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Eva Cantarella sulle rotte di Erodoto

Posted by Simona Maggiorelli su agosto 19, 2014

NaveGrecaAntropologo ante litteram,  Erodoto viaggiò in Oriente per conoscere la cultura e i modi di vita di altri popoli. «Che seppe raccontare senza pregiudizi», racconta la grecista Eva Cantarella

di Simona Maggiorelli

In viaggio con Erodoto, nelle terre dei Persiani, dei popoli del Nord Africa e oltre le Colonne d’Ercole. Antropologo ante litteram, l’autore de Le storie si avventurò ben oltre i confini della Grecia e del Mediterraneo, per raccontare civiltà e culture differenti dalla propria. «Non risulta che avesse ricevuto incarichi ufficiali.

Intraprese coraggiosamente un “Grand tour” dell’Oriente per sete di conoscenza. E a quei tempi viaggiare era davvero un’impresa difficile e faticosa», dice Eva Cantarella che alla figura di Erodoto dedica gran parte del suo nuovo libro, Ippopotami e sirene (Utet).

Ciò che rende ancora oggi affascinante la narrazione dello storico greco non è solo il suo stile icastico e coinvolgente ma anche, e soprattutto, il suo sguardo libero dal tipico pregiudizio greco che stigmatizzava come barbaro chiunque non parlasse la lingua di Omero. Del resto, nota Cantarella, «tutta l’Odissea è costruita sul ritorno a casa, dalla moglie Penelope, contrapposta alle figure Circe e alle sirene, pericolose seduttrici». Il rapporto con l’altro, con lo sconosciuto, con l’ignoto nei poemi omerici è spesso avvertito come pericolo, mentre la forza di Erodoto, sottolinea la studiosa di diritto antico, risiede proprio nel «cercare di capire come funzionano la società, la famiglia, la religione, le leggi degli altri popoli. Anche nei luoghi più sperduti, Erodoto non dice mai “questi sono dei selvaggi”, non giudica».

Eva Cantarella

Eva Cantarella

Neanche quando, giunto a Babilonia, assiste all’asta pubblica delle ragazze da marito, arrivando così a capire che l’alto costo delle fanciulle più belle, quanto meno, serviva a trovare marito anche alle storpie. Giunto fra i popoli libici, poi, Erodoto racconta che lì le donne aggiungevano un anello alla caviglia per ogni amante e quelle che ne avevano di più erano le più stimate. «Chissà cosa avrebbe detto qualunque altro greco vista la loro nota misoginia!» esclama divertita Cantarella che ai giudizi sprezzanti di Aristotele sulle donne (dall’esimio filosofo considerate pazze) e alla pederastia come elemento fondante della polis e strumento per “educare” i ragazzini ha dedicato in passato libri importanti. «Erodoto non cancella le donne. Anzi, ce ne offre interessanti ritratti. Basta pensare ad Artemisia, la regina di Alicarnasso, unica condottiera donna nell’esercito di Serse alla quale, secondo Erodoto, il conquistatore persiano riconobbe di essere stata la sua migliore consigliera».

Merito di Erodoto è stato anche quello di mostrare come le culture antiche, entrando in contatto, vivessero momenti positivi di scambio, se non di vera e propria osmosi. Nell’antichità non viaggiavano solo le persone ma, con loro, viaggiavano i miti, le leggende, i topoi letterari. Nel libro Eroi viaggiatori (Einaudi) Robin Lane Fox «ha usato un’immagine molto felice», osserva Cantarella: «parla di scala mobile fatta di ascolti, cattivi ascolti, e visioni in cui varie versioni del mito si sovrappongono, mutano, vengono adattate e tradotte». E questo incontro culturale, suggeriva già Erodoto nella Teodicea, riguardava perfino il pantheon delle divinità.

IppopotamiLungi dall’offrire una visione granitica dell’antica Grecia (come quella tramandata poi dal neoclassicismo), l’autore de Le storie fu un antesignano di una visione polifonica della storia che esamina criticamente le fonti e «non si limita a descrivere i fatti ma – approfondisce Cantarella – tenta un’interpretazione.

La storia di Erodoto comprende anche la cultura, la religione, gli stili di vita, i costumi, tanto da aprire la strada al modo più moderno di fare ricerca sul campo». Ed ha aperto la strada a letture dirompenti come Athena nera di Martin Bernal, uscito negli anni Ottanta e recentemente riproposto da Il Saggiatore. Un saggio che indaga le radici afroasiatiche della civiltà classica e che, ricorda Cantarella, «nelle università americane è diventato un manifesto, in modo perfino eccessivo».

In Italia invece studi che mettono seriamente in discussione le radici indoeuropee dell’Europa non hanno mai varcato il ristretto ambito accademico. «Molto importante in questo senso è stato il contributo di Arnaldo Momigliano che, molto prima di Bernal, ha riconosciuto che in Oriente c’erano stati momenti di civiltà alta, raffinata, ma senza arrivare a dire che la civiltà greca non fosse mai stata creativa.

Kapuscinski

Kapuscinski

Lo stesso lavoro di Erodoto – rilancia Cantarella – ne è un esempio. Ed è un peccato che non sia abbastanza frequentato e letto». A farlo riscoprire al più ampio pubblico era stato una decina di anni fa Ryszard Kapuscinski nel libro in Viaggio con Erodoto (Feltrinelli) che il grande reporter polacco considerava la sua opera più importante. Facendo tesoro del metodo dello storico greco e della sua passione per quello che oggi chiameremmo dialogo interculturale, Kapuscinski nel suo libro scovava nessi profondi fra alcuni momenti della storia antica, anche duri e sanguinosi, raccontati da Erodoto, confrontandoli con le tensioni e i conflitti che in anni più vicini a noi hanno lacerato il Medioriente. Conflitti spesso dettati da ragioni economiche e politiche, per il controllo delle risorse, come è accaduto nella guerra Iraq-Iran all’inizio degli anni Novanta del secolo scorso. E che poi, con l’invasione americana dell’Iraq, sono diventati scontri connotati sempre più in senso religioso, resi feroci dall’esplodere del fondamentalismo. Per comprenderne le radici può essere utile andare a rileggere la storia, anche quella più antica, sostiene Eva Cantarella.

Come invita a fare, di recente, anche il filologo Maurizio Bettini in Elogio del politeismo, pubblicato lo scorso maggio da Il Mulino. In questo suo nuovo libro il docente dell’Università di Siena racconta come il pantheon greco si arricchisse nel rapporto con altre culture, ricordando anche che nell’antica Roma culti “stranieri” potevano essere accolti e aggiunti ai quelli romani dopo aver passato il vaglio del Senato.
Dal libro di Bettini emerge dunque un ritratto delle antiche società politeiste come estremamente più accoglienti e disponibili verso l’altro, rispetto alle religioni del Libro, di stampo monoteista. «Il politeismo antico – scrive il filologo – è interessante per il modo in cui le civiltà politeiste concepirono il rapporto con le divinità degli altri. Da questo punto di vista, infatti, il politeismo antico si ispirava a quadri mentali decisamente diversi da quelli propri del monoteismo». «Non c’è ombra di dubbio. Condivido totalmente i contenuti del saggio di Maurizio Bettini: un lavoro importante di cui, a mio avviso, si è parlato troppo poco», dice Eva Cantarella. Che aggiunge :«Il monoteismo si fonda sull’idea che il mio dio equivale alla verità mentre le divinità degli altri sono tutte false. Il mio dio ha ragione e gli altri hanno torto. La conseguenza di tutto questo è l’esplosione della violenza. Le crociate – conclude la studiosa – non sarebbero esistite se non ci fosse stato il passaggio al monoteismo».

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Frida Kahlo e il suo doppio

Posted by Simona Maggiorelli su aprile 25, 2014

Frida Kahlo The two Fridas 1939

Frida Kahlo The two Fridas 1939

Frida come dea azteca. Come un’icona india. Pagana e insieme cristiana, immagine sincretistica di tutte le religioni. Come raccontano i tanti simboli e gli oggetti di culto di cui amava ornarsi e circondarsi. Il tronco eretto, la schiena tenuta dritta da un busto che la ingabbiava a forza, dopo che un terribile incidente d’autobus le aveva spezzato la ossa. La sofferenza, il dolore, i gravi problemi di salute accompagnavano Frida Kahlo già dall’infanzia a causa di una poliomielite. Ma quell’accanirsi del destino sul suo esile corpo, invece di distruggerla, fu il motivo di un suo più forte attaccamento alla vita; fu la molla che la spinse ad una ricerca continua nell’ambito della pittura, ma anche nei rapporti umani.

