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#PaoloPoli: “Adoro le donne vivaci, acute e scandalose”

Posted by Simona Maggiorelli su marzo 26, 2016

Paolo Poli

Paolo Poli

Per ricordare Paolo Poli, attore colto, grande mattatore che tutte le volte mi faceva sudare sette camice prima di un’intervista. E poi, giocoso e crudele, mi diceva: “se lo scrivi ti stacco il clitoride”!

quotidiano LA NAZIONE, 09/11/2006
Adoro le donne vivaci, acute e scandalose
di Simona Maggiorelli

In prima assoluta per la Toscana, Paolo Poli approda stasera alle 21.15, al Teatro Nazionale di Quarrata, con il nuovissimo “Sei brillanti”, commedia in due tempi- come si usava dire una volta- che lo stesso Poli ha costruito, con piglio divertito e come sempre pungente, tra parole, musica e pittura, andando a ripescare i testi di sei giornaliste che hanno fatto la storia del costume italiano del Novecento. E forse non solo quella. Spesso, facendo scandalo, “sovvertendo le regole dei benpensanti. A partire da quella Maria Volpi Nannipieri, in arte Mura che “negli anni ’20 – ricostruisce Poli – con le sue Perfidie parlava di amori saffici, in un’epoca in cui Mussolini avrebbe avuto parecchio da ridire”.  E poi Paola Masino, giornalista: negli anni che precipitavano verso la crisi economica del ’29 ebbe il coraggio di lanciare, su Omnibus il grido di un inchiesta dal titolo Fame. “Un articolo – dice Poli – che mise più di un maldipancia alla maggioranza rispettabile che se fregava del prossimo”..
Ma poi arrivò Irene Brin, storica firma di Omnibus di Longanesi, a raccontare la società italiana attraverso la moda.
“Già, la poveretta si dovette inventare la “contessa Clara”. Ma era una mente brillantissima.
E Camilla Cederna? Che ricordi ha di lei?
“Insieme si fece anche un pezzo di tv sull’ecologia. Di Camilla ho scelto Il lato debole . Erano gli anni della Dama Bianca e di Coppi.
Giornalista coraggiosa, la Cederna…

“Coraggiosissima. Come tutte le donne. Che possono fare barba e capelli alla gran parte degli uomini. Guardi, perfino la Petacci non era poi così male. Senz’altro meglio di Mussolini. Lei si limitava ad andar per letti.”
Per raccontare l’attualità invece, ha scelto due firme lontane, Natalia Aspesi e Elena Giannini Belotti

. “Due amiche. Con la Aspesi, quando si era più giovani si andava via in macchina,senza meta, non si sapeva dove si sarebbe arrivati. Lei guidava senza occhiali”
E la Belotti?
“Al suo Adagio poco mosso riconosco il coraggio di aver raccontato un mondo di vecchie, quando pochi vogliono sentirne parlare.”
Insomma Poli, scopriamo che le piacciono le donne?
“Quelle come mia sorella Lucia, vivaci, che scodellano come gli uomini e corrono a destra e a manca, detestano i lavori prigionieri.”
Detesta il tipo della casalinga?
“Mi stanno simpatiche le filippine, come tutte quante le domestiche, ma non sopporto il tipo della mamma con lo scialle nero che ha sempre qualche figlio da piangere. E poi finisce per farlo morire per davvero. ”
In Sei brillanti l’omaggio alla donna è anche musicale?
“Mi sono divertito a creare dei quadri musicali, che raccontano l’Italia degli anni Trenta, della nascita della radio, l’Italia dei cori femminili di Tulli, tulli-pan per arrivare agli anni Ottanta di Splendido splendente e Bello impossibile”
Quadri musicali ma anche pittorici. Come immagini di Delavaux, dei surrealisti, di Picasso.
“E’ tutta colpa di un compagno di viaggi come Emanuele Luzzati, che come me, ha una memoria di ferro per i tempi lontani. Io, per esempio, mi ricordo perfettamente di quando venne Hitler a Firenze, e avevo nove anni. Da parte sua Lele si ricorda bene di quella volta che vedendo un omino in calzoncini corti che annaffiava il giardino gli chiese: mi scusi, ma lei è Picasso?”

 

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2015, l’addio a tre grandi maestri: Manoel de Oliveira, Mario Dondero e Luca Ronconi

Posted by Simona Maggiorelli su dicembre 29, 2015

Manoel De Olivera, il regista che amava le donne

 Manoel De Oliveira, con Cathrine Deneuve

Manoel De Oliveira, con Cathrine Deneuve

Autore di straordinaria forza poetica, il regista Manoel de Oliveira, scomparso  ad aprile 2015 a 106 anni, ha attraversato ottant’anni di storia del cinema, lasciandoci una quarantina di film, fra i quali molti capolavori. Leone e Palma d’oro alla carriera a Venezia e a Cannes,  è stato premiato con il Leone d’argento a Venezia per La divina commedia (1981) e ha ricevuto il premio della giuria a Cannes per La lettera (1999).

