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A proposito di laicità. Il mio intervento al Tg3 Linea Notte

Posted by Simona Maggiorelli su agosto 14, 2019

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Studio24, puntata del 13 maggio 2019

Posted by Simona Maggiorelli su Maggio 17, 2019

Liberiamo l’Europa Grazie per l’ospitalità a Roberto Vicaretti conduttore della trasmissione Studio24 su Rainews24 per l’opitalità. Nel corso della puntata abbiamo presentato il nuovo numero di Left e il libro allegato L’Europa rapita

qui l’editoriale https://left.it/2019/05/09/lunico-voto-utile-e-antifascista/

Qui la puntata da rivedere Sorgente: Studio24, puntata del 13 maggio 2019

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Riace e Mimmo Lucano Premio Nobel per la pace 2019

Posted by Simona Maggiorelli su febbraio 1, 2019

L’incontro con Mimmo Lucano per la presentazione dei risultati della campagna di raccolta firme per Riace premio Nobel per la pace il 20 gennaio 2019 nella redazione di Left, promotore, con Re.Co.Sol ( rete dei Comuni solidali) della raccolta firme

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Attacco all’arte, la bellezza negata, presentazione a Libri come, Auditorium, Roma

Posted by Simona Maggiorelli su gennaio 13, 2019

Attacco all’arte, la bellezza negata a Libri come, con l’autrice, il giornalista del Corriere della Sera e presidente delle Biblioteche di Roma Paolo Fallai, la sceneggiatrice e critico cinematografico Daniela Ceselli e l’editore Matteo Fago, Roma, 19 marzo 2017

https://lasinodoroedizioni.it/catalogo/le-gerle/attacco-allarte/

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Non gli resta che il diavolo

Posted by Simona Maggiorelli su dicembre 21, 2018

Papa Francesco, come Paolo VI, è convinto che  il diavolo sia una persona e lo ha ribadito  in molti dei suoi discorsi. Additandolo come istigatore e responsabile di tutti i crimini che scuotono la Chiesa dal suo interno. Non a caso è il primo papa a riconoscere l’Associazione internazionale esorcisti 

di Emanuela Provera e Federico Tulli

” C’è Satana dietro il riscaldamento globale». Quella che potrebbe sembrare una battuta con tanto di allusione alle fiamme dell’inferno creato dalla fantasia dantesca è in realtà la concreta convinzione di Cristiano Ceresani, il capo di gabinetto del ministro per la Famiglia, il leghista Lorenzo Fontana. Una convinzione granitica esplicitata in diretta Tv su RaiUno alcuni giorni fa da Ceresani per promuovere il suo nuovo libro nel quale, dice, «cerco di spiegare come Satana, negli ultimi tempi che precedono la Parusia (la venuta di Gesù sulla Terra per la fine dei tempi), sarà scagliato sulla Terra con grande furore, sapendo che gli resta poco tempo proprio per prendere di mira il creato e la creazione, è un dato teologico». Quanto al dato meteorologico, secondo Ceresani, il climate change sarebbe la prova che qualcosa di mai accaduto prima stia per accadere: «Ovviamente è colpa dell’uomo, della sua incuria, ingordigia e avarizia se abbiamo calpestato questo pianeta. Ma nell’uomo agiscono forze trascendenti, nel cuore dell’uomo agisce la tentazione». La tentazione. Sicché, gratta gratta, essendovi dietro il plagio di Satana, il cambiamento climatico non è colpa degli uomini. Un bel guaio. Come possiamo difenderci? Nei giorni a seguire, l’esternazione di questo signore ha ricevuto le dovute attenzioni dei social finendo sommersa da una valanga di esilaranti parodie. Vanno però fatte due considerazioni serie. La prima è che Ceresani non è un cittadino qualunque ma un uomo delle istituzioni, presente in ben due governi: quello attuale, appunto, e quello precedente nel quale è stato capo dell’ufficio legislativo del sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Maria Elena Boschi. La seconda è che il suo non è un caso isolato. Non sono pochi gli italiani che nel Terzo millennio credono nell’esistenza del diavolo e gli attribuiscono le responsabilità più disparate. Prova ne è il ricorso agli esorcisti che, contrariamente a quello che molti sono portati a pensare, non esiste solo nel meridione o nelle zone povere del nostro Paese. Ma è diffuso ovunque in Italia senza soluzione di continuità. Spesso i cacciatori del demonio vengono visti come l’ultima spiaggia per chi è stato truffato da maghi e imbonitori, per chi ha perso il lavoro, per chi è stato tradito oppure – e questo forse è il dato più inquietante – per quelle persone in estrema difficoltà che sono state deluse da psichiatri capaci solo di imbottirle di psicofarmaci. Nel 2016 il docufilm Liberami di Federica Di Giacomo ha raccontato quel che accade in Sicilia, e chi scrive ha potuto assistere “live” a cerimonie in Piemonte e Lombardia (da giornalisti). Non esistono dati certi sul numero degli esorcismi che si compiono in Italia ogni anno. Nel 2012 un’inchiesta di Panorama stimava in circa 500mila le persone che l’anno prima si erano rivolte, più o meno spontaneamente, a un sacerdote per essere liberate dal diavolo. Lo stesso dato viene riportato alcuni mesi dopo da Adnkronos e dal Quotidiano Nazionale, e nel 2016 da La Stampa e da Agensir, l’agenzia stampa della Conferenza episcopale italiana. Facendo una lunga verifica online abbiamo notato che la cifra di “500mila” compare anche prima del 2012, nel 2000 e nel 2004, su diverse testate tra cui il Corriere della Sera e il Giornale. La fonte è sempre la stessa: l’Associazione italiana psicologi e psichiatri cattolici (Aippc), spesso per bocca del presidente e fondatore Tonino Cantelmi. Da nessuna parte sono indicate le modalità di raccolta ed elaborazione dei dati. Comunque sia a quanto pare la geografia del demonio è ecumenica: da Nord a Sud lungo lo Stivale si manifesta ovunque in egual misura. Le sue vittime preferite, è quasi inutile dirlo, sono le donne (65 per cento dei casi). 

