a una produzione editoriale smisurata e massificata serve «un’ecologia del selezionare, tornare a saper cernere ciò che è importante», spiega il conduttore di Radio Tre.

Il compito del critico, ribadisce da parte sua Paolo Mauri, «è sviluppare una riflessione calma e approfondita su libri “necessari”, che ti toccano dentro, che ti cambiano e che, alla fine, sono quelli che resteranno nella storia della letteratura». Non certamente, viene da pensare, i “cannibali” in voga negli anni Novanta. «Sono stati una pura invenzione del mercato editoriale – ricorda Mauri -, non sono mai esistiti come movimento e fra loro non si sono nemmeno mai visti in faccia». Ma neanche resteranno, ci permettiamo di aggiungere, i Baricco, le Tamaro, i Faletti e molti altri romanzieri che figurano nel top ten delle vendite italiane. Scrittori blockbuster che nel loro libro Ferretti e Guerriero, giustamente, trattano come fenomeno di costume, più che come fatti letterari. Diverso, invece il caso Roberto Saviano e del suo Gomorra. «Si tratta di uno scrittore-personaggio per necessità, come Rushdie», annota Ferretti. E dal vivo, commentando le feroci critiche a Saviano di un intellettuale certamente non di destra come Alessandro Dal Lago nel suo Eroi di carta (il Manifestolibri) Guerriero aggiunge: «Non si può trascurare che Saviano difende il ruolo della parola anche in senso civile. è uno di quegli intellettuali che oggi supera il ruolo da “brigante di passo” che hanno esercitato in senso elitario tanti letterati nel Belpaese». «Credo che Saviano sia un intellettuale che svolge un lavoro molto importante – aggiunge Mauri -. Un lavoro di denuncia che oggi risulta scomodo, di disturbo alla politica». Anche a certa critica di sinistra? «Ma la sinistra in Italia non c’è più!», stigmatizza il direttore delle pagine culturali di Repubblica. «Bisogna avere il coraggio di dirlo, quella che rimane è una sinistra litigiosa o erede dei democristiani». E in tutto questo  il giudizio di Dal Lago su Saviano? «Inaccettabile, tanto più in questo momento, proprio quando Berlusconi lo ha pesantemente attaccato».

da left-avvenimenti

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Vivere e morire al tempo dei narcos

Posted by Simona Maggiorelli su giugno 21, 2010

Si assegna questa sera a Firenze il Premio Vallombrosa Von Rezzori. Hector Abad è finalista con il libro che narra la storia di suo padre, un medico  e attivista dei diritti umani assassinato a Medellin dagli squadroni della morte

di Simona Maggiorelli

Hector Abad

Nei mesi scorsi il giornalista e scrittore Hèctor Abad ha sostenuto la campagna del Verde Antanas Mockus alle presidenziali della Colombia, perché dice «Mockus non è solo eminente professore, ma anche un cittadino stanco della politica corrotta, della violenza mafiosa, guerrigliera o paramilitare». E non si tratta solo di un intellettuale un po’ sognatore. «Come sindaco di Bogotà – prosegue Abad – Mockus ha dimostrato che le cose possono cambiare. Infatti durante il suo mandato di sindaco la violenza nella capitale della Colombia si è ridotta dei due terzi». Figlio di Héctor Abad Gómez, medico e attivista per i diritti umani assassinato nel 1987 dai paramilitari, Héctor Abad qualche anno fa ha deciso di raccontare la straordinaria vicenda umana e civile di suo padre, attingendo alle memorie di quando lo scrittore, oggi poco più che cinquantenne, era un bambino e un ragazzo. «Scrivere sul proprio padre non è cosa facile – racconta -. Ancor meno se non c’è più. E meno che mai su un padre famoso trucidato da uno squadrone della morte in una strada di Medellín a pochi giorni dalle elezioni locali in cui avrebbe dovuto correre come sindaco». Di fatto, da questa esperienza di scrittura difficile e dolorosa, ne è uscito un libro appassionato, a tratti persino comico (specie quando stigmatizza le vicende di sagrestia e della zia suora), nell’insieme straordinariamente vitale. Si tratta de L’oblio che saremo tradotto e pubblicato l’anno scorso da Einaudi, ora finalista del Premio Vallombrosa Von Rezzori che verrà assegnato stasera a Firenze. Un premio dalla lunga storia che quest’anno, accanto ad Abad, presenta autori in gara da angoli diversi e lontani del mondo: dal vietnamita Nam Le con il romanzo I fuggitivi (Guanda) al francese Echenoz con Correre (Adelphi), da Percival Everett, Ferito (Nutrimenti) a Rose Tremain, In cerca di una vita (Tropea). Questa mattina alle 11, intanto, Abad sarà alla Feltrinelli di Firenze per parlare del suo libro. Un romanzo del quale Fernando Savater ha scritto sul Pais: «Bellissimo e commovente, e al tempo stesso la testimonianza di un reale impegno civile per la democrazia e la tolleranza». E, al di là di ogni facile retorica, El olvido que seremos (questo il titolo originale del romanzo ispirato a un verso di Borges) è davvero straordinario nel mettere insieme la precisione storica di un memoir con il ritmo narrativo, l’icasticità e l’inventiva del romanzo. Raccontando la propria infanzia, gli affetti, le prime esperienze, la curiosità e le scoperte di un bambino e poi la sua formazione di adolescente e giovane uomo, Hector Abad ripercorre un ventennio di storia della Colombia, gli anni Settanta e Ottanta, dove persone come Héctor Abad Gómez che si battevano per un Paese democratico e moderno in difesa dei diritti umani, dell’istruzione, del diritto alla salute dovevano sostenere uno scontro ferocissimo con politici reazionari e sodali dei narcotrafficanti. «Mio padre, come tanti liberali lottava per il bene del Paese – ricorda lo scrittore -. Nonostante questo, o forse proprio per questo, è stato ucciso. Ufficialmente da una banda di paramilitari. Ma i mandanti sono da cercare fra quei politici che aveva denunciato».