Ma il maggior riconoscimento viene forse dal pubblico e dalla critica più colta che ha saputo apprezzare l’originalità del suo modo di fare di immagini, ma anche lo spessore letterario delle sue storie e la sua capacità di raccontare la vita interiore dei personaggi.

Al centro della filmografia di questo appassionato e gentile cineasta portoghese c’è una profonda “indagine” dell’universo femminile. De Oliveira ha saputo tratteggiarne la complessità. I suoi film portano in primo piano il diverso da sé, affascinante e sconosciuto, la bellezza sensibile delle donne. E, talora, anche la violenza invisibile della pazzia.

De oliveira

Leonor Silveira

Come pochi altri Manol de Oliveira ha saputo rappresentare la violenza invisibile dell’anaffettività, quella algida bellezza, dietro la quale si nasconde una micidiale assenza di emozioni. Basta pensare, per esempio, a un film come Belle toujour, (2006) in cui ha ripreso e rielaborato il tema del celebre film di Buñuel Belle de jour (1967) che aveva come protagonista Catherine Deneuve. Un’opera breve, a macchina ferma, un saggio magistrale di scavo nell’animo dei protagonisti (Bulle Ogier e Michel Piccoli) che per tutta la durata del film si guardano a distanza e sembrano giocare al gatto col topo.

In questo film il regista portoghese immaginava che il vecchio amante riuscisse a ritrovare la donna che viveva chiusa in un albergo a Parigi potendo finalmente parlare con lei durante una cena a lume di candela. La donna “scandalosa” di una volta gli confesserà di volersi ritirare in convento per espiare. Passando così da una vita dissoluta a una vita solo spirituale. Due esperienze all’apparenza opposte ma – ci lascia intuire il regista – ugualmente caratterizzate dall’assenza di ogni “sentire”.

De OliveiraE come non ricordare a questo proposito un capolavoro come Francisca (1981), ultimo capitolo di una tetralogia iniziata con Passato e presente (1971) e proseguita con Benilde e la vergine madre (1974) e Amore di perdizione (1978), in cui tratteggia con uno stile quasi da cinema muto il naufragio nell’oppio di un giovane dandy che rapisce la bella e vergine protagonista. Uno dei fili rossi che attraversa tutta la filmografia di De Oliveira è il vitale, eppure talora sanguinoso, rapporto uomo – donna; che in forma di conflitto di genere e di classe ritroviamo in O principio de incerteza (2002). Ma importante nel suo lavoro di cineasta e nella sua esperienza di vita in quanto oppositore al regime di Salazar è stato anche il tema del recupero della memoria, personale e collettiva. Svolto in chiave intimistica in Viagem ao Princípio do Mundo (Viaggio all’inizio del mondo, 1997) e Porto da Minha Infância (2001) e in chiave di rivisitazione storica e critica in film come, per esempio, Palavra e Utopia (Parole e utopia, 2000).

In particolare è uno straordinario viaggio nella storia delle civiltà del Mediterraneo Un film falado (2003) in cui il regista rilegge in profondità la vicenda dell’Occidente attraverso lo sguardo di una archeologa e altri personaggi femminili a bordo di una nave da crociera che si ferma nei porti storici del Mare Nostrum. E si potrebbe continuare a lungo tanto è ricca l’opera che Manol de Oliviera ci ha lasciato, da quel Faina Fluvial con cui esordì nel 1931 fino all’ultimo corto O velho du restelo, una riflessione sulla sulla letteratura iberica, tra Luis de Camoes e Cervantes, presentato fuori concorso proprio all’ultimo Festival di Venezia. Per questo, volendo rendergli davvero omaggio, non possiamo che concludere invitando i nostri lettori a vedere direttamente o a rivedere i suoi film.

  Addio a Luca Ronconi, grande mago del palcoscenico

Luca Ronconi

Luca Ronconi

Ne ho fatte di tutti i colori…” diceva Luca Ronconi in un recente incontro con il pubblico. Ricordando le immaginifiche macchine sceniche con cui ha rivoluzionato la scena, non solo italiana. Basta pensare ai cavalli di lamiera che avanzavano in mezzo al pubblico nello storico Orlando furioso del ’69 a Spoleto, alla zattera che faceva da palcoscenico sul lago di Costanza, oppure la scena semovente, che si faceva piscina, nell’Orfeo di Monteverdi con cui nel 1998 riaprì a Firenze il Teatro Goldoni. Uno spettacolo che in quel teatro scrigno ci parve ricreare l’antica “maraviglia” delle rappresentazioni di corte ma coinvolgendo il pubblico, vicino ai protagonisti in scena, rendendo più intensa quella speciale corrente di emozione che si crea fra attori e pubblico solo nello spettacolo dal vivo.

