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La memoria dei classici

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su agosto 31, 2011

maurizio bettini

Il senso della memoria per gli antichi Greci e per Romani. Il filologo dell’Università di Siena Maurizio Bettini  – che  sabato 29 settembre 2012 presenta il suo nuovo libro Contro le radici (Il Mulino) alla libreria Amore ePsiche di Roma – ne aveva parlato a Left in  in occasione dell’edizione 2011 del Festival della mente di Sarzana.

di Simona Maggiorelli

mnemosyne

Mentre la storia antica, latina e greca, si studia sempre meno nelle scuole italiane, per non parlare poi di quella assiro-babilonese definitivamente espunta da programmi scolastici grazie all’ultima serie di riforme e controriforme, la proposta che viene da una fortunata kermesse come il Festival della mente di Sarzana si segnala decisamente in controtendenza: nel fitto carnet di incontri dell’ottava edizione, in programma dal 2 al 4 settembre, si legge infatti l’intenzione di aprire un’agorà di riflessione critica sulle radici culturali dell’Europa e sui rapporti che, attraverso il Mediterraneo, abbiamo intessuto nei secoli con la Grecia e con le millenarie culture del Medioriente. Una serie di importanti pubblicazioni apparse di recente, del resto, già riaccendono il dibattito a livello internazionale (ne accenneremo in breve). Anticipando a left alcuni temi della lectio magistralis che terrà il 3 settembre al Festival (alle 10,30 nella Fortezza Firmafede) ce ne parla qui uno studioso di cultura antica come Maurizio Bettini, filologo dell’Università di Siena, autore di importanti monografie sulla mitologia greca, ma anche romanziere.

A Sarzana, in particolare, Bettini racconterà le molteplici figurazioni culturali (divine, mitologiche, narrative, metaforiche) della memoria nella Grecia antica confrontandole con il modo di intendere la memoria a Roma, dove la dea Moneta «fa ricordare il proprio dovere a custodi distratti e mette in guardia i cattivi amministratori del pubblico fisco. Rammentando ciò che altrimenti si rischia di dimenticare, alla maniera di un’agenda computerizzata».
Professor Bettini la concezione greca della memoria, al fondo, in cosa differiva da quella romana?
I miti greci parlavano dell’importanza della memoria e nella Teogonia di Esiodo compare la dea Mnemosyne che ha per figlie le Muse. Così i Greci costruivano miticamente il rapporto poesia – memoria, nella loro cultura orale. La scrittura, non va dimenticato, in Grecia comincia ad essere usata non prima del VI a C. Tutta la poesia omerica è produzione orale: c’è un poeta che dice di essere in rapporto con le muse e di ricevere da loro la memoria dei fatti che racconta. A Roma, veri e propri miti di memoria, invece, non ce ne sono. Ma c’è una divinità interessante, che i Romani chiamano Moneta. Come tutte le divinità latine con il suffisso “ta” indica un’attività. Come Tacita è la dea che mi fa tacere, Moneta è quella che mi fa ricordare. Anche che questo pezzo di metallo vale un tot.
Potremmo dire che nell’epos c’era una memoria fantasia, mentre i Romani di distinguevano per un approccio più “razionale”?
Questa è la classica distinzione: i Greci erano quelli della fantasia, dei poemi, mentre i Romani erano quelli pratici che non avevano tempo da perdere perché dovevano conquistare il mondo. Ma la faccenda è più complessa. I Romani non avevano una religione mitologica fatta di racconti. La loro era di carattere rituale. Ciò che contava era eseguire scrupolosamente i riti; si tramandavano le formule. Non esisteva a Roma alcun racconto di cosmogonia, come invece c’era in Grecia e in Mesopotamia. Sembra quasi che i Romani non si fossero mai preoccupati di formulare racconti su come è nato il mondo. La prima cosmogonia che troviamo a Roma è filosofica, comincia con Lucrezio e con Virgilio. Beninteso anche loro avevano i loro miti, per esempio Romolo e Remo, l’arrivo di Enea nel Lazio ecc., ma erano di tipo assai diverso da quelli greci.
Nella Grecia antica qual era il nesso fra immagini e memoria? Nel libro Il ritratto dell’amante (Einaudi) lei racconta che anche il sogno aveva un ruolo prioritario.
Facciamo un esempio: noi diciamo “ho fatto un sogno”. I Greci invece dicevano “ho visto un sogno”. La nostra metafora è piuttosto grossolana, fa pensare che il sogno sia una sorta di funzione corporale. Per i Greci il sogno era una manifestazione che si esplicitava nella visione. Che talora può essere addirittura comune a più persone. Si racconta di sogni multipli in Grecia. Tutta la città può sognare la stessa cosa per una volta. Così il sogno ha conseguenze concrete. Si può trasformare in una realtà a partire dal fatto che c’è un nome per questo. Normalmente il sogno si chiamava “onar”, da cui onirico. Ma c’era un’altra parola per indicare, invece, il sogno che si avvera. Insomma il sogno era un’esperienza molto più reale, più concreta, per i Greci di quanto non lo sia per altri. Detto ciò c’erano anche sogni che in Grecia si dicevano derivati da cattiva digestione, o da eccesso di fatica, per cui uno sogna ciò che ha fatto il giorno prima. Ma è una categoria di sogni diversa da quella che ha una forte componente di realtà tanto da anticipare il futuro, da dare indicazioni di comportamento.

odisseo e sirene

Lo stesso Omero distingueva fra sogni falsi e veritieri.
Due sono le porte dei sogni, diceva, una di corno e una di avorio. Esistono sogni veritieri destinati a durare e sogni che sono degli inganni. Facendo somigliare stranamente i sogni anche alla poesia:  e Muse, incontrando Esiodo nella Teogonia, lo avvertono: noi diciamo molte cose vere ma anche molte cose che sono solo simili al vero, cioè false, perché la divinità – e qui torniamo al tema della memoria – può suggerire cose che non sono vere. Al pari di certi sogni.
Studiosi come Christian Meier in Cultura, libertà, democrazia (Garzanti) e in Italia Gaetano Parmeggiani con Lo scudo di Achille (Sellerio), con percorsi diversi, ora tornano a tratteggiare l’immagine di una Grecia antica in cui gli aedi- cantastorie avevano molto più potere dei sacerdoti. Cosa ne pensa?
Non si può negare che rispetto ad altre culture contemporanee, ma anche successive, quella greca aveva aspetti peculiari assai interessanti. Come l’importanza data ai poeti rispetto ai sacerdoti. In Grecia non c’era un vero e proprio clero. L’idea di una Chiesa o di Chiese era loro totalmente estranea. Quando a noi sembra addirittura normale, dacché il mondo cristiano, ma anche quello ebraico e musulmano, vive in forme di clero organizzate. E in Grecia non esisteva un libro che dicesse come è fatta la religione, come pregare Dio. C’erano varianti infinite di miti, che raccontavano, in modi anche molto diversi fra loro, storie sugli dei. I culti locali si tramandavano con forme di memoria, di tradizione orale, ma non c’era un protocollo ufficiale da rispettare, pena l’eresia. In questo senso quello greco era un mondo profondamente più libero. L’ateismo totale veniva condannato solo perché avrebbe potuto mettere in crisi la polis. Ma non c’era un’ortodossia. Tutto il mondo antico pullulava di culti diversi, legati a quella meravigliosa esperienza che era il politeismo. In cui una divinità non escludeva l’altra. L’esclusione è tipica, invece, dell’ebraismo e delle religioni che ne sono discese.
Nel suo dirompente Black Athena, ora riproposto da Il Saggiatore, Martin Bernal indaga le fortissime radici afroasiatiche della Grecia antica. La memoria di questi debiti verso le culture orientali è stata cancellata?
Sì, ma non tanto dai Greci, quanto da noi. Tra Ottocento  eNovecento esplosero l’eurocentrismo e il colonialismo. L’Inghilterra e la Germania, in particolare. si identificano fortemente con i Greci. Non volevano ammettere che i Greci avessero preso molto da culture che loro sostanzialmente disprezzavano. L’antisemitismo, poi, non poteva accettare che i Greci, “così puri e così santi” avessero debiti con i popoli del Vicino Oriente. Fu una grande mistificazione. Incomprensibile ai nostri occhi: il Mediterraneo è un mare piccolo: le idee hanno sempre viaggiato con le merci, con le persone. Ma si era arrivati al paradosso che, per capire i Greci o anche i Romani, bisognasse paragonarli ai Germani o addirittura agli Indiani, in base alla teoria dell’indoeuropeo. E non con i popoli a loro più vicini. Erodoto, per esempio, parlava moltissimo degli egiziani. Ma lo si negava in nome di una pericolosa idea di purezza dei Greci e degli Indoeuropei.
Con Luigi Spina, per Einaudi, lei ha ripercorso il mito delle sirene. In questo caso come avviene la mitopoiesi?
Il mito era un racconto immaginario ma con significati culturali profondi che toccavano la realtà. Le sirene afferiscono a un mondo di cui fanno parte anche ad altri mostri dell’Odissea come il Ciclope, una sfera in cui rientrano anche gli inquietanti incontri con le ombre dei morti oppure con i lotofagi che si sono drogati di loto e ora non ricordano più. Sono costruzioni simboliche, fantastiche, che poi vogliono semplicemente dire c’è un mondo altro che noi non conosciamo, o che non conosciamo più, ma che Ulisse ha visto.
Nella mitologia e nella cultura greca, più in generale, c’era una forte misoginia. Secondo fonti diverse da Euripide, Medea non era un’infanticida, come ha scritto Christa Wolf. La stessa Circe, come lei ha ricostruito in un libro scritto con la Franco, forse non era così terribile come Omero la dipingeva. L’uomo greco simboleggiato da Ulisse aveva paura del femminile, dell’irrazionale, di tutto ciò che era altro da sé?
La società greca era dominata dai maschi, come quella romana. E questo pregiudizio sociale forte verso la donna entra anche nel racconto mitologico. L’esempio più lampante è Pandora: una specie di automa, di fantoccio animato che raffigura l’ingresso del femminile nel mondo degli uomini come origine di tutti i mali. Di lei si dice anche che è seduttiva e ingannatrice. Non è  molto diversa da  Eva. Sono racconti che nascono per tenere sotto controllo le donne. Gli antichi cercavano di giustificare con innumerevoli motivi la sudditanza delle donne e credo che la principale spinta fosse la paura maschile che la donna gli scappasse di mano rendendo incerta la sua discendenza. A Roma, come in Grecia gli uomini ne avevano un terrore fortissimo. Perciò i padri e i mariti cercavano di tenerle rinchiuse. Perché se le donne sono troppo libere che succede? I figli di chi sono? La mia onorabilità dove va a finire? Credo che questa ”gelosia” come motivo di esclusione della donna dalla sfera pubblica, continui a funzionare in tante società del mondo arabo: la donna è troppo importante perché la si lasci libera. Si venera la figura femminile e ad un tempo la si schiavizza. Sono i due aspetti contraddittori dello stesso problema.
Immagini di donna idealizzate, secondo un’estetica classica, compaiono nel suo romanzo, Per vedere se appena edito dal Melangolo…
Una certa idealizzazione forse deriva dal fatto che vedo una profondità e un’intelligenza nelle donne che negli uomini, perlopiù, non trovo. Magari non sarò così ingenuo da credere che la “salvezza” venga da voi, ma davvero credo che molto spesso voi abbiate un modo diverso di riflettere di vedere il mondo. E i miei personaggi femminili forse risentono di questo pensiero.

