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La differenza cinese

Posted by Simona Maggiorelli su agosto 18, 2011

Un filosofo e un architetto a colloquio sulle trasformazioni che sta vivendo il Paese di Mao
di Simona Maggiorelli

Colonne rosse a scandire le strutture portanti degli spazi interni. E un cielo di foglie d’oro per il soffitto. Così si presenta l’interno del nuovo stadio di Pechino, di cui abbiamo sentito molto parlare. Porta la firma di uno studio europeo molto “trendy”, quello di Herzog e De Meuron.  E l’ideazione è dell’artista e architetto cinese Ai Wei Wei (portato in trionfo per questa realizzazione e poi mandato in prigione, senza accuse cogenti, dal governo di Pechino e solo per averlo criticato).

E mentre la celebrazione delle due archistar procede senza sosta sui media, c’è chi utilmente si è dato ad analizzare il fenomeno del successo degli architetti occidentali nella Cina di oggi. Lo fanno con efficacia l’architetto e urbanista francese Philippe Jonathan (laureato all’università Tsinghua di Pechino) e il filosofo Jean Paul Dollé, docente della Scuola superiore di architettura di Paris La Villette.

L’editore milanese O Barra O edizioni ne ha raccolto e tradotto le voci nel volumeConversazione sulla Cina tra un filosofo e un architetto. Un libretto agile che, senza scorciatoie, racconta le gigantesche trasformazioni urbanistiche e architettoniche avvenute in Cina, dagli anni Sessanta a oggi.

Leggendole in rapporto con i cambiamenti politici del Paese: dall’assetto millenario della società antica alla rivoluzione culturale, fino all’apertura al capitalismo da parte di un partito di Stato, sempre più “partito amministratore”, per arrivare poi a quell’affascinante apertura al futuro che oggi, pur fra molte contraddizioni sociali, la Cina ci trasmette. Al centro del discorso dei due osservatori c’è il massiccio inurbamento che vede la popolazione cinese (rurale per il 75 per cento all’inizio degli anni 80) diventare al 70 per cento urbana entro il 2015. Con ciò che implica dal punto di vista di impatto ecologico andando sempre più verso la creazione di grandi centri a misura di auto, come Shenzehen, “città sperimentale” in prossimità di Hong Kong. Ma non c’è solo l’aspetto negativo di metropoli affette da una febbre immobiliare ultra liberale. In una Cina dal capitalismo senza complessi e che tuttavia si dichiara comunista, Dollé e Jonathan riescono a scovare tracce di quella ricerca dell’«uomo nuovo» e di quell’«osare ribellarsi» nato dalla rivoluzione e che oggi, in uno scenario di forti sperequazioni sociali, potrebbe trovare nuova linfa. Non solo nella lotta politica ma anche – suggeriscono Dollé e Jonathan – nella sperimentazione artistica, nella ricerca di nuovi linguaggi. Campi che i due “conversatori” raccontano attraverso alcuni casi paradigmatici.

Nell’ambito dell’arte, per esempio, quello del gruppo di artisti Les Etoiles, di cui faceva parte anche Huang Rui (l’artista e fotografo di recente protagonista di mostre e convegni in Italia) e del collettivo di scrittori aujourd’hui. Ma dirompente è anche ciò che accade in architettura. In un Paese che non si fa scrupoli di radere al suolo ciò che appare vecchio e che dimostra una grande sete di novità, gli architetti occidentali trovano oggi «il Paese della cuccagna, potendo disporre di massima libertà e molti metri quadrati», dice Dollé. «Accanto a voi impariamo», rispondono non senza ironia, gli architetti di Pechino e di Shangai. E mentre c’è chi con sufficienza in Occidente grida alla banalità della riproduzione architettonica e allo scandalo del copia incolla, «tutto ciò – dice il filosofo francese – ci mostra invece che sanno già molto e anche più di noi per quanto riguarda l’arte di fare del tempo un alleato e un amico. Questo mi piace della differenza cinese, che è irriducibilmente diversa e tuttavia ha un valore universale, quanto al rapporto con il tempo, con l’immemorabile e con l’occasione… Ritengo che abbiamo molto da imparare dalla Cina».

Left 30/08

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Avventure di carta

Posted by Simona Maggiorelli su agosto 5, 2011

di Simona Maggiorelli

Marilyn

Viaggiare con la fantasia, avendo finalmente un po’ di tempo da dedicare ai libri e all’approfondimento. Con l’avvicinarsi delle vacanze arriva anche l’occasione buona per nutrire la mente con buone letture. E se la crisi picchia dura e siete fra quegli italiani (uno su cinque dicono le statistiche) che quest’estate resterà a casa, tanto più vale godersela in poltrona, con un buon romanzo o un saggio illuminante. Ecco dunque un vademecum di proposte per tuffarsi in un limpido mare di storie, di idee, di racconti.