Per realizzare quella scena ad effetto Ronconi usò tutto il teatro, platea compresa, inondandola d’acqua, e portò gli spettatori sul palcoscenico a sedere su un vero prato, mentre la musica spuntava dal foyer con squilli di tromba.

Luca Ronconi (Susa, Tunisia 1933- Milano, 2015) è stato un grande mago del palcoscenico e con la sua scomparsa, dopo quella di Massimo Castri e di Giorgio Strehler, si chiude uno dei più importanti capitoli del teatro di parola in Italia: un tipo di prosa che sapeva farsi anche visione da vivere collettivamente, almeno per il tempo della messinscena. Un tempo della rappresentazione che nel teatro di Ronconi si è spesso dilatato fino a superare di gran lunga la classica ora e mezzo. Fin dall’Orlando Furioso che a Spoleto dilagava nel centro storico spoletino, aprendolo ad un’avventura tra il meraviglioso e il fantastico, anche grazie ad attori che sarebbero presto diventati famosi per il loro talento come Ottavia Piccolo, Edmonda Aldini, Daria Nicolodi, Massimo Foschi, Duilio Del Prete e Mariangela Melato, che poi, per lui, si sarebbe perfino calata nei panni della straniante bambina protagonista di Quello che sapeva Maisie di Henry James.

 Lehman Trilogy

Lehman Trilogy

Ma indimenticabili sono anche certi suoi spettacoli-romanzo, cinematografici, come Gli ultimi giorni dell’umanità di Karl Kraus ideato nel 1991 per il reparto presse del Lingotto a Torino, in un rapporto fra arti sceniche e spazi da archeologia industriale che lanciava un filone di ricerca negli anni Novanta. Proprio di recente Luca Ronconi era tornato a misurarsi con questa durata dilatata che rende i suoi spettacoli una sorta di opera-mondo che vuol contenere tutto, la parola e l’immagine, la finzione e la verità, la storia e la riflessione sul presente…

Come accade nelle cinque ore di Lehman Trilogy, il suo ultimo spettacolo, andato in scena al Teatro Grassi di Milano e tratto dal testo che il drammaturgo Stefano Massini ha pubblicato l’anno scorso con Einaudi. Al centro di questo lavoro che ha vinto il Premio Ubu 2015 c’è la storia infranta del sogno americano finito in una crisi abissale, anche di valori e di umanità. (Simona Maggiorelli, Left)

l bianco e nero il colore della verità. Per ricordare Mario Dondero

Mario Dondero, con Angelo Ferracuti

Mario Dondero, con Angelo Ferracuti

Per ricordare un grande fotoreporter come Mario Dondero, da poco scomparso, riproponiamo qui alcune dei 150 gli scatti che lui stesso aveva selezionato per la mostra alle Terme di Diocleziano, a Roma, pensata come un compendio di tutto il suo lavoro, conosciuto soprattutto per i  suoi memorabili scatti in bianco e nero, con cui è riuscito a raccontare la storia italiana con occhio poetico, sempre attento ai soggetti, non importa se fossero personaggi noti o persone che silenziosamente lavoravano alla ricostruzione dell’Italia dopo la guerra e nelle grandi battaglie per i diritti poi negli anni Settanta.Classe 1928, Dondero è stato  un fotoreporter di fama internazionale. Nella  mostra organizzata nel 2014 dalla Soprintendenza Speciale per i Beni Archeologici di Roma con Electa -che tanti spettatori hanno avuto modo di apprezzare fino al marzo 2015 – i curatori  Nunzio Giustozzi e Laura Strappa avevano organizzato il percorso in quattro sezioni per poter ripercorrere attraverso lo sguardo di Dondero i momenti storici che hanno segnato il secolo scorso, così come i luoghi e i personaggi alla ribalta sulle pagine di quotidiani e periodici che hanno scandito i cambiamenti da quegli anni ad oggi.

mario-dondero«Fotografo e fotoreporter sono due termini che definiscono un modo di fare fotografia opposto» diceva Dondero, che ha lungamente lavorato per  quotidiani e  periodici per raggiungere «la gente comune e colloquiare con il mondo».  La fotografia per lui era un modo «per andare oltre la parola» e poter fare cronaca con un taglio più profondo e il linguaggio universale delle immagini che non conosce barriere linguistiche e culturali. Il bianco e nero per lui era il «colore della verità» e a questo fiolone della sua opera era dedicata la parte più suggestiva della mostra, arricchita da fotografie a colori, per la maggior parte inedite.