Se non c’è da fidarsi dei numeri sciorinati dalla Aippc, per farsi un’idea della diffusione di questo fenomeno in Italia occorre guardare al dato ufficiale degli esorcisti, riconosciuti dalla Chiesa, attivi nel nostro Paese. Il calcolo è possibile grazie al riconoscimento giuridico che l’Associazione internazionale esorcisti ha ottenuto il 13 giugno 2014 dalla Congregazione per il clero, il dicastero della Curia romana incaricato della formazione degli ecclesiastici, con decreto firmato da papa Francesco. Da allora è più semplice censire gli esorcisti, anche perché hanno una «licenza»: il patentino è valido per cinque anni, o per un numero determinato di casi, ed è rinnovabile. Dicevamo dell’Italia. Quanti sono gli esorcisti? Nel nostro Paese c’è la più alta concentrazione al mondo di esorcisti con licenza. Sono 240, tra sacerdoti nominati dai vescovi e i vescovi stessi. Praticamente ce n’è almeno uno in ogni diocesi. Staccatissimi nella speciale classifica abbiamo il Regno Unito (28 esorcisti) e gli Stati Uniti (21), dove il 57 per cento dei cittadini crede nell’esistenza del diavolo e il 51 per cento nelle possessioni diaboliche. Solo in Sicilia e in Lombardia ce ne sono 40, a fronte dei 15 in tutta la Spagna e dei 5 in Portogallo, e alcune grandi diocesi (tra cui Milano e Roma) hanno perfino istituito dei call center per smistare le richieste di appuntamento.

A livello continentale, troviamo 29 esorcisti in America Latina (15 dei quali nel solo Messico), 6 in Africa e solo 5 in Asia (2 nelle Filippine, gli altri in Cina, Giappone e Corea del Sud). Benedetto XVI è stato il primo papa ad auspicare la presenza di un esorcista in ogni diocesi, ma il suo appello è stato ripreso anche in tempi più recenti. «L’esorcista – si è affermato durante la riunione plenaria del 2017 della Congregazione per il clero – contribuisce a prevenire il triste fenomeno del funesto ricorso di molti agli “operatori dell’occulto”. La mancanza di esorcisti in una diocesi può, infatti, indurre la gente a rivolgersi a tali personaggi, o a “sette” di vario genere». 

Che sia stato papa Francesco a riconoscere ufficialmente dopo quasi tre decenni di tentativi l’Associazione internazionale esorcisti non è un caso. Nemmeno Paolo VI era arrivato a tanto. Lui che durante l’Udienza generale del 15 novembre 1972 tenne un discorso dai toni durissimi per ribadire la presenza e il pericolo del diavolo come ente personale «perverso e pervertitore». Ufficialmente papa Montini intendeva arginare una frangia di teologi che non seguivano attentamente il magistero della Chiesa e che cominciavano a negare l’esistenza del demonio come persona riducendolo a un simbolo. Non sappiamo come la presero i destinatari della reprimenda ma di certo quel discorso sebbene avesse stregato pure Hollywood – il film L’esorcista è del 1973 – segnò solo parzialmente la riscossa degli esorcisti incaricati dal Vaticano che fino ad allora erano un centinaio nel mondo. Anche per Bergoglio «il diavolo esiste ed è persona». E il pontefice argentino gli ha dichiarato guerra sin dai primi giorni del suo pontificato. Monsignor Larry Hogan, vicepresidente dell’Aie, ha fatto notare come papa Francesco abbia «citato il diavolo quattro volte nei primi dieci giorni». E dal 13 marzo 2013 non si è più fermato. “Vedendo” il diavolo in tutti gli scandali che da un ventennio scuotono la Chiesa dall’interno, avendone minato la credibilità e la stabilità politica al punto da spingere Benedetto XVI alle storiche dimissioni del 2013, papa Francesco ha attribuito a Satana la responsabilità degli affari illegali che ruotano intorno allo Ior e all’Apsa, l’Amministrazione del patrimonio della Sede Apostolica della Santa sede; della pedofilia clericale; delle guerre intestine e dei giochi di potere che minacciano l’integrità della Curia; dei vatileaks e delle fughe di notizie riservate dalle Mura leonine. 

I fedeli «di tutto il mondo» sono invitati «a pregare» per «proteggere la Chiesa dal diavolo, che sempre mira a dividerci da Dio e tra di noi» ha detto il papa il 29 settembre scorso nel pieno della bufera provocata dal “dossier” dell’ex nunzio mons. Viganò che lo accusa di aver insabbiato per anni le denunce per pedofilia contro il cardinale Usa McCarrick. Bergoglio intendeva infatti con il suo appello preservare la Chiesa «dagli attacchi del maligno, il grande accusatore, e renderla allo stesso tempo sempre più consapevole delle colpe, degli errori, degli abusi commessi nel presente e nel passato e impegnata a combattere senza nessuna esitazione perché il male non prevalga». 

Ma di Satana il pontefice argentino non ha parlato solo in qualità di capo spirituale dei fedeli cattolici. Il principe delle tenebre è presente anche nei suoi discorsi ufficiali da capo di Stato. «Non esiste un dio della guerra: è il diavolo che vuole uccidere tutti» ha detto il 20 settembre 2016 ad Assisi davanti a oltre 500 leader religiosi e politici di tutto il mondo. E il demonio c’è, come se non bastasse, quando Bergoglio assume le sembianze del bonario parroco di campagna e gioca con i bambini. Il maligno «è il padre dell’odio, delle bugie, delle menzogne, perché non vuole l’unità» tra gli esseri umani, ha detto ad alcuni bambini della catechesi dagli sguardi atterriti durante una visita alla parrocchia di San Michele Arcangelo nel 2015. Secondo papa Francesco, tutti i bambini sono indemoniati: «Quando voi sentite nel cuore odio, gelosia, invidia state attenti perché viene dal diavolo; quando sentite la pace, viene da Dio» ha raccontato ai suoi giovanissimi interlocutori citando gli Esercizi spirituali di Ignazio di Loyola («L’uomo vive sotto il soffio di due venti, quello di Dio e quello di Satana» diceva il fondatore dei gesuiti). Si tratta di un’idea violenta e perversa della realtà umana del bambino ma nessuno al di qua del Tevere si è indignato. I media italiani annotano tutto quello che dice papa Francesco, lo riportano con zelo e restano in attesa della dichiarazione successiva. Senza fare domande scomode, senza mai abbozzare una critica o evidenziare contraddizioni. Nemmeno quando nella premessa che Bergoglio nel 2017 ha firmato al libro autobiografico della vittima di un sacerdote pedofilo, scrive: «Chiedo perdono per i preti pedofili: un segno del diavolo, saremo severissimi». L’11 dicembre scorso il cardinale George Pell, ministro dell’Economia della Santa sede, è stato condannato in primo grado in Australia per aver compiuto violenza su due bambini e atti osceni. Mai un cardinale era stato accusato in prima persona di aver commesso atti di pedofilia. I fatti risalirebbero a quando Pell era solo un sacerdote nella sua città natale di Ballarat. Nessun giornale italiano – tranne il nostro – ha riportato la notizia per almeno due giorni. La sentenza con relativa sanzione sarà emanata il 4 febbraio 2019. Al momento non esistono altre informazioni, in quanto in Australia per legge il giudice può stabilire il divieto di pubblicazione di notizie su un processo fino alla sua definitiva conclusione. È questo il caso del giudizio cui è stato sottoposto a partire dal 2017 il cardinale australiano, voluto un anno prima da papa Bergoglio a capo del superministero dell’Economia vaticana quando – a proposito della severità declamata dal pontefice – erano già note le indagini della magistratura australiana sul conto di Pell anche per aver insabbiato numerose denunce contro preti pedofili quando era a capo della diocesi di Melbourne. Giova ricordare che il grande accusatore di Pell, Peter Saunders, fu silurato proprio per questo dalla commissione pontificia antipedofilia. Chissà, forse anche lui è stato “visto” come Satana…