Sulle rotte delle tigri della Malesia. Attenzione, attenzione, le tigri di Mompracem sono tornate. E in chiave decisamente antimperialista. Dopo aver raccontato le gesta del Che e quelle di Zapata, Paco Ignacio Taibo II con il romanzo Ritornano le tigri della Malesia (Marco Tropea) si è messo sulle tracce di Salgari riscrivendo – in omaggio al grande scrittore di cui ricorre il centenario della morte – una delle saghe più famose di Sandokan. In questa spassosa reinvenzione Taibo II ripercorre le lotte di indipendenza del Sud-Est Asiatico dall’oppressore occidentale, viste dalla parte di quei ribelli che la letteratura europea storicamente ha sempre tratteggiato negandone l’identità e la cultura. E sulle tracce di Salgari, in termini biografici, si è messo anche Ernesto Ferrero che per Einaudi ha ripercorso la vita travagliata dello scrittore che “Fin da ragazzo amava disegnare le navi, vascelli alberati, cutter , brigantini e più c’erano alberi e vele e sartie più godeva”, racconta Ferrero nel suo libro Disegnare il vento fra i cinque finalisti del Premio Campiello 2011. Il titolo è mutuato da un autoritratto dello stesso Salgari . “ Di sé diceva che amava disegnare il vento; per lui – aggiunge Ferrero – era un po’ come disegnare la libertà, la forza, la vita. Rendere visibile l’invisibile”. E se poi sarete tentati di riassaggiare il gusto della prosa salgariana che accendeva i nostri pomeriggi d’infanzia Einaudi ha appena ripubblicato l’intero ciclo del Corsaro nero in edizione economica.

Passaggio ad Oriente

Dalla Malesia salgariana al fascino dell’Indonesia, un Paese che conta 240 milioni di islamici, ma che è di fatto una nazione dell’identità poliedrica, complessa, meticcia. Ne ripercorre le molteplici e affascinanti facce – dai quartieri più frenetici e ricchi di Giacarta ad isole sperdute ricche di mitologia – la giovane scrittrice indonesiana Nukila Amal nel romanzo Il drago cala Ibi, uno degli ultimi titoli pubblicati dalla casa editrice Metropoli d’Asia, nata da una costola di Giunti . Da qualche mese Metropoli d’Asia veleggia indipendente nel mercato dell’editoria continuando a proporre freschissimi romanzi e noir che raccontano dall’interno come sta cambiando il Sud-Est Asiatico. Un’altra preziosa guida in questa area del mondo è la casa editrice O barra O che ha appena pubblicato un importante libro testimonianza di Win Tin, braccio destro di Aung San Suu Kyi e coordinatore della Lega nazionale per la democrazia. Nel volume Una vita da dissidente risuona forte e coraggiosa la sua voce contro la la violenza della giunta militare al potere in Birmania. E ancora si può idealmente viaggiare in Asia con il giornalista Claudio Landi, (voce di Radio Radicale e autore della trasmissione “L’ora di Cindia”) che con La nuova via della Seta (O Barra O) ci aiuta a capire i repentini cambiamenti di geopolitica che riguardano quell’ampia zona che va dalla Cina all’India. E ancora: il viaggio può continuare con titoli freschi di stampa come Storia dell’India e dell’Asia del sud (Einaudi) dello storico americano David Ludden , come Il Giappone moderno, una storia politica e sociale (Einaudi) di Elise K. Tipton e, per quanto riguarda la Cina, si può ricorrere alla splendida enciclopedia Einaudi in tre volumi di cui è appena uscita la monografia a cura del sinologo Maurizio Scarpari sulle origini della civiltà cinese. Ma per leggere la storia orientale con occhi nuovi, fuori dal pregiudizio eurocentrico, da non lasciarsi sfuggire è anche l’affascinante e complesso ritratto di Gengis Khan che ha tracciato l’orientalista René Grousset nel libro Il conquistatore del mondo ( Adelphi) ricostruendo l’antico tessuto culturale a cui l’indomabile condottiero mongolo ricorse per ammantare di mistero il proprio regno.

Dopo la rivolta del Medioriente

Percorrendo quelle vie che dall’estremo Oriente, fin dall’antichità, arrivavano in Turkemenistan e in Turchia, arriviamo così – pagina dopo pagina – in una delle zone politicamente più calde del momento: il Medioriente delle rivoluzioni giovanili che chiedono maggiori diritti e democrazia. Accade non di rado che le intuizioni degli scrittori precedano gli eventi. E’ il caso dello scrittore algerino Amara Lakhous, conosciuto in Italia per il bestseller Scontro di civiltà per un ascensore a piazza Vittorio, che ora ha deciso di ripubblicare per le Edizioni e/o Un pirata piccolo piccolo, quel suo primo e sorprendente romanzo che negli anni Novanta non trovò un editore in Algeria disposto a pubblicarlo perché giudicato troppo franco ( e per questo pericoloso) nel raccontare il malessere della gioventù algerina delusa dalle false promesse del Fronte di liberazione nazionale. Scritto con piglio sagace, da commedia nera, il libro di Lakhous preconizza le rivolte a cui abbiamo assistito negli ultimi mesi. E’ un coraggioso affondo, invece, nella mancanza di giustizia sociale che attanaglia la Siria il potente romanzo dello scrittore dissidente siriano Khaled Khalifa. Un libro dal titolo provocatorio, Elogio dell’odio (Bompiani), e che affresca la dura realtà siriana con gli occhi di una giovane studentessa universitaria cresciuta in una famiglia tradizionale e alla ricerca di una via di fuga dalla violenza dei fondamentalisti. Dalla fiction alla cronaca che talora va crudelmente oltre la fantasia. E’ un messaggio di denuncia fortissimo contro la violenza della teocrazia di Ahmadinejad il libro dell’iraniano Arash Hejazi il giovane medico che il 20 giugno del 2009 cercò inutilmente di rianimare Neda colpita a morte dai cecchini del regime durante la rivolta di piazza contro i brogli elettorali. Con il titolo Negli occhi della gazzella il libro (che è uscito in Italia per Piemme), è stato scritto in Inghilterra dove Hejazi vive da rifugiato, anche grazie all’appoggio dello scrittore Paolo Coelho. Da un medico a un altro medico, autore di un libro-testimonianza toccante e di grande peso politico: Parliamo del ginecologo palestinese Izzeldin Abuelaish che nel suo Non odierò (Piemme) racconta l’attacco dell’esercito israeliano alla popolazione civile palestinese. In un raid, non molto tempo fa, hanno perso la vita anche le sue figlie adolescenti. In queste pagine ripercorre le ragioni che lo spingono a continuare il suo lavoro di medico in quelle zone martoriate cercando di contribuire a un futuro di pace. E ancora due libri pensando all’Iraq devastato dalla guerra americana: il viaggio racconto di un giovane scrittore italiano, Luigi Farrauto, in Senza passare per Baghdad (Voland) e , soprattutto, Addio Babilonia, il romanzo scritto negli anni Settanta dallo scrittore iracheno Naim Kattan e ora pubblicato in Italia da Manni, un libro in cui riaffiora tutto il fascino di una città dalla tradizione antichissima, così come era prima che fosse oppressa dal regime di Saddam e dalle guerre. E , prima di voltare pagina, per chi volesse continuare ad approfondire, il nostro consiglio non riguarda un solo libro, ma una intera collana, la nuova RX di Castelvecchi dove di recente sono usciti titoli come Mediterraneo in rivolta di Franco Rizzi (con la prefazione di Lucio Caracciolo) e L’età dell’inganno del Nobel egiziano Mohamed El Baradei, sulle minacce nucleari e l’ipocrisia delle nazioni.

Se la letteratura si scopre green

Da un po’ di tempo non è più solo la saggistica ad aiutarci a capire i danni che questo sistema di produzione e di consumo sta producendo al pianeta. Di fatto le tematiche ambientali colpiscono sempre più la fantasia degli scrittori. Grandi e piccoli. Da Ian Mc Ewan che con Solar (Einaudi) ha affrontato il tema di una scienza applicata che non sa affrancarsi dalle pressioni di mercato fino a esordienti di talento come la francese Elisabeth Filhol che nel suo romanzo La centrale, (Fazi editore) con stile affilato e lucido, affronta la minaccia che viene dalle centrali nucleari. Un tema che ha ispirato anche il nostro Francesco Cataluccio che nel romanzo Chernobyl (Sellerio) torna idealmente nella cittadina russa dove avvenne uno dei più grandi disastri nucleari e dove la vita, da quel 26 aprile del 1986 , non è più tornata normale. E ancora, è un romanzo di formazione, che si compie drammaticamente sullo sfondo di una discarica il romanzo Corpi di scarto di Elisabetta Bucciarelli pubblicato da Edizione Ambiente. Racconta la storia di un ragazzino cresciuto troppo in fretta fra sacchi di immondizia, acqua sporca e cumuli di ferro rugginoso.