 Beckett fotografato da Dondero

Beckett fotografato da Dondero

Da giovane, dopo aver partecipato alla Resistenza, Mario Dondero era rimasto molto colpito dal lavoro di Robert Capa. Al grande fotografo dell’agenzia Magnum aveva reso omaggio  con una sua fotografia di quella collina, in Spagna, dove Capa scattò la famosa foto del miliziano colpito durante la guerra civile.

I suoi primi passi, Dondero li mosse nella Milano di Luciano Bianciardi, una città ancora popolare che ancora non aveva fatto il grande balzo economico. Nel 1954 poi si trasferì a Parigi. Risale a quel periodo  la foto in cui ritraeva i protagonisti del Nouveau Roman, «in cui immortalava tutti gli intellettuali del gruppo ancor prima che fossero consapevoli di aver creato una nuova forma di scrittura», come ricordano i curatori. In questo suo lavoro quotidiano Dondero  maturò un altro modo di fare giornalismo, come raccontano Uliano Lucas e Tatiana Agliani nel volume La realtà e lo sguardo, storia del fotogiornalismo in Italia (Einaudi, 2015). Per lui diventò un “viatico per incontrare uomini e donne di origini e paesi diversi, gente famosa e non, ma carica di una speciale umanità”. Poi Dondero coraggiosamente raccontò la guerra algero-marocchina e  il processo Panagoulis. L’Italia degli anni Sessanta  ma anche la Francia degli Settanta e poi fino agli anni Novanta sono state al centro della sua attenzione e della sua passione intellettuale e politica. Insieme al grande continente africano  a cui Dondero  dedicò la serie di fotografie dal titolo “Verso il mondo”.

Ma non solo.Dondero è stato un grande testimone della guerra a Cuba,  del genocidio in Cambogia e delle trasformazioni del Brasile. Indimenticabile il suo reportage sulla caduta del muro di Berlino,  sulla  Russia di Putin e l«’Afghanistan senza pace». Come dimostra il volume Electa che, dopo aver accompagnato la mostra, ora diventa un testo importante per ricordare e trasmettere la conoscenza del suo lavoro.  Insieme al suo libro testimonianza Scatti umani uscito per i tipi di Laterza. @simonamaggiorel

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Happy birthday #Shakespeare. Poeta dall’animo libero

Posted by Simona Maggiorelli su aprile 23, 2014

quote-tell-me-where-is-fancy-bred-or-in-the-heart-or-in-the-head-william-shakespeare-310270Shakespeare straordinario indagatore della psicologia umana e attento alle nuove idee di Giordano Bruno .

Così lo racconta il filosofo della scienza  Giulio Giorello su left, a 450 anni dalla nascita del Bardo.

E in occasione dell’uscita del libro Noi che abbiamo l’animo libero, scritto con il genetista Edoardo Boncinelli e pubblicato da Longanesi

 

 di Simona Maggiorelli

Shakespeare “scienziato” della mente, capace di raccontare le passioni con lingua nuova, viva e poetica. Ma anche gli scacchi dell’animo umano, il delirio, la pazzia. Indagandola senza infingimenti, senza censure. Da un lato la fantasia, l’immaginazione, il sogno. Dall’altra il buio di chi ha perso ogni dimensione di rapporto con l’altro essere umano e con la realtà. Il delirio vorticoso di Macbeth, la schizoidia lucida e omicida di Lady Macbeth. Shakespeare non giudica i suoi personaggi. Non li sovrasta. Resta sullo sfondo, quasi sparisce per lasciar loro libertà d’azione.

Macbeth, Orson Welles

Macbeth, Orson Welles

«Shakespeare è tutti e nessuno», scriveva Borges. E il fatto che le sue “creature” non siano più manovrate da una volontà divina, da un telos, dall’ineluttabilità di un tragico destino, li rende liberi. Come Cleopatra che, nota il filosofo Giulio Giorello nel libro Noi che abbiamo l’animo libero (Longanesi), incarna l’aspirazione ad andare oltre i limiti, verso l’infinito con il suo «eroico/erotico furore» nel dramma Antonio e Cleopatra.