Nuovi Studi

Affascinante quanto schiva figura di medico e studioso dell’ellenismo, Gaetano Parmeggiani, ne Lo scudo di Achille ci parla di un mondo greco antico dalla lunga e raffinata civiltà artistica, articolato come una società antropocentrica, «affrancata dal trascendente». Al punto che «la stessa religione non trova un equivalente nel greco arcaico». Questo suo pamphlet, riproposto da Sellerio, si legge dunque come un appassionato invito a tornare a leggere l’Odissea e soprattutto l’Iliade, di cui La lepre edizioni ha appena pubblicato una nuova e fresca traduzione di Dora Marinari (con la prefazione di Eva Cantarella). Per Carocci, invece, esce Donne e società nella Grecia antica di Nadine Bernard, che ricostruisce, fra l’altro, la pratica greca dell’infanticidio, specie delle femmine. In Grecia, scrive la storica francese «gli anni dell’infanzia erano concepiti come la parte selvaggia della vita, quella in cui l’anima è ancora primitivamente folle, per usare le parole di Platone. E per questo non erano tenuti in alcuna considerazione».

da left-avvenimenti 31 agosto 2011

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Il nuovo volto della Cina

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su agosto 18, 2011

di Simona Maggiorelli

Phoenix International Media Center Shao Weiping

Linee sinuose, luccicanti d’acciaio e grandi aperture di luce, attraverso intere pareti a vetri. I palazzi progettati dall’ultima generazione di architetti cinesi offrono una suggestiva visione di leggerezza, sfidando lo skyline con costruzioni immaginifiche, che appaiono come delle gigantesche sculture incastonate nel tessuto urbano. Cercando di emulare le creazioni delle archistar occidentali (da Gehry a Foster a Calatrava) ma con una cifra poetica originalissima, che al nostro inesperto sguardo occidentale richiama affascinanti segni della cultura orientale antica. Così nel Paese che ha già investito oltre un trilione di dollari in nuove costruzioni, le nuove generazioni di architetti cinesi cercano una propria strada, tentando di tenere insieme spettacolarizzazione e una nuova, crescente, attenzione allo sviluppo sostenibile . Un tendenza ben documentata dalla mostra di progetti, fotografie, video, installazioni multimediali aperta dallo scorso 28 luglio al MAXXI. Con il titolo Verso Est. Chinese Architectural Landscape, la rassegna curata da Fang Zhenning, che resterà a Roma fino al 23 ottobre, fa vedere come progetti di architetti occidentali e orientali stiano rapidamente cambiando il volto del paesaggio cinese, specie nelle grandi città, sempre più punteggiate da creazioni futuribili ed evocative. In primo piano al MAXXI trentatré artisti-designer con una quarantina di progetti. Fra loro nomi di grido come Zaha Hadid (con il progetto del complesso polifunzionale di Pechino), Rem Koolhaas (con la la sede della tv di Pechino) e Doriana e Massimiliano Fuksas (con il Terminale 3 dell’aeroporto di Shenzhen). Accanto a loro architetti cinesi emergenti come Wang Shu che ricrea le tecniche tradizionali di costruzione in zone umide o come Qi Xin che progetta eleganti edifici nascosti in paesaggi paludosi. Curiosamente nella selezione dei progetti in mostra non figura nulla di Ai Weiwei, osannato per le sue creazioni ai giochi olimpici del 2008 e poi arrestato per le severe critiche rivolte al governo cinese. Il curatore Fang Zhenning si è giustificato dicendo di voler far conoscere altri progetti di artisti cinesi meno noti, ma l’assenza di Ai Weiwei appare un fatto macroscopico in odore di censura o di autocensura. Intanto il miracolo di un Paese come la Cina che in poco più di trent’ anni ha visto crescere il proprio Pil novanta volte e che all’inizio del terzo millennio ha già conosciuto un decennio d’oro continua a colpire l’immaginazione, per le sue punte di eccellenza, ma anche per le sue molte contraddizioni come fa notare Maurizio Scarpari nel primo volume dell’enciclopedia La Cina appena uscito per Einaudi. Così per toccare con mano quanto sia stato grande il salto culturale compiuto dal Paese di Mao che oggi conta un miliardo e 300 milioni di abitanti, a Roma basta spostarsi dal MAXXI a Palazzo Venezia dove, fino al 15 settembre, sono esposte un centinaio di opere di sei maestri dell’arte moderna cinese provenienti dal National art museum of China (Namoc) di Pechino. Accanto ai ritratti di Ren Bonian si troveranno qui opere di taglio quasi fotografico firmate da Pan Tianshou e opere realiste di Jiang Zhaohe, a testimoniare come il tentativo di superare l’antica e alta tradizione di arte calligrafica cinese, nel secolo scorso, si fosse nutrito di un confronto con l’Occidente, arenatosi in percorsi tristemente imitativi. Quanto alle estreme e d effervescenti propaggini dell’arte contemporanea per conoscerle più da vicino, non resta che attendere (Un)Forbidden City, La post-rivoluzione della nuova arte cinese, che Rossi e Lora stanno preparando con Gao Zhen e Gao Qiang. In occasione della Biennale della via della seta che si terrà ad ottobre a Roma la mostra racconterà le nuove tendenze della scena artistica contemporanea. Compito a cui sta lavorando anche Achille Bonito Oliva con l’attesa rassegna La Grande astrazione celeste sulle trasformazioni dell’arte astratta cinese, dal 1973 agli anni 90 quando con la cosiddetta minimal art si è fatto stretto il rapporto con quella tradizione occidentale che, secondo Abo, sarebbe nata con pittori come Leonardo da Vinci quando scriveva l’arte è “cosa mentale”.

dal settimanale left-avvenimenti

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Ferragosto d’autore

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su agosto 13, 2011

di Simona Maggiorelli

Pablo Picasso

Curioso Paese l’Italia in cui scarseggiano i lettori ma abbondano gli scrittori. E che sembra aver inverato l’irriverente detto di Luciano Bianciardi “non leggete i libri, fateveli raccontare”, dacché le presentazioni di saggi e romanzi, specie durante i festival, sono frequentatissime, a fronte di librerie alquanto disertate. Ma tant’è.

E allora cogliamo l’attimo delle tante, tantissime presentazioni estive per proporre un nostro piccolo vademecum: fatto di proposte di libri per capire un po’ di più ciò che ci sta succedendo attorno. Da leggere “a mente fresca” sotto l’ombrellone, in montagna ma anche, perché no?, comodamente seduti nella poltrona di casa, se è vero come è vero che un italiano su cinque, sotto questo battente solleone di crisi, non andrà in vacanza.

Venti di rivoluzione

Instancabile conversatore nelle sere d’estate al Cairo, medico e scrittore di grande sensibilità, lo abbiamo conosciuto qualche anno fa quando con i suoi romanzi (da Se non fossi egiziano a Palazzo Yacubian ) dava voce alla dissidenza, a quella larga parte della società egiziana oppressa e umiliata sotto la cappa di un odioso regime travestito da democrazia. I suoi antieroi nel frattempo, con coraggio, sono scesi in piazza e Ali al Aswany ora li racconta nel libro La rivoluzione egiziana (Feltrinelli), felice della ritrovata fierezza degli egiziani, con la speranza che ora si possa costruire davvero un futuro più libero e giusto. Con l’arabista Paola Caridi che ne aveva raccolto la testimonianza nel libro Arabi invisibili Ali al Aswany sarà il 9 settembre al Fesivaletteratura di Mantova e poi alla Feltrinelli di Roma per parlare di letteratura ma anche dell’importante momento storico che l’Egitto sta attraversando.

E’ stato invece poche settimane fa in Italia (qualcuno lo ricorderà alla Milanesiana) lo scrittore dissidente siriano Khaled Khalifa, ma in un momento in cui l’esercito di Assad sta facendo strage dei civili ad Hama ed altrove è quasi impossibile prescindere dal suo potente e doloroso Elogio dell’odio (Bompiani) che – attraverso lo sguardo di una ragazza – ci restituisce un trentennio di storia siriana e di lotta clandestina per la democrazia. Cercando di leggere la storia del Medioriente per cavarne strumenti di comprensione del presente e per provare a intuire come potranno mutare gli equilibri geopolitici di questa importante area del mondo, Castelvecchi ha lanciato la collana RX in cui già si segnalano titoli come Mediterraneo in rivolta di Franco Rizzi che si propone come un lavoro approfondito, non come un semplice instant book. In qualità di studioso di storia del Mediterraneo, Rizzi ricostruisce anche quali sono state le responsabilità delle politiche predatorie e neocolonialiste occidentali nell’affamare i popoli del Medioriente.

Pablo Picasso ragazza che legge

Pablo Picasso, ragazza che legge

Ma responsabilità gravi e precise l’Occidente l’ha avute anche nella mancata risoluzione del conflitto israelo-palestinese. In chiave di toccante saga familiare e di resistenza ce lo racconta il romanzo della giovane Susan Abulhawa in Ogni mattina a Jenin (Feltrinelli). La scrittrice palestinese, che vive negli Usa, sarà di nuovo in Italia il 17 settembre per partecipare al festival Babel di Bellinzona. Dopo di lei a Babel , il 18 settembre, ci sarà anche la scrittrice palestinese e architetto Suad Amiry, autrice del durissimo Murad Murad (Feltrinelli) in cui racconta l’avventura di un gruppo di palestinesi alla ricerca di lavoro clandestino in terra di Israele, ma anche del provocatorio Niente sesso in città (Feltrinelli) in cui alcune donne sfidano i proiettili israeliani per ritrovarsi in un ristorante a Ramallah e parlare delle loro storie, del loro futuro e di quello del Paese.