dal quotidiano Terra 18 giugno 2010

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Tra la coppa del mondo e Mandela

Posted by Simona Maggiorelli su giugno 18, 2010

Dopo la sbornia dei Mondiali la letteratura aiuta a capire di più della Repubblica Sudafricana, il paese arcobaleno dove, finito l’apartheid, non cessano forti tensioni politiche e sociali. Lo racconta Ndumiso Ngcobo

African art

“L’apartheid è morto! Viva l’apartheid! Se il nostro grande scrittore Can Themba potesse risorgere… non troverebbe il Paese troppo cambiato. Avremo pure passato una quindicina di anni senza apartheid, ma dalle nostre parti ci sono cose dure a morire». Parole forti, dirette, che nonostante la sua sincera ammirazione per la battaglia civile di Nelson Mandela, lo scrittore sudafricano Ndumiso Ngcobo annota in Alcuni dei miei migliori amici sono bianchi, appena uscito in Italia per i tipi di Voland.

Parole coraggiose che indicano la cruda realtà del “Paese arcobaleno” al di là dello schermo scintillante dei mondiali di calcio 2010. Spente le luci sull’evento mediatico che ha tenuto i tifosi di tutto il mondo appiccicati alla Tv, Ngcobo – anche con ironia e autoironia – ci aiuta a riabituare gli occhi alle cose nella loro luce naturale. Percorso da forti tensioni sociali e politiche, il Sudafrica è oggi in grande fermento dal punto di vista culturale ma anche un Paese ferito dal passato coloniale e, come ci ricorda Ngcobo, da un feroce razzismo che, ora che non ci sono più visibili fili spinati di apartheid a dividere l’upper class bianca dai neri delle townships, rimane tuttavia come pregiudizio mentale. E proprio questo complesso, e per molti versi contraddittorio, contesto, negli ultimi vent’anni è il tessuto su cui è cresciuta una letteratura alta, che parla con voce originale, nuova. Una multiforme galassia narrativa che case editrici italiane come Epoché, come edizioni e/o, come la stessa Voland ora ci permettono di conoscere più da vicino, portando in primo piano le nuove generazioni accanto alla presenza forte di autori come i Nobel Nadine Gordimer e John Coetzee (che da noi pubblicano per le majors, da Feltrinelli a Einaudi). Nuovi titoli che ampliano il nostro sguardo sul Sudafrica, così, fanno utilmente capolino sugli scaffali delle librerie. E mentre le edizioni e/o con il noir ad alta tensione Safari di sangue di Egon Meier denuncia gli scandali ambientali che colpiscono il continente africano, la coraggiosa Epoché propone il secondo romanzo del trentenne Kgebetli Moele, il crudo Tocca a te, che affronta il dramma dell’Aids, una malattia che in Sudafrica continua a diffondersi e a uccidere, non solo fra le classi più povere.

Tutta l’energia e il clima effervescente di una società giovane che viene dalle township, invece, è al centro del delizioso romanzo illustrato di Troy Blacklaws Bafana Bafana, «storia di calcio, di magia e di Mandela» (Donzelli), incentrato sull’avventura romantica di un ragazzino, nel villaggio chiamato Pelé perché ha il calcio nel sangue. La nazionale Bafana, bafana (che in lingua zulu significa i nostri ragazzi) – come si è potuto vedere in mondovisione – occupa un posto di primo piano nel pantheon dei miti sudafricani di oggi, non solo nei quartieri più poveri. Ma il “grido” Bafana Bafana risuona anche, in chiave sarcastica, nello spettacolo Bafana Republic del regista Mike Van Graan, storico partigiano della lotta anti apartheid o oggi pungolo critico, da sinistra, del governo sudafricano guidato dall’African national congress quando imbocca scorciatoie populiste. E il nome Bafana Bafana risuona immancabilmente anche nelle pagine romanzo autobiografico di Ngcobo da cui qui eravamo partiti e che affresca a colori forti la realtà dei trentenni di oggi, figli della classe media di Johannesburg. Da Van Graan a Ngcobo, Bafana Bafana, insomma, si fa metafora letteraria di quel collante nazionale che ancora manca in Sudafrica. è l’immagine di un sogno di riscatto soprattutto dei neri sudafricani che, per ironia della sorte, durante questi mondiali hanno rischiato di vedersi scippare la coppa proprio dalla nazionale di quel Paese, l’Olanda, dalla quale nel 1952 arrivarono i primi boeri.