Il libro inchiesta:Don Michele Barone, ex sacerdote della diocesi di Aversa, è in carcere da febbraio del 2018 con l’accusa di abusi sessuali su due sorelline minorenni durante i riti di esorcismo (Arianna e Giada, nomi di fantasia). Secondo la testimonianza della più piccola, Arianna, 13enne all’epoca dei fatti, i loro genitori, per curare una reazione psicosomatica dell’altra sorella, l’hanno portata da don Barone, che le avrebbe fatto interrompere le cure sottoponendola a violenti esorcismi, durante i quali la piccola sarebbe stata maltrattata. Don Barone era finito spesso in tv per parlare proprio di esorcismi e di apparizioni miracolose. Il caso è scoppiato dopo un servizio delle Iene e pochi giorni don Barone è stato arrestato. Attualmente è in corso il processo di primo grado. Fonti di stampa locale riportano che Giada è stata allontanata dai genitori e ha cominciato a stare meglio, riprendendo a mangiare.

Storia Il diavolo inventato  dai cristiani

di Simona Maggiorelli

l diavolo è un’invenzione del Cristianesimo, che ha sussunto miti precedenti, risemantizzandoli con un proprio fine: accusare e condannare i propri nemici: i pagani, gli eretici, le donne… «Tu sei la porta del diavolo, tu sei la profanatrice dell’albero della vita, tu sei stata la prima a violare la legge divina, tu sei colei che persuase Adamo, colui che il diavolo invece non riuscì a tentare. Tu che hai infranto l’immagine di Dio, l’uomo, con tanta facilità. Per causa tua esiste la morte». Così sentenziava l’apologeta cristiano Tertulliano esprimendo una condanna delle donne che con Paolo di Tarso sarebbe diventata inappellabile. Poi tra il XVI e il XVII secolo, quando la ragione rinascimentale e spinoziana annullò l’irrazionale delegando la sfera dello “spirituale” alla Chiesa, si alzarono roghi per bruciare le streghe, additate come convitate di satana nel sabba. Un crimine agghiacciante compiuto dalla Chiesa, che vanta una lunghissima storia di sangue fra guerre per l’iconoclastia e crociate, in nome di Dio, sulla base del libro sacro e di fantasticherie sul Maligno. Ma quando è cominciata questa orrenda storia? Nell’antichità pagana la mitologia e le narrazioni orali, in differenti luoghi del mondo, raccontavano di dei, di entità benevole o maligne, dei Jinn nella tradizione araba, di folletti, e di altre creature di fantasia in quella nordica. Si possono riscontrare nelle fiabe, nell’epos, nelle cosmogonie di popoli politeisti. Il pantheon dell’Antico Egitto comprendeva sia Horus, divinità benigna che Seth, dio del caos, raffigurato come un uomo con la testa da sciacallo o di capra. Anche i seguaci del culto di Zoroastro nell’antica Persia, conoscevano varie divinità positive e negative, che  si immaginava  abitassero regni celesti e infernali. Lo stesso vale per i Maya e per le società azteche. Ma è con i tre monoteismi – ebraismo, cristianesimo e islam – che inizia la narrazione tossica del diavolo. Fu il cristianesimo, in particolare, a farne la personificazione del Male. La parola latina diabolum viene dal greco diabolos che a sua volta deriva dal verbo dia-bàllein, che significa separare, disunire, fratturare. La parola satana, invece, ha una radice ebraica che rimanda al significato di osteggiare, accusare e calunniare. Una serie di studi ci aiutano a ricostruire la storia dell’invenzione del diavolo, a cominciare da Le origini della cultura europea di Semerano (Olschki, 1994). Il noto filologo e linguista ipotizzava che il termine satana fosse comparso quando gli Ebrei, dopo l’esilio a Babilonia, entrarono in Persia, dove esistevano semi divinità poi tradotte nella figura di satana. La Piccola storia del diavolo di G. Minois (Il Mulino, 1999) e Il diavolo in Occidente di Tullio Gregory (Laterza, 2013) ci aiutano a mettere a fuoco la costruzione storica della figura di satana, che compare per la prima volta nel Vecchio Testamento (Libro di Giobbe), scritto intorno all’XI-X secolo a.C. e poi sistematizzato in versione finale nel 575 a.C. Non è ancora “Il Diavolo” ma uno dei consiglieri di Dio, un diavolo tentatore che agisce solo su licenzia dell’entità superiore. Fino a quell’epoca, dunque, «satana è un titolo, non un nome proprio». È con il Vangelo e nel medioevo cristiano che il cristianesimo comincia a terrorizzare sistematicamente il proprio gregge con la figura del diavolo, perversamente incutendo paura fin da bambini. Cominciano da parte di monaci e suore, poi fatti santi, racconti deliranti di persecuzioni diaboliche, da san Domenico a Teresa d’Avila. In presenza di epidemie di peste, oppure nel caso di cataclismi e guerre si cominciò a dire che era colpa del diavolo e di peccatori. Andando a caccia del capo espiatorio. Come i cristiani continuano a fare ancora oggi, vedi Cristiano Ceresani, capo di gabinetto del ministero per la Famiglia che attribuisce al diavolo il cambiamento climatico. Ma si potrebbe ricordare anche l’allora presidente del Cnr Roberto De Mattei  parlava dello tsunami del 2004 come punizione divina per i peccati dei gay. Oggi come ieri la Chiesa alimenta queste credenze, trasformandole in uno strumento per il controllo dei movimenti ritenuti pericolosi, eversivi e devianti dall’ortodossia. È così che la Chiesa è arrivata a demonizzare gli eretici, gli infedeli, le donne. E i cristiani che siedono in Parlamento, ancora oggi in Italia, anche grazie agli scellerati Patti Lateranensi, tentano di imporne per legge un’ideologia religiosa razzista e misogina.