Nell’inquietudine di Amleto, invece, intinge la penna Edoardo Boncinelli eleggendolo a personaggio simbolo dell’universo shakespeariano in questo libro scritto a quattro mani, che esce in occasione dei 450 anni dalla nascita di Shakespeare. Volume in cui il genetista e il filosofo della scienza, con due saggi e un lungo dialogo, rendono omaggio al teatro del Bardo «come il vero, grande, teatro della modernità». «Shakespeare annuncia e mette in scena le crisi che segnano il trapasso dal medioevo all’età moderna», spiega Giorello.

«A cominciare dall’abbandono di una politica “cristiana” per un agire sul piano statuale machiavelliano. È la fine del mondo chiuso a cui ci aveva abituato la tradizione aristotelica e si intravede l’universo infinito. Dietro ad Amleto e dietro a Cleopatra – rileva il filosofo – scorgo le ombre lunghe di Niccolò Machiavelli e di Giordano Bruno. È una mia lettura. Ma non sono l’unico a vederla così. In un bel libro Nuovo cielo e nuova terra (Il Mulino 1990), Gilberto Sacerdoti scrive che la dismisura della passione in Antonio e Cleopatra trova il suo corrispettivo in un cosmo infinito in tutte le direzioni». Al centro c’è il rapporto fra i due amanti .«La passione diventa un valore, che trionfa sul tempo al di là e nonostante la morte», notava già l’anglista Derek Traversi in un’edizione Einaudi del dramma uscito negli anni Sessanta.

Gustave Moreau - Cleopatra

Gustave Moreau – Cleopatra

L’epoca di Shakespeare, insomma, non è più imperniata su due autorità assolute, il re e il papato. Con la Riforma, la Chiesa di Roma non è più unica, e con le grandi scoperte scientifiche di Copernico, Brahe, Keplero, Galileo la terra non è più al centro dell’universo. Intanto nuove avventure e conquiste si giocano sulle rotte atlantiche alla scoperta di nuovi mondi.

 «La società non era più incardinata su una realtà mondana e una spirituale», ribadisce Giorello. «Non che il papa e l’imperatore venissero meno, ma cominciarono i primi esperimenti di Stati nazionali, anche se a volte presero la forma di un assolutismo di nuovo tipo. Costruito nel sangue delle guerra civili e in particolare nel conflitto fra Riforma e Controriforma. Sotto questo profilo l’esperienza politica di Shakespeare è peculiarmente inglese. L’aristocrazia si suicida nella Guerra delle due Rose ed emerge una nuova realtà politica, come raccontano Enrico IV, Enrico V e la parabola sanguinaria di Riccardo III. Mentre nell’Enrico VIII, ormai ammesso nel canone shakespeariano, affiora il processo della rivoluzione inglese: l’Inghilterra diventa molto forte sui mari, ma è anche un laboratorio politico in cui, dopo l’età di Shakespeare, si sperimenterà il primo tentativo repubblicano della storia inglese».

Centrale in questa congiuntura, sottolinea il filosofo, «è la decisione di Enrico VIII di divorziare dalla Chiesa romana per fare un esperimento nazionale: la Chiesa anglicana». Con fantasia il grande Bardo affresca una nuova politica nell’ambito di una nuova cosmologia. «È questo – dice Giorello – che lo rende affascinante. Nei suoi drammi non c’è più la politica cristiana. Non c’è il diritto divino dei re. Ma vi troviamo la consapevolezza che la politica è opera umana e come tale è fallibile».

Per questo anche se l’ambizioso piano di Antonio e Cleopatra naufraga nella battaglia di Azio nel 31 a.C, il dramma omonimo non è una tragedia che celebra il fallimento come punizione. Anzi. In Lezioni su Shakespeare (Adelphi) il poeta W.H.Auden scriveva che è un testo che esprime un profondo rifiuto del dolore: «Lo splendore della poesia rispecchia lo splendore del mondo». I versi celebrano «la passione amorosa, l’ambizione, ma anche la fedeltà e il tradimento, la prudenza, l’audacia… Non c’è tratto umano che non sia reso nella moltitudine di personaggi» annotava il poeta. Arrivando a dire: «Se dovessimo dare alle fiamme tutte le opere di Shakespeare, tutte tranne una, io sceglierei Antonio e Cleopatra». «Sono assolutamente d’accordo», gli fa eco Giorello. «È una delle opere più complesse, più sofisticate di Shakespeare: ci offre l’immagine di una donna bellissima e molto coraggiosa, un’immagine femminile che è un continuo banco di prova per le virtù maschili che spesso si rilevano inadeguate rispetto all’identità che aveva la regina d’Egitto. Questo è un aspetto anticonformista di Shakespeare. Se c’è un poeta che ha davvero “l’animo libero”, è proprio lui». Anche nell’uso delle fonti. Come Giorello ricordava già in precedenti lavori, Tradimenti (Longanesi, 2012) e in Lussuria (Il Mulino, 2010).