Il naufragio del Belpaese

Non si parla di hijab e nemmeno di burka, ma anche in Italia, interiormente, le donne dovrebbero portare il velo. Almeno stando ai cattolici. Cerando di assomigliare quanto più possibile alla arida icona della vergine Maria. Quanto questo modello religioso abbia influito sulle bambine e sulle donne italiane è il tema che indaga Michela Murgia nel libro Ave Mary (Einaudi) di cui la scrittrice sarda torna a discutere in pubblico iin questi giorni a Prali in provincia di Torino. Più in generale, e sotto differenti angolazioni, si parlerà molto del “caso Italia”nelle prossime settimane. Anche nei ritrovi di montagna e al mare. Basta dare uno sguardo al calendario davvero fitto di presentazioni di libri dedicati a questo tema nei luoghi di villeggiatura dalle Alpi alla Sicilia. Alcuni autori come il giurista Michele Ainis o come il giornalista Gian Antonio Stella o il collega Gianluigi Nuzzi- solo per fare qualche esempio – affronteranno dei veri e propri tour con molte tappe lungo la Penisola, confidando nel fatto che la gente non voglia mandare anche il cervello in vacanza. Così Ainis è partito il 12 agosto dalla Fiera internazionale di Messina per far conoscere ai lettori che non amano troppo le librerie la sua lucida e insieme appassionata disamina dell’Assedio (Longanesi) a cui è sottoposta la Costituzione italiana, mentre Stella e Rizzohanno discusso di Vandali assalto alle bellezze d’Italia (Rizzoli) e della mala politica che non tutela il Patrimonio d’arte italiano il 7 agosto nel salotto all’aperto di Capalbio per risalire e ridiscendere poi lo stivale per tutto agosto. Lo stesso dicasi di Nuzzi, a Capalbio il 14 agosto,  e che poi porterà il suo libro inchiesta Metastasi (Chiarelettere) scritto a quattro mani con Claudio Antonelli non solo in quel Sud dove l’ndrangheta la fa da padrona, ma anche in quel nord leghista dalle mani non sempre così pulite come dice a parole.

Della cricca e di chi ha lucra sui terremoti parla invece il giornalista di Repubblica, Antonello Caporale presentando il 21 agosto in piazza del Plebiscito ad Ancona il suo Terremoti spa (Rizzoli). Alla corruzione e al malaffare, di chi, risparmiando sul cemento, falsificando i progetti, violentando il territorio, si è reso responsabile degli effetti devastanti del terremoto de l’Aquila è dedicato anche il libro di un altro Caporale di Repubblica, Giuseppe, dal titolo Il buco nero (Garzanti). Il giornalista ne discuterà con il pubblico il 30 agosto a San Benedetto del Tronto E ancora: Perfino nella roccaforte di “Cortina incontra” comincia a soffiare un vento nuovo. Il che è tutto dire. Così il 18 agosto il salotto “buono” per antonomasia, quello di Enrico Cisnetto, si apre alla presentazione del romanzesco I 99 giorni che travolsero il Cavaliere (Fazi editore) un libro in cui Philip Godgift mescola finzione e cronaca per affrescare scenari di definitiva uscita di scena del signor B. Le cui “gesta” sono puntualmente documentate e stigmatizzate in Colti sul Fatto (Garzanti) di Marco Travaglio, graffiante raccolta di articoli che il giornalista piemontese presenterà il 28 agosto ai vacanzieri di Rimini. E si potrebbe continuare ancora a tracciare la mappa di un Belpaese che sembra essersi svegliato da un ventennale letargo e che, sotto l’ombrellone quest’anno, sembra deciso a non si portarsi un  libro ma direttamente l’autore.

da left-avvenimenti

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Avventure di carta

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su agosto 5, 2011

di Simona Maggiorelli

Marilyn

Viaggiare con la fantasia, avendo finalmente un po’ di tempo da dedicare ai libri e all’approfondimento. Con l’avvicinarsi delle vacanze arriva anche l’occasione buona per nutrire la mente con buone letture. E se la crisi picchia dura e siete fra quegli italiani (uno su cinque dicono le statistiche) che quest’estate resterà a casa, tanto più vale godersela in poltrona, con un buon romanzo o un saggio illuminante. Ecco dunque un vademecum di proposte per tuffarsi in un limpido mare di storie, di idee, di racconti.

Sulle rotte delle tigri della Malesia. Attenzione, attenzione, le tigri di Mompracem sono tornate. E in chiave decisamente antimperialista. Dopo aver raccontato le gesta del Che e quelle di Zapata, Paco Ignacio Taibo II con il romanzo Ritornano le tigri della Malesia (Marco Tropea) si è messo sulle tracce di Salgari riscrivendo – in omaggio al grande scrittore di cui ricorre il centenario della morte – una delle saghe più famose di Sandokan. In questa spassosa reinvenzione Taibo II ripercorre le lotte di indipendenza del Sud-Est Asiatico dall’oppressore occidentale, viste dalla parte di quei ribelli che la letteratura europea storicamente ha sempre tratteggiato negandone l’identità e la cultura. E sulle tracce di Salgari, in termini biografici, si è messo anche Ernesto Ferrero che per Einaudi ha ripercorso la vita travagliata dello scrittore che “Fin da ragazzo amava disegnare le navi, vascelli alberati, cutter , brigantini e più c’erano alberi e vele e sartie più godeva”, racconta Ferrero nel suo libro Disegnare il vento fra i cinque finalisti del Premio Campiello 2011. Il titolo è mutuato da un autoritratto dello stesso Salgari . “ Di sé diceva che amava disegnare il vento; per lui – aggiunge Ferrero – era un po’ come disegnare la libertà, la forza, la vita. Rendere visibile l’invisibile”. E se poi sarete tentati di riassaggiare il gusto della prosa salgariana che accendeva i nostri pomeriggi d’infanzia Einaudi ha appena ripubblicato l’intero ciclo del Corsaro nero in edizione economica.

Passaggio ad Oriente

Dalla Malesia salgariana al fascino dell’Indonesia, un Paese che conta 240 milioni di islamici, ma che è di fatto una nazione dell’identità poliedrica, complessa, meticcia. Ne ripercorre le molteplici e affascinanti facce – dai quartieri più frenetici e ricchi di Giacarta ad isole sperdute ricche di mitologia – la giovane scrittrice indonesiana Nukila Amal nel romanzo Il drago cala Ibi, uno degli ultimi titoli pubblicati dalla casa editrice Metropoli d’Asia, nata da una costola di Giunti . Da qualche mese Metropoli d’Asia veleggia indipendente nel mercato dell’editoria continuando a proporre freschissimi romanzi e noir che raccontano dall’interno come sta cambiando il Sud-Est Asiatico. Un’altra preziosa guida in questa area del mondo è la casa editrice O barra O che ha appena pubblicato un importante libro testimonianza di Win Tin, braccio destro di Aung San Suu Kyi e coordinatore della Lega nazionale per la democrazia. Nel volume Una vita da dissidente risuona forte e coraggiosa la sua voce contro la la violenza della giunta militare al potere in Birmania. E ancora si può idealmente viaggiare in Asia con il giornalista Claudio Landi, (voce di Radio Radicale e autore della trasmissione “L’ora di Cindia”) che con La nuova via della Seta (O Barra O) ci aiuta a capire i repentini cambiamenti di geopolitica che riguardano quell’ampia zona che va dalla Cina all’India. E ancora: il viaggio può continuare con titoli freschi di stampa come Storia dell’India e dell’Asia del sud (Einaudi) dello storico americano David Ludden , come Il Giappone moderno, una storia politica e sociale (Einaudi) di Elise K. Tipton e, per quanto riguarda la Cina, si può ricorrere alla splendida enciclopedia Einaudi in tre volumi di cui è appena uscita la monografia a cura del sinologo Maurizio Scarpari sulle origini della civiltà cinese. Ma per leggere la storia orientale con occhi nuovi, fuori dal pregiudizio eurocentrico, da non lasciarsi sfuggire è anche l’affascinante e complesso ritratto di Gengis Khan che ha tracciato l’orientalista René Grousset nel libro Il conquistatore del mondo ( Adelphi) ricostruendo l’antico tessuto culturale a cui l’indomabile condottiero mongolo ricorse per ammantare di mistero il proprio regno.

Dopo la rivolta del Medioriente

Percorrendo quelle vie che dall’estremo Oriente, fin dall’antichità, arrivavano in Turkemenistan e in Turchia, arriviamo così – pagina dopo pagina – in una delle zone politicamente più calde del momento: il Medioriente delle rivoluzioni giovanili che chiedono maggiori diritti e democrazia. Accade non di rado che le intuizioni degli scrittori precedano gli eventi. E’ il caso dello scrittore algerino Amara Lakhous, conosciuto in Italia per il bestseller Scontro di civiltà per un ascensore a piazza Vittorio, che ora ha deciso di ripubblicare per le Edizioni e/o Un pirata piccolo piccolo, quel suo primo e sorprendente romanzo che negli anni Novanta non trovò un editore in Algeria disposto a pubblicarlo perché giudicato troppo franco ( e per questo pericoloso) nel raccontare il malessere della gioventù algerina delusa dalle false promesse del Fronte di liberazione nazionale. Scritto con piglio sagace, da commedia nera, il libro di Lakhous preconizza le rivolte a cui abbiamo assistito negli ultimi mesi. E’ un coraggioso affondo, invece, nella mancanza di giustizia sociale che attanaglia la Siria il potente romanzo dello scrittore dissidente siriano Khaled Khalifa. Un libro dal titolo provocatorio, Elogio dell’odio (Bompiani), e che affresca la dura realtà siriana con gli occhi di una giovane studentessa universitaria cresciuta in una famiglia tradizionale e alla ricerca di una via di fuga dalla violenza dei fondamentalisti. Dalla fiction alla cronaca che talora va crudelmente oltre la fantasia. E’ un messaggio di denuncia fortissimo contro la violenza della teocrazia di Ahmadinejad il libro dell’iraniano Arash Hejazi il giovane medico che il 20 giugno del 2009 cercò inutilmente di rianimare Neda colpita a morte dai cecchini del regime durante la rivolta di piazza contro i brogli elettorali. Con il titolo Negli occhi della gazzella il libro (che è uscito in Italia per Piemme), è stato scritto in Inghilterra dove Hejazi vive da rifugiato, anche grazie all’appoggio dello scrittore Paolo Coelho. Da un medico a un altro medico, autore di un libro-testimonianza toccante e di grande peso politico: Parliamo del ginecologo palestinese Izzeldin Abuelaish che nel suo Non odierò (Piemme) racconta l’attacco dell’esercito israeliano alla popolazione civile palestinese. In un raid, non molto tempo fa, hanno perso la vita anche le sue figlie adolescenti. In queste pagine ripercorre le ragioni che lo spingono a continuare il suo lavoro di medico in quelle zone martoriate cercando di contribuire a un futuro di pace. E ancora due libri pensando all’Iraq devastato dalla guerra americana: il viaggio racconto di un giovane scrittore italiano, Luigi Farrauto, in Senza passare per Baghdad (Voland) e , soprattutto, Addio Babilonia, il romanzo scritto negli anni Settanta dallo scrittore iracheno Naim Kattan e ora pubblicato in Italia da Manni, un libro in cui riaffiora tutto il fascino di una città dalla tradizione antichissima, così come era prima che fosse oppressa dal regime di Saddam e dalle guerre. E , prima di voltare pagina, per chi volesse continuare ad approfondire, il nostro consiglio non riguarda un solo libro, ma una intera collana, la nuova RX di Castelvecchi dove di recente sono usciti titoli come Mediterraneo in rivolta di Franco Rizzi (con la prefazione di Lucio Caracciolo) e L’età dell’inganno del Nobel egiziano Mohamed El Baradei, sulle minacce nucleari e l’ipocrisia delle nazioni.