Arte Angelo ribelle ed eroe in barba alla Chiesa

Corna, coda, artigli, piedi caprini fauci bestiali. Per dare forma all’invisibile, gli artisti, (che nel medioevo dovevano essere ligi ai programmi ecclesiastici), lo tratteggiarono in modo mostruoso, demonizzando raffigurazioni pagane. Il mosaico bizantineggiante di Coppo di Marcovaldo (1260-70) nel Battistero di San Giovanni a Firenze ben rappresenta questo mutamento iconografico che influenzò anche Giotto e il suo immaginifico Giudizio Universale (1306) nella cappella degli Scrovegni a Padova, ma anche Dante. In precedenza, nell’arte paleocristiana, fino al IX secolo – come ben racconta Demetrio Paparoni nel libro The Devil (24 Ore Cultura) – il diavolo era raffigurato con fattezze umane, anche se vecchio e deforme, con il naso ricurvo e gli occhi di fuoco. Ma alla Chiesa medievale non bastava più, perché il fine era spaventare, irretire, controllare anche e soprattutto i tantissimi analfabeti che non leggevano la Bibbia e non sapevano il latino. Ma l’obiettivo della Santa romana Chiesa era anche deturpare, negare e denigrare le culture pagane, superstiti soprattutto nelle campagne. Così ecco spuntare il diavolo su tele, bassorilievi e affreschi come fantasticheria composta collezionando aspetti mutuati da divinità degli inferi etruschi o rendendo ributtante il dio Pan. «Così facendo il cristianesimo ottenne l’effetto di attribuire caratteri di malignità e di pericolosità agli idoli pagani e creò una figura mostruosa ispiratrice di tutti gli oppositori della fede e di deviazione dalla dottrina ufficiale». A cominciare dalle donne. In alcune rappresentazioni medievali e rinascimentali il serpente che tenta Adamo ed Eva ha la testa di donna, per sottolinearne la natura demoniaca. Ma, chiosa Paparoni, sono tutto sommato rare occorrenze, «perché attribuirle le vesti del diavolo poteva anche significare concedere alla donna un potere»! 

Interessante è anche seguire lungo i secoli a venire l’evoluzione della ricerca dello storico dell’arte e critico in questo volume dal ricchissimo apparato iconografico. Si scopre così che fu John Milton nel suo Paradise Lost (1667) fra i primi a cominciare a riscattare la figura del diavolo, in quanto angelo ribelle al Dio onnipotente. Nella versione romantica, il diavolo verrà addirittura trasformato in eroe perché si ribella all’autorità costituita. E Lucifero, alla lettera, diventerà colui che porta la luce e la conoscenza. Ritroviamo poi il diavolo nei quadri degli artisti delle avanguardie storiche, da Picasso a Max Ernst, non di rado per denunciare l’agghiacciante avanzare di fascismo e nazismo. Anche Pollock ha dipinto una grande tela dal titolo Lucifer (1947) forse suggestionato dalle teorie junghiane che stava seguendo. Ed è proprio questo l’assunto più curioso del libro: «Basta fare una ricerca su Pinterest o su Google per avere conferma di quanto il diavolo sia tuttora presente nel repertorio iconografico: oggetto di riflessione da parte di teologi e psicoanalisti, anche se meno apprezzato da artisti e scrittori».  Simona Maggiorelli

editoriale del numero di Left dal titolo “Stato Terminale”

«La moglie è posseduta: per i giudici la colpa del divorzio è del demonio». Con questo titolo il Corsera ha dato notizia del debutto del diavolo in un’aula di giustizia italiana. Per la precisione nel Tribunale di Milano. Era il 6 aprile scorso. E nella sentenza si legge: «La signora non agisce consapevolmente, è agìta». Dando così valore alle testimonianze dei parrocchiani e dell’esorcista frequentati dalla donna, fervente cattolica. Tutto questo è accaduto in Italia non in Vaticano. I giornali italiani lo riportano, senza fare una piega, come se fosse normale e ammissibile. Cambio di scena: il viaggio pastorale di papa Francesco a Fatima viene riportato fra le prime notizie del giorno dalla tv pubblica italiana. I vaticanisti nel viaggio di ritorno in aereo dialogano con il papa parlando di apparizioni e di ragazzini “visionari” fatti santi. (Due su tre, uno a quanto pare è rimasto fregato). Ne parlano come fossero cose reali. Sbalorditiva è la narrazione acritica da parte dei maggiori media italiani. Non una voce giornalistica ha precisato che il racconto delle apparizioni, delle visioni, dei miracoli e il riferimento nemmeno troppo velato alla lotta contro il maligno, rappresenta unicamente la visione della Chiesa. Non è la prima volta. Da quando Bergoglio è salito sul trono di Pietro nel 2013 i riferimenti al diavolo come persona e al fatto che sia lui il vero responsabile degli scandali finanziari e pedofili della Chiesa, oltre che delle guerre e dei “mali” del mondo, sono una costante dei suoi discorsi. Volendo pensare e non credere abbiamo chiesto agli psichiatri cosa significa “vedere” il diavolo e “parlare” con la Madonna. A noi pare particolarmente inquietante che il Tribunale di uno Stato laico alluda alla presenza di misteriose forze esterne per spiegare l’evidente malessere di una persona. Da dove origina tutto ciò? A fronte di tutto questo una ricerca dell’Istat sulla “Pratica religiosa in Italia” evidenzia dal 2013 a oggi uno svuotamento delle chiese senza precedenti, ci restituisce la fotografia di una società civile sempre più impermeabile agli antichi retaggi religiosi. Una conferma di questo trend viene anche dall’XI Rapporto sulla secolarizzazione pubblicato da Critica liberale mentre andiamo in stampa. Insomma, nonostante papa Francesco e i suoi sodali, la collettività laica resiste e contrattacca. Sono circa 10 milioni gli italiani che si dicono non credenti (fonte Uaar). È in primis a loro che ci rivolgiamo e che ci rivolgeremo su Left, per costruire insieme qualcosa di nuovo (Simona Maggiorelli)

tratto da Left, 21 dicembre 2018

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Eretici al Salone del libro. Ricordando Giordano Bruno e Lucrezio

