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Imprendibile Nietzsche. L’ultimo libro di Maurizio Ferraris

Posted by Simona Maggiorelli su settembre 9, 2014

Nietzsche Minch

Nietzsche Minch

Nel suo nuovo libro Maurizio Ferraris opera una ricognizione critica della “gloria” del filosofo tedesco, che fu esaltato dal ’68. E si riapre la discussione

E’ un libro di spessore, anche letterario, quello che Maurizio Ferraris dedica a Nietzsche rielaborando suoi importanti lavori precedenti (come Nietzsche e la filosofia del Novecento) fino a ricrearli in una forma interamente nuova.

Nel suo Spettri di Nietzsche, appena uscito per Guanda, la ricognizone critica del pensiero del filosofo tedesco si apre a nessi inediti con rimandi a Dostoevskij, a Mann, a Conrad, alla pittura di Munch e oltre (fino a chiamare in causa i Doors!). Ma incontra anche tratti di autobiografia. L’indagine serrata dei testi, infatti, s’intreccia alla narrazione di momenti vissuti in quelle stesse strade e palazzi che videro Nietzsche scrivere pagine folgoranti e rapidamente sprofondare nella pazzia.

Professore ordinario di Filosofia teoretica all’Università di Torino era impossibile per Ferraris non imbattersi nel “fantasma” di Nietzsche. Ma è stata certamente una scelta deliberata quella di ingaggiare con il suo rapsodico pensiero un corpo a corpo che dura ormai da trent’anni. Da quando Ferraris era un giovanissimo allievo di Derrida e uno dei primi filosofi in Italia a confrontarsi seriamente con il Decostruzionismo.

Da allora, però, molte cose sono cambiate e il pensiero di Ferraris si è sviluppato fino a prendere una direzione del tutto nuova che lo ha portato negli anni scorsi a tematizzare l’urgenza di un Nuovo Realismo in filosofia, rivalutando il valore dei fatti, la loro concreta oggettività, senza la quale nessuna interpretazione sarebbe possibile.

Ferraris, Guanda

Ferraris, Guanda

Obiettivo polemico dichiarato: il pensiero postmoderno, che ha rinunciato a qualunque ricerca sulla verità storica, filosofica, fattuale, rischiando di cadere nel negazionismo e nel populismo, pur di portare avanti (è questo il caso del Pensiero Debole di Vattimo, Rovatti, ecc) la propria lotta antidentitaria nata nell’alveo del ’68, nelle piazze della rivolta studendesca che nel Maggio francese si lasciò sedurre dal pensiero di Heidegger. Contraddizione feroce, lacerante, mettere insieme Marx e il filosofo della Selva Nera, la rivolta in nome della libertà e il pensiero cattolico-nazista dell’autore di Essere e tempo.

Un corto circuito che rese cieco il movimento, facendolo precipitare nel caos. Gianfranco De Simone ne ha scritto in modo autorevole e puntuale su left. Qui mi premeva solo richiamare brevemente quel contesto per dire della coraggiosa presa di posizione da parte di Ferraris con un pamphlet come Manifesto del Nuovo Realismo (Laterza, 2013) e con riflessioni acuminate che denunciano il nazismo di Heidegger e la sua pericolosa esaltazione da parte di pensatori che si dicono di sinistra .
Ora, con Spettri di Nietzsche, Maurizio Ferraris sembra voler fare un passo ulteriore chiamando in causa anche il filosofo della «volontà di potenza». Riaprendo così un’antica querelle che contrapponeva innocentisti e accusatori. Da un lato Deleuze e Vattimo che celebravano l’autore dello Zarathustra. Dall’altro i detrattori, che si rifacevano a György Lukács e alla sua Distruzione della ragione.

Ovviamente Ferraris va oltre il già detto, approfondisce, provoca, lanciando non poche stoccate alla “Gloria di Nietzsche” (per dirla con il titolo della lectio magistralis che ha tenuto al Festivalfilosofia ).Nel suo nuovo libro il filosofo torinese denuncia l’incontrovertibile strumentalizzazione del pensiero nietzschiano operata dal nazi-fascismo. Ma al contempo ridimensiona il ruolo della sorella Elisabeth nel manomettere le opere dell’ultimo Nietzsche piegandole all’ideologia di destra. Anche se è probabile una falsificazione dell’epistolario da parte della sorella che millantava un ruolo di interlocutrice e confidente che non ebbe mai.

«Il nihilismo della forza», «l’esaltazione della potenza e di ciò che ne segue» sono aspetti che innervano intrinsecamente tutto il pensiero nietzschiano, secondo Ferraris. Difficilmente potrebbe passare per progressista la sua idea di «superuomo dispotico» («un maschio alfa, cioè anche un povero fesso, ma un fesso pericoloso»).

Eppure, ricorda Ferraris, nel 1919 Hugo Bund pubblicò Nietzsche come profeta del socialismo. Un libro dove «non è anacronisticamente accusato di nazismo, ma chiamato a correo come ispiratore del socialismo. Il superuomo e la sua tirannia sarebbero la piena realizzazione del socialismo che – d’accordo con il modello leninista – non si contrapporrebbe più al militarismo, ma ne sarebbe anzi il compimento», scrive Ferraris. Insomma, detto rozzamente, il ribellismo antiborghese di Nietzsche, il suo messianesimo e vitalismo, avrebbero fatto di lui un autore amato dall’avanguardia leninista e non solo.

E quel suo argomentare oracolare e «messianico» ne avrebbe fatto, via Heidegger, un eroe di quel ’68, che praticava il marxismo come religione. L’operazione ermeneutica compiuta da Deleuze e in Italia da Vattimo completò il lavoro di annessione di Nietzsche alla sinistra. Incuranti della sua idea di «inconscio geologico», dice Ferraris, e del suo nihilismo assoluto. Lungi dal dire che Nietzsche fosse nazista (non poteva esserlo per ragioni storiche, perché i nazisti erano anti semiti e cristiani mentre lui era anti cristiano e contro la razionalità lucida, apollinea esaltata in ambiente universitario tedesco), Ferraris tuttavia mette radicalmente in discussione la possibilità di vedere nel teorico dell’Übermensch un pensatore rivoluzionario e Giamettaprogressista.
Riaffermendo la necessità di leggere l’opera di Nietzsche nel suo insieme, Sossio Giametta, storico traduttore del pensatore tedesco, nel libro Cortocircuiti (Mursia, 2014) invita alla cautela e a non riudurre Nietzsche a un «bue squartato di cui ognuno si ritaglia una bistecca che poi si cucina a modo suo».

In questa raccolta di saggi (in parte già noti, in parte inediti) rilancia la sua interpretazione di Nietzsche come spirito libero, che coraggiosamente attaccava ogni forma di pensiero sclerotizzato, rimettendo al centro l’autodeterminazione dell’essere umano, Vozzapreso atto della crisi irreversibile del Cristianesimo e della «morte di Dio».

E se Giametta poeticamente vede nel superuomo nietzschiano, non solo l’«oltreuomo danzante» dello Zarathustra, ma anche il viandante, Marco Vozza, nel libro Il nuovo infinito di Nietzsche (Castelvecchi, 2014) invita a leggerlo come filosofo del profondo, che «trasvaluta i valori mettendo al centro l’interiorità del soggetto», contro un Logos ormai devitalizzato. Il filosofo torinese Vozza propone dunque una lettura quasi diametralmente opposta a quella del concittadino Ferraris e sarebbe interessante chiamarli ad un confronto dal vivo.

( Simona Maggiorelli)

Dal settimanale left del 6 settembre 2014

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Edward Weston, elogio del moderno

Posted by Simona Maggiorelli su ottobre 4, 2012

«La fotografia non è arte. Ma si può rendere arte una foto». Ne era convinto il fotografo che fu amante di Tina Modotti. Una mostra a Modena ne ripercorre l’opera

di Simona Maggiorelli

Edward Weston, nude 1936

La fotografia non è arte. Ma si possono rendere arte le foto. Attorno a questa sorta di paradosso si svolge tutta l’opera del fotografo americano Edward Weston (1886-1958), fra i più grandi del Novecento nel mettere a fuoco una poetica moderna e personale, svincolata dal pittorialismo, ma anche dalla piattezza della cronaca e della documentazione.

Per Weston – maestro nella ricerca estetica di una forma ideale, della chiarezza tonale e dell’intensità dello sguardo – non si tratta di inseguire la pittura sul suo terreno.

Ma la fotografia può rivendicare una propria autonomia svincolandosi dalla sudditanza verso le altre discipline artistiche. E la forza della sua visione lo dimostra.

L’occasione per riverificarne il talento è offerta ora dalla ampia antologica Edward Weston, una retrospettiva (fino al 9 dicembre, catalogo Skira) curata da Filippo Maggia nell’ex ospedale Sant’Agostino a Modena, che ha appena debuttato a margine del Festivalfilosofia 2012. Una mostra che ripercorre la carriera di questo artista attraverso centodieci opere originali, scattate dai primi anni Venti fino agli anni Quaranta, in gran parte provenienti dal Center for creative photography di Tucson dove è conservato il più grande archivio dell’autore.

Edward Weston, Tina Modotti

Si tratta per lo più di stampe a contatto, di piccolo e medio formato, in dimensione ridotta e inversamente proporzionale alla attrazione magnetica che esercita su di noi l’immagine. Ritroviamo qui molti paesaggi e “ritratti” di oggetti, piante, minerali, conchiglie ma anche la celebre serie di nudi femminili, insieme ad alcuni ritratti della fotografa e rivoluzionaria Tina Modotti, con la quale Weston ebbe una lunga e intensa relazione di cui resta memoria anche nelle lettere (pubblicate in Italia da Feltrinelli ed Abscondita). In queste fotografie, decantate, in elegante bianco e nero, e pervase da un silenzio “pieno” e vibrante, ogni dettaglio emerge dalla stampa con nitidezza assoluta, senza il ricorso ad alcuna manipolazione tecnica. Eppure negli scatti di Weston gli oggetti non sono mai descritti nella loro evidenza ottica e razionale.

Poeticamente il fotografo americano ne fa dei soggetti, riuscendo a rappresentare quella che lui chiamava l’«essenza», la «cosa in sé», indagando le sensazioni che l’armonia e la purezza di una certa forma riesce a trasmettere a chi guarda. E più ancora questa esperienza si fa viva e potente con i ritratti e i nudi, mentre la tarda serie dedicata all’architettura rivela una speciale attenzione di Weston per la composizione e una sua originale elaborazione delle riflessioni di Paul Strand sul tema della linea. Insomma, in tempi in cui mostre e saggi come Dopo la fotografia (Einaudi) di Fred Ritchin ci parlano di nuovi orizzonti del digitale, di pixel, iperfotografia e scatti quantici, una gloriosa istituzione come la Fondazione fotografia di Modena ci invita a fare uno stimolante tuffo nel moderno, ai suoi massimi livelli.

da left avvenimenti

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Il ritorno di Confucio

Posted by Simona Maggiorelli su settembre 13, 2012

L’antico filosofo stigmatizzato da Mao come zavorra conservatrice è al centro di un sorprendente revival. La sinologa Anne Cheng denuncia le ragioni strumentali di questa riscoperta da parte del think thank del Partito

di Simona Maggiorelli

Festa per il compleanno di Confucio in Cina

Una statua di Confucio, un paio di anni fa spuntò improvvisamente in un luogo istituzionale e denso di scure memorie come piazza Tian’ammen, nel 1989 teatro della rivolta studentesca che il governo cinese represse nel sangue. Nel frattempo, anche nelle università cinesi si è ripreso a studiare Confucio e sono usciti nuovi lavori accademici per cercare di ricostruire filologicamente l’ancora incerto corpus delle opere di questo pensatore vissuto 2500 anni fa. Sul quale abbiamo poche informazioni sicure visto che la sua biografia fu scritta quattro secoli dopo la sua morte.

Ma oltre a dotte iniziative editoriali in Cina si segnalano anche film da blockbuster, sceneggiati e siti web dedicati a questa leggendaria figura e instant book che dispensano “pillole di saggezza” confuciana. Così nel Paese di Mao che aveva stigmatizzato Confucio come zavorra conservatrice, mettendolo al bando, si assiste più che a una riabilitazione a un vero e proprio revival. Non solo fra i ricchi imprenditori cinesi che troverebbero nelle pagine dell’antico studioso un rimedio allo stress di una vita frenetica all’insegna del motto «arricchirsi è glorioso» coniato da Deng. Ma anche fra un più ampio e indifferenziato pubblico questo maestro della misura, della ricerca di armonia e della morale tradizionale ha ripreso ad esercitare un forte appeal come dimostrano i milioni di copie vendute di alcuni libri come La vita felice secondo Confucio (pubblicato in Italia da Longanesi) della quarantenne consulente televisiva Yu Dan.

Un fenomeno così macroscopico e in controtendenza, dopo anni di svalutazione e ostracismo di Confucio (da Max Weber a Mao) che non può certo essere sfuggito all’occhiuto governo della Repubblica popolare cinese. La specialista di Confucio Anne Cheng, autrice di una Storia del pensiero cinese (Einaudi) tradotta in molte lingue venerdì 14 settembre sarà al Festivalfilosofia di Modena proprio per parlare di questo tema.

la sinologa Anne Cheng

Riguardo alla «febbre confuciana» che si registra oggi nell’Impero di mezzo, Cheng ha un’idea piuttosto interessante, ovvero che il governo cinese sia il vero deus ex machina di questa riscoperta. Dopo il fallimento della rivoluzione culturale (1966-1976) e di fronte alle pretese egemoniche dell’occidente industrializzato, il Partito comunista cinese (Pcc) ha promosso nell’ultimo trentennio un assiduo lavoro di ricerca degli “antecedenti”, delle radici cinesi che affondano nella storia antica, attraverso il restauro di edifici storici e il recupero di modelli filosofici autorevoli da contrapporre a quelli di un Occidente che, ancora a fine Novecento, pareva vincente su scala globale.

È in questo contesto che la vulgata confuciana passata indenne da una dinastia all’altra nel lungo medioevo cinese, improntando per secoli la vita politica e culturale del Paese ma anche il suo competitivo sistema scolastico, d’un tratto è tornata nuovamente “comoda” al potere. Tanto più nella congiuntura degli ultimi trent’anni, fra rapida crescita economica e “capitalismo di Stato”.

Così proprio mentre in Europa e negli Usa il capitalismo cominciava a mostrare un risvolto di disgregazione sociale, di edonismo e individualismo, spiega Anne Cheng, alcuni valori della tradizione confuciana come il senso del dovere, il rispetto della famiglia e dell’autorità, il lavoro assiduo, lo studio, la disciplina, insieme alla ricerca di armonia con l’ambiente, si sono rivelati strumenti utili per cercare di compattare un’identità nazionale sottoposta alle spinte centripete di un vertiginoso avanzamento economico e schiacciata da un mancato sviluppo democratico.

Una stampa che rappresenta Confucio

E ancora oggi capita che l’espressione «creare una società armoniosa» sia fra le più usate e abusate dall’apparato di partito ossessionato dall’ordine e dalla stabilità si Stato. Nelle sue lezioni al Collège de France (che si possono riascoltare sul sito http://www.college-de-france.fr) Anne Cheng fa un’approfondita disamina di questo “saccheggio” del vocabolario confuciano «in chiave visibilmente autoritaria, piegando il concetto di “società armoniosa” verso un’idea paternalistica delle relazioni fra governanti e governati». E non si tratta della prima volta per questo pensatore cinese del V secolo a.C.

