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Via libera delle Regioni all’eterologa. Ma gli “ultimi giapponesi” fanno le barricate

Posted by Simona Maggiorelli su settembre 5, 2014

  fecondazione01gLa Conferenza delle Regioni dà  il via libera all’eterologa. Sul modello della Toscana. Rompendo gli indugi del Governo nel dare piena attuazione alla sentenza della Corte Costituzionale. Una sentenza che l’avvocato Gianni Baldini, docente di Biodiritto all’Università di Firenze e consulente della Regione Toscana, non esita a definire «un manifesto di libertà».

Ma fra i consiglieri del ministro della Salute Beatrice Lorenzin ci sono paladini oltranzisti della Legge 40 come Eugenia Roccella e i cattolici che siedono in Parlamento promettono battaglia. In nome della difesa dell’origine biologica, dei rapporti di sangue. E della famiglia tradizionale.

La Consulta ha riconosciuto che per ben dieci anni, con la legge 40/2004, sono stati negati diritti civili, costituzionali, a persone che chiedevano l’accesso a terapie mediche. E lo scenario che si apre ora in Italia per le coppie sterili è anche quello di potersi rivalere per il danno subìto, conferma l’avvocato Gianni Baldini, docente di Biodiritto all’Università di Firenze, che ha assistito molte coppie che, con coraggio, hanno scelto di battersi nelle Aule di tribunale contro gli antiscientifici divieti imposti dalla legge 40. Una norma – lo abbiamo scritto tante volte – degna di uno Stato etico che spia sotto le lenzuola, che violenta la donna fisicamente e psichicamente (basta pensare all’iniziale obbligo di impianto di tre embrioni anche se malati), discriminante e razzista, (vedi il divieto di eterologa cancellato dalla Consulta) ma anche piena di dogmi religiosi dal momento che tutela il concepito come fosse una persona. Come ha rilevato censurando l’Italia la Corte europea dei diritti dell’uomo. Dopo che la legge 40 è stata smontata pezzo dopo pezzo nelle aule di tribunale, ma soprattutto dopo la sentenza della Consulta del 9 aprile scorso che l’avvocato Baldini non esita a definire un manifesto di libertà si potrebbe anche prospettare l’occasione per far evolvere la cultura giuridica in Italia riguardo a diritti fondamentali della persona, erroneamente detti eticamente sensibili. Vediamo perché.

«La questione della legge 40 non si era mai posta in questi termini», dice Baldini che insieme all’avvocato Filomena Gallo, segretario dell’Associazione Coscioni, è stato il primo a sollevare il dubbio di legittimità costituzionale della norma. «La sentenza della Consulta parla chiaro e la recente ordinanza del tribunale di Bologna ne ha ribadito integralmente il contenuto. Le “autorità giuridiche” dicono che l’eterologa si può fare, che il diritto esiste ed è immediatamente eseguibile. Mentre i politici tergiversano, invocando una legge di recepimento della direttiva. Ma si tratta di una scusa (perché la direttiva è già stata recepita con i Dc.Lvi 191/07 e 16/10) per rivedere in senso reazionario la legge 40, per esempio eliminando l’anonimato ai donatori di gameti.

Gianni baldini, con Filomena Gallo , Rodotà e altri

Gianni baldini, con Filomena Gallo , Rodotà e altri

Avvocato Baldini, quale significato assume la sentenza di Bologna alla luce di questo scontro fra la Consulta e il Consiglio dei ministri che, dopo il ritiro del decreto Lorenzin, invoca una discussione in Parlamento?

Molto importante, direi. Non solo perché in base al diritto di autodeterminazione, al diritto alla salute e al principio di uguaglianza nell’accesso alle terapie, letta la sentenza della Consulta, il tribunale ha detto che non c’è bisogno di una nuova legge. Ma anche perché l’ordinanza afferma che le scelte terapeutiche devono essere fatte dal medico, tarandole sul caso concreto (previo consenso del paziente). Non dal legislatore. Riportandoci così in modo lineare alla giurisprudenza della Consulta in materia. Nonostante i furori ideologici di certa politica.
La Toscana si è avvalsa del suo lavoro di giurista per deliberare il via libera all’eterologa, senza attendere il Parlamento. I Nas potrebbero bloccare le terapie?
Se già il giudice – come ha fatto nelle due ordinanze il tribunale di Bologna – si rimette alle migliori competenze mediche e a questo si aggiungono le Direttive da parte di una istituzione pubblica come la Regione (competente in materia), il quadro è ben chiaro e direi tranquillizzante. Inoltre la legge 40 disciplina l’attività dei centri che, per esempio sono obbligati, tutelando la privacy, a conservare per 30 anni i dati relativi alla tracciabilità del materiale genetico. In Toscana i centri devono anche trasmettere i loro dati dell’ufficio della Regione dando soluzione ad alcuni problemi evocati dal ministro (donazioni plurime, esami per garantire sicurezza del materiale genetico, ecc) .
Come si configura la possibilità di chiedere i danni causati dal decennale divieto di eterologa?
La coppia di cui si è occupato il tribunale di Bologna, per esempio, nel 2006 è andata all’estero, ma senza successo. Ora che il diritto all’eterologa viene loro restituito, non hanno più 37 anni ma 45. Il danno subìto riguarda la perdita di chance di poter avere un figlio. In altri Paesi europei sono arrivate a sentenza cause per responsabilità della pubblica amministrazione nei confronti del cittadino (per cosiddetto illecito legislativo o costituzionale). È ormai pacifico che la violazione di una direttiva o di un regolamento europeo da parte di una legge nazionale, se lede i diritti del cittadino, apre la strada al risarcimento del danno. Perché non dovrebbe essere altrettanto quando una legge viola la Costituzione?
Potrebbero nascere anche delle class action?
Assieme ad alcune associazioni di pazienti stiamo studiando l’ipotesi: c’è la numerosità, la comunanza di interesse e la possibilità di perseguirlo da parte di chi si trova in condizione analoghe. Quanto agli esiti, ci si rimette ai giudici. Che, speriamo, abbiano voglia di innovare e di far evolvere il nostro ordinamento dando ingresso a nuove forme di tutela. Altre richieste di rimborso, invece, possono essere legate alla questione transfrontaliera e all’assistenza indiretta (in base alla direttiva del 9 marzo 2011 così come recepita dal D.Lvo n. 38 del 4 marzo 2014). Il paziente che si cura all’estero in questo caso, previa autorizzazione della propria Asl, anticipa i soldi e deve chiedere tempestivamente il rimborso al proprio sistema sanitario. Ma le cure rimborsabili sono solo quelle che non possono essere fatte in Italia in tempi utili per patologie.  In questo caso sarà possibile rimborsare il valore equivalente al costo della prestazione in Italia.  Ma solo se la patologia è stata inserita nei livelli essenziali di assistenza.L’eterologa lo è in Toscana, ma non ancora a livello nazionale, anche se il ministro Lorenzin aveva assunto un preciso impegno in questo senso.

Lei ha parlato della sentenza della Consulta come di un manifesto di libertà, che rimette al centro la salute psico-fisica della donna e della coppia. Calpestate dalla legge 40. «La più ideologica che sia mai stata fatta in Italia», ha detto Rodotà.
È in atto uno scontro fra chi ritiene che in uno Stato laico il diritto debba rispettare la libertà di tutti i cittadini e chi invece vuole piegare il diritto alla propria etica, come è accaduto con la legge 40 o il ddl Calabrò sul biotestamento. Ma il diritto non può essere lo strumento di un’etica che evidentemente ha perso forza di persuasione e per questo ha bisogno di essere imposta per legge. Scegli un’etica perché sei persuaso del suo valore non perché una legge te lo impone. Il diritto deve essere uno strumento di garanzia per tutte le etiche con il limite del rispetto dei principi di “libertà nella dignità” della persona umana. Vedi le leggi sul divorzio e l’aborto. Tanto più nella società multiculturale e multietnica di oggi. Io posso fare l’eterologa oppure no, ma non posso imporre agli altri un mio punto di vista, negando il diritto di scegliere. Lo ha affermato la Consulta ma anche la Corte europea dei diritti dell’uomo che ha ripetutamente condannato l’Italia a causa della legge 40. Parliamo qui di diritti fondamentali come il diritto alla salute e all’autodeterminazione. In tal senso vorrei ricordare l’ultimo comma dell’art 32 della Carta, una vera e propria clausola di habeas corpus: la legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto (della dignità) della persona umana. Il legislatore non può invadere questi campi, che attengono alla sfera più intima e personale del soggetto. La Costituzione, la Carta dei diritti dell’uomo e i principi della Carta dei diritti fondamentali Ue contenuti del Trattato di Lisbona vengono prima della singola legge. Sono ambiti sottratti alla discrezionalità del legislatore che deve limitarsi a garantire senza possibilità di conformare, tanto meno, rispetto a propri convincimenti etico-morali.
La legge 40 violenta la donna, ma rappresenta anche un attacco al rapporto uomo donna?
Sì, la Corte costituzionale, infatti, non parla solo di integrità psicofisico della donna, ma nella sentenza 162 parla anche della salute della coppia intesa come benessere psico-fisico e sociale.
Una cattolica come la senatrice Paola Binetti sposa addirittura il materialismo pur di farsi paladina della matrice genetica. Perché questa classe politica teme così tanto l’eterologa?
Dietro alle barricate contro l’eterologa c’è una morbosità tutta italiana. Noi siamo il Paese della famiglia che diventa familismo. Siamo il Paese della sottolineatura esasperata dei rapporti di sangue, di stirpe, che non ha eguali in Europa. Da noi sì che la genitorialità è una questione di affetti, ma alla fine l’importanza che talvolta viene attribuita all’aspetto genetico rasenta il patologico. È un tema che riguarda l’adozione ma l’eterologa la evidenzia in maniera paradigmatica. Essere padre o madre non è un fatto biologico, genetico, ma di scelta, di affetti. E poi se superiamo la prospettiva meramente terapeutica (cosa che in Italia non è possibile) l’eterologa potrebbe essere lo strumento che permette una pluralità di progetti familiari.