Posted by Simona Maggiorelli su febbraio 17, 2018

Mentre al Lingotto entra nel vivo un’edizione del Salone del libro quanto mai densa di presenze ecclesiastiche e di incontri a sfondo confessionale e dottrinario visto che il Paese ospite quest’anno è il Vaticano, proviamo qui a tracciare un primo bilancio degli appuntamenti “fuori dal coro” suggerendo anche alcuni percorsi per gli amanti del libero pensiero. A questo riguardo il nostro “viaggio” nell’edizione 2014 della maggiore fiera italiana dell’editoria non può che iniziare dalla presentazione, che si è svolta l’8 maggio a Torino, di un “dizionario enciclopedico” in tre volumi che le Edizioni della Normale dedicano a Giordano Bruno, il filosofo mandato al rogo
dalla Santa Inquisizione il 17 febbraio del 1600. Ideatore e curatore di questo complesso lavoro, che ha richiesto un’immane ricerca sulle fonti di Bruno, è il filosofo Michele Ciliberto che lo ha realizzato con un team di 40 studiosi per lo più provenienti dalla Normale di Pisa e dall’Istituto nazionale di studi sul Rinascimento di Firenze.
«Più che un’opera enciclopedica – precisa il professore – la definirei una sorta di “opus” in cui, di voce in voce, viene esaminato tutto l’universo bruniano, studiando il suo pensiero giuntura per giuntura, nervo per nervo. Perché quando diciamo enciclopedia – approfondisce Ciliberto – pensiamo soprattutto alla sua versione moderna. E sarebbe una forzatura ascrivere Bruno a questo ambito. Fra il Rinascimento e la Modernità c’è una profonda differenza. Nel passaggio dall’uno all’altro, per esempio, il concetto di vita viene sostituito da quello di natura sottoposta all’analisi lucida della ragione. Galileo può essere considerato un moderno perché aveva una concezione quantitativa, meccanicistica, della natura. Un modo di pensare i fenomeni naturali che era del tutto estraneo a Campanella, a Machiavelli e a Bruno, che è difficilmente interpretabile come
filosofo che precorre la modernità». Bruno era un pensatore rivolto al passato allora? «Io non credo», risponde Ciliberto. «Era un pensatore dell’infinito, ha intuito l’infinito proprio come predicato dell’uomo, aveva una concezione dei generi letterari e dell’estetica estremamente moderna. È andato oltre Keplero, con una profondità che inquietava l’astronomo tedesco e che terrorizzava Galileo. Bruno era un filosofo radicale. Pensiamo per esempio alla sua concezione
dell’immagine legata all’idea di infinito: o procedi attraverso le immagini mentali, diceva, o non vedi nulla della verità stando dentro il concetto tradizionalmente inteso».
Concetti, parole, immagini, suggerisce il sottotitolo di questo importante trittico di volumi. La forza del filosofo nolano risiedeva soprattutto in un pensiero per immagini? «Bruno è un critico dell’intelletto, ne evidenzia i limiti», risponde Ciliberto. «Se vuoi davvero vedere le cose, sostiene Bruno, devi spezzare i confini della tua stessa soggettività. Puoi entrare nella dimensione dell’infinito solo attraverso “i mastini della volontà”, la passione, l’amore ecc. La conoscenza della
verità si ottiene attraverso le immagini. La vis immaginativa è l’elemento germinativo
della sua filosofia. Spinoza diceva che è importante liberarsi delle immagini, Bruno si muoveva in direzione opposta». Ma a rendere profondamente originale – quanto scomodo per la Chiesa – il pensiero di Bruno è anche il suo carattere anticristiano, torna a sottolineare Ciliberto: «Si può immaginare un principio di pentimento della Chiesa nei confronti di Galileo, ma lo scienziato pisano è assolutamente diverso da Bruno. Galileo aveva una visione quantitativa, meccanicistica
in senso moderno, il filosofo Bruno invece esorta ad uscire dal ciclo ebraico-cristiano stigmatizzato come ciclo della corruzione, della degenerazione dell’umanità. Apre a una nuova concezione di religione come vincolo (in questo è affine a Machiavelli), alla religione della magia, a quella degli egizi, alla religione dei gesti eroici. Come Machiavelli, Bruno è radicalmente anticristiano».

