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le pescatrici di perle di Domon Ken. Sguardi sul Giappone

Posted by Simona Maggiorelli su settembre 17, 2016

"L’attrice Yamaguchi Yoshiko", 1952 (Ken Domon)

Domon KenL’attrice Yamaguchi,1952

La teca di vetro progettata da Meyer, che protegge l’altare augusteo della pace, custodisce ora anche un altro tesoro: uno spicchio di Giappone antico e moderno. In poetico bianco e nero. Fino al 18 settembre qui sono esposte le straordinarie fotografie di Domon Ken, che nel secolo scorso ha raccontato per immagini il volto discreto e gentile del suo Paese, “narrando” la vita dei villaggi, delle pescatrici di perle, ma anche gli anni durissimi della guerra, il volto algido e militare del Giappone e poi e la rapida modernizzazione delle grandi città.

Domon Ken

Domon Ken

Come in un film scorrono sulle pareti, rosse o scure, sequenze di stampe che testimoniano tutte le trasformazioni della nazione dal 1935 al 1979.

Per questo maestro dalla sguardo morbido ed elegante furono più di cinquant’anni di intenso lavoro. All’insegna di un realismo che non si ferma alla documentazione.

Il suo sguardo si posa con pudore e con un profondo dolore su Hiroshima. Domon Ken non si nasconde dietro l’obiettivo. Le sue opere seducenti, evocative, rivelano la sua intima partecipazione a ciò che ritrae. Specialmente quando i soggetti sono dei bambini. Che nelle sue foto appaiono straordinariamente vivi e vitali. Anche in mezzo alle macerie del dopo guerra, quando escono in strada al tramonto inventandosi sempre nuovi giochi.

Domon Ken pescatrici di perle

Domon Ken pescatrici di perle

Nel catalogo Skira che accompagna la mostra, Kamekura Yusaku ricorda il rapporto immediato, d’intesa e di simpatia, che Domon Ken stabiliva con loro. Erano anni di povertà e di fame, di vita nelle baracche e di vestiti laceri, ma bastava poco perché nei più piccoli si accendesse la scintilla dell’immaginazione. E Domon Ken sa cogliere questi momenti “magici”, raccontando i bimbi per strada la sua ricerca tocca i momenti più liberi, alti e spontanei.

Ma affascinanti sono anche i suoi lavori più ufficiali: ritratti di vigili issati su fragili strapuntini in mezzo alle prime strade trafficate del dopo guerra e abbaglianti parate militari, in cui Domon Ken insinua una vena sottilmente ironica, una critica felpata al militarismo evitando le provocazioni, ma al contempo lasciando intendere il suo pensiero.

Domon Ken Bagno nel fiume ad Hiroshima

Bellissimi poi i ritratti di fanciulle in fiore e di giovani donne, sensibili, eleganti, sui tacchi alti e con i vestiti della festa, sognando amori nei giorni della ripresa e di pace. Alcune immagini anni Cinquanta hanno l’appeal tutto francese del cinema alla Alain Resnais. Altre evocano la tradizione antica in abiti di seta richiamando i rituali di una geisha, ma perlopiù sono rare le tracce del passato. Quelle più seducenti vengono dalle maschere del Teatro No e dai templi buddisti in una imprevista esplosione di rosso, di nero e di oro.

L’antica scultura buddista in Giappone

Purtroppo è durata poco più di un mese, dal 29 lungio al 5 settembre la bella mostra che le Scuderie del Quirinale hanno dedicato alla tradizione della scultura buddista in Giappone e qui vorremmo ricordarla per la splendida occasione di conoscenza e approfondimento che ci ha offerto. Facendoci scoprire, nel centro storico di Roma, uno spicchio di Giappone antico e poco conosciuto. L’esposizione curata da Takeo Oku invita a fare un viaggio nell’arte buddista che è fiorita soprattutto nel periodo Asuka tra il VII e l’VIII secolo e poi fino al periodo Kamakura (1185-1333). Un’arte che si è espressa in una elegante e potente statuaria in legno e altri materiali pregiati. La mostra Capolavori della scultura buddhista giapponese (nata nell’ambito di un ciclo di iniziative per far conoscere la cultura e le antiche tradizioni del Giappone) presenta 21 sculture di epoche diverse, provenienti da raffinati e silenziosi templi immersi nel verde, disseminati in varie zone del Paese come mostrano le fotografie che, insieme a approfonditi apparati informativi, accompagnano e contestualizzano le opere esposte. Percorrendo i due piani della mostra s’incontrano rappresentazioni di budda dorati e imponenti, sul volto un’espressione gentile, un sorriso appena accennato che sembra voler alludere a una dimensione interiore di calma e di apertura verso l’altro, ma si incontrano anche samurai dai volti corruschi e guerreschi. Se i primi rimandano alla tradizione indiana che si riferisce al budda storico, il principe Shakyamuni, le seconde sembrano piuttosto inserirsi nella tradizione guerriera giapponese o riferirsi alla mitologia asiatica – coreana in particolare – ricca di maschere grottesche, insieme orrorifiche e fiabesche. A colpire è la varietà di stili e di modi di rappresentazione all’interno di un canone prestabilito, fortemente codificato, che prosegue per parecchi secoli. A trasmettere di generazione in generazione stili e tecniche erano i busshi: spesso si trattava di monaci, in ogni caso erano scultori che lavorano a un risultato collettivo senza apporre la propria firma. Dalle loro mani uscivano non solo rappresentazioni di budda (maestri illuminati) e di sognanti bodhisattva (persone che aiutano gli altri). Ma anche di sovrani celesti corazzati. Quelli in mostra appartengono al periodo Heian (X secolo). E incuriosisce in particolare uno dei sei Kannon di Kyoto, dotato di sei braccia (dal potere taumaturgico). In questo caso appare evidente l’ibridazione fra culture diverse. Il precedente sostrato indù fu assorbito dalla filosofia buddista in Giappone anche utilizzandone l’iconografia. Ma fortissima è anche l’influenza dell’arte buddista cinese che conobbe il momento di massimo splendore sotto la raffinata dinastia Tang. Per approfondire consigliamo la nuova monografia Einaudi L’arte cinese di Sabina Rastetelli.