Più in generale se per avere un figlio posso rivolgermi alla provetta appare sempre più chiaro che la sessualità umana non è legata alla procreazione come quella degli animali?

Ma infatti questo tentativo di bloccare l’eterologa appare sempre di più come una ‘tempesta in un bicchier d’acqua’ artificiosamente scatenata per negare che il diritto di autodeterminarsi nelle proprie scelte procreative e familiari spetta all’individuo a prescindere dal modello di famiglia nel quale esso si colloca. La metafora dei ‘quattro giapponesi’ che non si sono ancora accorti che la guerra è finita mi pare in tal senso calzante. Dopo la pronuncia della Consulta, il recente intervento del suo Presidente, Tesauro (che è stato anche il relatore della sentenza 162/14), la Delibera della Regione Toscana e le ordinanze del Tribunale di Bologna che ritengono che non vi è alcun vuoto normativo e dunque il diritto alla fecondazione eterologa risulti immediatamente eseguibile – rinviandosi ad una normativa tecnica di dettaglio ovvero alle migliori pratiche mediche la soluzioni delle questioni tecniche per assicurare l’esercizio dello stesso in condizioni di massima sicurezza (numero donazioni possibili, esami da svolgere e criteri di selezione dei donatori, tracciabilità)- ci si chiede su quali basi, giuridiche prima di tutto, i tecnici del Ministero possano continuare a sostenere l’esigenza di una legge senza la quale addirittura l’eterologa non si potrebbe fare….. Ben diversamente come è stato ripetutamente suggerito al Ministro e come i fatti hanno dimostrato, prima che le Regioni che lo vorranno seguano l’esempio della Toscana, sarebbe opportuno intanto aggiornare rapidamente le Linee Guida stabilendo le norme tecniche e di dettaglio sopra ricordate in modo da avere una disciplina uniforme in tutto il territorio nazionale. Poi, ove si ritenga che l’attuale disciplina in tema di tracciabilità che prevede la tutela di un rigoroso anonimato del donatore, ovvero i protocolli medici internazionali che stabiliscono che vi debba essere una comunanza dei caratteri biologici fondamentali tra donatore e riceventi colore della pelle, gruppo sanguinio, caratteri fenotipici essenziali), non vada bene, il Ministro potrà investire il Parlamento delle relative questioni che verranno definite con i tempi che dato la natura del tema, è facile intuire non saranno brevi.

( Simona Maggiorelli)

dal settimanale left 30 agosto, aggiornato il 5 settembre 2014

Filomena Gallo con attivisti dell'Associazione Coscioni

Filomena Gallo con attivisti dell’Associazione Coscioni

 La Conferenza delle Regioni ha approvato all’unanimità le linee guida sulla fecondazione eterologa. L’accordo prevede che la fecondazione eterologa sia gratuita o preveda al massimo un ticket ma anche che il fenotipo del neonato possa essere simile a quello dei genitori. Il bambino potrà, se vuole, conoscere i donatori, ma solo una volta cresciuto e raggiunti i 25 anni. E solo se i donatori accetteranno di rivelare la propria identità. I donatori devono avere tra i 20 e i 35 anni, se donne. Tra i 18 e i 40 anni, se uomini. Il documento stilato dal coordinamento degli assessori regionali alla Sanità, infine, chiede al ministro Lorenzin di inserire l’eterologa nei Livelli essenziali di assistenza (Lea), come promesso. Un segnale forte per il Parlamento che il Governo Renzi ha chiamato ad esprimersi di nuovo sulla Legge 40

La Consulta e il tribunale di Bologna hanno posto fine a un divieto istituito nel 2004 con la legge 40 restituendo alle coppie sterili il diritto alla fecondazione eterologa. In arrivo una pioggia di ricorsi individuali e collettivi

Ha avanzato una richiesta di risarcimento danni la coppia a cui il tribunale di Bologna il 14 agosto ha riconosciuto il diritto immediatamente esigibile all’etero

loga. E adesso potrebbero essere molti altri a imboccare questa via, considerando che sono circa 20mila le persone che, dall’entrata in vigore della legge 40 nel 2004 a oggi, sono andate all’estero per fare la fecondazione assistita con gameti ricevuti da donatori esterni alla coppia. Mentre altre 9mila ancora attendono in Italia.

Non solo azioni individuali a pioggia, ma anche un’azione collettiva, una class action. Questa possibilità è stata prospettata, all’indomani della decisione della Consulta, dagli avvocati Gianni Baldini e Filomena Gallo. E subito ripresa dalla stampa specializzata di settore. «Sono migliaia – ha scritto il Quotidiano sanità – le coppie che potrebbero decidere di fare una class action contro lo Stato italiano per colpa della legge 40 che per 10 anni ha vietato loro il ricorso alla fecondazione assistita eterologa».

La sentenza che lo scorso 9 aprile ha cancellato il divieto di eterologa, ha “valore sub costituzionale” (cioè non può essere superata nemmeno dal Parlamento attraverso modifiche legislative) ed è immediatamente eseguibile e retroattiva. Questo senza determinare alcun vuoto normativo, come ha chiarito lo stesso presidente della Corte Giuseppe Tesauro. «Da aprile ad oggi ho ricevuto moltissime telefonate e tanti messaggi su facebook da coppie che vorrebbero fare ricorso per accedere all’eterologa» dice il segretario dell’associazione Coscioni Filomena Gallo, in questi giorni al lavoro per preparare l’XI congresso dell’associazione che si terrà a Roma dal 19 al 21 settembre sul tema delle libertà civili. «Se non si partirà presto con queste tecniche, ormai legali e lecite, saranno i tribunali a decidere, proprio come è avvenuto a Bologna. In molti fra coloro che mi hanno contattato in queste ore – spiega Gallo – si sono rivolti ai centri di fecondazione e sono in lista d’attesa. I centri si stanno attrezzando e stanno valutando il da farsi. Ho consigliato alle coppie di farsi indicare tempi certi. In assenza di questi elementi, infatti, si configura una chiara lesione dei loro diritti». Il tergiversare della politica nel recepimento della sentenza della Consulta e la decisione del Consiglio dei ministri di affidare la materia al Parlamento non contribuiscono certo a sbloccare la situazione. E i tempi si allungheranno a dismisura. Basta ricordare le annose discussioni, ideologiche e prive di basi scientifiche che i cattolici, di destra e di sinistra, ingaggiarono in Aula nel 2004 e nel 2005 all’epoca del referendum.

Unica Regione italiana ad aver dato il via all’eterologa e ad avere delle linee guida della legge 40 (quelle nazionali sono scadute dl 2008) è la Toscana. Mentre nella Penisola il panorama si presenta assai frastagliato. Frena riguardo alla scelta della Toscana di rompere gli indugi dando piena attuazione alla sentenza della Consulta, il presidente della Conferenza delle Regioni Sergio Chiamparino: «Non c’è fretta e non c’è necessità di accelerazioni. Occorre un quadro normativo nazionale» ha dichiarato. «In attesa che il Parlamento si pronunci serve un atto di indirizzo unitario, concordato con il ministro Lorenzin e il governo», dice analogamente la governatrice umbra Catiuscia Marini. Ma i radicali di Perugia contestano questo suo temporeggiare: «Dopo la sentenza della Consulta le coppie sterili hanno diritto di accesso all’eterologa» si legge nella nota firmata da Andrea Maori e Antonio Ventura. «Di conseguenza un centro ospedaliero pubblico non può rifiutarsi di eseguire questa tecnica. Lo stesso vale per gli ospedali umbri. Se un centro si rifiutasse potrebbe essere portato in tribunale per interruzione di pubblico servizio».

«Credo che ormai sia urgente e indispensabile stringere i tempi sull’eterologa. Anche per evitare qualunque rischio e ogni possibilità di ricorsi e tentativi di rivalersi sulle Regioni» afferma l’assessore alla Sanità della Sardegna Luigi Arru. E aggiunge: «Abbiamo visto cosa succede, si va dinanzi ai giudici e non è mai una cosa che dovrebbe accadere ai cittadini. La Sardegna, insieme alle altre Regioni, porterà la questione sul tavolo romano per avviare il necessario confronto». A sollecitare una rapida soluzione è anche l’elevato numero di richieste di fecondazione eterologa che si registrano in Sardegna dove è particolarmente alto il rischio di trasmissione di malattie genetiche come la talassemia maior. «In assenza di indicazioni nazionali chiare – prosegue Arru – in alcune regioni l’eterologa non sarà accessibile. Le coppie residenti andranno in altre regioni e saranno autorizzate a chiedere il rimborso, vista la sentenza della Consulta. E questo determinerebbe dei costi molto più elevati, considerando anche il diritto dei cittadini di essere rimborsati di viaggio e soggiorno, oltre a non essere eticamente corretto».
Auspicano, anche per questo, un rapido accordo fra le Regioni gli assessori alla Salute della Liguria Claudio Montaldo e quello dell’Emilia Romagna, Claudio Lusenti che si dice pronto a varare linee guida “emiliane” se la Conferenza delle Regioni – che è stata annunciata per la prima settimana di settembre – non si muoverà rapidamente. L’incontro servirà anche a delineare i contorni di una divisione che attraversa non solo il Pd. «La Corte costituzionale ha stabilito che esiste un diritto all’eterologa, senza alcun vuoto legislativo, e tale diritto deve essere reso esigibile anche attraverso il servizio pubblico», ha dichiarato a la Stampa, un esponente del centrodestra, il coordinatore degli assessori alla Sanità della Conferenza, Luca Coletto (assessore alla Sanità del Veneto) che considera prioritario l’aggiornamento delle linee guida nazionali della legge 40.