Se la letteratura si scopre green

Da un po’ di tempo non è più solo la saggistica ad aiutarci a capire i danni che questo sistema di produzione e di consumo sta producendo al pianeta. Di fatto le tematiche ambientali colpiscono sempre più la fantasia degli scrittori. Grandi e piccoli. Da Ian Mc Ewan che con Solar (Einaudi) ha affrontato il tema di una scienza applicata che non sa affrancarsi dalle pressioni di mercato fino a esordienti di talento come la francese Elisabeth Filhol che nel suo romanzo La centrale, (Fazi editore) con stile affilato e lucido, affronta la minaccia che viene dalle centrali nucleari. Un tema che ha ispirato anche il nostro Francesco Cataluccio che nel romanzo Chernobyl (Sellerio) torna idealmente nella cittadina russa dove avvenne uno dei più grandi disastri nucleari e dove la vita, da quel 26 aprile del 1986 , non è più tornata normale. E ancora, è un romanzo di formazione, che si compie drammaticamente sullo sfondo di una discarica il romanzo Corpi di scarto di Elisabetta Bucciarelli pubblicato da Edizione Ambiente. Racconta la storia di un ragazzino cresciuto troppo in fretta fra sacchi di immondizia, acqua sporca e cumuli di ferro rugginoso.

Accanto alla letteratura di denuncia, e quasi in parallelo, per fortuna, fiorisce anche quella che ci invita alla scoperta di angoli ancora miracolosamente intonsi del nostro pianeta, come il libro Luoghi selvaggi (Einaudi) dell’alpinista, docente di Cambridge e collaboratore della BBC Robert MacFarlane che ritrovando il piacere che aveva da bambino nel fantasticare sui luoghi selvaggi della letteratura, ha scritto questo avvincente diario dei suoi viaggi dalle isole Skelligs alle vette di Ben Hope, fra Scozia Inghilterra e Irlanda. E’ un viaggio di esplorazione nella giungla africana, alla scoperta di antichi miti e riti di stregoneria invece Spiriti guerrieri, mappa nell’Africa nera (Corbaccio) del giornalista inglese e inviato di guerra Tim Butcher. Infine, passando dietro lo specchio, con un rocambolesco salto dalla realtà all’immaginazione più visionaria, torna un vecchio sciamano della letteratura sudamericana come Alejandro Jodorowsky tracciando ne Il pappagallo dalle sette lingue (Giunti) un alchemico viaggio nel Cile degli anni Quaranta. E se quel vecchio lupo di mare di Jodorowsky ci invita a guardare a un passato magico e onirico, all’opposto, è un salto nel futuro quello che ci invita a compiere il docente di scienze della terra dell’Università della California , Laurence C. Smith, nel volume 2050 (Einaudi) dove indaga come potrà essere la Terra fra quarant’anni, sotto la spinta demografica, del cambiamento climatico e della globalizzazione.

Intanto, per cominciare a vedere i segni di questi cambiamenti nel nostro presente, Adriano Labbucci in un delizioso pamphlet scritto per Donzelli, invita a fare una cosa semplicissima e alla portata di tutti i portafogli: camminare. Tenendo svegli i cinque sensi, lasciandosi andare, anche se meta come insegnava, da flâneur, Walter Benjamin, lasciando che sia la realtà ad emozionarvi e sorprendervi.Camminare. Una rivoluzione. Promette Labbucci fin dal titolo.

Alla riscoperta del Belpaese

Cammina, cammina, si possono riscoprire le bellezze paesaggiste e artistiche di questa maltratta Italia. Che in barba a cartolarizzazioni e svendite da finanza creativa tremoniana e non, miracolosamente continuano a resistere. Così se quest’estate decideste di calzare un cappello da turista e di avventurarvi fra monumenti e musei avremmo da suggerirvi come suggestivo Baedeker i volumi ( leggerissimi, da portare in tasca) della ottima collana di storia dell’arte “sms” varata da Skira, ma anche l’insolita serie di romanzi brevi ispirati a grandi artisti del passato che sempre Skira ha varato da qualche tempo e in cui si s’incontrano Vita allegra di un genio sventurato, la biografia romanzata di Benvenuto Cellini, carnale e ribollente di passioni, scritta dall’attore Marco Messeri, ma anche il libro, raffinatissimo che Anna Banti dedicò a Lorenzo Lotto e che da tempo era fuori catalogo. Ma anche l’esordio nella narrativa dell’ex soprintendente Pietro Marani che ne Le calze rosa di Salaì immagina Francesco Melzi, allievo di Leonardo da Vinci alla ricerca di un quadro perduto del grande maestro del Rinascimento. E quanto più si apprezzeranno le superstiti bellezze del Belpaese, tanto più si potrà capire l’importanza politica e civile di pamphlet come A che serve Michelangelo?(Einaudi) in cui lo storico dell’arte Tomaso Montanari denuncia l’uso politico e truffaldino che questo governo di centrodestra ha fatto del nostro patrimonio e di libri come Paesaggio Costituzione cemento (Einaudi) in cui l’ex direttore della Normale di Pisa, Salvatore Settis traccia il quadro drammatico dello scempio che si sta compiendo in Italia.

Quel pasticciaccio brutto del Paese Italia

Mentre l’informazione libera è sempre più sotto attacco in Italia molti giornalisti di vaglia si sono dati a scrivere la storia politica dell’Italia dei nostri giorni, offrendo strumenti indispensabili per ripensare episodi bui della nostra storia. Come ad esempio l’assassinio di Carlo Giuliani da parte dalle forze dell’ordine, dieci anni fa al G8 di Genova di cui sono tornati ad occuparsi Guadagnucci e Agnoletto con il libro L’eclisse della democrazia Feltrinelli, ma anche scrittori e letterati di diversa estrazione ( da Carlotto a Balestrini, da Ravera a Voce) nel volume a più mani Per sempre ragazzo, racconti e poesie a dieci anni dall’uccisione di Carlo Giuliani edito da Marco Tropea. Per provare a capire qualcosa di più nella sciarada dei poteri forti e deviati che- non da ora – intossicano il Belpaese. Scritto con stile avvincente, quasi da romanzo il libro di Fedetico Varese Mafie in movimento (Einaudi) aiuta a capire come il crimine organizzato in Italia stia conquistando nuovi e inaspettati territori. Ma per capire l’oggi delle lobbies segrete e dei comitati affaristici infiltrati nello Stato una lettura importante, per molti versi sconvolgente, è quella del libro di Anna Vinci La P2 nei diari segreti di Tina Anselmi: un libro che ricostruisce i taccuini tenuti minuziosamente dalla parlamentare democristiana che ebbe l’incarico di guidare la commissione di inchiesta sulla P2. Ne escono pagine che parlano senza infingimenti del conivolgimento di personalità di spicco della politica italiana e la Anselmi ebbe il coraggio e l’onestà di non tacere anche quando si trattava di esponenti del suo partito , la Dc. Fatto curioso ma non troppo, i risultati di quella indagine furono praticamente insabbiati e solo oggi quelle importanti carte vedono la luce grazie al coraggio di Chiarelettere. Per i tipi della casa editrice milanese di recente è uscito un altro bel libro che ci invita a rileggere pagine ancora importanti e valorose della nostra storia, come la Resistenza. In concomitanta con l’uscita del pamphlet Indignatevi dell’ex partigiano francese Stephan Hassel (di cui Salani editore ora pubblica anche il nuovo Impegnatevi!) , Chiarelettere ha mandato alle stampe la toccante memoria, Ribellarsi è giusto di un altro ex partigiano oggi ultranovantenne, l’avvocato torinese Massimo Ottolenghi. Un libro in cui l’ex militante del partito d’azione, nato da una famiglia di origini ebraiche, ripercorre la vicenda che lo portò ad essere ostracizzato dall’università e costretto a far passare le figlie per pazze per salvarle dal lager, ma anche le battaglie poi da magistrato per la ricostruzione dell’Italia, lanciando un messaggio appassionato ai giovani di oggi perché non rinuncino a lottare per un Paese migliore. E come una lettera aperta ai giovani è scritto lo stringente ed essenziale libro di Stefano Rodotà , Diritti e libertà nella storia d’Italia (Donzelli) editore in cui il giurista ripercorre la vicenda di uno Stato italian nato sotto il segno di un forte dibattito sulla laicità e culminato nella scrittura di una Carta costituzionale fra le più avanzate in Europa e che, dopo straordinarie conquiste come la legge sul divorzio e quella sull’aborto, oggi si vede preda di una politica genuflessa e – per compiacere i diktat vaticani, disposta a fare leggi come quella sul testamento biologico appena passata alla Camera e che lede profondamente i diritti di autodeterminazione dei cittadini. Curiosamente proprio nell’anno in cui si festeggiano i 150 anni dell’unità d’Italia fioccano provvedimenti iniqui e liberticidi. Fare la differenza con le passioni che mossero i nostri avi nel Risorgimento può allora essere un sano choc. Andatevi a vedere per esempio, la bella e romanzesca biografia L’isola e il sogno (Fazi) in cui Paolo Ruffilli ripercorre la breve vita di Ippolito Nievo, giovane avvocato e scrittore colto e appassionato, ma anche militante garibaldino, scomparso ahinoi troppo presto nell’impresa dei mille del 1861 poco prima che fosse proclamata l’Unità d’Italia, ma appassionante – fuori da ogni accento agiografico – è anche la raccolta di ritratti di personaggi messa a punto da Lorenzo del Boca in Risorgimento disonorato (Utet), in cui affiora un mosaico di personaggi straordinari che lottarono per rendere l’Italia indipendente dalla tirannide austriaca, ma anche per liberare il Paese dai tanti “tirannelli austriacanti”. Fra questi s’incontra anche un un patriota di Forlì noto come strozzapreti!