Giorello e Boncinelli

Giorello e Boncinelli

 Mentre Euripide e Platone e poi il Cristianesimo si erano accaniti nel deturpare l’immagine e l’dentità della donna  e Dante condanna «Cleopatras lussuriosa», il drammaturgo inglese si rifà direttamente a  Plutarco. «Lo riprende in modo fedelmente infedele, gettando una nuova luce sul racconto», approfondisce Giorello.  Che aggiunge:«Quello di Shakespeare è il grande teatro della coscienza, nel senso in cui usava questa locuzione Giordano Bruno: la nostra coscienza talora mette in scena la guerra civile con se stessa. Questo è il punto di fondo sia delle commedie che delle tragedie».

Proprio il fascino che il pensiero bruniano esercitò sulla parte più anticonformista dell’intellettualità inglese, da Marlowe a Shakespeare, è uno dei fili rossi che percorre carsicamente Noi che abbiamo l’animo libero. «Io e Boncinelli, in realtà, non ci siamo addentrati nella diffusione del pensiero bruniano in Inghilterra (dove soggiornò fra il 1583 e il 1585 ndr). Su cui hanno scritto Hilary Gatti e Gilberto Sacerdoti, esperti bruniani e interpreti della più intelligente critica shakespeariana. Ma possiamo dire che, anche se Shakespeare non sposa la visione del Nolano come convinzione soggettiva, la conosceva bene e la fa diventare grande materia poetica».

E mentre c’è chi ipotizza che in Pene di amor perdute il personaggio di Berowne rimandi proprio al Nolano, risulta immediatamente evidente l’assonanza fra il drammaturgo e il filosofo quando si parla, per esempio, di immaginazione, che per l’anticristiano Bruno, non è più «maligna fantasia»

. A unirli poi, come nota Nadia Fusini nel libro Di vita si muore. Lo spettacolo delle passioni in Shakespeare (Mondadori, 2010), è anche e soprattutto un profondo interesse verso l’umano.

Tanto che, riflettendo sulla capacità shakespeariana di cogliere e scandagliare le profondità della psiche, il critico Harold Bloom è arrivato a dire che Shakespeare ha inventato la natura umana. «Io non so se abbia inventato la natura umana – commenta Giorello – perché grandi opere e cantori della natura umana ci sono stati anche prima di lui, dal poema di Gilgamesh della tradizione sumera e accadica, a Omero, a Virgilio a Dante ecc. Ma con Steven Dedalus di Joyce mi sento di dire che ciò che Shakespeare racconta non è la natura umana, ma la nostra natura umana».

Dal settimanale left

 

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Büchner, bellezza amara

Posted by Simona Maggiorelli su novembre 25, 2013

Wayzeck diretto da Bob Wilson

Wayzeck diretto da Bob Wilson

Rivoluzionario e a lungo incompreso, l’autore di Woyzeck è al centro di  convegni e incontri per il bicentenario dalla nascita. Non solo in Germania. In Italia si segnalano in particolare un ciclo di incontri alla Casa di Goethe a Roma e di due nuove monografie

di Simona Maggiorelli

Strano destino quello di Georg Büchner (1813 – 1837), medico, drammaturgo e scrittore dalla vita brevissima, autore di opere frammentarie quanto folgoranti, come il racconto Lenz (Adelphi), e di drammi visionari come Woyzeck (Marsilio) che solo dopo molti anni dalla prematura scomparsa dell’autore ha avuto un degno riconoscimento, entrando stabilmente nei repertori teatrali. In questo autunno in cui si ricordano i duecento anni dalla nascita di questo rivoluzionario scrittore tantissimi sono gli incontri e le occasioni di studio della sua opera. Non solo in Germania. Alla Casa di Goethe a Roma, diretta da Maria Gazzetti, un convegno e un ciclo di lezioni (che proseguono fino a gennaio) permettono di approfondire i testi di Büchner, sotto una molteplicità di aspetti. A cominciare dal rapporto fra le sue opere e la musica, affrontato dal musicologo Claudio Rostagno analizzando il lavoro di Alban Berg nel mettere in musica il Woyzeck. Per arrivare poi al rapporto fra Büchner e le arti visive, con una conferenza dello storico dell’arte Claudio Zambianchi il 29 gennaio che prenderà in esame alcune incisioni di Chagall e lo spettacolo dell’artista sudafricano William Kentridge Woyzeck on the Highveld (2008).