Come racconta magistralmente Jean -Marie Le Clézio nel libro Diego e Frida (ora pubblicato in Italia da Il Saggiatore) quella sfrontata dodicenne che si era presentata a Diego Rivera mentre lui stava affrescando la parete della scuola, ancora giovanissima, anni dopo, riuscì a “catturare” questo gigante, impenitente donnaiolo, che già era un simbolo della rivoluzione messicana con i suoi murales.

Lui aveva 44 anni e veniva da Parigi dove aveva condiviso l’avventura dell’avanguardia con Picasso,Braque e altri artisti di primo piano. Lei, di anni, ne aveva 22 e veniva da un mondo provinciale e da una famiglia dominata da una madre bigotta. Ma Frida riuscì a sedurlo con quel suo sguardo bruciante, acuto, che scruta e interroga l’interlocutore come si vede nei suoi tanti autoritratti. Una bella scelta è esposta nelle Scuderie del Quirinale a Roma, nella antologica Frida Kahlo ( aperta fino al 31 agosto, catalogo Electa): la più ampia e articolata retrospettiva dedicata alla pittrice messicana in Italia. E che ha il merito di raccontare – intercalando opere e documenti d’epoca – il percorso dell’artista che passava con disinvoltura dalla pittura, al disegno, alla fotografia. Sempre con un piglio naif, di fresca e graffiante immediatezza. E se negli eleganti scatti fotografici si coglie il fascino che su di lei esercitò la fotografa comunista Tina Modotti con la sua estetica raffinata e popolare, nelle tele dai colori caldi e sgargianti, fortissima appare l’influenza dell’arte india, pre colombiana e di altre tradizioni autoctone latino americane, combinata con un certo gusto surrealista per le scene inquietanti, da incubo, trascritte in modo iperrealista.

Dominante nella pittura di Frida è anche il tema del doppio, dell’immagine allo specchio, del travestitismo, dell’ambiguità e dello scambio continuo fra maschile e femminile. Frida con i baffi, Frida in versione cristologica con una collana di spine, Frida immobilizzata da una gorgiera da imperatore. Ma anche Frida bambola di nastri e velluti, carica di gioielli etnici e sinistramente piatta e immobile. E’ spietata e crudele, anche con se stessa, Frida Kahlo che in quadri “sanguinanti” grida tutto il suo dolore. Sempre alla ricerca di una via di fuga dalla realtà quotidiana, anche attraverso il sogno della rivoluzione. Che infiammò il Messico tra il 1923 e il 1933. Una rivoluzione che aveva lo sguardo selvaggio ed eroico di Francisco Villa ed Emiliano Zapata e che trovò nell’arte dei muralisti i suoi più grandi narratori. (Simona Maggiorelli)

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Dal Magma tante idee

Posted by Simona Maggiorelli su agosto 14, 2013

MagmaFasci di luce colorata disegnano paesaggi fiabeschi sui muri secolari della ex fonderia dell’Ilva a Follonica, nel grossetano. Un luccicare di foglietti di metallo dorati evoca l’immagine del fuoco che nel forno di San Ferdinando è stato alimentato da molte generazioni di operai, tra il 1818 e la seconda metà del secolo scorso. Fra gli anziani della Maremma la memoria del lavoro in questo complesso siderurgico è ancora forte e alcune testimonianze videoregistrate fanno arrivare anche a chi visita oggi questo reperto di archeologia industriale la vita collettiva che animava questi luoghi, da poco diventati spazio espositivo. Nell’antico edificio (risalente al XV secolo) e intorno alla fornace accesa all’epoca del Granduca Ferdinando, e ormai spenta da tempo, è cresciuto il Magma – Museo delle arti in ghisa della Maremma che rilancia l’identità del territorio e dà voce ai tanti che hanno lavorato fra queste mura.
Storia del lavoro, antropologia, cronaca locale, ma non solo. Perché grazie al raffinato progetto di recupero firmato dagli architetti Barbara Catalani, Marco Del Francia e Fabio Ristori (che hanno vinto la gara pubblica nel 2007) il Magma si presenta anche come un luogo d’arte e di installazioni multimediali che ricreano il passato in un racconto per immagini assai suggestivo. Aspirando in futuro a diventare anche laboratorio creativo e centro di produzione culturale. Da fonderia della vena elbana per la ghisa a fucina di idee, insomma. Il Magma fa vedere concretamente che cosa potrebbe diventare quel patrimonio di archeologia industriale sparso per la penisola e che, perlopiù, sta andando in malora.
Com’era quel paesaggio industriale negli anni Cinquanta e Sessanta, quando il design e l’architettura d’avanguardia incontravano la migliore imprenditoria italiana, lo documenta la mostra La Rinascita, aperta fino al 3 novembre in palazzo Mazzetti ad Asti (catalogo Skira), proponendo, fra l’altro, i progetti di Carlo Scarpa per i villaggi Eni e immagini del canavese riprogettato da Olivetti. Come sono diventati molti complessi industriali nel frattempo dismessi lo racconta, invece, Giancarlo Liviano D’Arcangelo nel suo bel libro reportage Invisibile è la tua vera patria pubblicato da Il Saggiatore.
Dalle ciminiere corrose di Taranto, dalla sbrecciata Zisa di Palermo (un tempo rigogliosa casba) a quel gioiello di vetro e di luce che era la fabbrica olivettiana ad Ivrea. In questo viaggio attraverso la penisola Liviano D’Arcangelo fonde inchiesta, memoir, diario, racconto letterario facendo tornare alla mente del lettore uno scrittore come W.G. Sebald e il suo Gli anelli di Saturno  (Adelphi). E in questo pellegrinaggio in cerca di reperti di archeologia industriale sono spesso incontri di forte impatto, anche emotivo. Come quando il giornalista e scrittore, in Puglia, raggiunge una masseria «un tempo bellissima, che è stata inghiottita dall’Italsider quando era già morente». E più avanti: «L’ area della cava è un paesaggio lunare…Il risultato è un enorme pattumiera piena di scorie in lavorazione».  Dal Sud al profondo nord la narrazione civile di Giancarlo Liviano D’Arcangelo è punteggiata di «rovine ribollenti appena sfornate e prive delle carezze del tempo». (Simona Maggiorelli)

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Riscossa romena al Salone del libro

Posted by Simona Maggiorelli su Mag 5, 2012

In barba alla crisi economica, a Bucarest e in altre regioni del Paese, fiorisce una nuova stagione letteraria. Decine di scrittori uniscono la fantasia alla riflessione politica. In una lingua che- dice Norman Manea – ha saputo resistere agli sfregi fascisti e alla vuota reorica dell’apparato comunista

di Simona Maggiorelli

 

Liliana Lazar

Liliana Lazar

La Romania, insieme alla Spagna, è il paese ospite del Salone del libro 2012, dal 9 al14 maggio. E chissà se i media italiani finalmente coglieranno questa buona occasione per abbandonare l’atteggiamento di razzismo strisciante, restituendoci l’immagine di una delle nazioni letterariamente più fertili d’Europa, quale è la Romania oggi. Con una nuova generazione di scrittori trenta e quarantenni che sa unire la tradizione letteraria alta di Cioran, Celan e Ionesco con l’ innovazione, che sa mettere insieme la fantasia di narrazioni epiche e visionarie con l’urgenza politica di riflettere sulle ferite lasciate dal regime di Ceausescu. Come testimoniano gli stessi romanzi del premio Nobel Herta Müller, di cui Feltrinelli sta meritoriamente pubblicando l’intera opera. Le piccole e medie case editrici italiane, più agili e creative – va detto – se ne erano accorte già da tempo. Quando in Italia la Müller era ancora sconosciuta, il suo Una mosca attraversa un bosco dimezzato fu pubblicato da Fuoricampo e una sua novella da Avigliano. Ma soprattutto, da una manciata di anni, nelle librerie italiane si segnalano alcune delle migliori opere della cosiddetta nuova onda romena, dall’immaginifica Crociata dei bambini (Isbn) di Florina Ilis, al caustico e surreale Dita mignole (Fazi)  di Filip Florian  fino al grottesco Il paradiso delle galline (Manni)  di Dan Lungu.

E sarà proprio il quarantatrenne Lungu, docente universitario e autore di sferzanti tragicommedie sulla dittatura, ad aprire la serie di incontri torinesi sulla Romania, insieme a Doina Rusti – che con il suo Zogru o 500 anni di solitudine (Bonanno) ha sfidato Gabriel Garcia Marquez , e a Liliana Lazar , autrice del fiabesco Terra di uomini liberi (Marco Tropea) in cui la giovane scrittrice che vive in Francia traccia un potente ritratto della Romania, terra dalla bellezza incantata e selvaggia e insieme labirinto di orrori di regime.