Intanto, nei mesi a venire, sono attese nuove sentenze: la Corte costituzionale dovrà esprimersi ancora una volta sulla legge 40, in particolare sul divieto di donazione alla scienza degli embrioni non idonei alla gravidanza e sul divieto di accesso alle tecniche di fecondazione per le coppie portatrici di malattie genetiche. ( dal settimanale left del 30 agosto, aggiornato il 5 settembre 2014)

La sessualità oltre la legge 40.

Correggio, Giove ed Io

Correggio, Giove ed Io

Lo scontro culturale sulla procreazione medicalmente assistita , è stato centrale nella politica dell’ultimo decennio: pronunciandosi sulla legge 40 si affronta il punto nodale del rapporto fra realtà biologica e la realtà psichica cioè dell’identità umana. La mentalità cattolica da una parte afferma il dovere di rispettare la “naturalità” del biologico, assimilato al sacro, dall’altra, con l’opposizione all’“eterologa” si pensa di difendere l’identità della famiglia. I cattolici non riescono a comprendere il passaggio dal biologico al mentale, che caratterizza la nascita umana. Pensano che lo zigote sia “persona” o, genericamente “vita” solo in base al genoma. Il genoma da solo, non fa la “persona”, non definisce né un’identità umana né un’identità biologica: i gemelli omozigoti formano cervelli anatomicamente diversi già in utero, quando non può essere presente un’attività mentale. All’esame morfologico esterno i feti omozigoti potrebbero apparire identici ma non lo sono per effetto dell’epigenetica. L’interazione dei geni con l’ambiente biologico intrauterino e la selezione casuale delle linee cellulari neuronali orientano lo sviluppo e determinano la variabilità della corteccia cerebrale. Quest’ultima come un’impronta digitale è diversa in ciascun individuo. Il patrimonio genetico è una sequenza di nucleotidi che viene letta progressivamente: il risultato finale non è determinabile a priori. E’ pertanto infondato affermare che lo zigote, pura potenzialità, sia già vita e persona.
La vita umana comincia alla nascita quando si costituisce, nei primi istanti il fondamento dell’essere. La luce attiva la sostanza cerebrale: entra in azione immediatamente un insieme di geni, prima silenti e si ha l’emergenza del pensiero nel substrato biologico. La dinamica della nascita determina una cesura radicale fra prima e dopo. Il contenuto mentale che ne deriva è lo stesso per tutti indipendentemente dalla variabilità morfologica delle strutture cerebrali. Pensare la vita umana presuppone individuare un’uguaglianza fondamentale all’origine che rende possibile la creazione di un mondo condiviso.
La mentalità religiosa opera in direzione antiscientifica, per cui si pretende di far pronunciare ancora il Parlamento sulle conclusioni della Corte Costituzionale che ha accolto la legittimità dei ricorsi e dei pronunciamenti Europei su questo tema. Viene così ignorata la falsità dei presupposti della legge 40. Le valutazioni morali e religiose non possono sostituirsi alla conoscenza dei processi biologici ed entrare nel merito delle linee guida che, partendo da evidenze scientifiche, regolano il rapporto medico paziente. Dietro l’opposizione alla fecondazione eterologa e la preoccupazione che essa possa prestarsi a derive eugenetiche, c’è sempre l’idea che l’identità umana sia inscritta nella sequenza del DNA. La genitorialità sarebbe legata alla condivisione dei geni fra genitori e figli cioè, estensivamente, all’appartenenza non solo a un nucleo familiare ma a un’etnia. La variabilità biologica non esclude però un’uguaglianza di base sul piano mentale: la nascita è per ciascuno il punto di partenza della realizzazione d’un’identità personale. Annullare la nascita, come realtà psichica universale, porta a sostenere come nell’ideologia razzista, che la variabilità genetica, quando modifica il colore della pelle, degli occhi o la forma del cranio, assume il significato di “alterità” ed “estraneità”. Per i nazisti chi non condivideva i geni della “razza” ariana era considerato non umano, cioè “untermensch”. Tutta l’operazione politica che ha portato all’approvazione della legge 40, la complicità della sinistra subalterna all’antropologia cattolica, ha avuto il significato di un attacco alla libertà di scelta delle donne. La sessualità femminile però non è finalizzata alla procreazione come sostiene la mentalità religiosa: l’enfasi che è stata posta sugli aspetti genetici e puramente biologici della fecondazione ha occultato il senso più profondo del rapporto uomo-donna ed ha impegnato l’opinione pubblica in un dibattito che distoglie dal vero obiettivo: è necessaria una nuova antropologia, che riconosca il diritto a una sessualità libera dall’obbligo della procreazione.
Nella cultura cattolica, che ha ereditato dalla filosofia greca l’idea della superiorità del pensiero razionale, lo stereotipo rimane la donna madre. Il desiderio è ancor oggi confuso con l’istinto o la bramosia cieca da sublimare per raggiungere con l’astinenza la perfezione della vita spirituale. E’ necessario al contrario pensare a una sessualità che dall’adolescenza sia realizzazione della fusione fra la realtà materiale del corpo e la realtà non materiale della mente senza perdersi nelle derive di un materialismo cieco o di una spiritualità astratta. La dialettica con il diverso da sé, uomo o donna, è allora ricerca sulla propria e altrui dimensione non cosciente non più pensata come “inconoscibile” o espressione del male. ( Maria Gabriella Gatti)

 

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Zagrebelsky contro i rottamatori della cultura

Posted by Simona Maggiorelli su aprile 5, 2014

Gustavo Zagrebelsky

Gustavo Zagrebelsky

«La cultura è libera. L’arte e la scienza sono libere» recita l’articolo 33 della Costituzione. Una solida base per rilanciare il pensiero critico.  ” La cultura abbia il coraggio di offrire una visione alla politica” dice Gustavo Zagrebelsky

di Simona Maggiorelli

Prende le mosse dalla splendida formulazione dell’articolo 33 della Costituzione il nuovo libro di Gustavo Zagrebelsky, Fondata sulla cultura (Einaudi). Articolo, che al primo comma afferma: «La cultura è libera», «l’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento». Il diritto alla cultura appare così scolpito fra i fondamenti dello Stato. Tanto più se lo si legge in parallelo con l’articolo 9 che tutela l’arte, il paesaggio e la libertà di ricerca, con l’articolo 21 che garantisce la libertà di espressione e con l’articolo 2 che parla di pieno sviluppo della persona umana. Ma Zagrebelsky ci invita ad allargare lo sguardo per cogliere il nesso che, più profondamente, lega il diritto alla cultura ad un altro tema cardine, il lavoro, a cui il professore emerito di diritto costituzionale dell’Università di Torino ha dedicato, nel 2013, il libro Fondata sul lavoro. Questi due saggi formeranno un trittico insieme a un terzo volume dedicato al tema della politica. «Non si tratta di progetto costruito a tavolino», precisa il professore. «È stato il filo della riflessione, a poco a poco, a portarmi in questa direzione. Tuttavia l’idea che le società umane si organizzino intorno a tre funzioni principali ha radici profonde. Gli studi di Georges Dumézil ed Émile Benveniste l’hanno verificata nelle tradizioni culturali, nella mitologia, nell’arte, nella religione, nel diritto, riscontrando questo continuo ricorrere del numero tre, riferito alla funzione economica (per il procacciamento dei beni materiali per la vita), alla funzione politica (ovvero il governo) e alla funzione culturale. Che qui cito per terza ma che nella letteratura è addirittura messa per prima.

Professore che cosa s’intende per cultura?

Fondata sulla culturaDirei che è quella dimensione astratta (nel senso che astrae dagli individui) ma al tempo stesso molto concreta nella quale tutti noi ci riconosciamo. La cultura dà una risposta alla domanda: come riusciamo a costruire una società fra migliaia, fra milioni, di individui che non si sono mai incontrati in vita loro? Come si fa a “far società” senza neppure conoscersi? Formiamo una società perché, pur non “conoscendosi”, ci si “riconosce” in una dimensione ideale, simbolica, in qualche cosa di più generale che fa convergere le forze. Questo non vuol dire che la cultura sia olista: ci sono culture aperte e altre meno, oppure chiuse. La cultura esiste in quanto un certo numero di individui pensa che abbia un senso lavorare per una dimensione di vita comune. Che non esula dalla dialettica e dal conflitto.

In Italia c’è stato un progressivo depauperamento delle risorse pubbliche per la scuola, la ricerca, la tutela. C’è una discrasia fra l’articolo 33 e i tagli alla cultura?

