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La nuova Roma del terzo millennio

Posted by Simona Maggiorelli su dicembre 16, 2012

Palazzetto bianco di Massimo Fagioli

Palazzetto bianco di M. Fagioli e P.Rossi

Trentadue progetti di architettura regalano un nuovo volto alle aree più critiche della Capitale. Firmati da archistar e da personalità di grande talento. Propongono un nuovo modo di costruire all’insegna della bellezza e della sostenibilità. Un libro edito da Hoepli li racconta

di Simona Maggiorelli

In una città come Roma dove cementificazione e speculazione, specie nelle periferie urbane, continuano a divorare suolo, segnali di una diversa e più sostenibile idea dell’abitare cominciano a farsi notare. Come staminali che curano le zone più abbandonate e a se stesse, riqualificandole. Il volume Roma III millennio (Hoepli, foto di Rosario Patti) ne raccoglie alcuni magistrali esempi, capaci di mettere insieme funzionalità e bellezza, rispetto dell’ambiente e dimensione umana dell’abitare. Fra i nomi dei progettisti figurano archistar come Santiago Calatrava e Zaha Hadid, ma anche lo psichiatra e artista Massimo Fagioli e poi  architetti, forse meno noti al grande pubblico ma che, con i loro progetti, stanno contribuendo concretamente a liberare Roma da cemento inutile e bruttezza.

Françoise Bliek, Paola Del Gallo e Pietro De Simoni, autori di Roma III millenno hanno selezionato ben 32 esempi pienamente riusciti.Fra i quali anche un progetto firmato dallo Studio ABDR nella zona Ostiense di Roma ed esempio felice di recupero e innovazione.

«Visti i gravi problemi dell’area – racconta Paola Del Gallo – l’amministrazione capitolina nel 2004 ha bandito un concorso internazionale per la redazione di un masterplan che, partendo dalla progettazione dello spazio pubblico, innalzasse la qualità architettonica e urbana del quartiere, senza modificarne il carattere residenziale. Dopo lo sgombero e la demolizione di due palazzoni pericolanti si è costituito un Consorzio di circa 105 proprietari – sottolinea Del Gallo – che corrispondono ad altrettanti appartamenti, coordinato dall’amministrazione comunale. Poi è stato bandito un appalto concorso per la progettazione e la realizzazione del progetto».

Così è nato un vero e proprio progetto pilota che riqualifica la semi periferia senza divorare altro suolo. «Si tratta del primo esempio in Italia nel quale si demoliscono e si ricostruiscono degli edifici a carattere abitativo di proprietà di molte famiglie», conferma l’architetto Paola Del Gallo.

MAxxi, Zaha Hadid

MAxxi, Zaha Hadid

«Le nuove costruzioni, di qualità, eccedono del trenta per cento la volumetria originaria; all’interno sono stati creati nuovi appartamenti, negozi, un centro sportivo comunale con piscina, parcheggi e questo aumento è servito in parte a finanziare l’operazione. Sono state costruite nuove abitazioni in zona semicentrale senza consumare altro terreno agricolo. Sfido chiunque – aggiunge Del Gallo – a rendersi conto che le nuove costruzioni di via Giustiniano Imperatore sono state aumentate in volumetria del trenta per cento. Questo dimostra che si tratta di “buona” architettura. In questo Paese quando si parla di urbanistica, si parla quasi sempre di quantità e non di qualità». Anche per questo lo troviamo inserito nella importante raccolta di progetti raccontata da Roma III millennio. Le storie positive contenute nel libro sono molte e variegate, si va dal nuovo Macro di Odile Decq al MAXXI di Zaha Hadid,  dall’Auditorium di Renzo Piano all’atelier e forum del Palaexpo di Daniele Durante e Adele Savino.

«C’è poi per esempio – racconta l’autrice – la Grande Galleria Ponte sospesa sui binari della stazione Tiburtina a cavallo tra i due quartieri del Nomentano e di Pietralata, ora collegati dall’edificio della nuova stazione: un progetto che sta innescando numerosi progetti di recupero nel quadrante Est della città. E poi c’è il rettorato con la facoltà di Giurisprudenza di Roma Tre, uno dei primi interventi a portare grandi processi di trasformazione del quartiere Ostiense.

Terrazza del Palaepo di Roma

Terrazza del Palaepo di Roma

Nato come Polo industriale di Roma Capitale negli anni Venti è diventato un centro per attività legate alla cultura e un vivace quartiere universitario. Per edificare l’Auditorium gli architetti del Comune di Roma hanno scelto un “non luogo”, di cui Roma è piena, situato attorno a degli svincoli stradali. Nessuno avrebbe pensato che in quello spazio si sarebbe potuta costruire la città della musica più grande d’Europa. La sua realizzazione sta portando grossi cambiamenti nella zona e credo che senza l’Auditorium non ci sarebbe stato né il MAXXI né il Ponte della Musica».

Dall’insieme di questi progetti possiamo anche trarre una riflessione su quella che auspicabilmente dovrebbe essere l’architettura del futuro ? «A Roma, come in tutta l’Italia, si è costruito molto, troppo, ma, il più delle volte, non si è fatta “vera” architettura» denuncia Del Gallo. «L’architettura ha bisogno di una classe politica che ami l’arte, che nei suoi programmi prediliga la riqualificazione e la trasformazione della città. Il libro dimostra che questo di può fare, i bravi architetti ci sono, l’architettura potrebbe fare molto per la società in quanto possiede gli strumenti primari per proporre e realizzare un modo diverso di vivere insieme»

(dal settimanle left-avvenimenti  8 dicembre 2012)

 

Corriere della Sera, 13 dicembre 2012:

Architetture del terzo millennio

CoverDai meno celebrati le maggiori novità Il Palazzetto Bianco (Fagioli e Rossi), le palazzine di Cordeschi a Tor Bella Monaca, le sistemazioni di Cupelloni all’ex Mattatoio testimoniano una ricerca di pari dignità rispetto alle grandi opere

di Giuseppe Pullara

Come per ogni cosa, anche per la forma urbana della Roma d’oggi si possono avere due opposte visioni: c’è chi rileva nei nuovi quartieri solo sfracelli, degrado, se va bene un’edilizia incolore. Altri invece preferiscono prendere in considerazione i rari segni offerti dall’arte del costruire e sostengono che la città si sta trasformando positivamente. È in fondo la metafora del bicchiere: mezzo vuoto o mezzo pieno? Con uno spirito che ricorda certi entusiasmi di cent’anni fa (Excelsior!) un libro appena uscito presenta una sfolgorante Roma del Terzo Millennio e indica in 32 nuove architetture la testimonianza di una città che sembra pronta a «magnifiche sorti e progressive». Molti progetti, ancorché realizzati dal Duemila ad oggi, sono stati ideati diversi anni prima e appartengono solo formalmente al nostro XXI secolo. C’è l’Auditorium di Renzo Piano, il rinnovato Expo’ di via Nazionale (Abdr), l’Hotel Radisson (King-Roselli) presso Termini, il Maxxi di Zaha Hadid, il Macro di Odile Decq, naturalmente l’Ara Pacis di Meier. Basterebbe questo inizio di sicuro effetto per avere l’idea di una città in pieno fervore metamorfico.Ma c’è dell’altro. Il gigantesco Centro Congressi Italia (Fuksas) all’Eur, un’opera diventata famosa, per uno strano corto circuito mediatico, ben prima di essere realizzata. Perfino un recente intervento sul colle più nobile di Roma, il Campidoglio: l’allargamento (Carlo Aymonino) nello spazio del Giardino romano del primo museo comunale. E il rifacimento (Stefanori) della Centrale Montemartini all’Ostiense. Nello stesso quartiere viene segnalato il rettorato e giurisprudenza (Passeri e Pasquali) di Roma Tre mentre, non lontano, è esaltato un noto esempio di demolizione/ricostruzione: l’edificio (Abdr) di via Giustiniano Imperatore, un palazzo spaccatosi per smottamento e rifatto.Si tratta finora di una lista di opere ben conosciute e ampiamente commentate nell’editoria di settore. Se si aggiungono altre architetture già entrate nella consapevolezza dei romani come la nuova Biblioteca Hertziana (J.N.Baldeweg), la nuova sistemazione dei Mercati di Traiano con annesso museo (Studio Nemesi e aa.vv.), la stazione Tiburtina (Abdr) per la Tav e quel che resta della Città dello Sport di Calatrava, una magnifica volta in acciaio che lancia un urlo di disperazione per l’abbandono in cui giace, si arriva ad una ventina di importanti architetture, compresa la sede del comune di Fiumicino, un’interessante opera di Alessandro Anselmi piuttosto negletta dai suoi gestori.Ma il libro (Blick, Del Gallo, Simoni – Roma III Millennio, Ed. Hoepli) non finisce qui. Per fortuna. Perché finora non se ne capirebbe la necessità essendo Maxxi, Auditorium, Ara Pacis e via dicendo conosciutissimi per il loro uso e per una ampia presenza in decine di testi e migliaia di articoli. Il pregio dell’iniziativa editoriale sta nel trovare uno spazio ancorché minoritario alle architetture nuove ma pressoché sconosciute (diciamo meno conosciute al grande pubblico, vista la suscettibilità degli architetti), che finalmente saltano all’attenzione.