Accanto alla letteratura di denuncia, e quasi in parallelo, per fortuna, fiorisce anche quella che ci invita alla scoperta di angoli ancora miracolosamente intonsi del nostro pianeta, come il libro Luoghi selvaggi (Einaudi) dell’alpinista, docente di Cambridge e collaboratore della BBC Robert MacFarlane che ritrovando il piacere che aveva da bambino nel fantasticare sui luoghi selvaggi della letteratura, ha scritto questo avvincente diario dei suoi viaggi dalle isole Skelligs alle vette di Ben Hope, fra Scozia Inghilterra e Irlanda. E’ un viaggio di esplorazione nella giungla africana, alla scoperta di antichi miti e riti di stregoneria invece Spiriti guerrieri, mappa nell’Africa nera (Corbaccio) del giornalista inglese e inviato di guerra Tim Butcher. Infine, passando dietro lo specchio, con un rocambolesco salto dalla realtà all’immaginazione più visionaria, torna un vecchio sciamano della letteratura sudamericana come Alejandro Jodorowsky tracciando ne Il pappagallo dalle sette lingue (Giunti) un alchemico viaggio nel Cile degli anni Quaranta. E se quel vecchio lupo di mare di Jodorowsky ci invita a guardare a un passato magico e onirico, all’opposto, è un salto nel futuro quello che ci invita a compiere il docente di scienze della terra dell’Università della California , Laurence C. Smith, nel volume 2050 (Einaudi) dove indaga come potrà essere la Terra fra quarant’anni, sotto la spinta demografica, del cambiamento climatico e della globalizzazione.

Intanto, per cominciare a vedere i segni di questi cambiamenti nel nostro presente, Adriano Labbucci in un delizioso pamphlet scritto per Donzelli, invita a fare una cosa semplicissima e alla portata di tutti i portafogli: camminare. Tenendo svegli i cinque sensi, lasciandosi andare, anche se meta come insegnava, da flâneur, Walter Benjamin, lasciando che sia la realtà ad emozionarvi e sorprendervi.Camminare. Una rivoluzione. Promette Labbucci fin dal titolo.

Alla riscoperta del Belpaese

Cammina, cammina, si possono riscoprire le bellezze paesaggiste e artistiche di questa maltratta Italia. Che in barba a cartolarizzazioni e svendite da finanza creativa tremoniana e non, miracolosamente continuano a resistere. Così se quest’estate decideste di calzare un cappello da turista e di avventurarvi fra monumenti e musei avremmo da suggerirvi come suggestivo Baedeker i volumi ( leggerissimi, da portare in tasca) della ottima collana di storia dell’arte “sms” varata da Skira, ma anche l’insolita serie di romanzi brevi ispirati a grandi artisti del passato che sempre Skira ha varato da qualche tempo e in cui si s’incontrano Vita allegra di un genio sventurato, la biografia romanzata di Benvenuto Cellini, carnale e ribollente di passioni, scritta dall’attore Marco Messeri, ma anche il libro, raffinatissimo che Anna Banti dedicò a Lorenzo Lotto e che da tempo era fuori catalogo. Ma anche l’esordio nella narrativa dell’ex soprintendente Pietro Marani che ne Le calze rosa di Salaì immagina Francesco Melzi, allievo di Leonardo da Vinci alla ricerca di un quadro perduto del grande maestro del Rinascimento. E quanto più si apprezzeranno le superstiti bellezze del Belpaese, tanto più si potrà capire l’importanza politica e civile di pamphlet come A che serve Michelangelo?(Einaudi) in cui lo storico dell’arte Tomaso Montanari denuncia l’uso politico e truffaldino che questo governo di centrodestra ha fatto del nostro patrimonio e di libri come Paesaggio Costituzione cemento (Einaudi) in cui l’ex direttore della Normale di Pisa, Salvatore Settis traccia il quadro drammatico dello scempio che si sta compiendo in Italia.