Per ridurre gli sprechi non è scandaloso che si pensi a qualche taglio. Il problema semmai (ed è un problema culturale) nasce quando, dovendosi reperire risorse, la prima cosa che si fa si è tagliare la cultura. Seguendo il celebre motto di un ministro (Tremonti, ndr): «Con la cultura non si mangia». La cultura, non serve per mangiare, naturalmente. Ma serve a fare società e in questa vivere. E se non c’è società va a finire che non si mangia nemmeno più. I più ricchi e i più potenti hanno la meglio e tutti gli altri vengono spinti ai margini della vita sociale. La cultura è un fatto di durata e di profondità, è senso che crea comunanza di vita, solidarietà competitiva, dialettica. Insomma, con la cultura si fa ben più che mangiare. E quella umanistica, diversamente da quella scientifica sperimentale, non costa nulla: è fatta di pensiero, di rapporti, di studio; non c’è bisogno di un grandissimo spreco di risorse pubbliche. Pensi, per esempio, alla persecuzione della convegnistica. Qualche tempo fa mi ero messo in testa di raccogliere tutti gli inviti: impresa immane. Ne esce un quadro desolante di sottrazione di energia e di tempo che, invece, dovrebbe essere dedicato allo studio, all’elaborazione di idee. Nei convegni ritrovi sempre le stesse persone che ripetono a pappagallo…

Margherita Hack a scuola prendeva brutti voti perché si rifiutava ripetere a pappagallo. Einstein parlava di «gioia delle idee», del piacere della scoperta. Lei lo cita ricordando che la parola eidos collega le idee alle immagini che nascono nella mente. La cultura implica capacità di immaginare, di sviluppare un pensiero nuovo?

Ovviamente. La cultura è un mondo vivo, non un mondo anchilosato di stilemi, motti, acquisizioni che poi si cristallizzano in formule o formulette. Si sviluppa dal suo interno, in relazione ai problemi del presente. Deve avere una sua autonomia, come dice anche la Costituzione, senza chiudersi nella separatezza. Ma, come notava Montaigne, spesso ci riduciamo a fare glosse fra noi. Si parla di Don Chisciotte ma non lo si legge più. Si preferisce la letteratura secondaria e si stilano note su note. Finendo nel solipsismo, sfornando “idee” senza rapporto con la realtà. Ecco allora il saccente ridicolo, l’erudito che crede che il mondo sia fra le quattro pareti rivestite da libri dove lui è confinato. La cultura fatta solo di carta o di internet muore su se stessa.

Ma oggi quasi non si osa dire “intellettuale”. Sui media tutto deve essere fatuo, frivolo, pop. E sulla scena pubblica, come lei scrive, è tutto un proliferare di consulenti.

La figura del consulente è piuttosto inquietante. Non perché chi svolge una professione intellettuale non debba sentire il dovere di fornire ad altri competenze tecniche. Ma perché i consulenti preparano i loro interventi in attesa di una chiamata o dal mondo politico o da quello economico-tecnologico. I consulenti vendono le proprie conoscenze per promuovere “prodotti” politici o economici (oggi soprattutto finanziari).

L’ossequio al mercato è diventato così prevalente da imporre un modello di Homo Oeconomicus, povero di umanità e dotato di una razionalità solo strumentale?

Viviamo in un’epoca economica, senza dubbio. Ma una società ben organizzata è quella in cui le tre funzioni – politica, economica e culturale – godono di una relativa indipendenza. L’articolo 33, in questo senso è una spia. Nella Costituzione, peraltro, si trovano solide radici contro il conflitto di interessi. Il pericolo che si corre quando prevale l’economia è che le persone che si occupano di cultura siano portate a pensare che le idee siano dei beni economici come gli altri. E che possano essere messe sul mercato. Da qui l’orrida espressione il mercato delle idee.

«Il rapporto tra sapere critico e il potere è sempre più difficile quanto più il potere si riduce ad avventurismo senza idee», ha detto lo storico dell’arteTomaso Montanari (citando Barca) dopo il no dei renziani a un suo incarico come assessore alla Cultura in Toscana. In Italia oggi è questo lo scenario?

E’ anche questo. D’altro canto il mondo culturale ha forse espresso strutture autonome? Le accademie non incidono, il Cnr è stato una propaggine ministeriale e poi ci sono gli assessorati alla cultura… Gli organismi indipendenti non contano quasi più nulla. A riprova della forza assorbente che hanno la sfera economica e certa politica. Tornando a noi, la cultura per essere tale non può che essere libera. Essendo libera, la cultura non può che essere critica. Essendo critica, non può che essere plurale. Perciò occorrerebbe uno scatto di orgoglio del mondo intellettuale.

 

Dal settimanale Left

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Fermare la svendita dei beni del demanio pubblico

Posted by Simona Maggiorelli su novembre 10, 2013

Isola BudelliMentre il governo delle larghe intese, in linea con le politiche  di centrodestra, torna a proporre la  #svendita delle spiagge un paradiso ambientale come l’isola di #Budelli è già stata venduta per 2,9 milioni di euro.Fermare l’aggressione al #territorio diventa una priorità. La #Costituzione offre già gli strumenti. Se ben interpretata e applicata. Lo sostiene iun eminente giurista come Paolo Maddalena

di Simona Maggiorelli

La vendita dell’isola di Budelli, straordinaria oasi naturale, famosa per le sue spiagge rosa, si è già conclusa. E altri lembi d’Italia rischiano una sorte analoga. Il governo Letta, non diversamente dai precedenti governi di centrodestra, ricorre alla svendita di pezzi importanti del patrimonio italiano per fare cassa, mentre non si ferma il consumo di suolo che erode vertiginosamente la campagna.

Cartolarizzazioni, speculazione edilizia, condoni, gestione emergenzialista di terremoti e dissesti idrogeologici, sistemi produttivi inquinanti e così via, negli ultimi trent’anni hanno aggredito massicciamente il territorio della Penisola non di rado mettendo a repentaglio la salute dei cittadini (il caso Ilva di Taranto docet).

«Speculazione finanziaria e politiche liberiste hanno sfruttato l’ambiente come fosse un bene inesauribile. E ora siamo giunti al limite. Non possiamo più aspettare oltre, serve una moratoria, per fermare da subito il consumo di suolo», ha detto il giurista Paolo Maddalena intervenendo al convegno “Terra bene comune” al Tempio di Adriano a Roma, in un ampio confronto fra associazioni per la tutela dell’ambiente e i relatori delle principali proposte di legge sul consumo di suolo già depositate in Parlamento.

maddaProposte, merita ricordarlo qui, che affrontano il problema in modi abissalmente diversi, andando dall’apertura agli interessi dei costruttori contenuta nell’iniziativa del Pdl  alla radicale proposta di limitazione dei diritti edificatori e di tutela dei territori agricoli non edificati depositata dai parlamentari del M5S. Al stesura del testo – che ha come primo firmatario il deputato M5s Massimo De Rosa – ha collaborato l’urbanista Paolo Berdini e vi si possono riconoscere gli assunti di fondo del più che trentennale lavoro dell’archeologo Salvatore Settis e del giurista Paolo Maddalena. Insieme, Maddalena e Settis hanno di recente pubblicato un libro, Costituzione incompiuta  ( Einaudi ) dedicato al tema della tutela e della valorizzazione dell’arte, del paesaggio e dell’ambiente.

Al centro del volume in cui compaiono contributi anche di Tomaso Montanari e di Alice Leone c’è l’articolo 9 della Costituzione che, come ricorda spesso Settis, ha fatto sì che l’Italia sia stato il primo Paese al mondo a iscrivere la salvaguardia del patrimonio artistico e del paesaggio fra i valori fondanti dello Stato. E certamente non per un fatto esornativo o di solo godimento estetico, ma riconoscendo che la straordinaria e originale fusione fra arte e paesaggio che connota la storia italiana contribuisce alla qualità della vita e ha a che fare con l’uguaglianza dei cittadini e con il diritto alla cultura che si evince dall’art 34 (sulla scuola pubblica statale e il diritto allo studio) «favorendo – sottolinea Maddalena – quel libero sviluppo della persona umana di cui la Carta parla all’articolo 3».

Paolo Maddalena

Paolo Maddalena

Ma sempre più nel dopoguerra, approfondisce il vice presidente emerito della Corte costituzionale, «l’economia ha dettato legge alla politica. producendo danni immani. Mentre l’idea della compatibilità ambientale, fra interessi dell’economia e la capacità rigenerativa dell’ambiente, si è rivelata una pura illusione». Che fare allora per fermare l’attacco mortale al territorio sferrato da scriteriate politiche neoliberiste che, scrive Maddalena, rischiano di farci fare la fine dell’isola di Pasqua? «Innanzitutto ci vuole un vero cambio di mentalità – sostiene il professore -. Bisogna passare da un principio antropocentrico a un principio ecocentrico o biocentrico, perché non possiamo più alterare l’ambiente, lo abbiamo già distrutto abbastanza. Bisogna affermare quello che avevano capito già i filosofi presocratici, ovvero che l’uomo è parte del cosmo».

