Articoli

Posts Tagged ‘Salvatore Settis’

Il potere delle immagini. Cinque saggi di Carlo Ginzburg

Posted by Simona Maggiorelli su dicembre 27, 2015

David, la morte di Marat

David, la morte di Marat

«Perché secondo lei metto una data su tutto quello che faccio? Chiese un giorno Picasso al fotografo ungherese Brassaï che era andato a trovarlo allo studio. «Perché conoscere le opere di un artista non basta- rispose lui stesso -. Bisogna sapere anche quando le ha fatte, perché, come, in quali circostanze. Un giorno ci sarà senza dubbio una scienza dell’uomo che cercherà di capire qualcosa di più sull’uomo in generale attraverso l’atto creativo».

Lo storico Carlo Ginzburg riporta questa citazione nel saggio dedicato a Guernica di Picasso, l’ultimo dei cinque che compongono il suo nuovo libro Paura, reverenza, terrore edito da Adelphi. Ma questa citazione picassiana funzionerebbe bene anche come esergo dell’intero volume. Perché in questo suo  nuovo lavoro il docente della Normale di Pisa interroga la storia attraverso le immagini, cercando di leggerne i significati latenti e profondi, che ci permettono di conoscere la realtà umana degli uomini e delle donne del passato più dei datari e delle aride cronache dei fatti.

«Anche le immagini sono un documento, consentono di guardare alla storia di sbieco, da una prospettiva nuova», sottolinea Ginzburg che il 9 settembre 2015 ha presentato questa sua nuova opera al Festivaletteratura di Mantova dialogando con l’archeologo e storico dell’arte Salvatore Settis.

Antonello da Messina Salvator mundi

Antonello da Messina

Dopo Indagini su Piero (Einaudi, 2001) e Tre figure (Feltrinelli), scritto nel 2013 con Settis, Catoni e Giuliani, l’attenzione dello studioso torna a posarsi sull’arte: da un vaso in argento scolpito nel 1530 ad Anversa al Marat di David per arrivare a Guernica di Picasso. Cercando di indagare il senso politico di queste immagini, il messaggio che trasmettono anche attraverso le forme espressive che l’artista ha scelto. Nella prefazione Ginzburg fa riferimento  ad Aby Warburg, che parlava di pathosformeln,ovvero formule del pathos fissate dal canone occidentale, modalità iconografiche precise utilizzate da artisti di epoche diverse per esprimere determinati sentimenti e che ritornano fra costanti o variati (a seconda del talento individuale) lungo secoli di storia dell’arte.

Ma più che l’ossessione tassonomica dello storico dell’arte tedesco – che tentò di curarsi, senza successo, andando a Kreuzlingen dallo psichiatra Ludwig Binswanger – in questo affascinante lavoro di Ginzburg ritroviamo piuttosto la lezione di un conoscitore come Giovanni Morelli che invitava a osservare bene i dettagli più nascosti e l’insegnamento di Roberto Longhi, attento a leggere i rapporti profondi fra l’opera e il contesto storico, culturale e politico.
Così le tensione fra morfologia e storia che Carlo Ginzburg individua ne La morte di Marat di David ci fa scoprire quanto fosse ambigua e solo di superficie la secolarizzazione operata dalla rivoluzione francese.

Picasso, Guernica

Picasso, Guernica

«In questo quadro David riprese il gesto tipico dell’iconografia pagana, fatto proprio da quella cristiana». Dopo lo scoppio della rivoluzione il pittore si ritrovò al centro della scena artistica e politica. «Divenne una specie di coreografo politico, preparò feste politiche e funerali, disegnò sigilli e monete», ricostruisce lo storico. L’assassinio del giacobino Marat il 14 luglio 1793 colpì molto l’opinione pubblica. E David che ne aveva curato il funerale, con questo quadro che citava un gesto dell’iconografia cristiana ne fece un martire, un’icona santificata, creando un’immagine «che parlava il linguaggio classico con accento cristiano». Così il pittore francese siglò la nascita di un vero e proprio culto del giacobino Marat. «Non siamo dunque di fronte a un quadro politico ma ad un atto politico» conclude Ginzburg, citando Thomas Crow che parlava di «un compromesso implicito fra il rifiuto della Chiesa da parte della Rivoluzione e l’ostilità di Robespierre nei confronti dell’ateismo».
coverMa interessantissima in Paura, reverenza, terrore è anche l’indagine che porta Ginzburg a connettere il gesto del Cristo benedicente, che Antonello da Messina aveva mutuato da più antiche immagini del Salvator Mundi, al “dito puntato” nel manifesto di guerra con cui Lord Kitchener chiamava i giovani alle armi, ricorrendo a un gesto precisamente codificato nell’iconografia cattolica e implicitamente dicendo “Dio ti chiama”.
E ancora: studiando un quadro celeberrimo come Guernica (datato 11 maggio 1937), Carlo Ginzburg individua nell’addensata composizione un dettaglio interessante quanto eloquente: «la violenta giustapposizione di antico e contemporaneo operata da Picasso accostando una spada spezzata e una lampadina». E, in effetti, ossimorica appare a tutta prima la sua scelta di un linguaggio classicheggiante, con citazioni implicite di Pegaso e altri miti antichi, in mezzo a un tumulto di figure fatte a pezzi. Ma proprio l’antica spada spezzata potrebbe rivelare il messaggio nascosto di questo murale dipinto su commissione dall’artista spagnolo filo repubblicano e schierato contro l’oppressione di regime.  La presenza di un braccio con la spada evoca antiche statue d’accademia, una vetusta idea di patria e la figura del padre. Segnali non casuali secondo Ginzburg. «La spada rotta, il cui anacronismo è sottolineato dalla presenza della lampadina, suggerisce che di fronte all’aggressione fascista le armi della tradizione sono pateticamente inefficaci».

(Simona Maggiorelli, Left)

Annunci

Posted in Arte, Libri | Contrassegnato da tag: , , , , , , , | 1 Comment »

Fermare la svendita dei beni del demanio pubblico

Posted by Simona Maggiorelli su novembre 10, 2013

Isola BudelliMentre il governo delle larghe intese, in linea con le politiche  di centrodestra, torna a proporre la  #svendita delle spiagge un paradiso ambientale come l’isola di #Budelli è già stata venduta per 2,9 milioni di euro.Fermare l’aggressione al #territorio diventa una priorità. La #Costituzione offre già gli strumenti. Se ben interpretata e applicata. Lo sostiene iun eminente giurista come Paolo Maddalena

di Simona Maggiorelli

La vendita dell’isola di Budelli, straordinaria oasi naturale, famosa per le sue spiagge rosa, si è già conclusa. E altri lembi d’Italia rischiano una sorte analoga. Il governo Letta, non diversamente dai precedenti governi di centrodestra, ricorre alla svendita di pezzi importanti del patrimonio italiano per fare cassa, mentre non si ferma il consumo di suolo che erode vertiginosamente la campagna.

Cartolarizzazioni, speculazione edilizia, condoni, gestione emergenzialista di terremoti e dissesti idrogeologici, sistemi produttivi inquinanti e così via, negli ultimi trent’anni hanno aggredito massicciamente il territorio della Penisola non di rado mettendo a repentaglio la salute dei cittadini (il caso Ilva di Taranto docet).

«Speculazione finanziaria e politiche liberiste hanno sfruttato l’ambiente come fosse un bene inesauribile. E ora siamo giunti al limite. Non possiamo più aspettare oltre, serve una moratoria, per fermare da subito il consumo di suolo», ha detto il giurista Paolo Maddalena intervenendo al convegno “Terra bene comune” al Tempio di Adriano a Roma, in un ampio confronto fra associazioni per la tutela dell’ambiente e i relatori delle principali proposte di legge sul consumo di suolo già depositate in Parlamento.

maddaProposte, merita ricordarlo qui, che affrontano il problema in modi abissalmente diversi, andando dall’apertura agli interessi dei costruttori contenuta nell’iniziativa del Pdl  alla radicale proposta di limitazione dei diritti edificatori e di tutela dei territori agricoli non edificati depositata dai parlamentari del M5S. Al stesura del testo – che ha come primo firmatario il deputato M5s Massimo De Rosa – ha collaborato l’urbanista Paolo Berdini e vi si possono riconoscere gli assunti di fondo del più che trentennale lavoro dell’archeologo Salvatore Settis e del giurista Paolo Maddalena. Insieme, Maddalena e Settis hanno di recente pubblicato un libro, Costituzione incompiuta  ( Einaudi ) dedicato al tema della tutela e della valorizzazione dell’arte, del paesaggio e dell’ambiente.

Al centro del volume in cui compaiono contributi anche di Tomaso Montanari e di Alice Leone c’è l’articolo 9 della Costituzione che, come ricorda spesso Settis, ha fatto sì che l’Italia sia stato il primo Paese al mondo a iscrivere la salvaguardia del patrimonio artistico e del paesaggio fra i valori fondanti dello Stato. E certamente non per un fatto esornativo o di solo godimento estetico, ma riconoscendo che la straordinaria e originale fusione fra arte e paesaggio che connota la storia italiana contribuisce alla qualità della vita e ha a che fare con l’uguaglianza dei cittadini e con il diritto alla cultura che si evince dall’art 34 (sulla scuola pubblica statale e il diritto allo studio) «favorendo – sottolinea Maddalena – quel libero sviluppo della persona umana di cui la Carta parla all’articolo 3».

Paolo Maddalena

Paolo Maddalena

Ma sempre più nel dopoguerra, approfondisce il vice presidente emerito della Corte costituzionale, «l’economia ha dettato legge alla politica. producendo danni immani. Mentre l’idea della compatibilità ambientale, fra interessi dell’economia e la capacità rigenerativa dell’ambiente, si è rivelata una pura illusione». Che fare allora per fermare l’attacco mortale al territorio sferrato da scriteriate politiche neoliberiste che, scrive Maddalena, rischiano di farci fare la fine dell’isola di Pasqua? «Innanzitutto ci vuole un vero cambio di mentalità – sostiene il professore -. Bisogna passare da un principio antropocentrico a un principio ecocentrico o biocentrico, perché non possiamo più alterare l’ambiente, lo abbiamo già distrutto abbastanza. Bisogna affermare quello che avevano capito già i filosofi presocratici, ovvero che l’uomo è parte del cosmo».

Tradotto su un piano più immediatamente politico «bisogna pensare un diverso modello di sviluppo», dice Maddalena. «Impedire lo sfruttamento intensivo dei territori da parte di privati che oltretutto poi delocalizzano le imprese a loro piacimento e impongono le loro leggi al mercato del lavoro. E al contempo tutelare chi recupera spazi pubblici nell’interesse della collettività come, per esempio, sta accadendo a Pisa, all’ex colorificio». La multinazionale proprietaria dell’edificio ha cessato la sua attività in Italia e ha licenziato i lavoratori. In quella struttura abbandonata un collettivo di cittadini ha creato una sorta di laboratorio aperto in cui si fanno corsi di avviamento all’artigianato e iniziative sociali. «Quella struttura destinata ad un uso industriale è stata abbandonata dal proprietario ed è giusto che ritorni alla cittadinanza», rileva Maddalena che al convegno Terra bene comune organizzato dal M5s ha ripreso il filo rosso del lavoro sul tema della proprietà demaniale e della proprietà di uso collettivo presentato nell’ambito della costituente dei beni comuni guidata da Stefano Rodotà e che ha alle spalle una radicale e lunga riflessione dell’eminente giurista sui limiti costituzionali della proprietà privata. «Il territorio è proprietà comune di tutti. La proprietà è pubblica e privata, secondo determinati vincoli. Lo dice la nostra Carta», ribadisce Maddalena ricordando che l’art. 9 e gli artt. 41 e 42 offrono già validi strumenti per affrontare il problema dell’aggressione al territorio. «Non esiste il cosiddetto ius edificandi, inteso come facoltà del proprietario privato», avverte il professore. «Non c’è un diritto edificatorio concesso una volta per sempre. Solo un atto sovrano, preso da un’autorità che rappresenta gli interessi di tutti può stabilire se un terreno diventa suolo edificabile. La Costituzione dà chiare indicazioni. Ma va applicata. Non a caso Calamandrei la chiamava la rivoluzione promessa».