Mircea Cartarescu

Mircea Cartarescu

Ricordando che i poeti sono stati «i polmoni con cui ha respirato il popolo romeno mentre l’aria della libertà si faceva sempre più rarefatta», come dice lo studioso Corrado Bologna, ampio spazio al Lingotto sarà dato anche alla poesia, con Ana Blandiana e un esponente della nouvelle vague romena come Mircea Cărtărescu, di cui Voland ha appena pubblicato  i racconti nel volume Nostalgia.

Fiero oppositore di Ceausescu, un grande intellettuale laico e umanista come Norman Manea (nato nel 1936 nel Nord della Romania) aveva cominciato a riflettere sulla necessità dell’esilio e sul fallimento degli intellettuali nella dittatura già negli anni Sessanta e in libri che sono ormai dei classici come Clown. Il dittatore e l’artista (Feltrinelli, 1994). Dal 1986 Manea vive a New York e insegna European Culture al Bard College, ma ancora oggi sentendosi un alieno, un outsider, nella società americana. Lo racconta nel libro intervista Conversazioni in esilio che esce il 10 maggio in Italia per Il Saggiatore e che l0 l’autore presenterà a Torino l’11 e il 12 maggio insieme al saggio Al di là della montagna, dedicato al poeta ebreo di origine romena Paul Celan e a Benjamin Fondane, scrittore e pensatore tedesco, deportato e ucciso ad Auschwitz.

«Tutto negli Stati Uniti mi ha sempre fatto sentire estraneo», racconta Manea a Hannes Stein, che lo ha incontrato a New York nel 2010 raccogliendo tre giorni di conversazioni. «L’America è proprio come un’isola: è a tutti gli effetti isolata» continua lo lo scrittore, «è provinciale e al tempo stesso può credere di essere una superpotenza!». Ma bersaglio del grande umanista è anche il linguaggio americano «stupido e tronfio che si esprime per categorie sportive e militari». Lui, in esilio, diversamente da Cioran e Ionesco, ha sempre continuato a scrivere in romeno come “lingua interiore” dell’infanzia, per quanto passata nei lager della Trasnistria dove fu internato dal governo filofascista romeno. Ma anche perché, dice Manea, la lingua romena ha saputo resistere agli sfregi fascisti e alla vuota retorica dell’apparato comunista. E quando l’intervistatore gli chiede: qual è la frase americana che le incute più timore? «“Nulla di personale”», risponde a bruciapelo Manea. «È uno slogan che qui si sente spesso. “Lei è licenziato. Nulla di personale”. Ma come potrei non considerarlo come qualcosa di personale?». Così l’ex ragazzino sopravvissuto al lager e che al liceo fu affascinato dall’utopia comunista e dal sogno dell’uomo novo, per poi, subito, dissociarsi dal regime romeno-stalinista, oggi non risparmia critiche al capitalismo selvaggio americano e alla sua perdita di umanità, raccontando senza accenti moralistici come «eros e malattia giocano a nascondino nei campus puritani» in cui vige ancora il mito di una America paese della libertà sfrenata, mutuato dal ‘68 e declinato alla maniera di Reagan. Ancora una volta andando controcorrente, a costo di attirarsi gli strali della stampa ufficiale. In America come in Romania, dove una certa intellighenzia diventata nazionalista dopo la fine di Ceausescu ancora non gli perdona di aver smascherato una gloria nazionale come Mircea Eliade, ricostruendone la diretta militanza nel gruppo fascista della Guardia di ferro.

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C’è chi dice no, all’obiezione di coscienza

Posted by Simona Maggiorelli su ottobre 30, 2011

di Simona Maggiorelli

obiezione di coscienza

Come è già accaduto per la legge 40, smantellata in larga parte, grazie al coraggio di coppie infertili che hanno portato il proprio caso di fronte alla Corte costituzionale, potrebbe accadere che anche l’obiezione di coscienza prevista dalla legge sull’aborto, venga messa in discussione dalla Consulta. Al convegno romano della Laiga, l’associazione dei ginecologi per l’attuazione della 194, lo ha annunciato l’ordinario di diritto costituzionale dell’Università di Milano Maria Elisa D’Amico mettendo in luce come vari articoli della Costituzione, a cominciare dal 32 sul diritto alla salute, confliggano con la scelta dei medici obiettori. E mentre si attende che il ministro della Salute risponda all’interrogazione parlamentare che la senatrice Pd Vitttoria Franco ha avanzato denunciando i numeri record dell’obiezione in Italia, ripercorriamo la storia di questo istituto con la filosofa della scienza Chiara Lalli, autrice del libro-inchiesta C’è chi dice no. Dalla leva all’aborto, appena uscito per Il Saggiatore.

Anni fa, va ricordato, chi sceglieva la via dell’obiezione non lo faceva alla leggera, essendo consapevole di dover pagare, per questo, un prezzo alla società. «Gradualmente l’obiezione è entrata nella legge, è divenuta un diritto positivo e nel caso della legge 194 non prevede alcuna conseguenza com’era invece nel caso del servizio civile sostitutivo all’obbligo di leva. L’obiezione di coscienza ha assunto così il volto del privilegio, che niente ha a che fare con la libertà di coscienza» sottolinea la docente de La Sapienza.

Ma quali sono le ragioni che spingono un numero altissimo di ginecologi in Italia a dichiararsi obiettori? «C’è chi davvero ritiene che l’aborto sia immorale e non vuole esserne complice- risponde la Lalli -. Ma ci sono anche posizioni di comodo. Eseguire aborti è una pratica ripetitiva, noiosa, talora controproducente per la carriera. Senza trascurare un meccanismo vizioso: più sono i medici che obiettano, meno quelli che eseguono le interruzioni di gravidanza , che finiscono per fare solo aborti. Oggi in Italia i medici non obiettori sono circa il trenta centro e l’applicazione della 194 grava tutta sulle loro spalle».

Mentre le nuove leve fra i ginecologici, purtroppo, non sembrano indicare un cambio di direzione. «I medici più giovani- prosegue Lalli – sembrano rendersi poco conto del pericolo di ricacciare l’aborto nella clandestinità, tra le mammane e la paura». Così, specie se allarghiamo lo sguardo all’Europa, quello che si profila è un caso d’ emergenza tutto italiano.«Tra i Paesi in cui l’aborto è legalizzato, l’Italia ha il primato assoluto di obiettori di coscienza. In un documento, redatto dal Social Health and Family Affairs Committee nell’estate del 2010 – dice Chiara Lalli -, l’Italia è segnalata come Paese che regolamenta in modo inadeguato l’obiezione di coscienza. Insieme alla Polonia e alla Slovacchia». E il quadro italiano si aggrava ulteriormente grazie a quei farmacisti che pretendono di fare obiezione di coscienza rispetto alla vendita della contraccezione di emergenza prescritta dal ginecologo. « Siamo nel nonsense assoluto – commenta Lalli-, la contraccezione d’emergenza ha effetti contraccettivi e non abortivi. Però il disegno di legge in merito, e i tanti che blaterano contro la cosiddetta pillola del giorno dopo, non si curano di leggere la letteratura. Quale sarebbe la ragione per obiettare? Obiezione di coscienza anche per preservativi e diaframma? Aspetto non secondario: i farmacisti godono di un monopolio assoluto. Una simile legge- conclude Chiara Lalli – sarebbe un capolavoro di scemenza”. Senza contare che già molti farmacisti si rifiutano di venderla e molti medici dei pronto soccorso di prescriverla. “Tutto ciò è illegale- ribadisce la filosofa e bioeticista- la contraccezione d’emergenza oggi è ancora nostro diritto». Anche se non di rado difficile da esercitare come hanno raccontato anche inchieste tv che hanno filmato quante e quali porte chiuse incontri una donna che a Roma abbia bisogno della pillola del giorno, un farmaco che in Francia come in Inghilterra è venduto senza ricetta.