Appassionato di pittura fiamminga e delle sue scene di vita quotidiana (che appaiono ricreate in alcune pagine del racconto Lenz) Georg Büchner scriveva nelle lettere di amarne il gusto per la nuda verità e anche le asprezze, mentre l’armonia delle forme classiche e l’opulenza del rinascimento italiano lo lasciavano piuttosto indifferente. E una appassionata e a tratti quasi disperata ricerca della verità storica e umana è il filo rosso che lega tutta la sua breve ma intensa produzione letteraria, dal pamphlet politico Il messaggero dell’Assia, in cui incitava alla rivolta i contadini tedeschi, sfruttati e ridotti in miseria, fino a Woyzeck, la sua ultima opera ispirata a un fatto di cronaca nera: la condanna a morte del soldato Franz Woyzeck, colpevole di aver ucciso “per gelosia” la propria compagna.

Come già in Lenz, che con prosa onirica e potente racconta lo sprofondare nella pazzia del poeta Jacob M.R. Lenz (1751 – 1792), nel testo teatrale Woyzeck, il giovane medico Büchner cerca di afferrare che cosa si agita nel profondo di questo fragile soldato vessato dai superiori che alla fine diventa un assassino, tentando una comprensione poetica, “intuitiva”, del suo delirio. Per arrivare poi a fare di Woyzeck il simbolo di un’intera generazione disadattata nella oppressiva Germania della restaurazione. Come ricostruisce Barnaba Maj nella monografia Georg Büchner da poco uscita per Ediesse, Büchner, che aveva studiato a fondo la rivoluzione francese, era un giacobino che faceva attività politica clandestina convinto che una maggiore giustizia sociale potesse venire solo dalla sollevazione delle masse e non da una rivoluzione borghese. E se il linguaggio del suo Messaggero dell’Assia, come nota la germanista Vanda Perretta curatrice della buchneriana alla Casa di Goethe, «era ancora rigido e retorico, rispetto invece alla ricchezza icastica che nel 1848 sfoderò Marx, fin dall’incipit, nel Manifesto del partito comunista», in opere come La morte di Danton l’analisi politica e il linguaggio di Büchner si affinano fino a fare del teatro un penetrante strumento di indagine della storia e delle radici della violenza, facendo splendere le ragioni rivoluzionarie ma al tempo stesso scandagliandone il tragico naufragio nel terrore. Il linguaggio onirico ed evocativo, lo stile anti classico, il pathos che trasmettono le opere di Büchner furono la cifra della sua inattualità nel suo tempo, nota Simone Furlani nel saggio Arte e realtà. L’estetica di Georg Büchner (Forum editrice, 2013), ma furono anche la chiave della sua fortuna postuma.

Agli inizi del Novecento furono gli espressionisti per primi a riconoscerne il valore e ad apprezzare il “realismo visionario” della sua prosa, comprendendo che le sue deformazioni della realtà permettevano di vedere al di là delle apparenze, la realtà più profonda dei rapporti umani. E non si trattò per lui solo di una inconscia e geniale scelta artistica. Consapevolmente Büchner aveva preso le distanze dall’idealismo di Schiller e di Goethe, come appare evidente dalle sue lettere. D’altro canto, diversamente dai romantici, Büchner non inseguiva la purezza delle origini e non cercava consolazione nello spiritualismo e nella religione. («La Chiesa di pietra» e suoi dogmi saranno spesso oggetto dei suoi strali). E forse è stata questa sua originale complessità, che sfugge ad ogni facile etichetta, a regalare lunga vita alle sue opere che da Max Reinhardt a Werner Herzog a Bob Wilson continuano a trovare sempre nuovi allestimenti e trasposizioni.

dal settimanale Left-Avvenimenti

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Paolo Rossi, il mio cinema all’improvviso

Posted by Simona Maggiorelli su agosto 1, 2010

Tra un instant film su Pomigliano, un libro e una regia lirica, il comico milanese è di nuovo giullare on the road. Il 5 agosto a Genova e l’8 sulle Dolomiti