Tradotto su un piano più immediatamente politico «bisogna pensare un diverso modello di sviluppo», dice Maddalena. «Impedire lo sfruttamento intensivo dei territori da parte di privati che oltretutto poi delocalizzano le imprese a loro piacimento e impongono le loro leggi al mercato del lavoro. E al contempo tutelare chi recupera spazi pubblici nell’interesse della collettività come, per esempio, sta accadendo a Pisa, all’ex colorificio». La multinazionale proprietaria dell’edificio ha cessato la sua attività in Italia e ha licenziato i lavoratori. In quella struttura abbandonata un collettivo di cittadini ha creato una sorta di laboratorio aperto in cui si fanno corsi di avviamento all’artigianato e iniziative sociali. «Quella struttura destinata ad un uso industriale è stata abbandonata dal proprietario ed è giusto che ritorni alla cittadinanza», rileva Maddalena che al convegno Terra bene comune organizzato dal M5s ha ripreso il filo rosso del lavoro sul tema della proprietà demaniale e della proprietà di uso collettivo presentato nell’ambito della costituente dei beni comuni guidata da Stefano Rodotà e che ha alle spalle una radicale e lunga riflessione dell’eminente giurista sui limiti costituzionali della proprietà privata. «Il territorio è proprietà comune di tutti. La proprietà è pubblica e privata, secondo determinati vincoli. Lo dice la nostra Carta», ribadisce Maddalena ricordando che l’art. 9 e gli artt. 41 e 42 offrono già validi strumenti per affrontare il problema dell’aggressione al territorio. «Non esiste il cosiddetto ius edificandi, inteso come facoltà del proprietario privato», avverte il professore. «Non c’è un diritto edificatorio concesso una volta per sempre. Solo un atto sovrano, preso da un’autorità che rappresenta gli interessi di tutti può stabilire se un terreno diventa suolo edificabile. La Costituzione dà chiare indicazioni. Ma va applicata. Non a caso Calamandrei la chiamava la rivoluzione promessa».

Dal settimanale left-avvenimenti

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Non più costrette a trasmettere malattie (genetiche)

Posted by Simona Maggiorelli su settembre 26, 2013

donna-incintaIl tribunale civile di Roma dà il via libera alla diagnosi preimpianto a spese del sistema sanitario nazionale in applicazione della sentenza Corte di Strasburgo. Che nello scorso febbraio ha respinto il ricorso in appello  avanzato dal governo Monti e ha condannato in via definitiva l’Italia per violazione dei diritti umani poiché la legge 40 sulla fecondazione assistita in vigore dal 2004  non permette a coppie fertili e portatrici di malattie genetiche di poter accedere ad esami diagnostici fondamentali per poter evitare la trasmissione della malattia al nascituro.

A dare questo ulteriore colpo alla legge 40 , (dopo la sentenza europea e quelle italiane pronunciate dalla Consulta e da vari tribunali) è stato il giudice Donatella Galterio, della prima sezione civile del tribunale di Roma, che ha accolto il ricorso con il quale la coppia romana Costa- Pavan, portatrice sana di fibrosi cistica, chiedeva, in vista di una fecondazione assistita, di poter effettuare la diagnosi preimpianto a spese del servizio sanitario nazionale.  Il Tribunale di Roma, in sintesi, ritiene che proprio attraverso la diagnosi preimpianto venga tutelato tanto il diritto all’autodeterminazione dei soggetti coinvolti  quanto il  diritto alla salute  fisica e psichica della donna che se dovesse subire l’impianto di embrioni geneticamente malati potrebbe andare incontro ad aborto o a vere e proprie patologie

“Una sentenza importantissima”, sottoliena  il segretario dell’associazione Luca Coscioni, Filomena Gallo alla vigilia del congresso della associazione per la libertà di ricerca in programma ad Orvieto dal 27 al 29 settembre, “perché per la prima volta la legge 40 viene fattivamente disapplicata facendo seguito alla sentenza della Corte Europea di Strasburgo.E ora non c’è più la necessità di attendere un intervento della Corte costituzionale”.

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L’invenzione della sindrome del boia

Posted by Simona Maggiorelli su luglio 4, 2013

pericolo-di-gravidanza-l-39-aborto-come-un-fondo-d-39-arte-250x200di Simona Maggiorelli

La chiamano sindrome del boia. E secondo le associazioni pro life sarebbe il destino inevitabile di ogni donna che abortisce. Nel libro La verità vi prego sull’aborto (Fandango, 2013) la filosofa della scienza Chiara Lalli scrive che, per costoro, chi interrompe una gravidanza si «troverà prima o poi a subire conseguenze dolorose andando inevitabilmente incontro alla “sindrome post aborto”»

. Espressione che ricorre nei discorsi dei bioeticisti cattolici e che, fatto grave, compare anche in documenti del Comitato nazionale di bioetica (Cnb), organo consultivo del governo. Siamo davanti all’invenzione di una patologia propedeutica a nuovi attacchi alla 194?

«In psichiatria, dal DSM IV e fino all’attuale catastrofico DSM V, c’è stato un proliferare di “sindromi”, sovente create apposta per inserire in una patologia fittizia determinati ambiti di comportamento», spiega la psicoterapeuta e neonatologa Maria Gabriella Gatti. «Serve alla vendita di psicofarmaci e, in casi come questo, a mascherare di falso scientismo una condanna moralistica basata su pregiudizi religiosi». Urge far chiarezza, dunque. «La donna che ha deciso di abortire non commette un “feticidio”, cioè non uccide una vita umana come si vuol far credere», precisa la docente di neurologia neonatale dell’Università di Siena. E aggiunge: «Quella del feto è una realtà puramente biologica e quindi anche sul piano etico e giuridico l’aborto non può essere equiparato a un omicidio. Il cervello del neonato è completamente diverso da quello del feto che è funzionale ai processi di accrescimento e non a un’attività di pensiero che ha inizio con la nascita. La madre assassina è affetta da una grave patologia mentre una donna che abortisce, esercita un diritto di autodeterminazione e di libertà procreativa. Il senso di colpa è indotto dalla cultura cattolica che vuole imporre credenze che contrastano con la ricerca scientifica alterando i dati biologici. Si tratta di una strategia di controllo che da millenni gli uomini hanno imposto sulla sessualità delle donne: l’intangibilità del feto si lega alla sacralità del biologico».

abortoIn Italia le percentuali “bulgare” degli obiettori, denuncia l’associazione Laiga, obbligano le donne ad andare ad abortire all’estero, specie per aborti terapeutici. Esponendo la salute delle pazienti a maggiori rischi. E aumentano gli aborti “spontanei”,in particolare, fra le immigrate. Di fronte a tutto ciò la Consulta di bioetica propone di abolire l’articolo 8 della 194 che prevede l’obiezione di coscienza. «Credere nella sacralità del biologico è contrario all’etica medica che si basa su una concezione naturalistica e scientifica dell’essere umano», commenta la professoressa. «A partire dal protocollo di Harvard la vita umana è legata all’attività cerebrale, quando questa cessa c’è la morte che non è separazione dell’anima dal corpo. Il medico è chiamato a intervenire laicamente prescindendo da principi trascendenti. Nessun medico può rifiutarsi di fornire una prestazione imponendo di fatto al paziente una propria concezione religiosa. La medicina in nessun caso può essere al servizio dell’ideologia: quando lo è stata è andata sempre “contro l’uomo” come nelle sperimentazioni naziste».

Al convegno Il buon medico non obietta organizzato dalla Consulta di Bioetica  a Roma il giurista Carlo Casini del Movimento per la vita ha riproposto la questione dello statuto ontologico dell’embrione che, per lui, sarebbe persona in accordo con la Legge 40. In barba alla sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo che stigmatizza la confusione fra embrione e persona contenuta nella norma. «Scambiare embrione e persona sarebbe come voler offrire a amico della frutta e portargli una radice d’albero su un piatto», ha risposto a Casini il costituzionalista Gladio Gemma, richiamando la differenza logica fra potenza e atto. «Il discorso di Gemma è scientificamente corretto – commenta Gatti – l’embrione prima della 23esima settimana non ha nessuna possibilità di vita. Un nocciolo di pesca ha la potenzialità di diventare albero e la mantiene finché non trova un terreno fertile. L’embrione fuori dall’utero non ha alcuna possibilità di vita umana prima che il cervello abbia raggiunto un determinato stadio maturativo. è un dato acquisito dai maggiori esperti di neonatologia mondiale ma che la cultura cattolica continua a negare». Come si evince anche dai discorsi del presidente emerito del Cnb, il cattolico Francesco D’Agostino, che all’iniziativa della Consulta di bioetica e Sel in Palazzo Marini ha parlato di aborto come una piaga ancora aperta in Italia, anche a causa della «fragilità esistenziale delle donne». «Pregiudizi medievali, di negazione delle donne», denuncia Maria Serenella Pignotti neonatologa del Meyer di Firenze, mentre il filosofo Eugenio Lecaldano dice che bisogna «ribadire la centralità della donna nelle questioni riproduttive». Ma è sufficiente? «L’autodeterminazione della donna e la sua libera scelta procreativa possono essere meri slogan se non si accompagnano a una battaglia politica che ribadisca la centralità della ricerca sulla realtà umana», rilancia la neonatologa Gatti.«Concezioni antropologiche che perpetuano l’annullamento della donna, tipico della cultura greca e giudaico cristiana ci vengono proposte di continuo su giornali come Repubblica. L’uomo, come ha sostenuto Freud, sarebbe atavicamente violento e sadico mentre le donne sarebbero costituzionalmente inclini al masochismo e meno intelligenti essendo destinate ad allevare la prole. Al convegno D’Agostino ha citato come esempio di ricerca psichiatrica Jacques Lacan che era un fautore del ritorno a Freud e aveva rapporti a dir poco problematici con le donne come si evince dalla biografia della figlia Sybille. Sempre su Repubblica, partendo da Lacan, Michela Marzano, fa affermazioni incredibili, sostenendo che potrebbe accadere a tutti di dimenticare il proprio bimbo in auto, con esiti drammatici. Esiste secondo lei una “banalità del male” citando Hannah Arendt. Come dire che sotto sotto siamo tutti un po’ fatui ed un po’ nazisti». E qui si apre un altro tema enorme che non mancheremo di approfondire.

 dal settimanale left Avvenimenti

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Cultura bene comune. Left incontra Settis

Posted by Simona Maggiorelli su maggio 28, 2013

Salvatore Settis

Dopo anni di assalti al patrimonio da parte dei governi di centrodestra . E di  tagli al ministero dei beni culturali operati senza soluzione di continuità anche da governi di centrosinistra, i cittadini si ribellano e si organizzano in associazioni per cercare di invertire la rotta. E difendere la Costituzione. Di cultura, diritti, democrazia  abbiamo discusso il 30 maggio a Roma, in un incontro con Salvatore Settis organizzato da left.   A cui  hanno partecipato Fabrizio Barca, Pippo Civati, Vittorio Emiliani, Tomaso Montanari, Michele Dantini, Andrea Ranieri e molti altri.

Il video dell’evento:http://www.mawivideo.it/2013/05/la-cultura-scende-in-campo/

di Simona Maggiorelli
“Non avrei proprio mai pensato che un piccolo libro come Indignatevi! Potesse avere una tale ripercussione e mobilitare così tante persone» si legge nell’ultimo lavoro di Stéphan Hessel. Un piccolo, appassionato pamphlet dal titolo Non arrendetevi (Passigli, 2013) in cui il vecchio partigiano francese, scomparso o scorso febbraio, annotava: «Il fatto è che il movimento dei giovani spagnoli del 2011 ha adottato l’indignazione come bandiera e ne ha fatto un appello per tutti». Dando voce a un movimento dal basso, estraneo al mondo dei partiti tradizionali e che «ha rappresentato qualcosa di nuovo ed è stato l’espressione di un rifiuto delle manovre di un’oligarchia non solo finanziaria». In nome della democrazia, della difesa dei beni comuni. Un movimento spontaneo di “pezzi” della società civile – ci ricorda Salvatore Settis nel libro Azione popolare (Einaudi, 2012) – che in Italia ha preso una pluralità di forme dai Movimenti per l’acqua a Se non ora quando, dall’Onda degli studenti alle manifestazioni per i diritti civili. Portando sulla scena pubblica battaglie per quelli che la sinistra tradizionalmente ha sempre chiamato bisogni, ma anche per irrinunciabili esigenze che riguardano la persona nel sua complessità.
Il minsitro Massimo Bray ad Onna e poi a L'Aquila

Il minsitro Massimo Bray ad Onna e poi a L’Aquila

Esigenze di partecipazione, di conoscenza, di formazione, di realizzazione della propria identità professionale e umana, di pieno riconoscimento di diritti civili e di autodeterminazione. «Davanti alla sordità dei partiti (tutti) di fronte al grande tema del bene comune – scrive Settis – alla loro capacità congenita di elaborare una visione lungimirante e democratica del governo del Paese, alla loro alleanza di fatto nel devastare ambiente e paesaggio, la nascita spontanea di movimenti e associazioni di cittadini in Italia (se ne contano almeno 20mila negli ultimi anni) è un segnale positivo di enorme importanza e straordinarie potenzialità». Un manifesto che possa raccogliere queste variegate istanze c’è già secondo l’archeologo e storico dell’arte della Scuola Normale: è la Costituzione. Una Carta lungimirante e ancora oggi modernissima che pone fra i doveri della Repubblica ( art.9) la difesa del patrimonio d’arte e del paesaggio. Un aspetto che non riguarda solo “la contemplazione estetica” ma essenziale anche per il diritto alla salute come drammaticamente ci mostra il caso di Taranto e dell’Ilva. Nella Carta «la figura del cittadino e della cittadinanza – prosegue Settis – intesa sia come comunità che come orizzonte di diritti è definita attraverso calibrate convergenze. L’art. 3 prescrive che tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge e nella Carta è scritto che “è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine sociale ed economico che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana». Ma come ben sappiamo, insieme all’articolo 21 che tutela la libertà di espressione e il diritto di cronaca, questo punto della nostra Costituzione è largamente disatteso. Grazie a una lunga serie di “contro riforme” che hanno riguardato la scuola, l’università, la ricerca. E grazie ad ormai ventennali attacchi al nostro patrimonio artistico, messo a rischio dalla mancanza di una adeguata tutela (a causa del depauperamento delle soprintendenze), ridotto a feticcio dal marketing della valorizzazione ad opera di manager che hanno trattato le opere d’arte come fossero panini McDonald’s, svenduto in operazioni di cartolarizzazione imbastite dai governi di centrodestra per fare cassa. Con la soppressione della storia dell’arte in molte scuole superiori, inoltre, si è sferrato un attacco frontale alla conoscenza. Quanto al paesaggio, su di esso hanno pesato scellerate politiche di condoni, la cementificazione selvaggia, senza nessun disegno urbanistico, mentre le logiche emergenzialistiche messe in campo dopo terremoti o altri eventi naturali hanno finito per intaccare quella straordinaria fusione fra patrimonio artistico e contesto paesaggistico che rende unica l’Italia.
azione-popolareAl di là di ogni ridicola enfasi sulla vastità del patrimonio d’arte italiano strombazzata da politici ignoranti e pronti a farne “petrolio” da saccheggiare ( De Michelis docet). Su questo punto mettono i puntini sulle “i” Bruno Arpaia e Pietro Greco nel libro La cultura si mangia! (Guanda, 2013) in cui si ricorda utilmente che l’Italia è sì in testa alla classifica mondiale con i suoi 45 siti archeologici riconosciuti dall’Unesco ma anche che l’Italia ne ha solo 3 in più della Spagna e 5 in più rispetto alla Cina. Un libro, questo scritto a quattro mani da Arpaia e Greco, che tratteggia un quadro efficace del modo a dir poco miope di agire della classe politica italiana di destra (ma anche di centrosinistra) riguardo ai beni culturali. Fin dal titolo che rovescia quel rozzo «con la cultura non si mangia» pronunciato il 14 ottobre 2010 da Giulio Tremonti, che da ministro ha tagliato un miliardo e mezzo di euro all’università e 8 miliardi alla scuola pubblica, per non parlare dei tagli al ministero dei beni culturali e al Fus.
Proprio grazie alla “finanza creativa” di Tremonti il bilancio del ministero dei Beni culturali nel 2008 fu praticamente ridotto della metà. Senza che l’allora ministro Sandro Bondi protestasse. Anzi cercò di silenziare Salvatore Settis allora a capo del Consiglio superiore dei beni culturali, che messo di fronte all’impossibilità di svolgere il proprio compito, fu praticamente costretto a dimettersi. E presto sostituito da Andrea Carandini, attuale presidente del Fai. Nel 2013 – val la pena di ricordarlo qui – il bilancio del ministero dei Beni culturali è ulteriormente sceso del 6,1 per cento. Anche in questo caso senza che Lorenzo Ornaghi, ministro dei Beni culturali del governo Monti, facesse alcuna opposizione. E se non ci saranno cambiamenti di rotta, sono previsti ancora tagli per 125 milioni nel 2014, e di 135,7 nel 2015, come ha scritto Tomaso Montanari su Il Fatto quotidiano.
La crisi picchia duro, si è giustificato il governo dei tecnici guidato da Monti. «Ma proprio in momenti di crisi occorre sostenere finanziariamente la cultura» ha sottolineato Settis intervenendo Solone del libro di Torino contro quella che il professore chiama «la religione dell’austerità sostenuta dalla destra». Citando il Nobel Krugman a supporto. A noi tornano in mente anche le parole di Martha C. Nussbaum: «Solo i Paesi che hanno continuato a investire in cultura sono riuscite a fronteggiare in qualche modo la crisi, guardando al futuro». A questo tema la filosofa americana ha dedicato un intero libro a cui per brevità rimandiamo. S’intitola Non per profitto ( Il Mulino 2012) e mette in luce, con dovizia di dati, perché le democrazie hanno bisogno della cultura. E di quella umanistica in particolare.
 da left- 25 maggio- 31 maggio 2013

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Quel sapere che fa paura al potere

Posted by Simona Maggiorelli su aprile 28, 2011

 Vietato pensare. Il premier Berlusconi vorrebbe irretire l’autonomia critica e la memoria degli italiani. Ma le sue bugie hanno le gambe corte. Ala Festival Parole di giustizia a La Spezia il professor Stefano Rodotà parla dell’importanza della storia  e dell’impegno civile nel contrastare la barbarie culturale in cui sembra caduto il Paese

di Simona Maggiorelli

Lorenzetti Il Buon governo, Siena XIV secolo

Restituire un pezzo di memoria assume inevitabilmente un significato politico e civile, oggi in Italia. Anche se il professor Stefano Rodotà a proposito del suo Diritti e libertà nella storia d’Italia (Donzelli) si schermisce: «non voglio salire su un cavallo bianco -dice- ho solo cercato di rinfrescare il ricordo di certi fatti. Perché negli ultimi dieci anni anche in Parlamento si raccontano cose che nessuno anni fa avrebbe osato, perché si conosceva la storia di questo paese». Un attacco alla storia, (vedi i manifesti scandalo sulle Br in procura) che va di pari passo con l’attacco del Premier alle istituzioni. E non solo. Su  questi temi, in occasione della presentazione del libro al Festival Parole di giustizia il 13 maggio a La Spezia abbiamo rivolto alcune domande al professore emerito di diritto dell’Università La Sapienza.

Professor  Stefano Rodotà, dopo aver denunciato l’attacco alla Costituzione, ora lei parla di decostituzionalizzazione. Una deriva ulteriore?

Sì, si usa la riforma della giustizia per eliminare in radice garanzie che la Carta prevede. Là dove, per esempio, è detto che la magistratura dispone direttamente della polizia giudiziaria si leva “direttamente” e si dice “secondo le modalità della legge”. Così una maggioranza qualsiasi potrà far fuori le garanzie sancite dalla Costituzione e protette dalla sua rigidità. E si potrà passare una serie di poteri a maggioranze ordinarie come l’attuale: blindata, che vota qualsiasi cosa. Intanto il Parlamento è stato ridotto a luogo di registrazione passiva della volontà del presidente del Consiglio e l’ altro sistema di controllo, di contropotere, di contrappeso necessario in ogni democrazia- la magistratura- è sempre più preso di mira».

Stefano Rodotà

 Berlusconi parla di magistrati «eversori», stigmatizza la Corte costituzionale «covo di sinistra». Calunnia, altera la verità, anche quella storica. Perché una parte di italiani continua a credere alle sue falsità?

Questa è la domanda chiave. Di risposta non ce n’è una sola. Al primo punto c’è l’informazione in Italia. Non dobbiamo cadere nella trappola berlusconiana che addita alcuni talk show come eretici nei suoi riguardi quando tutte le ricerche dicono che l’opinione pubblica si forma soprattutto con il Tg1 e il tg5. Che non riferiscono una serie di fatti oppure ne danno la versione di B. Perfino l’Autorità delle telecomunicazioni- che pure non brilla di attivismo in queste materie- ha dovuto dire che non si può diffondere ogni giorno un comunicato o un video di B. Secondo punto: il Premier ha costruito intorno a sé, non “un sogno” come è stato detto, ma un blocco sociale su interessi come l’evasione fiscale. Per lui «l’evasione fiscale è legittima difesa». Da qui l’abbassamento della soglia di tutte le regole. Così accanto alle leggi ad personam, ecco l’eliminazione del falso in bilancio, di cui B. si è servito. Una “semplificazione” che fa scendere la legalità nella stesura dei bilanci. Parlo di un blocco sociale, dunque, costruito sui peggiori aspetti della società italiana come il non pagare le tasse. Anche se qualcosa comincia a scricchiolare: con questa crisi le piccole e medie imprese non riescono a stare sul mercato, i problemi che devono affrontare sono assai più vasti. Poi a tutto questo va aggiunto un terzo elemento: la debolezza dell’opposizione che, a mio avviso, ha regalato forza a B.

 B. dice che la sinistra è triste ed «ha una ideologia disumana e crudele». E alla convention dei Liberal del Pd Bill Emmott risponde che non va sottovalutato: «la sinistra ha una cultura del dolore». Così Enzo Bianco rilancia: «dobbiamo sorridere di più». Perché continuare a rincorrere B. sul suo terreno?

Per lungo tempo è stata sopravvalutata la capacità di comunicazione di B. E si è pensato che adeguandosi al suo modello lo si sarebbe sconfitto. Non è accaduto. Proprio per l’asimmetria di potere: se io scelgo il modello media e i media sono di un altro, lotto con una mano legata dietro la schiena. Intanto si è persa la strada storica del rapporto con la società. Qualcosa, però, sta cambiando. La manifestazione delle donne, degli studenti, del lavoro e del precariato ci dicono di una ripresa di reazione sociale. E non sono più «i ceti medi riflessivi» di cui parlava Paul Ginsborg all’epoca dei girotondi. Ora la reazione che ci si deve aspettare dall’opposizione è che trovi i giusti canali di comunicazione con questo mondo che va in piazza e che ha bisogno anche di una sponda politica. Fin qui le reazioni sono state vecchie, impaurite e sbagliate. Si è detto non possiamo arrenderci al movimentismo. Come se non fosse qualcosa che sta avvenendo nella società…

Dal suo libro emerge l’abisso fra uno Stato ancora in formazione che paventava lo strapotere della Chiesa e gli ultimi quindici anni in cui lei scrive: «si è assistito a pratiche politiche e a leggi che quanto più si avvicinavano alle richieste della Chiesa tanto più si allontanavano dalla Costituzione». Siamo sempre più lontani dal resto d’Europa?

Nettamente e non è una valutazione preconcetta o ideologica. Prendiamo un dato di realtà: si discute in Parlamento di testamento biologico lasciando strada aperta a una posizione della Chiesa veramente violenta che parla di «indisponibilità della vita e di limiti invalicabili». Ora se noi andiamo in Germania, Francia o in Spagna non solo lì le norme sul biotestamento ci sono e da tempo, ma sono in forme tali che in Italia l’opposizione neanche penserebbe di proporle perché verrebbe accusata di chissà quali nefandezze, Siamo prigionieri di questo meccanismo: da noi vengono presentate come questioni di fede questioni che evidentemente di fede non lo sono come il diritto a rinunciare a idratazione e nutrizione forzata. Quelli della Chiesa diventano da noi punti di vista che pesano nella discussione politica al punto da frenarne l’autonomia e l’intelligenza. Perché c’è una presenza della Chiesa più intensa che altrove, ma anche per una politica debole. Per cui il Pdl si presenta come fedele braccio secolare delle volontà del Vaticano e non per reale adesione culturale, ma per averne sostegno. La debolezza della politica italiana ha aperto varchi enormi all’iniziativa della Chiesa.

 Il vice presidente del Cnr, Roberto de Mattei ha organizzato un convegno contro l’evoluzionismo e uno sul fine vita in cui si attacca il protocollo di Harvard. Cosa ne pensa?

De Mattei è libero di dire ciò che vuole ma rivestendo una carica istituzionale – perché il vertice del Cnr è nominato dal Governo – ha il dovere di rispettare l’opinione altrui e di non usare il denaro e il ruolo pubblico per fare propaganda a tesi che, per usare un eufemismo, hanno uno statuto scientifico molto debole. Ormai non c’è più confronto, si rifiuta il punto di vista dell’altro quando non lo si ritiene conforme alla propria particolare situazione. E’ il dato devastante introdotto dalla logica del berlusconismo che ha come regola la negazione dell’altro. Lei lo ricordava all’inizio: “tutti comunisti”, “tutti nemici della famiglia”; con questa premessa non è possibile guardare alla società italiana tenendo aperta la discussione. Il punto drammatico è la regressione culturale, che è anche regressione del linguaggio. Uno non si scandalizza moralisticamente della barzelletta di B. ma della degradazione dell’altro che c’è nel suo linguaggio, che poi è quello leghista. Non a caso si attacca un luogo di formazione del pensiero critico come la scuola pubblica: si vuole azzerare la capacità dei cittadini di valutare. Ma cattiva cultura produce cattiva politica, ed è ciò che stiamo vivendo. Anche per questo quando Donzelli mi ha proposto di rimettere in circolazione quel libretto aggiornandolo ho accettato. In una altra situazione avrei detto no, ci sono molti materiali. Ma oggi si va perdendo anche la memoria dei fatti elementari. Il Premier, per esempio, lamenta di non poter fare provvedimenti. C’è un travisamento della realtà istituzionale tanto che si imputa alla Costituzione e al Parlamento l’impossibilità di muoversi. Ma basta pensare che in un solo anno, il 1970, sono stati approvati l’ordinamento regionale, il divorzio, lo statuto dei lavoratori, le norme sulla carcerazione preventiva, in sequenza rapidissima… E negli anni successivi le norme sulle pari opportunità sul lavoro, l’aborto, la riforma dello stato di famiglia. C’era una cultura politica e in Parlamento si andava per discutere davvero. Non mi meraviglia che un periodo come quello, in cui si attuava la Costituzione per i diritti e le libertà, oggi venga demonizzato.

da left-avvenimenti

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Biennale democrazia. Nell’interesse dei molti

Posted by Simona Maggiorelli su aprile 8, 2011

di Simona Maggiorelli

Forse mai come ora appuntamenti commenti come le Giornate della laicità di Reggio Emilia e la Biennale democrazia di Torino (entrambi al culmine questo fine settimana con decine di conferenze incontri, lezioni magistrali) assumono il significato politico di un dibattito pubblico sulla deriva che sta vivendo l’Italia. Un Paese , il nostro, in cui non solo gli strumenti della giustizia sono alterati da leggi ad personam (a favore del premier e del suo clan), non solo si vuole imbavagliare la stampa, non solo si contravviene all’articolo 11 della Costituzione che ripudia la guerra. Ma si negano diritti civili come l’accesso per tutti a tecniche mediche come la procreazione assistita mentre si vuole obbligare per legge a una vita meramente biologica attaccata alle macchine chi, avendo perso ogni facoltà mentale, si trovi in uno stato vegetativo permanente.

Di più. In Italia i diritti umani stessi vengono calpestati. Basta pensare alla sciagurata norma partorita dal governo Berlusconi e che ha istituito il reato di clandestinità. Una legge responsabile dei drammatici respingimenti di immigrati e di rifugiati (non riconosciuti come tali) a cui, impotenti, assistiamo in questi giorni. Per fare una diagnosi adeguata dello stato di salute della democrazia italiana, delle responsabilità dei governi di centrodestra, ma anche della debole opposizione della sinistra in Italia molti sono gli strumenti sul tavolo (su quest’ultimo tema, in particolare si veda lo stringente saggio di Rino Genovese “la responsabilità della sinistra italiana nell’affermarsi del berlusconismo” contenuto ne La democrazia in Italia edito da Cronopio).

La saggistica in questo ambito sta conoscendo una straordinaria fioritura. E tanti sono i libri che verranno presentati e discussi in questo fine settimana a Torino. A cominciare dal volume curato da Pier Paolo Portinaro per Einaudi L’interesse dei pochi, le ragioni dei molti che raccoglie una scelta significativa di interventi di politologi, giuristi, storici, sociologi e filosofi  presentati durante l’edizione 2009 della rassegna piemontese. E pubblicati ora con il preciso l’intento di offrire strumenti a una discussione pubblica documentata durante  questa Biennale democrazia 2011, come annota il costituzionalista Gustavo Zagrebelsky nella prefazione. Senza soluzione di continuità con quel lavoro iniziato due anni fa, non a caso, il festival torinese quest’anno ha scelto tre parole chiave: Tutti-molti-pochi. «La democrazia è una sorta di elastico, si tende e si chiude,vive di una continua dialettica, tra l’interesse dei pochi e quello dei molti» chiosa lo stesso Zagrebelsky presidente di Biennale democrazia. Avvertendo: «Il nemico principe della democrazia è l’oligarchia e il punto oggi è proprio come poter praticare una redistribuzione di potere ai più, a coloro che ne sono stati esclusi». Perciò la riflessione sul tema dell’oligarchia parte da lontano con lezioni di  storia antica di Luciano Canfora e Michael Cox e con una ricerca di nessi fra passato e presente affidata, tra gli altri, a Nadia Urbinati e a Lucio Bertelli. E ancora: riflessioni sul “potere di tutti”, del cosiddetto popolo, durante questo fine settimana saranno svolti da un giovane narratore e ricercatore sul campo come Andrea Bajani, dallo scrittore Antonio Pennacchi e dal filosofo Salvatore Veca. Ma interessante anche la sezione dedicata all’indagine su ideologia e religione  e su quanto l’assenza di laicità nella sfera pubblica indebolisca la democrazia italiana (con interventi di Gian Enrico Rusconi, Giulio Giorello e altri) e infine quella dedicata alla riflessione sui linguaggi , a come  l’arte, la musica, la letteratura possano far crescere la polis. Il programma completo della manifestazione è sul sito www.biennaledemocrazia.it

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Ru486. l’abuso del ricovero ordinario

Posted by Simona Maggiorelli su dicembre 1, 2009

Ru486: Sacconi ha letto la sua relazione al Parlamento sull’aborto farmacologico? “Basta con questa manfrina del ricovero ordinario, le donne che interrompono una gravidanza non sono pazze da legare al letto! ” dice di Donatella Poretti, senatrice Radicali-Pd, segretario Commissione Igiene e Sanita’ La prassi del ricovero in day hospital per l’aborto farmacologico e’ certificato dalla relazione sulla 194 firmata dal ministro Sacconi. Testualmente: “due accessi in day hospital a distanza di due giorni per la somministrazione dei due farmaci, oltre ad una vista ambulatoriale di controllo in 14ma giornata”. Ora ci dice che solo il ricovero ordinario sarebbe ammesso? Ma allora perche’ invece che consegnare quei dati in Parlamento lo scorso luglio non li ha portati in Procura? Basta con questa manfrina del ricovero ordinario, le donne che interrompono una gravidanza non sono delle pazze da legare al letto! Nell’ultima relazione al Parlamento sull’attuazione della legge 194 datata 29 luglio 2009 (il giorno prima della delibera dell’Aifa sulla commercializzazione della Ru486!) e firmata dal ministro Maurizio Sacconi a pagina 3 e 4 della sintesi e poi a pagina 30 e 31 della relazione vera e propria si riassume come dal 2005 (con sperimentazioni e con importazione diretta del farmaco) in istituti in alcune Regioni italiane si stiano realizzando aborti farmacologici e si preannuncia che dal 2010 sara’ meglio identificata questa metodica grazie ad una scheda D12/Istat da compilare in ambito ospedaliero. A questo link la Relazione: http://www.ministerosalute.it/imgs/C_17_pubblicazioni_1010_allegato.pdf

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L’ultimo Calibano

Posted by Simona Maggiorelli su dicembre 1, 2009

di Simona Maggiorelli

Tra la fine del 1997 e la primavera del 1998, dopo la tracheostomia a cui fu sottoposto suo malgrado e l’esperienza della rianimazione, Piergiorgio Welby concepì l’idea di un romanzo autobiografico. Un’opera che sarebbe stata il suo cantiere aperto fino alla fine, quando ormai senza voce, senza più la possibilità di scrivere o dipingere, la sua vita era diventata «solo un doloroso guardare il bianco del soffitto». Una tortura feroce per lui che era stato fin da giovanissimo poliedrico artista convinto che la creatività nasce dalle esperienze, dai rapporti, dalle passioni e non standosene rinchiuso ermeticamente in uno studio.

Proprio lui che – come ricorda Francesco Lioce che in casa di Welby trascorse gli anni dell’università – amava scrutare i cieli «quelli che gli richiamavano alla memoria certi dipinti di Cézanne e…i cieli di Renoir, morbide epifanie di corpi femminili,sensuali, carnosi…». Le donne., appunto. Sono le vere protagoniste di questo romanzo di una vita.

Con il titolo Ocean Terminal esce ora per Castelvecchi. Postumo, non finito. Piergiorgio non aveva voluto che il romanzo fosse pubblicato  prima, perché lì accennava a una brutta esperienza con la droga e aveva pudore a parlarne. Specie da quando il giovane Lioce, venuto a Roma dalla Sicilia, lo aveva eletto a fratello e amico. «Nei miei primi anni a Roma ho attrversato un aforte crisi,  sono stato sul punto di spezzarmi – ricorda lo stesso Lioce nella postfazione -.  E anche in questo fu decisivo il rapporto con Piergiorgio. La sua stanza era stata per sei anni una finestra aperta sul mondo. Lui si accorgeva delle mie debolezze, delle mie difficoltà…mi stimolava di continuo con l’ironia dei suoi paradossi».

Parole che evocano un Piergiorgio “maestro”, attento a sollecitare la parte migliore del  ragazzo. Diversissimo da quello che compare dalle torrenziali pagine del romanzo in cui Welby non nasconde la sofferenza che gli procura la distrofia muscolare, ma al tempo stesso non smette di interrogarsi su ciò che vede e legge. Così frugando fra queste sue righe (che lasciano trasparire un grande amore per Céline, per Lucrezio e la poesia) s’incontrano dolorose considerazioni, ma anche invettive e improvvise schiarite.

Amaro, Piergiorgio Welby si rivolge ai poster di Ho Chi Min e del Che appesi in camera: «che cazzo ne sapete voi- scrive – della guerra che combatto ogni giorno! Delle ritirate, delle imboscate, delle umilianti rese incondizionate. Mi hanno fatto prigioniero il giorno stesso che sono nato. Io ancora non lo sapevo ma i miei cromosomi malati sì che lo sapevano…regalo di un Dio logico, di un Dio sadico, il Dio degli imbecilli che quando tutto va bene lo ringraziano  pregando, ma se le cose vanno male se la prendono con l’umanità».

E poi inaspettati frammenti di leggerezza come quando, alla Bianciardi, Piergiorgio Welby si diverte a discettare sulle forme femminili su «culi come pianeti aristotelicamente perfetti, rotonde epifanie dell’esistenza di Dio…».

Più in là, lasciando sullo sfondo pensieri più importanti, fantastica su cosa sarebbe accaduto se Hitler nel 1906 fosse stato ammesso all’Accademia di Belle Arti e i suoi acquerelli fossero  finiti in mostre. «Probabilmente il logorroico Adolf – annota Welby – invece di scrivere Mein Kampf avrebbe scritto Mein Kunstkampf con grande sollievo del popolo eletto e degli elettori di mezzo mondo». E non sono pochi i passi di Ocean Terminal in cui emerge con chiarezza il pensiero non violento e profondamente democratico del leader Radicale che dal 2002 scelse di fare della sua malattia uno strumento politico per la conquista di diritti civili per tutti. Emblematiche le sue considerazioni sulle bombe «intelligenti» scaricate sulla Serbia: «L’hanno chiamato disastro umanitario – annota- e tutti ci credono, anestetizzati dai Lerner, dai Vespa, dai Costanzo. Ma a parte l’ossimoro, che cazzo vuol dire… se è un disastro non è umanitario, se è umanitario non è un disastro…». E ancor più sul sogno americano di Enola Gay: «Quella era una bomba dimostrtiva! – scrive – Una bomba democratica! Una bomba a Stelle&strisce che assicura la pace! Come diceva quel vecchio puttaniere di Kant, Zum ewigen Frieden, iscritti a forza nel club della pace eterna».

dal settimanale left-avvenimenti  dicembre 2009

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