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Un crociera di carta, tra Nilo, faraoni e piramidi

Posted by Simona Maggiorelli su settembre 28, 2011

Dal 14 al 18 maggio va in scena a Torino la XXII edizione della Fiera internazionale del libro. L’Egitto Paese ospite al Lingotto, in ricordo di un maestro come il Nobel Mahfuz. Sono tantissimi anche gli appuntamenti per l’editoria di casa nostra. Dopo il successo di Palazzo Yocoubian e Chicago, ‘Ala al-Aswani si riconferma voce coraggiosa e anti regime con un nuovo romanzo: Se non fossi egiziano. Mentre nuovi giovani talenti crescono

di Simona Maggiorelli

00155Scontro di civiltà fra Occidente e Oriente? Se ne è fatto un gran parlare negli ultimi anni. A mio avviso, senza senso». Parola di ‘Ala al-Aswani, l’autore di Palazzo Yocoubian e di Chicago (entrambi editi da Feltrinelli), lo scrittore egiziano più letto in Medio Oriente, ma anche il più tradotto in Occidente.
«Ho sempre pensato che la civiltà sia uno dei risultati più alti della creatività umana» accenna lo scrittore al telefono, poco prima della sua partenza per Torino. «Lo scontro, quando avviene – precisa al-Aswani – semmai è causato dal fondamentalismo religioso. Nella storia le religioni sono sempre state usate per sostenere guerre e per uccidere. E in questo le confessioni religiose sono tutte uguali, a qualsiasi libro sacro appartengano. Io sono musulmano perché sono nato in un Paese che professa questa fede, ma se fossi nato in un Paese cattolico, probabilmente sarei stato cattolico…». Sottile e tenace critico della situazione sociale e politico dell’Egitto di oggi, coraggioso nella sfida ai maggiori tabù della tradizione, ‘Ala al-Aswani è uno degli ospiti più attesi della Fiera del libro 2009, in programma al Lingotto dal 14 al 18 maggio. al-Aswani incontrerà il pubblico il 16, in occasione dell’uscita del suo nuovo libro Se non fossi egiziano (Feltrinelli, in libreria dall’9 maggio), in cui lo scrittore egiziano, sullo sfondo delle vie del Cairo, tratteggia una galleria di personaggi di oggi mandando in frantumi ogni oleografia. Così, fra un ricercatore in medicina che non trova come finanziare i suoi progetti, le meschinità di un bottegaio e il moralismo di una studentessa osservante quanto ipocrita, s’incontrano personaggi che nulla hanno di prevedibile e scontato. E proprio questa schiettezza, la sottile ironia, ma anche la calda umanità che “trasuda” dalla scrittura di al-Aswani, ne fanno una voce originalissima nel panorama della letteratura egiziana. Ma anche una delle più criticate dalla fronda più moralistica e religiosa dei lettori. E delle più bersagliate dalla censura.

Realtà e immaginazione
Se non fossi egiziano_643371262«Al Cairo – racconta al-Aswani – il primo ad aprire un cinema fu un italiano. Si chiamava Delio Astrologo. Trovandosi sempre di fronte un pubblico che si spaventava a morte quando sullo schermo appariva un treno che sembrava correre verso di lui, adottò questa tecnica: ogni sera, accompagnati gli spettatori in sala, prima che si sedessero, spiegava loro, con tanto di prove a misura di polpastrelli, che quello che avevano davanti non era che un pezzo di stoffa».
Un secolo dopo lo scrittore egiziano confessa di trovarsi in una situazione curiosamente simile. «Tra i lettori di narrativa – chiosa al-Aswani – purtroppo, c’è ancora chi fa la stessa identica confusione tra realtà e immaginazione. Dopo l’uscita del romanzo Chicago ho ricevuto dosi settimanali di insulti da lettori fanatici secondo i quali, rappresentando un personaggio di una ragazza velata che rinuncia ai suoi principi, offendevo tutte le musulmane velate e dunque l’islam stesso». Ma questo, certamente, non è bastato a fermare la fantasia dello scrittore e il gusto di uno scrivere senza censure.
«Terminati gli studi di medicina negli Stati Uniti, alla fine degli anni Ottanta sono tornato a vivere in Egitto – scrive ‘Ala Al -Aswani nel libro – e avrei voluto dedicarmi solo alla scrittura. Ma dovevo fare il dentista per guadagnarmi da vivere. Così ho scisso la mia vita in due: una vita regolare, seria, da persona rispettabile, come medico, e un’altra da scrittore, libera, esente da ogni restrizione sociale e pregiudizio. Tutti i giorni, dopo il lavoro, mi precipitavo alla scoperta della vita nelle sue forme più originali ed eccitanti. Andavo a zonzo nei luoghi più bizzarri, incontravo persone poco convenzionali, spinto da una curiosità impellente e una reale necessità di comprendere la gente e di imparare quel che aveva da insegnarmi».
Una passione per l’umano, in tutti i suoi aspetti, che rende viva e irresistibile la prosa di questo scrittore che qualche critico definisce “il Nagib Mahfuz contemporaneo”. Di fatto il Nobel scomparso nel 2006 è “il nume tutelare” e la personalità forte che aleggia su tutti gli appuntamenti di questa Fiera del libro 2009, che ha scelto l’Egitto come Paese ospite. Ma il 16 maggio la casa editrice Newton Compton gli dedicherà un appuntamento speciale, un reading di pagine scelte dai suoi capolavori, da Rhadopis a Il romanzo dell’Antico Egitto, da La cortigiana del faraone a Il giorno in cui fu ucciso il leader, fino a Karnak cafè. Con una sorpresa per il pubblico italiano: l’uscita, sempre per i tipi di Newton Compton, di Autunno egiziano, un affascinante racconto-affresco del Cairo, a oggi ancora inedito in Italia.

Zigzagando tra gli appuntamenti
Ma zigzagando fra i moltissimi appuntamenti della sezione dedicata all’Egitto – fra i quali segnaliamo in particolare “L’Egitto al femminile” con Radwa Ashur, Salwa Bakr, Ahdaf Soueif e Mira Al Tahawi e la lectio magistralis dell’archeologo Zahi Hawass, autore dell’affascinate Le montagne dei faraoni (Einaudi) – da non perdere di vista, l’incontro con lo scrittore emergente Ahmad al-Aidy, caso letterario in Egitto e in Inghilterra del 2008 proprio per la penetrazione psicologica con cui questo giovane autore egiziano (classe 1974) racconta una generazione «che non ha nulla da perdere». Linguaggio ironico, scheggiato, scrittura sincopata che procede per flash, diversamente dalla prosa più distesa e classica di al-Aswani, quella di al-Aidy nel romanzo Essere Abbas al-Abd (il Saggiatore, dal 7 maggio in libreria) procede per improvvisi scatti, impreviste accelerazioni nel raccontare una porzione di gioventù intrappolata in un mondo di rapporti malati, senza un filo e al tempo stesso scapicollati fra sms, mondi virtuali e McDonald’s. Con un registro completamente diverso, anche qui troviamo il coraggio di uno sguardo “crudele” che va fino in fondo. La voglia di guardare in faccia la realtà senza infingimenti. Con un linguaggio letterario nuovo, creativo, che non si ferma alla cronaca.
«Il successo internazionale di uno scrittore artisticamente maturo come al-Aswani, ma anche l’emergere di voci dichiaratamente controcorrente come al-Aidy sono la riprova di quanto la scena culturale sia cambiata in Egitto, di quanto sia diventata finalmente più libera» commenta Fabio El Ariny, lo scrittore italo egiziano che ha fatto molto parlare di sé con il romanzo d’esordio, Il legame (Besa) nel quale si immagina un nesso fra l’incidente aereo che accadde a Malpensa e l’attentato alle Torri gemelle. Al centro del racconto c’è un giovane immigrato ingiustamente accusato di terrorismo. El Ariny, che come al-Aswani ha una “doppia vita” fra lavoro e scrittura, sarà a Torino il 15 maggio per parlare di letteratura egiziana. In queste settimane è anche al lavoro su un nuovo romanzo «che – ci anticipa – sarà completamente diverso dal precedente, che era stato definito un thriller».

Un Paese democratico?
Nato in Italia, El Ariny è cresciuto e ha studiato in Egitto. «Là vivono i miei genitori e da quando nel 1992 mi sono trasferito in Italia ho continuato a frequentare molto il Paese – racconta – così ho potuto vedere passo dopo passo il cambiamento che l’Egitto ha fatto dalla fine degli anni Ottanta. Allora era impossibile criticare il governo. Non c’erano giornali, se non quelli di regime e in pubblico bisognava stare molto attenti a quel che uno diceva. Oggi, giustamente, c’è chi dice che l’Egitto non sia un Paese democratico ma bisogna ammettere anche che la censura si è un po’ allentata: quando ero piccolo, per esempio, certi libri di Mahfuz si potevano acquistare solo in Libano, che sotto questo riguardo è sempre stato un Paese più libero dell’Egitto. Negli ultimi anni sono nati giornali di opposizione, possono emergere voci libere di scrittori, anche apertamente critiche. Molti di loro saranno ospiti a Torino. E proprio per questo sarebbe assurdo boicottare la Fiera».
«La scena editoriale egiziana è molto cresciuta e si è molto movimentata negli ultimi anni. Accanto alle case editrici più grandi e ufficiali sono nate imprese più piccole e indipendenti, che qualche anno fa sarebbero state impensabili» conferma Barbara Ferri, che per le Edizioni e/o segue il progetto Sharq/Gharb: una costola della casa editrice romana che traduce e pubblica in arabo letteratura italiana contemporanea ma al contempo promuove coedizioni arabe di opere di autori mediorientali. «La Fiera del libro del Cairo è un buon termometro della situazione. E l’ultima edizione è stata quanto mai frequentata e ricca di proposte. Anche dal punto di vista dell’editoria – sottolinea Ferri -. Ovviamente non si può parlare dei Paesi arabi in generale, perché ciascuno ha la sua storia. Ma se, per esempio, in Siria non siamo ancora riusciti a creare rapporti di collaborazione con l’editoria locale, a causa di una forte presenza della censura, in Libano non abbiamo mai avuto problemi. La novità ora riguarda proprio l’Egitto dove per la prima volta sta nascendo un’attenzione viva anche per quel si pubblica nei Paesi che si affacciano sul Mediterraneo».