( ha collaborato Federico Tulli)

dal quotidiano Terra 2011

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In ricordo di Saramago, Nobel ribelle

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su Maggio 22, 2011

 In un intenso libro intervista edito da L’Asino d’oro edizioni un ritratto dello scrittore Josè Saramago visto da vicino. E’ firmato dal giornalista e scrittore Baptista-Bastos, che con il Nobel portoghese ha condiviso la battaglia contro il fascismo di Salazar ma anche passioni letterarie e di vita.

di Simona Maggiorelli

Il Nobel Saramago

«Oltre ad essere un saggio, un erudito che manifestava una solidarietà assoluta nei confronti degli altri, José Saramago è stato uno degli uomini più liberi che ho conosciuto». Con queste parole cariche di emozione e di affetto il giornalista e scrittore portoghese Baptista-Bastos ricorda l’amico di sempre, José Saramago, al quale è stato legato anche da una comune e forte militanza politica. «Ci siamo avvicinati nel corso della lotta contro il fascismo portoghese» ricorda Baptista Bastos che al premio Nobel scomparso l’anno scorso ha appena dedicato il libro José Saramago, un ritratto appassionato ( L’Asino d’oro edizioni). «E in modo del tutto naturale – aggiunge – perché eravamo mossi da una grande complicità politica ma anche da un forte imperativo morale. I tempi, le problematiche, un’enorme affinità culturale ed etica hanno cimentato un’amicizia e un rispetto reciproco, mai sopiti».

«Tutti i miei romanzi sono politici» le dice Saramago nel libro intervista. La letteratura, per lui, era anche un esercizio di responsabilità culturali, etiche, civili?

Tutti i romanzi sono politici. Oppure riflettono malintesi politici. L’arte di Saramago rifletteva non solo le sue preoccupazioni riguardo al momento storico, ma anche l’imperativo etico ed estetico di aiutare gli altri a comprendere il mondo. Grazie a un’immaginazione potente e una creatività non comune, lui forniva gli strumenti per capire la realtà che ci circonda. Il lettore, poi, avrebbe giudicato secondo il proprio intendimento. L’arte di Saramago è un formidabile invito a una libera libertà.

Con lei Saramago torna a dirsi «comunista e scrittore». La trasformazione sociale e la sua idea di uomo nuovo, però, non erano né messianiche né meccanicistiche. Che cosa significava per lui la necessità di «rendere l’uomo più umano»?

Si diceva comunista e scrittore, non scrittore comunista. Saramago, prima di tutto, era uno scrittore; dopo veniva il resto. La preoccupazione per le strade imboccate dall’umanità gli faceva sentire l’urgenza, la necessità di affermare: «Il ventunesimo secolo sarà il secolo dell’uomo o non sarà». Apparteneva a quella immensa famiglia letteraria che, dall’antichità classica a oggi, considera preziosa l’individualità di ciascuno, senza ingabbiarla rigidamente nelle differenze.

A Torino anni fa, in un elogio di Cassandra, Saramago disse che oggi Cassandre necessarie, capaci di guardare lontano, sono gli scienziati, troppo spesso inascoltati. Ma ricordo anche che in Italia si batté al fianco di Luca Coscioni per la ricerca sulle staminali embrionali.

Ovunque si lottasse per una scienza consapevole, in ogni battaglia per il progresso della conoscenza contro ogni forma di oscurantismo (in particolare l’oscurantismo e la superstizione vaticana), lì era José Saramago. Un uomo e il suo destino, o il destino che Saramago ha voluto per se stesso, ecco la sua definizione.

Nel vostro dialogo Saramago dice che è la mente dell’uomo a creare Dio. Nel Quaderno (Bollati Boringhieri,2008) scriveva: «il pianeta sarebbe molto più pacifico se tutti fossimo atei»: Come si articolava la sua denuncia della violenza esercitata dalle religioni?

Secondo Saramago, l’uomo ha creato gli dei per superare le proprie paure. Ma l’impresa non ha prodotto che nuove paure. Saramago considerava suo compito combattere la paura, costruire forme avanzate di civiltà e solidarietà.

Tornando alla letteratura, lei rileva l’importanza che le immagini femminili hanno nella letteratura di Saramago. In che modo, a suo avviso, sono centrali?

La donna è compagna dell’uomo, non per seguirlo ma per camminare al suo fianco. E le figure femminili nell’opera dello scrittore portoghese assurgono a una dimensione potentissima, sono loro, le donne, a determinare e stimolare le grandi correnti della Storia. Tempo fa mi sono trovato a riflettere sulle somiglianze fra i personaggi femminili in Saramago e in Elio Vittorini, le «garibaldine», nel cui animo risiede tutto il coraggio del mondo.

Nei Quaderni di Lanzarote (Einaudi)-in cui lei compare fra i dedicatari- Saramago scriveva : «sono ancora uno stato di buon funzionamento, per non dire che mi sembrano del tutto intatti i doni di immaginazione e ingegno con cui sono venuto al mondo. Ora, in modo repentino ma non inaspettato, vedo aprirsi davanti a me prospettive nuove». La sua ricerca di uomo e di artista non si fermò mai?

Spesso Saramago si interrogava sull’avanzare dell’età. Lo faceva prendendo le mosse da quell’aristocrazia dello spirito molto vicina a Montaigne. L’idea di domare l’ignoto, l’oscuro, non lo abbandonava mai. Ma bisogna dire che il coraggio di Saramago era di natura morale, oltre che fisica. Credo sia stata l’unione di queste due caratteristiche a rendere lo scrittore portoghese l’uomo speciale che è stato e a permettergli di lasciarci un’opera monumentale per l’ampiezza delle sue proposte.

dal settimanale Left-Avvenimenti

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Onda romena, la nuova letteratura viene da Bucarest

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su ottobre 31, 2010

di Simona Maggiorelli

Annamaria Marinca in 4 mesi, 3 settimane, 2 giorni

Annamaria Marinca in una scena del film "4 mesi, 3 settimane, 2 giorni"

“Tsunami rumeno a Cannes” titolavano i giornali all’indomani della Palma d’oro al film 4 mesi, 3 settimane e 2 giorni del regista Cristi Mungiu, film denuncia sugli aborti clandestini sotto la dittatura di Ceausescu, che benché si proclamasse comunista aveva proibito la contraccezione. E per il regista rivelazione Mungiu qualcuno scomodava epiteti del tipo «Il genio dei Carpazi» risemantizzando un’espressione che il dittatore aveva scelto per sé. Ma se Mungiu, con registi come Catalin Mitulescu, nel 2007, fu salutato come punta di diamante di nuova onda artistica romena, i riflettori sulla scena culturale del Paese rimasero accesi ancora per poco. Varcata la soglia del 2008, la Romania di lì a poco rientrò nel buio più pesto. Almeno agli occhi degli italiani. Purtroppo (ancora oggi) bersagliati e tristemente assuefatti a un’informazione che si occupa di Romania solo per parlare di immigrazione e sicurezza e di criminalità. Con un’unica, inaspettata, eccezione. Il libro del giovane scrittore Andrea Bajani, Se consideri le colpe (Einaudi): un romanzo e, al tempo stesso, uno schietto viaggio inchiesta sugli imprenditori italiani che vanno in Romania per fare soldi sfruttando mano d’opera a basso costo.
Così, mentre sui media italiani – con il pretesto di singoli casi di violenza – ha preso piede una vera e propria campagna di criminalizzazione di un intero popolo, poco o nulla è trapelato su quanto, dopo la fine della dittatura e della censura, di nuovo e di vitale si è mosso sulla scena politica e culturale del Paese. «Di fatto dal 1989 a oggi il volto della Romania è cambiato moltissimo» scrive lo studioso Michail Banciu, nel saggio La letteratura romena di oggi. «Il Paese si è avviato a passi rapidi verso la democrazia e l’editoria post ’89 è andata incontro a una vera e propria esplosione».
E se in primis, dopo la fine della censura, sono stati pubblicati autori proibiti dal regime, come l’avanguardista Tristan Tzara il drammaturgo Eugene Ionesco e il poeta Emil Cioran, (ma anche il pensatore di ultra destra Mircea Eliade) negli ultimi anni le case editrici rumene hanno cominciato a rischiare di più scommettendo su nuovi autori.

Eugene Ionescu

Eugene Ionescu

«Oggi la letteratura che la Romania sta “esportando” è soprattutto quella contemporanea, quella degli scrittori attivi intorno agli anni Ottanta, Novanta e Duemila» spiega Ileana M. Pop, esperta di letteratura rumena, che grazie a un’iniziativa di Zonza editore, cura la prima collana italiana di letteratura rumena contemporanea. «In questo momento storico – prosegue la curatrice – la narrativa rumena sta sgomitando per farsi spazio sulla scena occidentale. Ma ha già avuto qualche piccolo successo all’Est, soprattutto in Ungheria e Polonia dove, per quanto gli autori rumeni non siano certo in cima alle classifiche di vendita, almeno per vicinanza geografica e culturale, i loro titoli penetrano con più facilità».
Ma non si può negare altresì che «anche grazie al successo dei più recenti film del cinema romeno – precisa Ileana Pop – si sia aperta una piccola breccia attraverso la quale lo scambio culturale Europa occidentale-Romania si sta intensificando sempre più. Il pubblico – prosegue Pop – dimostra maggiore interesse per questo Paese latino sperduto ai confini orientali dell’Europa, per la sua storia, la cultura, il modo di essere della sua gente…».
Anche per questo, per rispondere a questa “curiosità” finalmente crescente da parte dei lettori italiani più attenti e sensibili, la casa editrice Zonza, per prima cosa ha cercato di colmare le lacune che riguardano il regime comunista che ha dominato la Romania dal 1945 al 1989, al tempo stesso cercando di ricostruire le ragioni che hanno visto il Paese ridotto in povertà e costretto milioni di rumeni a emigrare all’estero.
Un tentativo di coprire una lacuna avvenuto non solo attraverso la pubblicazione della produzione diarististica e di romanzi a sfondo storico, ma anche attraverso libri più elaborati sul piano letterario e che intrecciano differenti registri.
Fra questi il romanzo Un anno all’inferno della giovane scrittrice Liliana Corobca, in cui l’autrice si cala nell’universo di una giovane donna, con il sogno di una laurea e di una vita libera. Una ragazza normale, come tante che, una volta all’estero, vedrà naufragare tragicamente i suoi progetti, fino a essere costretta a prostituirsi. Nel racconto Sonia – questo il nome della giovane protagonista – lotta disperatamente per resistere alla violenza maschile e all’annullamento della sua identità di donna.