Dal settimanale left-avvenimenti

Posted in Arte, Beni culturali, Diritti | Contrassegnato da tag: , , , , , , , , , , , , , , , , , | Leave a Comment »

La bellezza rubata

Posted by Simona Maggiorelli su ottobre 29, 2013

Val d'Orcia

Val d’Orcia

Consumo di suolo, tutela del paesaggio. Se ne è  discusso al convegno Terrabenecomune organizzato dal M5S in un confronto a tutto raggio tra le proposte di legge sul tema depositate in Parlamento dai vari partiti

«Qui se non stiamo più attenti ci strappano il territorio da sotto i piedi. L’Italia è il Paese più provvisorio che ci sia. Oggi quel posto è ancora intatto: domani forse sarà più lottizzato, saccheggiato, cintato, insudiciato» così scriveva negli anni Cinquanta Antonio Cederna lanciando un grido d’allarme contro il saccheggio di quel paesaggio e del patrimonio d’arte che la Costituzione italiana tutela all’articolo 9: uno dei più lungimiranti e insieme più tristemente disapplicati della nostra Carta. Urbanista, ma anche cronista di razza, puntiglioso e documentato, Cederna fu pronto a rimboccarsi le maniche in battaglie civili per la salvaguardia di quelli che oggi sono detti beni comuni. Ma si ritrovò nel ruolo ingrato di Cassandra dacché la classe politica del dopo guerra, impreparata e non di rado solidale con gli interessi di speculatori e costruttori, fu sorda al J’accuse che si levava dalle pagine di suoi acuminati libri come I vandali in casa (Laterza) e Mirabilia Urbis (Einaudi). E ancora oggi, a più di venticinque anni dagli scritti di Cederna, dopo che i danni sono diventati macroscopici e conclamati, la classe politica sembra aver imparato poco o nulla dai disastri causati dalla mancata tutela dell’ambiente, dall’emergenzialismo e dalle falle prodotte da tre leggi per il condono edilizio (nel 1985 con il governo Craxi, nel 1994 con il governo Berlusconi e ancora nel 2003 con il secondo governo Berlusconi). Passandosi il timone e l’onere della denuncia, a staffetta, l’archeologo Salvatore Settis con il libro Paesaggio, costituzione cemento (Einaudi 2010), l’urbanista Paolo Berdini con Breve storia dell’abuso edilizio in Italia (Donzelli, 2010) e poi il giornalista Vittorio Emiliani con Belpaese Malpaese (Bononia University press, 2012) e ora l’urbanista Vezio De Lucia con Nella città dolente (Castelvecchi, 2013) hanno costruito solide funi per chi voglia conoscere, dati alla mano, il sempre più cagionevole stato di salute del territorio italiano: con il consumo di suolo che cresce a ritmo incessante, la mancata messa in sicurezza delle zone a rischio idrogeologico e il paesaggio preso nella morsa della speculazione edilizia che ne sta sfigurando il volto, cancellando la sua storia, originalità e varietà. Come notava Emilio Sereni in Storia del paesaggio italiano (Laterza, 1962) non potremmo darci piena ragione della diversità, per esempio, del paesaggio toscano se considerassimo il processo della sua formazione avulso dalla realtà storica di una cultura toscana, nella quale il gusto del contadino per il bel paesaggio agrario è nato di un sol getto con quello di un Benozzo Gozzoli per il bel paesaggio pittorico e con quello del Boccaccio per il bel paesaggio poetico del Ninfale fiesolano”. Una straordinaria fusione fra paesaggio ed arte connota specificamente l’Italia dove “la bellezza” è un patrimonio pubblico e diffuso. Ma proprio questa identità è stata attaccata da un liberismo che, in nome del mercato, ha perso di vista che l’arte e la bellezza del paesaggio sono fondamentali per la qualità della vita. Bene vengano dunque iniziative come quella intrapresa dal M5S che, con Paolo Berdini, ha scritto una proposta di legge per fermare il consumo di suolo e ha promosso il convegno Terrabenecomune. Non mancheremo di tornare a occuparcene. (Simona  Maggiorelli

dal settimanale Left-Avvenimenti

Posted in Arte, Beni culturali | Contrassegnato da tag: , , , , , , , , , , , , , , , , , | Leave a Comment »

Olivetti e il sogno di un’altra Italia

Posted by Simona Maggiorelli su luglio 26, 2013

Adriano Olivetti

Adriano Olivetti

In otto mesi le Edizioni di Comunità hanno venduto più di 40mila copie dei primi titoli di Adriano Olivetti usciti nella agile collana Humana Civitas. Grazie all’iniziativa di Beniamino de’ Liguori Carino (nipote dell’industriale di Ivrea) che ha recuperato il glorioso marchio e ha messo in piedi una rete di collaboratori che, tra l’altro, gestiscono con adesione quasi militante il rapporto diretto con 150 librerie indipendenti e con molte associazioni. «Per quanto sia una mia impresa indipendente – racconta il giovane editore – il progetto si lega all’attività della Fondazione che dal ‘62 porta avanti l’eredità olivettiana e al lavoro di BeccoGiallo (brand del fumetto civile) che condivide l’idea che il pensiero di Olivetti sia attuale soprattutto per la generazione dei 30/40enni, parlando d’innovazione, di tecnologia e di un nuovo modo di fare impresa senza perdere di vista l’umano».

L’importanza del sapere tecnico non scisso da quello umanistico, la riflessione sui movimenti e un certo ambientalismo sono alcuni dei temi olivettiani che le Edizioni di Comunità hanno riportato in primo piano pubblicando titoli come Democrazia senza partiti, Il cammino della comunità e Ai lavoratori, con prefazioni autorevoli firmate daStefano Rodotà, Salvatore Settis e Luciano Gallino. «Con questi primi libri e gli altri in arrivo vogliamo raccontare aspetti salienti della vicenda olivettiana con un linguaggio nuovo, più contemporaneo ed accessibile, anche fuori delle accademie. Abbiamo cercato di spogliarlo di quella mitologia con cui è stata neutralizzata la sua modernità», sottolinea de’ Liguori.

Gli stabilimenti di Ivrea

Gli stabilimenti di Ivrea

Quali sono oggi gli elementi più vivi e vitali del pensiero di Olivetti? «Sono quelli che mi hanno portato ad impegnarmi nella ripubblicazione anzitutto dei suoi scritti: la sua idea di una possibile giustizia sociale, la sua idea di sviluppo e di crescita che allora si concretizzava nella fabbrica e che oggi forse si realizza di più nelle opportunità offerte dalla tecnologia se finalizzata al potenziamento dell’umano». E su un piano più personale? «L’essere riuscito ad isolare gli aspetti universali del pensiero di Olivetti mi ha permesso di superare il rapporto parentale e il peso che ha avuto una personalità così forte sulla mia formazione. Mi interessa il valore civile del suo pensiero. Quella di Adriano Olivetti in fondo è l’Italia come avrebbe potuto essere. E la sua voce risulta oggi più chiara di cinqunat’ anni fa e più in linea con i tempi».

Fra le questioni che Olivetti in qualche modo aveva preconizzato c’è anche il ruolo dei movimenti alternativi al modello del partito “novello principe”. «Sì, per questo abbiamo pubblicato quel testo del ‘49 Democrazia senza partiti che non è un elogio dell’antipolitica. Olivetti parlava di comunità come organizzazione sociale locale che trovava poi rappresentazione politica in un coordinamento a livello nazionale».

Franco Fortini in Olivetti

Franco Fortini in Olivetti

Un’idea di comunità, la sua, che per quanto avesse accenti religiosi, quanto meno non idealizzava l’antico e l’Italia povera, ignorante, preindustriale osannata da Pasolini. «La grandezza di Olivetti e la sua originalità – commenta de’ Liguori – risiede proprio nel fatto che la sua filosofia sociale si legava a un’idea di modernizzazione industriale. Non dobbiamo dimenticarci che Olivetti era soprattutto un imprenditore che aveva saputo fare dell’azienda che aveva ereditato un’impresa fra le più avanzate a livello internazionale in termini di qualità del prodotto, di tecnologie di reti commerciali». E i rapporti che Adriano Olivetti aveva con gli intellettuali? «Fortini, Volponi e altri erano stati chiamati ad Ivrea non per fare i menestrelli del principe ma per ricoprire ruoli aziendali importanti. Le scienze per lui erano uno strumento dell’intelletto al pari delle discipline umanistiche. Vedeva il sapere tecnico come strumento di emancipazione». Questo sottintendeva una visione “complessa” dell’umano, che lo portava a non considerare solo i bisogni materiali degli operai? «Era la cifra che lo distingueva, alla fine degli Cinquanta Olivetti riusciva a mettere in relazione ciò che si sta facendo nel laboratorio di Ivrea con una certa idea di persona, profonda, empatica. Tutto era collegato e pensato con un fine umanistico».

 dal settimanale left-avvenimenti

Posted in Libri | Contrassegnato da tag: , , , , , , , , , , | Leave a Comment »

La bella incompiuta. Settis , Montanari e altri

Posted by Simona Maggiorelli su luglio 4, 2013

Luaciano Fabro Italia d'oro (1971)

Luaciano Fabro Italia d’oro (1971)

 di Simona Maggiorelli

La grande incompiuta», così Calamandrei definiva la Costituzione. Non pienamente attuata e oggi drammaticamente sotto attacco, la Carta è al centro di Azione popolare (Einaudi) di Salvatore Settis, che non solo ne evidenzia la lungimiranza e la modernità ma concretamente ne fa un manifesto politico per aggregare quell’associazionismo diffuso che, sebbene frammentario, rappresenta oggi uno degli elementi più vitali della scena politica italiana. Con il volume Costituzione incompiuta (Einaudi), scritto con Tomaso Montanari, Paolo Maddalena e Alice Leone, l’archeologo e storico dell’arte della Normale ora compie un passo ulteriore, esplorando quell’originale nesso fra storia, bellezza e natura che innerva molte parti della nostra Carta, a cominciare dall’articolo 9 in cui è scolpita la tutela dei beni culturali e del paesaggio, strettamente connessa – fa notare Settis – al diritto alla cultura, ma anche alla salute.