IL PUNTO Quelle star del boicotaggio
di Tahar Lamri
*

Il direttore della Fiera del libro di Torino, Ernesto Ferrero, ha dichiarato a Libero: «Ci saranno tante star e ne siamo contenti, perché servono a creare movimento e ottengono spazio sui mezzi di informazione». L’evocazione di queste parole (star, movimento e ottenere spazio), in ambito letterario, è già di per sé motivo sufficiente per boicottare una manifestazione. Non per motivi ideologici, ma perché, in un mondo letterario perfetto, il libro è invito alla lentezza e a combattere le forme dello star system e dello sgomitare per avere un posto sui media.
L’appello a boicottare la Fiera, sottoscritto anche da Gianni Vattimo, crea proprio quel movimento che assicura spazio sui mezzi di informazione e fa di Vattimo una star e siccome questo movimento tende a fagocitare il suo nucleo, cioè in questo caso la difesa dei diritti umani, e focalizzare tutta l’attenzione sulla periferia, cioè la polemica-spazzatura che si nutre di vecchie e nuove polemiche, alcuni giornalisti fanno i conti con chi davvero difende i diritti umani e spostano l’asse della discussione su tutto ciò che è marginale: Israele è più democratico dell’Egitto, Tariq Ramadan non dovrebbe essere invitato perché l’anno scorso… ecc.
Sheherazade ci insegna che la letteratura salva la vita, ma è da molto tempo che la letteratura si è dimessa da questa funzione. Dai tempi di Camus, Franz Fanon, Aimée Cesaire, molti scrittori sudamericani torturati, segregati, confinati, proprio per difendere i diritti umani e il diritto alla parola. Poeti Cheyenne che vivono a stenti nelle democrazie consolidate. Boicottare o non boicottare una Fiera del libro è soltanto un esercizio ozioso per creare, appunto, star, movimento e ottenere spazio.

*Scrittore e studioso di intercul  10 maggio 2009

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La memoria dei classici

Posted by Simona Maggiorelli su agosto 31, 2011

maurizio bettini

Il senso della memoria per gli antichi Greci e per Romani. Il filologo dell’Università di Siena Maurizio Bettini  – che  sabato 29 settembre 2012 presenta il suo nuovo libro Contro le radici (Il Mulino) alla libreria Amore ePsiche di Roma – ne aveva parlato a Left in  in occasione dell’edizione 2011 del Festival della mente di Sarzana.

di Simona Maggiorelli

mnemosyne

Mentre la storia antica, latina e greca, si studia sempre meno nelle scuole italiane, per non parlare poi di quella assiro-babilonese definitivamente espunta da programmi scolastici grazie all’ultima serie di riforme e controriforme, la proposta che viene da una fortunata kermesse come il Festival della mente di Sarzana si segnala decisamente in controtendenza: nel fitto carnet di incontri dell’ottava edizione, in programma dal 2 al 4 settembre, si legge infatti l’intenzione di aprire un’agorà di riflessione critica sulle radici culturali dell’Europa e sui rapporti che, attraverso il Mediterraneo, abbiamo intessuto nei secoli con la Grecia e con le millenarie culture del Medioriente. Una serie di importanti pubblicazioni apparse di recente, del resto, già riaccendono il dibattito a livello internazionale (ne accenneremo in breve). Anticipando a left alcuni temi della lectio magistralis che terrà il 3 settembre al Festival (alle 10,30 nella Fortezza Firmafede) ce ne parla qui uno studioso di cultura antica come Maurizio Bettini, filologo dell’Università di Siena, autore di importanti monografie sulla mitologia greca, ma anche romanziere.

A Sarzana, in particolare, Bettini racconterà le molteplici figurazioni culturali (divine, mitologiche, narrative, metaforiche) della memoria nella Grecia antica confrontandole con il modo di intendere la memoria a Roma, dove la dea Moneta «fa ricordare il proprio dovere a custodi distratti e mette in guardia i cattivi amministratori del pubblico fisco. Rammentando ciò che altrimenti si rischia di dimenticare, alla maniera di un’agenda computerizzata».
Professor Bettini la concezione greca della memoria, al fondo, in cosa differiva da quella romana?
I miti greci parlavano dell’importanza della memoria e nella Teogonia di Esiodo compare la dea Mnemosyne che ha per figlie le Muse. Così i Greci costruivano miticamente il rapporto poesia – memoria, nella loro cultura orale. La scrittura, non va dimenticato, in Grecia comincia ad essere usata non prima del VI a C. Tutta la poesia omerica è produzione orale: c’è un poeta che dice di essere in rapporto con le muse e di ricevere da loro la memoria dei fatti che racconta. A Roma, veri e propri miti di memoria, invece, non ce ne sono. Ma c’è una divinità interessante, che i Romani chiamano Moneta. Come tutte le divinità latine con il suffisso “ta” indica un’attività. Come Tacita è la dea che mi fa tacere, Moneta è quella che mi fa ricordare. Anche che questo pezzo di metallo vale un tot.
Potremmo dire che nell’epos c’era una memoria fantasia, mentre i Romani di distinguevano per un approccio più “razionale”?
Questa è la classica distinzione: i Greci erano quelli della fantasia, dei poemi, mentre i Romani erano quelli pratici che non avevano tempo da perdere perché dovevano conquistare il mondo. Ma la faccenda è più complessa. I Romani non avevano una religione mitologica fatta di racconti. La loro era di carattere rituale. Ciò che contava era eseguire scrupolosamente i riti; si tramandavano le formule. Non esisteva a Roma alcun racconto di cosmogonia, come invece c’era in Grecia e in Mesopotamia. Sembra quasi che i Romani non si fossero mai preoccupati di formulare racconti su come è nato il mondo. La prima cosmogonia che troviamo a Roma è filosofica, comincia con Lucrezio e con Virgilio. Beninteso anche loro avevano i loro miti, per esempio Romolo e Remo, l’arrivo di Enea nel Lazio ecc., ma erano di tipo assai diverso da quelli greci.
Nella Grecia antica qual era il nesso fra immagini e memoria? Nel libro Il ritratto dell’amante (Einaudi) lei racconta che anche il sogno aveva un ruolo prioritario.
Facciamo un esempio: noi diciamo “ho fatto un sogno”. I Greci invece dicevano “ho visto un sogno”. La nostra metafora è piuttosto grossolana, fa pensare che il sogno sia una sorta di funzione corporale. Per i Greci il sogno era una manifestazione che si esplicitava nella visione. Che talora può essere addirittura comune a più persone. Si racconta di sogni multipli in Grecia. Tutta la città può sognare la stessa cosa per una volta. Così il sogno ha conseguenze concrete. Si può trasformare in una realtà a partire dal fatto che c’è un nome per questo. Normalmente il sogno si chiamava “onar”, da cui onirico. Ma c’era un’altra parola per indicare, invece, il sogno che si avvera. Insomma il sogno era un’esperienza molto più reale, più concreta, per i Greci di quanto non lo sia per altri. Detto ciò c’erano anche sogni che in Grecia si dicevano derivati da cattiva digestione, o da eccesso di fatica, per cui uno sogna ciò che ha fatto il giorno prima. Ma è una categoria di sogni diversa da quella che ha una forte componente di realtà tanto da anticipare il futuro, da dare indicazioni di comportamento.

odisseo e sirene

Lo stesso Omero distingueva fra sogni falsi e veritieri.
Due sono le porte dei sogni, diceva, una di corno e una di avorio. Esistono sogni veritieri destinati a durare e sogni che sono degli inganni. Facendo somigliare stranamente i sogni anche alla poesia:  e Muse, incontrando Esiodo nella Teogonia, lo avvertono: noi diciamo molte cose vere ma anche molte cose che sono solo simili al vero, cioè false, perché la divinità – e qui torniamo al tema della memoria – può suggerire cose che non sono vere. Al pari di certi sogni.
Studiosi come Christian Meier in Cultura, libertà, democrazia (Garzanti) e in Italia Gaetano Parmeggiani con Lo scudo di Achille (Sellerio), con percorsi diversi, ora tornano a tratteggiare l’immagine di una Grecia antica in cui gli aedi- cantastorie avevano molto più potere dei sacerdoti. Cosa ne pensa?
Non si può negare che rispetto ad altre culture contemporanee, ma anche successive, quella greca aveva aspetti peculiari assai interessanti. Come l’importanza data ai poeti rispetto ai sacerdoti. In Grecia non c’era un vero e proprio clero. L’idea di una Chiesa o di Chiese era loro totalmente estranea. Quando a noi sembra addirittura normale, dacché il mondo cristiano, ma anche quello ebraico e musulmano, vive in forme di clero organizzate. E in Grecia non esisteva un libro che dicesse come è fatta la religione, come pregare Dio. C’erano varianti infinite di miti, che raccontavano, in modi anche molto diversi fra loro, storie sugli dei. I culti locali si tramandavano con forme di memoria, di tradizione orale, ma non c’era un protocollo ufficiale da rispettare, pena l’eresia. In questo senso quello greco era un mondo profondamente più libero. L’ateismo totale veniva condannato solo perché avrebbe potuto mettere in crisi la polis. Ma non c’era un’ortodossia. Tutto il mondo antico pullulava di culti diversi, legati a quella meravigliosa esperienza che era il politeismo. In cui una divinità non escludeva l’altra. L’esclusione è tipica, invece, dell’ebraismo e delle religioni che ne sono discese.
Nel suo dirompente Black Athena, ora riproposto da Il Saggiatore, Martin Bernal indaga le fortissime radici afroasiatiche della Grecia antica. La memoria di questi debiti verso le culture orientali è stata cancellata?
Sì, ma non tanto dai Greci, quanto da noi. Tra Ottocento  eNovecento esplosero l’eurocentrismo e il colonialismo. L’Inghilterra e la Germania, in particolare. si identificano fortemente con i Greci. Non volevano ammettere che i Greci avessero preso molto da culture che loro sostanzialmente disprezzavano. L’antisemitismo, poi, non poteva accettare che i Greci, “così puri e così santi” avessero debiti con i popoli del Vicino Oriente. Fu una grande mistificazione. Incomprensibile ai nostri occhi: il Mediterraneo è un mare piccolo: le idee hanno sempre viaggiato con le merci, con le persone. Ma si era arrivati al paradosso che, per capire i Greci o anche i Romani, bisognasse paragonarli ai Germani o addirittura agli Indiani, in base alla teoria dell’indoeuropeo. E non con i popoli a loro più vicini. Erodoto, per esempio, parlava moltissimo degli egiziani. Ma lo si negava in nome di una pericolosa idea di purezza dei Greci e degli Indoeuropei.
Con Luigi Spina, per Einaudi, lei ha ripercorso il mito delle sirene. In questo caso come avviene la mitopoiesi?
Il mito era un racconto immaginario ma con significati culturali profondi che toccavano la realtà. Le sirene afferiscono a un mondo di cui fanno parte anche ad altri mostri dell’Odissea come il Ciclope, una sfera in cui rientrano anche gli inquietanti incontri con le ombre dei morti oppure con i lotofagi che si sono drogati di loto e ora non ricordano più. Sono costruzioni simboliche, fantastiche, che poi vogliono semplicemente dire c’è un mondo altro che noi non conosciamo, o che non conosciamo più, ma che Ulisse ha visto.
Nella mitologia e nella cultura greca, più in generale, c’era una forte misoginia. Secondo fonti diverse da Euripide, Medea non era un’infanticida, come ha scritto Christa Wolf. La stessa Circe, come lei ha ricostruito in un libro scritto con la Franco, forse non era così terribile come Omero la dipingeva. L’uomo greco simboleggiato da Ulisse aveva paura del femminile, dell’irrazionale, di tutto ciò che era altro da sé?
La società greca era dominata dai maschi, come quella romana. E questo pregiudizio sociale forte verso la donna entra anche nel racconto mitologico. L’esempio più lampante è Pandora: una specie di automa, di fantoccio animato che raffigura l’ingresso del femminile nel mondo degli uomini come origine di tutti i mali. Di lei si dice anche che è seduttiva e ingannatrice. Non è  molto diversa da  Eva. Sono racconti che nascono per tenere sotto controllo le donne. Gli antichi cercavano di giustificare con innumerevoli motivi la sudditanza delle donne e credo che la principale spinta fosse la paura maschile che la donna gli scappasse di mano rendendo incerta la sua discendenza. A Roma, come in Grecia gli uomini ne avevano un terrore fortissimo. Perciò i padri e i mariti cercavano di tenerle rinchiuse. Perché se le donne sono troppo libere che succede? I figli di chi sono? La mia onorabilità dove va a finire? Credo che questa ”gelosia” come motivo di esclusione della donna dalla sfera pubblica, continui a funzionare in tante società del mondo arabo: la donna è troppo importante perché la si lasci libera. Si venera la figura femminile e ad un tempo la si schiavizza. Sono i due aspetti contraddittori dello stesso problema.
Immagini di donna idealizzate, secondo un’estetica classica, compaiono nel suo romanzo, Per vedere se appena edito dal Melangolo…
Una certa idealizzazione forse deriva dal fatto che vedo una profondità e un’intelligenza nelle donne che negli uomini, perlopiù, non trovo. Magari non sarò così ingenuo da credere che la “salvezza” venga da voi, ma davvero credo che molto spesso voi abbiate un modo diverso di riflettere di vedere il mondo. E i miei personaggi femminili forse risentono di questo pensiero.

Nuovi Studi

Affascinante quanto schiva figura di medico e studioso dell’ellenismo, Gaetano Parmeggiani, ne Lo scudo di Achille ci parla di un mondo greco antico dalla lunga e raffinata civiltà artistica, articolato come una società antropocentrica, «affrancata dal trascendente». Al punto che «la stessa religione non trova un equivalente nel greco arcaico». Questo suo pamphlet, riproposto da Sellerio, si legge dunque come un appassionato invito a tornare a leggere l’Odissea e soprattutto l’Iliade, di cui La lepre edizioni ha appena pubblicato una nuova e fresca traduzione di Dora Marinari (con la prefazione di Eva Cantarella). Per Carocci, invece, esce Donne e società nella Grecia antica di Nadine Bernard, che ricostruisce, fra l’altro, la pratica greca dell’infanticidio, specie delle femmine. In Grecia, scrive la storica francese «gli anni dell’infanzia erano concepiti come la parte selvaggia della vita, quella in cui l’anima è ancora primitivamente folle, per usare le parole di Platone. E per questo non erano tenuti in alcuna considerazione».

da left-avvenimenti 31 agosto 2011

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La cricca dei clerical vip

Posted by Simona Maggiorelli su luglio 20, 2010

Prelati, affaristi,  politicanti e un aspirante  Papa. Il vaticanista de Il Tempo svela i retroscena del nuovo scandalo che ha travolto  la Chiesa di Roma
di Federico Tulli