Lo scrittore Dan Lungu

Lo scrittore Dan Lungu

Ma interessante sul piano letterario è anche l’indagine che lo scrittore e sociologo Dan Lungu (autore appena quarantenne fra i più tradotti all’estero) compie nel romanzo Sono una vecchia comunista!: ovvero una ironica e ficcante indagine sui meccanismi psicologici della cosiddetta “ostalgia” , una forma di nostalgia regressiva per il regime di Ceausescu che – racconta Lungu – si vede affiorare oggi in persone anziane, che hanno trascorso la maggior parte della loro vita sotto il comunismo. Giovedì 14 maggio Lungu incontrerà il pubblico per parlare di questo suo nuovo libro al Lingotto, nell’ambito della Fiera del libro di Torino.
Proprio in questa occasione Zonza editori presenta ufficialmente la collana Le vie dell’Est, che, dopo l’uscita dei libri di Corobca e Lungu, presto si arricchirà di un testo della giovanissima Ana Maria Sandu «sulla dura tematica dell’aborto ai tempi del comunismo» ma anche dell’ultimo romanzo del veterano Dumitru Tepeneag, scrittore ormai ottantenne molto conosciuto in Francia, sua patria adottiva, che nel libro La belle Roumaine (uscito in Francia nel 2007) insegue le avventure di una presunta spia romena tra Francia e Germania, in una narrazione avvincente e vagamente noir.

dal quotidiano Terra 6 maggio 2009

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Vargas Llosa, un Nobel al Sudamerica liberale

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su ottobre 9, 2010

di Simona Maggiorelli

 

Mario Vargas Llosa

 

Nel Sudamerica la letteratura è una presenza concreta nella società, un elemento di stimolo alla riflessione pubblica. Da noi il mito della letteratura è molto importante nella vita pubblica e privata. E mi colpisce che qui da voi, invece, la cultura sia scaduta a livello di intrattenimento. C’è una deriva frivola, preoccupante”: così lo scrittore peruviano Mario Vargas Llosa raccontava della sua idea alta di letteratura a margine del Festival Anteprime, in Versilia, dove pochi mesi fa è stato chiamato per parlare del nuovo libro Il sogno del Celta che uscirà a novembre per Einaudi ( che sta ripubblicando tutta la sua opera, e che racconta la storia del diplomatico britannico David Casement che fu amico di dello scrittore Joseph Conrad.

Scrittore raffinato che ha cercato una propria strada fuori dal solco già tracciato del realismo magico sudamericano, giornalista e polemista, capace di interventi spiazzanti e scomodi, sperimentatore di generi assai diversi – dal noir al teatro, dal romanzo storico al cinema- Mario Vargas Llosa (classe 1936) fin dai suoi primi romanzi ha rivelato una vena di impegno civile nella lotta contro il totalirismo e la violenza, suscitando non di rado reazioni forti. Tanto che La città e i cani, fu bruciato sulla pubblica piazza in Perù. Proseguendo per la propria strada senza lasciarsi intimorire, il liberale Vargas Llosa mise la denuncia dell’autoritarismo al centro di un altro suo capolavoro Conversazione nella cattedrale (1969), ambientato negli otto anni di regime del generale Odría (1948-1956), la dittatura che ha segnato lo scrittore, allora adolescente. E poi ancora coraggiosa satira di denuncia nella Festa del Caprone ,incentrato sugli ultimi giorni di vita di Rafael Leonidas Trujillo Molina, dittatore della Repubblica Dominicana, assassinato nel 1961 da un gruppo di uomini di sua fiducia appoggiati dalla Cia.

Intanto,  nel romanzo Chi ha ucciso Palomino Molero?Vargas Llosa narrava del tenente Silva e della guardia Lituma, un soldatino, ucciso per aver osato corteggiare una giovane bianca e altolocata. La violenza militare, lo strapotere del colonialismo, il machismo sono il filo rosso che lega molti suoi romanzi. Senza dimenticare il tema dell’eros, esplorato non certo nella chiave conformista e prevedibile della letteratura erotica ma in romanzi che descrivono i percorsi mentali tortuosi, se non malati, di una certa alta borghesia peruviana.

L’opera letteraria di Vargas Llosa ha il merito anche di ricuperare voci che raramente troveremo nei manuali di storia, come quella di Flora Tristan, attivista dei diritti delle donne nella Francia del primo Ottocento la cui vicenda scorre in parallelo a quella della fuga del pittore Paul Gaguin verso i mari del Sud nel “Il paradiso è altrove” . La cultura e la storia francese, va detto, hanno sempre giocato un ruolo da protagonista nell’orizzonte di Vargas Llosa che, oggi rivendica di sentirsi ancora vicino a Camus ma non più a Sartre. ” Si potrebbe dire di lui che contribuì con più talento di chiunque altro alla confusione contemporanea. Era troppo cerebrale” ha scritto in Sartre e Camus uscito in Italia nel maggio scorso per Scheiwiller.Aggiungendo poi ” L’invenzione letteraria in Sartre manca di mistero: tutto è sottomesso al governo della ragione”.

Raccogliere le “sfide alla libertà” (come recita il titolo di una sua raccolta di articoli) è sempre stato l’impegno dello scrittore peruviano. Anche se leggendo le motivazioni dell’Accademia di Svezia per l’assegnazione del Nobel per la letteratura a Vargas Llosa ( “ per aver tracciato una cartografia delle strutture del potere e per le sue immagini taglienti della resistenza dell’individuo”) viene da ricordare che questa sua strenua difesa della libertà dell’individuo non è stata sempre senza ombre. Difficile dimenticare, per esempio, il suo attacco a Morales a Chàvez dalle colonne del giornale argentino conservatore la Nación, tacciati, in quanto indios, di ordire governi razzisti contro i bianchi.

E se è da apprezzare la sua condanna della violenza israeliana contro i palestinesi (in Israele e Palestina, Pace o guerra santa, Scheiwiller) che dire del Diario di bordo sulla guerra irachena che Vargas Llosa disse di voler scrivere dal punto di vista degli iracheni? Terminava dicendo: “ la distruzione della dittatura di Saddam Hussein, una delle più crudeli, corrotte e furibonde della storia moderna, era una ragione di per sé sufficiente a giustificare l’intervento Usa”.

dal quotidiano Terra 8 ottobre 2010

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I ribelli del pensiero magico

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su agosto 20, 2010

di Simona Maggiorelli

Giordano Bruno

E’ un fatto curioso, non lascia indifferenti, che il ponderoso Annali 25 della Storia d’Italia Einaudi sia dedicato all’esoterismo.

Tema all’apparenza peregrino, certamente nebuloso per la vastità dell’arco di tempo che incrocia e per i confini mobili della materia sapienziale di cui si occupa. Un ambito di studi che, va detto, conta al più quattro o cinque cattedre universitarie in tutta Europa. Di cui nessuna in Italia. E che, tuttavia, ora la storica casa editrice torinese sembra voler riconoscere e legittimare con questa pubblicazione a più voci. Con questa operazione culturale, infatti, la Storia d’Italia Einaudi invita a rileggere l’importanza che hanno avuto in Europa e nel nostro Paese filoni di pensiero “magico”, pagano, irriducibili alla tradizione cristiana. Così nelle ottocento pagine di questo affascinante volume si incontrano saggi di Gian Mario Cazzaniga, docente di filosofia morale dell’Università di Pisa e curatore dell’opera, a proposito delle influenze sansimoniane ed esoteriche che attraversarono il pensiero politico di Garibaldi. E più in generale analisi dell’anticlericalismo liberal-massonico risorgimentale.

Una storia in cui a vario titolo si trovarono coinvolti anche poeti come Pascoli, Carducci e Foscolo (a una lettura degli elementi esoterici disseminati ne Le grazie, in particolare, è dedicato un saggio di Francesca Fedi). Ma venendo a periodi di storia più recenti in Annali 25 si trova anche un’acuta disamina delle responsabilità dei neoidealisti italiani, di destra e di sinistra, nel soffocare filoni di pensiero riottosi a un progetto di costruzione di una res publica christiana in forme apparentemente moderne.

E se, come è stato notato da Armando Torno alla presentazione romana del libro, si avverte la mancanza di specifici lavori dedicati alle arti figurative e alla musica, con la vistosa lacuna su Mozart massone e rivoluzionario, vasta e appassionante è invece la sezione dell’opera dedicata a ricerche su culture precristiane e preislamiche come lo zoroastrismo e le divinazioni mesopotamiche (Pietro Mander) e che comprende anche studi sul significato dei sogni nell’Egitto antico (Edda Bresciani).

E ancora nella fitta trama di questo lavoro che, a detta dei curatori, avrebbe potuto anche essere più vasto se non ci fosse stato un chiaro stop per esigenze editoriali, troviamo ancora indagini sulla nascita idionale (Bruno Centrone) e sulle origini alessandrine, bizantine e islamiche dell’alchimia occidentale (Pinella Travaglia), che dall’Oriente aveva mutuato non solo l’idea della trasmutazione dei metalli vili in oro ma anche l’idea che l’arte alchemica, segreta, «sia subordinata a un processo di perfezionamento interiore, ovvero di trasformazione di sé che – ricostruisce Travaglia – viene iniziato da un maestro e sostanzialmente produce un contatto con le verità profonde». In questo ambito di trasmissione del sapere da Oriente a Occidente un ruolo importante, in area islamica, svolsero Al-Kindi, Avicenna e Averroé, per quanto la Chiesa cristiana abbia cercato di demonizzare e cancellare l’influenza che questi pensatori esercitarono su poeti e intellettuali nati a Nord del Mediterraneo.