Simona Maggiorelli

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#AmelieNathomb: “vivere senza religione”

Posted by Simona Maggiorelli su agosto 14, 2016

Nathombdi Simona Maggiorelli

Umorismo intelligente e una vena visionaria. Leggerezza, divertissement e gusto un po’ retrò per il romanzo nero sono gli ingredienti con cui Amélie Nothomb seduce il pubblico, avendo superato la boa di 18 milioni di copie vendute nel mondo. In Italia per presentare il suo nuovo libro edito come sempre da Voland, la scrittrice «framponese»,  racconta che  il personaggio femminile che dà il titolo al suo romanzo esiste davvero. «Dietro questo nome si cela quello della scrittrice Stéphanie Hochet. Oltre che la passione per la scrittura condividiamo quella per le bollicine dello champagne – dice ridendo -. Per il resto non potremmo essere più diverse. Quando due donne s’incontrano, più che un dialogo, avviene un incontro – scontro di civiltà».

Il sottotitolo recita: «storia di una amicizia» immaginarla fra due donne è, in qualche modo, rompere un tabù letterario?

L’amicizia fra due donne, in letteratura, non esiste, Quando le vedi nei romanzi si litigano, si attaccano in modo feroce. E mi sono sempre chiesta perché.

Dopo aver scritto un gran numero di romanzi questo è il primo che parla della Francia. E, curiosamente, lei ne parla come di un Paese esotico e alquanto bizzarro…

Per me è proprio così. Io sono belga, nata in Giappone. Ho conosciuto molto più tardi la Francia e mi è subito sembrato un Paese molto strano. Io non potrei mai sentirmi a casa in Francia. La amo ma trovo che i francesi siano molto aggressivi, strani, si sentono il centro del mondo. E non si rendono conto che, per me, sono stranieri, in tutto e per tutto.

Che cosa le manca di più del Giappone, dove ha vissuto l’infanzia ed è tornata da giovane donna con l’idea, poi dimostratasi impraticabile, di poterci vivere?

Mi mancas oprattutto l’armonia che c’è negli incontri. In Francia le persone sono sempre in guerra le une con le altre, in Giappone si cerca il dialogo, anche se non si condividono le stesse opinioni, le persone si confrontano in modo aperto, dolce, gentile. Mi manca questa gentilezza profonda nel rapporto fra esseri umani che là ho conosciuto.

Lei una volta ha raccontato che i suoi genitori, molto cattolici, in Giappone scoprirono di essere stati ingannati e misero in soffitta la Bibbia, che lei definisce un “libro spettrale”. Il Giappone insegna a vivere senza religione?

I giapponesi sono tolleranti per natura. Se qualcuno arriva in Giappone e dice di professare una certa fede lo ascoltano, non lo censurano. Ma i giapponesi non seguono una religione. Semmai sono politeisti, multiculturali. Una persona può essere allo stesso tempo buddista e di altro orientamento. Una forma di sincretismo culturale particolarissima. Gli occidentali in genere ne sono scioccati e dicono: “ non puoi essere allo stesso tempo buddista, musulmano o cattolico. Devi scegliere”. La risposta giapponese è del genere: “A noi non piace la religione. A meno che non possiamo conoscerle tutte!” Dovremmo prenderli ad esempio.

Il primo romanzo della letteratura giapponese, Genij il principe splendente, fu scritto da una donna. Poteva accadere in Occidente?

Purtroppo credo di no. Anche perché non solo il primo importante romanzo giapponese fu scritto da una donna, la dama di corte Murasaki Shikibu, ma almeno i primi tre lavori letterari sono opera femminile e sono capolavori assoluti. Certo anche in occidente abbiamo poesie e romanzi scritti da donne, ma non altrettanto riusciti e straordinariamente belli come quelli con cui nasce la letteratura nipponica. E’ una cosa che colpisce. E che non so spiegare. Se non pensando che il coraggio è una caratteristica giapponese e certamente quelle prime letterate furono donne molto coraggiose.

  @simonamaggiorel

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L’ossessione di Pollock per Picasso

Posted by Simona Maggiorelli su agosto 4, 2016

Pollock, murales Malaga

Pollock, murales Malaga

 Per chi in queste vacanze si trovasse dalle parti di Malaga da non perdere il  Museo Picasso che, oltre alla collezione permanente dedicata al pittore malagueño , ospita una mostra di Pollock che mette in scena dialogo che il pittore americano aveva sempre sognato.

 

Dopo il Guggenheim di Venezia e il MoMa di New York, ora è il Museo Picasso di Malaga a rendere omaggio  (fino all’11 settembre 2016) a Jackson Pollock con un’esposizione incentrata su Mural, l’opera monumentale che gli fu commissionata dalla collezionista Peggy Guggenheim nel Peggy_Pollock1943 e che rappresenta uno dei punti più alti dell’action painting.
Nel museo andaluso il potente murale astratto ritmato da  arricciate linee verdi, rosse e nere campeggia nell’ultima sala insieme ad altre opere dell’artista americano come il drammatico Circoncisione e il Ritratto di H.M. (1945) in cui non resta nulla di figurativo.

Questa sala monografica – quasi una mostra nella mostra – accoglie lo spettatore come un vortice di energia, dopo averne attraversate altre con opere di altri protagonisti della scuola di New York che non hanno la stessa forza  e impatto emotivo. Nei fatti più interessante come studioso  che come artista, Motherwell è rappresentato qui da una grande tela astratta intitolata Elegia per la Repubblica spagnola  n. 126 (1965-75) in cui giganteggia una massiccia  catena  nera e gialla, che allude forse a un girotondo, ma che appare privo di movimento.