Vaticano

E’ romana è l’istituzione politico-religiosa che da sempre si autoproclama faro della moralità universale, ma specie nell’ultimo anno una serie impressionante di scandali in ambiti diversi (pedofilia, finanza, politica) hanno minato fortemente la credibilità sia personale di alcuni suoi eminenti rappresentanti, sia del messaggio culturale che diffonde per bocca del pontefice. L’ultima crisi vaticana entrata nelle cronache quotidiane vede coinvolto il cardinale Crescenzio Sepe, arcivescovo di Napoli già presidente di Propaganda Fide. È questo un Dicastero (o Congregazione) extraterritoriale della Santa Sede, si legge sul sito del Vaticano, «fondato nel 1622 con il duplice scopo di diffondere il cristianesimo nelle zone dove ancora l’annuncio cristiano non era giunto e difendere il patrimonio della fede nei luoghi dove l’eresia aveva messo in discussione la genuinità della fede». Da quattro secoli, dunque, Propaganda Fide ha il compito di organizzare tutta l’attività missionaria della Chiesa. Per disposizione di Giovanni Paolo II, (al fine di rendere più espliciti i suoi compiti) dal 1988 la primitiva Propaganda Fide, si chiama Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli. Nei mesi scorsi Sepe è finito sul registro degli indagati della procura di Perugia, per corruzione. Secondo i magistrati umbri, in cambio di appalti, mutui e case, facendo leva sul patrimonio immobiliare direttamente o indirettamente gestito da Propaganda Fide (del valore di circa 9 miliardi di euro), il prelato potrebbe aver “unto” anche politici italiani di spicco. Con quale fine? «Creare un gruppo di potere a sostegno della propria aspirazione a diventare prima segretario di Stato vaticano, infine Papa. Una scommessa persa, la sua». È la lettura che ne dà Andrea Guagliarducci, giornalista vaticanista dei quotidiani Il Tempo e La Sicilia, che ha pubblicato per il Saggiatore l’agile istant-book Propaganda Fide R.E. Un intrigo clerical Vip. A Gagliarducci left rivolge alcune domande per comprendere cos’è che tiene uniti importanti uomini di Chiesa, affaristi, politicanti e politici italiani. Un filo che le cronache degli ultimi tempi sempre più spesso stanno portando allo scoperto.
Come è nato questo libro?
Premetto che il mio non è un libro contro la Chiesa cattolica. La vera Chiesa non è la Curia, sono i fedeli, le persone, ma l’istituzione va comunque preservata perché la parte sana per essere viva nel dibattito culturale, per essere incisiva non può uscire improvvisamente da tutti i tavoli. Nello specifico, ho pensato che ci fossero tante cose da raccontare e che nessuno aveva ancora descritto in maniera organica. Fatti che non sono le inchieste in sé ma che riguardano tutto il mondo che ruota intorno alle inchieste.
Andrea Gagliarducci I magistrati definiscono questo mondo “massa gelatinosa”. Un sottobosco di personaggi che fanno da anello di congiunzione tra una parte della politica, imprenditoria e poteri forti dello Stato italiano e una parte delle gerarchie ecclesiastiche. Chi sono queste persone?
Io li definisco “clerical vip”, perché si professano quasi tutti clericali ma generalmente sono fuori dalla Chiesa cattolica. È gente che orbita intorno a essa, che prende il conto all’Istituto opere religiose (Ior) entrando nelle associazioni che ti consentono di averlo. Che utilizza l’amicizia con l’importante uomo di Chiesa, ma anche dello Stato italiano che a sua volta ha legami in Vaticano, per farsi i propri affari o per valutare quali appoggi può ottenere per arrivare a concluderne. È un mondo che sostanzialmente non fa bene né alla politica della Penisola né a quella della Santa Sede. Cosa che Benedetto XVI ha ben presente.
Per questo una sua citazione apre ogni capitolo?
Il Papa queste cose le sa, dall’inizio. Perché è stato per venticinque anni alla guida del Sant’Uffizio, il posto in cui vengono convogliate tutte le “veline” di un certo rilievo. Lui sa bene che esistono i clerical vip ed è a quella Chiesa che li frequenta che ha “dedicato” diversi messaggi pastorali.
La merce di scambio che tiene uniti questi mondi è molto eterogenea. Ad esempio tra i vari favori sembra essere stata inserita la distribuzione di case del patrimonio immobiliare di Propaganda Fide. Qual è il tornaconto per i clerical vip?
Senza dubbio il potere. E la “distribuzione” delle case a un preciso target di clientela è il mezzo per creare un sistema di potere. Aggiungo però che viene chiamata “massa gelatinosa” proprio perché non la si può definire. È composta da un gioco di alleanze finalizzate a creare ciascuna il proprio gruppo di potere e che si mantengono nel momento in cui c’è l’interesse reciproco. Quando questo finisce, le alleanze si rompono e la “massa” prende un’altra forma. Al suo interno ci sono sicuramente massonerie, ma più spesso sono consorterie di affari in cui uno cerca di entrare. E quando ci riesce non sempre il gioco è vincente. Questo penso sia il caso di Angelo Balducci che quando non è più servito è stato scaricato. Probabilmente anche per dare un segnale forte di avvertimento all’esterno.
Balducci è un “gentiluomo del Papa” sin dagli anni ‘90. Come si ottiene questa onoreficienza?
C’è un cardinale o una persona abbastanza influente che scrive una lettera di presentazione in cui chiede che l’altro possa entrare nella famiglia pontificia.
In cambio cosa deve fare questo gentiluomo?
Più che altro bisogna andare a vedere cosa ha fatto per meritarsi la segnalazione. Una volta nominato, viene chiamato a prestare servizio presso Sua Santità. Può capitare di essere assegnato al seguito del presidente Usa, George Bush, in visita ufficiale alla Santa Sede, come è successo a Balducci. Nella sostanza si ha la possibilità di aprire un conto allo Ior e di entrare in Vaticano più facilmente dei “comuni mortali”.
Nell’introduzione scrivi «se ci sono molti pettegolezzi omosessuali che vengono dagli ambienti clerical vip è perché l’omosessualità, in molti casi, è intesa come esercizio del proprio potere». Spiegaci meglio.
Ci sono anche sacerdoti che hanno rapporto con una donna, ma lo vivono sempre con discrezione. Lo stesso vale per alcuni di loro che sono omosessuali. Ma chi va al festino gay e per di più celebra una messa dentro la casa dove si è appena consumata un’orgia, e se ne vanta platealmente, lo fa per dimostrare di essere intoccabile.
Hai scritto che la Congregazione è «come un ministero con portafogli», perché?
Generalmente i dicasteri vaticani non hanno autonomia finanziaria. Questa è una competenza della Segreteria di Stato. Ce ne sono alcuni, come Propaganda Fide o la prefettura delle Chiese orientali, che invece hanno un bilancio proprio e del denaro e proprietà immobiliari a disposizione, che possono destinare allo scopo per cui sono state create. In questo modo la Congregazione può consentire ai missionari di essere indipendenti dal potere politico dei Paesi in cui prestano la loro opera di evangelizzazione. Sotto l’ombrello di Propaganda Fide vanno tutte le terre in cui non c’è una presenza cristiana forte. Nei luoghi cioè, come in Cina, dove le relazioni diplomatiche ufficiali sono piuttosto carenti e non si possono costituire diocesi ma solo le cosiddette “missio sui iuris”.
C’è n’è una anche alle isole Cayman.
Sì, ma quella è dello Ior.

da left-avvenimenti del 30 luglio 2010

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La notte di Caravaggio

Posted by Simona Maggiorelli su luglio 17, 2010

di Simona Maggiorelli

Caravaggio, San Giovanni battista, in mostra a Porto Ercole

“Così il Caravaggio si ridusse a chiuder la vita e l’ossa in una spiaggia deserta, ed allora che in Roma attendevasi il suo ritorno, giunse la novella inaspettata della sua morte, che dispiacque universalmente…».

così il Bellori consegnava alla storia la notizia della morte del genio lombardo. E letteralmente intorno a quelle ossa – quattrocento anni dopo – si è scatenato un surreale braccio di ferro fra la Lega Nord e l’amministrazione di Porto Ercole dove Caravaggio morì il 18 luglio del 1610. Con tanto di beffa finale: le ossa del pittore in una teca trasparente sono tornate in processione all’Argentario, trasportate via mare dalle bianche vele di Cesare Previti, osannato dal sindaco del Comune toscano.

E pensare che proprio a Porto Ercole Caravaggio trascorse le sue ore più drammatiche e disperate: in fuga da Napoli, illudendosi di poter rientrare a Roma benché lì fosse ricercato per la morte di uomo; pensando di poter contare ancora sull’appoggio del cardinaleScipione Borghese. A lui, probabilmente, erano destinati quei tre quadri che faticosamente portava con sé. Malato, braccato, sfinito, Caravaggio non ce la fece e a 39 anni, a Porto Ercole, finì la sua straordinaria avventura di arte e di vita.

Un’esistenza di affocate passioni, di rivalità, di solitaria originalità e innovazione del linguaggio pittorico che una gretta committenza religiosa tentò invano di censurare. Una vita, di fatto, bruciata in un soffio ma punteggiata di opere d’arte di insuperato talento. Caravaggio – come ricorda ora Giuliano Capecelatro nella bella biografia Tutti i miei peccati sono mortali (Il Saggiatore) – seppe imporre la propria visione con mano sicura. In potenti rappresentazioni dei soggetti sacri, da cui trapela un significato altro, del tutto umano e più profondo. Una biografia questa di Capecelatro che, per altro, non trascura di ricostruire fatti interessanti e poco ricordati come la compresenza a Roma di Caravaggio e Giordano Bruno tra il 1594 e il 1600 e la probabile conoscenza di scritti del Nolano da parte del pittore grazie alla coraggiosa biblioteca del cardinale Francesco Maria Del Monte. Ma pagine appassionate sono anche quelle dedicate ai tormentati ultimi anni di Caravaggio.