E ancora, fra i molti capitoli stimolanti di questa storia non ufficiale di contatti e circolazione di idee fra Oriente e Occidente un ruolo chiave spetta alle letture tardo medievali e umaniste della «magia sovversiva» di Ermete Trismegisto. Il Corpus hermeticus a lui attribuito, infatti, fu portato nel 1460 a Cosimo de’ Medici da Leonardo da Pistoia suscitando l’entusiasmo di Marsilio Ficino e degli altri protagonisti dell’Umanesimo fiorentino. Ma indirettamente il Corpus pare abbia esercitato un’influenza anche su Giordano Bruno che setacciava fonti eccentriche e fuori dal dogma cristiano alla ricerca di puntelli per la sua visione radicalmente nuova dei mondi infiniti e in senso più generale per il suo  progetto di costruzione di una identità culturale rinnovata.

annali 25 esoterismo

E se come scrive in Annali 25 Vittoria Perrone Compagni «il Giordano Bruno ermetico entusiasta di Frances A. Yates non è mai esistito», essendo stato dimostrato che la studiosa inglese in Giordano Bruno e la tradizione ermetica (Laterza) operò una forzatura delle fonti, è anche vero che il filone di studi sulle fonti magiche presenti nelle opere di Bruno ha avuto poi ulteriori sviluppi, portando alla luce, come scrive Simonetta Bassi «il ruolo che la magia ha svolto nello sviluppo del suo pensiero». Bruno ricorre a tradizioni di pensiero magico in primis per portare avanti la sua critica corrosiva del Cristianesimo. Inoltre «quello che si propone – scrive Bassi – è recuperare organicamente il rapporto con la dimensione naturale». Ma non solo. «La magia bruniana – conclude la studiosa – trova il suo campo di applicazione più innovativo in rapporto alla vita civile e politica: guardare a essa, passando attraverso una critica della religione, rappresenta infatti l’elemento di novità della riflessione bruniniana sulla magia».

BRUNO,L’ASINO E LA CABALA

«Sforzatevi, sforzatevi, sforzatevi, dunque di essere asini, voi che siete uomini. E voi che siete asini, studiate, fate in modo, adattatevi a procedere sempre di bene in meglio, in modo che perveniate a quella meta, a quella dignità che si acquista non con studi e sforzi, quantunque grandi, ma per fede; si perde non per ignoranza e misfatti, quantunque enormi, ma per incredulità (come dicono secondo l’Apostolo). Se così non vi disporrete, se sarete così e in tal modo vi comporterete, vi troverete iscritti nel libro della vita, chiedete la grazia in questa chiesa militante e otterrete la gloria in quella trionfante, nella quale vive e regna dio per tutti i secoli dei secoli. Così sia».
Giordano Bruno
tratto  da Giordano Bruno, La cabala e l’asino,
pubblicato da Excelsior1881

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Per una storia laica d’Italia

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su agosto 19, 2010

di Simona Maggiorelli

Gian Mario Cazzaniga

Gian Mario Cazzaniga

Professor  Cazzaniga, di recente  Huntington ha rinfocolato l’idea di uno scontro fra Oriente e Occidente. Da Annali 25 esoterismo Einaudi   emerge invece l’immagine di una comunicazione carsica con filoni culturali che, nei secoli, hanno attraversato Oriente e Occidente. In correnti esoteriche si trovano elementi di multiculturalismo?
Direi di più. Riscopriamo che la nostra storia europea ha radici nel Mediterraneo. Che non vuol dire semplicemente la Grecia, ma un’area più ampia che va dall’Egitto alla Persia. L’intreccio di cultura, religione, usanze dell’esoterismo ha origine nel mondo ellenistico ma la sua presenza sotterranea risorge in diversi periodi della storia europea. Insomma l’idea di una Grecia che nasce da se stessa, come per una sorta di miracolo  – tesi che permette di svalutare le sue origini orientali – non è fondata e oggi è largamente messa in discussione.
Il cristianesimo ha combattuto l’esoterismo. Fra i motivi di quella che lei chiama un’«incompatibilità totale» c’è l’idea cristiana di peccato originale?
Schematizzando, un nucleo duro dell’esoterismo consiste nell’idea di miglioramento di se stessi. Un processo di crescita interiore che spetta al singolo individuo. Una trasmissione di culture che vive di auto perfezionamento tende a mettere in discussione la presunta corruzione del genere umano derivante da un peccato originale e mette in crisi la funzione della Chiesa di trasmissione della verità rivelata.
E i cristiani risposero con violenza. Basta pensare a come i parabolani, nell’Alessandria d’Egitto del IV secolo, dilaniarono Ipazia, filosofa  neoplatonica.

La durezza delle confessioni cristiane è evidente fin dall’inizio. Va detto anche che i cristiani delle origini che interiorizzarono elementi e pratiche esoteriche non mostrarono maggiore tolleranza. Giacobiti e  nestoriani ebbero un atteggiamento più blando ma solo perché, non avendo potere politico, cercavano di essere tollerati. La Chiesa ortodossa, per quanto divisa al suo interno, ha espresso molte forme di intolleranza. Dunque una cosa è comprendere elementi di esoterismo, un’altra è essere tolleranti. I monoteisti in genere sono intolleranti.
Perché la Chiesa ha usato tanta ferocia con Giordano Bruno arso vivo nel 1600?
Nell’Accademia Platonica ispirata da Gemisto Pletone che trasmetteva la tradizione esoterica neoplatonica, e con pensatori come Cusano,  Ficino e  Pico della Mirandola, c’era stato un incontro fra culture. Dopo la Controriforma questo non fu più possibile. Prima, forse, Bruno avrebbe potuto essere, non dico condiviso, ma tollerato. Con Riforma e Controriforma tutto si chiude. Qui dovremmo parlare dei contenuti di Bruno. Per brevità mi limito a dire che per la Chiesa del Seicento chi va oltre certi limiti culturali e intellettuali è morto.

Indagando perché un pensiero laico in Italia non è mai stato egemone,  ricorda che Gentile, Croce e Gramsci avversarono ogni forma di pensiero magico ed esoterico, cosa unì intellettuali così diversi?
Con Jean-Pierre Vernant direi che l’idea di uno Stato moderno come una forma di immanentizzazione del cristianesimo è comune a tutti i filoni che si rifanno a Hegel e al neohegelismo. Io ho sempre visto nel marxismo italiano la sinistra dei neohegeliani. Detto questo è evidente che dal punto di vista etico-politico i tre erano ben diversi. Basta dire che mentre Gentile comandava Gramsci finì in galera. Ma se parliamo di storia delle idee le cose si complicano. L’uguaglianza come tema fondamentale, intesa anche come uguaglianza di fronte alla legge nello Stato moderno, trova anche nell’esoterismo uno dei suoi filoni culturali alti. Ma Gramsci, per esempio, non c’entra  con questa storia. Vi troviamo piuttosto Raffaele Pettazzoni ed Ernesto De Martino impegnati nel partito socialista e comunista. Dunque personaggi di sinistra, ma che in quell’ambito non furono mai ben visti.
Perché il Pci considerò residuale la ricerca di Ernesto De Martino?
De Martino risultava ostico al Pci proponendo un mondo culturale diverso da quello in cui la cultura marxista si riconosceva. Inoltre era stato attivo in società di parapsicologia che tendevano a leggere tutta una serie di fenomeni con i criteri con cui i biologi e medici studiano lo specifico umano. E poi va ricordato che faccende che oggi attribuiamo alla superstizione, come elemento marginale e popolare, hanno avuto un approccio scientista e positivista. Ad esempio lo spiritismo: per noi chi comunica con i morti facendo ballare i tavolini è uno strano o un matto. Andando a vedere le basi filosofiche scopriamo che gli spiritisti erano convinti di  combattere la superstizione delle chiese cristiane con metodi di rilevazione scientifica. Non a caso incontriamo spiritisti in correnti di carattere repubblicano-socialista. La mia è una constatazione. Toccherà agli scienziati valutare quelle correnti, io rilevo che non rientrano nella categoria irrazionalista come comunemente la si intende. Semmai furono rami secchi della medicina.

Con tematiche come la  “crisi della presenza”, Ernesto  De Martino indagava le dinamiche di incontro-scontro fra culture, non astrattamente ma anche dal punto di vista del rapporto psichico più profondo fra persone. Il positivismo della tradizione marxista rese cieco il Pci?
Indubbiamente nella storia del comunismo marxista c’è stata una scarsa sensibilità verso questi temi. Il Pci ha avuto sempre un atteggiamento di diffidenza tenendosi a distanza. O meglio, detto un po’ rozzamente, sulle questioni scientifiche ha sempre preferito stare con la verità scientifica del momento. Riteneva di avere già  abbastanza guai  su altre questioni per occuparsene.

Dall’altra parte c’è chi ha parlato di radici esoteriche del nazismo. Che ne pensa?
Conosco la letteratura, ma non sono uno specialista. A me pare sia stata gonfiata la presenza di elementi esoterici nel fascismo e nel nazismo. Certo, esistevano filoni culturali di questo tipo, ma non hanno mai caratterizzato la linea che ha vinto. Non c’è dubbio che il fascista Evola volesse una resurrezione di una cultura romana, neopagana, contro una cultura monoteista ebraico-cattolica. Ma era isolato, non contava nulla. Semmai un richiamo a tematiche esoteriche lo troviamo in filoni neofascisti del secondo dopo guerra.

E Jung che teorizzò l’inconscio ariano?

è certo che Jung ebbe simpatia per il nazismo. E l’essere convinto che nel profondo dello psichico umano ci siano una serie di archetipi, simboli, che giocano poi diversamente a seconda delle tradizioni culturali richiama alcuni filoni esoteristi. Più che di razzismo biologico qui parliamo di razzismo culturale, per cui la razza, pur partendo dalla biologia, sarebbe una sedimentazione di esperienze culturali e di approcci simbolici trasmessi di generazione in generazione.

Un razzismo anche più vischioso…
Senza dubbio. Perché la versione biologica del razzismo o l’accetti o la respingi, quella culturale è molto più borderline e ha molteplici aspetti non sempre così  facili da afferrare e da distinguere.

Parlando di esoterismo al giorno d’oggi lei accenna anche alla moda delle consulenza filosofica. Siamo alla new age?
No, si tratta piuttosto di un filone che nasce in Germania con radici neoaristoteliche (facendo proprio il concetto di vita buona in senso aristotelico). Ora la consulenza filosofica si è messa sul mercato. In fabbrica i i consulenti filosofici cominciano ad essere assunti dalle divisioni che si occupano di personale.

Un suo giudizio da filosofo?
Non appartengo a nessuna istituzione religiosa. Come diffido della cura delle anime dei preti, diffido anche delle cura delle anime dei filosofi.

da left-avvenimenti

da left avvenimenti del 23 luglio 2010

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La Cina ancora da conoscere

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su agosto 12, 2010

Letteratura e cinema, negli ultimi anni ci hanno avvicinato al Paese di mezzo. Ma della sua cultura millenaria in Italia si sa ancora mediamente pochissimo. Nonostante la forte immigrazione dal Paese di Mao

di Simona Maggiorelli

Gong Li

E’ una coraggiosa galoppata attraverso duemila anni di storia cinese La rosa e la peonia che la sinologa Valentina Pedone ha scritto con l’italianista Wei Yi per l’Asino d’oro Edizioni. Un libro curiosamente a doppio senso di marcia: mentre da un lato invita il pubblico italiano ad avvicinarsi alla millenaria cultura cinese, dall’altro racconta ai lettori cinesi, nella loro lingua madre, capitoli salienti di storia della letteratura italiana. «Questo volume è stato pensato come strumento di lavoro per chi si occupa di mediazione culturale. Ma anche con l’auspicio che possa entrare nelle biblioteche, nelle scuole, nelle case, in quei quartieri dove italiani e cinesi vivono fianco a fianco, facilitando il dialogo e la conoscenza reciproca», racconta a left una delle due autrici, Valentina Pedone, che all’insegnamento di Letteratura cinese all’università di Urbino e di Firenze affianca lo studio del fenomeno dell’immigrazione cinese in Italia. A questo tema ha dedicato di recente una mostra fotografica nella facoltà di Studi orientali della Sapienza, che si trova nel cuore multietnico di Roma. Una mostra in cui la ricercatrice ha presentato ventidue ritratti di cinesi che hanno scelto l’Italia come Paese dove vivere e lavorare. Nonostante il nostro non possa certo dirsi un Paese ospitale. Proprio da qui è partita la conversazione:Valentina, un vecchio luogo comune vorrebbe che le comunità cinesi in Italia siano gruppi chiusi, poco disponibili a farsi conoscere, è davvero così? «Certo è meno facile fotografare la comunità cinese rispetto ad altri gruppi di immigrati. Ma è falsa la rappresentazione dei cinesi come persone introverse, silenziose. Chiunque sia stato in Cina sa che sono molto loquaci, socievoli, curiosi. Volendo ricorrere a un cliché contro un altro, direi che nei modi di fare ricordano i napoletani».

Qualche anno fa, però, il sinologo francese François Jullien presentando al pubblico del Festival di filosofia di Modena il suo libro Elogio dell’insapore (Raffaello Cortina) raccontava l’immigrazione cinese in Francia come silenziosa, flessibile, quasi felpata, leggendovi in controluce elementi di pensiero tradizionale cinese. «In Cina – ricostruiva Jullien – il reale è sentito come un processo in continuo mutamento. Non c’è la scissione fra realtà oggettiva e soggetto tipica dell’Occidente». Seguire il corso degli eventi, farli arrivare a maturazione e coglierne i frutti, ecco il punto. Con questa “filosofia”, assecondando la processualità continua, i cinesi sanno trovare la chance per imporsi, spiega Jullien. Così le loro comunità si sarebbero a poco a poco insediate a Parigi aprendo negozi e attività, in modo capillare. Un modello che ci riporta alla mente i modi pacati, quasi sotto traccia, con cui la prima generazione di immigrati è approdata a Prato, a Campi Bisenzio e nelle altre cittadine toscane dove oggi un abitante su due è di origine cinese, senza però, purtroppo, aver avuto da parte italiana un riconoscimento di cittadinanza.

La rosa e la peonia

«Questo modello silenzioso di immigrazione esiste certamente – commenta Valentina Pedone – ma è tipico soprattutto di coloro che provengono da una parte della Cina, dal Sud-Est del Paese. Ma è vero – aggiunge la sinologa – che tratti di pensiero tradizionale e confuciano, in particolare, si ritrovano anche nei cinesi di seconda generazione. Anche all’università molti di loro conservano una grande attenzione al proprio ruolo di studente, sforzandosi al massimo di essere appropriati a ciò che viene loro richiesto. Alcuni, per educazione, non guardano mai negli occhi l’insegnante. Ma questo dagli italiani non di rado viene recepito come sfida. Ed è molto doloroso per questi ragazzi cinesi, che per lo più hanno fatto un grosso lavoro su se stessi e hanno consapevolezza del loro appartenere a più culture». Ma questo tipo di incontro-scontro culturale per chi, per esempio, è nato in Italia non dovrebbe essere un fatto già superato? «Il problema – spiega Pedone – è che la prima generazione di immigrati per una decina di anni ha pensato soprattutto alla sussistenza e a farsi una posizione economica. I loro figli sono cresciuti più a contatto con gli italiani ma avvertendo attorno a sé forti pregiudizi. Per molti di loro l’interfaccia con l’Italia, di fatto, resta ancora difficile». Nel suo libro La rosa e la peonia lei scrive che il popolo cinese non ha mai subito il fascino del monoteismo, né della metafisica. è ancora vero nella Cina di oggi? «Assolutamente sì. I cinesi sono ancorati alla vita terrena; sono poco inclini al trascendente. Fra i cinesi che vivono a Roma però – approfondisce Pedone – si trova un discreto numero di cristiani. Ma la maggioranza dei cinesi semmai conserva il culto tradizionale degli antenati, oppure prega Buddha come un santo, con una modalità “pagana” e popolare». Una mescolanza sincretistica di pensiero tradizionale cinese, confuciano ma anche taoista, del resto, ha connotato pure molta letteratura cinese del Novecento. Dagli anni Ottanta poi il confucianesimo ha conosciuto una forte rinascita di studi nell’ambito accademico, tanto che, come spiega John Makeham nel saggio “La filosofia cinese del XX secolo” (ne La Cina verso la modernità, Einaudi) «per tutto il decennio successivo si è parlato addirittura di febbre confuciana (per analogia con la febbre culturale che era divampata nel decennio precedente)».

Anche nei settori alti della cultura cinese fu una reazione alla galoppante globalizzazione che, per quanto cercata sul piano economico, sul piano dell’identità culturale era avvertita come minaccia e rischio di occidentalizzazione. Ma se questo tipo di reazione conservatrice in letteratura ha portato al cosiddetto “ritorno alle radici” e a un’ampia fioritura di romanzi che raccontano una Cina rurale e magica, quasi per reazione negli anni Ottanta, annota Pedone nel suo libro, si è avuto pure un massiccio ritorno al realismo. Un esempio di neoralismo diretto, a tratti anche crudo, ci ricorda la studiosa, è per esempio quello di Su Tong. Dal suo Moglie e concubine del 1990 il regista Zhang Yimou trasse il celebre film Lanterne rosse che lanciò Gong Li sulla scena internazionale. Un altro capolavoro del cineasta cinese, Sorgo rosso, invece era tratto da un romanzo di un maestro di realismo magico come Mo Yan, «e il cinema – sottolinea Pedone – ha avuto grande importanza nel far conoscere all’estero la letteratura cinese». Intanto la censura sui fatti di Tian’anmen ha fatto sì che solo alcuni scrittori cinesi della diaspora, per anni, abbiano voluto e potuto farne un tema da letteratura alta e di denuncia. E oggi? «Più che la censura – spiega Valentina Pedone – pesa l’autocensura. O meglio, è come se oggi si raccogliessero i frutti della cultura di Deng. Persa ogni spinta ideale, dopo il maoismo, si è passati a una forte disillusione. Letteratura di consumo, come i romanzi di cappa e spada, vanno per la maggiore. Ma ci sono anche autori più creativi e interessanti. Ciò che accomuna tutti quanti però è la sfacciataggine: dicono di scrivere solo per soldi».

Sullo scaffale. Percorsi di lettura

Se il libro La rosa e la peonia de l’Asino d’oro Edizioni ha il dono della sintesi nell’offrire un primo documentato e avvincente assaggio, La Cina di Einaudi, invece, affronta la storia della cultura cinese con importanti approfondimenti. Dei tre libri che compongono l’opera curata da Maurizio Scarpari per la casa editrice torinese è uscito nel 2009 il terzo volume, La Cina verso la modernità, con saggi, tra gli altri, di Federico Masini sulla riforma della lingua e di Nicoletta Pesaro sulla letteratura cinese moderna e contemporanea. Mentre Corrado Neri si occupa di cinema, Iwo Amlung di scienza e John Makeham affronta la vexata quaestio se «esista una filosofia cinese» o piuttosto il termine filosofia porti con sé un’accezione troppo occidentale e inadatta a descrivere lo sviluppo del pensiero cinese. A distanza di un anno esce ora il secondo volume La Cina. L’età imperiale dai Tre Regni ai Qing (a cura di Mario Sabattini e Maurizio Scarpari) con interventi di Nicola di Cosmo sugli imperi nomadi nella storia della Cina imperiale, saggi sul buddismo cinese  di John Mcrae e di Francesca Tarocco e sul daoismo a firma di Livia Kohn; senza dimenticare, fra i molti altri lavori, lo splendido intervento su arte e archeologia di Nicoletta Celli. E ancora la rinnovata attenzione verso il colosso Cina da parte di Einaudi si segnala anche attraverso una serie di monografie, saggi di storia e opere letterarie. Fra le uscite più recenti c’è l’agile volume di Maurizio Scarpari sui fondamenti e i testi del confucianesimo ma anche la monografia di Maurice Meisner Mao e la rivoluzione cinese, che rilegge la figura di Mao Zedong indagandone  sia il volto da rivoluzionario che quello di tiranno. In Cina, ventunesimo secolo, invece Guido Samarani analizza le sfide che aspettano il Paese nel nuovo millennio. Tra inarrestabile ascesa economica e negazione dei diritti umani, come denuncia il fatto che la Cina sia in testa alle classifiche mondiali per numero di persone mandate a morte. Su un versante completamente diverso, ovvero quello della poesia, si segnala infine la pubblicazione di Con il braccio piegato a far da cuscino del maestro taoista del XIII secolo Bai Yuchan. Uscendo da casa Einaudi, poi, fra le moltissime pubblicazioni di romanzi ci limitiamo qui a ricordare il toccante Un mattino oltre il tempo (Fazi editore) della cinese Yang Yi che oggi vive a Tokyo. Attraverso la storia di un’amicizia fra adolescenti, si racconta il soffocamento nel sangue della rivolta studentesca in piazza Tian’anmen.

da left-avvenimenti 6 agosto 27 agosto 2010

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