Quel pasticciaccio brutto del Paese Italia

Mentre l’informazione libera è sempre più sotto attacco in Italia molti giornalisti di vaglia si sono dati a scrivere la storia politica dell’Italia dei nostri giorni, offrendo strumenti indispensabili per ripensare episodi bui della nostra storia. Come ad esempio l’assassinio di Carlo Giuliani da parte dalle forze dell’ordine, dieci anni fa al G8 di Genova di cui sono tornati ad occuparsi Guadagnucci e Agnoletto con il libro L’eclisse della democrazia Feltrinelli, ma anche scrittori e letterati di diversa estrazione ( da Carlotto a Balestrini, da Ravera a Voce) nel volume a più mani Per sempre ragazzo, racconti e poesie a dieci anni dall’uccisione di Carlo Giuliani edito da Marco Tropea. Per provare a capire qualcosa di più nella sciarada dei poteri forti e deviati che- non da ora – intossicano il Belpaese. Scritto con stile avvincente, quasi da romanzo il libro di Fedetico Varese Mafie in movimento (Einaudi) aiuta a capire come il crimine organizzato in Italia stia conquistando nuovi e inaspettati territori. Ma per capire l’oggi delle lobbies segrete e dei comitati affaristici infiltrati nello Stato una lettura importante, per molti versi sconvolgente, è quella del libro di Anna Vinci La P2 nei diari segreti di Tina Anselmi: un libro che ricostruisce i taccuini tenuti minuziosamente dalla parlamentare democristiana che ebbe l’incarico di guidare la commissione di inchiesta sulla P2. Ne escono pagine che parlano senza infingimenti del conivolgimento di personalità di spicco della politica italiana e la Anselmi ebbe il coraggio e l’onestà di non tacere anche quando si trattava di esponenti del suo partito , la Dc. Fatto curioso ma non troppo, i risultati di quella indagine furono praticamente insabbiati e solo oggi quelle importanti carte vedono la luce grazie al coraggio di Chiarelettere. Per i tipi della casa editrice milanese di recente è uscito un altro bel libro che ci invita a rileggere pagine ancora importanti e valorose della nostra storia, come la Resistenza. In concomitanta con l’uscita del pamphlet Indignatevi dell’ex partigiano francese Stephan Hassel (di cui Salani editore ora pubblica anche il nuovo Impegnatevi!) , Chiarelettere ha mandato alle stampe la toccante memoria, Ribellarsi è giusto di un altro ex partigiano oggi ultranovantenne, l’avvocato torinese Massimo Ottolenghi. Un libro in cui l’ex militante del partito d’azione, nato da una famiglia di origini ebraiche, ripercorre la vicenda che lo portò ad essere ostracizzato dall’università e costretto a far passare le figlie per pazze per salvarle dal lager, ma anche le battaglie poi da magistrato per la ricostruzione dell’Italia, lanciando un messaggio appassionato ai giovani di oggi perché non rinuncino a lottare per un Paese migliore. E come una lettera aperta ai giovani è scritto lo stringente ed essenziale libro di Stefano Rodotà , Diritti e libertà nella storia d’Italia (Donzelli) editore in cui il giurista ripercorre la vicenda di uno Stato italian nato sotto il segno di un forte dibattito sulla laicità e culminato nella scrittura di una Carta costituzionale fra le più avanzate in Europa e che, dopo straordinarie conquiste come la legge sul divorzio e quella sull’aborto, oggi si vede preda di una politica genuflessa e – per compiacere i diktat vaticani, disposta a fare leggi come quella sul testamento biologico appena passata alla Camera e che lede profondamente i diritti di autodeterminazione dei cittadini. Curiosamente proprio nell’anno in cui si festeggiano i 150 anni dell’unità d’Italia fioccano provvedimenti iniqui e liberticidi. Fare la differenza con le passioni che mossero i nostri avi nel Risorgimento può allora essere un sano choc. Andatevi a vedere per esempio, la bella e romanzesca biografia L’isola e il sogno (Fazi) in cui Paolo Ruffilli ripercorre la breve vita di Ippolito Nievo, giovane avvocato e scrittore colto e appassionato, ma anche militante garibaldino, scomparso ahinoi troppo presto nell’impresa dei mille del 1861 poco prima che fosse proclamata l’Unità d’Italia, ma appassionante – fuori da ogni accento agiografico – è anche la raccolta di ritratti di personaggi messa a punto da Lorenzo del Boca in Risorgimento disonorato (Utet), in cui affiora un mosaico di personaggi straordinari che lottarono per rendere l’Italia indipendente dalla tirannide austriaca, ma anche per liberare il Paese dai tanti “tirannelli austriacanti”. Fra questi s’incontra anche un un patriota di Forlì noto come strozzapreti!

( ha collaborato Federico Tulli)

dal quotidiano Terra 2011

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Quel Cagliostro di Yves Klein