E se in questo volume la perfezionanda in Normale Alice Leone ricostruisce utilmente come si arrivò all’innovativa formulazione dell’articolo 9 (che poi è stato preso a modello da costituzioni di altri Paesi), Settis interroga il suo significato più profondo.
Che non riguarda solo la conservazione di un patrimonio d’arte, in Italia,  straordinariamente diffuso nel territorio e fuso al paesaggio, ma riguarda anche l’affermazione di diritti fondamentali come l’uguaglianza, la libertà e quel diritto al pieno sviluppo della propria personalità che è richiamato all’articolo 3.
A ben vedere, dunque, se come invita a fare Settis attiviamo una «officina esegetica, che ravviva la Costituzione mediante l’interpretazione» scopriamo che nel suo impianto è sottesa un’attenzione non solo ai bisogni primari dei cittadini ma anche ad esigenze più profonde che riguardano la persona nella sua complessità. Esigenze di conoscenza, di formazione, di ricerca, di piena realizzazione di sé e di libera espressione (art 21) anche attraverso le arti (art.33).
978880621381GRA Indicazioni che, avverte il professore, la politica di sinistra non dovrebbe trascurare. Pena il suo appiattimento su quel modello di Homo oeconomicus caro alle destre e che prospetta un cittadino povero di umanità, aridamente concentrato sulla realtà materiale, programmato per obbedire da una scuola che trascura il sapere umanistico, reprime il pensiero critico e taglia la ricerca scientifica di base, in nome di un sapere tecnico basato sulla razionalità strumentale
.
In questo quadro interpretativo della Carta proposto in questo nuovo libro la tutela e la valorizzazione non appaiono più fini a se stesse, non sono più tese alla contemplazione ma alla conoscenza: il patrimonio d’arte ci invita a interrogarci sul suo significato civile e sulla nostra storia collettiva. Ma soprattutto ci parla di qualcosa che è specificamente umano come la creatività, come la fantasia, con un linguaggio universale che si esprime per immagini.
L’arte,insomma, ci mette in contatto con valori profondamente umani. Anche per questo deve essere accessibile a tutti. Chi ha scritto la nostra Carta fondamentale, in qualche modo, lo aveva intuito.
 dal settimanale left Avvenimenti

Posted in Archeologia, Arte, Beni culturali | Contrassegnato da tag: , , , , , , , , , , | Leave a Comment »

Cultura bene comune. Left incontra Settis

Posted by Simona Maggiorelli su maggio 28, 2013

Salvatore Settis

Dopo anni di assalti al patrimonio da parte dei governi di centrodestra . E di  tagli al ministero dei beni culturali operati senza soluzione di continuità anche da governi di centrosinistra, i cittadini si ribellano e si organizzano in associazioni per cercare di invertire la rotta. E difendere la Costituzione. Di cultura, diritti, democrazia  abbiamo discusso il 30 maggio a Roma, in un incontro con Salvatore Settis organizzato da left.   A cui  hanno partecipato Fabrizio Barca, Pippo Civati, Vittorio Emiliani, Tomaso Montanari, Michele Dantini, Andrea Ranieri e molti altri.

Il video dell’evento:http://www.mawivideo.it/2013/05/la-cultura-scende-in-campo/

di Simona Maggiorelli
“Non avrei proprio mai pensato che un piccolo libro come Indignatevi! Potesse avere una tale ripercussione e mobilitare così tante persone» si legge nell’ultimo lavoro di Stéphan Hessel. Un piccolo, appassionato pamphlet dal titolo Non arrendetevi (Passigli, 2013) in cui il vecchio partigiano francese, scomparso o scorso febbraio, annotava: «Il fatto è che il movimento dei giovani spagnoli del 2011 ha adottato l’indignazione come bandiera e ne ha fatto un appello per tutti». Dando voce a un movimento dal basso, estraneo al mondo dei partiti tradizionali e che «ha rappresentato qualcosa di nuovo ed è stato l’espressione di un rifiuto delle manovre di un’oligarchia non solo finanziaria». In nome della democrazia, della difesa dei beni comuni. Un movimento spontaneo di “pezzi” della società civile – ci ricorda Salvatore Settis nel libro Azione popolare (Einaudi, 2012) – che in Italia ha preso una pluralità di forme dai Movimenti per l’acqua a Se non ora quando, dall’Onda degli studenti alle manifestazioni per i diritti civili. Portando sulla scena pubblica battaglie per quelli che la sinistra tradizionalmente ha sempre chiamato bisogni, ma anche per irrinunciabili esigenze che riguardano la persona nel sua complessità.
Il minsitro Massimo Bray ad Onna e poi a L'Aquila

Il minsitro Massimo Bray ad Onna e poi a L’Aquila

Esigenze di partecipazione, di conoscenza, di formazione, di realizzazione della propria identità professionale e umana, di pieno riconoscimento di diritti civili e di autodeterminazione. «Davanti alla sordità dei partiti (tutti) di fronte al grande tema del bene comune – scrive Settis – alla loro capacità congenita di elaborare una visione lungimirante e democratica del governo del Paese, alla loro alleanza di fatto nel devastare ambiente e paesaggio, la nascita spontanea di movimenti e associazioni di cittadini in Italia (se ne contano almeno 20mila negli ultimi anni) è un segnale positivo di enorme importanza e straordinarie potenzialità». Un manifesto che possa raccogliere queste variegate istanze c’è già secondo l’archeologo e storico dell’arte della Scuola Normale: è la Costituzione. Una Carta lungimirante e ancora oggi modernissima che pone fra i doveri della Repubblica ( art.9) la difesa del patrimonio d’arte e del paesaggio. Un aspetto che non riguarda solo “la contemplazione estetica” ma essenziale anche per il diritto alla salute come drammaticamente ci mostra il caso di Taranto e dell’Ilva. Nella Carta «la figura del cittadino e della cittadinanza – prosegue Settis – intesa sia come comunità che come orizzonte di diritti è definita attraverso calibrate convergenze. L’art. 3 prescrive che tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge e nella Carta è scritto che “è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine sociale ed economico che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana». Ma come ben sappiamo, insieme all’articolo 21 che tutela la libertà di espressione e il diritto di cronaca, questo punto della nostra Costituzione è largamente disatteso. Grazie a una lunga serie di “contro riforme” che hanno riguardato la scuola, l’università, la ricerca. E grazie ad ormai ventennali attacchi al nostro patrimonio artistico, messo a rischio dalla mancanza di una adeguata tutela (a causa del depauperamento delle soprintendenze), ridotto a feticcio dal marketing della valorizzazione ad opera di manager che hanno trattato le opere d’arte come fossero panini McDonald’s, svenduto in operazioni di cartolarizzazione imbastite dai governi di centrodestra per fare cassa. Con la soppressione della storia dell’arte in molte scuole superiori, inoltre, si è sferrato un attacco frontale alla conoscenza. Quanto al paesaggio, su di esso hanno pesato scellerate politiche di condoni, la cementificazione selvaggia, senza nessun disegno urbanistico, mentre le logiche emergenzialistiche messe in campo dopo terremoti o altri eventi naturali hanno finito per intaccare quella straordinaria fusione fra patrimonio artistico e contesto paesaggistico che rende unica l’Italia.
azione-popolareAl di là di ogni ridicola enfasi sulla vastità del patrimonio d’arte italiano strombazzata da politici ignoranti e pronti a farne “petrolio” da saccheggiare ( De Michelis docet). Su questo punto mettono i puntini sulle “i” Bruno Arpaia e Pietro Greco nel libro La cultura si mangia! (Guanda, 2013) in cui si ricorda utilmente che l’Italia è sì in testa alla classifica mondiale con i suoi 45 siti archeologici riconosciuti dall’Unesco ma anche che l’Italia ne ha solo 3 in più della Spagna e 5 in più rispetto alla Cina. Un libro, questo scritto a quattro mani da Arpaia e Greco, che tratteggia un quadro efficace del modo a dir poco miope di agire della classe politica italiana di destra (ma anche di centrosinistra) riguardo ai beni culturali. Fin dal titolo che rovescia quel rozzo «con la cultura non si mangia» pronunciato il 14 ottobre 2010 da Giulio Tremonti, che da ministro ha tagliato un miliardo e mezzo di euro all’università e 8 miliardi alla scuola pubblica, per non parlare dei tagli al ministero dei beni culturali e al Fus.
Proprio grazie alla “finanza creativa” di Tremonti il bilancio del ministero dei Beni culturali nel 2008 fu praticamente ridotto della metà. Senza che l’allora ministro Sandro Bondi protestasse. Anzi cercò di silenziare Salvatore Settis allora a capo del Consiglio superiore dei beni culturali, che messo di fronte all’impossibilità di svolgere il proprio compito, fu praticamente costretto a dimettersi. E presto sostituito da Andrea Carandini, attuale presidente del Fai. Nel 2013 – val la pena di ricordarlo qui – il bilancio del ministero dei Beni culturali è ulteriormente sceso del 6,1 per cento. Anche in questo caso senza che Lorenzo Ornaghi, ministro dei Beni culturali del governo Monti, facesse alcuna opposizione. E se non ci saranno cambiamenti di rotta, sono previsti ancora tagli per 125 milioni nel 2014, e di 135,7 nel 2015, come ha scritto Tomaso Montanari su Il Fatto quotidiano.
La crisi picchia duro, si è giustificato il governo dei tecnici guidato da Monti. «Ma proprio in momenti di crisi occorre sostenere finanziariamente la cultura» ha sottolineato Settis intervenendo Solone del libro di Torino contro quella che il professore chiama «la religione dell’austerità sostenuta dalla destra». Citando il Nobel Krugman a supporto. A noi tornano in mente anche le parole di Martha C. Nussbaum: «Solo i Paesi che hanno continuato a investire in cultura sono riuscite a fronteggiare in qualche modo la crisi, guardando al futuro». A questo tema la filosofa americana ha dedicato un intero libro a cui per brevità rimandiamo. S’intitola Non per profitto ( Il Mulino 2012) e mette in luce, con dovizia di dati, perché le democrazie hanno bisogno della cultura. E di quella umanistica in particolare.
 da left- 25 maggio- 31 maggio 2013

Posted in Arte, Beni culturali, Costituzione, Diritti | Contrassegnato da tag: , , , , , , , , , , , , , , , , | Leave a Comment »

L’impegno civile degli Intellettuali 2.0

Posted by Simona Maggiorelli su maggio 4, 2013

Mario Merz "Che fare?" 1968-73

Mario Merz “Che fare?” 1968-73

 di Simona Maggiorelli

«L’unica capacità che ancora oggi dovrebbe contraddistinguere l’intellettuale è il fiuto avanguardistico per ciò che conta. Ciò richiede virtù tutt’altro che eroiche: il senso per quel che non va e che potrebbe andare diversamente; un pizzico di fantasia per progettare alternative, un poco di coraggio un’asserzione forte e provocatoria per un pamphlet». Così scrive il filosofo Jurgen Habermas ne Il ruolo dell’intellettuale e la causa dell’Europa (Laterza, 2010). Salvo aggiungere: «Più facile a dirlo che a farlo. E lo è sempre stato».

E ancor più difficile è oggi, con il restringersi degli spazi per un dibattito pubblico di alto a livello. A cominciare dalle pagine dei giornali che offrono sempre meno approfondimento e riflessione critica. Come ci raccontano in queste pagine alcuni degli intellettuali più autorevoli della generazione intorno ai quarant’anni. Intanto la politica latita e le amministrazioni locali spendono i pochi soldi a disposizione per eventi che danno un immediato ritorno immagine invece di investire in biblioteche e musei connessi con il territorio. Ma c’è chi non si arrende. E dagli appelli pubblici, ai circoli di lettura, dalle proposte ad alto tasso di creatività di piccoli editori, alle occupazioni dei teatri, fioriscono le iniziative dal basso. Ed è un miracolo tutto italiano, visto che come ci ricorda Roberto Ippolito nel libro Ignoranti (Chiarelettere) l’investimento in Cultura in Italia è pari allo 0,19% del bilancio pubblico.