Nel 1559 la Chiesa istituì l’Index Librorum Prohibitorum elencando i libri il cui possesso e la cui lettura era proibita. (L’Index è stato ufficialmente abolito solo nel 1966. Salvo esistere tutt’ora sotto forma di “guida bibliografica”dell’Opus Dei). In quell’elenco finì anche il De rerum natura di Lucrezio, al quale nel 2013 Piergiorgio Odifreddi ha dedicato il volume Come stanno le cose. Il mio Lucrezio, la mia Venere (Rizzoli), di cui ora è torna a parlare al Salone del libro di Torino.
Anche in quel caso le gerarchie ecclesiastiche non si limitarono a screditare l’opera, ma attaccarono
l’autore, dicendolo pazzo. Gli scrittori cristiani, ricostruisce il matematico nel libro, operarono una congiura del silenzio sul De rerum natura e poi ne stravolsero il senso, per esempio, leggendo l’inno a Venere come rivolto alla Madonna. «La damnatio memoriae – approfondisce Odifreddi – coinvolse tutti coloro che, dagli epicurei agli stoici, offrivano una filosofia di vita più profonda e meno superstiziosa del Cristianesimo. Lucrezio, però, era un caso speciale, il suo libro era un capolavoro di saggezza razionalista e anticlericale, e sembrava fatto apposta per finire all’Indice: che sarebbe stato creato dopo, ma fu messo in pratica subito, e in particolare con lui». Tra l’altro, aggiunge Odifreddi «all’epoca non c’era bisogno di una censura violenta e inquisitoria: bastava non ricopiare più il testo, e lasciare che le copie esistenti subissero l’usura del tempo. Per fortuna qualcosa si salvò, nei monasteri, e il libro “resuscitò” dopo quasi un millennio
di “discesa agli inferi”». Come Lucrezio, lo scienziato Isaac Newton (che Odifreddi racconta nel suo nuovo libro Sulle spalle di un gigante, Longanesi) recuperò molti temi da Epicuro: l’atomismo,
il vuoto, l’infinità dello spazio, benché l’epicureismo fosse considerata una filosofia atea ed eretica. Assumendosi non pochi rischi. «Newton era già eretico di suo – commenta Odifreddi – dato che considerava il Concilio di Nicea l’inizio della “grande apostasia” e professava l’arianesimo che quel Concilio aveva messo al bando. Ma in Lucrezio trovò molti degli aspetti scientifici che ho cercato di mettere in evidenza nel mio commento. E vi trovò la prisca sapientia degli antichi». Ma per fare ricerca scientifica essere eretici forse non basta. Per riuscirci bisogna avere la mente libera da
dogmi e superstizioni? «Naturalmente per fare ricerca scientifica bisogna avere il coraggio delle proprie idee, anche quando esse vanno contro i pregiudizi comuni», risponde l’autore di tanti libri
di divulgazione e curatore dell’enciclopedia Einaudi sulla matematica. «Ma nessuno pensa in un vuoto pneumatico: Newton stesso, ad esempio, rimase sempre
un seguace dell’alchimia».

da Left- Avvenimenti maggio 2014

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le pescatrici di perle di Domon Ken. Sguardi sul Giappone

Posted by Simona Maggiorelli su settembre 17, 2016

"L’attrice Yamaguchi Yoshiko", 1952 (Ken Domon)

Domon KenL’attrice Yamaguchi,1952

La teca di vetro progettata da Meyer, che protegge l’altare augusteo della pace, custodisce ora anche un altro tesoro: uno spicchio di Giappone antico e moderno. In poetico bianco e nero. Fino al 18 settembre qui sono esposte le straordinarie fotografie di Domon Ken, che nel secolo scorso ha raccontato per immagini il volto discreto e gentile del suo Paese, “narrando” la vita dei villaggi, delle pescatrici di perle, ma anche gli anni durissimi della guerra, il volto algido e militare del Giappone e poi e la rapida modernizzazione delle grandi città.

Domon Ken

Domon Ken

Come in un film scorrono sulle pareti, rosse o scure, sequenze di stampe che testimoniano tutte le trasformazioni della nazione dal 1935 al 1979.

Per questo maestro dalla sguardo morbido ed elegante furono più di cinquant’anni di intenso lavoro. All’insegna di un realismo che non si ferma alla documentazione.

Il suo sguardo si posa con pudore e con un profondo dolore su Hiroshima. Domon Ken non si nasconde dietro l’obiettivo. Le sue opere seducenti, evocative, rivelano la sua intima partecipazione a ciò che ritrae. Specialmente quando i soggetti sono dei bambini. Che nelle sue foto appaiono straordinariamente vivi e vitali. Anche in mezzo alle macerie del dopo guerra, quando escono in strada al tramonto inventandosi sempre nuovi giochi.

Domon Ken pescatrici di perle

Domon Ken pescatrici di perle

Nel catalogo Skira che accompagna la mostra, Kamekura Yusaku ricorda il rapporto immediato, d’intesa e di simpatia, che Domon Ken stabiliva con loro. Erano anni di povertà e di fame, di vita nelle baracche e di vestiti laceri, ma bastava poco perché nei più piccoli si accendesse la scintilla dell’immaginazione. E Domon Ken sa cogliere questi momenti “magici”, raccontando i bimbi per strada la sua ricerca tocca i momenti più liberi, alti e spontanei.

Ma affascinanti sono anche i suoi lavori più ufficiali: ritratti di vigili issati su fragili strapuntini in mezzo alle prime strade trafficate del dopo guerra e abbaglianti parate militari, in cui Domon Ken insinua una vena sottilmente ironica, una critica felpata al militarismo evitando le provocazioni, ma al contempo lasciando intendere il suo pensiero.

Domon Ken Bagno nel fiume ad Hiroshima

Bellissimi poi i ritratti di fanciulle in fiore e di giovani donne, sensibili, eleganti, sui tacchi alti e con i vestiti della festa, sognando amori nei giorni della ripresa e di pace. Alcune immagini anni Cinquanta hanno l’appeal tutto francese del cinema alla Alain Resnais. Altre evocano la tradizione antica in abiti di seta richiamando i rituali di una geisha, ma perlopiù sono rare le tracce del passato. Quelle più seducenti vengono dalle maschere del Teatro No e dai templi buddisti in una imprevista esplosione di rosso, di nero e di oro.