Posted by Simona Maggiorelli su Mag 29, 2009

A Lugano una mostra dedicata all’inventore dei monocromi blu. In dialogo con l’opera della sua compagna Rotraut. Mentre esce un suo testo inedito in Italia

di Simona Maggiorelli

blu Klein

blue klein

Della «meteora» Yves Klein che ha attraversato fulminea l’avanguardia del Novecento è stato detto pressoché di tutto. E il contrario di tutto. Sussunto tout court nel Nouveau réalisme dal critico Restany, che fu suo primo mentore, è stato poi ascritto all’astrattismo per i suoi monocromi di intenso blu Oltremare, un vibrante tono di colore, passato alla storia come “blu Klein”.
Ma c’è stato anche chi lo ha etichettato «artista zen», per la sua passione per le arti orientali e per certe sue enigmatiche «ricerche sul vuoto». Per non parlare poi di quella critica che, alla fine degli anni Sessanta  lo ridusse a mero anticipatore delle performance dell’action painting e della pop art americana. Definizioni queste (ma se ne potrebbero citare molte altre) che, anche quando non alterano del tutto il contenuto della ricerca di Yves Klein, bloccano la sua poliedrica avventura nell’arte in un singolo “fotogramma”. Una parabola artistica che nell’arco di pochi anni (Klein era nato nel 1928 e morì prematuramente nel 1962) si sviluppò fra tecniche e generi diversi, passando dai monocromi ai monogold, dai rilievi planetari alle fontane di acqua, alle sculture con il fuoco, alle architetture di aria, alle antropometrie, in un continuo tentativo di fondere arte e vita. Non in senso meramente estetizzante alla Oscar Wilde. Ma facendo dell’arte e della ricerca la propria vita. E al tempo stesso tentando di non far fuori la creatività dalla vita quotidiana. Elementi della biografia e della poetica di Yves Klein che, fuori da ogni mitizzazione, emergono con chiarezza dalla mostra che il direttore del Museo d’arte di Lugano, Bruno Corà, ha voluto dedicare alla sua opera, facendola “dialogare” con quella di Rotraut, la scultrice tedesca che fu sua compagna di arte e di vita. Un paso doble che porta nelle sale del museo svizzero (fino al 13 settembre, catalogo bilingue Silvana editoriale) un centinaio di opere di Klein e 22 sculture di Rotraut: forme essenziali in ferro e colore che evocano immagini stilizzate di donne che danzano, cavalli in corsa, forme giocose e vitali che Rotraut pensa per spazi en plain air. Nella parte dedicata a Klein e realizzata in collaborazione con Daniel Moquay dell’archivio Klein di Parigi, di fatto, sono ripercorsi tutti i cicli più importanti della sua opera. A cominciare dai suoi magnetici monocromi frutto di una originale ricerca sul colore puro, lontana dalla marmorea fissità dei monocromi di Malevich e tanto più dalle razionalissime campiture di colore tipiche di Mondrian.

Yves Klein

Yves Klein

Nella conferenza tenuta alla Sorbona nel 1959 – che ora l’editore O barra O edizioni pubblica in italiano insieme ad altri scritti nel volume Verso l’immateriale dell’arte, Klein mette in relazione i suoi monocromi con la ricerca sulla luce e sul colore di Delacroix, ma soprattutto con il blu di Giotto. «Considero Giotto come il vero precursore della monocromia» annota Klein in questo suo illuminante testo trascritto dalla registrazione, chiamando in causa certi “ritagli di cielo” degli affreschi di Assisi definiti «affreschi monocromi uniformi». Ma in questo prezioso volumetto si incontrano anche suggestivi frammenti di autobiografia. In uno scritto del 1960, intitolato con autoironia Yves il monocromo, Klein ricorda i giochi che faceva da bambino con il colore, il gusto di inzuppare le mani nella tinta e stamparle sulle pareti, come facevano gli uomini preistorici nelle grotte francesi che conservano straordinarie pitture rupestri. «Poi, però – ammette Klein – ho perso l’infanzia… e, adolescente, ho incontrato il nulla. Non mi è piaciuto. Ed è così che ho fatto la conoscenza del vuoto, il vuoto profondo, la profondità blu!». è l’inizio della sua avventura nell’arte. «La pittura non è più per me in funzione dell’occhio… – scrive Klein – la vera qualità del quadro, il suo essere, una volta creato, si trova oltre il visibile, nella sensibilità pittorica allo stato della materia prima». Klein detesta il rozzo materialismo, contro il quale scrive frasi fulminanti. Ma avverte anche i pericoli di una ricerca che rischiava di diventare assoluta, troppo astratta. «Monocromizzavo le mie tele con accanimento, poi si liberò il blu onnipotente che regna ancora e per sempre – scrive -. È a quel punto che non mi sono più fidato. Ho ingaggiato delle modelle nel mio studio, per dipingere non davanti a loro, ma con loro. Passavo troppo tempo in studio, non volevo restare così, solo soletto, nel meraviglioso vuoto blu che vi stava crescendo…». Parole in parte autocritiche, in parte rivelatrici di altro, che lasciano intendere che la dittatura del blu cominciava ad andargli stretta. E nella ricerca di Klein si aprì d’un tratto un nuovo ciclo, quello delle antropometrie, ricreando i giochi infantili con modelle spalmate di colore, che si muovevano «come pennelli umani». Un divertissment, ma anche una ricerca sul tema della presenza-assenza, dell’impronta, della traccia, in cui contavano, dice Klein, «non solo la forma del corpo e le sue linee» ma anche «il clima affettivo» di chi si prestava al gioco. «Quei segni pagani nella mia religione dell’assoluto monocromo – ammette Klein – mi hanno subito ipnotizzato». Opere che, al pari dei monocromi della prima ora, non mancarono di suscitare scandalo fra i benpensanti.
Nel libro di O barra O edizioni compare anche una spassosa recensione firmata da Dino Buzzati della mostra che Klein fece a Milano nel 1957. Con il titolo Blu Blu Blu fu pubblicata sul Corriere d’Informazione. Buzzati, in calce alla cronaca degli sghignazzi del pubblico, racconta che Klein a Milano vendette due opere al «modestissimo prezzo di 25mila lire al quadro». Uno dei due acquirenti era Lucio Fontana.