Al pari di Lee Krasner e Robert Matta, anche Motherwell, in questo confronto diretto  finisce per restituire a Pollock tutta la sua originalità. E ancor più ne fanno risaltare il profilo epigoni delle generazione successive, come  David Reed (1946), che usano il dripping come tecnica razionale realizzando quadri che sembrano fatti al computer.

jackson_pollockChe ci riesca o meno (la sua opera è nel complesso piuttosto diseguale) l’intento di Pollock è di «lavorare per esprimere il mondo interiore». Il punto, scrive l’artista, è «riuscire ad esprimere l’energia, il movimento ed altre forze interiori». Questo è il filo che percorre la sua breve e folgorante carriera, dagli anni Trenta fin quasi al ’56 quando morì in un incidente d’auto, suicidandosi e uccidendo la sua giovane amica.

PicaLa mostra Mural Jackson Pollock, la energià hecha visible di Malaga, che si dipana poco lontano dalla collezione permanente del Museo dedicato a Picasso, ha anche per questo il merito di illuminare  meglio le radici dell’astrattismo di Pollock e il suo “debito” con il pittore malagueño, di cui studiò quasi ossessivamente i quadri del periodo cubista, esercitandosi nello scomporre le figure rappresentate, alla maniera delle Damoiselles d’Avignon, fino a farle diventare segni astratti.

Accanto all’influenza picassiana la mostra riporta in primo piano anche l’interesse di Pollock per la pittura di El Greco (che lavorò a Toledo): con le sue figure ritorte e fiammeggianti è una presenza costantemente evocata anche nei suoi quadri astratti. ( Simona Maggiorelli)

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L’universo culturale di Aldo Manuzio, rivoluzionario editore umanista

Posted by Simona Maggiorelli su luglio 30, 2016

Aldo Manuzio

Aldo Manuzio

Per chi è a Venezia, da non perdere,  la nostra dedicato a uno stampatore colto, laico e cosmopolita come Aldo Manuzio.  Chiude il 31 luglio

Aveva la grande ambizione di ampliare la circolazione della cultura. Pubblicando non solo classici in latino, ma anche la nuova letteratura in volgare. Dunque non fu “solo” uno stampatore Aldo Manuzio (1449-1515), ma un editore colto e umanista, che guardava al futuro. Da questa sua visione laica e moderna derivano tutte le sue importanti innovazioni editoriali – dal carattere corsivo ai libri tascabili – che non furono soltanto soluzioni formali ed estetiche ma corrispondevano a un preciso pensiero: allargare il pubblico dei lettori, mantenendo una veste di qualità e la cura filologica dei testi. Come dimostrano gli incunaboli e le eleganti edizioni aldine esposte nelle sale della Galleria dell’Accademia nella mostra Aldo Manuzio il Rinascimento di Venezia. Una esposizione che ha dietro il lavoro scientifico di tre curatori (G. Beltramini, D. Gasperotto, e G. Maneri Elia), in cui il rigore di studio si combina con una raffinata eleganza nell’allestimento.

La Tempesta di Giorgione

La Tempesta di Giorgione

Attorno ad edizioni stampate e miniate di classici della cultura greca, latina e umanista , sono radunati capolavori dell’arte veneta coeva e nordica: dipinti di Giovanni Bellini, di Giorgione, Lorenzo Lotto e Cima da Conegliano, ma anche opere grafiche di Albrecht Dürer che fu a Venezia dal 1494 al 1495 e poi nel 1510 entrando in contatto con ambienti neoplatonici ma anche con i maestri del colorismo veneto, dai quali mutuò una tavolozza più chiara e luminosa, oltre che forme meno rigide.

Interessante è come i curatori siano riusciti a raccontare chi era Manuzio attraverso la selezione di queste straordinarie opere d’arte: Il ritratto di gentiluomo di Tiziano che si ipotizza raffiguri il poeta arcadico Jacopo Sannazzaro ci racconta della passione del marchio contrassegnato con l’ancora per il linguaggio poetico, mentre la misteriosa Tempesta di Giorgione, ci dice dell’interesse di Manuzio per la tradizione pagana e panteista più raffinata e per la filosofia neoplatonica, di cui il pittore veneto si fece raffinato interprete.

Lorenzo Lotto, ritratto di Laura di Polo

Lorenzo Lotto, ritratto di Laura di Polo

Poco più in là fa bella mostra di sé una delle pubblicazioni di cui lo stampatore veneto andava più orgoglioso: l’Hypnerotomachia Poliphili, il romanzo allegorico di Francesco Colonna che fu pubblicato nel 1499 corredato da 172 xilografie. La narrazione si dipanava come una sorta di viaggio iniziatico alla maniera delle Metamorfosi di Apuleio.

Dietro a pubblicazioni del genere c’era il pubblico delle corti, ma interessante è anche le edizioni aldine diventassero un oggetto del desiderio anche delle dame, come ci racconta qui il Ritratto di Laura di Polo di Lorenzo Lotto. Insieme al Ritratto di uomo con petrarchino di Parmigianino ci dice della rivoluzione rappresentata dalle edizioni tascabili. ( Simona Maggiorelli)

 

 

 

 

 

 

 

 

Conferenza su Aldo Manuzio, i lettori e il mercato internazionale del libro

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Il meglio della collezione #Gugghenheim a Firenze, last weeks

Posted by Simona Maggiorelli su luglio 16, 2016

number 18 1950 by Jackson Pollock;

number 18 1950 by Jackson Pollock;

Una selezione del meglio che il Guggenheim di New York e di Venezia insieme possono offrire è in mostra, fino al 24 luglio, nelle sale di Palazzo Strozzi a Firenze con il titolo La grande arte dei Guggenheim, da Kandinsky a Pollock.

Curata da Luca Massimo Barbero (che, forte di una profonda conoscenza delle collezioni Guggenheim, ha già realizzato operazioni analoghe in passato) l’esposizione fiorentina permette di tuffarsi nelle avanguardie del Novecento, seguendo lo sviluppo dell’informale europeo e dell’action painting americana che prima e dopo la guerra si influenzarono a vicenda.

Rothko

Rothko, untiltled

Se fino agli anni Trenta Parigi era l’epicentro della ricerca, con la guerra molti artisti europei emigrarono negli Stati Uniti, a cominciare da Max Ernst, che sposò Peggy Guggenheim e divenne il tramite per la diffusione del Surrealismo oltreoceano. Influenzando anche Jackson Pollock allora giovanissimo protetto di Peggy e ancora alla ricerca di una propria identità. Come lasciano intuire alcune tele come La donna luna e una ampia selezione di opere grafiche in cui appaiono fantasmagorie mitologiche e figure mostruose, metà umane, metà animali.

Ma nella ampia sezione – quasi una mostra nella mostra – dedicata all’inventore dell’action painting compaiono anche opere celebri come Foresta incantata (1947), Senza titolo (argento verde del 1949 e Number 18 (1950) in cui la matassa di linee realizzata con il dripping, facendo colare direttamente il colore sulla tela, sembra percorsa da un movimento continuo che pare espandersi oltre i bordi della tela. È il momento più intenso e vitale della ricerca di Pollock che subito dopo sembra quasi diventare maniera, freddo esercizio di scrittura automatica.

Fanno eccezione nel 1951 alcune serigrafie in cui il contrasto fra bianco e nero diventa inaspettatamente netto e potente, in un gioco di forme astratte e fantastiche che appare come una danza. Altrettanto e forse ancor più suggestiva la sala dedicata a all’astrattismo lirico di Mark Rothko, una stanza scura, diversamente dalle altre, dove scenograficamente le macchie di colore rosso e viola emergono dal buio, quasi le tele fossero in movimento. Poi la mostra presenta ancora molte  altre sorprese quando incontriamo il confronto  fra la materia arsa e dolente di  Alberto Burri e ritmati e vitali tagli di Lucio  Fontana. E poi le sciabolate di nero con cui il più engagé dei maestri dell’astrazione, Emilio Vedova, rappresenta L’immagine del tempo (sbarramento) e un raffinato e lunare quadro di Adolph Gottlieb, quasi giappones,e dal titolo Foschia (1961). Ma questo non è che uno dei percorsi, il nostro, in questa mostra articolata e ricca come una selva fantastica. ( Simona Maggiorelli, left)

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In viaggio con la lepre. L’opera dello scrittore #ArtoPaasilinna al festival I Boreali

Posted by Simona Maggiorelli su aprile 22, 2016

Arto-Paasilinna

Arto-Paasilinna

Anticonformisti, timidi, sempre di spigolo con le convenzioni e i riti del vivere “civile”, i personaggi di del finlandese Arto Paasilinna hanno un fascino irresistibile. Che si fa strada a poco a poco. Pagina dopo pagina. Fino a farsi compagni di viaggio irrinunciabili, da cui alla fine della lettura ci si separa a malincuore. Accade così con i due protagonisti del nuovo romanzo tradotto in italiano dello scrittore finlandese Il liberatore dei popoli oppressi (Iperborea), il glottologo Viljo Surunen e la dolce maestra di musica Anneli Immonen  che, con disarmante idealismo,  scrivono lettere ai dittatori sparsi nel mondo per farli desistere dai loro intenti distruttivi. Accadeva così per Rauno Rämekorpi, l’ex boscaiolo e self made man protagonista de Le dieci donne del cavaliere, che per il suo sessantesimo compleanno decide di distribuire fiori, caviale e champagne che ha ricevuto dalle varie autorità, alle donne della sua vita.  Solo per fare due esempi, fra i moltissimi che potremmo fare ricordando Lo smemorato di Tapiola, Piccoli suicidi fra amici, L’allegra apocalisse (con il suo Asser Toropainer, vecchio comunista “bruciachiese”) e altri romanzi, già diventati dei classici della letteratura, firmati da questo originale ex tagliaboschi, ex giornalista, romanziere e poeta finlandese che si è guadagnato l’attenzione del pubblico internazionale nel 1975 con un libro cult, L’anno della lepre, che viene raccontato da Giuseppe Cederna al Teatro Franco Parenti,  il 22 Aprile al Festival I Boreali

Protagonista de L’anno della lepre è il giornalista Vatanen che, a quarant’anni è stanco del suo lavoro diventato sempre più razionale e meccanico, è stanco del cinismo che lo circonda  e dalla stolidità borghese della moglie, è stanco senza esserne consapevole. Finché una sera al tramonto, viaggiando in auto con un collega lungo una strada sterrata, investe accidentalmente una lepre. Sarà proprio quell’ animale ferito ad aprirgli un mondo di avventure, girovagando per boschi, piccoli paesi e riviere, in cui l’uomo ritrova la fantasia e la gioia di vivere. Il piccolo animale che fa ritrovare la tenerezza a Vatanen e  il gusto della libertà nella Lapponia a nord (terra dove Paasilinna è nato) si rivelerà anche un imprevedibile sovvertitore di regole sociali e  di gioghi religiosi, scorrazzando per chiese, brucando fiori sugli altari e disseminandoli allegramente di pallette di sterco. Con sottile, giocosa, ironia sarà proprio la lepre a guidare il protagonista del romanzo, insieme al lettore, alla scoperta di una nuova e imprevista visione della realtà, decisamente contagiosa.

l'anno“L’anno della lepre è stato un libro molto amato, quasi un romanzo simbolo, per la mia generazione”, dice  Giulio Scarpati che per Emons ha registrato un audiolibro de L’anno della lepre.”Mi incuriosiva rileggere il romanzo di Paasilinna oggi – racconta  Scarpati – per capire se ha ancora mantenuto il suo fascino”. E come lo ha trovato? “Ancora straordinario e  di grande attualità perché propone un percorso fuori dagli schemi, che mette a nudo i rapporti consunti, che si sono inariditi. Il viaggio  che si compie in questo romanzo è un viaggio  formativo, di scoperta del nuovo, di apertura alle possibilità, ad incontri imprevisti”.