di Simona Maggiorelli

Paolo Rossi

Tra un instant film sulla vertenza di Pomigliano d’Arco e la regia lirica de Il matrimonio segreto di Domenico Cimarosa che lo attende a Spoleto alla ripresa autunnale, Paolo Rossi torna a vestire i panni del giullare on the road: scendendo giù al Porto Vecchio di Genova per fare, sull’acqua, Il meglio di Paolo Rossi il 5 agosto. E poi arrampicandosi su fino alla conca fiorita di Prà Martin per riproporre il Mistero Buffo di Dario Fo «in umile versione pop» l’8 agosto nell’ambito della rassegna Suoni delle Dolomiti.  Del resto, il teatro popolare, è la sua prima e grande passione. La sua molla originaria. Tanto più in tempi di tv irreggimentata e di pesanti tagli alla cultura che lo fanno sommamente indignare. Perché «tagliando i fondi alla cultura – avverte – si impedisce ai giovani persino di immaginare di dire le cose. È una censura micidiale, silente, che non porta allo scandalo perché non è repressiva. E così crea vuoti generazionali». Senza contare che un processo di regressione culturale procede imperterrito in Italia ormai da una ventina di anni. «La tv commerciale – sottolinea il comico milanese – ha compiuto una “rivoluzione culturale”, ci ha fatto diventare tutti tifosi e spettatori. Di fatto ha tramutato il popolo in pubblico. E anche quando si parla di politica, in senso alto, gli italiani  oggi sembrano diventati tutti spettatori». Una situazione di narcolessia «generale e generalizzata» che nel teatrante Paolo Rossi ha fatto tornare la voglia  di ripensare il teatro popolare e gli strumenti che offre per stimolare nuovi pensieri. («Sarà che proprio nei periodi più neri – chiosa – quando tutti sono pessimisti, io sono ottimista: toccato il fondo, non si può che risalire»). Così Paolo Rossi si rimbocca le maniche non risparmiandosi in scena, ma lo fa anche sul piano più “teorico” mandando in libreria con la regista di Mistero Buffo Carolina de la Calle Casanova (sì, si chiama proprio così) un appassionato libro a più voci, La commedia è finita! (Elèuthera) in cui  Rossi dialoga intorno a una moderna idea di teatro popolare,  squadernando gli strumenti, i trucchi del mestiere, ma anche invitando idealmente il lettore nel backstage e nelle cene fra saltimbanchi nel dopo-spettacolo durante le quali, non di rado, «nascono le idee migliori». Ma Rossi con questo libro riesce a far entrare in scena anche le chiaccherate a notte fonda e gli incontri casuali con baristi, fan, benzinai, colleghi attori e albergatori, insomma tutto ciò quel mondo che ruota intorno al palcoscenico e che fa la vita e il lavoro del teatrante. Infilando fra una sigaretta e un autografo qualche piccola perla del genere: «Il potere, ‘o sistema, racconta falsità, menzogne. L’artista del teatro pop ne racconta di migliori». Oppure: «Sarà stato per il personaggio che interpretavo in una compagnia (un comico che studiava da ribelle), sarà stato per il periodo storico (questi anni settanta che secondo me devono ancora cominciare) o per il successo che ci accarezzava… ho avvertito subito il progetto di trasformarci tutti in marionette. Allora l’avevo intuito. Ma solo passato il giro di boa, quasi trent’anni dopo, ho capito che la mia intuizione era giusta e che anzi era già realizzata». E poi calando ogni maschera, con il coraggio che dà, talvolta, il parlare di notte, Paolo Rossi aggiunge: «Io ho avuto fortuna. Sono caduto. Cadere è come quando ti fanno i tarocchi e ti esce la carta della morte. Mica vuol dire sempre che si muore in senso fisico, magari ci vai vicino, ma poi è anche molto divertente riuscire a organizzare e assistere al funerale di una parte di te stesso. Del defunto rimane sempre il meglio… e poi come si fa a parlare male di un morto?».  Ed è davvero una rinascita artistica quella che il poliedrico Rossi sta vivendo fra progetti apparentemente molto distanti fra loro ma che lui riconduce sempre a un unico comun denominatore: il teatro popolare. Anche se a settembre al Lirico sperimentale Belli di Spoleto lei si darà alla regia lirica? «Il melodramma è teatro popolare in senso stretto» ci dice al telefono da Pomigliano in una pausa delle riprese del film  R.C.L.- Ridotte Capacità Lavorative prodotto da Mauro Berardi e Agenzia Multimediale Italiana (Ami), per la regia di Massimiliano Carboni. E questo docu-film sulla vertenza Fiat? «Un metodo di cinema all’improvviso si è sposato bene con un metodo di teatro all’improvviso. Vediamo se sarà così anche in fase di montaggio. Ora tutto passa a Massimiliano (Carboni ndr). Certo fare un film in quattro giorni non è cosa da poco…». Insomma Paolo Rossi ha inventato un nuovo genere cinematografico? «Non esageriamo – si schermisce -. Già altri registi si sono dedicati a lavorare sul canovaccio e non su una sceneggiatura compiuta. Non siamo certo i primi». L’importante, insomma, è farlo alla propria maniera.  Anche perché per dirla con Dario Fo: «Prendere ispirazione è cosa buona, copiare è da imbecilli».

da left-avvenimenti 30 luglio 2010

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