Quando molti anni dopo, nel 1968, la rivista Art et Création chiese a Fontana un ricordo di Yves Klein, l’artista italo-argentino ripose di getto: «Klein era una cosa incredibile. Non era solo una simpatia epidermica, ma tutta la sua personalità mi interessava». E alla domanda fatidica: che cosa rappresentava la sua opera? «Yves Klein rappresentava lo spirito nuovo. Diverso dai pittori espressionisti come Rothko, che si occupa della vibrazione luminosa dello spazio. Diverso da Pollock che vuole distruggere lo spazio, farlo esplodere, rompere il quadro. Diverso da me che cerco uno spazio altro. Lui era per l’infinito». Una riflessione che meriterebbe un intero saggio.

dal left- Avvenimenti   22 maggio 2009

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La Cambogia ritrova la sua memoria

Posted by Simona Maggiorelli su settembre 12, 2008

Affrontare la storia del regime dei khmer rossi. Dire chi furono i carnefici. Ridare voce alle vittime. Si apre il primo processo agli uomini di Pol Pot. Dopo trent’anni il Paese può voltare pagina
di Simona Maggiorelli

«Questo libro è la storia di una resistenza. Racconta un anno e mezzo di vita di un gruppo di giovane prostitute “salariate”, alloggiate dalla loro tenutaria nel Building bianco, un decadente edificio nel cuore della capitale Phnom Penh», annota Rithy Panh nella prefazione del suo toccante La carta non può avvolgere la brace (O barra o edizioni). Regista e scrittore, fra le voci più interessanti della Cambogia di oggi, da quando appena adolescente riuscì a scappare da un campo di lavoro dove l’avevano confinato i khmer rossi che avevano sterminato la sua famiglia, è impegnato a raccontare le ferite ancora aperte di un Paese dalla cultura millenaria, bellissimo e – sotto una quiete apparente – ancora non riconciliato. Un Paese che, dopo quasi trent’anni, aspetta ancora che i khmer rossi vengano giudicati. Mentre si fanno sempre più laceranti le contraddizioni di un boom economico che arricchisce politici e speculatori e spazza via interi villaggi di pescatori e sottrae terra ai contadini. Thida Mom, Sinourn e le altre giovanissime protagoniste di questo libro presentato al Festivaletteratura di Mantova sono fra le vittime di questo rapido processo. Molte di loro vengono dalle campagne e si prostituiscono per mandare i soldi a casa; a vent’anni prese nella spirale dello sfruttamento e di una vita che «le fa morire un po’ ogni giorno». Perché, racconta Panh in questo libro che ha la forza di un’inchiesta di denuncia e il respiro della poesia, nella realtà di queste ragazze non c’è solo l’Aids, ma anche il pericolo di una «morte psichica», del vuoto, del non sentire più niente. Ma poi le ragazze parlano, si aprono piccoli spiragli «e la loro voce si alza contro la negazione dell’essere umano», scrive Pahn, che nel Building bianco ha fatto anche trecento ore di riprese per raccontare la vita di queste ragazze. E attraverso le loro storie «il disastro senza nome di oltre 30mila donne cambogiane».