Sporcarsi le mani

Tomaso Montanari a L'Aquila

Tomaso Montanari a L’Aquila

Non ci sta Tomaso Montanari a svalutare l’impegno civile che, a suo avviso, dovrebbe procedere di pari passo al lavoro accademico. Docente di storia dell’arte all’Università di Napoli, 43 anni, lo studioso fiorentino è stato appena nominato dal presidente Napolitano commendatore dell’ordine al merito della Repubblica per il suo impegno in difesa del patrimonio d’arte. Promotore dell’adunata di storici dell’arte che si tiene a L’Aquila il 5 maggio ( a cui partecipa anche il neoministro Massimo Bray), Montanari interviene nel dibattito di left sul ruolo degli intellettuali cominciando con una precisazione: «Non credo che abbia molto senso parlare oggi di “intellettuali”, come categoria astratta – dice- . Ha senso, invece, parlare di comunità della conoscenza e della ricerca. Beninteso io stesso ho scritto un libro (A cosa serve Michelangelo?, Einaudi , 2011 ndr) sul tradimento etico, scientifico e politico della mia comunità, quella degli storici dell’arte italiani. Ma credo che chi ha il privilegio di lavorare nella ricerca abbia il dovere di fare entrare il metodo e, per quanto possibile, anche i risultati della ricerca nel discorso pubblico generale: dobbiamo incessantemente restituire il più possibile alla comunità civile che ci paga lo stipendio».

Il ministro Bray ad Onna

Il ministro Bray ad Onna

Un esempio? «Una delle cause della progressiva rovina del patrimonio storico e artistico della nazione – spiega Montanari – è proprio l’incapacità degli storici dell’arte di parlare ai cittadini. Ora dobbiamo chiederci abbiamo fatto tutto ciò che potevamo per spiegare “quanti e quali valori si trattava di proteggere” come scrisse Roberto Longhi all’indomani del bombardamento di Genova, nel 1944? Abbiamo provato ad essere davvero “popolari”, per farci capire dai cittadini che del patrimonio d’arte sono gli unici padroni’? Abbiamo fatto in modo che la storia dell’arte non serva solo agli storici dell’arte? Senza una nuova alfabetizzazione figurativa degli italiani, il patrimonio non si salva, e l’articolo 9 della Costituzione non si applica». Ma c’è anche un altro dovere che gli intellettuali non possono trascurare secondo Montanari: «Ogni ricercatore è anche, e prima di tutto, un cittadino. E oggi è il momento in cui ogni cittadino che ne è capace deve prendere la parola in pubblico, deve agire in prima persona “politicamente”: il che non vuol dire candidarsi a qualcosa, ma contribuire a costruire la “polis” con le proprie idee. Chi fa ricerca lo farà, si spera, condividendo con gli altri un modo meno conformista di guardare al mondo. Non perché è un’ “intellettuale”, ma perché come ricercatore è pagato per cambiare il mondo attraverso la conoscenza». Da qui la sua scelta di firmare l’appello di Settis, Bodei e altri? «Quando Barbara Spinelli mi ha chiesto se volessi firmare un appello al Movimento 5 Stelle perché si impegnasse a formare un governo ho detto sì. Personalmente pensavo a un governo a termine guidato da una personalità come Stefano Rodotà, che mi pare ancora l’unica via d’uscita possibile». Paolo Mieli, però, ha detto che voi firmatari eravate degli ingenui. «Certo rispetto a Mieli, lo sono – dice Montanari -. Mi chiedo, però, se in un Paese distrutto anche dal cinismo di alcuni squali navigatissimi sia proprio un gran difetto essere ingenuo. Ma la questione è un’altra. E chiedo a Mieli: per capire ciò che sarebbe successo alle elezioni era più utile leggere gli editoriali dei principali giornali italiani, o leggere un libro come Azione popolare di Salvatore Settis? Chi ha oggi strumenti migliori per capire il Paese? Dopo di che, ognuno deve fare il suo mestiere, e un appello non ha l’ambizione di produrre direttamente effetti in politica: ha il fine di spingere al pensiero critico individuale, di fare un graffio sulle coscienze».

La miopia della politica

Nicola Lagioia

Nicola Lagioia

«D’accordo Settis, Montanari, Rodotà. Difficile non concordare con quanto propongono» chiosa Nicola Lagioia, scrittore, blogger, conduttore di Radiotre e editore per conto di Minimum Fax. «Quando con il sito Minima et Moralia abbiamo proposto Rodotà come presidente della Repubblica abbiamo avuto un’infinità di contatti. Ma sono pochissimi gli intellettuali come lui che parlano direttamente a tutti noi». Futuro gramo per gli intellettuali italiani? «Devo dire che sono piuttosto pessimista – ammette Lagioia – .Quando gli intellettuali scendono nell’agone pubblico si prestano a farlo secondo i codici di comunicazione della Tv,e dei grandi media; nolente e volente, si trovano a parlare il linguaggio del potere. E’ successo anche a Cacciari con Sgarbi a Servizio pubblico.

Anche se dicevano cose diverse, alla fine il linguaggio era lo stesso, quello della baruffa Tv. A cui Cacciari si è prestato involontariamente. Anch’io quando sono andato in tv mi sono accorto che alla fine ero costretto a parlare la lingua della comunicazione che non ha niente a che fare con la letteratura e con la cultura, perché sei costretto a parlare per slogan». E allora cosa resta? Scrivere la propria opera, fare un blog «anche se in Italia è difficilissimo bucare il cono d’ombra o di luce degli addetti ai lavori».

scuola_nuova_3 E non dipende solo dagli intellettuali: il problema più grosso in Italia, dice Lagioia, è la mancanza di interlocutori politici. «Se non ora quando, il movimento TQ, al Valle Occupato c’è stato nell’ultimo anno un bel fermento dal basso, ma non c’è stata risposta politica».

E se allarghiamo lo sguardo vediamo che «in Europa i Paesi che riescono ancora a tenere sul piano dello sviluppo sono quelli che più hanno investito in cultura e ricerca. Hanno politici che sono dei veri statisti, fanno investimenti di lungo periodo, guardando alle generazioni future, non alle prossime elezioni». Al contrario di quanto accade in Italia. «Da elettore di sinistra noto purtroppo che questi partiti non sanno neanche dove mettere le mani quando si tratta di scommettere sulla cultura – constata Lagioia -. Credono che la cultura siano i talk show, i programmi tv di Fazio, di Saviano, della Dandini, i pezzi di Scalfari.

Ma la cultura è molto più vasta. Non c’è solo Riccardo Muti per la musica, non c’è soloUmberto  Eco per la letteratura». C’è un distacco fra intellettuali e politica? «C’è uno iato enorme. I partiti, Pd compreso, hanno perso del tutto il polso della situazione, si accontentano della spettacolarizzazione. Allora ecco Lidia Ravera alla Regione Lazio e non importa quanto ne sappia di politica locale, ecco Nanni Moretti che alla chiusura della campagna elettorale urla “da Lunedì gli italiani non saranno più ostaggio di Berlusconi”. E poi sappiamo come è andata…»

Nostalgia del Novecento

Matteo Marchesini

Matteo Marchesini

Se nell’Ottocento e nel Novecento almeno fino alla Resistenza si poteva parlare di una élite di intellettuali che erano riconosciuti come tali da un pubblico, in rapporto a un’impresa di portata più ampia, che era poi quella della società in generale, oggi questo patto è venuto meno, nota il filosofo Rino Genovese nel suo nuovo libro Il destino dell’intellettuale (Il Manifesto libri): ora a prevalere è perlopiù l’esperto e il comunicatore di massa, mentre i meccanismi dell’industria culturale si fanno sempre più pervasivi e si riduce lo spazio per la dissidenza. Un’analisi su cui in parte sembra concordare anche il più giovane dei nostri interlocutori, lo scrittore e critico Matteo Marchesini, classe 1979, ma che in libri come Soli e civili (Edizioni dell’Asino, 2012) non nasconde una certa nostalgia per tipi intellettuali come Fortini, come Bianciardi o come il poeta Noventa.

«Gli appelli vanno anche bene, purché liberi dalla retorica e linguisticamente sorvegliati – dice Marchesini – ma prima di tutto bisogna capire come si configura la scena pubblica oggi e cosa significa essere reclutati come intellettuali: dagli anni Cinquanta in poi con la crescita dell’industria culturale significa in primis essere esaltati dal potere mediatico, a prescindere dalla qualità e consistenza del proprio lavoro intellettuale. Per questo – spiega lo scrittore bolognese – mi è molto cara la distinzione che faceva Fortini fra funzione intellettuale (che hanno tutti universalmente dal momento che fanno un lavoro intellettuale) e intellettuale come ruolo, che dà l’idea di un notabilato»

Franco Fortini

Franco Fortini

. Chi sono oggi gli intellettuali di “ruolo”? «Quegli autori che accettano di essere ridotti a divi Tv, quelli che sui giornali fingono di fare critica ma fanno pubblicità editoriale, quelli che ti offrono analisi da bar appena un po’ più raffinate invece di tentare una disamina dei meccanismi patologici del mercato editoriale. Più che invenzioni dei media come i Baricco, che ormai sono cosa vecchia, o gli Ammanniti – approfondisce Marchesini – mi colpiscono i tipi alla Michele Serra che mentre denunciano giustamente la corruzione morale e intellettuale dell’era berlusconiana accettano di scrivere certe trasmissioni tv e non si preoccupano di questa palese contraddizione. Molti di loro sono di provenienza marxista e dovrebbero aver sentito parlare di critica dell’ideologia, ma non dicono niente sui compromessi del loro lavoro. Se penso ai tipi alla Fazio e Saviano, poi, mi sembra davvero che sulla linea di Fortini abbia vinto quella del suo amico e avversario Pasolini, che puntava sulla mitizzazione della propria figura e chiedeva adesione totale o rifiuto. E allora come uscire da questo impasse? Dedicandosi con impegno al proprio lavoro di scrittura, torna a dire Marchesini, ma anche ricominciando a incontrarsi fuori da i riflettori. «La letteratura non è spettacolo. Intanto gli enti pubblici spendono per festival ed eventi cifre che basterebbero dieci anni alle biblioteche di quartiere. Con questo non demonizzo i festival ma a me piacciono le iniziative in cui le persone si incontrano e a mani nude per parlare di libri. Qui a Bologna l’associazione dell’Elefante, per esempio, organizzava serate di lettura in cui chiunque poteva proporre un testo da discutere e poi lo si faceva tutti assieme».

Viva la perdita di aura

Andrea Di Consoli

Andrea Di Consoli

«Chi sono, oggi, gli intellettuali? Sono la somma degli scrittori, architetti, filosofi, musicisti, registi, artisti, teologi, blogger, giornalisti, storici, docenti universitari, direttori di istituzioni culturali, antropologi, ecc. cioè la somma di tutti coloro che maneggiano quotidianamente idee, ideologie, pensieri, parole, materiali dell’immaginario, del pensiero, della cultura» dice lo scrittore e critico letterario Andrea Di Consoli.