E’ possibile cambiare vita? Sì sembra dirci Paasilinna, la vita può cambiare in un attimo. Certo ci vuole coraggio e un pizzico di follia.  “Ma anche ironia, per vedere il risvolto comico della burocrazia, dei meccanismi sociali che ci ingabbiano”, aggiunge l’attore. “Quella di Paasilinna è un tipo di ironia molto nordica, che si esprime con un certo understatement, non in modo sottolineato ed  immediatamente evidente come succede nella nostra tradizione”, precisa Scarpati.

“Sull’automobile viaggiavano due uomini depressi – recita l’incipit del romanzo – Il sole al tramonto, battendo sul parabrezza polveroso, infastidiva i loro occhi… Lungo la strada sterrata il paesaggio finlandese scorreva sotto il loro sguardo stanco, ma nessuno dei due prestava la minima attenzione alla bellezza della sera. Erano un giornalista e un fotografo in viaggio di lavoro, due persone ciniche, infelici. Prossimi alla quarantina, erano ormai lontani dalle illusioni e dai sogni della gioventù, che non erano mai riusciti a realizzare”. Il registro ironico di Paasilinna è seducente anche per la malinconia e la bonomia dei suoi personaggi? ” Non c’è cinismo, in loro – conclude Scarpati – anche quando Arto Paasilinna tratteggia personaggi negativi lo fa a tutto tondo, raccontando anche i loro lati nascosti, più umani, così come la sua fantasiae  l’elemento utopico non sono astratti, ma rivelano un legame profondissimo con la realtà”. @simonamaggiorel

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Un baule pieno di personaggi. L’impresa di Fabio Stassi

Posted by Simona Maggiorelli su aprile 14, 2016

stassi-1728x800_c persCome se  la bruciante verità di Cassandra, grazie al racconto di Christa Wolf, fosse anche la nostra. Come se il medico monarchico e “vate neoclassico”, a cui José Saramago ha dato il nome di Ricardo Reis, fosse lì con noi a dialogare con il fantasma di Pessoa sognando una Spagna finalmente libera. Come se lo stesso Marco Polo, tornato da un viaggio di secoli, fosse capace di incantarci ancora con i suoi racconti di una Mongolia fantastica attraverso la voce di Palomar di Italo Calvino… Sono trecento i personaggi letterari che Fabio Stassi ha chiamato a raccolta  nel suo  Il libro dei personaggi letterari, un volume di seicento pagine edito da Minimum Fax in cui sono racchiusi tutti gli incontri che popolano il suo immaginario. E quello di molti di noi. Abbiamo rivolto qualche domanda allo scrittore italo-albanese, che lavora alla biblioteca di Studi Orientali della Sapienza e ha  esordito nel 2006 con Fumisteria, (GBM poi Sellerio, 2015) ambientato nella Sicilia degli anni Cinquanta sullo sfondo della strage di Portella della Ginestra.

Dietro questo libro si intuisce un lettore forte, la passione per la lettura è premessa necessaria, anche se non sufficiente, per scrivere un libro che abbia un valore letterario?

Prima di qualsiasi altra cosa, sono stato un lettore. Ricordo tutti i libri della mia infanzia e della mia adolescenza. Ha sicuramente modificato il corso della mia vita, ma anche se non lo avesse fatto mi ha dato un piacere che continuo a provare ogni volta che apro un libro che mi attira e che ho voglia di leggere. Ha a che fare con il desiderio e la libertà, è un esercizio che si impara presto e non si smette più. Un apprendistato, e un’educazione, alla fantasia, che per me è una delle forme della sensibilità: ti insegna a mettersi nei panni di un altro, immaginare cosa si prova.  Se hai poi l’incoscienza di scegliere la scrittura come tuo più congeniale mezzo espressivo, leggere è il solo modo per imparare, e non si finisce mai.

L’incontro con alcuni personaggi letterari  può essere determinante, è capitato a molti di noi nell’adolescenza ma anche da grandi. In che modo lo è stato per lei?

Sì, incontrare certi personaggi è stato decisivo, come incontrare certe persone. Ho cominciato con un Lermontov e un Puskin, ma forse il primo personaggio è stato Ursus, il gigante circense che abita L’uomo che ride di Victor Hugo. Un ponte verso un’altra umanità, storta, fuori misura e nomade. Poi è arrivato Sigfrido, in una riduzione per ragazzi: la sua è una favola sulla vulnerabilità che ancora mi impressiona. Di seguito Sandokan, così somigliante a Garibaldi, un eroe anticolonialista e antimperialista, fondamentale per l’idea del mondo che mi sono fatto da ragazzo e che possiedo ancora. La folla di personaggi con cui mi sono imbattuto poi da grande è in qualche modo imparentata con questi. I sudamericani, gli irregolari, i fragili e gli utopisti. È come se i primi personaggi di cui leggi le avventure determino un imprinting.

Quando ha capito che i personaggi che più l’avevano affascinata potevano diventare personaggi di un suo libro?

In uno dei miei quotidiani viaggi di pendolare in treno. Non sono un critico letterario, né uno studioso, non ho canoni da proporre né altre pretese. Avevo cominciato a scrivere le schede sui personaggi e sui libri del secondo Novecento che ho amato di più in terza persona. Poi una mattina ne ho girata una in prima, con molta incoscienza. Ed è stato come trovare una piccola chiave per restituirli. Non si smette mai di cercare la propria voce. Ho pensato che la mia l’avevo frammentata e nascosta in quelle dei personaggi nei quali mi ero riconosciuto di più. Leggere, in fondo, è sempre un’azione.

PessoaPer dirla con uno studioso di Shakespeare come Jan Kott, la grande letteratura  è sempre nostra contemporanea?

Ho sempre creduto negli universali, nel fatto che la letteratura si occupa da sempre dell’amore, della morte, del destino di separazione che ci è toccato in sorte, del dolore, della guerra… La letteratura è un fenomeno atemporale e sovranazionale. Non conosce confini né cronologici né geografici perché è sempre il personaggio uomo che si racconta.