«Quando ho cominciato a scrivere il libro pensavo che nessuno potesse uscire da quella situazione. Ma fortunatamente è accaduto. Una di loro ce l’ha fatta. Girare il film con loro – racconta Panh – ha aperto spazi di vita in comune, a poco a poco si è stabilito un rapporto. Ne sono stato molto felice anche se – ammette Panh – ovviamente il mio libro non dà risposte. È fatto per sollevare domande. Con cui vorrei spingere le persone ad aprire gli occhi, a reagire». Un impegno appassionato che ha portato Rithy Panh a girare film un documentario come La macchina di morte dei khmer rossi e Gente di Angkor. Il suo prossimo documentario, già in cantiere, prosegue il discorso analizzando le scelte lessicali del linguaggio di regime. «Mi interessava capire come il fatto di dare un certo nome alle cose condizioni poi i comportamenti nelle persone – spiega Panh -. I khmer rossi, per esempio, non usavano il verbo uccidere, ma la parola distruzione, oppure parlavano astrattamente di togliere di mezzo un ostacolo». E di “ostacoli” alla costruzione dell’uomo nuovo i khmer rossi, negli anni 70, ne fecero fuori più di due milioni. Due milioni di persone torturate e uccise. I metodi di Pol Pot e dei suoi uomini per eliminare i presunti traditori del proletariato sono stati ricostruiti da Rithy Panh nel film S21, dal nome del famigerato centro di eliminazione dove i prigionieri erano obbligati a scrivere sotto tortura la propria storia facendo nomi di complici. Con un meccanismo perverso che induceva una spirale di paura, delazioni, eliminazioni. «Una pazzia totale, che ancora oggi non si riesce a spiegare», commenta Panh. «Forse Pol Pot e la sua banda pensavano alla Cambogia come a un piccolo laboratorio. Ciò che la Cina non poteva fare perché è un Paese troppo vasto. Ma non si può distruggere l’umanità». I khmer rossi hanno preso l’ideologia comunista cinese e l’hanno applicata in maniera violenta fino alle estreme conseguenze. «Non considerando che il marxismo dice che biosogna distruggere il capitalismo non che bisogna uccidere le persone». Pol Pot distruggeva le persone, se eri un ingegnere, un medico, un insegnante, per lui non potevi appartenere al proletariato e per questo eri il nemico da cancellare dalla storia. Storia che Panh ha cercato di riscrivere dalla parte delle vittime, restituendo loro voce e dignità. E anche se sono passati molti anni, Pol Pot è morto nel suo letto evitando i conti con la giustizia, lo scrittore cambogiano è convinto che il processo che si apre quest’anno sia un passaggio importantissimo per il Paese.

«C’è un lavoro enorme da fare di ricostruzione della memoria storica della Cambogia – dice -. Chi ha ucciso deve affrontare le sue responsabilità. La giustizia internazionale ora dirà finalmente chi è stato vittima e chi carnefice. È importante questo riconoscimento – ribadisce Panh – altrimenti non si può ripartire con una vita normale. Se vogliamo che il Paese si sviluppi, bisogna affrontare ciò che i khmer rossi hanno fatto. È ancora un veleno fortissimo che si trasmette di generazione e in generazione». E proprio pensando ai ventenni di oggi che non hanno vissuto il terrore del regime, Panh dice con fiducia «loro ce la possono fare, se investiamo in formazione e cultura». Ma non basta certo il recente boom turistico con un flusso sempre crescente di viaggiatori attratti da tesori archeologici come Angkor, la straordinaria città khmer costruita fra il IX e l’XI secolo.

Le svettanti torri di Angkor Wat e le rovine del tempio di Ta Prohm «sono un grosso problema oggi», abbozza con pizzico di provocazione Panh. «Si tratta di un patrimonio storico straordinario, di cui siamo orgogliosi, ma – spiega – il turismo non aiuta automaticamente la gente della regione. Può diventare motore di sviluppo per il Paese solo si è attenti a redistribuire la ricchezza e i vantaggi che ne derivano. La Cambogia è bella, è un Paese dove si vive bene, ma – stigmatizza Panh – non è un supermarket». Una prospettiva che il governo cambogiano, guidato da Partito del popolo dagli anni 80 non sembra del tutto scartare, se si guarda alla vendita di terra e di intere isole a magnati russi e ad aziende cinesi che il premier Hun Sen ha avallato. «Da quando è stato disarmato ciò che restava dell’esercito khmer si può viaggiare in Cambogia senza pericoli. Fino a qualche anno fa occorreva una scorta per andare a Angkor. «Ma non basta – commenta Panh -. Se vogliamo fare uno scatto in avanti, ora dobbiamo combattere la corruzione e la speculazione selvaggia». E se la globlalizzazione ha portato con sé aspetti positivi come maggiori possibilità di viaggiare e conoscere, «per un Paese che è stato in guerra per 25 anni come la Cambogia trovare un’equilibrio non è facile. Per poter essere ascoltati sul piano internazionale, per poter dialogare con gli altri, prima dobbiamo ricostruire la nostra identità, la nostra cultura, affrontando la memoria storica».

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