«Dunque – prosegue – sono intellettuali tutti coloro che pensano in senso lato, cioè tutti coloro che lo fanno in maniera sistematica e non episodica». E in uno scenario sempre più allargato. «Di fatto il benessere moderno ha comportato una straordinaria proliferazione numerica degli intellettuali, perché la principale caratteristica delle società avanzate è la possibilità, da parte della massa, di abbandonare il lavoro manuale per il lavoro intellettuale».

twittE cosa porta con sé questo allargamento della cerchia degli intellettuali in Italia? «Comporta orizzontalità, pluralismo, frammentazione, affollamento. Ma perché dovrebbe essere un male? A mio avviso la perdita dell’alone ieratico e solenne che un tempo circondava alcuni intellettuali non è affatto da deprecare. Secondo me è un bene che in una società ci sia ricchezza di punti di vista, di argomenti e discipline, e pluralismo delle idee. Certo, questo comporta l’esperienza della solitudine per quasi tutti gli intellettuali (a parte per le poche figure superstiti di tipo novecentesco: come Eco, Magris, Saviano, Fo, Asor Rosa). Ecco – rilancia Di Consoli – è bello e liberatorio che ci sia tutta questa ricchezza intellettuale, ma sarebbe un errore, per invidia o per rancore, far passare l’idea ingenerosa e improduttiva che tutti gli intellettuali hanno lo stesso peso. Cambia in base alla caratura del proprio lavoro». Ma esiste uno spazio per gli intellettuali in Italia? «Sì a condizione che non si abbia in testa il dominante modello del successo mediatico. Gli intellettuali devono immaginare il loro lavoro e il loro impegno come tasselli di un infinito mosaico che tutti gli intellettuali concorrono a creare.

Poi, certo, ci sono quelli che riescono a piazzare cento tasselli, oppure tasselli bellissimi, e quelli che ne riescono a piazzare pochi, e magari poco cruciali per il disegno. Ma, una volta accettata fino in fondo questa umiltà e questa solitudine – rifiutando il pessimismo del “non contiamo nulla”, “la gente non legge”, “i giornali non ci cercano mai” – io credo che ciascun intellettuale possa fare con dignità e serietà la propria parte all’interno di un processo culturale che comunque è collettivo, corale»

 dal settimanale left-avvenimenti

Posted in Arte, Beni culturali, Cultura, Libri | Contrassegnato da tag: , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | Leave a Comment »

Dal FAI a fianco di Monti: Borletti Buitoni, una candidatura discussa

Posted by Simona Maggiorelli su febbraio 21, 2013

Italia for sale di  Iginio De Luca

Italia for sale di Iginio De Luca

«Ho appreso della sua decisione di candidarsi in una delle liste che fanno riferimento al presidente del Consiglio. È una decisione che rispetto, confidando nelle sue buone intenzioni. Ma non posso né comprendere né condividere il fatto che la Presidente in carica del Fai appoggi un premier che in oltre un anno di governo non ha mostrato la minima sensibilità per i problemi dell’ambiente, dei beni culturali, della scuola, dell’università, della ricerca, della cultura».

Così scriveva il 9 gennaio scorso Salvatore Settis nella sua lettera di dimissioni dal Cda del Fai, indirizzata a Ilaria Borletti Buitoni.

«Inoltre, cosa forse persino più grave – aggiungeva il professore della Normale – il presidente Monti non ha mostrato alcuna attenzione a questi problemi nemmeno nella sua Agenda, con ciò confermando che, se tornasse alla guida del governo, proseguirebbe l’opera di sistematico smantellamento delle strutture statali della tutela e di privatizzazione del patrimonio pubblico iniziata dal governo Berlusconi e di fatto proseguita anche dal governo tecnico». Alla netta presa di distanza dell’autore del Codice dei beni culturali italiano è presto seguita una ridda di interventi non meno polemici da parte di personalità della cultura.

A cominciare dallo storico dell’arte Tomaso Montanari che stigmatizza come «gravemente inopportuna» la scelta (e il modo) di Borletti Buitoni di scendere in campo politicamente. «Monti non avrebbe mai candidato la signora Borletti Buitoni: egli ha candidato la presidente del Fai», dice Montanari. «E che ciò sia vero lo dimostra il fatto che la signora ha provato a non dimettersi, decidendo di “autosospendersi” (un’arbitraria e fittizia pratica tutta italiana, inaugurata dai politici inquisiti) per decidere il da farsi ad elezioni avvenute». In questo contesto, poco chiaro è stato anche l’uso delle primarie della cultura indette dal Fai. «La candidatura di Borletti Buitoni ha gettato una luce sinistra su questa operazione», nota Montanari. «Col senno di poi, (un poi ravvicinatissimo, visto che primarie e candidatura sono state quasi simultanee) è chiaro che erano strumentali. E questo è un pessimo inizio di conflitti di interesse».

Ilaria-Borletti-Buitoni-e-nel-Consiglio-Superiore-di-Bankitalia_h_partbMa c’è di più. «Il Fai svolge un lavoro encomiabile, con le sue 116 delegazioni e i suoi 7mila volontari per educare alla conoscenza e alla tutela dell’ambiente e del patrimonio, ma – sottolinea Montanari – gestisce alcuni beni ad esso affidati, o donati. Ora la discesa in politica di Borletti Buitoni, a fianco di Monti che ha teorizzato la “privatizzazione”del patrimonio, dà corpo a questa prospettiva: quella del volontariato e del privato come progressiva

sostituzione alla tutela pubblica. Un patrimonio conservato materialmente e gestito da ricchi signori e signore, orgogliosi di fare charity: è questo il progetto della Costituzione sul patrimonio? Davvero la beneficenza può sostituirsi alla Repubblica nel rimuovere gli ostacoli all’eguaglianza costituzionale?». E il direttore del Centro studi umanistici dell’Abbazia di San Savino per lo studio e la valorizzazione del patrimonio, Luca Nannipieri, dichiara:

«Schierandosi con una lista che non ha elaborato alcuna visione strategica e progettuale riguardo al patrimonio storico-artistico, una lista il cui candidato premier Monti non ha mai citato neppure per sbaglio la parola “beni culturali” in un anno di presidenza del Consiglio, Borletti Buitoni ha dilapidato non tanto la sua relativa autorevolezza, quanto quella del Fai che ha presieduto. Si è resa protagonista di un’operazione i cui esiti sono suicidi». Quanto al fatto che la ex presidente del Fai su giornali e in tv faccia spesso riferimento alla necessità di aprire al privato nella gestione del patrimonio e senza chiarire in che termini, Nannipieri (che con lei ha avuto unduro botta e risposta su Libero) aggiunge: «La scarsa credibilità politica di Borletti Buitoni è proprio in questa ambiguità tra pubblico e privato. In politica sei credibile se dici con chiarezza cosa vuoi cambiare,quali compiti ha lo Stato e quali altri sussidia e delega a privati. Altrimenti siamo agli slogan delle primarie. Finora manca tutto questo. Forse – chiosa Nannipieri – è ciò che vuole Monti: in caso di vittoria, avere un altro ministro dei Beni culturali che, come Ornaghi, se ne sta nell’ombra, cura la placida amministrazione di un ministero ormai inconsistente, taglia nastri e non pone mai problemi».

In un momento in cui in Italia piovono 8 metri quadri di nuovo cemento al secondo e una parte consistente del nostro patrimonio rischia di andare in malora (Roberto Ippolito nel libro Ignoranti, Chiarelettere, traccia un quadro esaustivo quanto agghiacciante), non consola che anche il Fai rischi di perdere la propria autorevolezza. «La confusione è grande nel Fai», commenta Vittorio Emiliani. «Anche l’indicazione di Andrea Carandini come successore alla guida del Fai è un segno di totale spaesamento», dice il giornalista e scrittore, promotore de Il manifesto per la bellezza. «Basta ricordare che Carandini ha chiamato “talebani della tutela” i soprintendentie i difensori del patrimonio culturale»(Simona Maggiorelli dal settimanale left)

da ARTRIBUNE:

L’intellighenzia iataliana scarica Ilaria Borletti Bitoni. L’ex presidentessa del fai , candidata con Mario Monti, nuovo ministro  della cultura? Neanche per sogno. Lettera di fuoco su left

di  Helga Marsala

Salvatore Settis

Salvatore Settis

Prima le clamorose dimissioni di Salvatore Settis dal Fai, poi le dure critiche di Luca Nannipieri, giornalista di Libero e Il Giornale. Pare non avere pace l’ex presidentessa del Fondo Ambiente Italiano, Ilaria Borletti Buitoni, sospesasi esattamente un mese fa per accettare l’invito di Mario Monti a candidarsi per le prossime Politiche nella sua Scelta Civica. Il succo? Una che di cultura vive e che per la cultura dice di volersi candidare, come fa a difendere l’indifendibile vuoto di questo anno di Governo, tutto tagli e rinunce, in assenza di una qualsiasi visione generale e strategia di sviluppo?Finite le emergenze economiche (finite?!), l’Italia – con Monti – tornerà a occuparsi di cultura. Così risponde lei. Un po’ come quando il Presidente del consiglio, dopo il bagno di sangue dell’anno appena trascorso, promette di ridurre la pressione fiscale. Insomma, odore di campagna elettorale.Ma non finisce qui. Oggi altre dichiarazioni abrasive si abbattono sulla nuova avventura politica della Borletti Buitoni, nel frattempo indicata come possibile Ministro dei Beni Culturali nella prossima legislatura. È tempo di lettere pubbliche, firmate da un nucleo di intellettuali italiani, a cui questa candidatura proprio non è andata giù. Di nuovo Settis e Nannipieri, a cui si aggiungono lo storico dell’arte Tomaso Montanari e il giornalista de L’Unità Vittorio Emiliani. Il documento esce su sull’ultimo numero di Left Avvenimenti, in allegato col quotidiano diretto da Claudio Sardo. “La discesa in campo di Borletti Buitoni a fianco di Monti che ha teorizzato la privatizzazione del patrimonio”, scrive Montanari, “dà corpo a questa prospettiva: quella del volontariato e del privato come progressiva sostituzione alla tutela pubblica“. Gli fa eco Nannipieri, con parole severe nei confronti dell’esperienza Monti: “Il candidato premier non ha mai citato neppure per sbaglio la parola “beni culturali” in un anno di presidenza del Consiglio. Candidandosi con Monti, Borletti Buitoni ha dilapidato non tanto la sua relativa autorevolezza, quanto quella della FAI che ha presieduto”, tornando infine, anche lui, sulla questione del rapporto tra pubblico e privato: “In politica sei credibile se dici con stringente chiarezza cosa vuoi cambiare nel Codice dei Beni culturali, cosa vuoi cambiare nel Titolo V della Costituzione, quali compiti ha lo Stato e quali altri sussidia e delega a privati, cooperative, associazioni, fondazioni o enti locali. La gestione ai privati: come, fino a che punto, con quali limiti e con quali responsabilità. Così si fa politica. Altrimenti siamo agli slogan delle primarie”.Insiste Settis, lanciando strali contro un governo, quello targato Mario Monti, che non avrebbe mostrato “la minima sensibilità per i problemi dell’ambiente, dei beni culturali, della scuola, dell’università, della ricerca, della cultura”. Un vuoto riproposto anche, scandalosamente, nella sua nuova “Agenda”. E chiosa Emiliani, allargando il raggio d’azione del lapidario attacco: “La confusione è grande nel FAI. Anche l’indicazione di Andrea Carandini come possibile successore alla guida del FAI è un segno di totale spaesamento”. Carandini, ovvero colui che chiamò “talebani della tutela i soprintendenti e i difensori del patrimonio culturale“. Dunque, per una certa intellighenzia italica, che sia orientata più sinistra o più a destra, questa candidatura non s’aveva da fare. E per scongiurare la nomina della signora Buitoni alla guida del Dicastero della cultura – nell’incubo di un bis montiano in salsa centrista – ce le stanno mettendo tutta. Anche questa è politica. Azione, ma senza militanza. In perfetta antitesi con la scelta (civica?) di Borletti Buitoni.