Cominciando con il Palazzetto Bianco (Fagioli e Rossi), un’opera elegante quanto sorprendente, le palazzine di Cordeschi a Tor Bella Monaca, le sistemazioni di Cupelloni di spazi degradati all’ex Mattatoio (Altra Economia, Macro Future, Belle Arti), piazza Nicola Cavalieri (Fagioli) al Portuense, il Centro culturale Elsa Morante (Cupelloni): interventi minori se non altro per budget ma che testimoniano tentativi di ricerca architettonica di pari dignità rispetto alle grandi opere.Nell’indice compaiono altri esempi del genere, dall’asilo nido La Giustiniana (De Vita) alla scuola media (Comes, Del Gallo) di Aranova e alla biblioteca comunale Sandro Onofri (D’Amato), dal nuovo mercato di Ponte Milvio (Daffinà) al Campus X (Tamino), che vorrebbe trasformare Tor Vergata in uno scenario bostoniano. Accanto a qualche altro edificio, vengono segnalati due ponti: quello – inutile – della Musica (Buro Happold) al Flaminio e l’enfatico attraversamento delle rotaie all’Ostiense (Solidur srl e Del Tosto). Al di là delle valutazioni di merito, sia sulle opere «minori» sia sulla loro selezione – ogni elenco include ed esclude sempre qualcosa di troppo – c’è da augurarsi che la Hoepli la prossima volta si lanci con più coraggio nel mondo dell’architettura, capovolgendo le proporzioni tra i soliti noti e gli altri. Meno «usato sicuro» e più nuovi modelli: e forse per questo ne potrebbe scaturire un best-seller.
(13 dicembre 2012) – Corriere della Sera

 

Presentazione del libro marzo 2014, IBS

Buongiorno a tutti, siamo qui oggi a presentare il libro Roma III Millennio degli architetti Francoise Bliek, Paola Del Gallo e Pietro De Simoni, edito da Hoepli, arricchito da un’ introduzione dell’urbanista Vittorio Caporioni. Un libro che ha un lavoro di anni alle spalle e che raccoglie 32 progetti sceltissimi firmati da architetti di fama internazionale come Zaha Hadid, Santiago Calatrava, Odile Decq. Come Meier, Fuksas, Piano Ma anche firmati da geniali outsider dell’architettura come lo psichiatra Massimo Fagioli e da una serie di architetti, forse meno noti al grande pubblico, ma di talento. Parliamo qui di progetti che hanno stili, estetiche e modi di realizzazione differenti ma che, nel loro insieme, proiettano Roma verso un futuro di capitale della cultura e dell’arte , rilanciando quell’immagine di città cosmopolita che aveva nell’antichità ma che oggi sembra essersi molto appannata.

In altre parole questo è un libro che ci presenta un’immagine reale e insieme ideale di Roma, fotografata al suo meglio dall’architetto Rosario Patti. Invitandoci a pensare come potrebbe essere davvero la Capitale se continuasse a rinnovarsi sulla strada aperta dai progetti raccontati qui. E che lanciano una sfida creativa alla realtà esistente. Rifiutando il degrado, l’incuria, l’informe questi progetti contribuiscono a reinventare spazi che hanno perso la propria identità. Regalano nuova vita ad edifici antichi, rispettandone intimamente la storia. Una grande qualità architettonica è il filo rosso che accomuna le opere documentate da questo volume realizzato a più mani, che seduce come un libro d’arte per il modo in cui sono composti testi e immagini, offrendosi a vari livelli di lettura: ad un tempo rivolgendosi al pubblico di non specialisti con l’appeal di immagini che parlano un linguaggio universale,e agli studiosi di architettura con apparati, schede, e contributi scientifici .

L’accento di Roma III Millennio batte dunque sulla qualità architettonica, che non è ascrivibile al superfluo, ma che ha invece a che fare con la qualità della vita. Come nota nel libro Istanbul il premio Nobel Orhan Pamuk che prima di diventare scrittore ha fatto studi di architettura, “Ogni città lascia una traccia nell’animo, nel carattere e negli umori delle persone che la abitano”.

I paesaggi, il modo in cui sono stati modificati dall’uomo, la forma dei quartieri, il modo di abitare, contribuiscono a creare l’atmosfera che si percepisce a pelle quando si arriva in una città o in un paese.

Ed è una sensazione di spaesamento e di malessere quella che si respira non solo nella periferia, ma anche in molti quartieri romani, considerati residenziali, costruiti in modo meccanicamente seriale da palazzinari di alto bordo o meno. Quartieri poveri come Spinaceto o pretenzioso. fittizi come il Torrino offrono un paesaggio desolante da post metropoli senza identità, senza disegno urbano, in cui i cittadini sono al più city users mentre il consumo di suolo cresce di giorno in giorno. I dati Istat dicono che nell’ultimo decennio il consumo di suolo a Roma è aumentato del 7 per cento ( a Venezia è il 10), Ma questo non è destino immodificabile. Come dimostrano esempi come il centro Elsa Morante al Laurentino 38 o la riqualificazione della Stazione Tiburtina presentati in questo libro e più ancora il progetto di Giustiniano Imperatore: positiva trasformazione di un’edilizia speculativa anni Cinquanta. Dalla demolizione di 105 abitazioni è nato qui un elegante complesso abitativo, di alta qualità architettonica e senza consumare altro suolo. Ma su questi aspetti ci sono qui architetti ben più titolati di me a parlare. Per quanto mi riguarda, occupandomi di arte, mi piacerebbe accennare brevemente alla qualità artistica e alla sensibile attenzione verso la millenaria storia dell’arte italiana che si evince da alcuni di questi progetti. Penso per esempio alla Biblioteca Hertziana. Durante gli scavi sono stati scoperti resti del giardino della Villa di Lucullo che si componeva- si legge in questo libro- di terrazzamenti a esedre che scendevano sulle pendici del Pincio. E si scopre che il progetto della biblioteca si richiama straordinariamente a quei terrazzamenti nel disegno delle balconate delle sale di lettura. Come se l’architetto Juan Navarro Baldeweg che firma il progetto si fosse inconsapevolmente richiamato a quel sostrato ricco di storia quando disegnava. Si parla dunque di una progettazione basata sulla restituzione di valore, sull’ascolto, sul rispetto, sulla memoria. Ma a colpire profondamente chi si occupa d’arte è anche l’uso della luce orchestrato dall’architetto Baldeweg trasformando il cortile interno in un pozzo di luce su cui si affacciano sette livelli di balconate. Il richiamo all’arte contemporanea….