Fra le decine di personaggi che lei ha scelto per questi folgoranti ritratti ce n’è qualcuno che più di altra l’ha riguarda?

Ce ne sono alcuni a cui sono più affezionato, e con cui mi sembra di nutrire una maggiore confidenza. Ma cambiano con l’età. Da ragazzo sentivo molto affine il Pin di Calvino del Sentiero dei nidi di ragno, o anche il tenente di Flaiano di Tempo di uccidere, alcuni personaggi di Fenoglio, l’abate Vella di Sciascia, lo zingaro Mélquiades di Garcia Marquez; oggi, il protagonista di Un’ombra ben presto sarai di Osvaldo Soriano, che se ne va in giro per l’Argentina, in un improbabile e doloroso viaggio di ritorno, e incontra acrobati obesi che guidano camion e con loro si gioca a carte i suoi ricordi.

Dopo la  pubblicazione di questo libro c’è stato qualche personaggio che ha bussato alla sua porta sucessivamente?

Ce ne sono moltissimi. Continuo a leggere con lo stesso entusiasmo che avevo da bambino. Spesso mi sveglio nel cuore della notte, per il rimpianto di tutti quelli che ho lasciato fuori e le mie gigantesche lacune. Ma non smetto di accumulare schede e appunti, e chissà, tra qualche anno, mi piacerebbe arrivare almeno a 365, fare di questo piccolo dizionario un almanacco laico dei personaggi letterari.

Aspettando il seguito di questa sua opera che direzione sta prendendo la sua scrittura?

A maggio esce con Sellerio un nuovo romanzo che è figlio anche di questo libro. È la storia di un professore di lettere di 45 anni a cui non rinnovano la cattedra. Si chiama Vince Corso. Prima di lasciare l’Italia e andare a cercare lavoro all’estero, Vince tenta un’ultima carta: aprire un laboratorio di biblioterapia in una soffitta di via Merulana. Sorprendentemente, molte donne iniziano ad andare da lui, a raccontargli i loro malesseri, a chiedergli il libro più adatto da leggere. Nel frattempo, scompare una signora nel suo palazzo, ma Vince troverà la soluzione attraverso la letteratura. Perché ogni racconto, ogni romanzo, costituisce e apre sempre un’indagine.      @simonamaggior

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L’ossessione della purezza . A proposito dell’ultimo Franzen

Posted by Simona Maggiorelli su aprile 12, 2016

Jonathan Franzen

Jonathan Franzen

Cinque anni di lavoro, in condizioni di quasi totale isolamento. Così erano nati Le correzioni e Libertà, i romanzi che hanno rivelato il talento di Jonathan Franzen al pubblico internazionale. E in una separazione pressoché totale dal mondo è nato Purity: il suo quinto romanzo (appena pubblicato in Italia da Einaudi, nella bella traduzione di Silvia Pareschi), con cui lo scrittore americano intreccia le vicende in una giovane di nome di Purity che vive in una comunità in stile Occupy a trame nere nell’ex Germania dell’Est, alla vigilia della caduta del muro. In una Germania ancora controllata dalla Stasi dove l’ipocrisia regna sovrana e ogni ideale di uguaglianza si infrange contro i privilegi dell’apparato, incontriamo giovani feriti dal totalitarismo, ma anche e soprattutto da rapporti personali e familiari all’insegna della falsità, della doppiezza, dell’assenza di veri sentimenti. Il giovane Andreas Wolf ha un padre anziano impiegato ai piani alti del regime e una madre colta, bellissima, seduttiva, che parla mescolando slogan ideologici e citazioni di Shakespeare, ma che nasconde un animo gelido, vuoto, calcolatore. Così il giovane “principino” cresce con una rabbia e un odio che non lasciano scampo, fino ad assassinare il patrigno violentatore di una giovanissima amica.

Jonathan Franzen

Jonathan Franzen

Quando una fiumana di gente pacifica – sotto gli occhi sgranati di chi ha passato la vita a sorvegliare e punire – arriverà a riversarsi per le strade chiedendo trasparenza e la fine delle vessazioni, Andreas si fingerà uno di loro per rubare i dossier segreti della Stasi che lo riguardano. E da assassino riuscirà a farsi passare per un pirata informatico che lotta per la divulgazione dei segreti di Stato, usando i riflettori internazionali per rifarsi un’identità.

Intanto, dall’altra parte dell’Oceano: Il mondo apparentemente libero della rete è quello in cui vive anche Purity, dickensianamente detta Pip. Anche lei come Andreas ha una madre che la manda al manicomio, ha un debito universitario insormontabile, è poverissima, ma piena di rabbia che si traduce in un rigorismo astratto che la porta ad essere cieca nei rapporti. Le sue giornate passano in un appartamento infestato di topi e dominato dalla violenza del coinquilino schizofrenico che, nonostante vagonate di psicofarmaci evidentemente poco o nulla efficaci,  crede di vedere invasioni di tedeschi e di nemici in cucina. È un’America emarginata e devastata quella che Jonathan Franzen racconta, tratteggiando curiose e interessanti assonanze con la devastazione e il deserto umano di quella parte della Germania che rimasta chiusa dietro la cortina di ferro.

9788806216603L’apparentemente aperta e democratica America dove le classi meno abbienti vivono in un isolamento pneumatico si specchia in questo nuovo romanzo di Franzen nell’uguaglianza solo formale delle giacchette grigie, di un comunismo di regime, che annulla ogni vera possibilità di rapporto umano e di realizzazione. Romanzo complesso, sfaccettato, questo nuovo lavoro di Franzen in cui in filigrana si può leggere anche un apologo sulle false promesse di libertà e democrazia della rete e, soprattutto, una critica di quell’ideale astratto di purezza che nella storia ha connotato molte e terribili ideologie. Evocando i fantasmi del nazismo e la disumana idea hitleriana della purezza della razza ariana, ma anche un’ideologia puritana ben presente nella storia americana, in cui i pionieri pensavano di avere una missione da compiere sterminando i nativi americani ed appropriandosi delle loro terre.
@simonamaggiorel

Purity diventa film

In America Purity è uscito nel settembre scorso e, secondo Deadline, il romanzo sarà presto tradotto sul grande schermo in una serie in venti episodi che sarà trasmessa anche in streaming da Netflix, Hulu e Amazon. L’adattamento sarà scritto da Todd Field con lo stesso Franzen e sarà prodotto da Scott Rudin, il produttore di Grand Hotel Budapest. Si parla dell’ex James Bond Daniel Craig come protagonista.

L’intervista del Guardian: There is no way to mak

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L’enigma del lago rosso. #FrankWesterman al Book Pride

Posted by Simona Maggiorelli su aprile 3, 2016

Lago Nyos

Lago Nyos

Nel 1986, in una valle remota del Camerun, duemila persone morirono in silenzio durante la notte. Uomini, donne e bambini si erano spenti insieme alle loro mucche, ai loro polli, agli uccelli, ai babbuini e alle formiche. Intorno nessuna traccia di distruzione, nessun danno. Solo molti anni dopo gli scienziati arrivarono all’ipotesi che ad uccidere senza lasciare tracce visibili fosse stata una esalazione di anidride carbonica dal lago Nyos. Nel frattempo però molte leggende sono scaturite da quel tragico evento. Ne L’enigma del lago rosso  pubblicato da Iperborea, lo scrittore olandese Frank Westerman cerca di ricostruire cosa accadde ma, soprattutto, attraverso la voce di testimoni e studiosi si interroga sul processo di mitopoiesi e sui modi della trasmissione orale delle storie. Di questo in particolare parla  a Milano il 3 aprile intervenendo al Book Pride, nell’ex Ansaldo a Milano. Domenica 3 aprile alle ore 14, in particolate  l’autore presenta il suo libro insieme ad Alessandra Iadicicco e alle 16 partecipa a una tavola rotonda con il deputato Khalid Chaouki e la scrittrice somala Kaha Mohamed Aden sul tema dell’immigrazione.

Wasterman che cosa ha scoperto studiando le leggende della valle di Nyos?

All’inizio mi sono trovato davanti a un vero enigma. L’accaduto lasciava spazio alle ipotesi più varie, alle dietrologie e, sulle sponde del lago, ai canti, alle preghiere, ai racconti. Le storie trovano sempre dove fare il nido. Gli esseri umani creano un intero mondo intorno ai fatti, li alimentano di significati, di interpretazioni. Viviamo immersi in quel mondo fantastico che colora e trasforma la realtà.

frankAncora oggi le cause della strage non sono state del tutto chiarite?

A più di 25 anni di distanza la scienza non ha prodotto una spiegazione univoca e incontrastata. E l’esercito del Camerun sta ancora pattugliando un tratto di 18 km come zona vietata. Quando l’ho saputo ho immediatamente progettato di tornare là. Quel mistero mi ha colpito profondamente. Ho pensato che quella vicenda poteva essere un “laboratorio” per capire come nascono le storie che poi finiscono per diventare miti e leggende. Come è cresciuta quella selva di narrazioni? A cosa assomiglia quella proliferazione? E quale influenza esercita su di noi? Quando nel 1992 per la prima volta andai in Camerun ero un giovane reporter radiofonico e mi domandavo cosa fosse successo. Tornandoci poi da scrittore mi sono chiesto che cosa racconta la gente di ciò che è accaduto. Ciò che mi sembra sempre più evidente è che siamo più influenzati dalle costruzioni culturali che dalla natura intesa come ambiente fisico, correnti, uragani, terremoti. I nazisti credevano che la razza ariana fosse superiore alle altre. La schiavitù ha trovato “giustificazione” nella religione che parla di un ordine voluto da Dio. Parliamo di mitologie basate su una feroce ideologia. Più in generale, invece, la fantasia è il nostro habitat naturale. Mi affascina osservare come le storie mutino nel tempo, come si moltiplicano se vengono dette e ridette, come evolvono, si trasformano.

enigma-del-lago-rossoLa religione cattolica sostiene che il Male è in ogni essere umano come peccato originale. C’è bisogno di una nuova antropologia, più laica, per studiare e conoscere la realtà umana?

Io penso che l’antropologia si sia liberata dalla maggior parte dei pregiudizi cristiani, già da decenni. Ha fatto molta strada e altra ne farà. Riguardo all’Africa per esempio è partita considerando in modo positivistico e razzista la misura del cranio come indicatore di intelligenza ed è arrivata nel ‘900 ad essere la scienza sociale per eccellenza che continuamente ci rimanda indietro la nostra immagine di occidentali europei in maniera critica. Anch’io, in qualche modo, cerco di farlo ne L’enigma del lago rosso. Come? Dando ai superstiti del misterioso lago Nyos l’ultima parola. I cantastorie, i griot, non sono una realtà solo africana: tutti gli esseri umani hanno una dimensione di fantasia e ognuno di noi contribuisce alla narrazione collettiva.

Nel suo Ararat (Iperborea 2010) lo scienziato Salle Kroonenberg racconta che solo quando si è ammesso che il diluvio universale è n’allegoria si è sbloccata la ricerca nel campo della geologia. Questa credenza ha anche ritardato lo studio della storia della Mesopotamia e la scoperta dell’epopea di Gilgamesh. Che ne pensa?

Alla fine la leggenda dell’arca di Noè si è rivelata più tenace di storie avventurose come il viaggio sul brigantino Beegle che Darwin intraprese per fare ricerca. In effetti c’è un filo rosso che lega L’enigma del lago rosso e Ararat. Personalmente vorrei che mia figlia studiasse la teoria di Darwin a scuola e allo stesso tempo avesse la possibilità di godere della bellezza delle storie prendendole come tali. Oggi ha 13 anni e di recente le ho mostrato un video di you tube in cui fondamentalisti dell’Isis distruggano dei reperti antichi a Ninive. L’ha impressionata molto e mi ha detto: «Papa, non ti deprimere, è esattamente quello che loro vogliono».