Da Artslife:

Fuoco incrociato su Ilaria Borletti Buitoni

11/02/13

Alcune delle firme più note dell’arte si schierano contro Ilaria Borletti Buitoni come possibile Ministro dei Beni culturali della prossima legislatura. L’archeologo Salvatore Settis, lo storico dell’arte Tomaso Montanari, il saggista Luca Nannipieri, il giornalista Vittorio Emiliani sul numero attuale di Left Avvenimenti, abbinato a L’Unità, scaricano Ilaria Borletti Buitoni come candidata della Lista Civica Monti e possibile responsabile del Dicastero della cultura.

Un giudizio bypartisan e unanime che imbarazza il FAI, il Fondo per l’Ambiente Italiano, di cui Borletti Buitoni è stata presidente fino alla candidatura politica, e che alcune firme del mondo dell’arte criticano in questo modo.

Tomaso Montanari afferma: “Monti non avrebbe mai candidato la signora Borletti Buitoni: egli ha candidato la presidenza del FAI, e che ciò sia vero lo dimostra il fatto che la signora ha provato a non dimettersi, decidendo di autosospendersi (un’arbitraria e fittizia pratica tutta italiana, inaugurata dai politici inquisiti) per decidere il da farsi ad elezioni avvenute. La candidatura di Borletti Buitoni  ha gettat una luce sinistra sulle primarie della cultura indette dal FAI. Col senno di poi, (un poi ravvicinatissimo, visto che primarie e candidatura sono state quasi simultanee) è chiaro che erano strumentali. E questo è un pessimo inizio di conflitto di interesse. La discesa in campo di Borletti Buitoni a fianco di Monti che ha teorizzato la privatizzazione del patrimonio, dà corpo a questa prospettiva: quella del volontariato e del privato come progressiva sostituzione alla tutela pubblica”.

Luca Nannipieri afferma: ”Ilaria Borletti Buitoni si è schierata con la Lista Monti che non ha elaborato alcuna visione strategica e progettuale per quanto concerne patrimonio storico-artistico e cultura, il cui candidato premier, Mario Monti, non ha mai citato neppure per sbaglio la parola “beni culturali” in un anno di presidenza del Consiglio. Candidandosi con Monti, Borletti Buitoni ha dilapidato non tanto la sua relativa autorevolezza, quanto quella della FAI che ha presieduto. Si è resa protagonista di un’operazione tecnicamente e legalmente corretta, ma i cui esiti sono suicidi. La scarsa credibilità politica di Borletti Buitoni è proprio in questa ambiguità tra pubblico e privato. In politica sei credibile se dici con stringente chiarezza cosa vuoi cambiare nel Codice dei Beni culturali, cosa vuoi cambiare nel Titolo V della Costituzione, quali compiti ha lo Stato e quali altri sussidia e delega a privati, cooperative, associazioni, fondazioni o enti locali. La gestione ai privati: come, fino a che punto, con quali limiti e con quali responsabilità. Così si fa politica. Altrimenti siamo agli slogan delle primarie. Finora manca tutto questo. Forse è ciò che vuole Monti: in caso di vittoria, avere un altro ministro dei beni culturali che, come Ornaghi, se ne sta nell’ombra, cura la placida amministrazione di un Ministero ormai inconsistente, gira per inaugurazioni, taglia nastri e non pone mai problemi”.

Salvatore Settis sostiene: “Ho appreso della sua decisione di candidarsi in una delle liste che fanno riferimento al presidente del Consiglio. E’ una decisione che rispetto, confidando nelle sue buone intenzioni. Ma non posso né comprendere né condividere il fatto che il Presidente in carica del FAI appoggi un premier che in oltre un anno di governo non ha mostrato la minima sensibilità per i problemi dell’ambiente, dei beni culturali, della scuola, dell’università, della ricerca, della cultura. Inoltre, cosa forse persino più grave, il presidente Monti non ha mostrato alcuna attenzione a questi problemi nemmeno nella sua Agenda, con ciò confermando che, se tornasse alla guida del governo, proseguirebbe l’opera di sistematico smantellamento delle strutture statali della tutela e di privatizzazione del patrimonio pubblico iniziata dal governo Berlusconi e di fatto proseguita anche dal governo tecnico”.

Vittorio Emiliani dice: “La confusione è grande nel FAI. Anche l’indicazione di Andrea Carandini come possibile successore alla guida del FAI è un segno di totale spaesamento. Basta ricordare che Carandini ha chiamato ‘talebani della tutela’ i soprintendenti e i difensori del patrimonio culturale”.

Posted in Archeologia, Arte, Beni culturali | Contrassegnato da tag: , , , , , , , , , , , , , , , , | Leave a Comment »

Settis, in difesa del bene comune

Posted by Simona Maggiorelli su dicembre 18, 2012

Salvatore Settis

Salvatore Settis

Lo storico dell’arte e della Normale  difende la Costituzione come manifesto politico forte. E denuncia la continuità tra i governi Berlusconi e Monti: «La destra colta e perbene sta facendo gli stessi danni al patrimonio culturale e paesaggistico di quella precedente»

di Simona Maggiorelli

Se l’Italia ha un Codice dei beni culturali e paesaggistici lo deve a Salvatore Settis, storico dell’arte e archeologo della Normale di Pisa che non si è mai risparmiato nella battaglia per la piena attuazione della Costituzione. Che con l’articolo 9 «promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della nazione».

Rientrato in Italia nel 1999, dopo aver diretto il Getty Research Institute, Settis ha intrapreso una tenace battaglia contro la svendita del patrimonio pubblico. Cominciata nel 1991, quando il governo Andreotti provò a istituire la Immobiliare Italia Spa, e culminato dieci anni dopo con la Patrimonio dello Stato spa di Tremonti che prevedeva cartolarizzazioni e dismissioni non solo di palazzi pubblici, ma anche di pezzi di paesaggio: «Da allora le ipotesi di dismissione ricorsero assai spesso, più o meno a ogni finanziaria», scrive Settis nel suo nuovo libro Azione popolare, cittadini per il bene comune (Einaudi). «Anche con i governi di centrosinistra del 1996-2001». Per denunciare lo scellerato tentativo di mettere all’asta il Paese, nel 2002 pubblicò l’incisivo Italia spa. L’assalto al patrimonio culturale (Einaudi) e da allora la sua battaglia per la tutela e la valorizzazione non ha conosciuto soste, sul piano degli studi scientifici, ma anche su quello più direttamente politico. Arrivando, appunto, a stilare il Codice dei beni culturali nel 2004 ma anche a dimettersi da presidente del Consiglio superiore dei beni culturali in dissenso con i feroci tagli alla cultura firmati dal ministro Bondi nel 2009 e con i suoi tentativi di silenziare quell’organo consultivo. Dopo tutto questo, come tacere ora davanti allo scempio della cosa pubblica che continua ben oltre la caduta del governo Berlusconi sotto l’egida del governo Monti? Perciò l’elegante e coltissimo professore, facendo suo il motto “Indignez-vous!” del partigiano Stéphan Hassel mira a scuoterci dal torpore con il suo nuovo libro (il più schiettamente politico). E ci invita a rileggere la Costituzione come manifesto politico contro «la prevalenza del profitto privato sul bene pubblico, la sopraffazione, l’arroccarsi delle caste a difesa di privilegi immeritati, la concezione di ambiente e paesaggio come materia bruta da devastare a proprio vantaggio».

Professor Settis, gli italiani hanno perso la capacità di indignarsi per il sacco della cosa pubblica?

In realtà penso che i cittadini siano sempre meno indifferenti. C’è una grande sensibilità che sta crescendo. Nonostante questo, il sacco dell’Italia è evidente. Perciò credo sia molto importante collegare il saccheggio al patrimonio culturale e al paesaggio con tutte le altre forme di saccheggio a cui stiamo assistendo, con l’economia di rapina che sta proliferando a spese dello Stato e delle istituzioni pubbliche. Dobbiamo reagire. Avendo la consapevolezza che l’assalto al patrimonio culturale, così come quello a diritti come la salute e il lavoro, insieme all’assalto alle proprietà pubbliche o al demanio, sono parte di uno stesso disegno di smontaggio dello Stato; un disegno che ha il “piccolo difetto” di essere completamente illegale. Oltreché contrario all’interesse della generalità dei cittadini.

Nel suo nuovo libro scrive che il patrimonio d’arte è un “bene comune”. Ma da Craxi a Tremonti a Renzi è considerata «giacimento da sfruttare». La nostra classe dirigente non capisce che la cultura è un’esigenza irrinunciabile, non merce da depredare?

C’è una diffusa leggenda secondo cui la destra becera della stagione berlusconiana sarebbe stata sostituita da una destra colta e pulita. Ma bisogna constatare amaramente che la destra colta e tecnocratica del governo Monti fa esattamente le stesse cose della destra becera precedente. La destra di Sarkozy, invece, non ha tagliato i fondi alla cultura. Anzi ha puntato sulla ricerca come settore strategico. Beninteso la destra, come lei può ben capire, a me non piace per niente. Registro però che Frédéric Mitterrand dichiarava che i fondi del ministero della Cultura vanno considerati un santuario intoccabile. E, infatti, non furono diminuiti di un euro. Questo mentre in Italia si tagliava spietatamente. E al ministro Sandro Bondi non importava un bel niente.

Continuando il confronto, nell’attuale crisi, il ministro della Cultura del governo Hollande, Aurelie Filippetti, ribadisce che tagliare la cultura sarebbe una follia. E in Italia? 

Bisogna avere il coraggio di dirselo chiaramente. Ormai anche la sinistra è rassegnata a subire i tagli alla cultura come una sorta di fatalità, dettata dalla crisi economica. Ma non è vero. Si veda anche la Germania che reagisce alla crisi dicendo che in cultura, tuttavia, si investe. Sono sempre di più i cittadini italiani che protestano contro questa concezione marginale della cultura, vista quasi fosse un lusso. Ma non sono ancora abbastanza. Intanto i ministri Passera e Ornaghi firmano il manifesto per la cultura de Il Sole 24 ore, si stracciano le vesti per dire che non vorrebbero mai tagliare in cultura e intanto lo fanno. C’è questa doppia verità, questo doppio binario.

Al teatro Eliseo, anche la platea di addetti ai lavori degli Stati generali della cultura ha contestato apertamente i due ministri.