Ma , permettetemi, prima di passare la parola vorrei fare un accenno anche alla fontana scultura di Massimo Fagioli che spicca in piazza Rolli, una piazza di per sé anonima e circondata da grigi palazzi, fra i quali appare aduggiato qualche villino liberty. La redazione di left è proprio lì vicino e ogni giorno posso vedere come quell’elegante segno che Fagioli ha tracciato in quella piazza la ricrei interamente, obbligando i passanti ad alzare lo sguardo verso quella fonte di luce rappresentata dalle quattro coppe di vetro. Noto come la guardano incuriositi e affascinati i turisti che vanno e vengono dai bed and breakfast della zona , come vi giocano attorno i bambini del quartiere, ma anche come la fontana , come una sorta di scultura collettiva, svetta indisturbata fra le fitte bancarelle della domenica. La base della scultura è sottilissima, occupa il minimo di spazio, quasi che l’autore nel concepirla si fosse inconsciamente rapportato anche con questa settimanale invasione pacifica della piazza. Ritrovo qui ricreato in modo nuovo quel rapporto della scultura con lo spazio sociale, inteso come spazio delle relazioni umane, che è tipico della migliore arte italiana, che proprio per la specificità della nostra storia , è da sempre site specific, realizzata ad hoc per quel luogo e non per un altro. Ma se il David di Michelangelo in piazza della Signoria a Firenze definisce ed esalta il proprio significato di simbolo laico e repubblicano, la fontana di Massimo Fagioli in piazza Rolli lungi dall’essere solo un elemento decorativo, non entra in simbiosi con il contesto potenziandolo, ma entra in rapporto vivo e dialettico con la zona in cui sorge. In questo quartiere sciatto e senza qualità l’alta curva della fontana e il movimento della sua linea immettono una dimensione immaginativa, di fantasia, capace di ridisegnare l’intorno. Ingaggiando una vitale dialettica con il degrado suggerisce la possibilità di trasformazione dell’esistente e evoca una ricerca sulla realtà psichica.

Giorgio Muratore la interpreta come un omaggio alla lupa capitolina e la definisce una delle opere moderne contemporanee forse più significative fatte a Roma negli ultimi decenni”.

l’architetto Daniele Durante, docente dell’Università La Sapienza, ma anche autore insieme ad Adele Savino del progetto dell’atelier e del forum del Palazzo delle Esposizioni

progetti come il Macro di via Reggio Emilia nell’ex birreria Peroni, un raro esempio di archeologia industriale a Roma, che l’architetto francese Odile Deq ha trasformato in un opera che rilegge la tradizione musicale punk e new wave in un ritmato gioco di rossi e neri, con al centro un fiammeggiante anfiteatro per conferenze immaginato come il cuore pulsante e vitale dell’attività del Macro.

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Idee da mettere in comune

Posted by Simona Maggiorelli su novembre 19, 2012

Progetti e sogni da abitare. Ultima occasione da non perdere questa settimana per vedere Common ground, la Biennale di architettura diretta da David Chipperfield che celebra la dimensione pubblica e civile del costruire. A Venezia fino al 24 novembre

di Simona Maggiorelli

Norman foster Biennale 2012

“Common ground”, ovvero terreno comune. È questo il titolo della tredicesima edizione della Biennale architettura di Venezia che, ai Giardini e all’Arsenale, aperta fino al 24 novembre. Un’espressione volutamente polisemica in cui si può leggere l’auspicio di un incontro fra politiche differenti del costruire nel nuovo millennio. Ma anche un riferimento allo spazio pubblico e civile: ambito prioritario del lavoro di progettazione oggi secondo l’architetto inglese David Chipperfield, direttore di questa Biennale che segna un punto di svolta rispetto alle spettacolarizzazioni degli anni scorsi. Morto e sepolto il Postmoderno (l’epoca delle bizzarrie alla Robert Venturi e di un neobarocco che stordisce) ma anche quella di un’architettura tutta virtuale alla Aaron Betsky (che diresse la Biennale “Out of there”), con Chipperfield in laguna si torna a parlare concretamente di progetti attenti alla qualità della vita, alla tutela dell’ambiente e soprattutto alla progettazione urbanistica di città a misura d’uomo. Elegante, chiaro, essenziale, lo stile Chipperfield in architettura non punta a stupire con effetti speciali. Nei suoi progetti cerca di centrare la dimensione umana, senza cancellare le tracce di storia e di memoria. Anche quando è dolorosa. Esemplare in questo senso il Neues Museum che Chipperfield ha “ristrutturato” a Berlino: l’architetto inglese è intervenuto in modo da lasciare visibili le ferite e le fratture riportando alla luce, al tempo stesso, la bellezza dell’edificio storico.

Z. Hadid, Biennale 2012

Nulla viene nascosto. La storia ha avuto un peso, la distruzione rimane visibile, ma diventa traccia, segno di ricchezza, sussunta in una forma nuova, unitaria ed armonica. Ed è questa la cifra complessa, insieme estetica e civile, che Chipperfield ha voluto dare a questa sua Biennale, in cui si ritrovano i nomi di molte archistar, ma chiamati qui a dialogare fra loro, a creare ad hoc progetti per questa edizione 2012 che si è data il compito di interessare un pubblico vasto di cittadini uscendo dall’autoreferenzialità più specialistica. Così ritroviamo la regina dell’architettura futuribile Zaha Hadid, l’autrice del  MAXXI con progetti poco gridati e più poetici e lo studio Norman Foster tornato in una dimensione di eleganza molto inglese. E ancora, sempre pescando nel gotha internazionale dell’architetturacontemporanea, il francese Jean Nouvel, la coppia d’oro dell’arte svizzera Fischli Weiss e lo studio  Herzog & De Meuron che, insieme al cinese Ai Weiwei,  ha firmato progetti come la Serpentine Gallery di Londra, fino alla stessa Kazuyo Sejima, la direttrice della passata edizione della Biennale, nella sua veste più originale di architetto di edifici “leggeri” e un po’ naif.

da left avvenimenti del settembre 2012

 Intanto si scaldano i motori  della BIENNALE D’ARTE 2013 -Massimiliano Gioni è stato nominato direttore artistico della Biennale d’arte di Venezia 2013 che si svolgerà a Vnezia dal primo giugno al 24 novenbre dell’anno prossimo. Classe 1973, Gioni è curatore e critico d’arte contemporanea. Nel 2010 ha diretto la ottava Biennale d’Arte di Gwangiu in Sud Corea, essendone il più giovane direttore nonché il primo europeo. Da dicembre 2007 fa parte dello staff dei curatori del New Museum of Contemporary Art di New York, dove è Capo Curatore e Associate Director. Curatore nel 2003 della sezione “La Zona” per la 50. Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia, nel 2004 è co-curatore della biennale di arte contemporanea itinerante Manifesta 5 e nel 2006 ha curato la 4. Biennale di Berlino con l’artista Maurizio Cattelan e la curatrice Ali Subotnick. Dal 2003 è il direttore artistico della Fondazione Nicola Trussardi di Milano. Molti sono stati nel frattempo i suoi progetti indipendenti:per esempio  ha fondato la rivista Charley e aperto uno spazio espositivo non profit, la mini galleria itinerante Wrong Gallery, inizialmente allestita nel 2002 a New York e spostata nel 2005 alla Tate Modern di Londra.
Caporedattore di Flash Art a New York dal 2000 al 2002, ha collaborato con le riviste Artforum, Domus, Frieze, Parkett, Rolling Stone, Wired e con le case editrici Charta, Mondadori, Phaidon, Les Presses du Reel e Rizzoli.

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Il nuovo volto della Cina

Posted by Simona Maggiorelli su agosto 18, 2011

di Simona Maggiorelli

Phoenix International Media Center Shao Weiping

Linee sinuose, luccicanti d’acciaio e grandi aperture di luce, attraverso intere pareti a vetri. I palazzi progettati dall’ultima generazione di architetti cinesi offrono una suggestiva visione di leggerezza, sfidando lo skyline con costruzioni immaginifiche, che appaiono come delle gigantesche sculture incastonate nel tessuto urbano. Cercando di emulare le creazioni delle archistar occidentali (da Gehry a Foster a Calatrava) ma con una cifra poetica originalissima, che al nostro inesperto sguardo occidentale richiama affascinanti segni della cultura orientale antica. Così nel Paese che ha già investito oltre un trilione di dollari in nuove costruzioni, le nuove generazioni di architetti cinesi cercano una propria strada, tentando di tenere insieme spettacolarizzazione e una nuova, crescente, attenzione allo sviluppo sostenibile . Un tendenza ben documentata dalla mostra di progetti, fotografie, video, installazioni multimediali aperta dallo scorso 28 luglio al MAXXI. Con il titolo Verso Est. Chinese Architectural Landscape, la rassegna curata da Fang Zhenning, che resterà a Roma fino al 23 ottobre, fa vedere come progetti di architetti occidentali e orientali stiano rapidamente cambiando il volto del paesaggio cinese, specie nelle grandi città, sempre più punteggiate da creazioni futuribili ed evocative. In primo piano al MAXXI trentatré artisti-designer con una quarantina di progetti. Fra loro nomi di grido come Zaha Hadid (con il progetto del complesso polifunzionale di Pechino), Rem Koolhaas (con la la sede della tv di Pechino) e Doriana e Massimiliano Fuksas (con il Terminale 3 dell’aeroporto di Shenzhen). Accanto a loro architetti cinesi emergenti come Wang Shu che ricrea le tecniche tradizionali di costruzione in zone umide o come Qi Xin che progetta eleganti edifici nascosti in paesaggi paludosi. Curiosamente nella selezione dei progetti in mostra non figura nulla di Ai Weiwei, osannato per le sue creazioni ai giochi olimpici del 2008 e poi arrestato per le severe critiche rivolte al governo cinese. Il curatore Fang Zhenning si è giustificato dicendo di voler far conoscere altri progetti di artisti cinesi meno noti, ma l’assenza di Ai Weiwei appare un fatto macroscopico in odore di censura o di autocensura. Intanto il miracolo di un Paese come la Cina che in poco più di trent’ anni ha visto crescere il proprio Pil novanta volte e che all’inizio del terzo millennio ha già conosciuto un decennio d’oro continua a colpire l’immaginazione, per le sue punte di eccellenza, ma anche per le sue molte contraddizioni come fa notare Maurizio Scarpari nel primo volume dell’enciclopedia La Cina appena uscito per Einaudi. Così per toccare con mano quanto sia stato grande il salto culturale compiuto dal Paese di Mao che oggi conta un miliardo e 300 milioni di abitanti, a Roma basta spostarsi dal MAXXI a Palazzo Venezia dove, fino al 15 settembre, sono esposte un centinaio di opere di sei maestri dell’arte moderna cinese provenienti dal National art museum of China (Namoc) di Pechino. Accanto ai ritratti di Ren Bonian si troveranno qui opere di taglio quasi fotografico firmate da Pan Tianshou e opere realiste di Jiang Zhaohe, a testimoniare come il tentativo di superare l’antica e alta tradizione di arte calligrafica cinese, nel secolo scorso, si fosse nutrito di un confronto con l’Occidente, arenatosi in percorsi tristemente imitativi. Quanto alle estreme e d effervescenti propaggini dell’arte contemporanea per conoscerle più da vicino, non resta che attendere (Un)Forbidden City, La post-rivoluzione della nuova arte cinese, che Rossi e Lora stanno preparando con Gao Zhen e Gao Qiang. In occasione della Biennale della via della seta che si terrà ad ottobre a Roma la mostra racconterà le nuove tendenze della scena artistica contemporanea. Compito a cui sta lavorando anche Achille Bonito Oliva con l’attesa rassegna La Grande astrazione celeste sulle trasformazioni dell’arte astratta cinese, dal 1973 agli anni 90 quando con la cosiddetta minimal art si è fatto stretto il rapporto con quella tradizione occidentale che, secondo Abo, sarebbe nata con pittori come Leonardo da Vinci quando scriveva l’arte è “cosa mentale”.

dal settimanale left-avvenimenti

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Il mondo dell’arte nel 2010: ritorno alla ricerca

Posted by Simona Maggiorelli su luglio 15, 2010

Mentre Parigi e Londra puntano sulla cultura per battere la crisi, il Belpaese resta al palo. Nonostante l’apertura del MaXXI e alcune mostre di pregio. Ecco lo scenario che si prospetta per il nuovo anno

di Simona Maggiorelli

Kandinsky

Lasciati alle spalle gli anni zero dell’euforia dei mercati internazionali dell’arte e, specie per quanto riguarda l’Italia, gli anni di “mostrite” acuta (che nell’ultimo decennio ha prodotto una ridda di mostre già finite nel dimenticatoio) l’anno nuovo si apre all’insegna di esposizioni che tornano ad esplorare le avanguardie storiche e l’opera dei maestri che hanno segnato importanti svolte nei due secoli passati: da Goya a Van Gogh, da Gauguin a Kandinsky a Picasso. Ma il 2010 dell’arte, in molta parte d’Europa, si annuncia anche all’insegna di un concetto chiave come la valorizzazione dei beni culturali. Solo per fare un esempio basta dire che il presidente francese Sarkozy, anche per reagire alla crisi economica, nell’anno che si è appena aperto ha in programma di realizzare un grosso processo di riforma e di rilancio del Grand Palais e della Rmn (Réunion des musée nationaux) con l’obiettivo di “fare di Parigi una delle prime sedi di mostre a livello internazionale”. E mentre Londra, con un forte rilancio delle due sedi della Tate e con il ricco programma di esposizioni dedicate alle civiltà antiche della National gallery e del British punta a scippare a Berlino il primato di capitale dell’arte contemporanea e dell’archeologia, Barcellona e Amsterdam, investono su mostre scientifiche di studio e di approfondimento dell’opera di Picasso e Van Gogh.

E nel Belpaese?

Quanto a valorizzazione del patrimonio tutto procede, purtroppo, in ben altra direzione. Dopo un anno di fortissimi tagli al Fus alla tutela e alle soprintentendenze il responsabile della neonata direzione generale della valorizzazione dei beni culturali, il super manager ex Mc Donald’s Mario Resca ha appena varato una campagna pubblicitaria in cui il Colosseo appare smontato pezzo dopo pezzo mentre il David di Michelangelo, imbracato, si invola in cielo. Sotto scorre una minacciosa scritta: “se non lo visitate lo portiamo via”. Chi ha avuto modo di viaggiare durante queste festività ha visto senz’altro modo di notare questa geniale sortita del nostro ministero dei Beni culturali che circola on line nel circuito tv dei più importanti aeroporti nostrani. Ma tant’è. Continuando a sperare che gli italiani prima o poi si decidano a dare il ben servito a questa classe politica di centrodestra che, fra le altre pensate, ha concepito anche una Spa per la cartolarizzazione e la vendita di importanti pezzi del patrimonio nazionale, nell’anno che si apre gli amanti dell’arte antica e contemporanea avranno alcuni appuntamenti per rinfrancarsi, almeno un po’. Appuntamenti dovuti- è quasi pleonastico dirlo- alla tenacia di singoli studiosi non certo alle “ politiche” di questo governo.