Nei suoi studi Anne Cheng ha ricostruito la secolare storia degli usi ideologici e delle contraffazioni del pensiero confuciano, del resto – come accennavamo – non facile da restituire alla sua forma originale. Come scrive Maurizio Scarpari in Confucianesimo (Einaudi) la tradizione testuale delle opere del Nostro è assai ingarbugliata e lungo venticinque secoli di storia soggetta a continui rimaneggiamenti. Opere come I dialoghi  di Confucio  e I detti  composti dai suoi discepoli (nel 2006 pubblicati da Adelphi in nuova edizione), si sono strutturate nel tempo come uno stratificato palinsesto, in cui si può riscontrare l’eco di molte voci diverse e riscritture. Ma anche importanti scoperte archeologiche che in Cina negli ultimi decenni hanno portato alla luce una serie di frammenti di testo che sono simili a quelli de I dialoghi, hanno obbligato gli studiosi a rivedere  e ad analizzare più a fondo la natura del testo confuciano fatto di assemblaggi e di unità mobili. Al Festivalfilosofia di Modena la sinologa Anne Cheng traccerà anche un bilancio dei risultati di questi studi e di queste scoperte.

da left-avvenimenti  8-14 settembre

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L’inganno del pensiero debole

Posted by Simona Maggiorelli su dicembre 22, 2011

Maurizio Ferraris

 Con un convegno a Bonn e una lectio magistralis al Festivalfilosofia, il docente dell’Università di Torino lancia un manifesto per il New Realism. E apre la discussione pubblica

di Simona Maggiorelli

Mentre si annuncia un convegno internazionale che riunirà il Gotha della filosofia a Bonn per discutere della necessità di un New Realism (dopo anni di ammorbante Pensiero debole) anche in Italia si accende il dibattito sulla proposta lanciata dal filosofo dell’Università di Torino Maurizio Ferraris. Che sabato 17 settembre  ne parlerà in una lectio magistralis, in piazza a Carpi nell’ambito del Festivalfilosofia di Modena. Ad ottobre, poi, uscirà per i tipi di Guanda il suo nuovo libro L’anima e l’iPad .
Professor Ferraris, Pensiero debole e Postmoderno hanno imperversato per anni.
Con quanto danno?
I danni sono venuti soprattutto attraverso il populismo, che ha ricevuto un potente anche se in buona parte involontario fiancheggiamento ideologico da parte del Postmoderno. E queste ricadute non hanno riguardato solo le élites più o meno vaste interessate alla filosofia o all’arte postmoderna ma anzitutto una massa di persone che forse di Postmoderno non hanno mai sentito parlare, o quasi, e che subiscono gli effetti del populismo mediatico, compreso il primo e il più grande: la convinzione che si tratti di un sistema senza alternative.

Duchamp Gioconda con i baffi

Il filosofo Richard Rorty diceva che non esiste una realtà, «out there», là fuori. Mentre Gianni  Vattimo in Addio alla verità sostiene che la verità è sempre dispotica. Ora, lui si dice di sinistra, addirittura comunista. Ma come si può trasformare se stessi e la società a partire da un così assoluto nihilismo?
Bertrand Russell raccontava che a una cena una signora gli disse: “Trovo che il solipsismo sia una bellissima teoria, e vorrei fondare una associazione di solipsisti”. Il nichilista che pensa di trasformare il mondo non è meno paradossale di quella signora. Se non c’è verità e realtà come si può capire se si sta trasformando se stessi e il mondo o se invece si pensa solo di farlo? A parte questo autoinganno, c’è un problema più grosso: se c’è una dottrina che sostiene che non ci sono fatti, solo interpretazioni le vittime di soprusi non potranno neppure lamentarsi, chiedere giustizia, organizzare una reazione, appunto perché l’ideologia dominante è che non ci sono fatti e che la verità la si costruisce come la costruiscono certi telegiornali. Così le vittime subiranno senza avere la speranza che, un giorno, giustizia sarà fatta, il che significa che subiranno ingiustizia due volte.
Una rinuncia così totale alla ricerca della verità non rischia di dissolvere ogni ricostruzione storica, obbligandoci a restare muti e inerti di fronte a ogni forma di negazionismo?
Questo è il problema maggiore. Curiosamente, la “scuola del sospetto”, l’idea che si debba dubitare di tutto ciò che viene assunto come ovvio e viene dichiarato pubblicamente, nasce come esercizio critico, ma può avere esiti a dir poco dogmatici: chi ha avuto ha avuto ha avuto, chi ha dato ha dato, scordiamoci il passato. Una specie di condono tombale cala su tutte le tragedie dell’umanità.  Certo, Cartesio diceva che una volta nella vita, se si vuol essere filosofi, si deve mettere in dubbio tutto. Ma, appunto, diceva che è una specie di esercizio da farsi una volta sola e in veste di filosofi. Nella vita di tutti i giorni, invece, il dubbio sistematico è una posizione insostenibile (anche gli scettici si scansano se vedono che gli sta venendo addosso un tram), e va a finire che uno dubita solo di ciò che gli fa comodo dubitare.

Barthes e Foucault

A partire dal ‘68 si è registrato uno strano fenomeno: ogni proposta di un pensiero forte sulla realtà umana (anche se radicato nella realtà, anche se sottoposto a verifica) è per la sinistra – specie quella di matrice foucaultiana  – sempre fascista. Perché?
Perché il ‘68 è stato l’estensione al mondo sociale della pratica iper-ironica delle avanguardie. Si trattava sempre di mettere i baffi alla Gioconda, di usare le parole tra virgolette, soprattutto se queste parole erano “verità” e “realtà”. Il colmo l’ha toccato Roland Barthes quando (scherzando ma non troppo) ha detto che «la lingua è fascista», perché ha norme e regole.  A questo punto il vero parlante antifascista sarebbe lo sgrammaticato e l’analfabeta, il vero medico antifascista sarebbe quello che non sa curare!
Derubricare l’adesione al nazismo di Heidegger a scelta privata è lecito? O bisogna aprire gli occhi su quello che molti maestri del ‘68 e teorici del pensiero debole non hanno voluto vedere: ovvero che il pensiero stesso di Heidegger è nazista? E perché i filosofi irresponsabilmente non hanno voluto vedere questa pericolosa consustanzialità?

Heidegger, 1933

Non è assolutamente lecito considerare il nazismo di Heidegger una “questione privata”. Anche perché, come lei dice, il pensiero di Heidegger è consustanziale al nazismo. Molti filosofi di sinistra – ma non tutti, per esempio non Habermas – non hanno voluto vedere tutto questo.  In parte anche perché vederlo non era facilissimo, nel senso che l’adesione al nazismo era presentata come un incidente di percorso superato già nel ‘34 (era l’autodifesa di Heidegger), e i testi di Heidegger che circolavano a sinistra non erano certo il Discorso di rettorato (tradotto molto tardi: in italiano, addirittura nel 1988), ma testi apparentemente più innocui, in cui si diceva che il linguaggio è la casa dell’essere e che l’uomo abita poeticamente. Tranne che poi anche in quei testi emergevano sprazzi inquietanti, per esempio, in un corso su Nietzsche del 1940, un elogio del Blitzkrieg in corso, oppure, nella intervista allo Spiegel del 1966 e pubblicata alla sua morte (Ora in Ormai solo un Dio ci può salvare, Guanda ndr), la tesi secondo cui paragonava la Shoah all’agricoltura meccanizzata. Ma, a prescindere da questi sprazzi, quello che non si è visto in generale, è che il pensiero heideggeriano nel suo insieme è iper-gerarchico, e che l’appello al nichilismo e alla volontà di potenza, l’insistenza sulla Decisione, l’abbandono della nozione tradizionale di “verità”, sono una adesione profonda e non opportunistica al Führerprinzip. Non è privo di ironia il fatto che questo pensiero sia diventato un punto di riferimento essenziale per filosofi che militavano a sinistra e che si volevano anti-autoritari. Anche se tra questi filosofi c’è stato chi come Habermas ha denunciato subito l’equivoco e chi ha lavorato su Heidegger, ma senza rimuoverne i caratteri inquietanti, come ha fatto Derrida (ma è proprio lui che mi ha aperto gli occhi su Heidegger). Vista nell’insieme comunque la ricezione è stata  indulgente talora sino alla cecità.
Il Pensiero debole – dice Rovatti – è nato come critica al potere della metafisica. Ma poi è diventato esso stesso discorso fumoso e astratto. La stessa pratica della decostruzione proposta da Derrida non ha finito per fiaccare ogni ricerca in una continua e sempre rimandata diffrazione del senso bloccandola in una paralizzante indecidibilità?
Il Pensiero debole, la Decostruzione, il Postmoderno, sono cose molto diverse, come sottolineava giustamente Aldo Rovatti, anche se tra loro c’è una “somiglianza di famiglia” e dei temi comuni… Diciamolo con semplicità: è molto più facile decostruire che non costruire, anche se, ne sono pienamente convinto, ogni costruzione degna di questo nome richiede una decostruzione, un momento critico della tradizione, come in effetti è sempre avvenuto tra grandi filosofi: Aristotele ha decostruito Platone, ma se si fosse limitato a questo non sono sicuro che ce ne ricorderemmo ancora. Inversamente, se sono convinto che ci ricorderemo ancora per secoli di questo grande e controverso filosofo che è Jacques Derrida, è perché non è stato semplicemente un decostruttore; è stato anche un grande costruttore, ha lavorato in modo originale e propositivo sulle nozioni di sovranità, amicizia, giustizia. Cosa che ovviamente non si può dire di altri decostruttori.
Intervenendo nel dibattito fra New Realism e Postmoderno, Emanuele Severino sul Corriere della Sera abbozza uno sferzante paragone: «Maurizio Ferraris parla di verità… Anche Benedetto XVI a Madrid ha invitato i giovani a cercare La Verità». Perché la verità dovrebbe essere appannaggio della religione e non degli esseri umani?
Nell’esortare i giovani alla ricerca della verità (si intende, ed è una limitazione che non va trascurata, nel quadro di una “verità superiore”, quella della fede) il papa fa il suo mestiere, così come lo fa quando ricorre all’epistemologia anarchica di Feyerabend per sostenere che Bellarmino non aveva poi tutti i torti nel condannare Galileo. Quelli che secondo me non fanno il loro mestiere sono i filosofi che invitano a dire addio alla verità, o gli epistemologi che sostengono che le teorie scientifiche sono delle specie di “visioni del mondo” senza una particolare pretesa di verità. A questo punto, ovviamente, lasciando il monopolio della verità ad altri. La strategia da seguire, ovviamente, è tutta un’altra: riconoscere quanta importanza abbia, nella vita umana, la verità, e impegnarsi nella sua ricerca e possibilmente nella sua pratica, perché spesso la verità è sotto gli occhi di tutti, solo è difficile da attuare.

Jacques Derrida

Nel suo Ricostruire la decostruzione (Bompiani) si legge: « Il programma del pensiero postmoderno prevedeva la liberazione sessuale, a partire dal progetto di rivoluzione desiderante di Deleuze e Guattari. Ma “l’attivismo sessuale” non ha prodotto liberazione sociale…». Perché secondo lei?
In parte perché è scattato un meccanismo peraltro già studiato da Horkheimer e Adorno. Il sovrano concede al popolo libertà sessuale, e in cambio tiene per sé non solo la libertà sessuale ma anche tutte altre libertà che non sono concesse agli altri. Da questo punto di vista, non c’è niente di più conveniente, anche dal punto di vista economico, della concessione della libertà sessuale. I sudditi se la vedono tra loro, non sono necessarie strutture costose, per esempio buone università (come sarebbe nel caso che il sovrano concedesse al popolo la libertà di studio), e non ci sono ricadute rischiose (per esempio il fatto che i sudditi si stufino del sovrano, come sarebbe nel caso che il popolo si istruisse e prendesse coscienza). In questo senso, l’attivismo sessuale è stato molto più efficace, per paralizzare eventuali prese di coscienza, del panem et circenses, appunto perché non richiede neppure la concessione di pane o di giochi. Basta un discorso pubblico in cui si dice che “le persone a casa loro fanno quello che vogliono”, il cui vero significato è spesso: “le persone a casa loro fanno quello che voglio”.
La filosofia di Derrida è un curioso pastiche di vecchio e nuovo, lei ha detto in un convegno in sua memoria. Aggiungendo che il suo rifarsi alla psicoanalisi «è stato un enorme arcaismo». In Filosofia per dame (Guanda) poi lei scrive: «La psicoanalisi si è industriata a ridurre tutte le colpe a sensi di colpa non facendo un buon servigio all’umanità»…
L’ombra maggiore della psicoanalisi,  a mio avviso, è proprio quella contenuta nel brano che lei riporta: la confusione tra sensi di colpa e colpe vere e proprie, che fa sì ,per uno psicoanalista, Hitler sia essenzialmente uno che ha avuto una infanzia difficile!

da left-avvenimenti del 9 settembre 2011

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Né deboli né positivisti

Posted by Simona Maggiorelli su settembre 22, 2011

Non si può dire addio alla verità. Ma nemmeno rinunciare all’interpretazione. Nella querelle fra New Realism e Postmoderno che ha animato l’estate interviene il filosofo Salvatore Veca indicando una terza strada possibile.

di Simona Maggiorelli

Salvatore Veca

“Non si può dire addio alla verità. Non si può abdicare all’impegno nella ricerca della verità in filosofia. Pur sapendo che questa ricerca non ha sempre un happy end. Si procede per prove e errori. Esattamente come nella scienza». Da sempre critico verso il cosiddetto Postmoderno il filosofo Salvatore Veca interviene così, con una forte presa di posizione a favore dell’«irriducibilità dei fatti» e del valore irrinunciabile della conoscenza nella querelle fra Pensiero debole e Nuovo realismo che, dopo aver animato per settimane i giornali, nel fine settimana è andato  in piazza al Festivalfilosofia di Modena, Carpi e Sassuolo dove Maurizio Ferraris ha tenuto  il 17 settembre una lectio magistralis sul New Realism (vedi left n.35), ma anche nel Castello dei conti Guidi a Poppi (AR) dove, nell’ambito di una tre giorni di seminari, domenica 18 settembre Veca ha tenuto una conferenza su un tema cruciale come la giustizia. Che qualsiasi addio alla verità renderebbe impraticabile.
Professor Veca, nel libro L’idea di incompletezza di recente uscito per Feltrinelli lei dedica ampio spazio al tema dell’interpretazione. Come è noto i pensatori deboli eleggono a slogan la frase di Nietzsche: “Non ci sono fatti ma solo interpretazioni”. Qual è la sua posizione?
Dagli anni Settanta, Vattimo in Italia, Lyotard in Francia e Rorty negli Usa, a partire da quel motto di Nietzsche, hanno detto che non possiamo ancorare i nostri discorsi, privati e pubblici, alla ricerca scientifica. Sostenendo che il pensiero non può mai trovare un fondamento saldo e roccioso ma solo un vortice di possibilità. Il contesto era quello del collasso delle ideologie e della crisi delle grandi narrazioni degli ultimi vent’anni del Novecento in Occidente. E loro pensavano che abbandonare l’idea di una oggettività dei fatti avesse un effetto emancipatorio. Ma di fronte a un acquazzone, dire che piove è un’affermazione vera; è un fatto inemendabile come direbbe il mio amico  MaurizioFerraris. Nel libro che lei ricorda cerco di connettere la posizione di Nietzsche alla tesi scettica: come fai a sapere che è così? Come fai a dimostrare la veridicità delle tue asserzioni? La mia idea è di prendere sul serio le ragioni degli ermeneutici, degli interpretazionisti, ma con una obiezione. D’accordo dire che qualsiasi fatto può essere interpretato. Ma non tutti i fatti congiuntamente possono essere sottoposti a interpretazione. Qualcosa deve star fermo perché altro si possa muovere. Qualcosa deve essere tenuto fuori dal dubbio perché si possa dubitare di qualcosa. Qualunque credenza può essere messa in discussione, è una vecchia idea illuministica. Però non posso criticare tutto allo stesso tempo. Dunque, diversamente dai “debolisti” io penso che una verità sia tale fino a prova contraria, Questo non elide lo spazio d’interpretazione. Un esempio: pensiamo al 14 luglio del 1789, che chiamiamo presa della Bastiglia. In realtà solo il 2 agosto si arrivò a all’interpretazione chiara che si era trattato di un gesto per la libertà contro il dispotismo. Ogni volta che noi ci rivolgiamo alla reinterpretazione del passato non facciamo altro che rendere insaturi i fatti, riapriamo il gioco delle interpretazioni.
Estremizzando il pensiero di Nietzsche si arriva al nihilismo, D’altro canto il New Realism rischia il neopositivismo, L’essere umano non è fatto solo di razionalità. Cosa ne pensa?
Senza dubbio. Sono più che d’accordo. Tanto  che negli anni ho cercato di riflettere su una terza strada diversa dalle due menzionate. Faccio un esempio concreto. Non possiamo trascurare che mentre per noi è possibile studiare e classificare le proteine, quando cerchiamo di capire qualcosa di più delle rivolte arabe, abbiamo a che fare con strani tipi di oggetti che tendono a autodefinirsi. Lo stesso vale per i riots a Londra. In questo caso cosa vuol dire interpretare? Possiamo attribuire volontà collettive? In Medioriente prevalgono i jihaidisti? O i giovani twitters?. Non nego i fatti, ma resta aperto l’onere intellettuale dell’interpretazione. E se si irrigidisce, se si ipostatizza la si può sempre fluidificare. Ecco il punto.
In una conferenza al Festival della mente ha parlato di immaginazione filosofica. Un concetto quasi ossimorico vista la nascita del Logos come pensiero razionale…
L’immaginazione, per me, è un cardine. Non so neanche pensare che si possa fare ricerca filosofica senza che il primo passo non coincida con la capacità di “vedere” le cose, di immaginare un mondo, una questione, un problema. Il nostro lavoro è fatto da una continua tensione fra la ricerca di nessi, connessioni, fra idee e quella che io chiamo coltivazione di memorie: cioè lasciare che riemerga l’eco della tradizione, così pasticciata e meticcia e veramente creola quale è quella alle nostre spalle. Poi certo esistono metodi con cui si cerca di “acchiappare” ciò che si è intravisto. Mi sembra di vedere in una certa area qualcosa che mi attrae e cerco di andarci. Naturalmente per andarci servono dei metodi che siano giustificabili e non dipendenti dalle mie idiosincrasie. Per dirlo in una battuta, la visione filosofica è cieca se non c’è l’analisi, ma l’analisi è vuota se non viene messa in moto dall’immaginazione filosofica.
Un altro filone della sua ricerca riguarda l’eros, criticando la trattazione platonica, ma anche quella cristiana.
Ho ripreso questo tema di ricerca per il festival di Sarzana, ma il lavoro più completo che gli ho dedicato è in un libro di qualche anno fa, L’offerta filosofica. Mi interessava provare a mettere alla prova il motore della ricerca, provare a vedere sotto il profilo filosofico la passione, come accade che ci innamoriamo di qualcuno. Intanto continuo un corpo a corpo va con il Discorso sul metodo di Cartesio, con quel suo tentativo di dire: metto sotto pressione tutte le credenze e arriverò a una credenza che non posso mettere in questione. Cartesio lo risolve con il problema di Dio. Ma io dico che anche quella credenza lì è questionabile. Infine anche nell’intervento che ho preparato per Poppi continuo su un filone a cui mi dedico da trent’anni: il problema della giustizia sociale. Ce la facciamo a estendere concetti di giustizia a tutta l’umanità presente sul globo? Qui uso il pensiero politico di Rawls come punto di partenza.
Lei ha affrontato il tema della giustizia ora anche in forma di epos moderno, molto intensa in Sarabanda?
Nasce, in realtà, come reading per il teatro sociale fondato da Teresa Pomodoro a Milano… Sui miei libri filosofici posso rispondere lucidamente, ma riguardo a questo esordio mi sento un po’ come ragazzino. Lì c’è il precipitato dei miei ricordi, di ciò che ho provato di fronte all’ingiustizia. Una cosa però la posso dire: sono molto legato al fatto che il primo atto cominci con voce di donna.

da left-avvenimenti

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La Cina ancora da conoscere

Posted by Simona Maggiorelli su agosto 12, 2010

Letteratura e cinema, negli ultimi anni ci hanno avvicinato al Paese di mezzo. Ma della sua cultura millenaria in Italia si sa ancora mediamente pochissimo. Nonostante la forte immigrazione dal Paese di Mao

di Simona Maggiorelli

Gong Li

E’ una coraggiosa galoppata attraverso duemila anni di storia cinese La rosa e la peonia che la sinologa Valentina Pedone ha scritto con l’italianista Wei Yi per l’Asino d’oro Edizioni. Un libro curiosamente a doppio senso di marcia: mentre da un lato invita il pubblico italiano ad avvicinarsi alla millenaria cultura cinese, dall’altro racconta ai lettori cinesi, nella loro lingua madre, capitoli salienti di storia della letteratura italiana. «Questo volume è stato pensato come strumento di lavoro per chi si occupa di mediazione culturale. Ma anche con l’auspicio che possa entrare nelle biblioteche, nelle scuole, nelle case, in quei quartieri dove italiani e cinesi vivono fianco a fianco, facilitando il dialogo e la conoscenza reciproca», racconta a left una delle due autrici, Valentina Pedone, che all’insegnamento di Letteratura cinese all’università di Urbino e di Firenze affianca lo studio del fenomeno dell’immigrazione cinese in Italia. A questo tema ha dedicato di recente una mostra fotografica nella facoltà di Studi orientali della Sapienza, che si trova nel cuore multietnico di Roma. Una mostra in cui la ricercatrice ha presentato ventidue ritratti di cinesi che hanno scelto l’Italia come Paese dove vivere e lavorare. Nonostante il nostro non possa certo dirsi un Paese ospitale. Proprio da qui è partita la conversazione:Valentina, un vecchio luogo comune vorrebbe che le comunità cinesi in Italia siano gruppi chiusi, poco disponibili a farsi conoscere, è davvero così? «Certo è meno facile fotografare la comunità cinese rispetto ad altri gruppi di immigrati. Ma è falsa la rappresentazione dei cinesi come persone introverse, silenziose. Chiunque sia stato in Cina sa che sono molto loquaci, socievoli, curiosi. Volendo ricorrere a un cliché contro un altro, direi che nei modi di fare ricordano i napoletani».

Qualche anno fa, però, il sinologo francese François Jullien presentando al pubblico del Festival di filosofia di Modena il suo libro Elogio dell’insapore (Raffaello Cortina) raccontava l’immigrazione cinese in Francia come silenziosa, flessibile, quasi felpata, leggendovi in controluce elementi di pensiero tradizionale cinese. «In Cina – ricostruiva Jullien – il reale è sentito come un processo in continuo mutamento. Non c’è la scissione fra realtà oggettiva e soggetto tipica dell’Occidente». Seguire il corso degli eventi, farli arrivare a maturazione e coglierne i frutti, ecco il punto. Con questa “filosofia”, assecondando la processualità continua, i cinesi sanno trovare la chance per imporsi, spiega Jullien. Così le loro comunità si sarebbero a poco a poco insediate a Parigi aprendo negozi e attività, in modo capillare. Un modello che ci riporta alla mente i modi pacati, quasi sotto traccia, con cui la prima generazione di immigrati è approdata a Prato, a Campi Bisenzio e nelle altre cittadine toscane dove oggi un abitante su due è di origine cinese, senza però, purtroppo, aver avuto da parte italiana un riconoscimento di cittadinanza.

La rosa e la peonia

«Questo modello silenzioso di immigrazione esiste certamente – commenta Valentina Pedone – ma è tipico soprattutto di coloro che provengono da una parte della Cina, dal Sud-Est del Paese. Ma è vero – aggiunge la sinologa – che tratti di pensiero tradizionale e confuciano, in particolare, si ritrovano anche nei cinesi di seconda generazione. Anche all’università molti di loro conservano una grande attenzione al proprio ruolo di studente, sforzandosi al massimo di essere appropriati a ciò che viene loro richiesto. Alcuni, per educazione, non guardano mai negli occhi l’insegnante. Ma questo dagli italiani non di rado viene recepito come sfida. Ed è molto doloroso per questi ragazzi cinesi, che per lo più hanno fatto un grosso lavoro su se stessi e hanno consapevolezza del loro appartenere a più culture». Ma questo tipo di incontro-scontro culturale per chi, per esempio, è nato in Italia non dovrebbe essere un fatto già superato? «Il problema – spiega Pedone – è che la prima generazione di immigrati per una decina di anni ha pensato soprattutto alla sussistenza e a farsi una posizione economica. I loro figli sono cresciuti più a contatto con gli italiani ma avvertendo attorno a sé forti pregiudizi. Per molti di loro l’interfaccia con l’Italia, di fatto, resta ancora difficile». Nel suo libro La rosa e la peonia lei scrive che il popolo cinese non ha mai subito il fascino del monoteismo, né della metafisica. è ancora vero nella Cina di oggi? «Assolutamente sì. I cinesi sono ancorati alla vita terrena; sono poco inclini al trascendente. Fra i cinesi che vivono a Roma però – approfondisce Pedone – si trova un discreto numero di cristiani. Ma la maggioranza dei cinesi semmai conserva il culto tradizionale degli antenati, oppure prega Buddha come un santo, con una modalità “pagana” e popolare». Una mescolanza sincretistica di pensiero tradizionale cinese, confuciano ma anche taoista, del resto, ha connotato pure molta letteratura cinese del Novecento. Dagli anni Ottanta poi il confucianesimo ha conosciuto una forte rinascita di studi nell’ambito accademico, tanto che, come spiega John Makeham nel saggio “La filosofia cinese del XX secolo” (ne La Cina verso la modernità, Einaudi) «per tutto il decennio successivo si è parlato addirittura di febbre confuciana (per analogia con la febbre culturale che era divampata nel decennio precedente)».

Anche nei settori alti della cultura cinese fu una reazione alla galoppante globalizzazione che, per quanto cercata sul piano economico, sul piano dell’identità culturale era avvertita come minaccia e rischio di occidentalizzazione. Ma se questo tipo di reazione conservatrice in letteratura ha portato al cosiddetto “ritorno alle radici” e a un’ampia fioritura di romanzi che raccontano una Cina rurale e magica, quasi per reazione negli anni Ottanta, annota Pedone nel suo libro, si è avuto pure un massiccio ritorno al realismo. Un esempio di neoralismo diretto, a tratti anche crudo, ci ricorda la studiosa, è per esempio quello di Su Tong. Dal suo Moglie e concubine del 1990 il regista Zhang Yimou trasse il celebre film Lanterne rosse che lanciò Gong Li sulla scena internazionale. Un altro capolavoro del cineasta cinese, Sorgo rosso, invece era tratto da un romanzo di un maestro di realismo magico come Mo Yan, «e il cinema – sottolinea Pedone – ha avuto grande importanza nel far conoscere all’estero la letteratura cinese». Intanto la censura sui fatti di Tian’anmen ha fatto sì che solo alcuni scrittori cinesi della diaspora, per anni, abbiano voluto e potuto farne un tema da letteratura alta e di denuncia. E oggi? «Più che la censura – spiega Valentina Pedone – pesa l’autocensura. O meglio, è come se oggi si raccogliessero i frutti della cultura di Deng. Persa ogni spinta ideale, dopo il maoismo, si è passati a una forte disillusione. Letteratura di consumo, come i romanzi di cappa e spada, vanno per la maggiore. Ma ci sono anche autori più creativi e interessanti. Ciò che accomuna tutti quanti però è la sfacciataggine: dicono di scrivere solo per soldi».

Sullo scaffale. Percorsi di lettura

Se il libro La rosa e la peonia de l’Asino d’oro Edizioni ha il dono della sintesi nell’offrire un primo documentato e avvincente assaggio, La Cina di Einaudi, invece, affronta la storia della cultura cinese con importanti approfondimenti. Dei tre libri che compongono l’opera curata da Maurizio Scarpari per la casa editrice torinese è uscito nel 2009 il terzo volume, La Cina verso la modernità, con saggi, tra gli altri, di Federico Masini sulla riforma della lingua e di Nicoletta Pesaro sulla letteratura cinese moderna e contemporanea. Mentre Corrado Neri si occupa di cinema, Iwo Amlung di scienza e John Makeham affronta la vexata quaestio se «esista una filosofia cinese» o piuttosto il termine filosofia porti con sé un’accezione troppo occidentale e inadatta a descrivere lo sviluppo del pensiero cinese. A distanza di un anno esce ora il secondo volume La Cina. L’età imperiale dai Tre Regni ai Qing (a cura di Mario Sabattini e Maurizio Scarpari) con interventi di Nicola di Cosmo sugli imperi nomadi nella storia della Cina imperiale, saggi sul buddismo cinese  di John Mcrae e di Francesca Tarocco e sul daoismo a firma di Livia Kohn; senza dimenticare, fra i molti altri lavori, lo splendido intervento su arte e archeologia di Nicoletta Celli. E ancora la rinnovata attenzione verso il colosso Cina da parte di Einaudi si segnala anche attraverso una serie di monografie, saggi di storia e opere letterarie. Fra le uscite più recenti c’è l’agile volume di Maurizio Scarpari sui fondamenti e i testi del confucianesimo ma anche la monografia di Maurice Meisner Mao e la rivoluzione cinese, che rilegge la figura di Mao Zedong indagandone  sia il volto da rivoluzionario che quello di tiranno. In Cina, ventunesimo secolo, invece Guido Samarani analizza le sfide che aspettano il Paese nel nuovo millennio. Tra inarrestabile ascesa economica e negazione dei diritti umani, come denuncia il fatto che la Cina sia in testa alle classifiche mondiali per numero di persone mandate a morte. Su un versante completamente diverso, ovvero quello della poesia, si segnala infine la pubblicazione di Con il braccio piegato a far da cuscino del maestro taoista del XIII secolo Bai Yuchan. Uscendo da casa Einaudi, poi, fra le moltissime pubblicazioni di romanzi ci limitiamo qui a ricordare il toccante Un mattino oltre il tempo (Fazi editore) della cinese Yang Yi che oggi vive a Tokyo. Attraverso la storia di un’amicizia fra adolescenti, si racconta il soffocamento nel sangue della rivolta studentesca in piazza Tian’anmen.

da left-avvenimenti 6 agosto 27 agosto 2010

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I pronipoti di Cartesio

Posted by Simona Maggiorelli su giugno 26, 2010

I neuroscienziati s’interrogano su mente- corpo e sul libero arbitrio. Ma se per loro il cervello  è una macchina, dov’è  l’autonomia di scelta?

di Simona Maggiorelli

Il libro Che cosa sono io.(Garzanti) il neurologo dell’università di Zurigo Arnaldo Benini traccia un quadro articolato e, per molti versi anche critico, degli assunti delle neuroscienze. Per esempio, con il Nobel Eric Kandel, registra i rischi di «riduzionismo». E con il filosofo Daniel Dennett, considera il fatto che se i neuroscienziati «non avvertono i limiti del loro lavoro corrono il rischio non solo di porsi le domande sbagliate ma anche di interpretare in modo scorretto i risultati degli esperimenti». Ma non solo. «Le neuroscienze – scrive Benini – descrivono per esempio come uno stimolo luminoso raggiunge la corteccia cerebrale visiva ma non spiegano, neppure in maniera approssimativa, come lo stimolo diventi cosciente. Identificano quali aree del cervello sono attive quando si è indignati o bendisposti ma la realtà di quegli stati d’animo e le cause rimangono oscure». Di fatto, mentre una parte delle neuroscienze oggi propone un approccio euristico all’attività mentale, vista in modo globale e non solo in termini meccanicistici, l’ala che sembra andare per la maggiore sui media è, invece, quella di radice positivista e ottocentesca che cerca le cosiddette locazioni, ovvero le aree del cervello presunte sedi delle nostre emozioni .
Prof. Benini, a partire da Cartesio le neuroscienze, in modo riduzionistico, tentano una spiegazione del rapporto mente-corpo e di quello connesso del libero arbitrio. Con quali risultati?
La risposta delle neuroscienze cognitive è semplice nella formulazione e tremendamente complicata nella realtà. Per esse la res extensa, cioè i corpi, compreso quello umano e il cervello, e la res cogitans, cioè la mente, sono organizzazioni diverse della stessa materia. Se il dualismo cartesiano spiegava la differenza fra attività mentale e mondo fisico come regioni ontologiche diverse, lasciava insoluto il problema di come le due regioni entrassero in contatto. Cartesio rispose alla domanda nel modo speculativo prenaturalistico: la regione dell’incontro nel cervello deve essere senza duplicato, perché una e una sola è la res cogitans, che per lui era l’anima. Credette di aver trovato la soluzione nella piccola ghiandola pineale, unica e posta nel mezzo del cervello. Lì anima e corpo si incontrano, lì il corpo trasmette all’anima le sensazioni degli organi di senso. Dio era il creatore e il garante del funzionamento dell’ingegnoso meccanismo.
Ma per Cartesio l’anima, propria degli uomini e degli angeli, non era soggetta alle leggi di natura…
E non era il prodotto del meccanismo deterministico del grande orologio che era il corpo (che, come Gurdulù nel Cavaliere inesistente di Calvino, non sapeva di esserci). Essa era la matrice del pensiero, libera da ogni condizionamento e immortale (sapeva di esserci, come il cavaliere del racconto, ma dov’era mai?). La libertà della mente comporta la responsabilità di ciò che si fa. L’etica ancora oggi si basa sul principio che l’uomo, essendo libero di scegliere, è responsabile. Ciò è possibile solo nel contesto del dualismo che considera la mente libera da ogni condizionamento. Le neuroscienze, avendo ridotto l’anima alla materia del cervello, hanno risolto il problema del rapporto fra mente e corpo ma pongono un dilemma: com’è possibile che il cervello, macchina che lavora elettrochimicamente, produca l’immaterialità della “vita spirituale”? Se la mente è il prodotto di una macchina l’uomo è responsabile? O non è piuttosto il cervello che decide in base a suoi algoritmi? Il libero arbitrio sarebbe illusione. Non facciamo quel che vogliamo ma vogliamo quel che facciamo.
Tanto che un neurobiologo tedesco ha detto che il libero arbitrio e la responsabilità sono illusioni tenaci, assurde e spesso crudeli.
A commettere delitti sarebbero persone col cervello malato, e più efferato è il delitto, più ammalato e più bisognoso di cure – e non di prigione – è il cervello. Pur non avendo alcun dubbio sull’origine materiale della vita mentale, andrei cauto a prendere posizioni così radicali. In realtà oggi, pur avendo a disposizione una mole immensa di dati, non abbiamo alcuna idea di cosa la coscienza (o meglio, l’autocoscienza) sia e come essa venga prodotta dalla materia gelatinosa del cervello. Riusciremo mai a capirlo? Il dubbio è lecito, se è vero che le neuroscienze sono il prodotto del lavoro dei meccanismi cognitivi del cervello che, oltre a studiare il mondo, cercano di capire se stessi. Non è certo che una tale circolarità di cervello, che indaga ed è indagato, possa riuscire. Oggi c’è chi pensa che la memoria sia dovuta alle sinapsi che collegano i neuroni. L’ipotesi è avvalorata da molti dati. Ma come spiegare che alcune sinapsi conservano il ricordo di mia madre che faceva una spettacolosa marmellata e altre l’elenco dei verbi irregolari inglesi? È probabile che l’autocoscienza e anche il problema di quanto l’arbitrio sia libero, siano destinati a rimanere senza risposta.
Lei dice che la poesia non obbedisce a uno scopo evoluzionistico come attività umana priva di fine utilitaristico e di sopravvivenza. Non crede che la dimensione estetica sia un modo con cui si manifesta la nostra dimensione irrazionale e non cosciente, che anche le neuroscienze dicono essere preponderante nelle nostre scelte?
Perché poesia, musica e pittura dovrebbero essere l’espressione della dimensione irrazionale e non cosciente dell’uomo? La musica esprime ciò che dell’animo umano è inesprimibile a parole, ma siamo ben consapevoli di quel che proviamo ascoltandola. Quello stato d’animo può diventare una parte essenziale della vita. Quel che sembra preponderante nelle scelte è il momento affettivo ed emotivo, prodotto del protocervello, del sistema libico. La ragione, cioè le aree prefrontali, interverrebbero per razionalizzare la scelta. L’autocoscienza, che è capacità solo dell’uomo, cioè del suo cervello, di porre sé stesso a oggetto della propria riflessione, ha indagato e poi capito che dentro di sé si muovono momenti inconsci. Qual è il meccanismo di partenza? Recenti studi sembrano dimostrare che il cervello si mette in attività ben 10 secondi prima del momento in cui la nostra autocoscienza crede di avere fatto essa, autonomamente, una scelta. Anche qui occorre arrendersi all’impossibilità di capire i meccanismi fondamentali dell’autocoscienza. Già uno dei fondatori della neuroscienze proclamava, nell’Ottocento, che circa il problema mente-cervello noi ignorabimus.

La mente in festival

Dopo le presentazioni del libro Che cosa sono io  (Garzanti) al Salone del libro di Torino e al Caffè letterario di Ravenna, altri appuntamenti attendono Arnaldo Benini in autunno. Nel frattempo, a luglio, il filo del dibattito pubblico sulle neuroscienze, con Edoardo Boncinelli, passa per il Ravello festival 2010, dedicato alla follia. E per il Festival della mente di Sarzana dal 3 al 5 settembre. Ma di neuroscienze si parlerà anche a margine del Festivalfilosofia di Modena, Carpi e Sassuolo, che per il suo decennale ha scelto la dea bendata come immagine guida. è la “fortuna”, infatti, la parola chiave della prossima edizione in programma dal 17 al 19 settembre. Il festival, che lo scorso anno ha registrato oltre 150mila presenze, vedrà  tra i protagonisti Roberto Esposito, Massimo Cacciari,  Carlo Galli, Salvatore Natoli, Michela Marzano, Piero Coda, Marcello Veneziani, Sergio Givone, Enzo Bianchi, Elena Esposito e Remo Bodei, supervisore scientifico del festival. Molti anche i filosofi stranieri, da ogni parte del mondo: tra loro, i francesi Jean-Luc Nancy, Jean Pierre Dupuy, Francois Jullien e Marc Augé, i tedeschi Peter Sloterdijk, Jürgen Moltmann e Gerd Gigerenzer, l’americano Niles Eldredge e due sociologi che hanno trovato asilo in Gran Bretagna: il polacco Zygmunt Bauman e l’ungherese Frank Furedi.

Simona Maggiorelli

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Non è più tempo di disincanto

Posted by Simona Maggiorelli su settembre 17, 2009

Dal 18 al 20 settembre 2009 torna la più importante kermesse italiana dedicata alla filosofia. A Modena, Carpi e Sassuolo oltre duecento incontri e  50 lezioni magistrali dei maggiori pensatori europei sul tema del rapporto fra io e l’altro e i nuovi orizzonti dell’idea di comunità in un orizzonte globalizzato.

di Simona Maggiorelli

festivalfilosofia di Modena

festivalfilosofia di Modena

Tramontata rapidamente la stagione in cui i filosofi, di fronte al palese fallimento della psicoanalisi, sembravano volersi riciclare come consiglieri di vita e districatori di dilemmi esistenziali, oggi i più noti pensatori sembrano tornare a sentire l’urgenza del presente e di una dimensione di riflessione pubblica e collettiva. Lo provano le numerose uscite editoriali degli ultimi mesi che riguardano i temi della democrazia, della laicità e della bioetica, dei nuovi diritti. Ma anche l’accendersi del dibattito sui giornali su temi come  l’immigrazione e sulle conseguenze dei processi di globalizzazione. Così, dopo edizioni dedicate ai “sensi” e alle “passioni”, il festival di filosofia di Modena, Carpi e Sassuolo – dal 18 al 20 settembre – punta l’attenzione sul sociale, invitando filosofi di primo piano, soprattutto europei, a riflettere sulle forme del vivere collettivo e a proporre riflessioni politiche sulla polis del futuro. Da Savater a Severino, da Rodotà a Marramao, da Nancy a Balibar ad Augé, a Bodei e a molti altri, tutti invitati a pensare nuove forme di “comunità”.

Reincantare la politica. La proposta di Giacomo Marramao:

Oggi è il compito del filosofo per una nuova civitas, come società aperta, basata su un universalismo non astratto e sulla differenza fra uomo e donna e il confronto con differenti culture. è la proposta che Giacomo Marramao il 19 settembre farà all’agorà del Festivalfilosofia, quest’anno dedicato al tema della comunità.
Professor Marramao, ma lei non era il teorico del disincanto?
Lo ero nell’epoca delle ideologie. Allora il disincanto di Max Weber era uno strumento fondamentale. Oggi, invece, insistere sul disincanto significa portare acqua al mulino dell’esistente, dei poteri consolidati. Penso anche che non si possa più parlare di comunità in termini impolitici, paradossali, heideggeriani come fanno ancora Jean Luc Nancy o Roberto Esposito. Reincantamento della politica non significa neanche cercare simboli e feticci come lo erano la razza, la famiglia, la patria per la destra del Novecento. O il successo, il guadagno e l’uso del corpo femminile per la neo destra di Berlusconi. Reincantare la politica, all’opposto, significa praticare la concreta esperienza delle passioni, del desiderio, degli amori, dei legami. Politica è l’agire in comune che ha a che fare con la dimensione dell’identità personale più profonda. Certa ideologia intesa come promessa di futuro palingenetico ha fallito. Prendendo il 1989 come data simbolica, con la caduta del muro di Berlino è diventato evidente che quella politica produceva solo un “futuro passato” in cui era tutto era già predeterminato, senza creatività, senza invenzione. Nel ’68 tentammo di operare una rottura con quei partiti ormai burocratizzati ma anche noi eravamo intrisi di ideologia, anche se più futurista. E non fu vera liberazione. Un futuro vero si apre quando è legato alla potenza dei progetti di donne e uomini che operano nella realtà concreta.
L’accelerazione dei processi di globalizzazione sta cambiando gli assetti globali. Paesi giovani, per esempio nel Sudest asiatico, sono in rapida crescita e propongono culture diverse. Ma aumentano anche i migranti dai Paesi poveri. Risposte violente, come quella italiana verso chi sbarca pacificamente alla ricerca di un lavoro sono già, di per sé, un segno del “tramonto dell’Occidente”?
L’Occidente deve cominciare a considerarsi una parte del mondo e non la storia del mondo. è una zona ricca e per ora egemonica dal punto di vista economico, ma come ho scritto in Passaggio a Occidente (che ora Bollati Boringhieri pubblica in nuova edizione, accresciuta ndr) sta diventando terra di passaggio. L’Occidente non puòpiù pensare di controllare il mondo con la Coca cola, come se le merci potessero creare una connessione di senso, una dimensione simbolica forte in cui gli umani si possano riconoscere e unificare, omologandosi. Sì, tutti usano i jeans e internet ma non hanno rinunciato alle proprie identità. Anzi accentuano le proprie identità differenziali rispetto all’Occidente. Tendendo a radicalizzarle. Questo significa che se vogliamo trovare una dimensione simbolica che possa unificare il genere umano non può essere quella del mercato.

Il problema, lei dice, è l’indifferenza, in che senso?

Prendiamo la violenza fondamentalista, ad esempio. Non è dovuta come nelle epoche passate a odio fra gruppi differenti ma a una mancata conoscenza, a un meccanismo securitario di indifferenziazione. I kamikaze delle twin towers hanno ucciso non sapendolo anche individui di etnie arabe. Con la stessa indifferenziazione dei bombardieri Usa in Vietnam ieri e oggi in Iraq e Afghanistan. è una violenza indifferenziata che nasce dalla chiusura pregiudiziale a qualunque forma di esperienza sull’alterità e non da una ostilità determinata.

«Violenza indotta dall’indifferenza» ma anche dovuta a un incontro con l’altro basato su un fondamento religioso. Dunque astratto e disumano?
Accade quando si trova nelle religioni un elemento di identificazione. Se si chiede alla Lega di dare una cifra culturale la risposta è: noi siamo cristiani. Non è neanche un fatto di fede, ma di appartenenza.
La parola stessa comunità ha uno sfondo religioso poco progressista…
Ha una ambivalenza molto forte. Oggi possiamo recuperare questa categoria solo in un senso che la proietti al di là di questa dimensione: pensare a un essere in comune di individui, donne e uomini liberi, che partendo non da astratti progetti razionali ma dalle proprie esperienze di desiderio e di legami effettivi riescono a stabilire una forma di incontro che possa proiettare l’umanità nel futuro.

da left-avvenimenti  11settembre 2009

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La rivolta dei filosofi

Posted by Simona Maggiorelli su febbraio 6, 2009

filosof_modenaIl più importante festival di filosofia d’Italia è a rischio. Defenestrati i fondatori. Più di 40 intellettuali, per protesta, danno forfait. Marramao: “ Non ha nessun senso smantellare un’eccellenza”   di Simona Maggiorelli

Un festival che ogni anno richiama migliaia di persone a discutere di filosofia, arte, ma anche di scienza e di bioetica, non è cosa comune in un’Italia sempre più tramortita sul piano culturale e politico. Per giunta quello di Modena, Carpi e Sassuolo – diversamente da altre kermesse culturali – non è mai stato un festival in senso stretto. Nel senso che non è mai stato solo una vetrina di incontri, ma ha sempre avuto una ricaduta concreta nel dibattito pubblico e legami stretti con una scuola di formazione, il San Carlo, attraverso la partecipazione diretta di ricercatori e studenti al lavoro culturale della rassegna. Insomma stiamo parlando di un unicum. Sapere alto, convivialità e piacere del confronto anche schietto con punti di vista diversi sono sempre state le cifre di questa rassegna che nell’orgoglio di una partecipazione diffusa, nelle piazze e nei teatri ha saputo farsi anche sorprendentemente “popolare”. Perciò per chi frequenta la rassegna dalla sua nascita, (come chi scrive) la notizia che il gruppo di intellettuali che ha fondato il Festival sia stato azzerato immotivatamente dal cda della Fondazione San Carlo arriva come una pessima notizia. Tanto brutta che giustamente una quarantina di studiosi di primo piano minacciano di dare forfait alle prossime edizioni. Cantarella, Augé, Balibar, Odifreddi, Vegetti, Escobar, Veca, Sini e molti altri lo hanno scritto in una lettera di protesta. Ma cosa è accaduto perché si arrivasse a tanto? “E’ successo che alla professoressa Michelina Borsari non è stato rinnovato il contratto alla direzione della Scuola di alti studi in scienza della cultura e a quella del Festival di filosofia, presentando meschinamente la Borsari come avida di denaro in tempi di crisi” ci risponde Remo Bodei. “Queste ragioni pretestuose – spiega – hanno indotto alle dimissioni l’intero comitato scientifico della Scuola, che non è stato consultato”. Né per questo avvicendamento, che ha il sapore di un clamoroso autogol di una politica locale miope, è stato consultato Bodei, che è supervisore scientifico del Festival e ne è stato l’ideatore.“Le nostre dimissioni non sono state date solo per solidarietà all’eccezionale lavoro e all’intelligenza di Michelina Borsari- prosegue il docente di filosofia all’università di Los Angeles- ma anche perché sono state, paradossalmente, messe in pericolo due istituzioni che funzionavano al meglio. Per questo ci conforta la solidarietà di quanti hanno partecipato al Festival e alle attività della Scuola e non vogliono più farlo”. bodei_piazza_grande2Fra questi il filosofo Maurizio Ferraris dell’Università di Torino: “Molte cose non vanno in Italia e altre vanno bene. Tra queste, indubbiamente c’è il Collegio S.Carlo di Modena con la sua scuola di alti studi e il Festival che ne è l’espressione pubblica più visibile. Borsari e Bodei sono gli artefici dello sviluppo del S. Carlo e del festival, che- sottolinea Ferraris – non ha equivalenti nel mondo. E’ a dir poco sorprendente il fatto che si possa pensare di sostituirli senza alcun chiaro motivo, se non, forse (e purtroppo) l’enorme successo del festival”. Dunque che fare perché un’iniziativa così fertile non muoia? “Di fronte a una notizia di questo genere- risponde il filosofo torinese- quello che di concreto posso fare per esprimere il mio sconcerto è molto poco, ma doveroso: dichiarare che non parteciperò a festival filosofici di Modena organizzati da altri”. Appena rientrato da Parigi il filosofo Giacomo Marramao si dice costernato: “ Io davvero non capisco come mai in Italia compiamo sforzi inauditi per disfare ciò che è stato fatto bene. La rassegna di Modena, Carpi e Sassuolo era un’eccellenza, legata a un’istituzione importante come il San Carlo, è assurdo che non si sia fatto tutto il possibile per salvaguardarli. Chi si propone ora di sostituire Borsoni, per giunta in passato era un suo collaboratore… mi auguro davvero che ci sia ancora spazio per fare inversione di marcia”.

Da Left Avvenimenti del 6 febbraio 2009

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