Ero in Cile (per un ciclo di conferenze sui beni culturali, ndr), l’ho appreso dai giornali. Ma posso dire che i ministri contestati, Ornaghi e Profumo, sono del tutto appiattiti sull’operato dei loro predecessori, Bondi e Gelmini. Trovo veramente stupefacente che un governo tecnico – appoggiato anche dal Pd – abbia una così totale assenza di prospettiva nella politica culturale del Paese. Il ministro Passera e il viceministro Mario Ciaccia, nel frattempo, continuano a dire che troveranno 80 miliardi, 100 miliardi… Parlano di infrastrutture, di autostrade, non parlano mai seriamente di messa in sicurezza del territorio nonostante il Paese sia devastato da sismi e dissestato sotto il profilo idrogeologico. Passera parla sempre in occasioni pubbliche di un’agenda culturale del governo, ma è un flatus vocis dietro al quale non si vede il più remoto progetto concreto. Per non dire poi di Ornaghi, che non fa nemmeno  promesse. Si limita a dire che lo Stato deve aspettare l’arrivo di finanziatori privati.

Per i beni culturali, Ornaghi auspica «meno Stato e più privati». 

Che dica questo è gravissimo. Sarebbe come se un ministro della Repubblica per mantenere l’ordine pubblico dicesse «sarebbe bene chiamare la mafia». Contributi privati ai beni culturali sono i benvenuti, purché funzioni (secondo Costituzione) il sistema pubblico della tutela, con risorse pubbliche.

Soprintendenze territoriali sempre più depauperate di competenze, blocco delle assunzioni e nomine politiche ai vertici delle maggiori istituzioni, come Giovanna Melandri al MAXXI. Da dove ripartire per uscire da questo impasse? 

Nel libro non suggerisco delle ricette per i beni culturali. Ho voluto dare un messaggio del tutto diverso: per poter affrontare il problema della cultura in maniera risolutiva è necessario inquadrarlo in un ambito più ampio. Il diritto alla cultura fa parte di un orizzonte costituzionale. Bisogna capire alla radice il problema. Tutte le questioni che lei cita sarebbero facilissime da risolvere se ci fosse un ministro competente capace di prendere tutti i provvedimenti necessari. Ma un tecnico di indubbia competenza come Mario Monti ha scelto come ministro della Cultura la persona più disadatta, la più lontana da questo compito. Per evitare che in futuro il ministro della Cultura sia una figura di quarta o quinta fila bisogna ridare centralità alla cultura e leggerla nell’orizzonte degli altri diritti costituzionali. L’articolo 9 non è frutto del caso. Non è un’intrusione. È assolutamente essenziale. La cultura, come il diritto alla salute, al lavoro, all’istruzione (scuola, università, ricerca) sono  essenziali alla democrazia, alla libertà e all’uguaglianza, cioè ai valori fondamentali della Carta. Capendo questo si trova poi anche la soluzione alle singole questioni.

La Costituzione, lei scrive, è un manifesto politico, quanto mai vivo. Non un feticcio.

I diritti che citavo concorrono parimenti a garantire l’autonomia e la dignità del cittadino. L’articolo 9 va messo in relazione con la messa in sicurezza del territorio e con la tutela del paesaggio. D’altro canto la concezione costituzionale di tutela dell’ambiente risulta dalla combinazione con la tutela della salute e va letta in parallelo all’articolo 32, inteso come diritto alla salute. Per il futuro dell’Italia dobbiamo tenere insieme tutte queste cose. Non devono essere la seconda o la terza o la quarta preoccupazione, bensì la prima. Attuando la Costituzione si creerebbe tantissimo lavoro. E ce n’è molto bisogno oggi, specialmente per le generazioni giovani.

Il giurista Stefano Rodotà è stato invitato in Tunisia perché, dopo la Primavera araba, c’è chi pensa a una costituzione sull’esempio della nostra. La nostra Carta viene presa a modello all’estero e in Italia c’è chi la ritiene inattuale?

La nostra Carta è già stata presa ad esempio da altri Paesi. L’articolo 9 è stato copiato dalla Costituzione portoghese e da quella maltese ed è stato praticamente parafrasato da Paesi del Sudamerica. Chi parla della nostra Costituzione come di “un ferro vecchio” non sa quel che dice. O forse lo sa molto bene… Chi protesta contro l’articolo 42 sul diritto di proprietà che è limitato nella Carta italiana dall’utilità sociale, ora dice – come fa Berlusconi – che è vecchia e andrebbe cambiata. E non si accorge che sta criticando una Costituzione del 1948 auspicando un ritorno allo Statuto Albertino del 1848. Nello Statuto Albertino, infatti, la proprietà privata era un valore assoluto. Ora, dire che la Carta è invecchiata per poi tornare indietro di cento anni, mi sembra una mossa suicida.

dal settimanale Left-Avvenimenti

Posted in Archeologia, Arte | Contrassegnato da tag: , , , , , , , , , , , , , , | Leave a Comment »

Avventure di carta

Posted by Simona Maggiorelli su agosto 5, 2011

di Simona Maggiorelli

Marilyn

Viaggiare con la fantasia, avendo finalmente un po’ di tempo da dedicare ai libri e all’approfondimento. Con l’avvicinarsi delle vacanze arriva anche l’occasione buona per nutrire la mente con buone letture. E se la crisi picchia dura e siete fra quegli italiani (uno su cinque dicono le statistiche) che quest’estate resterà a casa, tanto più vale godersela in poltrona, con un buon romanzo o un saggio illuminante. Ecco dunque un vademecum di proposte per tuffarsi in un limpido mare di storie, di idee, di racconti.

Sulle rotte delle tigri della Malesia. Attenzione, attenzione, le tigri di Mompracem sono tornate. E in chiave decisamente antimperialista. Dopo aver raccontato le gesta del Che e quelle di Zapata, Paco Ignacio Taibo II con il romanzo Ritornano le tigri della Malesia (Marco Tropea) si è messo sulle tracce di Salgari riscrivendo – in omaggio al grande scrittore di cui ricorre il centenario della morte – una delle saghe più famose di Sandokan. In questa spassosa reinvenzione Taibo II ripercorre le lotte di indipendenza del Sud-Est Asiatico dall’oppressore occidentale, viste dalla parte di quei ribelli che la letteratura europea storicamente ha sempre tratteggiato negandone l’identità e la cultura. E sulle tracce di Salgari, in termini biografici, si è messo anche Ernesto Ferrero che per Einaudi ha ripercorso la vita travagliata dello scrittore che “Fin da ragazzo amava disegnare le navi, vascelli alberati, cutter , brigantini e più c’erano alberi e vele e sartie più godeva”, racconta Ferrero nel suo libro Disegnare il vento fra i cinque finalisti del Premio Campiello 2011. Il titolo è mutuato da un autoritratto dello stesso Salgari . “ Di sé diceva che amava disegnare il vento; per lui – aggiunge Ferrero – era un po’ come disegnare la libertà, la forza, la vita. Rendere visibile l’invisibile”. E se poi sarete tentati di riassaggiare il gusto della prosa salgariana che accendeva i nostri pomeriggi d’infanzia Einaudi ha appena ripubblicato l’intero ciclo del Corsaro nero in edizione economica.

Passaggio ad Oriente

Dalla Malesia salgariana al fascino dell’Indonesia, un Paese che conta 240 milioni di islamici, ma che è di fatto una nazione dell’identità poliedrica, complessa, meticcia. Ne ripercorre le molteplici e affascinanti facce – dai quartieri più frenetici e ricchi di Giacarta ad isole sperdute ricche di mitologia – la giovane scrittrice indonesiana Nukila Amal nel romanzo Il drago cala Ibi, uno degli ultimi titoli pubblicati dalla casa editrice Metropoli d’Asia, nata da una costola di Giunti . Da qualche mese Metropoli d’Asia veleggia indipendente nel mercato dell’editoria continuando a proporre freschissimi romanzi e noir che raccontano dall’interno come sta cambiando il Sud-Est Asiatico. Un’altra preziosa guida in questa area del mondo è la casa editrice O barra O che ha appena pubblicato un importante libro testimonianza di Win Tin, braccio destro di Aung San Suu Kyi e coordinatore della Lega nazionale per la democrazia. Nel volume Una vita da dissidente risuona forte e coraggiosa la sua voce contro la la violenza della giunta militare al potere in Birmania. E ancora si può idealmente viaggiare in Asia con il giornalista Claudio Landi, (voce di Radio Radicale e autore della trasmissione “L’ora di Cindia”) che con La nuova via della Seta (O Barra O) ci aiuta a capire i repentini cambiamenti di geopolitica che riguardano quell’ampia zona che va dalla Cina all’India. E ancora: il viaggio può continuare con titoli freschi di stampa come Storia dell’India e dell’Asia del sud (Einaudi) dello storico americano David Ludden , come Il Giappone moderno, una storia politica e sociale (Einaudi) di Elise K. Tipton e, per quanto riguarda la Cina, si può ricorrere alla splendida enciclopedia Einaudi in tre volumi di cui è appena uscita la monografia a cura del sinologo Maurizio Scarpari sulle origini della civiltà cinese. Ma per leggere la storia orientale con occhi nuovi, fuori dal pregiudizio eurocentrico, da non lasciarsi sfuggire è anche l’affascinante e complesso ritratto di Gengis Khan che ha tracciato l’orientalista René Grousset nel libro Il conquistatore del mondo ( Adelphi) ricostruendo l’antico tessuto culturale a cui l’indomabile condottiero mongolo ricorse per ammantare di mistero il proprio regno.

Dopo la rivolta del Medioriente

Percorrendo quelle vie che dall’estremo Oriente, fin dall’antichità, arrivavano in Turkemenistan e in Turchia, arriviamo così – pagina dopo pagina – in una delle zone politicamente più calde del momento: il Medioriente delle rivoluzioni giovanili che chiedono maggiori diritti e democrazia. Accade non di rado che le intuizioni degli scrittori precedano gli eventi. E’ il caso dello scrittore algerino Amara Lakhous, conosciuto in Italia per il bestseller Scontro di civiltà per un ascensore a piazza Vittorio, che ora ha deciso di ripubblicare per le Edizioni e/o Un pirata piccolo piccolo, quel suo primo e sorprendente romanzo che negli anni Novanta non trovò un editore in Algeria disposto a pubblicarlo perché giudicato troppo franco ( e per questo pericoloso) nel raccontare il malessere della gioventù algerina delusa dalle false promesse del Fronte di liberazione nazionale. Scritto con piglio sagace, da commedia nera, il libro di Lakhous preconizza le rivolte a cui abbiamo assistito negli ultimi mesi. E’ un coraggioso affondo, invece, nella mancanza di giustizia sociale che attanaglia la Siria il potente romanzo dello scrittore dissidente siriano Khaled Khalifa. Un libro dal titolo provocatorio, Elogio dell’odio (Bompiani), e che affresca la dura realtà siriana con gli occhi di una giovane studentessa universitaria cresciuta in una famiglia tradizionale e alla ricerca di una via di fuga dalla violenza dei fondamentalisti. Dalla fiction alla cronaca che talora va crudelmente oltre la fantasia. E’ un messaggio di denuncia fortissimo contro la violenza della teocrazia di Ahmadinejad il libro dell’iraniano Arash Hejazi il giovane medico che il 20 giugno del 2009 cercò inutilmente di rianimare Neda colpita a morte dai cecchini del regime durante la rivolta di piazza contro i brogli elettorali. Con il titolo Negli occhi della gazzella il libro (che è uscito in Italia per Piemme), è stato scritto in Inghilterra dove Hejazi vive da rifugiato, anche grazie all’appoggio dello scrittore Paolo Coelho. Da un medico a un altro medico, autore di un libro-testimonianza toccante e di grande peso politico: Parliamo del ginecologo palestinese Izzeldin Abuelaish che nel suo Non odierò (Piemme) racconta l’attacco dell’esercito israeliano alla popolazione civile palestinese. In un raid, non molto tempo fa, hanno perso la vita anche le sue figlie adolescenti. In queste pagine ripercorre le ragioni che lo spingono a continuare il suo lavoro di medico in quelle zone martoriate cercando di contribuire a un futuro di pace. E ancora due libri pensando all’Iraq devastato dalla guerra americana: il viaggio racconto di un giovane scrittore italiano, Luigi Farrauto, in Senza passare per Baghdad (Voland) e , soprattutto, Addio Babilonia, il romanzo scritto negli anni Settanta dallo scrittore iracheno Naim Kattan e ora pubblicato in Italia da Manni, un libro in cui riaffiora tutto il fascino di una città dalla tradizione antichissima, così come era prima che fosse oppressa dal regime di Saddam e dalle guerre. E , prima di voltare pagina, per chi volesse continuare ad approfondire, il nostro consiglio non riguarda un solo libro, ma una intera collana, la nuova RX di Castelvecchi dove di recente sono usciti titoli come Mediterraneo in rivolta di Franco Rizzi (con la prefazione di Lucio Caracciolo) e L’età dell’inganno del Nobel egiziano Mohamed El Baradei, sulle minacce nucleari e l’ipocrisia delle nazioni.