Man Ray nudo di Meter Hoppenheim

Fra i vari eventi pensiamo in modo particolare dalla mostra ideata da Claudio Strinati per i quattrocento anni dalla morte di Caravaggio alle Scuderie del Quirinale a Roma, ma anche della duplice rassegna dedicata a Giotto e Assisi (marzo-settembre 2010) e al cantiere della Basilica e all’arte umbra tra il Duecento e il Trecento. Ma parliamo anche e soprattutto, della definitiva apertura del MaXXI, il museo del XXI secolo disegnato da Zaha Hadid, che dopo 11 anni di gestazione e 6 di costruzione aprirà a maggio con cinque mostre: da Spazio! dedicata alle collezioni permanenti di arte e architettura alla antologica dedicata a Gino De Dominicis curata da Bonito Oliva. Per il resto in Italia si produce poco e si importa molto. Seppur non di rado con profitto, come nel caso della grande mostra dedicata ai maestri dell’arte astratta che approderà al Guggenheim di Vercelli dal 20 febbraio sotto l’egida del curatore (nonché direttore del Macro di Roma) Luca Massimo Barbero. O anche come nel caso della mostra Utopia matters, che dal primo maggio, a cura di Vivien Greene, inaugura la nuova ala museale del museo Peggy Guggenheim di Venezia.Ma pensiamo anche alla mostra Goya e al mondo moderno che si aprirà il 5 marzo al palazzo Reale di Milano con la collaborazione di Skira. In questo quadro di collaborazione fra l’editore di origini svizzere e Palazzo Reale preceduta dalla rassegna Schiele e il suo tempo che si aprirà il 25 febbraio.

Su e giù per lo stivale

Mentre a Villa Manin a Passariano di Codroipo (Udine) prosegue con successo di pubblico fino al 7 marzo la mostra L’età di Courbet e Monet. La diffusione del realismo e dell’impressionismo nell’Europa centrale e orientale il prolifico e, comunque sia, bravissimo Marco Goldin con Linea d’ombra annuncia già la mostra Munch e lo spirito del Nord, in programma sempre a Villa Manin: 40 dipinti del pittore norvegese intercalati ad altri 80 dipinti che raccontano della pittura in Norvegia, Svezia, Finlandia e Danimarca nel secondo Ottocento.

dalla mostra aristocratic

E ancora a Parma, dal 16 gennaio Novecento arte fotografia moda design, una grande mostra che indaga il secolo passato inseguendone tutti i rivoli, grazie alle molte donazioni che gli artisti stessi hanno fatto al centro di documentazione creato da Arturo Carlo Quintavalle e Gloria Bianchino. In mostra opere di Schifano, Burri, Boetti, Fabro, Ceroli, Guttuso, Fontana, Sironi e molti altri.

Hong Kong tradional trandy

E ancora celebrando il Novecento, a Venaria reale e al museo del cinema di Torino la mostra 400 anni di Cinema: dal film paint alle lanterne magiche, in co-produzione con la Cinémathèque frainçaise di Parigi. Per quanto riguarda la fotografia, dal 29 gennaio al 5 febbraio 2010, in veste di evento off di ArteFiera 2010 di Bologna segnaliamo la proposta della rassegna Aristocratic The new experience. Una mostra che racconta un’esperienza caratterizzata da un forte desiderio di interagire con la realtà e che tuttavia porta a una trasformazione delle immagini in chiave assolutamente personale, anche attraverso la sperimentazione di nuove tecniche, strumenti e materiali.

Spagna. Dal genio di Picasso in poi

Al museo Picasso di Barcellona si indaga l’influenza cruciale che l’artista catalano Santiago Rusiñol esercitò sul giovane Picasso comparando l’opera dei due artisti dal punto di vista biografico e iconografico. Dal 15 ottobre al 16 gennaio 2011 poi il museo Picasso di Barcellona organizzerà una mostra che esplora i rapporti fra Picasso e Degas affidandola alla cura di una delle maggiori studiose dell’artista spagnolo Elizabeth Cowling dell’ University of Edinburgh. Un confronto basato sul fascino che Degas esercitò su Picasso e sul diverso uso che i due artisti fecero di pastelli pittura, scultura stampe e fotografia. Una mostra che punta a esplorare le risposte esplicite di Picasso a Degas ma anche i nessi concettuali più nascosti fra i due artisti. Al Prado,invece, nel 2010 approderà la mostra dedicata all’esplorazione della luce del romantico Turner,già passata per il Grand Palais e che mette a confronto i suggestivi paesaggi del pittore inglese con opere del XVI e XVII firmate da Brill, Carracci, Lorraine e Poussin. Intanto si lavora già a una importante mostra dedicata all’ultimo Raffaello e che sarà esposta al Prado e al Louvre nel 2012. Nell’anno che si apre ricchissimo è anche il programma del museo Guggenheim di Bilbao dove per dicembre è attesa una retrospettiva del pittore americano Robert Rauschenberg scomparso nel 2008.Ma anche e soprattutto una importante antologica dell’artista indiano Anish Kapoor,una delle personalità più sensibili e interessanti della scultura contemporanea. La mostra ricalca in parte quella organizzata dalla Royal Academy of Arts di Londra lo scorso anno e che ha avuto un notevolissimo successo di pubblico e di critica.

La grande Francia

L’anno francese si apre all’insegna di una grande rassegna dedicata alle icone sacre dei territori della Russia cristiana (dal 3 maggio al Louvre) con una mostra che scandaglia la tradizione che va dal IX al XVIII secolo.Al Centre Pompidou, da aprile a luglio Attraversando nazioni e generazioni Crossing nations and generations, Promises from the past con cinquanta artisti dall’Europa centrale e dell’Est , a più di vent’anni dalla caduta del Muro di Berlino cercando di individuare continuità e punti di rottura nel lavoro delle generazioni di artisti più giovani.

E ancora, per quanto riguarda l’archeologia, in primavera al Louvre, Meroë, impero sul Nilo. Di fatto si tratta della prima mostra dedicata esclusivamente alla capitale egizia, con più di duecento reperti che raccontano dell’influenza africana egizia e greco romana che si intrecciò in questa area di 200 chilomentri a nord dell’attuale Khartoum. La capitale reale Meroë è diventata famosa nei secoli per le piramidi dei re e delel regine che dominarono la regione tra il 270 a.C e 350 d.C. Un tema quello dell’esplorazione delle civiltà antiche che ritroviamo al centro anche della mostra Strade verso l’Arabia. Tesori archeologi dall’Arabia saudita. Una mostra che permette di conoscere più da vicino la storia artistica di questo paese che a causa del regime fondamentalista che lo governa rende difficile l’accesso agli occidentali.

Sua maestà la ricerca scientifica

Senza perdere troppo tempo con gli eventi da cassetta la National Gallery punta sulla ricerca scientifica ed il restauro. Così tra le mostre più interessanti proposte dai musei inglesi per il 2010 c’è a partire da fine giugno la rassegna dedicata alle recenti scoperte riguardo ad attribuzioni e nuovi studi su opere di grandi maestri conservate alla National Gallery. Un esempio abbastanza emblematico: nel 1845, il quadro dal titolo Uomo con teschio fu attribuito a Hans Holbein. Una recente analisi dell’opera con mezzi aggiornati e scientifici ha dimostrato che l’opera risale e a un periodo successivo alla morte dell’artista.

Esplorando un altro ambito poco sotto i riflettori come quello del disegnoo antico, dal 22 aprile, sempre alla National Gallery si apre una grande mostra dedicata al disegno rinascimentale italiano, da Verrocchio a Leonardo a Michelangelo e Raffaello. Per quanto riguarda le civiltà antiche e l’arte di altri continenti, dal 4 marzo, la National ospita una grande retrospettiva dedicata alla scultura africana nigeriana che conobbe una particolare fioritura tra il XII e il XV secolo. E poi con un salto di molti secoli ancora dando uno sguardo alla fitta programmazione della Tate si segnalano nel 2010 la mostra dedicata all’avanguardia europea di Theo van Doesburg (1883-1931) protagonista del movimento olandese di artisti, architetti e designers De Stijl. Ma anche e soprattutto la retrospettiva di Arshile Gorky (1904-1948) dal 10 febbraio, in un confronto serrato con la diversa ricerca di Rothko, Pollock e de Kooning. E ancora dal 30 settembre l’antologica dedicata a Gauguin con un centinaio di opere da collezioni pubbliche e private del mondo per uno sguardo nuovo su questo maestro della modernità.

dal quotidiano Terra del 2 gennaio 2010

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Finalmente MAXXI

Posted by Simona Maggiorelli su Mag 27, 2010

Dal 28 maggio il museo del XXI secolo progettato dall’archistar anglo-irachena Zaha Hadid apre ufficialmente i battenti in via Guido Reni a Roma. Con un pieno di mostre ed eventi.

di Simona Maggiorelli

K.Ataman - Dome02, al MAXXI

Dopo aver aperto al pubblico i sinuosi e labirintici spazi del Maxxi ancora vuoti, finalmente venerdì 28 maggio 2010 il grande museo romano progettato dall’architetto Zaha Hadid viene inaugurato ufficialmente con una serie di mostre che aprono in contemporanea. In uno spettacolare dialogo fra culture e generazioni diverse.

Basta dire che un raffinato artista come l’indiano Anish Kapoor espone una delle sue eleganti sculture dalle forme morbide e “primordiali” accanto a un giovane e (ipercelebrato) videoartista come Francesco Vezzoli che al Maxxi porta una delle sue creazioni che citano ironicamente gli schemi visivi dalla tv e dalla cartellonistica pubblicitaria. E in uno stesso spazio si può passare dalla scultura essenziale e poetica, in materiali poveri, di Giuseppe Penone alle installazioni futuribili e stellari di Grazia Toderi.

Così mentre i tappeti dalla tessitura barocca con cui negli anni Settanta Alighiero Boetti ridisegnava fantasticamente la mappa del globo, nelle sale del Maxxi, fanno la loro comparsa accanto alle colorate geometrie di un minimalista come Sol Lewitt, che più di ogni altro ha rappresentato la cultura americana degli anni Ottanta. E ancora, per dare il senso di come negli scenografici spazi del MAXXI (così come nel mondo globalizzato dell’arte internazionale) le distanze si accorcino vertiginosamente ecco le stilizzate figurazioni in bianco e nero con cui il sudafricano William Kentridge costruisce le sue narrazioni per immagini intercalate da istallazioni site specific create da studi di architettura internazionali fra cui Diller, Scofodio e Renfro.

Va in scena così il primo, prezioso assaggio di quella che potrebbe presto diventare la collezione di arte contemporanea più importante d’Italia. Tra le mostre temporanee, invece, dal 28 maggio al Maxxi apre la prima importante personale di Gino De Dominicis, con il titolo Immortale (in perfetta sintonia con la sua ironica grandeur). Achille Bonito Oliva ha raccolto 130 opere dell’irriverente artista marchigiano scomparso nel 1998. Spazio agli artisti emergenti dal Sud del Mediterraneo, infine, con Mesopotamian dramaturgies, otto opere video del turco Kutlug Ataman per tornare a riflettere sul rapporto fra Oriente e Occidente. E questo solo per dare un assaggio. Gli spazi sono immensi, e altrettante le proposte. Se si vuole arrivare attrezzati per comprendere la tessitura i nessi con cui Anna Mattirolo direttrice di MAXXI arte e e il suo staff hanno costruito i vari percorsi delle mostre è utilissimo munirsi di un autorevole Baedeker, il catalogo MAXXI-Electa.

dal settimanale left-avvenimenti 21 maggio 2010

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Scrivere per immagini

Posted by Simona Maggiorelli su novembre 18, 2009

di Simona Maggiorelli

In the mood for love di Wong Kar Wai

L’ Atlante delle emozioni,  con cui Giuliana Bruno ha vinto nel 2004 il premio internazionale Kraszna-Krausz come migliore libro sulle immagini in movimento, è davvero uno dei saggi più sorprendenti degli ultimi anni per chi si occupa di arte contemporanea e di estetica. Non solo per l’affascinante cartografia di percorsi e di nessi che tesse viaggiando fra architettura, arti visive e cinema. Ma anche per il linguaggio con cui  queste cinquecento pagine sono scritte.  Fondendo discorso accademico e racconto, teoresi e linguaggio rapsodico, «con il piacere – annota l’autrice stessa – di selezionare e organizzare il discorso in forma di travelogue visivo».
Laureata all’Orientale di Napoli e dal 1990 professore di Visual and enviromental studies a Harvard con il suo monumentale Atlante delle emozioni e con libri come Pubbliche intimità, anch’esso uscito in Italia per Bruno Mondadori, Giuliana Bruno ha “imposto” una voce radicalmente diversa nel rigido panorama internazionale della critica dominato da scelte razionaliste, gelidamente concettuali, astratte.

Ci è riuscita “partendo da sé,” dal proprio sentire, rifiutando uno sguardo oggettivante e recuperando alla scrittura immagini e affetti. «E’ vero – ammette la studiosa che in questi giorni è a Roma per la due giorni di studi che ha inaugurato il MAXXI  ( e che ha visto la presenza di Aaron Betsky– e della stessa Hadid) ho cercato un modo di guardare differente, uno sguardo nuovo, per così dire “tattile”. La maniera classica di guardare ci ha insegnato una fredda distanza fra noi e le persone che guardiamo.

A me sembra, invece, che ci sia un modo un po’ più carezzevole di avvicinarsi e di essere toccati dalle immagini. In modo che l’occhio non sia di un voyeur ma di un voyager, per me declinato al femminile, come voyageuse. Insomma mi interessava una modalità più fluida di entrare e di guardare attraverso le cose e di rapportarsi agli ambienti che attraversiamo, a quei luoghi che raccolgono le nostre emozioni, le nostre memorie. Niente è neutro, tanto meno gli spazi della rappresentazione.