L’antica scultura buddista in Giappone

Purtroppo è durata poco più di un mese, dal 29 lungio al 5 settembre la bella mostra che le Scuderie del Quirinale hanno dedicato alla tradizione della scultura buddista in Giappone e qui vorremmo ricordarla per la splendida occasione di conoscenza e approfondimento che ci ha offerto. Facendoci scoprire, nel centro storico di Roma, uno spicchio di Giappone antico e poco conosciuto. L’esposizione curata da Takeo Oku invita a fare un viaggio nell’arte buddista che è fiorita soprattutto nel periodo Asuka tra il VII e l’VIII secolo e poi fino al periodo Kamakura (1185-1333). Un’arte che si è espressa in una elegante e potente statuaria in legno e altri materiali pregiati. La mostra Capolavori della scultura buddhista giapponese (nata nell’ambito di un ciclo di iniziative per far conoscere la cultura e le antiche tradizioni del Giappone) presenta 21 sculture di epoche diverse, provenienti da raffinati e silenziosi templi immersi nel verde, disseminati in varie zone del Paese come mostrano le fotografie che, insieme a approfonditi apparati informativi, accompagnano e contestualizzano le opere esposte. Percorrendo i due piani della mostra s’incontrano rappresentazioni di budda dorati e imponenti, sul volto un’espressione gentile, un sorriso appena accennato che sembra voler alludere a una dimensione interiore di calma e di apertura verso l’altro, ma si incontrano anche samurai dai volti corruschi e guerreschi. Se i primi rimandano alla tradizione indiana che si riferisce al budda storico, il principe Shakyamuni, le seconde sembrano piuttosto inserirsi nella tradizione guerriera giapponese o riferirsi alla mitologia asiatica – coreana in particolare – ricca di maschere grottesche, insieme orrorifiche e fiabesche. A colpire è la varietà di stili e di modi di rappresentazione all’interno di un canone prestabilito, fortemente codificato, che prosegue per parecchi secoli. A trasmettere di generazione in generazione stili e tecniche erano i busshi: spesso si trattava di monaci, in ogni caso erano scultori che lavorano a un risultato collettivo senza apporre la propria firma. Dalle loro mani uscivano non solo rappresentazioni di budda (maestri illuminati) e di sognanti bodhisattva (persone che aiutano gli altri). Ma anche di sovrani celesti corazzati. Quelli in mostra appartengono al periodo Heian (X secolo). E incuriosisce in particolare uno dei sei Kannon di Kyoto, dotato di sei braccia (dal potere taumaturgico). In questo caso appare evidente l’ibridazione fra culture diverse. Il precedente sostrato indù fu assorbito dalla filosofia buddista in Giappone anche utilizzandone l’iconografia. Ma fortissima è anche l’influenza dell’arte buddista cinese che conobbe il momento di massimo splendore sotto la raffinata dinastia Tang. Per approfondire consigliamo la nuova monografia Einaudi L’arte cinese di Sabina Rastetelli.

Simona Maggiorelli

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#AmelieNathomb: “vivere senza religione”

Posted by Simona Maggiorelli su agosto 14, 2016

Nathombdi Simona Maggiorelli

Umorismo intelligente e una vena visionaria. Leggerezza, divertissement e gusto un po’ retrò per il romanzo nero sono gli ingredienti con cui Amélie Nothomb seduce il pubblico, avendo superato la boa di 18 milioni di copie vendute nel mondo. In Italia per presentare il suo nuovo libro edito come sempre da Voland, la scrittrice «framponese»,  racconta che  il personaggio femminile che dà il titolo al suo romanzo esiste davvero. «Dietro questo nome si cela quello della scrittrice Stéphanie Hochet. Oltre che la passione per la scrittura condividiamo quella per le bollicine dello champagne – dice ridendo -. Per il resto non potremmo essere più diverse. Quando due donne s’incontrano, più che un dialogo, avviene un incontro – scontro di civiltà».

Il sottotitolo recita: «storia di una amicizia» immaginarla fra due donne è, in qualche modo, rompere un tabù letterario?

L’amicizia fra due donne, in letteratura, non esiste, Quando le vedi nei romanzi si litigano, si attaccano in modo feroce. E mi sono sempre chiesta perché.

Dopo aver scritto un gran numero di romanzi questo è il primo che parla della Francia. E, curiosamente, lei ne parla come di un Paese esotico e alquanto bizzarro…

Per me è proprio così. Io sono belga, nata in Giappone. Ho conosciuto molto più tardi la Francia e mi è subito sembrato un Paese molto strano. Io non potrei mai sentirmi a casa in Francia. La amo ma trovo che i francesi siano molto aggressivi, strani, si sentono il centro del mondo. E non si rendono conto che, per me, sono stranieri, in tutto e per tutto.

Che cosa le manca di più del Giappone, dove ha vissuto l’infanzia ed è tornata da giovane donna con l’idea, poi dimostratasi impraticabile, di poterci vivere?

Mi mancas oprattutto l’armonia che c’è negli incontri. In Francia le persone sono sempre in guerra le une con le altre, in Giappone si cerca il dialogo, anche se non si condividono le stesse opinioni, le persone si confrontano in modo aperto, dolce, gentile. Mi manca questa gentilezza profonda nel rapporto fra esseri umani che là ho conosciuto.

Lei una volta ha raccontato che i suoi genitori, molto cattolici, in Giappone scoprirono di essere stati ingannati e misero in soffitta la Bibbia, che lei definisce un “libro spettrale”. Il Giappone insegna a vivere senza religione?

I giapponesi sono tolleranti per natura. Se qualcuno arriva in Giappone e dice di professare una certa fede lo ascoltano, non lo censurano. Ma i giapponesi non seguono una religione. Semmai sono politeisti, multiculturali. Una persona può essere allo stesso tempo buddista e di altro orientamento. Una forma di sincretismo culturale particolarissima. Gli occidentali in genere ne sono scioccati e dicono: “ non puoi essere allo stesso tempo buddista, musulmano o cattolico. Devi scegliere”. La risposta giapponese è del genere: “A noi non piace la religione. A meno che non possiamo conoscerle tutte!” Dovremmo prenderli ad esempio.

Il primo romanzo della letteratura giapponese, Genij il principe splendente, fu scritto da una donna. Poteva accadere in Occidente?

Purtroppo credo di no. Anche perché non solo il primo importante romanzo giapponese fu scritto da una donna, la dama di corte Murasaki Shikibu, ma almeno i primi tre lavori letterari sono opera femminile e sono capolavori assoluti. Certo anche in occidente abbiamo poesie e romanzi scritti da donne, ma non altrettanto riusciti e straordinariamente belli come quelli con cui nasce la letteratura nipponica. E’ una cosa che colpisce. E che non so spiegare. Se non pensando che il coraggio è una caratteristica giapponese e certamente quelle prime letterate furono donne molto coraggiose.

  @simonamaggiorel

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L’ossessione di Pollock per Picasso

Posted by Simona Maggiorelli su agosto 4, 2016

Pollock, murales Malaga

Pollock, murales Malaga

 Per chi in queste vacanze si trovasse dalle parti di Malaga da non perdere il  Museo Picasso che, oltre alla collezione permanente dedicata al pittore malagueño , ospita una mostra di Pollock che mette in scena dialogo che il pittore americano aveva sempre sognato.