Nel libro El Negro ed io (Iperborea, 2009) racconta di aver visto in un museo spagnolo il corpo imbalsamato di un africano senza nome. «Il modo in cui l’abbiamo guardato e lo guardiamo tradisce il nostro pensiero su razza e identità», lei scrive. Quanto di quello sguardo razzista c’è nelle politiche europee verso i migranti?

Molto direi. Ma fortunatamente la nostra visione dell’ “altro”, dello “straniero” non è sempre la stessa, cambia nel tempo. Ci sono state molte ondate di migrazioni in Olanda, ugonotti portoghesi, ebrei; gli stessi olandesi sono emigrati in massa nel “nuovo mondo” e in Australia, per centinaia di anni fino agli anni Cinquanta e Sessanta. Hanno sperimentato cosa significa essere stranieri L’identità di un popolo è anche definita da come lo vedono gli altri popoli. Ai tempi del conflitto in Jugoslavia ero corrispondente di guerra: serbi, croati e bosniaci avevano rapporti di interdipendenza, contava molto come si percepivano, differenze li definivano reciprocamente. Franz Fanon non a caso diceva: «Diventi un nero solo quando incontri un bianco». Gli incontri sono sempre “a doppio senso”. Si cresce in questa dialettica. In Bosnia ho visto villaggi con una millenaria storia multietnica diventare teatri di pulizia etnica. Solo i Serbi sono rimasti alla fine. E devo dire era una scena davvero pietosa. Come vedere qualcuno in pista che balla da solo il valzer, avendo perso il proprio partner. ( Simona Maggiorelli, Left)

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#PaoloPoli: “Adoro le donne vivaci, acute e scandalose”

Posted by Simona Maggiorelli su marzo 26, 2016

Paolo Poli

Paolo Poli

Per ricordare Paolo Poli, attore colto, grande mattatore che tutte le volte mi faceva sudare sette camice prima di un’intervista. E poi, giocoso e crudele, mi diceva: “se lo scrivi ti stacco il clitoride”!

quotidiano LA NAZIONE, 09/11/2006
Adoro le donne vivaci, acute e scandalose
di Simona Maggiorelli

In prima assoluta per la Toscana, Paolo Poli approda stasera alle 21.15, al Teatro Nazionale di Quarrata, con il nuovissimo “Sei brillanti”, commedia in due tempi- come si usava dire una volta- che lo stesso Poli ha costruito, con piglio divertito e come sempre pungente, tra parole, musica e pittura, andando a ripescare i testi di sei giornaliste che hanno fatto la storia del costume italiano del Novecento. E forse non solo quella. Spesso, facendo scandalo, “sovvertendo le regole dei benpensanti. A partire da quella Maria Volpi Nannipieri, in arte Mura che “negli anni ’20 – ricostruisce Poli – con le sue Perfidie parlava di amori saffici, in un’epoca in cui Mussolini avrebbe avuto parecchio da ridire”.  E poi Paola Masino, giornalista: negli anni che precipitavano verso la crisi economica del ’29 ebbe il coraggio di lanciare, su Omnibus il grido di un inchiesta dal titolo Fame. “Un articolo – dice Poli – che mise più di un maldipancia alla maggioranza rispettabile che se fregava del prossimo”..
Ma poi arrivò Irene Brin, storica firma di Omnibus di Longanesi, a raccontare la società italiana attraverso la moda.
“Già, la poveretta si dovette inventare la “contessa Clara”. Ma era una mente brillantissima.
E Camilla Cederna? Che ricordi ha di lei?
“Insieme si fece anche un pezzo di tv sull’ecologia. Di Camilla ho scelto Il lato debole . Erano gli anni della Dama Bianca e di Coppi.
Giornalista coraggiosa, la Cederna…

“Coraggiosissima. Come tutte le donne. Che possono fare barba e capelli alla gran parte degli uomini. Guardi, perfino la Petacci non era poi così male. Senz’altro meglio di Mussolini. Lei si limitava ad andar per letti.”
Per raccontare l’attualità invece, ha scelto due firme lontane, Natalia Aspesi e Elena Giannini Belotti

. “Due amiche. Con la Aspesi, quando si era più giovani si andava via in macchina,senza meta, non si sapeva dove si sarebbe arrivati. Lei guidava senza occhiali”
E la Belotti?
“Al suo Adagio poco mosso riconosco il coraggio di aver raccontato un mondo di vecchie, quando pochi vogliono sentirne parlare.”
Insomma Poli, scopriamo che le piacciono le donne?
“Quelle come mia sorella Lucia, vivaci, che scodellano come gli uomini e corrono a destra e a manca, detestano i lavori prigionieri.”
Detesta il tipo della casalinga?
“Mi stanno simpatiche le filippine, come tutte quante le domestiche, ma non sopporto il tipo della mamma con lo scialle nero che ha sempre qualche figlio da piangere. E poi finisce per farlo morire per davvero. ”
In Sei brillanti l’omaggio alla donna è anche musicale?
“Mi sono divertito a creare dei quadri musicali, che raccontano l’Italia degli anni Trenta, della nascita della radio, l’Italia dei cori femminili di Tulli, tulli-pan per arrivare agli anni Ottanta di Splendido splendente e Bello impossibile”
Quadri musicali ma anche pittorici. Come immagini di Delavaux, dei surrealisti, di Picasso.
“E’ tutta colpa di un compagno di viaggi come Emanuele Luzzati, che come me, ha una memoria di ferro per i tempi lontani. Io, per esempio, mi ricordo perfettamente di quando venne Hitler a Firenze, e avevo nove anni. Da parte sua Lele si ricorda bene di quella volta che vedendo un omino in calzoncini corti che annaffiava il giardino gli chiese: mi scusi, ma lei è Picasso?”

 

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