In the mood for love

Possiamo leggerlo come un recupero delle emozioni ostracizzate dai filosofi?
Le emozioni non hanno nulla a che fare con il sentimentalismo. Sono una forma di conoscenza. E l’immagine ha un contenuto, un sostrato. Al di là di quello che mostra di per sé. Le immagini emotive si muovono nel tempo e non solo nello spazio.
Mentre lei scriveva il suo Atlante delle emozioni, il filosofo Remo Bodei sceglieva per il proprio lavoro  un titolo spinoziano come Geometria delle passioni, due diverse modalità?
Ho incontrato più volte Remo Bodei, è una persona straordinaria, sensibile. Però sul piano intellettuale, innegabilmente, esprime una forma di geometria, mentre, per dirla con Deleuze, il mio pensiero ha molte pieghe.
A proposito di cultura francese, lei prende le distanze dal discorso che Julia Kristeva ha fatto sull’«apparato cinematico». Perché?
Semiologia e  psicoanalisi si sono occupate dello sguardo filmico e lo hanno trattato non solo come testo ma come apparato di una forma di visione. Ho letto molto ma mi sembrava che mancasse qualcosa di fondamentale in quegli scritti. Ovvero che il modello applicato a questo apparato filmico fosse una sorta di trappola lacaniana da cui non si riusciva a uscire. La soggettività veniva rinchiusa in una forma di rappresentazione duplice e spaccata di fronte allo specchio. A mio modo di vedere lo schermo cinematografico è più di uno specchio o di una finestra.  E non mi corrispondeva lo sguardo trascendentale e incorporeo,  questo io-ego come grande occhio, che emergeva da questa lettura lacaniana del cinema che è stata a lungo dominante nella cultura francese.
Così si è rivolta al filosofo Hugo Münsterberg, collaboratore di William James. Un curioso personaggio che riconosceva forza psichica alla rappresentazione cinematografica. Come l’ha scoperto?
Mentre cercavo di mettere a punto un mio diverso approccio al cinema scrivendo l’Atlante delle emozioni mi sono ricordata di avere un libriccino di questo filosofo ebreo tedesco che avevo letto molti anni prima. Münsterberg faceva ricerca agli inizi del XX secolo, in un periodo molto fertile, quando nasceva la psicologia sperimentale. E aveva dato vita a suo laboratorio filosofico sulle immagini.  Nel 1916, dunque molto presto, Münsterberg scoprì il cinema e scrisse  un libro assai interessante. All’epoca nessun filosofo si occupava  di cinema. Né tanto meno si pensava che fosse un’arte. Avendo lavorato molto sulla psiche, invece, Münsterberg riconosceva al cinema non solo la possibilità di rappresentare delle cose ma anche di rappresentare come pensiamo. Parlare di forza psichica del cinema per lui significava riconoscerne la forza emotiva, ma anche cognitiva. Naturalmente lui non andava oltre. Si trattava, invece, di leggere le forme di immaginazione e di rappresentazione cinematografica. Ma il suo pensiero mi è parso comunque importante. Tanto da dedicargli una monografia che sta per uscire negli Usa.
«L’indubbio progenitore del cinema è l’architettura», scriveva Ejzenštejn. è stato per lei una fonte?
Sono tornata a Ejzenštejn proprio per il rapporto che vedeva fra montaggio e architettura. Di  lui, ovviamente, si è scritto molto, ma  un suo saggio degli anni Trenta mi ha spinta a continuare una ricerca trasversale  che associa il cinema alla produzione di spazio in tutti i sensi, non solo  fisico. Come l’architettura anche il cinema è una maniera di “spaziare” in molti sensi. Il primo film, diceva Ejzenštejn,  è l’Acropoli di Atene. Non la caverna di Platone. Proponendo così un modello metaforico molto diverso. Il  cinema  richiama l’attraversamento di luoghi  in una città con una serie di visioni, di immagini in movimento. Lo spettatore non è più intrappolato nella caverna platonica. Ma l’accostamento fra l’architettura e il cinema funziona anche se si pensa al  solo fatto che l’architettura non si contempla. Si recepisce con il corpo, con la sensazioni.
Nel suo lavoro il cinema di Antonioni occupa un posto importante. Come regista capace di creare «uno spazio mentale» e di raccontare per immagini il mondo interiore dei  personaggi. Ci sono registi oggi ai quali riconosce una ricerca analoga?
Sì amo molto Antonioni, con il suo modo di filmare quasi minimalista riesce a tracciare personaggi a tutto tondo, non meri caratteri. Antonioni non parlava del personaggio attraverso l’azione, ma con l’introspezione che traspare dalle sue inquadrature. Talvolta anche di bellissime architetture vuote. Basta questo per restituirci il mondo interiore di un personaggio, il modo in cui sente e vive. Una cosa che ritrovo per esempio in Wong Kar Wai, regista di In the mood for love. Anche se  con un’estetica diversa, ritrovo nel suo cinema un certo modo di guardare il rapporto fra uomo e donna, lo spazio psichico, lo spazio della memoria, lo spazio dell’immaginazione, il tempo. Si ha la sensazione che questo spazio contenga una durata che non riguarda la  “velocità”. Questo sguardo differente torna anche in molte installazioni di arte. Lo trovo non di rado espresso nelle immagini in movimento che oggi si vedono nelle gallerie d’arte.
La videoarte, integrando più linguaggi d’arte, apre nuove possibilità espressive?
In Pubbliche intimità ho insistito molto su questo cambiamento che a me pare molto interessante. Non è la morte del cinema ma un’estensione dello sguardo filmico che entra nelle gallerie e nei musei proponendo un modo diverso di relazionarsi con le immagini. Non è più la contemplazione della pittura come immagine fissa, ma comprende il movimento dell’immagine, il movimento dello spettatore e il movimento di un tempo che direi interiore. Nella concitazione della vita metropolitana alcune opere di videoarte e installazioni offrono un modo di riappropriarsi del tempo,  dell’interiorità.  In un certo senso queste nuove forme di arte ci invitano a guardare le immagini guardandoci dentro e a guardarsi dentro per vedere meglio fuori e, spero, per cambiare.
Nel tempo breve, ellittico, di un’opera di videoarte le immagini talora ,possono arrivare ad avere un “calore” speciale, una deformazione quasi onirica, poetica.
E’ una dimensione che riguarda il “tenore” delle immagini ma non solo. Penso, per esempio, a certe opere sonore di Janet Cardiff: seguendo la sua voce si entra in uno spazio. Altre volte c’è una piccola videocamera che ti permette di percepire la forma di relazione che l’artista ha con il mondo. è come se ti facesse entrare nella sua mente, nella sua maniera di sentire. In una sua installazione realizzata dopo l’11 settembre, ricordo, aveva collocato delle casse in un luogo molto grande. Gli spettatori potevano muoversi e ascoltare dagli amplificatori oppure mettersi dove  volevano. L’atmosfera che si veniva a creare era molto particolare, intensa, partecipata. Ognuno in silenzio seguiva il filo delle proprie immagini interiori, ma al tempo stesso era vicino agli altri. In un momento molto duro per New York, in un museo, stranamente si aveva la sensazione di poter attraversare questo trauma in maniera anche pubblica, sociale. è un aspetto del cinema che mi ha sempre molto affascinato e che qui trovavo allo zenit. L’installazione di Cardiff permetteva di essere al contempo molto dentro di sé e insieme di condividere con altre persone  emozioni, sensazioni, pensieri, forme di discorso. Di nuovo a Berlino qualche mese fa ho incontrato una sua installazione. Ho notato che i più giovani avevano spento tutto, telefonini, iPhone e quant’altro e ascoltavano a occhi chiusi. La dimensione in cui si era trasportati non aveva nulla di nostalgico, niente di religioso. Era come se l’artista ci invitasse a fermarci un momento. Per non essere sempre spezzati tra le cose, per trovare un modo, anche solo per un istante, di connettersi con gli altri e con il nostro mondo interiore.

da left avvenimenti del 13 febbraio 2009-

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il museo del XXI secolo? Curve e movimento

Posted by Simona Maggiorelli su novembre 17, 2009

di Simona Maggiorelli

MAXXI, Roma foto di Richard Bryant

Piani inclinati, superfici ondulate e inserti di vetro nel pavimento. L’archistar Zaha Hadid ha creato un edificio dalle forme fluide e di straordinaria eleganza
n orizzonte fluido di linee che corrono verso inaspettati punti di fuga. Spazi che si schiudono l’uno sull’altro senza soluzione di continuità. Agili scale e poi percorsi lungo ballatoi con la sensazione di una morbida salita fino alla vista mozzafiato del piano alto dalla grande vetrata, affacciato sui palazzi dello storico quartiere dove sorge il MAXXI di Roma. Il museo del ventunesimo secolo costruito dall’architetto anglo- irachena Zaha Hadid sabato e domenica prossime, a dieci anni dalla sua ideazione (e dopo non poche traversie economiche e burocratiche), apre finalmente le porte al pubblico. Anche se non è stata ancora allestita all’interno la collezione permanente di oltre 350 opere di arte contemporanea destinata a questi spazi. Nel fine settimana una coreografia creata ad hoc da Sasha Waltz accenderà di musica e danza questa grande “nave-museo”, ma chi abbia già percorso questi spazi nella breve anteprima di ieri può testimoniare che anche l’esperienza che offrono le sue sale nude e vuote non è indifferente. I piani inclinati dei pavimenti, le superfici ondulate, l’assenza di barriere e confini danno il senso di un luogo aperto alla fantasia e all’immaginazione. «Fin dagli inizi la mia idea è stata quella di costruire un campus d’arte, piuttosto che un museo in senso stretto» ha detto la stessa Hadid presentando in conferenza stampa la sua opera. «Ho progettato il MAXXI- ha spiegato- in modo che i curatori delle mostre, in futuro, possano organizzare i loro percorsi espositivi sviluppandoli narrativamente lungo i piani dell’edificio, oppure sfruttando gli spazi laterali». Un pensiero progettuale che poi ha preso concretamente forma nel lavoro con Patrik Schumacher, da oltre trent’anni socio e stretto collaboratore dell’archistar di Baghdad. «Con lui ricorderemo sempre ogni linea tracciata e le notti trascorse a disegnare il complesso» ha sottolineato Hadid, ringraziando poi il presidente della Fondazione MAXXI Pio Baldi per il sostegno, ma anche scherzosamente minacciando il ministro dei Beni culturali Sandro Bondi e l’assessore alla cultura del Comune di Umberto Croppi di tornare sovente per vegliare sul buon uso della sua creazione. Originale interprete di un nuovo modo di pensare le superfici, Hadid di fatto ha decomposto lo spazio del vecchio edificio militare di via Guido Reni per aggiungere fluidità e bellezza ma anche un funzionalità più duttile all’edificio. Un lavoro di scomposizione e ricomposizione delle forme qui realizzato usando materiali diversi, dal cemento, al ferro al vetro (con inserti anche nei pavimenti), mentre un ruolo di primo piano gioca il complesso sistema di illuminazione, che di giorno filtra o amplifica la luce naturale e di sera offre una raffinata regia di luci artificiali.

dal quotidiano Terra  del 13 febbraio 2009

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La rete che dà forza alla creatività

Posted by Simona Maggiorelli su ottobre 2, 2009

di Simona Maggiorelli

Gabriella Belli

Gabriella Belli, direttore del Mart

Mentre la gran parte delle istituzioni culturali  è in grande sofferenza  per i massicci tagli ai finanziamenti pubblici decisi dal governo Berlusconi, la direttrice del Mart di Rovereto, Gabriella Belli, segnala un dato in controtendenza, del tutto inaspettato: «L’interesse per l’arte contemporanea nel nostro Paese è in crescita». E in veste di presidente dell’Amaci (la rete nata dal “basso” che riunisce ventisette spazi museali) spiega: «Dalla lettura dei dati dell’ultimo anno risulta che gli spazi del contemporaneo hanno tenuto bene alla crisi che ha colpito tutti i musei, non solo in Italia».
L’arte contemporanea in Italia è sempre stata la Cenerentola. Non lo è più?
Sta crescendo anche da noi un mondo dell’arte composto di artisti, pubblico di appassionati e moltissimi giovani. Ma, quest’anno, ha inciso anche la Biennale di Venezia che attrae sempre pubblico straniero.
Mettersi in rete, unire le forze in progetti come l’Amaci quanto conta?
Il progetto è nato per far circolare le conoscenze e il sapere che ognuno di noi ha maturato negli anni. Anche se la rete dell’Amaci riunisce realtà diverse: musei, fondazioni, realtà piccole e grandi nate in contesti territoriali lontani fra loro. Ma c’è un dato che ci unisce sul piano gestionale: il trenta per cento delle nostre risorse viene dal privato. E la fisionomia degli sponsor va maturando. Negli anni Novanta le banche o le imprese che investivano in questo settore non esprimevano competenze specifiche. Oggi i partner privati, senza interferire nelle scelte di direzione culturale, orientano il marketing. E sono spariti gli sponsor che investono per un vantaggio politico immediato.
Defiscalizzare le donazioni potrebbe essere d’incentivo agli investimenti?
Avere un vebti per cento in meno di Iva  sulle spalle per un museo significa, per esempio, poter investire di più sulla collezione permanente. I maggiori musei in Europa e nel mondo aggiornano le collezioni. Da noi è raro. Invece è importante fare investimenti lungimiranti, non effimeri, anche se daranno risultati culturali solo sul lungo periodo. Il più importante investimento, comunque, riguarda la formazione. Se fin da bambini si è “esposti” a stimoli culturali, cresce l’esigenza di arte, di cinema, di musica. La maggioranza di quei giovani diventeranno, da grandi, visitatori attenti, partecipi.
Il Mart di Rovereto è un’eccellenza riconosciuta anche all’estero. Come si diventa un modello?
Il Mart ha una bella storia alle spalle. La nostra forza è stata la continuità nel lavoro e la coerenza del progetto culturale. Favorita anche dal fatto che, casualmente, non ci siano stati cambi di direzione.
Dopo il Puskin e l’Ermitage, il Gropius-Bau di Berlino ospita fino a gennaio la sua mostra I linguaggi del futurismo. Il Mart ormai esporta progetti?
Sì, ma richiede molto sacrificio. Esportare progetti culturali è un superlavoro che non produce risultati immediati e che richiede un team di lavoro davvero motivato. I miei collaboratori, per capirci, vanno a cento all’ora. Ma occorre anche il sostegno della politica, in senso alto. Le amministrazioni locali tentine ci sostengono, capiscono l’importante di istituzioni in crescita come la nostra la nostra. Ma Rovereto fa 30mila abitanti e tutta la regione 450mila. Il Mart non può vivere solo di pubblico locale, per quanto ci segua con grande attenzione.
Come si riesce allora ad attrarre pubblico da fuori regione e dall’estero?
Con progetti culturali organici, come accennavo. Il Mart si è costruito l’ identità  su progetti trasversali dedicati ad arte e scienza, arte e teatro, arte e musica. E così via. Ma anche attraverso una forte politica di investimenti nella collezione permanente. Negli anni Ottanta non avevamo da prestare. Oggi tra depositi e collezioni contiamo su 13mila opere, fra cui molti capolavori.
Al Mart è conservato un nucleo importante di opere futuriste. E a Marinetti e compagni lei dedicò una grossa mostra a Parigi.
Come valuta gli eventi del centenario 2009?

La compresenza di molte mostre ne ha penalizzate alcune. Non si può fare una mostra sul Futurismo senza opere di Boccioni. Ma la sua produzione, come è noto, non fu amplissima (morì a 37 anni). Così, alcune esposizioni del centenario risultano acefale. Senza contare che le sue opere più interessanti erano in mostra a Parigi e Londra. Parlo di quelle conservate in America perché l’Italia degli anni Cinquanta, curiosamente, le rigettò. Detto questo, ho trovato l’operazione di ricostruzione storica fatta dal Pompidou piuttosto strana: se si selezionano opere fino al 1916 o il 1918, non si vede il senso complessivo del Futurismo, anche nelle sue derive. In più esporre opere cubiste di Braque e Picasso accanto a quelle futuriste segnala uno scarto innegabile. E non a vantaggio di Severini e sodali. La grande mostra del 1986 a palazzo Grassi aveva segnato un avanzamento negli studi: l’importanza del futurismo risiede nel suo sperimentare ad ampio raggio, fra arte, cinema, teatro, moda. Nella ricerca dell’opera totale. Mostre come quella di Parigi ci fanno tornare indietro.

LA GIORNATA NAZIONALE DELL’ARTE CONTEMPORANEA
Leone d’oro alla Biennale di Venezia 2009, Tobias Rehberger il 3 ottobre, per la quinta giornata nazionale del contemporaneo organizzata dall’Amaci (Associazione musei d’arte contemporanea italiani), presenta il suo ultimo lavoro al MAXXI di Roma. All’esterno del museo progettato da Zaha Hadid  e che sarà inaugurato ufficialmente nel 2010 l’artista tedesco ha realizzato un’installazione con giochi di luci che prosegue la ricerca sviluppata in videoinstallazioni concepite come stranianti riletture di capolavori del cinema, da Welles a Kubrick. L’intervento di Rehberger nella capitale si inserisce in un calendario fittissimo di mostre ed eventi che il 3 ottobre s’inaugurano in contemporanea. Dal Museon di Bolzano in giù.  In Lombardia, per esempio, parte il progetto Twister che dissemina nuovi lavori di artisti come Loris Cecchini, Massimo Bartolini, Marzia Migliora e altri nell’hinterland milanse. A Firenze, invece, la notte tra il 2 e il 3 ottobre apre i battenti EX3, il nuovo Centro per l’Arte Contemporanea di Firenze che sarà inaugurato il 29 ottobre con la personale di Rosefeldt e Tweedy.
left-avvenimenti–

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