Rinascimento nero. Alcuni dei miei migliori amici sono bianchi (Voland) di Ndumiso Ngcobo è un romanzo dalla lingua scanzonata, pieno di spiazzante bonomia nel sovvertire i modi politically correct di trattare il razzismo. Classe 1972, Ngcobo è una delle personalità di spicco della scena sudafricana post apartheid, come scrittore di romanzi ma anche come critico sulla rivista Mail and Guardian e come blogger corrosivo. Sono «un guerriero zulu in giacca e cravatta, catapultato nella cosmopolita Johannesburg» dice di se stesso. «Con questo- aggiunge ironico – non voglio dire che me ne vado in giro intonando canti di guerra della tradizione zulu o che vado sgranando il rosario dei cristiani, ma solo che come molti altri sudafricani sono cresciuto in più di una cultura. E credo che questo si renda tangibile in ciò che scrivo, senza che io a volte mi renda conto». Dopo aver insegnato matematica in una scuola superiore, Ngcobo ha lavorato in una multinazionale del settore agroalimentare svolgendo le mansioni più disparate. «Una peggio dell’altra», accenna sorridendo. «Ma mi sono fatto una grande cultura sui modi aziendali dei bianchi». Nel frattempo ha sempre continuato a scrivere, «è il mio modo di vivere – confessa – come una formica che continua a far rotolare le sue briciole». A catalizzare la sua attenzione di scrittore è soprattutto ciò che accade nella testa delle persone, ciò che accade nei rapporti. «Relazioni non sempre facili- sottolinea – in questa nostra società dove tradizioni come quella cristiana e quella zulu hanno ancora troppa parte. creando continui cortocircuiti di comunicazione». Di cui Ngcobo nei suoi romanzi usa anche tutto il lato spiazzante, surreale, involontariamente comico. Così fra «nere snob, bianchi flippati, tassisti maleducati e via dicendo», Ngcobo fa finta di tracciare quello che ci si aspetta da uno scrittore come lui, ovvero «un acuto sguardo interetnico sul Sudafrica di oggi». Ma lui non si accontenta e va più a fondo. E accanto alle colorate, dinamiche, vitali township, il suo sguardo si ferma sui quartieri residenziali fuori città, «freddi e inospitali». «Oggi gli abitanti bianchi del mio stesso comprensorio – scrive – mi guardano dall’alto in basso con diffidenza. Atteggiamento da me ricambiato con un odio al calor bianco. Non fraintendetemi, se ci capita di avvicinarci a meno di 5 metri ci scambiamo pallidi sorrisi. Mica siamo selvaggi arretrati e incivili. Ma basta uscire da quel raggio e il pallido sorriso scompare». Parola di Ngcobo, in barba a quanti, per questo, lo additeranno come traditore del Rinascimento nero.

Strumenti.AFrica di carta

Nei nuovi scenari geostrategici del XXI secolo, l’Africa occupa un posto importante. Non solo dal punto di vista demografico. Grandi risorse non sfruttate e strutture e infrastrutture inadeguate, povertà e conflitti etnici, religiosi, culturali, tensioni economico sociali, instabilità politiche e violenze di regimi dittatoriali e inevitabili migrazioni di massa. Per capirne di più, urgono strumenti di conoscenza. Specialista di storia africana e docente all’università di Gießen, Winfried Speitkamp offre essenziali chiavi di lettura in Breve storia dell’Africa (Einaudi), ripercorrendo la storia del continente dalla preistoria a oggi, ricostruendo forme sociali, formazioni politiche e regni, culture e credenze, scambi e aggregazioni che hanno caratterizzato la vita delle popolazioni africane fino al dramma dello schiavismo e gli sconvolgimenti politici, economici, territoriali e antropologici prodotti dalle potenze coloniali, la decolonizzazione. Poi le guerre per l’indipendenza, la nascita dei nuovi Stati. Ne risulta un quadro d’insieme che tiene unite sia la prospettiva diacronica, interrogando gli stessi problemi in epoche e contesti estremamente diversi, sia la prospettiva sincronica, delineando un’introduzione chiara e approfondita a uno dei contesti salienti della nostra storia attuale. Ma un racconto appassionato sull’Africa si trova, in chiave di esperienza personale, anche nelle belle pagine di Made in Africa (Elèuthera), in cui l’architetto di Emergency Raul Pantaleo, con un viatico di Erri De Luca, ripercorre la storia di missioni in Sudan, Centro Africa, Sierra Leone, Darfur e in tutti quei Paesi dove l’associazione fondata dal medico Gino Strada continua a salvare vite umane.

da left-avvenimenti del 18 luglio 2010

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