 

Dopo il Guggenheim di Venezia e il MoMa di New York, ora è il Museo Picasso di Malaga a rendere omaggio  (fino all’11 settembre 2016) a Jackson Pollock con un’esposizione incentrata su Mural, l’opera monumentale che gli fu commissionata dalla collezionista Peggy Guggenheim nel Peggy_Pollock1943 e che rappresenta uno dei punti più alti dell’action painting.
Nel museo andaluso il potente murale astratto ritmato da  arricciate linee verdi, rosse e nere campeggia nell’ultima sala insieme ad altre opere dell’artista americano come il drammatico Circoncisione e il Ritratto di H.M. (1945) in cui non resta nulla di figurativo.

Questa sala monografica – quasi una mostra nella mostra – accoglie lo spettatore come un vortice di energia, dopo averne attraversate altre con opere di altri protagonisti della scuola di New York che non hanno la stessa forza  e impatto emotivo. Nei fatti più interessante come studioso  che come artista, Motherwell è rappresentato qui da una grande tela astratta intitolata Elegia per la Repubblica spagnola  n. 126 (1965-75) in cui giganteggia una massiccia  catena  nera e gialla, che allude forse a un girotondo, ma che appare privo di movimento.

Al pari di Lee Krasner e Robert Matta, anche Motherwell, in questo confronto diretto  finisce per restituire a Pollock tutta la sua originalità. E ancor più ne fanno risaltare il profilo epigoni delle generazione successive, come  David Reed (1946), che usano il dripping come tecnica razionale realizzando quadri che sembrano fatti al computer.

jackson_pollockChe ci riesca o meno (la sua opera è nel complesso piuttosto diseguale) l’intento di Pollock è di «lavorare per esprimere il mondo interiore». Il punto, scrive l’artista, è «riuscire ad esprimere l’energia, il movimento ed altre forze interiori». Questo è il filo che percorre la sua breve e folgorante carriera, dagli anni Trenta fin quasi al ’56 quando morì in un incidente d’auto, suicidandosi e uccidendo la sua giovane amica.

PicaLa mostra Mural Jackson Pollock, la energià hecha visible di Malaga, che si dipana poco lontano dalla collezione permanente del Museo dedicato a Picasso, ha anche per questo il merito di illuminare  meglio le radici dell’astrattismo di Pollock e il suo “debito” con il pittore malagueño, di cui studiò quasi ossessivamente i quadri del periodo cubista, esercitandosi nello scomporre le figure rappresentate, alla maniera delle Damoiselles d’Avignon, fino a farle diventare segni astratti.

Accanto all’influenza picassiana la mostra riporta in primo piano anche l’interesse di Pollock per la pittura di El Greco (che lavorò a Toledo): con le sue figure ritorte e fiammeggianti è una presenza costantemente evocata anche nei suoi quadri astratti. ( Simona Maggiorelli)

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L’universo culturale di Aldo Manuzio, rivoluzionario editore umanista

Posted by Simona Maggiorelli su luglio 30, 2016

Aldo Manuzio

Aldo Manuzio

Per chi è a Venezia, da non perdere,  la nostra dedicato a uno stampatore colto, laico e cosmopolita come Aldo Manuzio.  Chiude il 31 luglio

Aveva la grande ambizione di ampliare la circolazione della cultura. Pubblicando non solo classici in latino, ma anche la nuova letteratura in volgare. Dunque non fu “solo” uno stampatore Aldo Manuzio (1449-1515), ma un editore colto e umanista, che guardava al futuro. Da questa sua visione laica e moderna derivano tutte le sue importanti innovazioni editoriali – dal carattere corsivo ai libri tascabili – che non furono soltanto soluzioni formali ed estetiche ma corrispondevano a un preciso pensiero: allargare il pubblico dei lettori, mantenendo una veste di qualità e la cura filologica dei testi. Come dimostrano gli incunaboli e le eleganti edizioni aldine esposte nelle sale della Galleria dell’Accademia nella mostra Aldo Manuzio il Rinascimento di Venezia. Una esposizione che ha dietro il lavoro scientifico di tre curatori (G. Beltramini, D. Gasperotto, e G. Maneri Elia), in cui il rigore di studio si combina con una raffinata eleganza nell’allestimento.

La Tempesta di Giorgione

La Tempesta di Giorgione

Attorno ad edizioni stampate e miniate di classici della cultura greca, latina e umanista , sono radunati capolavori dell’arte veneta coeva e nordica: dipinti di Giovanni Bellini, di Giorgione, Lorenzo Lotto e Cima da Conegliano, ma anche opere grafiche di Albrecht Dürer che fu a Venezia dal 1494 al 1495 e poi nel 1510 entrando in contatto con ambienti neoplatonici ma anche con i maestri del colorismo veneto, dai quali mutuò una tavolozza più chiara e luminosa, oltre che forme meno rigide.

Interessante è come i curatori siano riusciti a raccontare chi era Manuzio attraverso la selezione di queste straordinarie opere d’arte: Il ritratto di gentiluomo di Tiziano che si ipotizza raffiguri il poeta arcadico Jacopo Sannazzaro ci racconta della passione del marchio contrassegnato con l’ancora per il linguaggio poetico, mentre la misteriosa Tempesta di Giorgione, ci dice dell’interesse di Manuzio per la tradizione pagana e panteista più raffinata e per la filosofia neoplatonica, di cui il pittore veneto si fece raffinato interprete.

Lorenzo Lotto, ritratto di Laura di Polo

Lorenzo Lotto, ritratto di Laura di Polo

Poco più in là fa bella mostra di sé una delle pubblicazioni di cui lo stampatore veneto andava più orgoglioso: l’Hypnerotomachia Poliphili, il romanzo allegorico di Francesco Colonna che fu pubblicato nel 1499 corredato da 172 xilografie. La narrazione si dipanava come una sorta di viaggio iniziatico alla maniera delle Metamorfosi di Apuleio.

Dietro a pubblicazioni del genere c’era il pubblico delle corti, ma interessante è anche le edizioni aldine diventassero un oggetto del desiderio anche delle dame, come ci racconta qui il Ritratto di Laura di Polo di Lorenzo Lotto. Insieme al Ritratto di uomo con petrarchino di Parmigianino ci dice della rivoluzione rappresentata dalle edizioni tascabili. ( Simona Maggiorelli)

 

 

 

 

 

 

 

 

Conferenza su Aldo Manuzio, i lettori e il mercato internazionale del libro

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