Se la letteratura si scopre green

Da un po’ di tempo non è più solo la saggistica ad aiutarci a capire i danni che questo sistema di produzione e di consumo sta producendo al pianeta. Di fatto le tematiche ambientali colpiscono sempre più la fantasia degli scrittori. Grandi e piccoli. Da Ian Mc Ewan che con Solar (Einaudi) ha affrontato il tema di una scienza applicata che non sa affrancarsi dalle pressioni di mercato fino a esordienti di talento come la francese Elisabeth Filhol che nel suo romanzo La centrale, (Fazi editore) con stile affilato e lucido, affronta la minaccia che viene dalle centrali nucleari. Un tema che ha ispirato anche il nostro Francesco Cataluccio che nel romanzo Chernobyl (Sellerio) torna idealmente nella cittadina russa dove avvenne uno dei più grandi disastri nucleari e dove la vita, da quel 26 aprile del 1986 , non è più tornata normale. E ancora, è un romanzo di formazione, che si compie drammaticamente sullo sfondo di una discarica il romanzo Corpi di scarto di Elisabetta Bucciarelli pubblicato da Edizione Ambiente. Racconta la storia di un ragazzino cresciuto troppo in fretta fra sacchi di immondizia, acqua sporca e cumuli di ferro rugginoso.

Accanto alla letteratura di denuncia, e quasi in parallelo, per fortuna, fiorisce anche quella che ci invita alla scoperta di angoli ancora miracolosamente intonsi del nostro pianeta, come il libro Luoghi selvaggi (Einaudi) dell’alpinista, docente di Cambridge e collaboratore della BBC Robert MacFarlane che ritrovando il piacere che aveva da bambino nel fantasticare sui luoghi selvaggi della letteratura, ha scritto questo avvincente diario dei suoi viaggi dalle isole Skelligs alle vette di Ben Hope, fra Scozia Inghilterra e Irlanda. E’ un viaggio di esplorazione nella giungla africana, alla scoperta di antichi miti e riti di stregoneria invece Spiriti guerrieri, mappa nell’Africa nera (Corbaccio) del giornalista inglese e inviato di guerra Tim Butcher. Infine, passando dietro lo specchio, con un rocambolesco salto dalla realtà all’immaginazione più visionaria, torna un vecchio sciamano della letteratura sudamericana come Alejandro Jodorowsky tracciando ne Il pappagallo dalle sette lingue (Giunti) un alchemico viaggio nel Cile degli anni Quaranta. E se quel vecchio lupo di mare di Jodorowsky ci invita a guardare a un passato magico e onirico, all’opposto, è un salto nel futuro quello che ci invita a compiere il docente di scienze della terra dell’Università della California , Laurence C. Smith, nel volume 2050 (Einaudi) dove indaga come potrà essere la Terra fra quarant’anni, sotto la spinta demografica, del cambiamento climatico e della globalizzazione.

Intanto, per cominciare a vedere i segni di questi cambiamenti nel nostro presente, Adriano Labbucci in un delizioso pamphlet scritto per Donzelli, invita a fare una cosa semplicissima e alla portata di tutti i portafogli: camminare. Tenendo svegli i cinque sensi, lasciandosi andare, anche se meta come insegnava, da flâneur, Walter Benjamin, lasciando che sia la realtà ad emozionarvi e sorprendervi.Camminare. Una rivoluzione. Promette Labbucci fin dal titolo.

Alla riscoperta del Belpaese

Cammina, cammina, si possono riscoprire le bellezze paesaggiste e artistiche di questa maltratta Italia. Che in barba a cartolarizzazioni e svendite da finanza creativa tremoniana e non, miracolosamente continuano a resistere. Così se quest’estate decideste di calzare un cappello da turista e di avventurarvi fra monumenti e musei avremmo da suggerirvi come suggestivo Baedeker i volumi ( leggerissimi, da portare in tasca) della ottima collana di storia dell’arte “sms” varata da Skira, ma anche l’insolita serie di romanzi brevi ispirati a grandi artisti del passato che sempre Skira ha varato da qualche tempo e in cui si s’incontrano Vita allegra di un genio sventurato, la biografia romanzata di Benvenuto Cellini, carnale e ribollente di passioni, scritta dall’attore Marco Messeri, ma anche il libro, raffinatissimo che Anna Banti dedicò a Lorenzo Lotto e che da tempo era fuori catalogo. Ma anche l’esordio nella narrativa dell’ex soprintendente Pietro Marani che ne Le calze rosa di Salaì immagina Francesco Melzi, allievo di Leonardo da Vinci alla ricerca di un quadro perduto del grande maestro del Rinascimento. E quanto più si apprezzeranno le superstiti bellezze del Belpaese, tanto più si potrà capire l’importanza politica e civile di pamphlet come A che serve Michelangelo?(Einaudi) in cui lo storico dell’arte Tomaso Montanari denuncia l’uso politico e truffaldino che questo governo di centrodestra ha fatto del nostro patrimonio e di libri come Paesaggio Costituzione cemento (Einaudi) in cui l’ex direttore della Normale di Pisa, Salvatore Settis traccia il quadro drammatico dello scempio che si sta compiendo in Italia.

Quel pasticciaccio brutto del Paese Italia

Mentre l’informazione libera è sempre più sotto attacco in Italia molti giornalisti di vaglia si sono dati a scrivere la storia politica dell’Italia dei nostri giorni, offrendo strumenti indispensabili per ripensare episodi bui della nostra storia. Come ad esempio l’assassinio di Carlo Giuliani da parte dalle forze dell’ordine, dieci anni fa al G8 di Genova di cui sono tornati ad occuparsi Guadagnucci e Agnoletto con il libro L’eclisse della democrazia Feltrinelli, ma anche scrittori e letterati di diversa estrazione ( da Carlotto a Balestrini, da Ravera a Voce) nel volume a più mani Per sempre ragazzo, racconti e poesie a dieci anni dall’uccisione di Carlo Giuliani edito da Marco Tropea. Per provare a capire qualcosa di più nella sciarada dei poteri forti e deviati che- non da ora – intossicano il Belpaese. Scritto con stile avvincente, quasi da romanzo il libro di Fedetico Varese Mafie in movimento (Einaudi) aiuta a capire come il crimine organizzato in Italia stia conquistando nuovi e inaspettati territori. Ma per capire l’oggi delle lobbies segrete e dei comitati affaristici infiltrati nello Stato una lettura importante, per molti versi sconvolgente, è quella del libro di Anna Vinci La P2 nei diari segreti di Tina Anselmi: un libro che ricostruisce i taccuini tenuti minuziosamente dalla parlamentare democristiana che ebbe l’incarico di guidare la commissione di inchiesta sulla P2. Ne escono pagine che parlano senza infingimenti del conivolgimento di personalità di spicco della politica italiana e la Anselmi ebbe il coraggio e l’onestà di non tacere anche quando si trattava di esponenti del suo partito , la Dc. Fatto curioso ma non troppo, i risultati di quella indagine furono praticamente insabbiati e solo oggi quelle importanti carte vedono la luce grazie al coraggio di Chiarelettere. Per i tipi della casa editrice milanese di recente è uscito un altro bel libro che ci invita a rileggere pagine ancora importanti e valorose della nostra storia, come la Resistenza. In concomitanta con l’uscita del pamphlet Indignatevi dell’ex partigiano francese Stephan Hassel (di cui Salani editore ora pubblica anche il nuovo Impegnatevi!) , Chiarelettere ha mandato alle stampe la toccante memoria, Ribellarsi è giusto di un altro ex partigiano oggi ultranovantenne, l’avvocato torinese Massimo Ottolenghi. Un libro in cui l’ex militante del partito d’azione, nato da una famiglia di origini ebraiche, ripercorre la vicenda che lo portò ad essere ostracizzato dall’università e costretto a far passare le figlie per pazze per salvarle dal lager, ma anche le battaglie poi da magistrato per la ricostruzione dell’Italia, lanciando un messaggio appassionato ai giovani di oggi perché non rinuncino a lottare per un Paese migliore. E come una lettera aperta ai giovani è scritto lo stringente ed essenziale libro di Stefano Rodotà , Diritti e libertà nella storia d’Italia (Donzelli) editore in cui il giurista ripercorre la vicenda di uno Stato italian nato sotto il segno di un forte dibattito sulla laicità e culminato nella scrittura di una Carta costituzionale fra le più avanzate in Europa e che, dopo straordinarie conquiste come la legge sul divorzio e quella sull’aborto, oggi si vede preda di una politica genuflessa e – per compiacere i diktat vaticani, disposta a fare leggi come quella sul testamento biologico appena passata alla Camera e che lede profondamente i diritti di autodeterminazione dei cittadini. Curiosamente proprio nell’anno in cui si festeggiano i 150 anni dell’unità d’Italia fioccano provvedimenti iniqui e liberticidi. Fare la differenza con le passioni che mossero i nostri avi nel Risorgimento può allora essere un sano choc. Andatevi a vedere per esempio, la bella e romanzesca biografia L’isola e il sogno (Fazi) in cui Paolo Ruffilli ripercorre la breve vita di Ippolito Nievo, giovane avvocato e scrittore colto e appassionato, ma anche militante garibaldino, scomparso ahinoi troppo presto nell’impresa dei mille del 1861 poco prima che fosse proclamata l’Unità d’Italia, ma appassionante – fuori da ogni accento agiografico – è anche la raccolta di ritratti di personaggi messa a punto da Lorenzo del Boca in Risorgimento disonorato (Utet), in cui affiora un mosaico di personaggi straordinari che lottarono per rendere l’Italia indipendente dalla tirannide austriaca, ma anche per liberare il Paese dai tanti “tirannelli austriacanti”. Fra questi s’incontra anche un un patriota di Forlì noto come strozzapreti!

( ha collaborato Federico Tulli)

dal quotidiano Terra 2011

Posted in Editoria, Letteratura, Uncategorized | Contrassegnato da tag: , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | Leave a Comment »

 
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: