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Stefano Bollani e il genio Dada

Posted by Simona Maggiorelli su luglio 26, 2014

Stefano Bollani

Stefano Bollani

Il 27 luglio il pianista e compositore Stefano Bollani  debutta al Mittelfest. Nell’inedita veste di attore. Intanto prosegue il tour con Hamilton De Holanda. E, a fine agosto, uscirà il suo nuovo cd con Bill Frisell e Mark Turner

Un fantasma si aggira per il Mittelfest. È quello della Regina Dada, la nuova creatura uscita dalla fantasia del poliedrico pianista e compositore Stefano Bollani, che debutta in insolita veste di attore, al fianco dell’attrice Valentina Cenni. Insieme hanno scritto lo spettacolo che andrà in scena in prima assoluta a Cividale del Friuli il 27 luglio. «In realtà non si tratta di un solo fantasma ma di ben cinque», racconta il musicista durante una pausa delle prove. «E io dovrò darmi da fare per passare dall’uno all’altro, mentre la Regina Dada che dà il titolo allo spettacolo intraprende un percorso emozionale, interiore, alla scoperta di se stessa». Per scoprire cosa alla fine? « Non si può svelare», risponde Bollani con aria divertita. «Diciamo che fa un viaggio nei boschi delle avanguardie, cercando di reinventarsi. In scena c’è anche un’altra presenza interessante, quella del dio Pan, che non ha nulla a che fare con il dio trascendente, ma è una divinità in parte sparita, sopravvissuta dall’antico e che purtroppo non si vede più molto in giro». Che cosa vuole indicare questa figura? «Rappresenta il tutto… volando osare, in base alle nuove acquisizioni della fisica, siamo noi», abbozza il musicista. «Ma non mi spingo oltre».

Valentina Cenni

Valentina Cenni

Sul piano drammaturgico che ruolo gioca il dio Pan? « Lo abbiamo usato come un Arlecchino, come una sorta di maschera, per poter dire altro, per andare oltre il senso letterale». E se il dio Pan era una figura fantastica che Stefano Bollani  ragazzino aveva cominciato ad amare leggendo romanzi come Profumo di Jitterburg di Tom Robbins, anche il Dada di inizi Novecento, con il suo piglio dirompente e con i suoi caustici fotomontaggi che sbeffeggiavano Hitler, è stato una sua passione giovanile. «Del teatro Dada, in particolare, mi è sempre piaciuto il suo andare contro le convenzioni ma anche un certo modo di giocare con i linguaggi, con i movimenti, con la musica, con le aspettative del pubblico per ribaltarle evitando tutto ciò che è scontato. Credo che questa sia la grande lezione storica del Dada, che puoi applicare al teatro, alla musica, ma anche a te stesso e alla tua vita». D’altro canto tutta la ricerca musical-teatrale di Stefano Bollani sembra inseguire il sogno dell’arte totale che fu di Kandinsky e, prima di lui, di Wagner. La Regina Dada, per questa via, mette insieme una quantità di linguaggi diversi. C’è l’elemento panteistico portato dal dio Pan e si cerca l’effetto sinestetico, fondendo suoni, immagini, colori. Sperimentando a 360 gradi. «Mai come ora le musiche e il sound design realizzato da Tempo Reale sono dentro alla trama dello spettacolo, così come le luci. Non essendoci un vero e proprio regista a questo punto direi che siamo un collettivo. Che poi in scena ha reinventato lo spettacolo. Io mi ero chiuso in casa a scrivere e, senza l’intervento di tutti, poteva rischiare di diventare verboso».

Bollani Ecm

Bollani Ecm

Pianista jazz, compositore, show man fuori dalle righe (vedi il suo Sostiene Bollani in tv) ma anche divulgatore con libri come Parliamo di musica (Mondadori) e ascoltatore onnivoro di musica – da Frank Zappa, alla classica e alla bossanova- Bollani non ama compartimentazioni e steccati. Anche nelle prossime settimane, con l’agilità di un Fregoli, improvviserà un concerto di piano solo il 26 luglio al Mittelfest, avendo nel frattempo viaggiato in su e giù per l’Italia con il mandolinista Hamilton de Holanda, musicista di spicco della scena brasiliana. Dopo il debutto a Umbria jazz il duo è approdato il 23 luglio a Carrara per il festival Lunatica e farà altre date a novembre 2014.

Ma lo spunto è solo in parte il disco, O Que Sera (Ecm), che i due musicisti hanno registrato assieme. «In realtà scegliamo di volta in volta cosa suonare», racconta Bollani. «Amo procedere così con quasi tutti i gruppi. Eccezion fatta per le orchestre sinfoniche ovviamente: se sei sul palco con sessanta elementi bisogna sapere cosa di suona. Ma se sono da solo, in due o in trio, scelgo sul momento, andiamo a braccio a seconda dell’umore della serata che è al 95 per cento improvvisata». In tutto questo a fine agosto Bollani troverà anche il tempo per volare a Copenhagen per alcuni concerti in occasione dell’uscita di un nuovo cd pubblicato dall’etichetta Ecm. «Un disco che ho realizzato con due miei amici danesi. In più ci sono Mark Turner al sassofono e Bill Frisell alla chitarra», dice Bollani. «I primi concerti li faremo in Danimarca, ma il disco uscirà in contemporanea anche in Italia». Il titolo del cd suona già come un programma : Joy despite of everything, “gioia nonostante tutto”. «Si tratta di una citazione da Tom Robbins, autore che ho riscoperto oggi. In tutte le interviste ama dire di sé che cerca di vivere e di raccontare la gioia, alla faccia di tutto. Ecco, sì, questo potrebbe essere il vero titolo del disco, più che “gioia nonostante tutto”, direi proprio “gioia alla faccia di tutto”!». (Simona Maggiorelli)

 

dal settimanale left

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Giuseppe Penone Nuova linfa alla scultura

Posted by Simona Maggiorelli su luglio 16, 2014

 

Penone. Luce e ombra

Penone. Luce e ombra

A Firenze il maestro dell’Arte Povera Giuseppe Penone ricrea il percorso dal Giardino di Boboli al Forte Belvedere. left lo ha incontrato per parlare della mostra (che è stata inaugurata il 5 luglio) e della sua quarantennale ricerca

di Simona Maggiorelli
La presenza viva di alberi, liberati dalla scorza, dalla corazza, fino a rivelare una forma originale sottostante. Blocchi di marmo scolpiti che mostrano l’intricata trama delle venature, come fossero i solchi della pelle. Materiali nobili e tradizionali della scultura come il marmo, il bronzo e la pietra, insieme a materiali leggeri e insoliti come foglie, resine, elementi organici. “Ingredienti” con cui Giuseppe Penone crea opere fluide, in divenire, che vivono in rapporto allo scorrere eracliteo della vita e che acquistano nuovi significati in relazione all’ambiente in cui sono inserite.

Ritroviamo tutto l’alfabeto poetico di questo elegante e schivo maestro dell’Arte Povera nel progetto Prospettiva vegetale, curato da Arabella Natalini e Sergio Risaliti in due luoghi simbolo per la città di Firenze come il Giardino di Boboli e il Forte Belvedere. Con gli austeri bastioni militari del Forte, in anni recenti, si sono misurati artisti internazionali come Anish Kapoor, Henry Moore e Tony Cragg ma anche, per rimanere nell’ambito dell’Arte Povera, Michelangelo Pistoletto, Giulio Paolini e Mario Merz che nel 2003 addolcì il profilo della fortezza circondandola di sinuosi tavoli di vetro carichi di frutta. Un’installazione che chiedeva di essere continuamente alimentata perché il sole a picco faceva rapidamente maturare mele, pesche e perfino limoni.

Penone, sentiero e muro

Penone, sentiero e muro

Quella sontuosa natura morta che 11 anni fa Merz ideò per la terrazza del Forte affacciata sulla cupola del Brunelleschi ora, idealmente, trova un’eco e una accentuazione drammatica nell’opera di Penone, che qui ha collocato un suo albero abbattuto.

«Il Forte è nato per ragioni belliche e di difesa – ricorda l’artista piemontese -. Ha un carattere aggressivo. Si avverte una certa violenza. Per questo ho collocato qui un albero folgorato, che trasmette questo senso tragico. Altre opere, intorno, misurano la forza di attrazione della luce rispetto alla forza di gravità».

In particolare alcuni alberi scultura che sostengono strenuamente una o più pietre. Richiamando l’opera inedita presentata giù a Boboli. «Anche se in questo contesto del Forte le pietre acquistano un aspetto più drammatico» sottolinea Penone. «La scultura risente sempre dello spirito del luogo». Ma vicino alle radici di un albero capovolto, quasi a voler alludere a una possibile nuova nascita, Penone ha collocato un alberello, vivo, che cresce.

Il divenire dell’opera, come organismo vitale, è sempre stato un aspetto importante nella ricerca di Giuseppe Penone. Ma fondamentale è anche il rapporto della scultura con il paesaggio e con l’architettura. Così in un giardino denso di storia come Boboli, vivacizzato da un continuo gioco di anfratti, grotte, zampilli d’acqua e da immaginifiche epifanie come la fontana del Giambologna, la scultura Sentiero e muro di Penone si arricchisce di risonanze barocche. Qui sembra evocare metamorfosi mitologiche alla Bernini, ma anche presenze femminili botticelliane rivestite di foglie. «In realtà le opere che espongo a Firenze sono state realizzate in tempi e situazioni diverse. Eccezion fatta per un lavoro inedito: un albero con attorno una sfera di foglie. Succede una cosa strana quando si porta un lavoro in un luogo: quell’opera entra in relazione con il contesto. Per Boboli ho scelto sculture che dialogano con la vegetazione, che parlano di compenetrazione fra uomo e natura, scegliendo l’albero come elemento vitale e di crescita».

Penone. Luce e ombra

Penone. Luce e ombra

Il rapporto con lo scorrere del tempo e la continua trasformazione degli elementi naturali è un altro filo rosso che attraversa tutto il percorso di Penone, fin dai suoi esordi, alla fine degli anni Sessanta.

E qui a Firenze sembra più che mai di potervi leggere un’assonanza leonardesca. «Ci sono delle fasi nella storia in cui si rimettono in discussione le convenzioni – risponde Penone -. C’è stato un momento enormemente fecondo nel Trecento e poi nel Quattrocento, in cui si è provato a rivedere il modo di stare nel mondo degli esseri umani. In certo modo, questo è avvenuto anche nel dopoguerra quando è nato un nuovo sistema economico e geopolitico.Anche l’arte è ripartita riconsiderando la realtà, facendo saltare vecchie convenzioni (ma forse poi creandone di nuove). Per questo, con la giusta dose di umiltà, direi che ci possa essere stata un’affinità. Anche tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio dei Settanta si avvertiva che un vecchio modo di pensare non era più aderente al reale».

Il movimento dell’Arte Povera, nel 1967 tenuto a battesimo da Germano Celant, nacque anche come esigenza di allargare l’orizzonte della ricerca, uscendo dai confini nazionali. perciò fu importante anche il confronto con alcuni artisti americani che a Torino facevano capo alla Galleria Sperone. Soprattutto quelli che, lontani dalla Pop Art, sperimentavano con forme primarie ed essenziali. Parliamo di artisti minimalisti, ambientali (Land art) e concettuali, alcuni dei quali connotati da un razionalismo freddo e astratto che gli artisti italiani dell’Arte Povera, va detto, hanno sempre rifiutato. «Si partiva dal principio che l’arte americana aveva portato grandi novità. In questo caso penso di poter parlare al plurale – precisa Penone- . Ma avvertivamo anche l’esigenza di non uniformarci. Ci interessava la critica al consumismo, cercavamo un confronto internazionale, in questo quadro ci interessammo al lavoro di artisti che, a differenza della generazione di Pollock, non avevano una continuità diretta con la cultura europea. Diversamente da noi non avevano alle spalle una storia millenaria. Qui a Firenze- approfondisce Penone- ogni pietra ha un rapporto straordinario con la storia. Ha una memoria. Questo non c’è negli Usa. Può essere un limite ma anche un grande valore se si riesce a stabilire un confronto aperto, senza tradire se stessi. Fra noi era una visione abbastanza condivisa. Tanto che nessuno abbandonò l’Italia per far la carriera negli Usa. Nasceva in quegli anni un altro modo di pensare e di guardare all’arte, come ricerca, non come un mestiere».

 

Giuseppe Penone a Firenze, 2014

Giuseppe Penone a Boboli

E da allora la ricerca di Giuseppe Penone non si è mai fermata, sviluppandosi in modo coerente, con una forza espressiva e un’identità via via sempre più forte e definita. Che respinge ogni facile etichetta. Perché se è vero che l’arte di Penone vive perlopiù all’aperto, nei boschi, in rapporto con la natura, non ha nulla a che fare con un’ecologia astratta, non è bucolica, né ingenuamente performativa. Piuttosto il suo modo di fare scultura ci parla del rapporto inscindibile fra cultura e natura, di cui l’essere umano è parte integrante; ci parla di valori umani universali come la fantasia, la capacità di immaginare e di fare arte. Che ci accompagna fin dagli albori della nostra storia, come testimoniano le pitture rupestri del paleolitico di cui Penone, in passato, ha parlato spesso.

«L’arte visiva riesce a “comunicare” nel tempo in modo straordinario e profondo, al di là delle barriere linguistiche e culturali. Cosa che non può fare invece la scrittura», racconta. «L’interesse per la pittura paleolitica negli anni Settanta nasceva dal desiderio di dialogare con popoli lontani, recuperando valori culturali che ci appartengono, mettendoli a confronto con valori analoghi che si ritrovano in moltissimi altri Paesi. Graffiti e pitture rupestri si ritrovano in ogni parte del mondo, in Europa ma anche in Africa, in Sudamerica e così via. Era un filone di riflessione che attraversava in modo fortissimo quegli anni di esordio dell’Arte Povera. Molti di noi hanno lavorato poi su quei temi consciamente e inconsciamente. Al fondo, come accennavo, c’era la ricerca di modi per comunicare che andassero al di là dei confini di una cultura troppo specifica e chiusa in se stessa che, in quanto tale, diventava una cultura di imposizione, in certo modo colonialista».

In questo ambito nascono anche i suoi scritti? «La scrittura – spiega Penone – mi permette di creare delle associazioni, di verificare le possibilità di un lavoro, oppure di capire che cosa ho fatto. A volte si fa una cosa con delle intenzioni ma poi l’opera, per così dire… ha la sua indipendenza. La scrittura è un modo per relazionarmi con il lavoro che ho fatto o che devo fare. Non ho mai scritto con la pretesa di scrivere o pensando che la mia scrittura avesse un valore completamente autonomo. è più legata alla riflessione sull’opera e sulla scultura». Ma non per questo, ai nostri occhi, è meno poetica e densa di contenuti.

dal settimanale left

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