E che fra il 17 e il 18 luglio, per il quarto centenario dalla morte del pittore, si potranno ripercorrere a Roma in uno straordinario itinerario di musei e chiese aperte fino all’una di notte. Incluse la Chiesa di Sant’Agostino dove si trova la carnale Madonna dei Pellegrini dipinta tra il 1603 e il 1606 e San Luigi de’ Francesi con il suo vertiginoso trittico di capolavori: la Vocazione e il Martirio di SanMatteo eseguiti tra il 1599 e il 1600 e San Matteo e l’Angelo (1602). Alla Galleria Borghese poi, per questa occasione, sarà esposta Giuditta e Oloferne di Palazzo Barberini, mentre in S. Maria del Popolo la notte sarà al climax accendendo le luci sulla Conversione di S. Paolo e sulla Crocifissione di San Pietro. In contemporanea a Porto Ercole, con la presentazione di un nuovo studio edito da Skira, dal 18 luglio sarà esposto il San Giovanni battista della Galleria Borghese.

E volendo ancora continuare il viaggio, tra la Toscana e la Liguria restano almeno due tappe irrinunciabili: agli Uffizi e in Palazzo Pitti dove è aperta la mostra Caravaggio e i caravaggeschi e a Genova che nelle Ville Doria Pamphilj, con Caravaggio e l’arte della fuga, ospita circa ottanta opere dalle collezioni degli storici mecenati liguri, fra le quali il giovanile e già dirompente Riposo durante la fuga in Egitto, sinfonia di luci chiare e radenti, dipinta tra il 1595 e il 1596.

da left-avvenimenti del 15 luglio 2010

Quel San Lorenzo è di Caravaggio”
CARLO ALBERTO BUCCI
DOMENICA, 18 LUGLIO 2010 LA REPUBBLICA – Cronaca
Annuncio dell´Osservatore romano. L´opera ritrovata dai gesuiti. Ma l´attribuzione suscita dubbi Perplessità del responsabile dei Beni culturali vaticani: non credo sia del maestro.

Gli ultimi visitatori della notte bianca romana dedicata al Merisi sciamano dalla galleria Borghese. Mentre dalle tre chiese che conservano i capolavori del maestro escono i visitatori ed entrano i fedeli per la messa mattutina. Sotto il braccio hanno l´Osservatore romano, oggi in edicola con “Un nuovo Caravaggio scoperto nel quarto centenario della morte”, recita il titolo della prima pagina. Si tratta di un cruentissimo Martirio di san Lorenzo con il giovane cristiano che affronta nel panico la morte sulla graticola. Un dipinto che ora, finito il restauro, viene proposto come mano del maestro lombardo. Non senza perplessità. La critica caravaggesca fa infatti suonare l´allarme: «Attenzione alle attribuzioni affrettate e sensazionali».
Il 18 luglio 1610 il pittore si spegneva malato di malaria a Porto Ercole. Ai suoi anni romani (1592-1606) apparterrebbe invece la tela con il martire e tre aguzzini (il quadro pubblicato sull´Osservatore è incompleto). «Di certo è un dipinto stilisticamente impeccabile, però non si vuole ora cadere nel facile tranello di un “Caravaggio a tutti i costi”» scrive Lydia Salviucci Insolera. Storica dell´arte «cristiana a gesuitica», come dice, la studiosa è convinta della bellezza del dipinto restaurato. E, mentre rimane con i piedi per terra ipotizzando un «caravaggesco molto bravo della primissima ora», intanto sottolinea «il terrore negli occhi del santo tutto caravaggesco». Ma anche la presenza nella chiesa del Gesù di un affresco del 1603 di Agostino Campelli che, raffigurando il medesimo tema, «riecheggia» la tela conservata nel convento: e la cappella dell´affresco era dei Crescenzi, legati ai Contarelli per i quali il Merisi nel 1599 dipinse le storie di Matteo in San Luigi dei Francesi. «I documenti ancora non li ho trovati, ma gli studi sono appena cominciati» dice la Salviucci Insolera. E poi Caravaggio ebbe più volte “occasione di andare al Giesù”, come disse lui stesso al processo intentatogli nel 1603 dal Baglione.
Basta per ipotizzare un rapporto con i gesuiti? Non sono di questa idea gli studiosi che il Martirio l´hanno visto, dal vero o in foto. «Mi sembra un quadro bello e interessante, ma l´attribuzione a Caravaggio è da approfondire» dice diplomaticamente la soprintendente al Polo museale romano Rossella Vodret. «Mi riservo di guardarlo da vicino ma le foto sono lontane mille miglia dalla mano del maestro» taglia corto Stefania Macioce, autrice quest´anno della raccolta di Fonti e documenti sul Merisi. Categorica anche Francesca Cappelletti (Caravaggio, un ritratto somigliante, 2009): «Ho visto la tela qualche anno fa ed era in pessimo stato di conservazione: pensai subito a un precoce seguace napoletano». Infine Francesco Buranelli, già direttore dei Musei vaticani e ora segretario della Pontificia commissione dei Beni culturali della Chiesa: «È un bel quadro ma deve essere ancora studiato. Va messo a disposizione degli storici e degli analisti di laboratorio. Poi bisogna trovare i documenti che confermino il giudizio stilistico. Detto questo, il quadro io l´ho visto un paio di anni fa e posso dire che è un´opera di qualità. Caravaggesco? Sì, si può dire. Caravaggio? No, non sono d´accordo».

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Modì, da Fattori a Picasso

Posted by Simona Maggiorelli su marzo 19, 2010

La sua ricerca, fra tradizione e avanguardia, è ripercorsa in una mostra al meonato museo Maga di Gallarate

di Simona Maggiorelli

Nodigliani, Nudo disteso, 1918

Fu un anno denso di eventi quel 1906 in cui Amedeo Modigliani arrivò a Parigi con l’idea di dedicarsi totalmente all’arte. Un anno di separazione e di svolta. Non solo per la vita del provinciale Modì che nella capitale francese poté fondere il suo amore per le linee pure dei maestri del Trecento italiano con una nuova passione per l’Arte Negre conosciuta al Musée de l’Homme. Maschere evocative anche quando appena sbozzate. Fino al punto da sembrare opere astratte. Scultoree figure di donna e idola dal fascino magnetico da cui Modì trasse nuova linfa per le sue flessuose donne dal collo lungo e per i ritratti di amici, artisti, intellettuali e compagni di bevute. Via da una Livorno asfittica e macchiaiola, Modì trovò un suo nuovo respiro scoprendo la forza dei colori inventati di Matisse e le aspre scomposizioni di Picasso che nel 1907, a un anno dalla scomparsa di Cézanne , dipinse un’opera dirompente come Les demoiselles d’Avignon, entrata nella storia come l’inizio del cubismo. A Parigi, come ricostruisce Beatrice Buscaroli nella biografia Ricordi via Roma. Vita e arte di Amedeo Modigliani appena uscita per Il Saggiatore, Modigliani trovò la sua strada sul crinale impervio fra tradizione e avanguardia.

Ma non smise mai di cercare. Spinto dall’urgenza di un “sogno” di bellezza che lo accompagnava fin da ragazzino. Dalla potenza di un’immagine interiore da realizzare in forme e colori. («Io sono ricco e fecondo di germi ormai e ho bisogno dell’opera» scriveva all’amico Oscar Ghiglia). Sostenuto da un’idea tirannica che l’arte fosse al di sopra di ogni cosa e che lo rese “spietato “con chi aveva accanto. (« Noi – scriveva ancora a Ghiglia – abbiamo dei diritti diversi dagli altri, perché abbiamo dei bisogni diversi che ci mettono al di sopra della loro morale»). Un percorso breve e folgorante quello di Modì. Che si interruppe precocemente nel 1920. Nel gennaio di quell’anno l’artista morì di leucemia e la sua giovane compagna, incinta, si gettò dalla finestra. E proprio sul filo di questo drammatico intreccio di tensioni fra biografia e arte si snoda la mostra Il mistico profano, omaggio a Modigliani. Una rassegna che, fino al 19 giugno, raduna nel neonato museo Maga di Gallarate una messe considerevole di documenti, fotografie e lettere autografe a partire da quel fatidico 1906 che segnò l’inizio dell’avventura parigina di Modì. Documenti provenienti da Casa Modigliani e che fanno da tessuto connettivo ai venti dipinti di Modì prestati da musei e collezioni italiane e a una cinquantina di disegni, fra i quali «le fantasie disegnate» ispirate all’amata Commedia dantesca di cui l’artista recitava a memoria interi canti. Proprio alcuni schizzi preparatori ritrovati sono la maggiore novità di questo omaggio a Modì curato da un team guidato da Claudio Strinati. L’importanza di questa scoperta è ricostruita in alcuni saggi contenuti nel catalogo edito da Electa.

daleft-avvenimenti del 19 marzo 2010

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